Pellegrinaggio di Gerusalemme - Parte 8: differenze tra le versioni

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  La Valle del Cedron. Si riconoscono a sinistra il pilastro di Assalonne, la tomba di Giacomo e la tomba di Zaccaria
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Hora noi due, essendovi con particolar aiuto, a favore del Cielo arrivati, informati prima delle nobilissime conditioni di lei, & all’hora più che mai confirmati nel desiderio già un pezzo fa natoci nel core d’esservi ascritti, havendone anticipatamente trattato col Rever. Padre Comissario, & col Rev. Padre Guardiano, e dare loro le dovute informationi dell’esser nostro, quella notte a tal fine facessimo la confessione generale de nostri peccati, (come si richiede,) & perche quest’ordine si da con ogni secretezza possibile, acciò non venga a notitia del Turcho, che vi sarebbe pericolo grandissimo della robba, & della vita, circa le quattro hore di notte il Rev. Padre Comissario con paramenti sacri entrò nella Capella del santissimo Sepolcro accompagnato da un altro Padre, che di nascosto havea recata la spada, stimata gia di Goffredo che acquisto Gierusalemme, e ne fu Rè, gli sproni d’oro '''[112]''', e la collana con la Croce; nell’istessa Capella entrassimo ancor noi, e restando gli altri Pellegrini nella anticapella insieme con i fratelli, e fattici genuflettere, il Rev. Padre ne fece un ragionamento di questo tenore.
Più verso il monte visitassimo il fonte chiamato Natatoria Siloe , & un puoco più a basso trovassimo l’arbore tanto antico chiamato, Quercus Rogel, sotto il quale fu segato, & sepolto Isaia Profeta, per comandamento del Ré Manasse.  
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Et essendo andati fin al piede del monte, detto della offensione, per ritornar verso casa salimmo al monte, nel quale vedessimo il luogo, ove si nascosero gli Apostoli, quando Giesu Christo fu condotto a morire , & più su salendo, vedemmo il luogo detto Campo Santo , che fu comperato per pretio delli trenta danari, che Giuda pentito d’haver tradito il suo Maestro gettò nel tempio. Detto luogo è stato cavato, e doppo cinto di grosse mura, e di dentro nel voto gli Armeni, & alcuni altri sepeliscono i suoi morti, gettandoli da di sopra per certi buchi .
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Seguitando il nostro viaggio per la costa ritornassimo passando appresso al monte Sion, & entrati nella Città, & nel Convento riposassimo alquanto. Il giorno seguente era il Sabato Santo dell’altre nationi, nel qual giorno fanno le cerimonie del fuogo santo, co’l quale fanno molte superstitioni, & per ritrovarsi apparati entrorno tutti con gran confusone; stava però alla porta il Sangiacho, & altri ministri, i quali vogliono vedere ad uno per uno il segno di havere pagato il datio dell’entrata, & per questa seconda volta si paga solamente un maidino per persona. Con questa occasione entrassimo anco alcuni di noi per rivedere, e godere quei luoghi tanto divoti, & la sera facessimo la solita processione & buona parte della notte veggiassimo in orationi, benche, per esservi tanta moltitudine di gente, il romore, e lo strepito era infinito. La mattina seguente che fu il sabato, molti Patriarchi, e altri si apparorno per far la processione con Mitre diverse in testa, & habiti a sua usanza, e prima alcuni de suoi religiosi portavano avanti Penelli diversi, & Croci, & tutti gridavano in suo linguaggio, altri sonavano diversi strani stromenti, e havendo tutti fatta la processione intorno alla Capella del Santissimo Sepolcro per tre volte, tutti i Patriarchi si fermorno avanti la porta dell’anticapella, & havendo mandato dentro uno ch’ammorzasse tutte le lampade, acciò non vi fusse fuoco, & ciò fatto noto a tutto il popolo, entrorno poi entro soli i principali Patriarchi de Greci, degl’Armeni, & de gl’Abissini, e fatte alcune cerimonie, & orationi per spatio d’una mezz’hora a sua usanza, fecero il fuoco, & di questo accese alcune candelette uscirno, gridando, che quel fuoco che havevano in mano, era disceso per miracolo dal Cielo, & che era fuoco santo, correndo tutte le nationi con infinite candelette stimandosi beato chi prima havesse potuto accender la sua; la onde in puochissimo spatio di tempo ne furno accese infinite, con le quali alcuni s’inceravano i vestimenti, & si affumavano la vita, altri dispensavano il fuoco, & la cera sopra a quelle tele, che havevano lavate nel fiume Giordano, riservandolo poi per cosa santissima, & adoprando dette tele per avolgervi i corpi morti, parendogli questo bastante alla sua salute, e di questo ne facevano allegrezza, & romore, in modo che pareva volesse cadere la Chiesa istessa. Queste cerimonie quando si finirono era hoggimai passato il mezzo giorno, il restante del quale dispensarono in allegrezze; noi facessimo le visite a tutti quei luoghi santi, crescendoci il desiderio tanto più di goderle, quanto più volte le visitavamo. La Domenica di mattina tutti offitiorno a suoi luoghi a sua usanza, in sue lingue, & furno fatti infiniti segni di allegrezza per il miracoloso giorno della Resurrettione. Havendo poi il Sangiacho aperta la porta tutti uscirono, & si ritirarono a gli alloggiamenti, noi andassimo al Convento, ove disinassimo con tutti i Rever. Padri, & Pellegrini che erano restati. Si diede poi ordine d’andar in Betlehem, che è lontano circa a sei miglia, & di già il R. P. Guardiano havea fatto venire di detto luogo molti Somieri a questo effetto, per servigio di tutti i Pellegrini, & d’alcuni Rev. Padri. Detto dunque il Vespero si partimmo di Gierusalemme, andando fuori per la porta del Castello, cavalcando per colline verso mezzo giorno, ove sono diversi campi piantati de fichi, d’olive, armandole, & altri frutti, non molto custoditi. Cavalcati circa a due miglia, arrivassimo al luogo, ove è l’arbore tanto antico, che tuttavia è verde, chiamato il Terebinto della Madonna, sotto il quale più volte la Vergine santissima nell’andare, & ritornar di Gerusalemme, in Betlehem, riposò all’ombra con il diletto suo figliuolo in braccio, il quale, dicono, che come ancora si vede per miracolo s’inchinò, per ripararli meglio dal Sole. Sono a detto arbore molte Indulgenze. Doppo noi smontati, & fatte le orationi solite, vi si riposassimo alquanto, piamente meditando come ivi fosse stato il Fattor dell’Universo, con la sua dilettissima madre. Questa pianta è da tutte le nationi tenuta in grande veneratione, nè altra di detta specie si trova in detto viaggio. Seguitando il camino in manco d’un miglio vedessimo la Cisterna, che si chiama de’ Magi, ove i tre Regi perdettero la luce della Stella andando in Gierusalemme .
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Honoratissimi amici, che quì con alta ventura sete per esser ammessi all’ordine glorioso della militia di Christo, e posti al rollo di quei Cavaglieri, che già fu tempo nel theatro del mondo fecero prove degne del Cielo, considerate prima vi prego la grandezza dell’ordine, raccogliendola da chi lo vi conferisce, che è il Vicario di Christo, il Sommo Pontefice se ben per mezzo di questo indegno, humile suo servo: da quelli che di già vi furono rollati, che furono i più stimati scettri le più alte corone del mondo christiano i Santi Lodovici di Francia, i Carli Magni, Gottifredi, & altri innumerabili immortali Eroi; dall’insegna, che vi si concede di cinque rosse Croci a memoria delle cinque mortali memorande piaghe date al Signore: dal luogo istesso ove vi si conferisse, che non è Aula, ò Palaggio di Prencipe terreno, non Teatro, non ordinario Tempio, ma quel luogo, ove l’increato incarnato Verbo nel triduo della sua morte fu sepolto, & ove trionfator dell’Inferno, e della Morte istessa glorioso risorse. Raccogliete la dignità dell’ordine da gli antichissimi suoi primordij, che da questa istessa tomba già tanti secoli sorse con la vita, & con la gloria del Cielo; dal fondator di lui, che fu potiam dire il Creator, e Redentor del Mondo, dal fine, a che si conferisse, che e di pugnar per la fede di Christo difenderla, e propugnarla, e rinovar e concorrere per la vostra parte con chi volesse mai rinovar le memorie immortali dei Santi gloriosi acquìsti. Cavaglieri del Sepolcro di Christo, e della trionfante risurection di lui, santamente ambite voi di esser creati. O grandezza ch’ogni grandezza avanza, ma alla grandezza aggiongete anco la gravita, e’l peso dell’honore. E sia pur vero che non passi per peso il dover sempre portar la Santissima già detta insegna nel petto, e di lei la memoria divota nel core: il dover tener, e difender la ragione delle vedove, è de gl’orfani ingiustamente opressi, il riverire, e procurar che sia riverito il Santissimo nome di Dio. Sia vero, che meno passi per peso quel che, se non vi si comanda, vi si ricomanda con ogni affetto almeno, l’udir ogni giorno la Messa, il recitar pur ogni giorno l’offitio di nostro Signore, il frequentar i Sacramenti '''[113]'''. Non è però se non di considerabilissimo peso, che ricevendo quest’ordine in caso, & ogni volta che il Santissimo Padre, overo altri Regi, e Prencipi risolvessero (il che Iddio voglia) di venir all’acquisto di questi santissimi luoghi, sete obligati venirvi anco voi in persona, a spese del vostro proprio, e in caso d’infermità, ò d’altro legitimo impedimento, mandarvi pur a vostre spese in vostra vece idonea persona. Ho su veggovi ardere nei volti i cori, leggovi nelle fronti gl’interni ardenti affetti: gl’occhi vostri con vivi raggi fannomi chiaro vedere che ben ponderate con la gravità del peso, la grandezza del Grado per tutte le sue circostanze, collatore, colleghi, insegna, institutore, tempo, luogo, fine e che nulla bramate più che vedervi hoggimai titolati di questo sacro nome, adorni di questi gloriosi corredi, onde promettendomi di voi meriti e presenti, e futuri, e a voi altresi promettendo eterni premij, vengo hoggimai a soddisfar alle honorate, e sante vostre brame.  
Poco più avanti a mano sinistra si vede un Convento, ove stanno alcuni Caloieri Greci, che si chiamano di Santo Elia, & vi è una fontana, ove i Pellegrini sogliono bere; & all’incontro si vede nella Rupe il luogo, ove Elia si riposava, & per miracolo vi resta fin’hora improntata l’effigie delle sue membra, come se fusse stata non rupe, ma tenera materia. Quì è la mezza parte del viaggio, & di doppo si vede Betlehem, & riguardando indietro si vede Gierusalemme. & cavalcando circa un longo miglio si vede a man destra la Sepoltura di Rachele , che fin’hora vi si conserva. & più avanti un poco giù di strada, si vede la Cisterna chiamata di David, molto copiosa d’acqua buonissima. Alla fine arrivassimo alla distrutta città di Betlehem , già Città Regale , & assai grande, posta sopra diverse colline, hora tutta distrutta in modo, che di lei vi sono solamente alcune casette, habitate per lo più da Christiani, ma poveri; poiché gli Arabi vi fanno molti assassinamenti, rubbando ciò che ponno havere. In questa Città (della quale il nome viverà in eterno) è il luogo, ove Giesu Christo volse nascere in una povera casetta, appresso ad una stalla, che come sin’hora si vede, era nella costa d’un monticello, sotto ad una grotta: ma S. Elena ornò il luogo d’una Chiesa , & Convento, come fin’hora si vede, & doppo la distruttione della Citta hanno fatto i Christiani una muraglia intorno alla Chiesa, & Convento, assai forte, per reprimere l’impeto degli Arabi, & Mori, & vi si entra a capo chino solamente per una picciola porta, & bassa, per ostare, che non vi si possa condur dentro animali .
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Noi tutti quì arrivati, smontati, & pagati di cafarro alcuni pochi maidini al Carcaia del Sangiacco, entrassimo per detta porticella, & poco avanti vedessimo la porta antica grande della Chiesa, & più a dentro la Chiesa assai grande , del la quale il tetto è sostentato di quattro ordini di colonne di marmo a dodici per ordine, con volti, & sopra il muro da tutte due le parti dipinte molte historie del Testamento vecchio, a mosaico, ma rose, e quasi distrutte dalla lunga serie de gli anni. Al Choro s’ascende per alcuni gradi, & sotto di lui vi è il luogo Sacrosanto e memorando, ove nacque il Redentor del mondo. Si discende a questo per due scale, fatte una per parte che sono sempre serrate, e di loro le porte, che sono di ferro, fermate, e assicurate con gran chiavi; acciò alcuno non vi vada senza saputa de i Padri . Noi doppo haver doppo presa la perdonanza, havendo rimirata la Chiesa, ritornassimo verso la porta ove eravamo entrati, & havendone i Padri aperta una porticella, per questa entrassimo nel Convento, ove da i Padri, che di continuo al numero di sei in otto con un Guardiano vi stanno , fussimo caramente ricevuti, accarezzati, & condotti per tutto il luogo il quale è assai grande, & bello, d’aria buonissima, commodo, & riguardevole di giardini, onde se qualche Padre s’inferma in Gierusalemme, doppo si manda a rihaversi. Doppo d’haver quivi preso alquanto di riposo, da i Padri fussimo condotti in una Chiesa dedicata a S. Catherina , nella quale fanno ordinariamente i loro ufficij, & vi sono tutte le Indulgenze, che sono nel Monte Sinai, ove riposa il corpo di detta Santa.
