I due figli del Cavalier Giacomo Albani - Parte 3ª
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I due figli del cavalier Giacomo Albani
I due figli del Cavalier Giacomo Albani - Parte 1ª
I due figli del Cavalier Giacomo Albani - Parte 2ª
La progressione della faida, tratta dall’opera del Belotti, alle cui 110 dense pagine si rimanda chi ne volesse di più, può essere così riassunta.
- 1551 I rettori di Bergamo (Podestà e Capitano nominati per una durata di 14 mesi direttamente dal governo di Venezia) Francesco Veneri e Giulio Gabriele Rettori, tentano inutilmente di far conciliare il conte Giangirolamo Albani con il coetaneo (n. 1509) conte Gianbattista Brembati, noto letterato, esperto in scienze militari e valente spadaccino. In tale periodo Gianfrancesco Albani, giovane figlio secondogenito (n.c. 1530) di Giangirolamo si fa scusare presso il conte Gianbattista Brembati, non avendolo salutato incontrandolo, per non incorrere nelle ire paterne;
- 1554 Gianbattista Brembati subisce da Gianfrancesco Albani, una “mentita”, ossia viene accusato di mendacio;
- 11/6/1555 Il dottore “in ambo le leggi” Giangirolamo Albani, conte e cavalier aurato di Cesare, è nominato Collateral Generale, ossia vice comandante generale delle truppe di terra della Serenissima;
- 12/4/1556 I rettori di Bergamo informano il Consiglio dei Dieci di Venezia che alcuni giorni prima c’era stato “un poco di guerra” tra il cavalier Leonino Brembati e il conte Gianbattista Brembati, da una parte e il conte Gianfrancesco Albani dall’altra. Quest’ultimo è definito “giovane di molto valore e molta modestia”, È stata fatta immediatamente la pace “talché ogni cosa è passata benissimo”;
- 1/1557 Il Collateral Generale si presenta ai rettori di Bergamo chiedendo che prendano provvedimenti contro il conte Gianbattista Brembati, appena nominato colonnello dell’esercito spagnolo, perché spia, in complicità con uno Sforza Visconti e un dall’Olmo, bandito da Bergamo e residente a Milano. La nomina a colonnello sarebbe stata infatti premio dell’attività a favore dello straniero;
- estate 1560 Poiché la tensione cresce, coinvolgendo gli “aderenti” delle due parti, il nobile Alvise Gritti inviato da Venezia tenta la pacificazione tra le due famiglie, ma le condizioni vengono respinte da Gianfrancesco Albani;
- 10/1560 Gianfrancesco e Giandomenico Albani (n.c. 1533), figli del Collaterale, con l’aiuto di tale Ottaviano Barcella, di un cavalleggero di Milano detto “il Vallino”, di alcuni archibugieri, tra i quali un certo Geronzio, tendono di sera un’imboscata presso l’attuale Porta S. Giacomo al conte Gianbattista Brembati. Questi però, con i suoi quattro bravi, si difende bene e riesce a sottrarsi agli aggressori;
- 10/12/1560 Scalpore e indignazione a Bergamo per tale tentativo di omicidio. Gianfrancesco Albani è condannato al confino per due anni nella città di Venezia;
- autunno 1561 A Venezia viene scoperta la trama, ordita da Gianbattista Brembati, per far assassinare Gianfrancesco Albani ivi confinato. Carlo Frasone, incaricato del “negozio” dal Brembati, si sottrae all’arresto con la fuga a Milano ed il suo mandante, avvisato in tempo, lo segue;
- 24/12/1561 Antonio Mazza, segretario del governatore di Milano, scrive al Consiglio dei Dieci di Venezia informandolo che il Brembati, sollecitando il suo intervento, si dichiarava estraneo al fatto, pronto a far conoscere la verità, ma non disposto a subire l’arresto e la detenzione nel timore “di venir astretto a far cosa che li disconvenga a l’honor suo”, né di essere disposto a pacificarsi con gli Albani che alle condizioni già proposte dal Gritti (e già respinte dalla controparte);
- 26/2/1562 È celebrato il processo al contumace Gianbattista Brembati. Riconosciuto colpevole, è condannato al bando perpetuo dalla Serenissima e sulla sua testa vien posta una taglia di tremila lire di “pizzoli”, vivo o “fatta legittima fede dell’interfetione”. A Bergamo polemiche, ire, contestazioni e gran rumore, sollevato dai Brembati e aderenti, i quali gridano all’ingiustizia e ad un’ulteriore prova della soperchieria del Collateral Generale. Né gli Albani sembrano placati poiché l’avversario vive ancora tranquillamente a pochi decine di miglia, sotto la protezione spagnola e senza minimamente patire le pene dell’esilio, dotato com’è di larghi mezzi finanziari e di amicizie altolocate;
