I due figli del Cavalier Giacomo Albani - Parte 4ª

Da EFL - Società Storica Lombarda.

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I due figli del cavalier Giacomo Albani

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Le due famiglie protagoniste continueranno ad essere presenti sulla scena bergamasca e milanese con alterne vicende e tuttora lo sono. Se per i Brembati più difficile è stato risorgere dalle ceneri che hanno annientato un ramo della famiglia, gli Albani devono il loro ricupero alla fortuna della presenza, quando più forte infuriava la bufera, di Giangirolamo. Se mai uomo ha superato, con intelligenza, capacità di ogni genere ed una tenacia che ha dell’incredibile, avversità e difficoltà insuperabili anche per i più forti, questi è certamente il dottore in ambe le leggi, cavaliere, conte, Collateral generale della Serenissima, giurista, scrittore, poeta, “prison”, deportato, governatore, diplomatico e, infine cardinale, col rischio in due conclavi di diventare papa. Certo moltissimo è dovuto a San Pio V Papa. Quando però il fraticello Ghisleri rischiava il linciaggio, chi si espose in prima persona per salvarlo senza preoccuparsi della scarsa popolarità che gliene sarebbe derivata, od anche peggio? Due interrogativi si affacciano però: innanzi tutto l’allora Collateral fu veramente colpevole di “consejo y favor” al piano criminoso del figlio Giandomenico? In secondo luogo, quale fu la causa di tanto odio e tante tragedie? Al primo interrogativo il Belotti stesso risponde in modo dubitativo. Al secondo adducendo la mentalità del tempo, l’alterigia e la tracotanza dei nobili, i costumi “spagnoleschi” illustrati dal Manzoni per il secolo successivo, ammettendo insomma di non conoscere la risposta. Non si tratta qui certo di riaprire un’inchiesta, o di preparare un’arringa, ma solo di esprimere un convincimento soggettivo, basato però su elementi di fatto già accertati e, in parte, non accertabili al momento del delitto in Santa Maria Maggiore. Abbiamo dunque in Bergamo attorno agli anni 1550 un padre già potente, stimato, ricco e politicamente in ascesa, occupatissimo con i suoi studi e le sue varie attività. Tre figli maschi, cresciuti in ambiente facoltoso, ben presto orfani di madre (Laura Longhi era morta attorno al 1540), trattati con indulgenza e interessato servilismo dai vari precettori prezzolati; senza nessuno che li segua costantemente, mettendo freno alla loro libertà, al loro egoismo, nel loro amor proprio. In questa situazione non possono non emergere le varie indole, particolarmente quella impulsiva, scapestrata e “feroce” del più giovane. L’ambiente delle città cinquecentesche italiane, influenzato da lotte interne e dalle guerre praticamente senza soluzione di continuità, metteva in primo piano la potenza, la ricchezza e la forza individuale e familiare. Quando poi tali doti erano compendiate in un nome famoso per antica nobiltà familiare, l’orgogliosa alterigia ne diventava la manifestazione esterna anche verso “li pari sui”. Inevitabili allora le invidie, le contrapposizioni, le gelosie, le diatribe e le inimicizie, con relativi duelli, bastonature, imboscate e vendette. I governi del resto erano impotenti a contrastare validamente la “giustiza” privata. La delinquenza comune poteva essere tenuta a freno per i delitti isolati e le associazioni a delinquere di modesto livello, ma quando i professionisti della spada, del pugnale, del veleno e dell’archibugio entravano al servizio di qualche potente e ne portavano la livrea, ben difficilmente potevano essere raggiunti dagli apparati statali della giustizia. Il loro signore si serviva di loro, ma anch’essi si servivano del suo prestigio e delle sue risorse, per la garanzia d’impunità, almeno sperata, che offrivano. Non stupisce per nulla allora la facilità di assoldare sicari quasi in ogni luogo. Un’altra circostanza