I due figli del Cavalier Giacomo Albani - Parte 2ª

Da EFL - Società Storica Lombarda.

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I due figli del cavalier Giacomo Albani

I due figli del Cavalier Giacomo Albani - Parte 1ª


IL DRAMMA

“Nel 1503 vi fu anche grande agitazione per l’uccisione di Giacomo Albani di cui fu imputata la moglie di Francesco Albani; ma essa, condotta a Venezia e ivi poi rilasciata, fu ricevuta a Bergamo da una moltitudine di gente a piedi e a cavallo”. Così B. Belotti in “Bergamo e i Bergamaschi” (Vol. III, pag. 164). Nessun’altra informazione viene fornita dal Ronchetti e dal Calvi, per non parlare dell’abate Tiraboschi, l’ajo di Casa Albani all’inizio dell’800 e autore di una storia della famiglia. L’accenno del Belotti, pur nella sua stringatezza, è molto indicativo circa l’atmosfera non certo idilliaca esistente tra lo zio, assassinato non sappiamo come, e i nipoti, od almeno la moglie d’uno di loro. Può darsi che i motivi fossero diversi, ma certamente la vicenda di cinque anni prima non poteva aver favorito il miglioramento dei rapporti. L’ultima parte della legittimazione di Antonia e Marcantonio, non poteva che essere accolta come una beffa ed un insulto da Caterina Pecchie, o de Peccis, moglie di Francesco. Il fatto poi che Giacomo, già “quasi senio” nel 1498, non avesse mostrato segni di voler abbandonare questa valle di lacrime rappresentava quasi una provocazione e non sembra temerario supporre nei beneficiari delle donazioni post mortem quanto meno la speranza di una sua sollecita dipartita, se non il desiderio di affrettarla. Dopo la morte del cavalier Giacomo, i motivi di tensione interna sembrano disinnescati. Non si hanno infatti altre notizie sui suoi figli legittimati cosicché si possono escludere almeno controversie legali fra cugini, di cui si avrebbe avuto presumibilmente notizia se vi fossero state. Lungo il procedere del XVI secolo intanto sia la famiglia Albani che la Brembati acquistano sempre maggior prestigio e potenza nella società bergamasca. Entrambe coinvolte nelle convulse lotte e nelle alterne vicende in cui i bergamaschi si trovarono trascinati, per le contrapposizioni politico-militari tra i vari monarchi europei, tra il ducato di Milano e la Serenissima principalmente, poterono esprimere in parallelo personalità di notevole rilievo. Fra i protagonisti della storia bergamasca fra il 1509 e il 1520 vi fu proprio quel Francesco Albani, chiamato “Pater Patriae”, il quale compare, come si è visto, anche nella vicenda di cui ci si sta occupando. Fu anzi sicuramente Francesco il vero fondatore delle fortune Albani, avendo acquistato per sé e la famiglia notevoli benemerenze presso il governo di Venezia, oltre che presso i concittadini ed avendo allargato i già rilevanti rapporti di parentela con le più cospicue famiglie lombarde. Prima di accennarne, occorre però affrontare uno degli elementi chiave che sembrano al fondo del dramma che si va preparando. Il Belotti, con tutti gli storici bergamaschi, abate Elia Tiraboschi compreso, danno per certa l’attribuzione del titolo di conte e cavaliere del S.R. Impero, da parte dell’imperatore Federico III nel 1459, ai figli e discendenti di Antonio Albani, marito della nobile milanese Giovanna da Fossano. Essi, Gabriele, Giacomo, Doratino, Domenico e i loro figli erano dunque nobili titolati, stando a tale assunto, ben prima della fine del XV secolo. Senonché i documenti redatti da Lazzaro di Corteregia, alla presenza di autorevoli testimoni e di rappresentanti del governo, nel 1498, lo smentiscono. In essi infatti non solo nessun Albani è nominato con relativo titolo, che invece è continuamente dichiarato ogni qualvolta viene nominato il conte Bartolomeo Brembati, ma lo esso atto di legittimazione di Antonia e Marcantonio Albani sarebbe stato nullo, essendo inficiato dalla clausola restrittiva del diploma dell’imperatore Sigismondo che ne dava facoltà al conte palatino Davide Brembati, nonno di Bartolomeo. Essa è esplicita: “... tamen principum baronum vel comitum filijs dumtaxat exceptis”. Né il valore di tale clausola può essere