- 26/3/1562 Una lettera anonima, o “ricordo” è indirizzata “Al Ser.mo Principe et alla Ill.ma Signoria” perché “... li metta sesto et mandarli tutti questi infra scritti a dimandar, perché se non li provvede andarà tutta questa cita in malora...”. Nella lista allegata di coloro che avrebbero dovuto essere “dimandati”, ossia convocati a Venezia, facevano parte, oltre al Collaterale, sette confederati con Gianbattista Brembati e Achille suo fratello, “li quali sette hanno fatto certi istrumenti di acordio per sotometer la parte adversa in compromisso cum questi sue cervelli legeri a fatto et fa bisbilio et mette sotto et sopra noi poveri citadini”. Fra gli altri facinorosi sono nominati: Alessandro e Gio. Antonio Lupi, Gerolamo e Gio. Batt.a Grumelli , Giacinto Benaglio e suo figlio , alcuni Lanzi e Marenzi, Cesare e Gerolamo Agosti, Giacomo Secco, Annibale e Febo Solza, Zavagnolo Colleoni ed Enea Tasso;
- metà marzo 1563 Giovanfrancesco Albani, con Ottaviano Lupi, si presenta al podestà Marcantonio Morosini dichiarando di voler chiudere i suoi contrasti con Giambattista Brembati e far pace con lui. Viene proposto d’invitare per i necessari accordi, in rappresentanza di Gianbattista esule, il fratello Achille, abitante in villa alle Crocette poco lontano dalla città;
- domenica 28/3/1563 Orazio Calepio , amico di Achille Brembati, lo incontra presso le Crocette mentre in tutta fretta e con buona scorta si avvia verso Bergamo, dove è stato convocato dal podestà per far la pace con l’Albani. Due giorni dopo il podestà comunica al Brembati che l’Albani ha dato la sua parola; che la pace perciò può dirsi conclusa; che l’appuntamento per definire ogni cosa è fissato per giovedì di passione, 1 aprile e che cosa saggia sarebbe però che prima le parti chiedano perdono a Dio e perciò sentano la Messa in S. Maria Maggiore, dove si celebrano le consuete funzioni quaresimali;
- giovedì 1/4/1563 Giampiero Borella incontra Achille Brembati mentre questi, accompagnato solo da tre servitori disarmati, si avvia a S. Maria. Pur meravigliandosi per l’allegra noncuranza dell’amico, il Borella si unisce alla comitiva. “Stava per finire la predica di quaresima. E dopo la predica, essendo cominciata una messa all’altare di San Martino, il Brembati si avvicinò per ascoltarla e si inginocchiò su un banco; il Borella gli stava un poco indietro. Finito il Prefazio - raccontò poi costui - si sentì un rumore di passi farsi vicino. Poi un giovane avvolto in un mantello - ed era il conte Manfredo Lando - si avvicinò in atto di assistere pure alla celebrazione. Ma quando il sacerdote, giunto al Sanctus, alzò l’ostia consacrata, si sentì un colpo d’archibugio, e si vide il conte Achille, che stava curvo in atto di devota pietà, alzarsi improvvisamente, appoggiarsi sul banco dietro di lui e gridare con lungo lamento: - Oh! Dio! - Evidentemente egli era stato colpito e infatti la sua cappa fumava. Nel tumulto e nel disordine che subito ne seguì, com’è facile immaginare, il conte Lando, che si sapeva spalleggiato dai complici presenti in Santa Maria, balzò in piedi sul banco gridando “ammazza, ammazza”, e puntando contro il capo del Brembati una pistola. Il Brembati ebbe tuttavia la forza di parare il colpo col braccio destro, che gli rimase però quasi stroncato: poi, così ferito, si diede a fuggire per la chiesa verso la porta che dà sulla piazza. Si erano mossi frattanto gli altri complici e con essi il capo dell’orrenda impresa, Gio. Domenico Albani, che pure era in chiesa, e si erano gettati all’inseguimento del Brembati colle spade sguainate; inoltre sotto le sacre volte del tempio erano risuonati due altri colpi di archibugio. Ma fuori, sulla piazza, era stato udito il rumore e accorreva gente, per il che Gio. Domenico Albani e i suoi complici, visto il pericolo, tornarono indietro e fuggirono rapidamente dall’altra uscita della chiesa. Il povero Brembati allora fu pietosamente raccolto. Gli amici e i gentiluomini che lo sostenevano andavano dicendoli: - Coraggio, conte, coraggio! Non abbiate timore. - Ma il ferito doveva sentire che il colpo era mortale, perché a sua volta andava supplicando: - Confessione, confessione, per amor di Dio, ché io son morto! - Si vedeva infatti che gli andavano rapidamente mancando le forze; e così fu disteso a terra sotto i portici del palazzo del Comune, mentre si aspettava il parroco di S. Vincenzo, chiamato in tutta fretta. Il parroco venne, s’inginocchiò accanto al moribondo e gli domandò se si pentiva dei suoi peccati e se perdonava i suoi offensori: e il Brembati, che aveva il sangue alla gola e non poteva più parlare, fé cenno di sì con la testa. Dopo di che, e mentre i pietosi attorno si accingevano a porlo sopra una poltrona per trasportarlo in una bottega di barbiere accanto, sotto la scala del palazzo