deve essere tenuta presente: in genere i magistrati e gli alti gradi dell’apparato statale e quindi anche poliziesco, appartenevano al ceto nobiliare; erano perciò personalmente sensibili alle “ragioni dell’onore” e portati a sottovalutare od a non considerare delittuose azioni duramente perseguite se non riconducibili a tale motivazione, anche se pretestuosa. Molti motivi delle manifestazioni di violenta volontà di preminenza oggi sembrano futili, ma essi nel cinquecento apparivano tutt’altro che trascurabili se ledevano il senso dell’onore, anche se malinteso, del quale ogni uomo, ogni gentiluomo soprattutto, era gelosissimo e per il quale era estremamente suscettibile di fronte a veri o presunti sgarbi. Non bisogna dimenticare poi che in Bergamo la memoria, il mito, del grande Bartolomeo Colleoni era tutt’altro che sopito, facendone un punto di riferimento, il prototipo di colui che ognuno avrebbe voluto essere; soprattutto per il rispetto ed il timore che aveva saputo incutere a tutti fino al giorno della sua morte (3/11/1475). Per tornare alle responsabilità di Giangerolamo Albani nell’assassinio di Achille Brembati, se è dimostrato che i suoi rapporti erano tutt’altro che amichevoli con il fratello dell’assassinato, Gianbattista, fin da prima degli anni 1550, il suo desiderio di danneggiarlo segue vie molto lontane da azioni delittuose. Sappiamo infatti che egli aveva tolto il saluto ed obbligato i familiari a fare altrettanto. Sappiamo che lo aveva accusato, probabilmente non a torto, d’intelligenza con una potenza straniera confinante e nemica almeno potenziale. Sappiamo dai suoi costanti comportamenti che, giurista di vaglio, letterato apprezzato e cattolico fervente, le armi che preferiva erano quelle incruente “politiche” ed in particolare il discredito, di cui, politico egli stesso, conosceva l’efficacia. Non conosciamo per diretta sua ammissione se l’esilio, al quale era stato condannato il suo avversario, lo avesse soddisfatto, ma tutto lo lascia credere; tantopiù se si tien presente che, fino al giorno maledetto del 1/4/1563, la sua posizione in Bergamo e nella Serenissima era di assoluta preminenza. La famosa frase: “Mi hanno gettato un cadavere fra le gambe” è perfettamente applicabile al suo caso. Del resto la sua prima reazione dopo il delitto non fu certo quella di nascondersi o fuggire, ma mettersi a disposizione della massima autorità dello stato. Egli ben sapeva del resto che, per l’alta posizione occupata, il più vulnerabile al discredito era proprio lui, essendo il fatto gravissimo e in nessun modo tollerabile dalla Serenissima. Come poteva infatti essere accettato dal Consiglio dei Dieci che uno o più figli del Vicecomandante generale dell’esercito in terraferma fosse anche solo sfiorato dal sospetto di un sanguinoso sacrilegio, anche se la vittima non fosse stata un innocente ed ignaro esponente dell’aristocrazia? L’innocenza sempre proclamata, contrariamente alla tracotante esibizione d’impenitenza di Giandomenico, non fu un mero tentativo di alleggerire la sua posizione, anche se rientrava nella logica del suo schema difensivo, ma da accettarsi perché veramente tale. Mai e poi mai una persona mediamente intelligente avrebbe potuto dare la sua approvazione ad un piano tanto feroce ai danni di un innocente, violando non solo la sacralità del luogo prescelto per l’esecuzione dell’omicidio, ma, e ciò era assolutamente intollerabile nella società del cinquecento per un gentiluomo, trasgredendo a tutte le basilari regole dell’onore, che non ammettono deroghe alla parola data, né consentono di colpire con armi subdole da lontano un uomo disarmato ed ignaro. Che poi il piano criminoso fosse di tale trasparente stupidità da essere immediatamente chiaro agli inquirenti lo dimostra la rapidità delle conclusioni dell’inchiesta, l’identificazione del mandante, dei complici, l’arresto e