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Finito il ragionamento cantassimo tutti l’hinno ''Veni creator Spiritus'', e finito fece che legessimo gl’ordini & capitoli, che si hanno ad’osservare, e con belle cerimonie me gli fece giurare sopra il Santissimo Sepolcro; indi ne cinse di sua mano la spada, & ne calzò gli sproni, leggendo sempre alcune orationi, dopoi ne fece metter mano, & di novo giurare sopra il Santiss. Sepolcro di sempre adoperarla in diffesa, & a essaltaione di Santa Chiesa, & ne pose la collana d’oro con la Croce al collo, & pigliata la spada, essendo noi inginocchiati col capo sopra il Santissimo Sepolcro, ci diede il colpo di Cavagliero; & questo fatto ad uno per uno, si cantò il Salmo, ''Te Deum laudamus'', doppo il quale ci baciò, & ci salutò per Cavaglieri, & soldati della guardia del Santissimo Sepolcro.  
Havendo fatte quì le debite orationi per l’acquisto delle Indulgenze, dataci in mano a tutti una candela accesa, cantando l’Hinno, Christe redemptor omnium , fummo condotti per una strada sotterranea fatta a volto, & parte intagliata nella rupe, e per questa introdotti alla Chiesa, che è sotto al Choro della Chiesa grande. Ardono in questa sotterranea Chiesa molte lampadi, & è fatta a volto, con muraglie coperte di lastre di marmo, longa da quindici passi, & larga quattro. Nella parte verso mezzo giorno vi è il maggior Altare, sopra il quale si celebra la Santissima Messa, & sotto vi si vede il luogo istesso, ove la Vergine immaculata partorì il Creator del mondo; luogo riverito dal Cielo, sopra’l quale allhora scesero tanti Angioli festeggianti, e cantanti, Gloria in excelsis Deo. Noi quì arrivati, & genuflessi rimirando il luogo, fatte orationi, vedessimo, e baciassimo humilmente sotto detto Altare, ove è un buco nel marmo di color bigio, in forma rotonda, posto ivi a punto, ove la Vergine Benedetta diede al Mondo il Creator del Mondo. In questo punto a tutti venne tanta allegrezza, e tanto giubilo di cuore, che (quasi ci si struggesse tutto l’interno) per tenerezza da gli occhi copiose lagrime ci uscivano, & per buon spatio restassimo attoniti, & quasi di senso privi, considerando l’altissimo misterio quì dall’Onnipotente esseguito. Dalla parte verso Ponente vi si vede il vivo sasso, sotto il quale col bue, & l’asino era il Presepio, in che il nato Signore fu riposto. & v’è hora accommodato un’Altare, ove si celebra , & dall’altra parte vi risponde ben picciolo Altare nel luogo, ove fù adorato da i tre Regi, venuti a questo effetto infin dall’Oriente .
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Doppo la dimora doppo fatta più di due hore, spese in orationi, & contemplationi, fussimo condotti per altra strada sotterranea nel luogo, ove furono sepolti i tanti fanciulli innocenti, che furono morti in detta Città per comandamento di Herode , & di là in altri luoghi, ove sono i Sepolcri prima di S. Eusebio discepolo di San Hieronimo, & doppo, poco più avanti, di S. Paola, & di S. Eustochia sua figliuola nobile Romane, che delle sue facoltà fecero accommodare il detto Convento, & volsero passare, & finire le sue vite, per devotione in questi paesi . Et passando più avanti, si vede in un’antro assai spatioso il Sepolcro, ove molto tempo è stato sepolto il corpo del grande, e divoto Dottore, & Scrittore S. Hieronimo. In questo istesso luogo tradusse egli la Bibbia di lingua Hebrea in Greco, & in latino, & vi compose tante opere, v’acquistò tanti meriti, passandovi in sante & celesti attioni, & contemplationi la sua vita per spatio di cinquant’anni . Noi havendo fatte orationi in questi luoghi , ritornassimo per l’istesse sotterranee vie nel Convento , ove per esser l’hora tarda, si concedessimo alle necessita di natura, cena, e riposo. La mattina seguente, che fù il lunedì 15 Aprile, ritornassimo alla detta Chiesa della Natività, rinovando orationi, & meditationi de i misterij ivi operati. & doppo haver ascoltata la Santissima Messa, che fù con bella solennità cantata da quei divoti Padri, ritornassimo nel Convento. Dopo pranso andassimo fuori, e visitassimo la Grotta , ove stette nascosta la B.Verg. col sacrosanto bambino, quì nutricandolo, & celandolo alla gelosa crudeltà d’Herode. Questa grotta è lontana dal Convento un tiro d’arco, & per andarvi dentro si discende per alcuni gradi intagliati nella rupe. Sorge in mezzo a lei un’Altare, ove si celebra alcune volte la S. Messa. Della terra, ò polve di questa grotta tutti ne pigliano per divotione, e credono piamente, che sia stata benedetta dalla Vergine Santissima, & conferita a lei virtù di restituir subito il latte alle donne, che l’habbian perduto, se con divotione pigliano un poco di detta terra bevendola con acqua, ò vino; divotione, & rimedio, a che ricorrono gl’istessi Mori, & Turchi. Havendo quì fatte orationi, ritornassimo fuori, & andassimo a vedere ove già era la Casa del glorioso S. Gioseffo marito della B. Verg. M. & padre putativo di Christo, la quale hora è quasi distrutta, & di là ne condussero alla Villa de’ Pastori, nella quale soleva esser una bella Chiesa, nel luogo ove da’ Pastori la beata Notte della Natività furono sentite l’Angeliche lietissime melodie, e feste .
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Detto luogo è lontano dal Convento circa a due miglia, & è situato in una bella valle, che è abbondante di pascoli assai buoni, & tutta amena; ma hora il paese nel resto è tutto distrutto dagli Arabi ladri .
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Doppo l’haver visitato li detti luoghi, ritornassimo al Convento, riposandovi fin’al giorno seguente, nel quale levati di buon’hora, sentita la S. Messa, & fatta colatione, si ponemmo in ordine per andar a vedere il Fons signatus, & havendo tolto con noi per guardia da trenta di quelli nostrani, armati d’archi, & altr’arme, de quali molti hanno la lingua Italiana, per assicurarci che non fussimo impediti da gl’Arabi, dando a ciascuno de questi quattro maidini. Questo Fons Signatus dista da Betlehem in circa a quattro miglia Italiane. Noi v’andassimo a piedi per colli, & monti, i quali solevano essere fruttiferi, hora sono al tutto distrutti e dishabitati. Nasce il detto fonte in diverse parti de monti, & con diversi canali, è tirato tutto ad un sol luogo, il quale con dette acque in una valle fa tre laghi, che con muraglie d’inestimabil grossezza, & fortezza sostengono il peso, & la medesima acqua che soprabonda del primo lago, qual è nella più alta parte della valle: fa poi il secondo, & il terzo più abbasso, & detta acqua poi con un canale fatto con bellissimo, & maraviglioso artificio si conduce in Gierusalemme, che lo rende abondante di fontane. Per condur detta acqua in alcuni luoghi il Canale è fatto sotto le montagne, & è intagliato nella viva pietra passando fin dall’altra parte del monte. Appresso al primo lago, il quale può haver di circuito puoco men d’un miglio, vi si vedono le rovine d’un gran Palazzo, & si dice che qui il Re Salomone teneva le sue Regine, che erano da cinquecento, & le Concubine che giungevano al numero di settecento. Tutte queste sue donne dicesi che erano tenute in questo circonvicino per esser delitiosissimo, e di aria felice il paese. Al piede de gli tre laghi si vede il luogo, ove era l’amenissimo Hortus conclusus, il quale è irrigato d’acque chiare, e perenni, e giace tra due monticelli, e al tempo di Salomone era si pieno d’ogni più nobil sorte d’arbori, frutti, & fiori, che pareva un Paradiso Terrestre. Di quì poco lontana è anco la Villa, che sin hora si chiama Villa di Salomone, ove ammiravansi ne gli antichi secoli superbi edificij, hora miransi solitudini, e ruine . Noi havendo tutti questi luoghi rimirati, ritornassimo per altra via commodamente in Betlehem, ove ritrovassimo i restati, che ne aspettavano essendo di gia l’hora tarda. Quì havendo cenato andassimo a riposare. Aggiungo quì che in Betlehem vi sono molti Christiani nostrani, che hanno la lingua italiana per la pratica che tengono di continuo con i Padri, & molti di loro fanno Croci diverse d’oliva, & altri legnami, & dentro in certe nicchiette vi fanno porre da qualche Padre diverse cose sante. Altri di loro fanno Corone, che vendono poi a’ Pellegrini i quali le fanno toccare quei luoghi santi, & se le portano a suoi paesi. L’istesso si fa anco in Gierusalemme. Noi havendo disegnato d’andare in Hebron , che può esser lontano da quatordeci miglia, a veder il famoso Campo Damasceno, nel quale molti tengono che Iddio fabricasse il nostro primo padre Adamo, & che ancora vi fossero vissuti le prime genti della sua discendenza , & ove al tempo di David, & Salomone vi furono intorno molte Città popolate, e grandi, se bene hora sono quasi tutti quelli paesi ruinati, & dishabitati affatto; tralasciassimo nondimeno quel pensiero, informati che molti Arabi erano posti in aguato, con disegno d’assassinare, quanti di là passavano. Et fu vero, perche alcuni hebrei vi volsero andare, e furno spogliati, e ancora feriti, & malamente trattati. La matina, dunque seguente, che fu il mercoledì diecisette Aprile, udita la santissima Messa nella Chiesa della Natività, dessimo ordine d’andar alla Montana di Giudea, & tolto con noi interpreti, & huomini per guardia pagandoli, montati sopra asinelli si partissimo, & dopo due hore di camino in circa arrivassimo al fonte di S. Filippo, posto in una bella valle, ove sono Indulgenze, & l’acqua è buonissima, & la Fabrica fin’hora si mantiene in assai bella forma.
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Quì appresso si vedono le ruine d’una bella Chiesa, & altre habitationi tutte atterrate. A questa Fontana S. Filippo battezzò l’Ethiope Eunuco della Regina Candace .
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Essendoci quì rinfrescati salissimo per la montagna, & calando per l’altra parte, ci s’offerì a gli occhi un bel paese assai ben seminato, & colto di grano, piantato d’olive, & altre piante fruttifere. Più avanti seguiva un paese sterile, & dopo d’ haver cavalcato, & alcune volte anco caminato a piedi per le male salite, & calate della montagna, intorno a poco più d’un hora arrivassimo al deserto, ove si ridusse S. Gio. Battista dalla sua fanciullezza a farvi asprissima penitenza, onde poi venne alle rive del Giordano, & tra gli altri vi battezò N. S. In questo deserto si veggono quasi al piede della costa del monte (al qual luogo si va per dirupi) le rovine d’una Chiesa, e d’un Convento, e più a basso discendendo con difficoltà, s’arriva alla grotta, ove il detto S. Gio. dimorava, & in capo di detta grotta vi è un rilievo di pietra, come un’Altare, & questa era la pietra, che serviva per letto al Santo. Noi quì genuflessi, & fatte in silentio orationi, cantassimo doppò l’Hinno, Antra deserti teneris sub annis , usciti dall’antro, riconoscessimo la vicina Fontana, che dava a lui il bere, la quale chiara, e copiosa si raccoglie in due gran vasi fatti dalla natura nel vivo sasso, assai belli, & capaci. Fù a noi divoto favore il gustarne, fruttuosa meditatione il pensare l’asprezza, & la lunghezza della penitenza, che ivi fece il prima santo che nato, il cibo, il bere, il letto, l’albergo, che in quel remoto, solitario luogo v’hebbe il gran Patriarca de’ Santi Romiti. Indi partiti cavalcando circa quattro miglia per camino di molta fatica, & pericolo, arrivassimo alla casa de i Santi consorti Zacharia, e Elisabetta, che fu quella, ove da Betlehem venne la B. Vergine  a visitare S. Elisabetta sua parente, vecchia, e per favor del Cielo fatta gravida del glorioso San Giovanni, ove si trattenne per tre mesi, havendo nel sacratissimo Reliquiario del suo ventre la Maesta incarnata dell’Eterno Verbo, & ove pe’ i tanti miracoli, che successero, cantò il Cantico Magnificat anima mea Dominum. Sopra questa casa  era fabricata una bella Chiesa, con l’aggiunta d’un bel Convento: hora quasi il tutto è per terra, restandovi solo una parte del Choro, ove sono ancora alcune Imagini de Santi. Nella muraglia di detta Chiesa si discende per una scala di pietra, per la quale si dice, che per la istessa discendendo la B. Vergine, fù incontrata da S. Elisabetta, & sentì nel suo ventre S. Gio. far riverenza al suo Signore. Quì havendo fatte orationi, & rimirato il luogo, che hora è vilipeso, si partimmo, & passassimo ove tra due monti è una valletta, onde esce una fontana assai limpida, della quale si servivano i detti Santi a suo tempo. Seguitando poco avanti si vede la Villa, nella quale era la casa, in che nacque S. Gio. Battista , ove poi fù fabricata una bella Chiesa, della quale, ruinato tutto il resto, si conservano fin’hora le sole muraglie, & i volti, & se ne servono i paesani (che sono per lo più Mori) per stalla, ricetto d’animali. Caso in vero lagrimando il vedere, che luogo sì santo, habitato già da sì gran Santi, ch’erano padroni di lui, & di questo paese, hora sia con ogni atto d’irreverenza habitato da gente peggiore de i cani. Gli habitatori non volsero, che noi entrassimo ne i nominati luoghi, se prima non pagavamo loro alcuni maidini .
