I due figli del Cavalier Giacomo Albani - Parte 1ª

Da EFL - Società Storica Lombarda.

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I due figli del cavalier Giacomo Albani


LA STORIA

Il racconto della vicenda, che balza fuori dalle belle pagine calligrafate dai copisti dello scriptorium del notaio Lazzaro di Corteregia, è presto fatto. Nell’anno di grazia 1498 viveva nella città di Bergamo, ai confini occidentali dei domini di terraferma della Serenissima Repubblica di Venezia, il Cavaliere Gerosolomitano Giacomo Albani. Aveva una bella casa con giardino nel cuore della città, cospicue proprietà nel contado e fuori . Era imparentato con illustri famiglie lombarde e intratteneva rapporti d’amicizia e d’affari un po’ dappertutto, non solo nell’ambito della Serenissima. Uno stuolo di servi, famiglie, dipendenti, amministratori e corrispondenti era al suo servizio. Godeva della considerazione e del rispetto dei concittadini e degli esponenti della cosa pubblica, i quali gli avevano affidato anche incarichi di un certo rilievo. Un profondo cruccio però l’affliggeva: stava invecchiando e non aveva figli. O meglio, non aveva figli legittimi. Molti anni prima aveva sposato Grata Colombi, una bella ragazza di un’antica famiglia della sua città, ma nessun figlio aveva allietato la loro unione. Quando fosse morto, con lui sarebbe finita la sua famiglia, un ramo dell’illustre casata originaria di un paesino del contado, Albano ad oriente di Bergamo. Le sue proprietà sarebbero state divise fra i suoi nipoti. Nicola, figlio di Doratino suo fratello defunto e Francesco figlio di Domenico, altro suo fratello passato a miglior vita. Non gli erano particolarmente simpatici e non perdevano occasione, con una scusa o l’altra, di chiedergli denari. Particolarmente Francesco, il quale aveva sposato da poco una ragazza della Milano bene, Caterina Pecci e lo zio aveva già dovuto intervenire a garantire per i debiti contratti da quelle mani bucate. Ogni volta che il cavalier Giacomo vedeva i nipoti, sempre deferenti e rispettosi, non poteva fare a meno di pensare che parevano più attenti a qualche eventuale segno della sua prossima dipartita, che solleciti della sua salute e dei suoi molteplici interessi. Il momento intanto si avvicinava e le loro speranze diventavano sempre più fondate. Era proprio seccante doversene andare lasciando tutto a quei due. Sarebbero venuti compunti al suo funerale, ben contenti in cuor loro, magari non tanto segretamente, di avere finalmente quello che tanto avevano attesto, sperato e pregustato andando a strisciare da quel vecchiaccio - parlandone da vivo - nella speranza di ottenere qualche miserabile scudo. Adesso altro che spiccioli. La soluzione però c’era. Donna Grata sua moglie non gli aveva dato figli, né avrebbe potuto dargliene, avendo ormai abbondantemente superato la quarantina, ma Giovannina Vaiola glie ne aveva dati due. Pensando a lei gli si scaldava ancora il cuore. Se l’era trovata davanti, giovane, soda, disponibile e provocante, cameriera nella sua grande casa; un miscuglio irresistibile di candore e di astuzia femminile. In principio aveva tentato d’ignorarla e di starle alla larga. Ma poi... ed erano nati prima Antonia, ormai dodicenne e, due anni dopo, Marcantonio. Per soffocare le chiacchiere e i pettegolezzi, ma soprattutto per placare Donna Grata, evitare d’inimicarsi il parentado e di danneggiare la sua reputazione di gentiluomo, Giovannina era stata allontanata. Oh! Era stata ben trattata! La dote, con cui l’aveva largamente provvista, aveva fatto gola a un Benaglio, il quale se l’era sposata, beato lui! I ragazzi però se li era tenuti, né avrebbe potuto fare altrimenti. Erano però cresciuti bene e non erano certo stati allevati come figli di una serva, ma come figli del padrone; anche se nessuno, in casa o fuori, avrebbe osato toccare l’argomento. Aveva sempre pensato di legittimarli un momento o l’altro. Il problema era come. Un ordinario procedimento legale avrebbe comportato un processo con relativa pessima pubblicità. I Benaglio, i Colombi e gli Albani si sarebbero certamente risentiti e in pubblico