comunale, “aprendo fòrte gli occhi et guardando intorno, spirò”. Attorno a lui, e sul suo cadavere erano accorse e si erano gettate piangendo la moglie, che era Minerva, della famiglia Rota, la madre (Maddalena Gambara n.d.r.) e la sorella Emilia. E tali erano allora gli animi che, avendo la madre avuto il volto macchiato del sangue dell’infelicissimo figlio, abbracciando il cadavere, per tutta la vita non lo volle lavare mai più, come essa stessa ripeteva fieramente ancora negli ultimi suoi anni. Achille Brembati era giovane ancora, alto, ben fatto, di nobile aspetto, ed è dipinto dalle testimonianze siccome buono, conosciuto per “riaver sempre havuto carica di governar luoghi pii, e amatore dei poveri che ancor lo piangono hoggidì”. Giandomenico Albani, con i suoi sicari, dopo qualche scambio di colpi con alcuni inseguitori, raggiunge la casa presso le mura, affittata allo scopo da Gianbattista dall’Olmo e calatosi in basso, fugge con essi per le campagne, come aveva predisposto. Il podestà Morosini si reca immediatamente dopo il fatto alla casa Albani, che era di faccia al Monastero di santa Grata e vicina alla casa degli Olmo e avendola trovata chiusa batte furiosamente alla porta finché non gli viene aperto. Gli si presenta pallido e agitato Gianfrancesco ed egli lo investe violentemente: “A questo modo si tradiscono i galantuomini? Ed io che m’ero fidato della vostra parola e aveva fatto venire quell’infelice! Ha! Conte Francesco è questa la pace che mi avete fatto trattare?” Pallido e muto l’Albani ascolta, né ribatte di fronte alle minacce del Morosini che gli vieta di allontanarsi. Più tardi Gianfrancesco e il fratello Gianbattista vengono arrestati, mentre il Collateral Generale parte per Venezia. È dubbio se sia partito dalla casa di Bergamo o da Urgnano, dove soleva soggiornare, non appena giuntagli notizia del misfatto;
- 2/4/1563 Viene immediatamente aperta l’istruttoria e fatta una relazione preliminare per il Consiglio dei Dieci. “La tragedia era gravissima per sé, per le ripercussioni che avrebbe avuto nella città travagliata dalle divisioni e dalle inimicizie, e per le aspettative di giustizia che ragionevolmente si sarebbero create nell’animo della popolazione: per questo riguardo la cosa appariva singolarmente delicata, soprattutto per la posizione eminente di Giangirolamo Albani, per le sue relazioni e amicizie che inevitabilmente si sarebbero commosse e mosse a favor suo.” Intanto viene arrestato Bernardino Licini responsabile del controllo dell’ingresso dei forestieri in città;
- 5/4/1563 Arresto a Venezia di Giangirolamo Albani, deliberato la mattina stessa dal Consiglio dei Dieci d’accordo con il Doge, affinché sia immediatamente sentito dal Collegio ordinario “etiam con tortura, se cossi fosse al detto Collegio parerà” e perché sia fatta un’accurata perquisizione della sua casa. Partono per Bergamo precisi e severi ordini sia in merito alla istruttoria che deve essere accurata e rapida, sia per l’apertura d’indagini per accertare le complicità nella incredibile fuga degli assassini, sia per il trasferimento degli arrestati a Venezia sotto forte scorta a scanso di sorprese e tentativi di fuga. Viene anche richiamato pesantemente all’ordine il conte Lucrezio Scotti, comandante dei cavalleggeri di stanza a Crema, il quale era molto riluttante a comandare la scorta dei prigionieri, come gli era stato ordinato, perché “cosa di pregiudicio dell’honor suo di soldato”;
- 7/4/1563 Il Consiglio dei Dieci scrive al Duca di Ferrara chiedendogli l’arresto di Giandomenico Albani, il quale si era saputo che si era rifugiato dal cognato Faustino Avogadro, marito della poetessa Lucia Albani figlia del Collaterale e protetto dal Duca;
- 18/4/1563 Poiché la cancelleria ferrarese aveva fatto sapere che per quanto la riguardava si sarebbe limitata ad espellere dal territorio di giurisdizione il sospettato, il Consiglio dei Dieci risponde rammaricandosi e chiedendo l’arresto del fuggiasco ai governi dei territori circostanti: Mantova, Urbino, Firenze e Savoia. A Villafranca nel mantovano si era infatti rifugiato Giandomenico Albani, con due complici. Questi ultimi saranno arrestati, ma il reo principale vi rimarrà indisturbato;
