I due figli del Cavalier Giacomo Albani - Parte 6ª
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I due figli del cavalier Giacomo Albani
I due figli del Cavalier Giacomo Albani - Parte 1ª
I due figli del Cavalier Giacomo Albani - Parte 2ª
I due figli del Cavalier Giacomo Albani - Parte 3ª
I due figli del Cavalier Giacomo Albani - Parte 4ª
I due figli del Cavalier Giacomo Albani - Parte 5ª
[“La Rivista di Bergamo”, XLII, n. 7, Luglio 1991, pp. 20-27]
I PERSONAGGI
L’elencazione che segue in ordine alfabetico raccoglie la sintesi delle informazioni disponibili sulle persone nominate nei quattro atti relativi alla legittimazione di Antonia e Marcantonio Albani e in quello di donazione da Jacobo Albani ai nipoti Francesco e Nicola.
de Albano Antonia domina Nata nel 1487 da Jacobo de Albano e Johanina de Valota, legittimata nel 1498 (1)
de Albano Antonius spectabilis dominus Nato circa 1400, marito di Johanna de Possano milanese, padre di Gabriele, Domenico, Doratino, Jacobo, Gerolamo e Bartholomina, andata sposa a Jacobo de Salvettis, morto olim 1498 (1)
de Albano Bartholomeus Nato circa 1450 (?) figlio di Leonardo, di Bartholomeo, fratello questi di Antonio, parente quindi in V grado di Jacobo, teste dei due atti di legittimazione e donazione. (1)
de Albano Dominicus spectabilis dominus Nato circa 1445 (?) figlio di Antonio e morto ante 1498, podestà di Zogno, padre di Bartholomeo, medico senza discendenza e morto ante 1498, di Francesco e di Catherina, andata sposa a Galeazzo de Columbis, nipote di Grata moglie di Jacobo, nel 1496. (1)
de Albano Doratinus spectabilis dominus Nato circa 1448 (?) e morto ante 1498, figlio di Antonio, oratore di Bergamo a Venezia, padre di M. Elisabetta, andata sposa ad Antonio Colleoni nel 1504, di Francesca, andata sposa ad Alessandro de Rivola nel 1505 e di Nicola, nipote donatario di Jacobo. (1)
de Albano Franciscus dominus Nato circa 1473 (?) e morto post 1535, figlio di Domenico, politico e diplomatico fu detto “Pater patrie” per i suoi determinati e positivi interventi a favore di Bergamo, contesa da Venezia, Francia e Impero. Donatario dello zio Jacobo, con la clausola specialmente restrittiva, col cugino Nicola. Marito di Catherina de Pezis (o Pecchio) milanese, ebbe quattro figli: Magdalena, andata sposa al conte Ottavio Brembati nel 1535;
Lodovica, andata sposa al milanese Lodovico Piola nel 1535; Gianbattista jusperito ed il famoso Giangerolamo, nato nel 1509, letterato, politico, diplomatico, condottiero, coinvolto a causa dei figli nell’omicidio del parente Achille Brembati nel 1563, imprigionato, liberato per intervento di Papa San Pio V ed essendo rimasto vedovo di Laura Longhi, entrato nell’ordine degli Agostiniani a Roma ed al servizio della Santa Sede, creato Cardinale nel 1570, morto nel 1591 e sepolto in Santa Maria del Popolo. (1) (2) (3)
de Albano Hyeronimus dominus Le uniche notizie di questo figlio di Antonio provengono dal documento del 1498. Egli, rappresentato dai nipoti Francesco e Nicola nell’atto di legittimazione, appare figura di secondo piano e, probabilmente già molto vecchio, impossibilitato ad intervenire alla regolarizzazione della posizione dei figli del fratello Jacobo. Non essendo poi nemmeno menzionato nell’atto di donazione, lascia intendere l’assenza di discendenza e, forse, la condizione di religioso ancorché non dichiarata. (1)
de Albano Jacobus magnificus generosus eques dominus Principale attore della vicenda. Nato ante 1438 (?) marito di Grata de Columbis (n. 1450 avendo 48 anni nel 1498) da oltre trentanni, secondo le sue stesse dichiarazioni, al momento del concepimento di Antonia (1486). Si giungerebbe così al 1456 ed all’età di Grata, sposa a cinque anni! Quel “iam annis triginta et ultra uxoratus” non si accorda con “etate annorum quadraginta et octo vel circa attenta” da Grata nel 1498. A quella data o Grata aveva dieci anni di più essendosi sposata a sedici anni nel 1456, ovvero al momento degli amori ancillari del marito con Giovannina Valota erano passati ventanni, non trenta, dalla data delle sue nozze con Jacobo. Si tratta di una menzogna o di un gesto di cavalleria verso Grata riducendone l’età? Jacobo morirà assassinato nel 1503 e la moglie del nipote Francesco, Caterina Pecchie, verrà “indiziata del reato” e poi assolta a Venezia. (1)
de Albano Leonardus dominus Nato ante 1450 (?) morto ante 1498, cugino di Jacobo e padre di Bartolomeo teste.