avrebbero probabilmente negato la verità per salvaguardare la propria onorabilità e gl’interessi concreti. Gli strascichi sarebbero stati comunque pesanti e imprevedibili, insulti e diatribe certe, forse anche cartelli di sfida. Il denaro non sarebbe certo potuto servire a tacitare tutti. I soliti moralisti ipocriti ne avrebbero approfittato per risciacquarsi la bocca, per non parlare poi degli avversari più o meno noti e dichiarati. Per mesi, forse per anni, in città e fuori non si sarebbe parlato d’altro e certo non in termini lusinghieri per nessuno degli interessati. Non sarebbe poi certo man¬cato qualche prete che avrebbe tuonato dal pulpito, per stigmatizzare, con allusioni neanche tanto coperte, le violazioni del sesto e nono comandamento. Una tal soluzione del problema avrebbe certamente suscitato un vespaio e danneggiato famiglie e persone, trascinate anche loro malgrado in una vicenda ormai vecchia e quasi dimenticata. Ne sarebbero derivate future inimicizie con conseguenze incalcolabili. Gli stessi due ragazzi ignari e incolpevoli ne avrebbero poi dovuto sopportare le conseguenze. No, la soluzione lineare e diretta, offerta dal ricorso al tribunale, era decisamente impraticabile. Che fare allora? Riservatamente i più intimi amici, giuristi e avvocati, erano già stati interessati al problema, ma proposte utili non se ne vedevano ancora. E il tempo inesorabilmente intanto passava. Finalmente sul finire della primavera la buona notizia. Cristoforo da Romano, ottimo amico ed esperto legale, era venuto a saper che per effetto di un privilegio ormai quasi dimenticato e solo in casi eccezionali concessi in passato dai sovrani, alcune persone elevate a rango di conti palatini od ai più alti gradi di nobiltà, possedevano fra l’altro la facoltà, a loro insindacabile giudizio, di legittimare figli illegittimi anche senza il consenso degli eredi legittimi dei genitori, purché non appartenenti al ceto dei nobili titolati. Fin qui la notizia era interessante, ma di scesa utilità. La notizia importante invece era che a Bergamo c’era almeno una persona in grado di agire con l’autorità di un tale privilegio, non solo, ma le facoltà di cui era in possesso erano già state approvate a suo tempo, con ratifica ufficiale, anche dallo stato Veneto e quindi avevano incontestabile valore legale a tutti gli effetti, sia pubblici che privati. Il conte e cavaliere Bartolomeo Brembati, che risiedeva a Bergamo nel palazzo avito presso Porta S. Giacomo, era appunto un felice depositario di tali sovrane facoltà. Nel 1434 suo nonno paterno, Davide, era stato elevato dall’imperatore Sigismondo a rango di conte palatino, con varie facoltà e prerogative, fra cui quella che interessava al momento e trasmissibili di padre in figlio, in perpetuo. Il doge di Venezia Francesco Foscari aveva confermato il decreto imperiale, con ducale dell’anno successivo. Ci si può immaginare la gioia di Giacomo Albani; sembrava ringiovanito di dieci anni. Presto, presto, con l’aiuto dei consiglieri più fidati e riservati si mise all’opera. Richiese innanzi tutto al conte Brembati la sua disponibilità, tanto più facilmente concessa di cuore quanto meno ‘‘antico privilegio era stato usato. La gratificazione della richiesta dell’Albani si andava ad aggiungere, per il Brembati, agli indubbi vantaggi derivanti dal favorire un noto cittadino. Già rapporti di vario genere, se non proprio d’amicizia, esistevano da tempo. La comune appartenenza al ceto facoltoso colto e dominante della città era del resto motivo più che sufficiente per poter stringere ancor più i rapporti sul piano più strettamente personale. La soluzione di un problema tanto delicato coinvolgeva necessariamente i sentimenti dei due uomini. La gratitudine e il rispetto da un lato, la simpatia e la stima dall’altro non potevano non trarne nuovo vigore. Il fatto stesso di conservare in comune il riserbo, per eventi strettamente privati di una nota famiglia, non poteva poi non essere per il Brembati ulteriore fonte di compiaciuta “complicità”. Per le due famiglie interessate, anche se indirettamente, elemento di coesione e di amicizia per