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Doppo d’haver veduto il tutto, si partimmo, & cavalcando per l’erta d’un monte, & doppo per colline assai ben coltivate, & piene d’olive, & d’altri fruttifere piante, in poco più d’un hora di camino arrivassimo ad’una Abbadia d’alcuni monachi Giorgiani, i quali n’apersero benignamente, & ne mostrorno il monasterio, & la Chiesa che è assai ben dipinta, & sotto all’altare maggiore conserva il tronco della palma, che fu tagliata per far il traverso della Croce sopra la quale fu inchiodato Christo, onde anco la Chiesa si chiama di S. Croce. Il Monasterio è ben guardato, & e circondato di buone & alte mura, ha le porte di ferro picciole, ma molto forti per ostare all’impeto di quegli infedeli, che alle volte vi vanno per far loro oltraggio. Di qui partiti in poco più d’un’hora ritornassimo in Gierusalemme essendo l’hora tarda, ove fussimo da’ Padri accarezzati, & cenato andassimo a riposare, come che stanchi per il viaggio, & per il sole molto ardente patito quel giorno. Nei giorni seguenti aspettando, che la caravana d’Egitto si metesse all’ordine per partirsi, non mancavamo di visitar di novo i luoghi Santi nella città, la Chiesa di S. Marco, la Porta ferrea, la Casa di S.Tomaso, ove era una bella Chiesa, che hora è rovinata, la Chiesa di S. Giacomo maggiore che tengono gli Armeni, & vi si vede la pietra sopra la quale fu a lui tagliata la testa, la Chiesa, ove era la Casa di Anna pontefice, ove fu prima menato prigione il Signore, & nella quale vi è tuttavia l’oliva, ove fu legato che ancora è verde, la Chiesa della Presentatione della Verg. Santiss. ove Giesu Christo fù circonciso, benché non sia concesso l’entrarvi, ma solo si saluta alla lontana la Probatica piscina, la Chiesa di S. Anna, ove nacque la B. V. M., la Casa d’Herode, ove fù flagellato N. Sig., la Casa di Pilato, l’Arco sopra quale fù mostrato al popolo, la via dolorosa, per la quale Giesu Christo passò con la Croce in spalla, andando verso il Monte Calvario al supplicio, la Chiesa ruinata dello Spasimo, la Casa di S. Veronica, & tutte le sere andavamo alla Chiesa del Santiss. Sepolcro; & perche non si poteva entrare, facevamo le orationi alla porta. Altre volte andando fuori della Porta del Castello visitassimo la Casa di Caifa , nella quale è poi stata fatta una Chiesa, & sopra l’Altar maggiore vi è posta la pietra, che servì per mettere alla bocca del Sepolcro di N. S.; il luogo ove habitò, & morse la Vergine Santissima doppo la morte di Christo, nel quale S. Gio. Evangelista celebrava la Messa, & ove si sepelliscono i Catolici, che muoiono in Gierusalemme; il tanto memorando Monte Sion, ove Giesu Christo fece tanti miracoli, & non potendo di presenza, lo riverivamo di lontano. Et più appresso alla muraglia, il luogo, ove gl’iniqui Giudei volsero far cadere il corpo della B. Vergine di man de gli Apostoli, che la portavano a sepellire. & ove S. Pietro pianse doppo haver negato il suo Signore, la Fontana chiamata Natatoria Siloe, ove Giesù illuminò il cieco nato, il luogo ove Esaia fu segato, & sepolto, & nel monte dell’offensione, ove stettero nascosti gli Apostoli nel tempo della persecutione, & passione di Christo, & ove è il Campo santo comperato per li trenta dinari, che Giuda gettò nel Tempio; & visitassimo di più la Valle tremenda di Giosafat, nella quale molte volte pensando, & confidando, come quì il giorno spaventevole del Giuditio tutti s’habbiamo a ritrovare per esser giudicati, & sentir la spaventevole ultima sentenza per gl’iniqui, & vedere con quanta forza, e horribilità l’ira d’Iddio scaricarassi sopra gli ostinati peccatori, & come da quì saranno rapiti da’ Diavoli alle sempiterne pene dell’Inferno, certo che non vi è persona, alla quale (ritrovandosi in questa Valle, & ciò considerando) non se gl’instecchino i capelli in testa, & non se gli agghiacci il sangue nelle vene, non tremi per timore, e versi al di fuori quasi sudor di sangue.
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Ma considerando ancora come qui il benigno Giesù volgendosi a’suoi divoti, & fedeli, con quel vivo splendore della sua Maestà tutti unitamente chiamerà, & condurrà alle beate stanze del Paradiso, entra nel cuore tal giubilo, che si desidera la venuta del giorno prefisso, e si risolve il poco della vita che resta, impiegarlo in modo, che alla morte niuna cosa s’opponga, che ritardi il godere la desiata gloria. Visitassimo in detta Valle la Chiesa, ove è il Sepolcro della B.V.M, & nella istessa la sepoltura di S. Gioseffo suo sposo, & de’ Santi consorti Gioachino, & Anna genitori. & più a basso in detta Valle vicino al fonte del torrente Cedron, le vestigie delle mani, & de’ piedi, che scolpite ivi nella pietra, come impresse in cera, lasciò nostro Signore essendo condotto prigione, le quali fin’hora molto apparenti si vedono. & più a basso, ove dimorò nascosto S. Giacomo minore, & dall’altra parte il fonte della B. V. M. Visitassimo ancora l’antro, overo grotta, ove Christo orava, & ove dormirono i tre Discepoli, & il luogo, nel quale da Giuda fù tradito, preso, e legato nostro Signore; & più ascendendo nel Monte Oliveto, ove S. Tomaso hebbe la cinta dalla Vergine Santissima ascendente in Cielo, ove Christo pianse sopra la Città di Gierusalemme, prevedendo la ruina di lei, ove gli Apostoli composero il Simbolo, ove Christo insegnò a’ suoi Apostoli a pregare, con l’Oratione Dominicale, ove predisse il Giuditio, il luogo parimente ove fece penitenza S. Pelagia; & nella sommità di detto Monte il luogo, ove Christo ascese al Cielo, & in memoria lasciò l’effigie delle sue piante nel marmo incise, come fin’hora si veggono. In Betania visitassimo la Casa ruinata di S. Martha, la pietra, sopra la quale s’assise N.S. mentre Marta, & Maria Maddalena vi parlarono di Lazaro suo fratello morto, la Casa di S. Maria Maddalena, della quale fù poi fatto un nobile Convento, che hora è tutto spianato, la Casa di Simone leproso, il Sepolcro, ove Christo richiamò a vita il già quatriduano Lazaro; & appresso alla Citta il luogo, ove fu lapidato & morto il Proto martire San Stefano, il quale in cadendo sopra il duro marmo vi lasciò la forma di tutto il suo corpo impressa, come fin’hora si vede, & in tutte le visite di questi luoghi accompagnate con orationi, sempre i Padri che venivano a mostrarli, leggevano ancora alcune orationi, overo Hinni particolari, & Evangelij trattanti de gli effetti ivi successi, & sovente vi aggiungevano gravi, & divoti sermoni, dichiarando i miracoli, e le cose, che vi occorsero. Ne furono ancora mostrate un giorno fuori della Città nella parte verso Tramontana le ruine dell’antica Gierusalemme, fra le quali vedesi sotto terra cavato per forza di scalpello nel duro marmo tutto d’un pezzo, un luogo in forma d’una sala, di lunghezza intorno a quindici braccia , & in un canto verso mezzo giorno vi è cavato un buco in forma quadra nell’istesso marmo, per il quale s’entra ben difficilmente, & solo carpone, per spatio d’otto braccia , che tanta è la lunghezza di detto forame. S’entra poi in un’altra sala fatta in quadro di dieci braccia  per ogni verso, la quale altresì è tutta tagliata a forza di ferro nel detto marmo. & è gran cosa, che il suolo, le pareti, e il sofitto è tutto d’un pezzo; e di più in detta sala vi sono sei porte (…) incavate, che vanno in altre camere, nelle quali; sono poi cavate alcune cellette, & si comprende esservi state sotterrate anticamente persone grandi, del che fanno fede l’ossa de’ cadaveri, che vi si veggono; che perciò chiamano detto luogo la Sepoltura de i Ré . Ma in vero hà del maraviglioso molto il vedere, come in un marmo solo vi si sia fatto quasi un compito Palazzo. Havendo noi più volte visitati questi Santissimi luoghi, & ivi con quella maggior divotione, che ci concede Dio, fatte orationi per noi, & per tutti li nostri parenti, & amici; la gente incominciò a far trattati della partenza: ma perche due Sig. Fiamenghi il mio compagno, & io eravamo risoluti di passar con la Caravana per il deserto dell’Egitto, & veder in particolare la gran Città del Cairo, essendovi ancora di ritorno quelli Sig. Pellegrini, che erano per l’istesso viaggio venuti, trattassimo con un Mucaro, che ci noleggiò tre Cameli per prezzo di quaranta piastre in tutto, & patto di spesar gli animali, & pagar li cafarri. Di questi tre animali uno caricossi della vettovaglia, & delle bagaglie; sopra gli altri due, accommodati con ceste (che paiono mezze letiche) una per parte, ove vi stà una persona dentro per luogo, s’accommodassimo noi per il viaggio, & facessimo anco provisione di buon vino, tolto da certi Caloieri Grechi, perche in detto viaggio non se ne ritrova fino in Cairo, pigliassio di più biscotto, & altre cose per il vitto, benche d’indi lontano tre giornate nella Città di Gaza, si faccia provedimento per passar il deserto. Nella Città di Gierusalemme si spende la moneta, quasi come in Egitto; i più spendibili dinari sono i Reali di Spagna, che chiamano Piastre, & i Toleri d’Alemagna, che si chiamano abuchelli. Il Reale di Spagna intiero vale trenta maidini, & un maidino vale diciotto soleri, che sono moneta di rame molto grossa, & pesante. I Cecchini, & Ongari da quei popoli pigliansi volontieri, ma si vogliono di peso, & belli in vista, & calando non gli accettano per alcuna valuta, e vagliono qnarantacinque maidini l’uno; alcune volte gli Hebrei li cambiano a qualche cosa d’avantaggio; altra sorte d’oro, nè di moneta non occorre portare in quelle parti, che la perdita sarebbe troppo grande. Havendo noi visitati, & riveriti questi luoghi Santi, perche s’approssimava il partire, & di già gli amici che erano venuti con noi di Soria, erano ritornati con la Caravana, & altri sì de’ Padri, come de’ Pellegrini erano andati verso Iaffa, per passarne in Cipro, che questa è la più breve, & di manco spesa, per ritornarsene in Europa, noi andassimo alla Cella del R. P. Guardiano, il quale si ritrovava un poco indisposto, & ringratiatolo infinitamente delle cortesie ricevute, & de’ travagli presi per noi, havendoci il Convento per tre settimmane intiere per sola charità alloggiati, e spesati, chiestagli buona licenza, e la sua santa benedittione, per ritornarci a’ nostri paesi, da sua Paternità fussimo ad uno per uno abbracciati, & benedetti tutti insieme poi con affettuoso ragionamento essortati alla ricognitione della gratia ricevuta dal Signore nella visita di quei Santi luoghi, alla memoria della vita, & passione di Christo, alla santità della vita, & alla fedele, e perseverante essecutione di ciò che la divota stima del grado, & Cavalerato ricevuto, impone.
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Io poi, soggiongeva, non mancarò a mio potere di pregare, e far pregare a questi nostri R. Padri N. S. che come vi hà, fra tanti mari, fatti favorevoli tanti venti, fra tanti viaggi, fra tanti pericolosi passi fatti sicuri, fra tanti inimici dissesi, fra tanti disaggi, e bisogni soccorsi, e felicemente condotti alla bramata meta del vostro altretanto lungo, grave, affannoso, e pericoloso, quanto pio, divoto, e santo pellegrinaggio, quì consolandovi con una compita, distinta, commoda, chiara, e replicata visita di questi santissimi luoghi, ove hà operata la salute del mondo, eleggendovi di più nel glorioso numero de’ favoriti soldati, e Cavalieri suoi; cosi continuando con voi, & in noi la grandezza de’ suoi celesti efficaci favori a’nostri paterni soggiorni e sicuri, e sani, e lieti vi ritorni, dandovi gratia di vivere il resto della nostra vita nel suo timore, di giunger puri, e immaculati alla morte, e di passar sicuri all’eterno possesso della gloria.
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Ciò detto, ne fece dono d’alquanti Agnus Dei, composti di Terrasanta, che egli di sua mano raccoglie in tutti i luoghi nominati, & riducendo la materia in polvere, col dragante fattane una pasta, & con piccioli impronti diversi stampatevi sopra imagini di Christo, & de Santi, de quali divisi, e lasciati indurire, & data loro la benedittione Apostolica, alla  partenza de’ Pellegrini ne dà a tutti, acciò segli portino a’ suoi paesi, che sono di gran divotione, & hanno molte Indulgenze. Ci diede ancora il privilegio solito a darsi ad ogni Cavaliero ascritto in quella Religione, registrato in bella forma in carta pecora, sottoscritto di sua mano, sigillato col sigillo della Santissima Resurrettione. Noi genuflessi lo ringratiassimo molto delle infinite cortesie da sua Paternità, & da tutti quei Rev. Padri ricevute, poi gli facessimo quella elemosina, che è solita a darsi dagli ascritti in detta Religione, & di più un’altra elemosina per divotione, & ricognitione della charità ricevuta da detti Padri, i quali sono molto bisognosi, essendo di continuo aggravati da Turchi di false imputationi; onde sempre costretti a dar loro denari, e robba del poverissimo Convento; oltra che d’ordinario i Padri sono molti in numero, ne hanno cosa alcuna di fermo, & solo aspettano l’elemosine, che le vengono fatte da Pellegrini, & ciò che gli viene mandato per charità dalle parti d’Europa, il che è molto poco in se, & meno alle necessarie grandissime spese, onde sempre il Convento ha debiti, paga grandi interessi, pigliando ne’ frequenti bisogni danari da certi Hebrei, che ne vogliono ingordissimi [interusuri]. E ricevuta […]
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la sua santa benedittione, ci ritirassimo con gli altri,
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pigliando congedo da molti Pellegrini
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nostri amici, raccomandandoci
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alle divote loro orationi.
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Fine del secondo libro.