de Albano Marchus Antonius dominus Nato nel 1488, secondo figlio di Jacobo e Giovannina Valota, legittimato nel 1498.
de Albano Nicolaus dominus Nato circa 1473 (?) figlio di Doratino donatario dello zio Jacobo col cugino Francesco nel 1498. Ebbe tre figli: Guido Antonio, Alessandro e Giovanni.
de Benalis Acorsus Già morto nel 1498, padre di Santino.
de Benalis Sanctinus Nominato nella vicenda solo come marito di Giovannina Valota, dopo e nonostante i trascorsi con Jacobo de Albano. Si può supporre che la ex ancilla seu pedisequa sia stata ampiamente dotata, dal suo “ex” e padre dei suoi figli Antonia e Marcantonio, per poterla accasare. Non sappiamo se si tratti di un rampollo della nobile famiglia Benaglio di Bergamo, non essendo citato nell’albero genealogico pubblicato dal Belotti (cfr. “Bergamo e i Bergamaschi”).
de Brembate Bartholomeus magnifìcus generous eques dominus comes Nato nella seconda metà del XV secolo, non si hanno di lui altre notizie oltre a quelle desumibili dalla sua determinante partecipazione all’atto di legittimazione di Antonia e Marcantonio Albani del 1498. È inspiegabilmente ignorato, con gli ascendenti Giovanni e Davide, anche dall’albero genealogico pubblicato dal Belotti (cfr. “Bergamo e i Bergamaschi”) (4)
de Brembate David legum doctor dominus Comes sac. lat. imp. pal. Nato presumibilmente alla fine del XIV secolo, per sue notevoli benemerenze, di cui tuttavia non si conosce la natura, creato conte palatino da Sigismondo Imperatore con “motu proprio” del 1434 e ratifica dell’anno successivo da parte del Doge Francesco Foscari. Capostipite della famiglia comitale Brembati, ebbe tre figli: Mafeo, Giovanni e Giorgio, indicati dal privilegio imperiale, trascritto da Lazzaro di Corteregia in occasione della legittimazione dei figli di Jacobo Albani. Fra le varie facoltà concessegli dall’imperatore e trasmissibili ai discendenti “masculini sexus” vi era anche quella di nominare “notarios tabeliones iudices ordinarios et legitimare spurios, manzares, & C.”. Il contenuto del privilegio imperiale è conosciuto dalla famiglia poiché ad esso si accenna nel “Libro d’Oro della Nobiltà Italiana” (cfr. Ed. 1986-90 pag. 253) perché allora è ignorato dall’edizione 1959 di “Bergamo e i bergamaschi” del Belotti? (4)
de Brembate Georgius dominus comes sac. lat. imp. pal. Figlio di Davide, fratello di Mafeo e Giovanni, certamente vivo nel 1435, presumibilmente morto nel 1498. (4)
de Brembate Mafeus legum doctor dominus comes sac. lat. imp. pal. Figlio di Davide, fratello di Giovanni e Giorgio, certamente vivo nel 1435, presumibilmente morto nel 1498. (4)
de Brembate Johannes dominus comes sac. lat. imp. pal. Figlio di Davide e padre di Bartolomeo, certamente vivo nel 1435 e morto nel 1498. (4)
de Columbis Grata magnifica domina Moglie sterile di Jacobo de Albano, acconsente alla legittimazione di Antonia e Marcantonio, figli del marito e della ancella seu pedisequa Giovannina Valota, poi sposa di Tonino de Benalis. Nata fra il 1440 e il 1450, probabilmente morta dopo il marito assassinato (1503). (1)