la punizione di molti di essi. Le persone ingaggiate e prezzolate, a partire da Manfredo Landi (el conte piasentin) erano note per la spregiudicata spavalderia nell’uso delle armi o per fedeltà alla famiglia e non sembra pensabile che il suo capo si servisse imprudentemente delle prime o mettesse a repentaglio le seconde. Si può imputare a Giangirolamo Albani la scarsa capacità di educare i figli, la sua negligenza nei loro confronti e un’eccessiva indulgenza, ma non certo di essere un imbecille sanguinario autolesionista. Resta però sempre l’interrogativo del motivo all’origine della faida. Sappiamo dal Belotti che l’iniziale rivalità e inimicizia tra Giangirolamo Albani e Gianbattista Brembati si trasforma in odio e aperta violenta contrapposizione solo dopo “la mentita” data nel 1554 da Gianfrancesco, figlio di Giangirolamo, a Gianbattista Brembati. Anzi che la vera contrapposizione dopo tale fatto è fra questi due, lasciando in ombra il Collateral generale, come del resto è precisato nel decreto di Filippo II. Cosa può aver detto dunque di tanto grave Gianbattista Brembati da suscitare l’accusa di mendacio, l’ira e rabbioso rancore in Gianfrancesco Albani prima e suo fratello Giandomenico poi? È presumibile che la stessa cosa fosse stata detta in precedenza anche al padre dei due Albani e che fosse stata causa della rottura dei rapporti fra i due coetanei, ben prima della famosa mentita. I documenti che qui si pubblicano danno un indizio e forse qualcosa di più. Come si è già detto agli Albani il titolo comitale, secondo quanto tramandato, sarebbe stato concesso nel 1459 dall’imperatore Federico III e confermato da Carlo V nel 1543. Ora sappiamo invece che nel 1498 nessun titolo nobiliare fregiava l’antica e potente famiglia, pur potendo annoverare fra i Cavalieri Gerosolomitani anche Giacomo, padre degli illegittimi Antonia e Marcantonio. Dal 1543 anche gli Albani potevano vantare lo stesso titolo che illustrava i Brembati già da oltre cento anni. I Brembati e Gianbattista capofamiglia in particolare, erano a conoscenza delle circostanze della legittimazione del 1498 ed in grado quindi di tacciare di millanteria gli Albani, prima del 1543 e di essere dei “parvenus”, dopo. Due circostanze sostengono l’ipotesi. La prima si riferisce alle date; nel 1535 era avvenuto il matrimonio tra un Brembati e un’Albani e le famiglie erano in pace; dal 1550 è nota la rivalità astiosa fra i capi delle due famiglie; a metà circa del periodo cade la data della nomina comitale degli Albani. La seconda è il fatto “curioso” che il motivo della mentita, ossia l’oggetto del contendere, non è mai chiaramente indicato, né dagli stessi contendenti, né dai loro attinenti e sostenitori. Se per gli Albani era ovvio l’interesse a non divulgare una “macchia” del loro blasone, tenendo conto anche dell’assassinio di Giacomo e della sua beffa ai danni del padre Giangirolamo, anche per i Brembati, dopo il matrimonio del 1535, tale interesse coincideva, non solo, ma addirittura alimento di pettegolezzi avrebbero potuto essere vere o presunte remunerazioni della legittimazione operata dal conte Bartolomeo e la provenienza della dote di Maddalena Albani, sorella di Giangirolamo e sposa nel 1535 di Ottaviano Brembati, cugino di Gianbattista. Se gli argomenti esposti possono apparire deboli di fronte alla gravità dei fatti a cui si riferiscono, basti pensare che per molto meno si metteva mano alla spada e che, ancor oggi alle soglie del duemila ed in regime democratico, c’è chi è disposto a grossi sacrifici pur di potersi fregiare di un presunto titolo nobiliare e c’è pure chi lo sfoggia su basi araldiche molto discutibili. Oggi ne ridiamo, ma allora, quando era coinvolto l’honor familiae, o si riteneva che lo fosse, non si rideva affatto.


I due figli del Cavalier Giacomo Albani - Parte 5ª

I due figli del Cavalier Giacomo Albani - Parte 6ª