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Usciti, tutti i Padri, & i Pellegrini complendo con molto affetto ci toccarono la mano, rallegrandosi con noi dell’honore, & dignità acquìstata. Era di già passata gran parte della notte, onde si ritirassimo verso la Capella dell’Apparitione, & d’indi a deputati luoghi a prender una picciola refettione, e riposar quel poco che della notte restava. La mattina seguente che fu il sabbato Santo fin tanto che veniva l’hora d’ascoltar i divini officij accompagnati da un pratico Padre facessimo le visite a tutti li luoghi santi di quella Chiesa, e vedessimo oltra i sudetti, alcuni altri, ne i quali la processione non si ferma, come farebbe, all’uscire della Capella dell’apparitione, alcune pietre poste nel suolo in forma rotonda, che dicono, esser il luogo ove Giesu Christo apparve alle tre Marie, & le salutò, un altro simile ivi vicino, che fu ove apparve a Santa Madalena in forma d’Hortolano; e seguendo il camino a man destra sotto il portico vedessimo intagliati nella rupe tre sepolcri voti, i quali furno fatti fare da Nicodemo, & da Giosefo Abarimatia, ove stanno ad offitiar i Cossiti in una Capella edificata da loro con licenza del Sangiaccho congiunta al Santissimo Sepolcro dalla parte verso ponente. Piegando poi intorno alla Chiesa rotonda venendo verso la porta il Padre ci mostrò nel suolo un altro luogo fatto in forma rotonda coperto di marmi, che dicono esser quello ove stava la Vergine Madre mentre che il figlio Giesu Christo stette in Croce. Quì sopra v’arde una lampada mantenuta da Siriani, & vi si dice l’Oratione, ''Stabat mater dolorosa, iuxta crucem lachrimosa''. Tenendo il camino verso la porta, & passati appresso la pietra della Santissima untione, venessimo alla Capella, la qual è sotto al monte Calvario ove sono posti, uno a destra, l’altro a sinistra li sepolcri de i Regi fratelli Goffredro, e Baldovino. E camminando attraverso la Chiesa, entrassimo nel Choro, che è nel mezzo della nave grande, il quale tengono i Greci, & v’hanno un bel altare molto adorno di pitture, & indorature, con le sedie da i lati per i suoi Patriarchi. Nel mezzo del Choro vi è intagliato nella pietra un buco, del quale raccontano varij misterij, & sopra stavvi appesa una bellissima Corona di bronzo, che serve per lampadario al Choro. Quì misurassimo la grandezza della Chiesa, & la trovassimo longa circa cento passi nella maggior longhezza, & nella maggior larghezza larga circa sessanta; e quì pure fussimo informati di tutti i luoghi santi distintamente e chi n’ha governo, & la cura. I nostri Rev. Padri possedono, & hanno in custodia, sopra il santissimo monte Calvario, la Capella ove nostro Signore fu crocifisso, & vi tengono da trenta lampadi accese; hanno ancora la prima giurisditione del Santissimo Sepolcro benche le altre nationi mantenghino quì parte delle lampadi, ottengono di più la Capella ove l’istesso Sig. apparve doppo la sua santissima resurrettione alla Vergine santissima, & di questa si servono per sacristia, vi tengono i paramenti, & vi offitiano, che vi sono tre altari. Tengono ancora in protettione il luogo ove fu ritrovata la santissima Croce da S. Helena. Li Greci possedono tutto il Choro, il qual è cinto con un muro, & è in mezzo alla nave della Chiesa grande, & hanno custodia del luogo ove Giesu Christo fu tenuto prigione mentre si accomodava il luogo per la passione. Li Giorgiani tengono nel monte Calvario il luogo ove fu piantata la santissima Croce, sopra la quale Giesu morì, & vi mantengono più di quaranta lampade accese. Gli Armeni tengono la Capella, & il luogo, ove furono divise le vestimenta di Christo, & di più la Capella di S. Helena. Gl’Abissini tengono la Capella, nella quale, è riposta la colonna che si dice dell’improperio; li Siriani tengono una lampada sopra il luogo ove stava la Vergine Maria mentre Giesu Christo era in Croce, & li detti offitiano insieme con i Cofti nella Capella attaccata al Santissimo Sepolcro. Ma nissuna di queste nationi vieta che tutte l’altre non facciano l’orationi & visite in ogn’uno de suoi luoghi, anzi lo si reccano a favore per dentro la porta ove s’entra vi sono attaccate sette corde, che rispondono a i luoghi ove risiedono le dette sette nationi, ogni corda al suo luogo & sono le corde attacate a certe campanelette, si che, quando vien chiamato alcuno delle nationi alla porta, il portinaro tira la corda che va a riferire al luogo di quella natione, e quelli vanno a rispondere fra questo mentre che il R. Padre ci rendeva capaci di queste cose, venne l’hora di celebrar gl’officij & far le cerimonie solite a farsi in detto giorno. Il che esseguirono i R. R. Padri vestiti delle sacre vesti, con molta devotione avanti la Capella del Santiss. Sepolcro, & durò il tutto fina passato mezzo giorno. Indi si ritirassimo a pranso nel solito luogo. Ma fu a noi gran ventura, che le altre nationi facessero secondo il rito antico, poi che questo anno portò differenza d’una settimana, & la Domenica che a noi fu il giorno della santiss. Pascha di Resurectione, a gli altri fu solo la Domenica delle Palme, & per questo non entrando altre nationi questa settimana, a noi fu assai commodo il far le nostre orationi, & visite senza esser disturbati da tanta gente.
  
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Il detto giorno vennero alla porta per entrare a far le cerimonie della sua Domenica delle Palme tutte l’altre nationi, & il Sangiacco con altri ministri assisi presso alla porta facevano pagare a tutti a persona per persona, chi più, chi meno, secondo le nationi, & ciò durò fino alla sera entrando huomini, e donne con gran confusione, & a mio credere furono più di quatro mila gl’intromessi. Tutta notte s’udì gran romore, & strepito; noi si retirassimo nella Capella della apparitione, & quì facessimo le nostre orazioni, a buona pezza della notte, nel resto di lei riducendosi a riposo. La mattina seguente, che fu il gloriosissimo giorno della Resurrettione, s’apparechio un altare avanti all’anticapella del santissimo Sepolcro, & con bellissimi paramenti, & pompa fu dal Rev. Padre Comissario cantata la santissima Messa, & amministrata la sacratissima Eucharistia a noi altri pellegrini. Finita la celebratione si levò l’altare, perche di già erano apparechiati i Patriarchi dell’altre nationi per far le processioni delle palme, le quali facevano in questa maniera, portavano avanti penelli, e Croci in quantità una natione, e poi l’altra: a questa seguitavano i suoi Patriarchi con le mitre in capo, tutte diverse, & havevano in mano diversi stromenti molto strani, con i quali suonavano, o più tosto, rumoreggiavano. Davano alla coda di questi molti con rami d’olive, & palme, attacandovi candelette accese, & cosi in forma di processione andorno tre volte intorno alla Capella del santissimo Sepolcro, tenendovi dietro senza ordine tutta la gente; tra la quale vi erano certi huomini, & donne, che dimenando la lingua per la bocca facevano strepito infinito. Finite queste loro cerimonie, i Rev. Padri, & noi altri pellegrini usciti dal tempio andassimo al Convento a far la santissima Pasqua in allegrezze, & doppo il desinare si riposassimo stanchi dalle vigilie fatte le notti antecedenti. Il lunedì mattina restassimo a casa a’ divini Offitij, & doppo il pranso ne fu fatto sapere dal Sangiacco, che tutti quelli che volevano andare al fiume Giordano, & alla Quarantana si mettessero all’ordine, & subito passato mezzo giorno fussero in viaggio, & cosi come di già haveva ordinato l’interprete, erano comparsi alcuni Mucari con Muli, & afini. Il R. P. Guardiano haveva fatto mettere all’ordine pane, vino, &: altre robbe per nostro viatico, onde caricatone alcuni Muli, con le some si mandarono avanti, alcuni dunque de’ Rever. P.P. è tutti noi Pellegrini provisti di cavalcature, montati andassimo verso la porta di S. Stefano, & di la passati per la valle di Giosafat costegiando il monte Oliveto verso Betania, spingendosi avanti, per spatio di cinque hore arrivassimo ad’un Castello chiamato S. Moise, ove è una Moschea, che è lontana puoco più di due miglia dal Mar morto '''[114]'''. Quì tutta la caravana fermossi in una valletta, & i soldati mandati dal Sangiacco ad accompagnar, & assicurar la Caravana, perche non fusse offesa da gl’Arabi assasini, che infestano tutto quel paese, allogiarno atorno. Sono tutti sterili quei paesi circonvicini cosi fatti da che l’ira d’Iddio cosi castigò le cinque Città '''[115]''', che erano nel luogo, ove hora stagna il detto Mare, cioè Sodoma e Gomorra, Sebeon, Adama, è Segor, per l’abominevole peccato, con pioggia di zolfo, & pece, che abissó tutto quel paese e’l rese a le rive sterile, & distrutto: & fin hora tuttavia si vede in memoria del fatto, sempre pieno di nebbia, e i monti circonvicini circa a due miglia lontano dalla riva mandano fuori un intolerabile puzzore, & è sterilissimo tutto il paese, & le pietre di lui, attaccatovi il fuoco, ardono come se fossero legni, ma il fummo è puzolente. Quì riposassimo il resto del giorno, & fina a mezza notte al sereno. Ne fu poi comandato che cavalcassimo, & seguitando il viaggio per colli arrivassimo ad una bella pianura, che soleva essere molto fertile, & vi era il deserto di S. Gieronimo, come si vede ancora da certe vestigij restati d’un bel convento: e ove anticamente questo paese fu molto habitato, hora è tutto distrutto.
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La mattina arrivassimo a vista del fiume Giordano, e passati ove altre volte era una Chiesa, & Convento di. S. Gio. Battista, ch’ivi hora sonovi le sole rovine, andati alla riva, e smontati li Rever. Padri lessero l’Evangelo di S. Giovanni, & noi tutti facessimo orationi ringratiando Iddio, che ci havesse concesso gratia di veder, & gustar quell’acqua nella quale volle esser battezzato il nostro Salvatore '''[116]'''. Noi ne bevessimo, & se ne bagnassimo il capo: de gl’Armeni, & altre nationi molti saltano nel fiume, & nuotano, alcuni lavano molte pezze di tele, & se le portano poi a suoi paesi, & quando alcun muore gli avolgano in dette tele, con opinione che con questa cerimonia vadano le anime senza altro a salvamento; molti ancora pigliano della detta acqua, & la ripongono in fiaschi, & ne’ portano alle sue patrie.
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Qui dimorati più d’un hora, contemplato il luogo, & il Santissimo Misterio operatovi, le altre nationi, per che non vanno alla quarantana, ritornorno adietro, noi tolta una compagnia, di quelli soldati partimmo inviandoci verso Gierico, che essendo già si grande, & bella Città, favorita tanto dalla presenza & miracoli del Signore, hora è tutta distrutta, & ridotta a stato di povero Villaggio '''[117]'''.
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In essa si vede ancora in piedi una parte della casa di Zacheo '''[118]''', & passando avanti arrivassimo alla Fontana '''[119]''', la quale essendo amara, benedetta da Eliseo Profeta subito divenne dolce, & saporita, come sin hora si vede e si gusta; e seguitando giungessimo alle radici del Monte della Quarantana '''[120]''', e smontati riguardando l’erta, & faticosa salita, alcuni si de Padri, come de Pellegrini, non ardirono di salire, & restarono al piede alla guardia delle cavalcature, ma noi con molti disposti al tutto di vedere il luogo tanto devoto, ove Giesù Christo Signor nostro stette in orationi, & digiunò quaranta giorni, deposto una parte de vestimenti, facessimo l’ardua, pericolosa, e faticosa salita, essendo la strada per lo più intagliata, & cavata nella pietra viva, in molti luoghi di questa montagna sono grotte, che già furono elette da molti Santi Eremiti per loro habitationi, & vi hanno fatta la sua beata, & felice vita, & essendo noi saliti per spatio di più di un hora di camino, arrivassimo alla grotta che fu si favorita dall’omnipotente Iddio, & riguardato, & contemplato il luogo, da Rever. Padri fu letto l’Evangielo, che si dice la prima Dominica di Quaresima, & ne fu fatto un bel ragionamento sopra il luogo, & digiuno, & noi vi facessimo alcune orationi. Di la risguardando al basso vi si vede uno spaventoso precipitio, talche molti dubitavano del ritorno pericoloso; tra tanto visitassimo tutti i luoghi della grotta, la quale fece accomodare, e dipingere S. Helena (come molti dicono), indi incominciassimo la discesa aiutandosi l’uno, l’altro, & con fatica, arrivati tutti al fondo per la Iddio gratia senza alcun pericolo, ritrovassimo li compagni, che ne aspettavano, & ci havevano apparechiato il reficiamento. Dimorati quì per un pezzo ad asciugarci, dal molto sudore, facendoci i soldati instanza al ritorno, rimontassimo, e cavalcando al piede delle montagne per assai buon paese in puoco piu di quattro hore arrivassimo la Caravana, la qual era fermata, el Sangiaco attendeva a riscuotere il Cafarro, & per esser la Caravana di diverse nationi, che ascendevano al numero più di tre milla persone, facendogli pagare a persona per persona, la cosa andò al lungo e quasi a sera. A noi Pellegrini, & ai Rever. Padri fece pagare quattro cechini per persona; ma si contentò che gli fossero sborsati in Gierusalemne, noi desiderosi di ritornare, facevamo far istantia per mezzo del nostro interprete, che la Caravana cavalcasse, e vi furno molte difficoltà, che molti altri volevano, che si restasse nel luogo della notte passata. Ma al fine fu risolto di cavalcare, & per esser il tempo alquanto piovoso, quel viaggio notturno fu con molto travaglio a molti, che le cavalcature per il viaggio d’andar per monti, & per la stanchezza del longo portare sottocadevano.