limitato riferendola solamente alla qualifica dei richiedenti la legittimazione, o ad essa consenzienti, o che potessero trarne danno o beneficio. Nell’ultima parte dell’intera procedura di adozione messa in atto, Giacomo infatti dichiara ai nipoti che comunque, con o senza il loro benestare, la legittimazione di Antonia e Marcantonio, suoi figli, sarebbe stata attuata. Né si può sostenere che si sia trattato di un falso concordato fra i partecipanti alla legittimazione stessa. Non solo infatti la qualità, la qualifica e la funzione delle persone coinvolte porta ad escludere tale eventualità, ma la posta in gioco, le ricchezze di Giacomo, era tale da non consentire la passività dimostrata da Francesco e Nicola Albani, pesantemente danneggiati, se vi fosse stato il minimo appiglio legale. Ciò tanto più nel caso di Francesco, non certo uno sprovveduto, il quale oltre al danno della perdita dell’eredità fu costretto a subire la beffa di una donazione post mortem di valore dimezzato rispetto all’apertura di credito di cui già godeva i benefici. Si deve dunque escludere che gli Albani fossero conti prima del conferimento di tale titolo da parte dell’imperatore Carlo V, nel 1543 a Giangirolamo, futuro Collateral Generale della Serenissima, esule poi e infine Cardinale di S. Romana Chiesa; personaggio che giganteggia non solo nella storia e nelle cronache bergamasche del cinquecento. Per tornare alle parentele Albani si può osservare che Caterina, la sorella di Francesco, aveva sposato nel 1496 Galeazzo de Columbis, nipote di Grata moglie di Giacomo Albani, zio di Francesco e protagonista della “commedia” del 1498. Maddalena, figlia di Francesco, nel 1535 sposa il conte Francesco Ottaviano Brembati e lo stesso anno l’altra figlia, Lodovica, sposa Lodovico Piola, nobile senatore milanese . Nel 1529 il figlio Giangirolamo, appena laureato “in ambe le leggi” a Padova, sposa Laura Longhi, discesa da Abbondio Longhi, segretario dei Bartolomeo Colleoni, la quale gli porta in dote, fra l’altro, il castello di Urgnano. Il matrimonio del 1535 tra un Brembati ed una Albani dimostra che a tale data, non solo non si erano ancora palesati motivi di dissidio fra le due antiche e potenti famiglie, ma anzi che un forte legame fra esse veniva a sancire rapporti di consuetudine e di stima reciproche, continuati dopo il 1498. Del resto i Brembati non avevano nulla da invidiare agli Albani; a parte il titolo di conti palatini loro conferito fin dal 1434, notevoli ricchezze e parentele li ponevano nel ceto elevato della società lombarda. Potevano esibire un San Pinemonte, vissuto nel XIII secolo, un famoso oratore e diplomatico, Leonino, delegato da Bergamo a rappresentarla nel 1462 all’elezione del doge Cristoforo Moro e la cui orazione è conservata alla Biblioteca Trivulziana di Milano, molti uomini di lettere, di legge e d’armi. Se mai una differenza poteva esistere era nelle propensioni politiche: decisamente schierati con la Serenissima Repubblica di Venezia gli Albani, più inclini all’autorità imperiale monarchica, da cui erano stati gratificati e propensi a rapporti di più ampio respiro internazionale e supernazionale i Brembati. Anche da questo punto di vista un sodalizio tra le due famiglie non poteva che essere positivo per entrambe, raddoppiando e differenziando utilmente la rete di contatti, rapporti e aderenze. Tutte queste positive premesse vennero però annullate da “una mentita”. È meglio però, a questo punto, lasciare la parola al Belotti. La sua Una sacrilega faida bergamasca del cinquecento narra appunto le tragiche vicende che, nella seconda metà del secolo, contrapposero in una progressione sanguinosa le due famiglie, coinvolgendo in odi, vendette “trasversali”, strascichi e fratture a lungo incolmate, la società bergamasca. Una lunga scia di sangue sporcò il selciato della città orobica e il pavimento della sua chiesa più bella, allungandosi sinistramente fino alle colonne di S. Marco, dove la giustizia veneziana eseguiva le sue terribili, disumane sentenze, non sempre colpendo i veri responsabili.


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