- 8/5/1563 L’istruttoria del processo è a buon punto; gli autori e molti complici o implicati nel delitto identificati. Alcuni di essi arrestati con l’ausilio prezioso e interessato dei Brembati e loro “attinenti”. Quattro ricercati infatti erano già stati catturati dall’organizzazione Brembati; due in territorio milanese e due in territorio piacentino e parmigiano. Le complicazioni diplomatiche sorte per appianare le difficoltà di arresti fuori della giurisdizione veneta e con violazione della sovranità di altri stati, dureranno fino alla fine di agosto. Il Consiglio dei Dieci scrive a Bergamo: “Desiderando noi haver in dessegno la casa del Collateral general con tutti li soi appartamenti cossì delle stantie come delle sale, schale, loggie, scalla, corte, con l’intrada della detta casa et pavimento della strada che vien dalla Chiesa di S. Maria Major alla casa de quelli dall’Olmo et alla casa del detto Collateral et medesimamente haver il dessegno della casa delli detti dall’Olmo et della muraglia della città che viene ad esser driedo la ditta casa, per donde fugirono quelli scellerati del caso del qu. Achille Brembato, per il che vi commettiamo colli Capi del Consiglio nostro di Dieci che facciate far un modello de relievo de carton delli luoghi sopradetti in quella minor forma che vi parerà, facendolo far da persona perita et fedel, et adriciandolo alli Capi predetti quanto più presto”. Il lavoro sarà eseguito in pochi giorni e “laudato per la diligentia usata dall’Ingegnere che l’ha fatto et condutto qui”;
- 12/7/1563 Avendo ascoltato a Venezia per “intender de certe cose” il Vicecollateral Leonardo Albani, parente del Collateral ed ordinando il Consiglio dei Dieci di arrestare, oltre a quattro altri presunti complici, anche Pasquale Cucchi, fratello di Gianpaolo Cucchi detto Frà, resosi irreperibile e “cohoperator nel caso della morte del qu. Conte Achille Brembati”, l’istruttoria può dirsi terminata;
- agosto 1563 È celebrato il processo davanti a trenta giudici ordinari. Interviene anche la sorella dell’assassinato, Emilia, la quale si acquista fama di grande oratrice, commuovendo fino alle lacrime giudici e uditorio per la sua eloquenza e con la decisa richiesta di una sentenza esemplare che punisca adeguatamente gli uccisori del suo fiducioso, buono e sfortunato fratello;
- 1/9/1563 Viene emessa la sentenza. Giandomenico Albani, organizzatore dell’assassinio e tutt’altro che pentito “che quelli huomini par miei non s’inducano a fare tali operationi, se non mossi da ragioni giuste e ragionevoli” com’ebbe a scrivere più o meno nello stesso periodo egli stesso, è condannato al bando perpetuo, alla confisca dei beni, alla pena di morte, se caduto nelle mani della giustizia veneta, con una taglia di mille ducati vivo o morto. La morte al quale è condannato è la più iniominosa e feroce: “... posto in una piata sopra un solare eminente et per il Canal Grande condutto a santa Croce, continuamente proclamando un comandador la colpa sua, ove per il ministro della giustizia gli sia tagliata la man destra via dal brazzo, colla quale ligata al collo sia trascinato a coda de cavallo in mezzo alle due colonne di San Marco, ove sopra un soler eminente gli sieno prima date diese botte de tenaglia affogada et poi sia discopado et poi squartado in quattro parti da esser appesi nei soliti luoghi”. Manfredo Lando, il giovane ventiquatrenne già rotto ad ogni impresa scellerata che aveva inferto il colpo mortale e che era chiamato “el conte piasentin”, alla stessa pena e con taglia di cinquecento ducati. Alla stessa pena e con taglia di duemila lire di pizzoli alcuni dei principali complici: Porto de’ Porti da Modena, Baccio di Piero da Firenze e Sauro Romano, già soldati a Crema. Ancora Francesco Romano, Ettore da Piacenza, ex servitore di Faustino Avogadro a Brescia e Gianpaolo Cucchi da Bergamo, detto “frate”. Anche Ottaviano Lupi è condannato al bando perpetuo con taglia di cinquecento ducati e alla pena di morte, ma con decapitazione senza torture. Queste sentenze resteranno però lettera morta perché i condannati sono “absenti”. Verranno eseguite invece le sentenze a carico di Cesare Romano, Giovanni da Grumello, Bernardo d’Antegnate, Radomonte da Canavin e Innocente Manara, detenuti. I primi quattro alla pena di morte con le atrocità preliminari, il Manara alla decapitazione “semplice”. Il capitano Rota e Grazio da Urgnano, servitore degli Albani, al bando, il primo per dieci e il secondo per sei anni, con una taglia di cinquecento lire di pizzoli a testa. Assolti sono: Agostino da Mantova, Fracasso il cavalcante, Pasquale Cucchi, Cesare Agosti, Domenico Tintorelli, Bernardino Licini e un servitore dei Cucchi, pure detenuti. Cristoforo Cremonese era morto “di petecchie” nelle prigioni di Bergamo. È poi la volta degli Albani detenuti. Gianfrancesco, ritenuto complice del fratello Giandomenico quanto meno nell’udire l’inganno della proposta di pace e tenendo conto del precedente tentativo d’assassinio di Gianbattista Brembati, è confinato in perpetuo a Retimo nell’isola di Creta e, in caso di fuga dal confino, alla decapitazione, con una taglia di mille ducati vivo o morto. Gianbattista, del quale non era dimostrata la partecipazione diretta all’assassinio, ma l’aiuto indiretto per l’ingaggio dei sicari di Crema, è confinato per cinque anni a Cherso (o Ossero) isola del Quarnaro. Dopo scontato il confino, bandito in perpetuo dalla Serenissima, con taglia di cinquecento ducati vivo o morto ed a “morir nella prison forte” se ricaduto nelle mani della giustizia veneta;