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  Il discorso escatologico di Gesù, riguardante la distruzione del Tempio di Gerusalemme e la fine del mondo, fu fatto sul monte degli Ulivi, ma, a contrario di quanto dice Pesenti, non è possibile fissarne il punto preciso. A ricordo di questi discorsi oggi, sui resti di un’antica chiesa del VII secolo (forse la Chiesa fatta erigere da Santa Pelagia a cui fa riferimento Pesenti), sorge un santuario moderno. L’edizione del 1628 inserisce qui le seguenti orazioni: ANTIPHONA: Sedente Iesu super hunc Montem Oliveti, accesserunt ad eum Discipuli eius secreto dicentes: Domine quando haec erunt, et quod signum adventus tui et consumationis seculi. Vers. Consurget enim gens in gentem et regnum in regnum. Resp. Et erunt pestilentiae et fame set terremotus per loca. ORATIO: Presta nobis Domine Iesu Christe pater futuri seculi, ut tuis sacris actionibus eruditi, Sudicio illo tremendo: de quo Apostolis tuis hoc in loco petentibus locutus fuisti: meritis tuae passionis sanctissimae, leti interesse mereamur. Qui vivis et regnas &c.
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'''[112]''' Ancora oggi nella sagrestia del piccolo convento dei francescani addetti ad officiare nel basilica del Santo Sepolcro, sono conservati un paio di speroni dorati e una spada attribuiti a Goffredo di Buglione.
  L’edizione del 1628 inserisce qui le seguenti orazioni: ANTIPHONA: Pelagia meretrix, quidam nocte poenitentia ducta, de domo suae effugiens in montem Oliveti se contulit, ubi habitum heremitae accipiens in hac parva Cellula se inclusit, et Deo in multa abstinentia deservivit. Vers. Ora pro nobis. Resp. Ut digni efficiamur &c. ORATIO: Exaudi nos Deus salutaris noster, ut sicut de beata Pelagia conversione gaudeamus, ita eius admirabilis poenitentiae animemur exemplo. Per Dominum nostrum &c.
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  L’Ascensione al cielo di Gesù viene descritta dall’evangelista Luca sia nel Vangelo che negli Atti degli Apostoli, senza però dare indicazioni precise sul luogo dove avvenne. Tuttavia, fin dai primi tempi del cristianesimo, il fatto miracoloso venne collocato e ricordato sulla cima del Monte degli Ulivi. Si sa che al tempo di San Gerolamo (347–420 ca) vi era un tempio a forma rotonda, a cielo aperto, detto Imbomon, ossia “posto sulla cima”. La costruzione aveva un diametro di circa 32 m e al centro si trovava la “roccia sacra” sulla quale, secondo la tradizione, posava i piedi Gesù quando si elevò verso il cielo. Successivamente i crociati vi costruirono una cappella, che nel 1187 venne modificata dai musulmani che ne fecero una moschea murandone le arcate e aggiungendovi una cupola ottagonale di 6,60 m di diametro.
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'''[113]''' Tutti gli ordini militari comportano per i fratelli gli obblighi religiosi del monaco o del canonico regolare, anche se meno rigidi e adattati alla loro vocazione e alla loro pratica militare. La partecipazione alla messa quotidiana è obbligatoria in tutti gli ordini (''cfr.'' A. DEMURGER, ''op. cit.'')
  HYMNUS: Iesu nostra redemptio / Amor et desiderium / Deus creator omnium / Homo in fine temporum / Quae te vicit clementia / Ut ferres nostra crimina / Crudelem mortem patiens / Ut nos a morte tolleres / Inferni clausura penetrans / Tuos captivos redimens / Victor triumpho nobili / Ad dextram patris residens. / Ipsa te cogat pietas / Ut mala nostra superes / Parcendo et voti compotes / Nos tuo vultu facies / Tu esto nostrum gaudium / Qui es futurus praemium / Sit nostra in te gloria / Per cuncta sempre specula.  Amen. ANTIPHONA: O Rex gloriae Domine virtutum, qui triumphator hic super omnes Coelos ascendisti, ne derelinquas nos orfanos, sed mitte promissum patris in nos spiritum veritatis allaluia. Vers. Ascendit Deus in iubilatione alleluia. Resp. Et Dominus. ORATIO: Concede quaesumus omnipotens Deus: ut qui de hoc loco unigenitum tuum redemptorem nostrum ad Coelos ascendesse credimus ipsi quoque mente in caelestibus habitemus. Per eundem Christum &c.
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  Il Monte degli Ulivi effettivamente è uno dei luoghi più suggestivi di Gerusalemme. Esso è formato da tre alture: quella Nord (810 m), chiamta dai cristiani “Viri Galilaei”; quella centrale (808 m), dove viene collocato il luogo tradizionale dell’Ascensione; quella Sud (734 m) detta Monte dello scandalo.
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'''[114]''' Il Mar Morto è chiamato in arabo Bahr Lut, ossia Mare di Lot, mentre l’antico nome è Asfaltide. È la depressione geologica più profonda della terra: si trova a circa 400 m sotto il livello del mare. È lungo 80-85 km e largo al massimo 17; il perimetro misura 230 km. Il punto di massima profondità delle acque raggiunge i 400 m. Non esiste un emissario, tuttavia la forte evaporazione impedisce la crescita del livello. Le acque del Mar Morto hanno una concentrazione di sali talmente alta da non consentire alcun genere di vita (donde il nome di Mar Morto). Il mare è circondato da colossali montagne, simili a muraglie inframezzate da gole profonde ed inaccessibili. Tra queste si ricordano a Est le Montagne di Moab, di cui una delle cime più alte è il Monte Nebo (m 808), dove Mosè, dopo aver contemplato la Terra promessa, morì all’età di 120 anni.
  Le attuali mura di Gerusalemme vennero innalzate nel 1542 durante il regno di Solimano il Magnifico. Hanno un perimetro di circa 3 km e sono alte 13 m., sono munite di 34 piccole torri e hanno 8 porte.
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  Probabilmente si riferisce alla Cittadella. Pesenti non cita il caratteristico minareto perché fu costruito solo nel 1635.
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'''[115]''' Le cinque città della Pentapoli sorgevano sull’antica piana di Siddim, una penisola che sporge a Sud-Est, dividendo questa parte del Mar Morto in due parti disuguali, di cui la minore è quasi uno stagno salato di solo 6-8 m d’acqua.
  Credo si tratti della “Porta di Erode”.
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  Detta anche “Porta di Hebron”. Presso la porta di Giaffa si trova la Cittadella,un insieme di costruzioni irregolari e dirute fiancheggiate da torri; tra queste quella Nord-Est è detta “torre di David”.
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'''[116]''' Giovanni evangelista chiama il luogo della predicazione di Giovanni il Battista e del Battesimo di Gesù “Betania, al di del Giordano” (Gv.1,28) per distinguerla dalla Betania vicino a Gerusalemme, patria di Lazzaro e delle sue sorelle. Tuttavia non si conosce con precisione la collocazione di questo villaggio; recenti scoperte archeologiche tenderebbero a identificarlo con l’attuale Ennon-Sapsafas, nei pressi del wadi Kharrar, in Transgiordania. Il punto identificato dalla tradizione e qui descritta come luogo del Battesimo di Gesù si trova a 8 km da Gerico. Qui fin dai primi tempi del cristianesimo furono commemorati anche il passaggio del Giordano da parte degli Israeliti per entrare nella Terra promessa, il passaggio di Elia e il suo rapimento in cielo su un carro di fuoco e la predicazione del Battista.
  Detta anche “Porta di Sion”, si trova a Sud.
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  Oggi è chiamata “Porta del Letame” o “Porta dei Mograbini” (Marocchini).
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'''[117]''' Anticamente Gerico era abitata dagli Asmonei, eredi della famiglia dei Maccabei, che vi avevano costruito un palazzo fortificato. Erode il Grande (morto proprio in questa città), vi aveva fatto erigere grandiosi edifici in stile ellenistico-romano e tra questi, il suo palazzo d’inverno. A motivo del clima mite, sembra che alcune famiglie aristocratiche di Gerusalemme avessero proprio a Gerico una residenza invernale. La città era inoltre considerata l’ultima tappa per i pellegrini che dalla Galilea si dirigevano verso Gerusalemme, evitando di attraversare la Samaria a causa dei difficili rapporti con gli abitanti di questa regione, considerati eretici. L’attuale villaggio di Gerico, un’oasi nel deserto, è sorto nel XVIII secolo sulle rovine della città bizantina e crociata. In realtà l’insediamento di età ellenistica abitato ai tempi di Erode e di Gesù non corrisponde esattamente all’attuale Gerico, ma era situato un po’ più a Sud, sotto i colli.
  La porta d’Oro di cui si è già detto.
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  Ai tempi di Gesù la spianata del Moriah, ingrandita verso Nord, era circondata da portici superbi, ad eccezione dell’angolo Nord-Ovest, in cui sorgeva la fortezza Antonia. Il portico orientale conservava il nome di “Portico di Salomone”; il portico meridionale era chiamato “Regio” ed era il più bello con quattro file di colonne di 8 m coronate da capitelli corinzi. A Sud-Est si elevava a picco sulla valle del Cedron a un’altezza di 180 m ed è quindi possibile identificarlo con il “pinnacolo del Tempio” di cui parla l’evangelista Matteo (Mt 4,5-6).
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'''[118]''' La ricchezza di reperti archeologici presenti sul territorio e la mancanza di fonti che possano dare indicazioni al riguardo, rendono oggi l’identificazione della casa di Zaccheo alquanto improbabile.
L’accesso alla zona all’interno dei portici era permesso solo agli ebrei ed era ben definita da una balaustrata che girava intorno all’edificio centrale. L’accesso nella parte proibita da parte di un incirconciso comportava la pena di morte. Oltrepassati i portici si accedeva al cortile dei Gentili, dove potevano accedere anche gli stranieri.
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  Il “Portico di Salomone” era il portico orientale del Tempio.
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'''[119]''' La Fontana di Eliseo (che ne risanò le acque amare) si trova a Nord, sulla collina ove sorge la Gerico Cananea, ossia la prima città che gli Israeliti guidati da Giosuè, conquistarono entrando nella Terra promessa dopo l’attraversamento del Giordano. A partire dal 1907 scavi archeologici condotti in questa zona hanno riportato alla luce resti di costruzioni appartenenti a varie epoche, alcuni dei quali addirittura risalenti a circa 8000 anni prima di Cristo, facendo perciò di Gerico la città più antica del mondo fino ad oggi conosciuta.
  La porta di S. Stefano si trova a Est, e venne così denominata dai cristiani perché secondo la tradizione qui sarebbe stato lapidato il santo. Si chiama anche “porta dei Leoni” per i rilievi di due coppie di leoni affrontati che fiancheggiano l’ogiva, o “porta delle pecore” o, ancora, dagli arabi, “Bâb Sittia Maryam”, cioè “Porta della Vergine Maria” perché si credeva che in questo luogo fosse nata e perché conduceva alla tomba della Madonna nella valle del Cedron.
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  Oggi è anche detta “Porta della Colonna” ed è la più alta e la più frequentata.
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'''[120]''' Il Monte della Quarantena, Giabal Quruntul in arabo, si trova ad Ovest della Gerico cananea e si erge quasi a picco sul piano viene anche chiamato Monte delle Tentazioni, a ricordo del digiuno di quaranta giorni di Gesù e delle tentazioni da lui subite durante questo periodo. Sulla cima del monte sono ancora visibili i resti di un’antica cappella eretta a ricordo della terza tentazione di Gesù. È possibile che Pesenti si riferisca ai resti di questa cappella quando parla di una caverna fatta accomodare e dipingere da Sant’Elena.
  L’edizione del 1628 inserisce qui le seguenti orazioni: ANTIPHONA: Tunc relicto Iesu omnes Discipuli fugierunt. Vers. Jacobus venit ad hunc locum. Resp. Non se comesturum voverat nisi prius videret Christum resuscitatum. ORATIO: Domine Iesu Christe consolator omnium et redemptor qui B. Apostolo tuo Iacobo Idaeorum metu in hoc latibulo tempore tuae passionis secretissime latitanti, tua resuscitatus potentia, eumque com’edere benigne suffisti esto nobis precibus ipsius Apostoli propitius et presta ut inter has barbaras nationes omesso omnis pusillanimitatis timore, fidem tuam constanter confiteri et predicare valeamus. Qui vivis &c.
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Ancora oggi i luoghi vengono indicati come tombe di Assalonne, San Giacomo (anche se per quanto riguarda San Giacomo Pesenti non parla di tomba, ma di nascondiglio) e Zaccaria, ma i monumenti sono soltanto commemorativie risalgono all’epoca ellenistica: nessuno di essi accolse le ceneri del defunto di cui porta il nome. Assalonne era figlio di re David e “mentre era ancora in vita si era fatto erigere questo monumento poiché diceva: «Non avendo figli, questo sarà il ricordo del mio nome» e chiamò il monumento con il nome suo , cosicché ancor oggi è chiamato la Mano di Assalonne” (2° Re, 18, 18); detto anche “tiara dei faraoni” per la forma conica della parte superiore, il pilastro di Assalonneè databile all’epoca del Secondo Tempio. San Giacomo molto probabilmente è l’apostolo Giacomo “il Minore”, cioè il figlio di Alfeo e di Maria, parente della Madonna. Egli fu il primo vescovo di Gerusalemme e morì martire, gettato dagli Ebrei dal pinnacolo del Tempio nella valle del Cedron; Zaccaria potrebbe essere il profeta di cui si parla nel secondo libro delle Cronache (24,20-22), la cui uccisione nel santuario del Tempio è ricordata da Gesù insieme a quella di Abele (Mt 23,35)
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  Questa fonte, detta anche fonte Ghihon, viene infatti ancora oggi chiamata dai cristiani Fontana della Vergine, ma questa denominazione pare piuttosto dovuta al fatto che secondo la tradizione qui Isaia profetizzò ad Acaz: “Ecco la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emanuele” (Isaia 7,14). La stessa fonte è chiamata invece dagli arabi madre degli scalini a causa dei 32 scalini che bisogna scendere per attingervi l’acqua. L’edizione del 1628 inserisce qui le seguenti orazioni: ANTIPHONA: Ave Regina Coelorum, Ave Domina Angelorum, Salve radix sancta, Ex qua mundo lux est orta, Gaude gloriosa Super omnes speciosa, Vale valde decora Et pro nobis Christum sempre exora. Vers. Ora pro nobis sancta Dei genitrix. Resp. Ut digni efficiamur promissionibus Christi. ORATIO: Deus qui virginalem aulam B. Mariae Virginia in qua abitare eligere dignatus es, da quaesumus, ut sua nos defensione munitos iucundos facies suae interesse commemorationi. Qui vivis et regnas &c.