il futuro. Naturalmente anche esponenti della pubblica amministrazione furono interessati, sia per ottenerne l’approvazione, pur non strettamente necessaria, ma soprattutto utile per limitare al massimo, coinvolgendoli in prima persona, la divulgazione di una notizia tanto ghiotta per il pubblico, bergamasco e non. Il problema più spinoso era però quello di non suscitare il rancore e la ritorsione di Nicola e Francesco, i nipoti legittimi. Un’eventualità del genere se l’erano probabilmente aspettata, ma la grossa delusione di vedersi sottratto il pingue patrimonio dello zio, all’ultimo momento dai nuovi cugini legittimati, potevano creare complicazioni d’ogni genere. Non si potevano escludere intemperanze, dovute anche alla giovane età e, soprattutto, uno stato di futura sorda contrapposizione tra cugini, con rischi per tutto il complesso familiare non facilmente calcolabili Anche qui l’intervento degli amici legali si era mostrato prezioso, poiché le discrete trattative da loro condotte poterono dimostrare agli interessati che, pur perdendo quanto si erano aspettati con qualche margine d’incertezza, potevano ricevere dei vantaggi concreti facendo buon viso a cattiva sorte. D’altra parte una opposizione, giuridicamente irrilevante, non avrebbe avuto per conseguenza che la perdita di ogni possibilità di vantaggi, sia presenti che futuri e la rottura traumatica dei rapporti con lo zio, svantaggiosa per tutti e per il buon nome stesso della famiglia. Donna Grata stessa si era mostrata felice della soluzione, che significava la fine di un incubo per lei e la possibilità, senza ledere il suo amor proprio di donna e di moglie, di accogliere e considerare come figli suoi i due ragazzi, figli di Giovannina, cresciuti però come se fossero stati sempre di casa Albani. Si era giunti così al fatidico 2 giugno 1498, sabato, vigilia della Pentecoste. Una piccola folla aveva invaso fin dal mattino la casa e il giardino del cavalier Giacomo Albani, in Vicinia S. Salvatore di Bergamo. C’erano oltre al conte palatino e cavaliere Bartolomeo Brembati, personaggio principale, al cavalier Giacomo, padrone di casa e nell’occasione postulante, gli altri interessati di casa Albani: Donna Grata, Antonia e Marcantonio, Nicola e Francesco, quest’ultimo anche in rappresentanza dello zio Gerolamo, assente. C’erano poi tre notai, Lazzaro di Corteregia, Pietro Gavazzi e Vincenzo Mozzo, l’avvocato Cristoforo da Romano, procuratore per l’occasione di Donna Grata, Antonia, Marcantonio, Francesco e Nicola Albani. C’era anche l’avvocato Gerolamo Villa, vicario del podestà di Bergamo, cavalier Paolo Pisano. In qualità di testimoni gli jusperiti e avvocati Fermo della Valle, Filippo Locatelli e Andrea Salandri, nonché un altro nipote del cavalier Giacomo, Bartolomeo, figlio del defunto cugino Leonardo Albani. Nel bel giardino, con le entrare guardate a vista dai bravi ed al riparo così da occhi ed orecchie indiscrete, cominciò la cerimonia della legittimazione. La grave solennità dell’avvenimento poté essere in parte alleggerita dall’amore per lo spettacolo del cavalier Albani, perfetto rappresentante della società del tempo. Di spettacolo infatti, si trattò, anzi e non troppo sottilmente, di quello del trionfo dell’anfitrione. Seppure davanti ad un pubblico ristretto, ma sceltissimo, il cavalier Giacomo mostrava il raggiungimento del successo anche nel campo degli affetti familiari, con la vittoria sulla natura contraria, sulle difficoltà frapposte da leggi e circostanze, sulle contrarie bramosie di avversari non dichiarati e, infine, con l’apparenza della contrizione per i propri “peccati di gioventù”, esibendo il fondamento della speranza nella proiezione della parvenza umana nell’eternità: l’ininterrotta discendenza della sua famiglia. La sua sapiente regia, ben coadiuvata dal notaio Lazzaro, fece apparire come comprimario nel trionfo il conte e cavaliere dell’impero Bartolomeo Brembati, il quale, aldilà delle apparenze, non era altro che uno strumento, insostituibile e prezioso fin che si vuole, ma pur sempre strumento del successo del “quasi senio” padre dei legittimandi. I