de Curteregia Lazarus notarius imperiali autorictate È il notaio che redige con grande cura gli atti di legittimazione dei figli di Jacobo Albani e Giovannina Valota sottoscrivendone le copie, di cui una è quella trascritta. Interessante il suo cognome “de Curteregia” in quanto derivante da quartiere di Bergamo in cui aveva sede la “Curtis Regia” di antica origine longobardica. Secondo il Mazzi (cfr. “Corografia Bergomense” pag. 49, 50 e 51) essa era posta in Vicinia San Pancrazio, tra le odierne Via Gombito, P.zza Mercato fieno, Via S. Lorenzo e Via S. Pancrazio comprendendo l’attuale Albergo “Agnello d’oro”. La famiglia “de Curteregia” sicuramente una delle più antiche di Bergamo e discendente presumibilmente da funzionari “gasindi” della Camera fiscale di Bergamo.
de Gazavis (o de Cavazis) Vincentius publicus pergomensis notarius uno dei due secondi notai, facenti funzione di tabeliones, sottoscrittore dei due atti imbreviali e redatti da Lazzaro di Corteregia.
de la Valle Firmo sapiens legum doctor dominus teste dei due atti di legittimazione e donazione.
de Locatello Leo padre defunto di Filippo.
de Locatello Philippus teste dei due atti di legittimazione e donazione.
de Muzo Vincentius publicus pergomensis notarius uno dei due secondi notai, facenti funzione di tabelliones, ma di fatto non sottoscrittore della copia dei due atti imbreviati e redatti da Lazzaro di Corteregia. Certamente esponente della nobile famiglia dei Capitani di Mozzo, o Mozzo, o Mozzi.
de Pezis Catherina domina moglie di Francesco Albani e beneficiaria di una garanzia di 40.000. libre rilasciata da Jacobo Albani, zio del marito. Sebbene assolta dall’imputazione di aver assassinato o fatto assassinare nel 1503 lo stesso Jacobo, la sua posizione resta sospetta anche alla luce del documento trascritto. È chiamata Caterina Pecchie (Cfr. Belotti “Bergamo e i bergamaschi”) anche se da “de Pezzis” sembra verosimilmente derivare meglio “Pecci”.
de Robertis Petrus notarius probabilmente milanese il quale aveva redatto un atto d’impegno o garanzia rilasciata a favore di Caterina Pecchie, moglie di Francesco Albani, da Jacobo Albani zio del marito.
de Rumano Christoforus jusperitus spectabilis dominus teste nell’atto di donazione e procuratore nell’atto di legittimazione.
de Salandris Andreas teste dei due atti di legitti¬mazione e donazione.
de Salandris Guelminus padre del defunto Andrea.
de Valota Johanina ancilla seu pedisequa soluta Coprotagonista della vicenda. Questa soda ragazza di montagna - Valota ha tutta l’apparenza della derivazione bergamasca da Vall’Alta, in Val Seriana - Val’olta - Valota - non si sa se debba essere commiserata, ammirata o disperata. Certo è che, dopo aver portato lo scompiglio in Casa Albani accendendo le brame del maturo facoltoso Cavaliere e dopo avergli dato due figli e suscitato il risentimento del parentado, ottiene un’ottima sistemazione come moglie di Tonino Benaglio.
de Valota Toninus Padre ignaro di tanta figlia, morto prima del 1487.
de Villa Hyeronimus legum doctor spectabilis egregius dominus vicarius podestatis Pergami Anche con “parabula licentia consensu auctoritate decreto et insinuatione” suoi viene steso l’atto di donazione.