- 2/9/1563 in seduta speciale si decide la sorte di Giangirolamo Albani Collateral Generale, il quale si è sempre protestato innocente ed estraneo al fatto. Al quesito se egli sia perseguibile, la risposta è affermativa con 27 voti su 30. Egli è infatti ritenuto colpevole, quanto meno, di negligenza “in vigilando” nei confronti dei figli, Giandomenico specialmente, del quale non poteva essergli ignota l’indole scapestrata e feroce. In conseguenza, non senza contrasti ed a maggioranza semplice, viene destituito dalla carica di Collateral Generale, confinato per cinque anni nell’isola di Lesina in Dalmazia e, scontato il confino, al bando perpetuo da Venezia e suo distretto, con taglia di mille ducati vivo o morto ed a “morir nella prison forte” se ricaduto in mano alla giustizia veneta;
- 4/9/1563 Pubblicazione della sentenza a Rialto, in Venezia;
- 9/9/1563 Pubblicazione della sentenza a Bergamo, con grande scalpore, disagio e contrastanti reazioni;
- sabato 11/9/1563 Esecuzione delle sentenze di morte. Vi assiste anche Gianpiero Borella, il quale commenta, con alcuni altri spettatori e con rammarico, che nessun Albani vi è sottoposto; - 7/11/1563 Giambattista Albani giunge al confino di Cherso;
- 13/11/1563 Giangirolamo giunge al confino di Lesina;
- 17/2/1564 Porto de’ Porti manda da Viadana a Giandomenico Albani, tornato a Ferrara, un cartello di sfida in cui lo accusa di avergli sottaciuto lo scopo della sua convocazione a Bergamo, in occasione dell’omicidio di Achille Brembati e di essere stato quindi, suo malgrado, coinvolto nel fatto e condannato dal tribunale veneziano. L’Albani ritorce immediatamente le accuse, citando addirittura il notaio, tale Mucorino, che aveva redatto le ricevute dei denari, intascati da Porto per le sue prestazioni e riservandosi di dargli a tempo opportuno “il castigo conveniente al suo demerito”;
- 4/4/1564 Gianfrancesco Albani giunge al confino di Retino;
- primi di maggio 1564 Si sparge la notizia dell’assassinio a colpi d’archibugio del cavalier Gianbattista Grumelli, il quale aveva sposato Maria, figlia di Gabriele Albani, lontano cugino di Giangirolamo ex Collateral Generale. Fra gli assassini è riconosciuto un servitore di Gianbattista Brembati, Stefano da Treviglio; il mandante è quindi sicuramente il suo padrone. La madre dell’ucciso, Medea, con i fratelli Giangirolamo e Marcantonio, va a Venezia a chiedere giustizia;
- 17/5/1564 Il Consiglio dei Dieci fa pubblicare il bando di ricerca di Stefano da Treviglio e di Gianbattista Brembati, con salvacondotto per quest’ultimo, purché si presenti entro quindici giorni alla giustizia veneta;
- 26/7/1564 Processo e sentenza contro Gianbattista Brembati e Stefano da Treviglio, contumaci. Il trevigliese viene condannato al bando perpetuo, con taglia di duemila lire di pizzoli, vivo o morto. Il Brembati viene nuovamente bandito con una taglia aggiuntiva di mille ducati, vivo o morto e la facoltà per chi lo avesse catturato, o ucciso, di liberare altri ed anche se stesso dal bando;
- primi di agosto 1564 Il Consiglio dei Dieci fa pubblicare a Bergamo un proclama che, oltre a garantire l’impunità, promette taglie da quattrocento a mille pizzoli per chi dia informazioni sugli altri assassini del Grumelli. Se poi un complice riuscisse ad uccidere Gianbattista Brembati, avrebbe l’impunità e tutti i benefici contenuti nella condanna del 26/7. Il Brembati, preoccupato, chiede ed ottiene (17/8) dal governatore di Milano il permesso di aumentare la sua scorta di bravi fino al numero di “veynte y quatro”;
- 12/1564 Attentato a Davide e Leonino Brembati, a caccia nel Vercellese, da parte di un gruppo d’archibugieri. Le vittime designate si salvano, ma resta ucciso tale Francesco da Vercelli;
- 11/1/1565 Altra deliberazione del Consiglio dei Dieci che promette taglie e immunità a chi consegni o dia utili notizie per la cattura degli assassini di Francesco da Vercelli e degli altri attentatori dei Brembati;