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  Detta anche Piscina di Siloe, era la fontana principale dell’antica Gerusalemme; è lunga 16 m e larga 4,25. si trova ai piedi dello sperone meridionale della collina dell’Ofel, nella parte più bassa di Gerusalemme. Fu costruita da re Ezechia (716-687 a.C.) all’interno delle mura per rifornire di acqua la città in caso di assedio. La piscina era collegata attraverso un canale lungo 550 m alla fonte Ghihon, unica sorgente d’acqua presente in città.
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Nel V secolo venne costruita una chiesa, poi trasformata in moschea, a ricordo del miracolo qui compiuto da Gesù con la guarigione del cieco nato.
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  L’edizione del 1628 inserisce qui le seguenti orazioni: ANTIPHONA: Isaias in Hierusalem nobili genere natus, sub Manasse rege sectum in duas partes occubuit. Vers. Ora pro nobis B. Isaia. Resp. Ut digni efficiamur &c. ORATIO: Deus qui Beatum Isaiam profetici spiritus sublimasti, gratia mediumque pro zelo Iustitia sectum: hic inclito martirio laureasti: presta propitius, ut qui eius admiramur constantiam, sentiamus auxilium, Per Christum Do. Amen.
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  L’edizione del 1628 inserisce qui le seguenti orazioni: HYMNUS: Tristes erant Apostoli / de nece sui Domini, / quem morte crudelissima / servi damnarant impii. / Sermone blando Angelus / prædixit mulieribus: / «In Galilæa Dominus / videndus est quantocius» / Illæ dum pergunt concitæ / Apostolis hoc dicere, / videntes eum vivere, / Christi tenent vestigia. / Quo agnito, Discipuli / in Galilæam propere / pergunt videre facies / desideratam Domini. / Quaesumus auctor omnium / In hoc Paschali gaudio / Ab omni mortis impetu / Tuum difende populum / Gloria tibi Domine / Qui surrexisti a mortuis / Cum Patre et sancto Spiritu / in sempiterna secula. Amen. ANTIPHONA: Omnes vos scandalum patiemini in me in nocye ista, quia scriptum est, percutiam Pastorem, et dispergentur oves greges. Vers. Omnes amici mei derelinquerunt me. Resp. Dominus autem assumpsit me. ORATIO: Benigne ac sempre dolcissime Iesu Christe delinquentium spes, atque refugium, qui Apostolos tuos nimio Iudaeorum terrore perterritos, in diversis locis in tue passionis agone latitante, post resurrectionem tuam in uno congregatos gloriosa tui optataque praesentia consolari sepius evoluisti: sic nos facies tua maxima pietate, et eorum precibus in omni tribulationis eventu solidatos esse, ut te in nobis resurgente nulla nos adversitate a te umquam separari contingat. Qui vivis, et regnas &c.
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  Il Campo Santo citato si trova oltre la valle dell’Hinnom o Geenna; viene solitamente chiamato l’Haceldama, “campo di sangue”. Si presume essere il “campo del vasaio” citato da Matteo (Mt 27, 7-8). Secondo l’evangelista il terreno fu acquistato dai sommi sacerdoti per la sepoltura dei forestieri con le 30 monete d’argento restituite da Giuda dopo il tradimento. Oggi ai margini di questo campo sorge un monastero ortodosso.
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  L’edizione del 1628 inserisce qui le seguenti orazioni: ANTIPHONA: Princeps sacerdotum acceptis argenteis dixerunt, non licet mittere eos in corbonam, quia pretium sanguinis est. Vers. Concilio autem inita, emerunt ex illis hunc agrum. Resp. In sepultura pellegrinorum. ORATIO: Omnipotens clementissime Deus, qui ut mundum primorum parentum lapsu perditum redimere filium tuum unigenitum, ad nos profugos non crucifigendum tantum demisisti: verum etiam, ut largior quoquenostra esset redemptio, et scriptura de eo loquentes finem habere, vilissimo pretio impretiabilem vendi sustinuisti, quorum aequidem denariorum numero, hunc agrumemptum fuisse credimus nobis propterea presta redemptis, ut dignos poenitentiae fructus colligentes, eiusdem filij tui passionis meritum consequamur. Qui tecum vivit, et regnat &c.
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  L’edizione del 1628 inserisce qui le seguenti orazioni: ANTIPHONA: Et ecce Stella quam viderant Magi in Oriente antecedebat eos: usque dum veniens staret supra, ubi puer erat. Vers. Videntes autem Stellam Magi Re gavisi sunt gaudio magno valde. ORATIO: Deus, qui unigenitum tuum gentibus Stella duce revelasti, concede propitius ut qui iam te ex fide cognovimus usque ad contemplandam spetiem tuae celsitudinis perducamur. Per eundem Dominum &c.
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  Venendo da Gerusalemme, circa 1 km prima di Betlemme, sulla destra si nota un piccolo edificio con cupola: secondo la tradizione questo è il luogo ove Giacobbe eresse una stele sulla tomba della moglie Rachele, morta a Rama dando alla luce Beniamino.
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  Betlemme si trova sulla via di Hebron, a circa 9 km a Sud di Gerusalemme, a 777 m s.l.m., sulle colline del sistema montuoso della Giudea. Altro nome della cittadina è Efrata, che significa “la fruttifera”.
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  In quanto vi nacque e venne consacrato re dal profeta Samuele.
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  Nel 135 l’imperatore Adriano fece piantare sopra la grotta un boschetto consacrato al dio Adone per cercare di contrastare il culto cristiano. Nel 326 S. Elena rimosse il bosco e il terrapieno su cui si trovava e sulla grotta fece erigere una delle sue più belle basiliche, di cui si possono ammirare ancora oggi stupendi tratti di pavimento in mosaico. La costruzione venne rovinata durante la rivolta dei Samaritani, nel 529; qualche anno più tardi, nel 540, l’imperatore Giustiniano la restaurò, trasformando alquanto la sua pianta originale. La nuova basilica si salvò dalla distruzione persiana del 614, grazie al fatto che sul prospetto del Tempio erano raffigurati i Magi nel costume nazionale persiano. Nel 1101 vi fu consacrato Baldovino I e vent’anni più tardi Baldovino II con la moglie. Poi subì un lungo declino, fino a quando nel 1646 i Turchi fusero il piombo del tetto per farne palle da cannone.
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  Effettivamente, in epoca non ben definita, davanti alla facciata vennero costruiti massicci contrafforti a difesa di eventuali assalti. Delle tre porte della facciata, due vennero murate e una venne ridotta a stretto e basso passaggio, proprio, come dice Pesenti, per evitare che i non cristiani vi entrassero con asini e cavalli. La piccolissima porta, alta appena m 1,20, è detta “porta dell’umiltà”.
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  La basilica misura 53,90 m di lunghezza, 26,20 di larghezza nella navata; nel transetto la larghezza è di 35,82 m.
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  Anche oggi si accede alla Grotta della Natività attraverso due scale che fiancheggiano l’abside centrale della basilica.
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  Ancora oggi i padri francescani hanno la proprietà esclusiva della parte della grotta detta della “mangiatoia”, o del “presepio”, mentre alcuni piccoli diritti (la stella con scritta latina e quattro lampade) e tutta la basilica sovrastante, eccetto un angolo riservato agli Armeni, sono di esclusiva proprietà dei greci ortodossi. I diritti dei cattolici vennero qui difesi strenuamente dai francescani, anche a costo di martirio e di sangue.
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  Ai tempi di Pesenti la chiesa di Santa Caterina era una piccola cappella medievale; l’attuale chiesa, parrocchia dei cattolici di Betlemme, venne costruita dai francescani nel 1882. Nei dintorni si notano resti di costruzioni del IV e V secolo e del tempo dei crociati.
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  Vers. Te ergo quaesumus famulis tuis subveni. Resp. Quos pretio sanguine redemisti. HYMNUS: Christe, redemptor omnium, / conserva tuos famulos, / beatae semper Virginis / placatus sanctis precibus. / Beata quoque agmina / caelestium spirituum, / praeterita, praesentia, / futura mala pellite. / Vates aeterni iudicis / apostolique Domini, / suppliciter exposcimus / salvari vestris precibus. / Martyres Dei incliti / confessoresque lucidi, / vestris orationibus / nos ferte in caelestibus.  / Chori sanctarum virginum / monachorumque omnium, / simul cum sanctis omnibus / consortes Christi facite. / Gentem auferte perfidam / credentium de finibus, / ut Christo laudes debitas / Persolvamus alacriter. / Gloria Patri ingenito / Eiusque Unigenito / Una cum sancto Spiritu / In sempiterna secula. Amen. ANTIPHONA: Hic de Virgine Maria Christus natus est, hic salvator aperuit hic caecinerunt Angeli laetati sunt Arcangeli hic exultant iusti dicentes Gloria in excelsis Deo, alleluia. Vers. Verbum caro factum est, Alleluia. Resp. Et habitavit in nobis alleluia. ORATIO: Concede quaesumus omnipotens Deus ut nos unigeniti tui nova per carnem nativitas liberet, quo sub peccati iugo vetustas servitus tenet. Per eundem Christum &c.
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L’edizione del 1628 inserisce qui le seguenti orazioni: HYMNUS: Quando venit ergo. Sacri plenitudo temporis. Missus est ab arce Patris, Hic natus orbis conditor Atque centre virginali caro factus prodijt. Vagit infans inter acta conditus, Praesepio membra pannis involuta, Virgo mater alligat, et manus pedesque crura stricta cingit fascia. ANTIPHONA: Pastores venerunt ad Presepe festinanter et invenerunt Mariam et Ioseph et infantem positum in Praesepio alleluia. Vers. Notum hic fecit Dominus, alleluia. Resp. Salutare suum alleluia. ORATIO: Domine Iesu Christe, qui humiliter in diversorio isto nasci, ac in Presepio inter Asinum et Bovem collocari a Maria Virgine et Ioseph primitus adorari evoluisti, da nobis quaesumus in diversorio poenitentiae rinasci, ac in Presepio passionis tuae inter divinitatem et humanitatem tuam continuo collocari et a Maria Virgine et Ioseph sancto discere te solum et verum Deum sempre venerari. Qui vivis &c.
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  La grotta ha forma rettangolare; è lunga 12,30 m e larga 3,5. È divisa in due zone: da un lato vi è il luogo ove si commemora la nascita di Gesù, segnato con una stella d’argento, e di fronte il luogo della mangiatoia. Qui per tradizione si commemora anche la visita dei Magi, sebbene l’evangelista Matteo parli di una “casa”, il che farebbe pensare che, dopo la nascita e la visita dei pastori, la Sacra Famiglia si sia trasferita, come sarebbe ovvio, in una casa, forse di parenti o amici, in Betlemme. L’edizione del 1628 inserisce qui le seguenti orazioni: HYMNUS: Ibant Magi quam viderant Stellam sequentes praeviam lumen requirunt lumine Deum fatentur munere. ANTIPHONA: Apertis hic thesaurus suis obtulerunt Magi Domino aurum, thus, et mirrham, alleluia. Vers. Omnes de Sabba venient, alleluia. Resp. Aurum et thus deferentes alleluia. ORATIO: Deus qui in hoc sacratissimo loco unigenitum tuum Stella duce rivelasti: concede propitius ut qui iam te ex fide cognovimus, usque ad contemplandam spem tuae celsitudinis perducamur. Per eundem &c.
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  Converrà qui citare un passo tratto dal Viaggio di Lionardo di Niccolò Frescobaldi Fiorentino in Egitto e in Terra Santa, del quale si è detto nell’introduzione a questo scritto: quando nell’agosto 1384 Leonardo Frescobaldi si recò a Venezia per salpare verso l’Egitto, si soffermò  visitare le più importanti chiese della città e degli immediati dintorni. Tra queste, “nella Chiesa di S. Donato a Murano fuori di Vinegia, vedemo in una grande arca di pietra cento novantotto corpi di fanciulli piccoli interi; i quali dicono che furono del numero degli innocenti, che Erode fece uccidere, a’ quali si vede i colpi e le ferite chiaramente a ogni membro naturale. Dicono che solevano essere dugento, ma quando i Veneziani feciono la pace col Re d’Ungheria, per patto n’ebbe due (GUGLIELMO MANZI, Viaggio di Lionardo di Niccolò Frescobaldi Fiorentino in Egitto e in Terra Santa con un Discorso dell’Editore sopra il Commercio degl’Italiani nel secolo XIV, Roma, Carlo Mordacchini 1818, p. 66). L’edizione del 1628 del Pesenti inserisce qui le seguenti orazioni: HYMNUS: Sanctorum meritis incluta gaudia. / nam gliscit animus promere cantibus / victorum genus optimum. / Hi sunt quos retinens mundus inhorruit. / ipsum nam sterilis lore per aridam. / sprevere penitus teque secuti sunt. / Rex Christe bone caelitus. / Hi pro te furias atque ferocia. / calcarunt hominum saevaque verbera. / cessit his lacerans fortiter ungula / nec carpsit penetralia. / Ceduntur gladiis more bidentium / nec murmur resonat nec querimonia / sed corde tacito mens bene conscia. / conservat patientiam. / Quae vox quae poterit lingua retexere. / quae tu martyribus munera praeparas / rubri nam fluido sanguine laureis / ditantur bene fulgidis. / Te summa deitas unaque poscimus / ut culpas abluas noxia subtrahas. / des pacem famulis nos quoque gloriam / per cuncta tibi saecula. Amen. ANTIPHONA: Innocentes pro Christo infants hic occisi sunt, ab iniquo Rege lactentes interfecti sunt, ipsum sequuntur agnum sine macula et dicunt simper Gloria tibi Domine. Vers. Sub throno Dei omnes sancti clamant. Resp. Vindica sanguinem nostrum Deus noster. ORATIO: Deus cuius odierna die praeconium innocentes mrtyres non loquendo, sed moriendo confessi sunt, omnia in nobis vitiorum mala mortifica, et fidem tuam, quam lingua nostra loquitur, etiam moribus vita fatetur. Per Christum Dominum nostrum. Amen.