Foscari Franciscus serenissimus princeps domìni inclitus dux venetiarum Doge di Venezia tra il 1423 e il 1457. Heche Hermanus canzelarius miles referens Colui che alla Corte Imperiale di Basilea aveva “istruito la pratica” della nomina a conte palatino di Davide Brembati nel 1434.
Sigismundus serenissimus romanorum imperator, rex ecc. Sigmund, figlio dell’Imperatore Carlo IV di Lussemburgo, nato nel 1368, nel 1411 re di Germania e dei romani, nel 1419 re di Boemia, nel 1433 Imperatore, muore nel 1437 a Zneim in Austria. Il suo contrastato dominio dovette fronteggiare sollevazioni, secessioni e antagonismi d’ogni genere essendo condizionato fin da prima dell’inizio dalla terribile sconfitta inflittagli da Turchi a Nicopoli nel 1396. Per poterli ancora fronteggiare validamente fu costretto a tollerare la signoria di fatto indipendente degli altri avversari dei turchi, come la Serenissima e i regni balcanici.
Sligli Gaspar dominus Firmatario, per delega imperiale, del motu proprio di nomina a conte palatino di Davide Brembati del 1434.
Pisano Paulus magnifìcus generosus eques dominus Podestà di Bergamo nel 1498. Citando dal Sanudo il Belotti (cfr. Vol. III pag. 157, 158 di “Bergamo e i Bergamaschi”) riporta una sua frase su Bergamo, dalla relazione alla Serenissima del gennaio 1499: “esser bela terra e forte de sito, richi homeni et de ingegno si a la virtù come a le mercandantie et fedelissimi de la Signoria nostra”.
NOTE AI PERSONAGGI
(1) La famiglia bergamasca “de Albano”, oggi Albano S. Alessandro (cfr. A. Mazzi Corografia Bergomense pag. 7, 8) è una delle più antiche, essendo nota fin dal X secolo. Giunse all’apogeo nel XVI secolo, ma già molte personalità le avevano dato lustro. Fra le altre il famoso Mosè detto “del Brolo”, erudito autore del poema “Pergamenus”, scritto prima del 1112 su richiesta dell’Imperatore Alessio Comneno, per illustrare le bellezze della terra d’origine agli ignari bizantini. Visse a lungo a Bisanzio, godendo della fama che gli derivava dalla vastità e profondità della cultura. Circa le origini della famiglia ed i rapporti con gli Albani di Roma sembra utile uno stralcio dallo studio dell’Abate Elia Tiraboschi, precettore di Bonifacio e Leonardo Albani, figli di Venceslao , loro dedicato e pubblicato a Lodi nel 1845 da Leone Tettoni per i tipi di Claudio Wilmont e figli. “Gli scrittori quasi tutti, che fecero parola dell’origine di questo antico ed illustre casato, convengono nel credere che esso comune la tenga coll’altro dello stesso cognome, pure illustre ed antico, che aveva già stanza in Urbino. Questa opinione fondasi certamente nel sapere, come da ben più di due secoli queste due famiglie costantemente si riguardino fra loro di un medesimo lignaggio. E veramente in quella di Bergamo ci si offrono molti scrittori autentici, pei quali si fa palese che dal 1600 fino a’ dì nostri tra gl’individui sì dell’una che dell’altra, dura continua una gara reciproca nell’onorarsi siccome agnati. Per tacere di altri il cardinale Gianfrancesco Albani, che poi fu sommo Pontefice col nome di Clemente XI, più e più volte scriveva ai conti Albani di Bergamo come a suoi parenti, e loro con espresse parole osseverava che i suoi antenati singolarmente si pregiavano di avere con esso loro comune l’origine. Alle quali dimostrazioni ben corrispondevano quei di Bergamo, e specialmente i due che attorno il 1700 con apposito testamento chiamavano eredi que’ di Urbino, nel caso che la propria discendenza si avesse ad estinguere. Ma come accordare una tale opinione colla certezza che lo stabilirsi degli Albani in Bergamo fu di tanto anteriore al sopraggiungere in Urbino della famiglia dello stesso nome, la