- 7/1/1566 Al Soglio pontificio sale Michele Ghisleri, domenicano ex inquisitore a Bergamo e amico di Giangirolamo Albani. Questi gli aveva salvato la vita, sottraendolo alle ire dei sostenitori del notaio e causidico Giorgio Medolago, arrestato per eresia (1536). Da questa data la Santa Sede, con le sue legazioni presso i vari regnanti, comincia a premere su Venezia per la revoca del bando degli Albani, almeno di quello a carico dell’ex Collateral Generale. Venezia si oppone sempre, sia adducendo la sacrilega ferocia degli assassini condannati, sia per il discredito che ne sarebbe derivato al proprio apparato giurisdizionale, sia per ovvie motivazioni di ordine pubblico;
- 23/3/1566 “Jo el Rey” Filippo II di Spagna, a istanza di Gianbattista Brembati ordina che, su richiesta dello stesso istante, o di suo procuratore, si proceda all’arresto immediato, se sorpresi nei territori del suo impero, con condanna alla pena meritata secondo giustizia, degli Albani e complici dell’assassinio di Achille Brembati; “todos complices y recomdamnados y bandidos”, con i soliti benefici per chi li uccidesse o li consegnasse alla giustizia. In tale ordine è precisato il ruolo di ideatore e organizzatore di Giandomenico “haviendo, por medio de Ju. Francesco de Albanis, su hermano, y de Octavian Lupo de Bergamo e que embiasse a illamar al Conde Aquiles Brembado... dando a entender que era para tractar paz y concordia”. A Giangirolamo invece è attribuita la responsabilità di aver dato “consejo y favor”. Sono elencati pure, oltre a Gianbattista Albani, gli altri rei: Pietro Rota, Porto de’ Porti, Ettore di Soragna, Gianpaolo Cucchi, Baccio da Firenze, Sauro Romano e Francesco Fontanella. Ancora è precisato che l’inimicizia era soltanto fra Gianbattista Brembati e Gianfrancesco Albani “entre los quales dos solamente avia anemistad”;
- 12/8/1566 Viene scoperta e resa pubblica la corrispondenza del capitano Pietro Rota e Ottaviano Lupi, rifugiatisi a Lugo e in accordo con Giandomenico Albani, con Febo Colleoni di Bergamo, per preparare attentati contro Salvo Lupi e Marcantonio Olmo, ovvero Girolamo e Gianbattista Solza, amici personali e parenti di Gianbattista Brembati;
- 13/8/1566 Muore a Milano a 42 anni Minerva Rota, vedova di Achille Brembati;
- novembre 1566 Si scontrano per due volte a Bergamo i bravi delle due parti. Lettere allarmate dei rettori di Bergamo al Consiglio dei Dieci;
- 13/5/1567 Gianfrancesco Albani fugge da Retimo. Si rifugerà a Costantinopoli acquistandovi grande fama come uomo d’armi e di corte;
- primi di giugno 1567 Bernardino Albani è aggredito e ferito in pubblico da due soldati, i quali cercano la fuga calandosi dalle mura, come gli assassini di Achille Brembati, ma vengono catturati. Quattro bravi delle due fazioni si esibiscono sulla pubblica piazza, con minacce e insulti, ma vengono bloccati prima di poter passare a vie di fatto. Altre lettere preoccupate dei rettori;
- 16/6/1567 Il Consiglio dei Dieci convoca a Venezia i capi delle due fazioni. Per quella Albani, Enea Tasso, Febo Colleoni, Cesare Agosti, Gianbattista Cagnola e Giacomo Rota e per quella Brembati, Salvo, Giacomo e Gerolamo Lupi, Gianbattista, Federico, Ezechiele Solza e Marcantonio Olmo;
- 24-25/3/1568 A richiesta di Gianbattista Brembati il Governatore di Milano, duca di Albuquerque, rende pubblico, con grida del banditore Ambrogio Pisoni, il decreto di Filippo II del 23/3/1566, del bando degli Albani e complici. Ciò sembra a dimostrazione dell’insanabile inimicizia del Brembati con gli Albani;
- 3/5/1568 Il Consiglio dei Dieci comunica a Bergamo che “essendoli cossì comandati” i riottosi e rissosi bergamaschi si sono abbracciati davanti ai Capi del Consiglio, facendo la pace “perché le offese non sariano più giudicate particolari, ma publice”. Circa l’adesione alla pace da parte del bandito Gianbattista Brembati “promisero i Solzi e consorti che esso osservaria questa pace”;
- 17/5/1568 I rettori di Bergamo scrivono al Consiglio dei Dieci esprimendo la soddisfazione generale dei cittadini per il ritorno alla tranquillità;
- 9/1568 Scontato il confino, Giangirolamo Albani lascia Lesina e, via Urbinio, si dirige a Roma;
- 1/1/1569 L’Albani, con il figlio Gianbattista anch’egli reduce dal confino, si presenta all’“oratore” veneto a Roma offrendo i suoi servigi a Venezia. Si dichiara inoltre fiducioso nella benevolenza del Pontefice, al quale farà dono dei suoi lavori letterari durante il confino;
- primavera-estate 1569 Pio V nomina Governatore delle Marche Giangirolamo Albani;
- 17/5/1570 Pio V alla porpora col titolo di Cardinale di S. Giovanni ante portam latinam l’ex Collateral Generale e dottore in ambe le leggi;