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  Sul proseguimento della grotta della Natività e nelle adiacenze vennero costruite delle cappelle sotterranee. Le prime due sono dedicate a San Giuseppe e ai Santi Innocenti, i bambini uccisi da Erode; delle altre una è dedicata a S. Girolamo, un’altra a Sant’Eusebio di Cremona e alle due Sante matrone romane Paola e la figlia Eustochio, le quali, indirizzate da San Gerolamo all’ideale ascetico, vissero per molti anni accanto al luogo della Natività, qui morirono e furono sepolte.
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  San Gerolamo (Stridore, Dalmazia, 347 ca – Betlemme, 420 ca) nel 382 si era trasferito da Costantinopoli a Roma, dove era divenuto segretario del papa Damaso; ma a causa di invidie e gelosie da parte del clero romano, abbandonò la città ritirandosi a Betlemme, dove fondò un monastero. Qui, come ci dice Pesenti, visse molti anni (dal 385 al 420) dedicandosi ad un’intensa attività di studio, scrittura e direzione spirituale di tipo ascetico.  
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  HYMNUS: Iste confessor domini sacratus. / festa plebs cuius celebrat per orbem / hoc die laetus meruit secreta / scandere caeli. / Qui pius prudens humilis pudicus / sobrius castus fuit et quietus. / vita dum praesens vegetavit eius. / corporis artus. / Ad sacrum cuius tumulum frequenter. / membra languentum modo sanitati. / quolibet morbo fuerint gravata. / restituuntur. / Unde nunc noster chorus in honore. / ipsius hymnum canit hunc libenter. / ut piis eius meritis iuvemur. / omne per aevum. / Sit salus illi decus atque virtus. / qui supra caeli residens cacumen. / totius mundi machinam gubernat. / trinus et unus. Amen. ANTIPHONA: O Doctor optime Ecclesiae sanctae lumen B. Hieronyme divinae legis amator, deprecare pro nobis filium Dei. Vers. Ora pro nobis B. Hieronyme. Resp. Ut digni efficiamur promissionibus Christi. ORATIO: Omnipotens sempiterne Deus qui per B. Hieronymi doctrinam et merita Ecclesiam tuam multipliciter illustrasti tribune nobis quaesumus ut qui commemorationem eius devota mente persolvimus, eius meriti set precibus ad gaudia aeterna pervenire feliciter mereamur. Per Christum Dominum nostrum. Amen.
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  L’edizione del 1628 inserisce qui le seguenti orazioni: HYMNUS: Te Deum laudamus; & arrivati al Choro si fa la Commemoratione di S. Catherina. ANTIPHONA: Veni sponsa Christi, accipe coronam, quam tibi Dominus praeparavit in aeternum. Vers. Ora pro nobis B. Catherina. Resp. Ut digni efficiamur promissionibus Christi. ORATIO: Deus qui dedisti legem Moysi in summitate Montis Synai et in eodem loco corpus B. Catherinae per sanctos Angelos tuos mirabiliter collocasti, tribune quaesumus, ut ad Montem, qui Christus est, pervenire valeamus. Per Christum Dominum nostrum.
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  Potrebbe forse trattarsi di un’antichissima grotta che si trova nei pressi della basilica dela Natività, ove oggi sorge un santuario che ricorda l’annuncio ai pastori e il canto degli Angeli alla nascita di Gesù.
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  L’edizione del 1628 inserisce qui le seguenti orazioni (si noti il Gloria tropato): PSALMUS: Gloria in excelsis Deo Et in terra pax hominibus bonae voluntatis. Laudamus Te, benedicimus Te, adoramus Te, glorificamus Te, Gratias agimus tibi propter magnam gloriam tuam, Domine Rex coelestis, Deus Pater omnipotens. Domine Fili Unigenite, Jesu Christe, Spiritus et alme orphanorum paraclete Domine Deus, Agnus Dei, Filius Patris: Primogenitus Mariae Virginia Ma tris. Qui tollis peccata mundi miserere nobis; Qui tollis peccata mundi suscipe deprecationem nostram, Ad Mariae gloriam. Qui sedes ad dexteram Patris miserere nobis. Quoniam Tu solus Sanctus, Mariam sanctificas Tu solus Dominus, Mariam gubernans, Tu solus Altissimus, Mariam coronans Jesu Christe, Cum Sancto Spiritu in gloria Dei Patris. Amen. Vers. Evangelizo vobis gaudium magnum, quod erit omni populo. Resp. Quia natus est vobis hodie salvator qui est Christus Dominus. ORATIO: Deus qui miro ordine Angelorum misteria hominumque dispensas, concede propitius ut quibus tibi ministrantibus in Caelo sempre assistitur ab iis in terra vita nostra muniatur. Per Christum Dominum nostrum. Amen.
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  Il campo dei pastori si trova al confine con il deserto di Giuda, a circa 3 km a Sud-Est di Betlemme, in una zona fertile. In questo luogo, durante degli scavi, vennero rinvenuti resti di un monastero bizantino del IV –VI secolo.
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  Ancora oggi il monte di fronte a Gerusalemme è detto “Monte dello Scandalo”, in memoria dei luoghi di culto fatti erigere da Salomone alle divinità pagane in onore delle sue mogli (oltre mille), contro il comando di Dio.
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  Si trova a circa 30 km da Betlemme, in una conca circondata da verdi colline, a 927 m s.l.m. Hebron è una delle città più antiche del mondo.
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  Tutta la zona circostante è ricca di memorie bibliche: proprio ad Hebron infatti Abramo acquistò la duplice grotta di Macpela per seppellirvi la moglie Sara e questa fu la prima vera proprietà di Abramo, inizio della realizzazione del dono della Terra Promessa. Sempre nella grotta di Macpela furono sepolti anche lo stesso Abramo, il figlio Isacco con la moglie Rebecca e Giacobbe con la moglie Lia.
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  Il fatto è riportato in Atti 8,2 – 39. L’edizione del 1628 inserisce qui le seguenti orazioni: ANTIPHONA: Aperiens autem Philippus os suum evangelizavit illi Iesum et dum irent per viam venerunt ad hanc aquam, et ait  Eunuchus, ecce aqua, quis prohibet me baptizari?. Resp. Dixit autem Philippus Resp. Si creais toto corde licet. ORATIO: Deus qui diversitatem gentium in confessione tui nominis adunasti, quisque virum Eunuchum per manus servi tui Philippi in hoc carissimo fonte baptizare feristi, da ut venatis aqua baptismatis una sit fides mentium, et pietas actionum. Per Christum Dominum nostrum. Amen.
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  HYMNUS: Antra deserti teneris sub annis civium turmas fugiens, petisti, ne levi saltem maculare vitam famine posses. Praebuit hirtum tegimen Camellus, artubus sacris strofium bidentis, cui latex haustum, sociata pastum mella locustis. Caeteri tantum cecinere vatum corde praesago iubar adfuturum; tu quidem mundi scelus auferentem indice prodis. Non fuit vasti spatium per orbis sanctior quisquam genitus Iohanne, qui nefas saecli meruit lavantem tingere limphis. Gloria Patri genitaeque proli et tibi compar utriusque semper spiritus alme Deus unus omni tempore secli. Amen. ANTIPHONA: Puer autem crescebat et confortabitur spiritu, et erat in desertis locis usque in diem ostensionis suae ad Israel. Vers. Inter natos mulierum non surrexit maior. Resp. Ioanne Baptista. ORATIO: Concede nobis quaesumus Domine Iesu Christe ut qui arduam praecursoris sui poenitentiam veneramus eius etiam virtutes spretis mundanis affectibus imitemur. Per Christum Dominum nostrum. Amen.
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  Si trattò di un viaggio di 130-150 km circa.
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Sulla collina dinanzi al villaggio, dove forse Zaccaria possedeva una casetta di campagna, la tradizione vuole che si sia ritirata Elisabetta dopo l’annunzio dell’arcangelo Gabriele fino alla nascita di Giovanni. In questo luogo sorge il santuario della Visitazione ricostruito recentemente, nel 1939, ma in base al piano antico: già in precedenza infatti vi sorgeva una costruzione formata da due chiese sovrastanti. Ancora oggi si notano resti bizantini e crociati.
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All’interno di detto santuario si trova una cripta che ricorda l’abitazione interna di Zaccaria ed Elisabetta: vi è una cisterna casalinga e una scaletta che portava al piano superiore della casa. In una nicchia della parete è conservato un antico macigno che, secondo la tradizione, avrebbe nascosto il piccolo Giovanni durante la strage degli Innocenti.
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  Qui Pesenti si riferisce alla chiesa di S. Giovanni Battista che nel XII secolo i crociati costruirono, come una fortezza al centro di Ain Karem, sulle rovine di precedenti chiese. In questa chiesa, a sinistra dell’altare maggiore, si trova una scalinata che conduce ad una grotta in cui, secondo la tradizione, sarebbe nato il Battista. Pesenti ne trova solo le rovine, perché venne ricostruita in stile spagnolo qualche anno più tardi, nel 1674.
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  L’edizione del 1628 inserisce qui le seguenti orazioni: HYMNUS: Ut queant laxis resonare fibris mira gestorum famuli tuorum, solve polluti labii reatum, sancte Iohannes! Nuntius celso veniens Olympo te patri magnum fore nasciturum, nomen et vitae seriem gerendae ordine promit. Ille promissi dubius superni perdidit promptae modulos loquelae; sed reformasti genitus peremptae organa vocis. Ventris abstruso positus cubili senseras regem thalamo manentem, hinc parens nati meritis uterque abdita pandit. Gloria Patri genitaeque proli et tibi compar utriusque semper Spiritus alme Deus unus omni Tempore saecli. Amen. ANTIPHONA: Ex utero vetulae et sterilis hic natus est Ioannes praecursor Domini. Vers. Fuit homo missus a Deo. Resp. Cui nomen erat Ioannes. ORATIO: Deus qui populum tuum in Nativitate Beati Ioanni Baptista laetificare feristi, da nobis famulis tuis spiritualium gratiam gaudiorum et omnium fidelium mentis dirige in viam salutis aeternae. Per Christum Dominum. Amen. – Nella Capella che è al lato destro dell’Altare: Benedictus Dominus Deus Israel, quia visitavit, et fecit redemptionem plebis suae:  Et erexit cornu salutis nobis in domo David pueri sui. Sicut locutus est per os sanctorum, qui a saeculo sunt, prophetarum eius: Salutem ex inimicis nostris, et de manu omnium qui oderunt nos: Ad faciendam misericordiam cum patribus nostris: et memorari testamenti sui sancti: Iusiurandum, quod iuravit ad Abraham patrem nostrum, daturum se nobis; Ut sine timore, de manu inimicorum nostrorum liberati, serviamus illi. In sanctitate et iustitia coram ipso, omnibus diebus nostris. Et tu puer, propheta Altissimi vocaberis: praeibis enim ante faciem Domini parare vias eius: Ad dandam scientiam salutis plebi eius: in remissionem peccatorum eorum: Per viscera misericordiae Dei nostri: in quibus visitabit nos, oriens ex alto: Illuminare his qui in tenebris et in umbra mortis sedent: ad dirigendos pedes nostros in viam pacis. Gloria Patri et Filio et Spiriti sancto, sicut erat in principio et nunc et sempre et in specula saeculorum. Amen. ORATIO: Deus qui beatum Zachariam de sancte prolis Promissione dubgitantem mutum feristi, cui postmodum credenti  os Spiritu sancto plenum in tuas laudes mirabiliter reserastis concede ut eius ac filij gloriosis precibus demeritis linguis nostris incredulitatis vinculo resolutis, ea quae tuae palamita sunt volutati corde credentes animose confiteamur et ore. Per Christum Dominum nostrum. Amen.
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  Esiste ancora oggi una scalinata che risale ai tempi dell’occupazione romana che porta a un luogo detto “palazzo di Caifa”, dove vi è la Chiesa del Gallicanto, o “canto del gallo”, che ricorda il rinnegamento di Pietro. È possibile che la chiesa sia stata costruita sulle rovine dell’antica casa del sommo sacerdote Caifa, tuttavia studi recenti suggeriscono che la casa di Caifa in realtà fosse un po’ più in là, nel quartiere aristocratico della città.
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  Un braccio corrispondeva a sei piedi, circa 1,85 m. Quindici braccia corrispondevano a poco meno di 28 m.
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  Quasi 15 metri.
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  18,5 m.