quale, d’Albania venendo, pigliava stanza in questa città dopo la metà del secolo XV? Imperciocché la sentenza di coloro, che a quest’epoca istessa riportano lo stanziarsi in Bergamo di quella che or vi fiorisce, è combattuta da tali argomenti da non potersi per verun modo sostenere. E per tutti può valere questo solo, che da istrumenti fatti negli anni 1042, 1045, 1048, che tuttora si conservano nell’archivio della cattedrale di Bergamo, è manifesto che fin d’allora questa famiglia faceva con quella cattedrale permute di alcune terre in Albano, villaggio a cinque miglia da Bergamo. (... omissis ...) Ad ogni modo certissimo si è questo, che dal mille sino a’ dì nostri in ogni tempo si offrono documenti autentici, e in tanta copia che il voler toccare anche de’ principali sarebbe soverchio, i quali dimostrano che dall’XI secolo questa casa ebbe in Bergamo sede continua. Per la qual cosa, essendo tutto questo fuor d’ogni dubbio, né potendosi d’altra parte negare a queste due famiglie la comunanza d’origine, della quale per sì lunghi anni è chiaro che vicendevolmente si onorassero, sembra si possa venire nella sentenza del Coronelli, che un ramo dell’Albana prosapia si trasmutasse un tempo d’Italia in Albania, e di là, per sottrarsi alle vessazioni de’ Turchi che la innondavano, si rifugiasse nuovamente in Italia dopo la metà del secolo XV, e, piuttosto che nell’antica patria, riparasse in Urbino, chiamatavi da miglior fortuna. Questa cosa da noi si toccava e per togliere le difficoltà che altri per avventura trovasse nel conciliare le già esposte opinioni, e perché dall’essere legata in parentela colla famiglia chiarissima di Urbino, nobil vanto, senza dubbio, risulta a quella di Bergamo, comeché già per sé stessa molto illustre”. La discendenza di Alessandro (n.c. 1375) esposta sia nell’albero genealogico pubblicato dal Belotti in “Bergamo e i bergamaschi” (Vol. III pag. 264), sia dall’Abate Tiraboschi (Tav. III e IV) può essere integrata con i dati del documento pubblicato:
Il documento del 1498 non fa menzione del titolo comitale, riferendosi ai “de Albano” in esso citati, cosicché si può escludere che, prima di Giangerolamo, figlio di Francesco, figlio di Domenico, figlio di Antonio, futuro Collateral Generale e Cardinale di S. Romana Chiesa alcuno della famiglia ne sia stato insignito. (2) In merito alle sembianze di Francesco e Giangirolamo Albani può forse interessare l’opinione espressa nella seguente lettera, rimasta senza riscontro probabilmente perché non pervenuta all’illustre destinataria: Ranieri Medolago Albani Via Montebello, 60 00185 – Roma
Napoli, 28 febb. 1980 Ch.ma Professoressa Mina Gregori c/o Poligrafiche Bolis SpA via Pinamonte da Brembate, 4 24100 - Bergamo Mi rivolgo a Lei, tramite l’editore del bellissimo volume Giovanbattista Moroni tutte le opere nella doppia speranza che questa nota possa esserLe inoltrata e che Le siano gradite espressioni di vivo apprezzamento e di ammirazione per il lavoro che tanto contribuisce a far conoscere un grande bergamasco. Desidero poi, se me lo consente, attirare la Sua cortese attenzione su quanto nel citato lavoro è poi riportato circa il magnifico ritratto, di proprietà Roncalli, il cui soggetto sarebbe stato Giangerolamo Albani, prima dell’imposizione della berretta cardinalizia da Pio V, Papa Ghisleri, già debitore della vita al futuro prelato. Se il dipinto è databile 1568, l’età del soggetto sarebbe stata, essendo nato nel 1509, di 58 anni; il dipinto invece rappresenta un personaggio di età notevolmente superiore. Anche ammettendo che le privazioni per la prigionia, le fatiche e le disavventure, avessero segnato molto profondamente le fattezze