- 7/6/1570 Si raduna il Consiglio dei Dieci, ossia “li ristretti di Stato importantissimi, che dalla prudentia di cadauno di questo Consiglio possono essere considerati” e toglie il bando a Giangirolamo Albani “al presente Rev. Cardinale”;
- 30/6/1570 Il Card. Albani scrive al Consiglio dei Dieci ringraziandolo con nobilissime parole e parla non solo di “clementia”, ma anche di “giustitia”, usata nei suoi confronti;
- 17/6/1570 Cominciano grandi feste, durate quindici giorni, a Bergamo esultante per la porpora all’Albani. I Brembati ovviamente accusano il colpo e sottolineano che comunque il debito di sangue non è stato pagato;
- 29/9/1570 In accompagnamento a uno dei carichi di granaglie, inviato per combattere la fame e la carestia che imperversano in Istria e Dalmazia, il Card. Albani scrive a Venezia dichiarandosi sempre a disposizione del bene della Repubblica;
- Autunno 1570 Gli Albani sono accolti nella nobiltà romana e ascritti all’ordine senatorio. Gianbattista era entrato nella vita ecclesiastica, Gianfrancesco, risiedeva - sembra - presso il padre a Roma e Giandomenico si era rifugiato presso l’amica corte del cristianissimo re di Francia. A Bergamo Maddalena Brembati Gambara e Emilia Brembati Solza, madre e sorella dell’assassinato Achille, raccolgono testimonianze dirette dell’assassinio, certificate per atto notarile e riunite dal procuratore dei Brembati, Guido Moioli, in un fascicolo dal titolo “deposizioni relative al processo criminale per l’homicidio commesso sulla persona del conte Achille Brembati nel 1563, 1 aprile, nella Chiesa di S. Maria Maggiore di Bergamo, per mandato della famiglia Albani”. Tutto ciò coll’evidente intento di ostacolare l’eventuale concessione della graxia agli Albani ancora banditi; od almeno per il mantenimento del decreto di Filippo II;
- 7/11/1570 Ludovica Albani Piola, sorella del Card. Albani, gli scrive informandolo dell’iniziativa Brembati. Il Consiglio dei Dieci, si suppone attraverso l’oratore veneto a Roma, viene informato;
- 28/11/1570 Viene inviata da Venezia una reprimenda ai rettori di Bergamo la “cosa essendo scandalosa et di pessima conseguenza”, con l’ordine di procedere esemplarmente contro il notaio implicato e contro gli altri intervenuti “perché, oltre che non è conveniente che particolari senza l’autorità pubblica formino processi, possono queste operationi partorire anco effetti di pessima qualità a preiudicio della giustizia e dell’honore di quelli che sono intervenuti in giudicare li casi de quali si tratta in dette esaminationi”. L’ordine impegna poi esplicitamente alla ricerca e alla distruzione “quali subito farete abruggiare” delle eventuali copie esistenti a Bergamo, non solo delle testimonianze raccolte dai Brembati, ma anche degli atti processuali del 1563 contro gli Albani;
- 3/2/1571 Evidentemente le disposizioni del 28/11/1570 non avevano sortito l’effetto desiderato poiché il Consiglio dei Dieci torna in argomento: “Quelle attestationi mandate in stampa contra il Rev.mo Card. Albano, le quali sono un libello famoso contra Sua Rev. Signoria, sono invero di cossì mala qualità, che non devono in modo alcuno essere da noi sopportate,... che tendono all’infamia non solamente del particolar, ma anco importano indegnità al stato nostro, massimamente essendo fatte contra un Cardinale tanto amato et stimato da Noi...”;
- 24/3/1571 Richiesta ufficiale da parte del Card. Albani al Consiglio dei Dieci, tramite gli oratori veneti a Roma, di concessione della grazia ai suoi figli Gianfranco, malato - si diceva - d’idropisia, e Gianbattista, ben avviato alla carriera ecclesiastica (diverrà poi Patriarca di Alessandria);
- 7/10/1571 Vittoria a Lepanto delle flotte cristiane, riunite da Pio V con un intenso lavoro diplomatico durato anni, contro quelle mussulmane. Il prestigio della S. Sede è al culmine;
- 12/12/1572 Il Consiglio dei Dieci delibera l’abolizione del bando di Gianfrancesco e Gianbattista Albani, con effetto rispettivamente dal 1 e 2 settembre precedenti, “per cause importanti al Stato nostro”;
- 16/3/1573 Il Consiglio dei Dieci delibera che: “in gratificatione dell’Ill.mo Sig. Don Giovanni d’Austria et per le cause importanti, che hora sono state esposte, sia fatta gratia al conte Z. Battista Brembato che sia liberato dalli bandi datili per questo Consiglio sotto il 26 fevrer e 26 luio 1564, con questa però conditione espressa che non possi andar nella cità nostra di Bergamo in vita sua, sì come è stà fatto nella liberation delli Albani”;