quali, Antonia e Marcantonio, beneficiari indiscutibili di tutta la vicenda, rappresentavano però anche l’evidente e viva dimostrazione di tutta la vicenda, del successo paterno. Gli altri: tutti spettatori, più o meno compiaciuti, indifferenti o indispettiti e tutti pronti all’applauso per convenienza. La cerimonia cominciò con il prologo della rappresentazione: la lettura del diploma imperiale a Davide Brembati, nonno del conte Bartolomeo, con l’elencazione delle prerogative e facoltà eccezionalmente concessegli e trasmissibili ereditariamente attraverso i legittimi successori maschi e la ratifica del Doge che ne rendeva efficace l’esercizio sotto la Serenissima. Continuando la cerimonia, primo atto della commedia, il cavalier Giacomo espose la sua situazione sociale e economica, la disgrazia della mancanza di figli legittimi ed il ruolo, preordinato a suo dire, di Giovannina Vaiola “ancilla seu pedisequa soluta”. L’atto terminò con la perorazione al “deus ex machina” affinché mettesse fine, come non mai esistita, alla causa dell’ingiustizia che vedeva penalizzati due innocenti fanciulli per le colpe del padre. Il coro si unì al postulante, rafforzando la richiesta e sostenendola con il generale consenso. Nel secondo atto Bartolomeo Brembati, forte delle sue prerogative incontestabili, concesse benigna¬mente e graziosamente quanto richiestogli. Le motivazioni dell’accoglimento dell’istanza furono ben precisate e di due ordini. La prima d’ordine morale e storico-giuridica che si rifaceva all’antico “jus gentium” in cui tutti i nati da donna erano perciò stesso liberi e detentori dei diritti civili. La seconda di ordine politico-sociale, che, tenuto conto del comportamento del postulante verso lo Stato e la società e della possibilità d’inserimento positivo dei beneficiari nello stesso contesto, rendeva politicamente conveniente e socialmente opportuno l’atto di legittimazione e reintegrazione nei loro diritti, in certo senso dovuto sul piano morale. La spettacolare e commovente investitura, con la consegna dell’anello d’oro ed il bacio della pace ad Antonia e Marcantonio, concluse il secondo atto, confermando il loro avvenuto ingresso a pieno titolo nel contesto civile e nella famiglia Albani. Nel terzo atto la cerimonia e la commedia si conclusero ponendo in evidenza le necessità di ordine bassamente finanziario che accompagnano ogni azione, pur moralmente e giuridicamente eque e giuste. Il cavalier Giacomo “pro aliquali recognitione et remuneratione”, cioè a titolo di riconoscimento per il - comunque superfluo - consenso dei nipoti alla legittimazione dei suoi figli e per compensarli della perdita di un loro sperato futuro lucro, donò ad ognuno dei due la non indifferente somma di ventimila lire. La donazione stessa tuttavia, con effetto solo dal momento della morte del donante, fu assoggettata alla condizione che gli stessi nipoti stessero “taciti et contenti” e che, in nessun momento, direttamente o indirettamente, si opponessero o contestassero la legittimazione dei cugini. Una tale eventualità, anche solo tentata, dai donatari, loro eredi o aventi causa, avrebbe comportato ipso facto la nullità della donazione ed il trasferimento dei suoi benefici a Marcantonio o suoi eredi ed in mancanza alla Camera Fiscale della Serenissima. Nel caso poi di Francesco, l’importo della donazione doveva essere detratto dalla somma di quarantamila lire già impegnate dal donante a garanzia dei debiti contratti da Caterina, moglie dello stesso Francesco, come risultava da atti del notaio milanese Pietro de Roberto e di altri notai. Doveva quindi essere ben chiaro che per la differenza doveva rispondere lo stesso Francesco, alleggerendo da ogni impegno gli eredi e successori del donante. Così finisce la storia, la cerimonia e quello che, con un po’ d’irriverenza, è stata qui chiamata “commedia”, raccontata in cinque atti trascritti a cura di Lazzaro di Corteregia. Le vicende degli Albani e dei Brembati non finiscono certo qui e non si potrà più chiamarle commedia.

I due figli del Cavalier Giacomo Albani - Parte 2ª

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