dell’Albani, ciò contrasterebbe con la durata ulteriore della sua vita, conclusa dopo altri venticinque anni operosissimi. Ancora, se si confrontano il dipinto in questione con il pregevole monumento funerario di S. Maria del popolo in Roma e con il dipinto di proprietà della “Venerabile Arciconfraternita della Nazione Bergamasca in Roma” - Via di Pietra, 70 - che certamente rappresentano il Cardinale Albani verso la fine della sua vita, quindi certamente postumi di vari anni anche del dipinto del Moroni, si notano differenze inconciliabili. Sia il monumento funerario che il quadro della V.A.B. rappresentano un individuo di età avanzata, ma ancora in forze, privo del caratteristico “bozzo frontale” del soggetto Moroni, con barba e baffi radi ed un viso florido e paffuto, di corporatura robusta e non longilinea, con un’espressione serena anche se tendenzialmente solenne. Il naso in particolare, le orecchie, il taglio delle labbra, l’arco sopraccigliare e le mani, in primo piano in tutte e tre le raffigurazioni, differiscono talmente da non lasciare dubbi in merito: il personaggio raffigurato dal Moroni non è il Conte Cavalier Giangerolamo Albani. Chi può essere il soggetto Moroni? Inanzi tutto mi permetto di dubitare della datazione 1568 del dipinto. Naturalmente è solo un’opinione personale, ma lo collocherei piuttosto tra il ‘57 e il ‘61 coevo di altri importanti ritratti della nobiltà bergamasca. Del resto il Moroni artista, proprio come tale, non poteva non astenersi dal prediligere una sola tendenza politica dei committenti, alienandosi nel caso contrario simpatie ed eventuali altre possibilità di lavoro. La faida Brembati-Albani, iniziata dopo il 1498, non arriverà al suo culmine che con l’assassinio di Achille Brembati in S. Maria Maggiore l’1 aprile 1563. In secondo luogo, anche volendo tener ferma la datazione al 1568, dobbiamo ricercare un personaggio della famiglia Albani di almeno una settantina d’anni, noto non solo per l’appartenenza alla nobile casata, ma per avvenimenti che l’avevano positivamente coinvolto nella vita pubblica. Il Conte cavalier Francesco Albani detto “Pater Patriae” e padre del Cardinale Giangerolamo, mi pare meglio risponda al caso, essendo nato attorno al 1480 ed avendo ricoperto importanti incarichi pubblici in momenti difficili per la città di Bergamo. Importanti in proposito oltre alle testimonianze del Ronchetti e del Belotti, quelle dell’Abate Elia Tiraboschi in un lavoro pubblicato nel 1843 a Lodi col titolo: Notizie genealogiche-storiche dell’antica e illustre famiglia Albani di Bergamo estratte dal teatro araldico e pubblicate da Leone Tettoni. La vorrei pregare, Ch.ma Professoressa, di voler controllare quanto indicatoLe - Allo scopo Le allego due modeste riproduzioni delle opere citate e fotocopia di uno stralcio riguardante Francesco Albani - e se lo riterrà, rettificare quanto già da Lei pubblicato. A Sua completa disposizione, mi permetta di esprimerLe ancora il mio plauso, condiviso spero da tutti coloro che amano Bergamo e tutto ciò che alla cara città può dal lustro e benemerenza. Con viva cordialità”. Sempre sullo stesso argomento, molto utile può essere il confronto con la riproduzione del dipinto della Biblioteca Civica e raffigurante il Card. Giangerolamo, d’età superiore a sessantun anno, pubblicata dal Belotti a pag. 265 del III vol. di “Bergamo e i bergamaschi” Ed. 1959. (3) La figura di Giangirolamo (o Giangerolamo) Albani deve essere considerata fra le più grandi e non solo di Bergamo. Essa è esemplare non solo per le eccezionali doti intellettuali e morali dell’uomo, ma mostra, per la multiforme attività svolta ad altissimi livelli, le capacità realizzate