- 4/7/1573 Muore in esilio, all’età di circa 64 anni, il conte Gianbattista Brembati dopo una vita avventurosa, drammatica, violenta, “continuo esercizio d’armi e di lettere” ed emblematica dei gentiluomini italiani del suo tempo;
- 27/10/1573 Filippo II revoca il bando agli Albani: “Vimos le que senos ha scribido sobre lo del bando que se publico contra lo hijos del Cardinal Albano por cuyo respecto y otras causas dignas que a ellos nos mueven, nos havemos contentado de que el dicho bando no tenga fuerça ni se entienda contra ellos quendando en su fuerça y vigor contra las de mas personas que en el estan comprendidas”;
- 18/12/1574 Il Governatore di Milano concede a Gianfranco Albani di attraversare il territorio milanese con sei “archibugi da rota”, che intendeva portare da Lucca al castello di Urgnano, dove intendeva risiedere, o già risiedeva;
- 28/5/1575 Breve di S.S. Sisto V al Consiglio dei Dieci per ottenere la grazia di Giandomenico Albani “per consolatione dell’Ill.mo Cardinal Albano suo padre”;
- 3/6/1575 Il Consiglio dei Dieci accorda la grazia “... In risposta diamo alla Santità Vostra che per il desiderio ardentissimo che tenemo di compiacerla in tutto quello che potemo non ostante che il caso del sopradetto Gio. Domenico sia de quella pegior qualità che se possa imaginar, che forsi da molte desene d’anni non è stato commesso il più atroce, se siamo mossi per farle gratia per giustificatione de V.S. et consolatione dell’Ill.mo Cardinal suo padre...”. Con lettera della stessa data all’oratore a Roma, il Consiglio esclude però dalla grazia il bando da Bergamo “... per non far vedere sul volto alli offesi questo homo, che potrebbe esser causa di eccitar moti et tumulti di sorta, che a noi darebbero molestia et anco dispiacer alla Santità Sua”;
- 4/6/1575 Viene comunicato ai rettori di Bergamo il dispositivo della concessione di grazia, perché sia pubblicata “nelli lochi soliti” e registrata in Cancelleria;
- gennaio 1576 Il Card. Albani aveva scritto lettere supplichevoli a Emilia Brembati Solza per ottenere il perdono e, con esso, la revoca per i figli del bando della città di Bergamo. Emilia, rimasta sola, con la vecchia madre e i figli Giacomo, Gerolamo e Giambattista (il marito Ezechiele Solza era morto nel 1570) a difendere la memoria dei fratelli, si rifiuta con grande fermezza. Le pressioni a Venezia, anche con ulteriore breve papale non hanno effetto. Il Consiglio dei Dieci dichiara infatti di non poter far niente se non era “fatta pace con quei del sangue”;
- 27/9/1578 Il Consiglio dei Dieci delibera di convocare a Venezia i Brembati per cercare di convincerli. Si presenta in rappresentanza della famiglia il solo Gerolamo Solza e difende strenuamente la posizione della madre e della nonna Maddalena Gambara Brembati, dichiarando che il solo pensiero di poter incontrare l’assassino libero a Bergamo, le avrebbe uccise;
- 9/1/1579 Il Solza è congedato a Venezia, senza aver nulla concesso;
- 28/2/1579 Vengono congedati anche Bartolomeo e Annibale Albani, anch’essi convocati a Venezia per il tentativo di pacificazione;
- 21/8/1580 I rettori di Bergamo annunziano al Consiglio dei Dieci che è stata fatta la pace tra i Brembati e gli Albani, tranne che con Giandomenico. È dubbio se nel frattempo siano morte le due donne Brembati, o una d’esse, ovvero invece che si siano lasciate convincere al perdono, almeno verso Gianfrancesco e Gianbattista Albani, complici forse non del tutto consapevoli;
- 12/11/1580 I rettori di Bergamo ancora comunicano al Consiglio dei Dieci che la pace è stata fatta anche con Giandomenico;
- 14/11/1580 Il Consiglio dei Dieci si riunisce, ratifica la pace fatta, toglie il bando anche a Gianbattista e Giandomenico con grazia “di poter andare et star nella cità nostra di Bergamo, come poteva far avanti il suo bando”, delibera lodi e complimenti ai Solza, (le donne Brembati erano evidentemente morte nel frattempo) agli Albani ed ai rettori della città. Giandomenico rientrerà immediatamente a Bergamo dove sposerà l’anno successivo Maria Suardi. Fin qui il Belotti, correggendo anche inesattezze divulgate e riportate più avanti. La terribile faida durata circa trent’anni, che ha coinvolto due generazioni almeno, i governi e le diplomazie dei maggiori stati europei e in prima persona un papa, un imperatore e un re; che ha causato non meno di nove morti accertati e inenarrabili sofferenze fisiche e morali ad un imprecisabile numero di persone; che ha tenuto divisa e in tensione una città, con strascichi negativi d’ogni genere ad un costo altissimo, è finalmente finita.
I due figli del Cavalier Giacomo Albani - Parte 4ª