ed il costante personale impegno, anche nei frangenti più difficili e dolorosi, che distinguono i veramente grandi d’ogni tempo e luogo. Noter, organo della V.A.B. di Roma, pubblicava sul n. 5 del 1983 il seguente articolo: “Il mattino del 1 aprile 1563, Bergamo fu scossa da uno dei più nefandi delitti che la sua storia, pur sanguinosa e tormentata del Medio Evo e del Rinascimento ricordi. Due sicari avevano ucciso a colpi di archibugio il giovane conte Achille Brembati, mentre era raccolto in preghiera durante la S. Messa in Santa Maria Maggiore, preparandosi nel modo migliore alla imminente riconciliazione con Gianfranco Albani per porre fine così all’antica inimicizia fra le due illustri e potenti famiglie. Con maggiore sgomento e costernazione il risultato delle indagini, immediate ed energiche per la qualità della vittima e le circostanze del misfatto, indicò per mandanti i fratelli Giandomenico e Gianfrancesco Albani, proprio coloro con i quali la vittima avrebbe dovuto incontrarsi per rappacificarsi. Essi, Conti, Cavalieri de S.R. Impero, per privilegio concesso a loro padre ed ai discendenti, dall’Imperatore Carlo V, condottieri di alto grado della Serenissima, si erano però già dati alla macchia. Il fratello maggiore, Gianbattista, Patriarca di Alessandria, era evidentemente estraneo ai fatti e così pure le sorelle Lucia, Cornelia e Giulia. Solo il padre, all’oscuro della tragedia e delle macchinazioni dei figli, se ne stava tranquillamente nel castello di Urgnano. Su di lui si abbatté tutto il peso della giustizia e della esecrazione pubblica: trascinato in catene a Venezia, sottoposto ad immediato processo, fu privato di tutte le cariche e prerogative e condannato alla confisca dei beni ed al bando perpetuo. Da Venezia fu poi inviato alle segrete del forte di Ragusa (oggi Dubrovnik) in Dalmazia. Immaginiamo quest’uomo di circa 52 anni, precipitato in pochi giorni dalla splendida opulenza, dalla notorietà politica e letteraria, nell’anonimo squallore di una lugubre prigione, coperto d’infamia e senza una ragionevole speranza, per il delitto commesso dai figli da lui lanciati in brillanti carriere, con ricchezze ed onori. Laureatosi giovanissimo a Padova in giurisprudenza civile e canonica, profondo conoscitore della cultura classica, si era ben presto imposto all’attenzione del governo della Serenissima, che, affidandogli incarichi politici, diplomatici e militari sempre più impegnativi, lo aveva portato rapidamente ai più alti livelli concedendogli, fra l’altro, il grado di Collateral Generale di tutte le truppe. Sposato a vent’anni, dopo circa dieci di felice matrimonio, aveva subito lo strazio di veder spegnere la giovane e bellissima moglie, Laura Longhi. Nonostante i numerosi e gravosi impegni, non aveva trascurato gli studi ed aveva pubblicato opere di rilievo: De cardinalatu, ad Paulum III Pont. Max. (1541); De potestate Papae et Concilii (1544); Pro oppugnata Romani Pontifìcis dignitate et Constantini donatione adversus obtrectores, libri tres (1547); De immunitate Ecclesiarum, eorumque qui ad eas confugiunt (1555); Disputationes ac Consilia (1556) Lucubrationes in Bartholi lecturas, sive commentaria (1559); ecc. Nella sua terribile condizione, solo la Fede convinta e il forte carattere, temprato dalle fatiche fisiche e mentali, potevano sostenerlo ed allontanarlo dall’abisso della disperazione e, forse, dalla demenza. Superato il primo periodo di smarrimento e prostrazione, il suo spirito riprese lentamente il controllo della mente dandogli la capacità di superare il tormento della solitudine e dei mille disagi fisici. Scrivendo, sembra inizialmente con piccoli legni carbonizzati sulle pareti della cella, poi con mezzi più adatti procurati dagli stessi carcerieri ammirati da tanta forza d’animo, «el prison G. Gir.mo de Bergomo» narrò le sue vicende in De carcere. Prese ad esaminare con distacco la precarietà delle condizioni umane in De mundi contemptu, si rivolse poi con amore filiale e reverente alla Madonna con Ad Beatam Virginem. La sua meditazione e preghiera continua fu inframmezzata dalla stesura di versi d’occasione, per allietare i compagni di prigionia, o che gli venivano commessi dai carcerieri, o da estranei loro tramite. Le vie della Provvidenza sono veramente infinite: nel 1566 fu elevato al Soglio Pontificio il domenicano Card. Antonio Ghisleri, già vescovo di Sutri ed inquisitore teologico a Pavia; il futuro San Pio V. Nel 1550 l’allora fra Ghisleri era stato inviato a Bergamo come inquisitore, per combattere la Riforma e le eresie che sembra avessero contagiato anche il vescovo Soranzo. L’arresto del dottore «in ambe le leggi» e notaio Giorgio Medolago (che morirà poi ai Piombi di Venezia) aveva provocato la sollevazione della Vicinia «S. Grata inter vites», dove abitava il Medolago molto stimato e benevoluto e l’inquisitore corse il rischio di essere linciato. Il giovane conte Giangirolamo, suo coadiutore, lo sottrasse alla folla e lo condusse in salvo nel munito castello di Urgnano. Una delle prime azioni del neo Pontefice fu quella di pagare il debito di riconoscenza contratto in quella circostanza. Richiese un atto di clemenza a Venezia, che, non potendo liberare il condannato, ne autorizzò l’esilio a Roma. Intanto i due figli Giangirolamo e Gianfrancesco si andavano coprendo di gloria e di onori al servizio di vari sovrani e combattendo contro i turchi. Alcuni anni dopo, non opponendosi i Brembati, Venezia, sotto la pressione internazionale e volendo recuperare due condannati, dimostratisi tanto valorosi, prima attenuerà e poi annullerà le condanne. Gianfrancesco morirà infatti a Bergamo nel 1588. Giangirolamo a Roma, entrato nell’Ordine degli Agostiniani, riceve l’ordinazione sacerdotale nel 1567. Nel 1569 viene nominato Protonotaro Apostolico, poi Chierico di Camera, poi Governatore della Marca d’Ancona. Nel 1570 elevato alla porpora col titolo di S. Giovanni «ante Portam Latinam» e, per decreto del Senato di Roma nel 1571, viene dichiarato con tutta la discendenza nobile romano aggregato all’Ordine Senatorio. Tanta era la fama del suo sapere, senno e santità di costumi, che non solo gli furono affidati importantissimi incarichi amministrativi, diplomatici e militari, ma fu proposto in ben due, dei cinque conclavi a cui prese parte, alla successione di Pietro. Dopo S. Pio V, Gregorio XIII, Sisto V e Urbano VII si avvalsero continuamente della sua abilità diplomatica, che gli consentì di annoverare fra gli amici personali anche l’imperatore Massimiliano II e il re di Spagna Filippo II. Morì senza aver rivisto la sua Bergamo a 82 anni a Roma e fu sepolto in S. Maria del Popolo dove un piccolo, ma pregevole monumento, tatto erigere dal figlio Giandomenico ce ne ricorda le fattezze e le benemerenze. Un suo ritratto è conservato nella civica biblioteca di Bergamo. Un altro appartiene alla VAB di Roma e lascia quindi (sarebbero opportune approfondite ricerche) presumere la sua appartenenza alla nostra Arciconfraternita e non certo come membro da poco.
(4) Sembra utile riportare lo schema della genealogia Brembati, desumibile dal documento 1498 e da integrare con quella pubblicata dal Belotti in “Bergamo e i bergamaschi”, vol. III pag. 288 ed. 1959. La residenza della famiglia in Bergamo era il bel palazzo quattrocentesco presso Porta San Giacomo, conosciuto oggi come Palazzo Perini.