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  Nonostante il nome, non hanno niente a che vedere con i re di Israele che, secondo la Bibbia, sono sepolti nella Città di David, quindi sull’Ofel. Questo vasto complesso di tombe, oggi di proprietà dello stato francese, per le sue caratteristiche risale, secondo gli archeologi, al periodo del Primo Tempio. Da una scalinata si accede a un cortile scavato nella roccia dove due canaletti laterali convogliavano le acque piovane in due cisterne sotterranee; il cortile aveva un portico con due colonne e presentava decorazioni di cui sono ancora visibile alcune tracce. La tomba consta di un vasto ambiente da cui si accede alle cinque camere sepolcrali: queste presentano sui tre lati le banchine per i defunti, dotate di poggiacapo; nella camera più interna, preceduta da alcuni gradini, vi è anche un sarcofago tagliato nella roccia.
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  Si tratta della località di Latrun che si trova a metà strada, sulla sinistra tra Lidda e Gerusalemme. Qui, alla fine del XII secolo, i templari costruirono un castello che veniva chiamato “toron des chevaliers” o “Turo militum”, ossia “cordone dei cavalieri o dei soldati”. Da questa denominazione gli arabi trassero il nome di “al – Latrun” o “Latun”, un nome che nel XV secolo fece nascere la leggenda secondo cui questa era la patria del buon ladrone, San Disma e da allora venne anche chiamato “Castello del buon ladrone”. Oggi, costruito sulle rovine del castello, sorge un grande monastero, con annessa una colonia agricola, tenuto dai padri trappisti francesi.
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  Si tratta presumibilmente del pozzo di Giacobbe, presso Balata, l’antica Sichem (forse la Sicar nominata nel Vangelo), dove attualmente un monastero greco conserva nella cripta della chiesa quello che la tradizione definisce il “pozzo di Giacobbe”. Sichem era un’antica città cananea all’imboccatura della valle formata dai monti Ebal e Garizim. Secondo la tradizione giudaica, duemila anni prima di Cristo Abramo, proveniente da Ur dei Caldei, giunse in questa località e vi innalzò un primo altare a Jahvè (Genesi 12,6-7). Più tardi a Sichem si fermò anche Giacobbe, di ritorno dalla Mesopotamia e nelle vicinanze acquistò il campo sul quale aveva eretto le sue tende e vi scavò un pozzo profondo circa 32 m (Genesi 24,32), alimentato da una sorgente sotterranea tuttora attiva. Sempre a Sichem ebbe luogo anche la grande assemblea di tutte le tribù di Israele voluta da Giosuè per il rinnovo dell’alleanza di fedeltà a Dio (Giosuè 24,1-28). Il pozzo di Giacobbe è reso particolarmente famoso per l’incontro di Gesù con la Samaritana. A memoria di questo fatto fin dal IV sopra il pozzo venne costruita una chiesa, danneggiata nel 484 e nel 529, durante le rivolte dei Samaritani. La costruzione venne poi restaurata sotto l’imperatore Giustiniano (528-565) e poi andò completamente in rovina. Più tardi i Crociati vi costruirono un tempio a tre navate, ma anche questo fu distrutto verso il 1187. L’attuale chiesa, di rito greco-ortodosso, venne costruita solo nel 1860 e quindi si capisce come Pesenti abbia trovato solo antiche rovine.
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  Giaffa si trova poco a Sud dell’attuale Tel-Aviv, e oggi ne è parte integrante. Anticamente era il porto della Giudea, anche se ai tempi di Erode aveva un po’ perso la sua importanza per la concorrenza di Cesarea. Distrutta da Napoleone nel 1799, fu ricostruita all’inizio dell’Ottocento, ed è oggi città dall’aspetto moderno.
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Gaza si trova sulla costa sud-orientale del mar Mediterraneo. Nell’antichità era il centro principale della confederazione filistea. Sul suo territorio si svolsero le leggendarie imprese di Sansone. A causa della sua posizione strategica e della sua floridezza economica, soprattutto in quanto emporio commerciale tessile, Gaza era un possedimento ambito dai conquistatori che miravano a dominare in Palestina: se ne contesero il dominio gli egizi, gli assiri, i caldei, i persiani, i greci di Alessandro Magno (che la occupò nel 332 a.C.) e i romani. Con i romani Gaza divenne uno dei mercati di schiavi più importanti di tutto l’impero. Con l’avvento del cristianesimo fu sede di una delle prime comunità cristiane, finché venne occupata dagli arabi nel 643 e dai templari nel 1152. Proprio la città di Gaza fu uno dei capisaldi intorno ai quali si svolsero le più sanguinose battaglie delle crociate (1239–44) e, qualche secolo più tardi, nel 1516, della conquista ottomana dell’Egitto.
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  Sembrerebbe trattarsi del villaggio di Khan Yunis, la cui pronuncia venne forse mal interpretata dal Pesenti. Essendo distante circa 25 km da Gaza, sembra però troppo vicino a quest’ultima, anche in considerazione della successiva tappa.
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  Si tratta probabilmente dell’attuale El-’Arish. Dista circa 90 km da Gaza.
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  Forse l’attuale Mazar, una quarantina di km a ovest di El-’Arish.
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  Identificabile con l’attuale Bir el-’Abd. Dista circa 75 km da El-’Arish, e considerate le complessive 28 ore di marcia, dichiarate dallo stesso Pesenti, si deduce una velocità media, di circa 2,7 km/h.
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  È l’oasi di Bir Qatia, circa 60 km a Nord-est di Ismailia
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  L’attuale Dumyat (Damietta), sul delta del Nilo.
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  Presumibilmente l’attuale Es-Salihiya. In linea d’aria dista da Bir Qatia circa 75 km. Oggi tale percorso è attraversato esattamente a metà strada dal canale di Suez.
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  L’attuale Ikvad el-Ghatawra, una dozzina di km a sud-ovest di Es-Salihiya.
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  Non meglio identificabile.
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  Gli ambasciatori veneziani negoziavano trattati e badavano a proteggere gli interessi commerciali della Repubblica, non solo nei modi convenzionali, ma anche con reti spionistiche, pagando ricche tangenti e a volte commissionando perfino sabotaggi e assassinii.
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  A proposito dell’igiene dei pellegrini scrive R. Oursel riferendosi ai pellegrini nel Medioevo: “Il pellegrino medievale comunque non ha niente del devoto lacrimoso e pedante. È un gagliardo, che non frena le sonore imprecazioni né i crassi scherzi, o che si immerge negli stagni o nei ruscelli, in bagni che non sono solo gesti rituali (…) La leggenda troppo volentieri ha celato questi aspetti di colore agreste e folcloristico. Solo chi è a contatto continuo con i campi o è consueto ai lunghi giri, può realmente concepire il peso e il disgusto di una sporcizia unta che impiastriccia le mani e resiste come una ganga ad ogni pulizia, del sudore che appiccica i vestiti alla pelle, come all’odore fetido e acre che emana dalle povere vesti logore, sozze e lerce dal lungo uso. Il pellegrino, nell’abito di sacco sbiadito, disgustoso, giorno dopo giorno si sente sempre più fuori da questo mondo in cui deve calarsi…” (RAYMOND OURSEL, Pellegrini del medioevo – gli uomini, le strade, i santuari, ed. Jaca Book, Milano, 1978, p. 58). All’inizio del ‘600 i pellegrini non viaggiavano più unicamente a piedi (o, in alcuni casi particolari, cavalcando muli o cavalli), con il bordone in mano, vestiti con abito di sacco, tuttavia, come leggiamo nelle pagine di questo memoriale, spesso anche Pesenti riferisce di situazioni di forte disagio dovuto a lunghi giorni vissuti al caldo, senz’acqua, nell’impossibilità di lavarsi e cambiarsi di abito.
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  La città del Cairo venne fondata come accampamento militare nel 641 per opera di un generale del califfo Omar, ma il primitivo nucleo (Fustāt) fu profondamente trasformato dall’emiro Ahmad ibn Tūlūn che, conquistata l’indipendenza dagli Abbasidi nell’870, cercò di rendere la città una vera capitale.
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  Nel periodo di dominazione dei mamelucchi (una milizia formata originariamente da schiavi circassi, slavi, curdi e turchi che fungevano da guardia del corpo del sovrano), subentrati nel 1250 al regime militare degli Ayyubidi, il Cairo godeva di una propria indipendenza e divenne il più importante centro commerciale del Vicino Oriente. I mamelucchi erano in quegli anni i dominatori delle coste siro-libanesi e del mar Rosso e sotto il loro dominio la città raggiunse la sua maggiore estensione comprendendo tre agglomerati: la cittadella, al-Qāhira e Fustāt. Il centro dell’amministrazione e la sede del governo era la cittadella, che divenne un intricato e multiforme organismo che del suo aspetto originario manteneva ormai solo le mura di cinta. Sempre nel periodo della dominazione mamelucca il Cairo si arricchì di moschee, scuole coraniche, ospedali, caravanserragli, bagni pubblici, palazzi e innumerevoli edifici a varia destinazione che sorsero disordinatamente, senza un piano di sviluppo urbano. A quegli anni risale inoltre l’ingrandimento della necropoli, concepita come vera e propria città funeraria con abitazioni, mercati e giardini, e l’installazione delle prime fontane pubbliche. Il declino commerciale della città iniziò verso la fine del XV secolo, ossia in corrispondenza ai sostanziali mutamenti delle rotte commerciali dovuti alla scoperta della rotta del capo di Buona Speranza; si accentuò con l’annientamento della flotta mamelucca ad opera dei portoghesi, nel 1508, a Diu e la conseguente bancarotta finanziaria dell’Egitto, nonché con la definitiva esclusione dei mamelucchi dai traffici con l’oriente. Tale declino divenne poi definitivo dopo il 1517, allorché i turchi, approfittando del momento di crisi in cui si trovavano i mamelucchi, conquistarono l’Egitto. I traffici commerciali vennero ulteriormente deviati, questa volta verso Costantinopoli: inglobata nell’impero ottomano, la città perse la propria indipendenza e venne posta sotto la giurisdizione di un pascià, interessato di fatto solo alla riscossione dei tributi. Ne seguì un periodo di tremendo declino: sconvolta da razzie e da rivolte popolari, la città subì un impoverimento totale e perse circa due terzi della popolazione. Del periodo ottomano restano ancora oggi alcune moschee e belle abitazione private.
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  Pesenti non pare particolarmente colpito dalla numerosa presenza di schiavi, infatti in quegli anni anche in Europa la schiavitù era ancora molto diffusa, anche se già le leggi medievali sia della Spagna che del Portogallo sanzionavano il possesso di schiavi e in nessuna parte d’Italia la schiavitù era formalmente accettata come pubblica istituzione, tanto che a uno schiavo fuggitivo, a maggior ragione se battezzato, veniva riconosciuto diritto assoluto alla libertà. In Europa la schiavitù veniva considerata una condizione legata alla fortuna avversa di essere stati catturati da pirati o in guerra, non quindi a uno stato di natura. I continui conflitti tra cristiani e musulmani, insieme agli atti di pirateria, consentirono così il perpetuarsi dell’istituzione della schiavitù anche nel periodo precedente all’epoca coloniale (cfr. M. LENCI, op. cit.). Nel Cinquecento i corsari musulmani furono attivi in tutto il Mediterraneo e catturarono schiavi cristiani provenienti anche da paesi lontani, come l’Inghilterra o la Russia. Allo stesso modo le potenze cristiane non esitarono a schiavizzare tutti i mori che riuscirono a catturare. Nel secolo successivo la schiavitù nel Mediterraneo continuò a perpetuarsi quasi esclusivamente grazie alla pirateria, a parte in Spagna dove la schiavitù, prima legata alla cacciata dei mori, divenne poi un aspetto fondamentale del sistema coloniale. Oltre alla schiavitù domestica, tra i clienti più assidui del mercato degli schiavi vi erano i capitani delle galee: le marine da guerra degli Stati italiani e spagnoli dipendevano infatti ancora molto dagli schiavi al remo (cfr. M. LENCI, op. cit.).
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  L’Egitto, come provincia dell’impero ottomano, godeva di uno statuto speciale: i mamelucchi furono infatti mantenuti al potere, in instabile equilibrio, come intermediari dell’amministrazione ottomana, facente capo a un pascià, raddoppiando in pratica le esazioni soprattutto a carico dei contadini.
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  Ricordiamo che il governo dei mamelucchi costituiva una gerarchia di tipo militare.
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  La parte più antica, e più abitata, della città si trova sulla sponda destra del Nilo, nella parte sudorientale ai piedi della cittadella. L’impianto urbanistico della città vecchia è ancora oggi quello tipico di un centro abitato medievale, con un caotico addensamento di costruzioni tra vie strette e tortuose, circa 300 moschee e un migliaio di minareti.
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  Il Nilo è effettivamente il fiume più lungo del mondo (6671 km) se si considera come ramo sorgifero il Kagera, ossia il principale immissario del lago Vittoria. Il Kagera nasce poco a est del lago Kivu e raccoglie acque dai rilievi del Burundi, Ruanda e Tanzania settentrionale. All’epoca di Pesenti effettivamente la conoscenza delle sorgenti e dei diversi rami del Nilo non era ancora completa. Fin da epoche remote il Nilo fu oggetto di studi e ricerche: il primo tentativo di localizzarne i rami sorgiferi venne effettuato da due centurioni romani inviati da Nerone. Essi risalirono il fiume fino alle paludi del Bahr el-Ghazal e tornarono riferendo che il fiume sgorgava da due alte montagne (probabilmente le ultime gole del Bahr el Jebel). Nel II secolo d.C. il geografo Marino di Tiro, sulla base di notizie raccolte da mercanti greci, si spinse nell’interno raggiungendo i laghi e i “monti della luna”, nella convinzione di aver scoperto in essi le sorgenti fluviali. Tale ipotesi fu poi accolta anche dagli arabi e fu ritenuta valida per tutto il medievo. Proprio nel 1613, lo stesso anno in cui Pesenti si trovava al Cairo, il missionario gesuita padre X.P. Pàez esplorò e identificò il Nilo Azzurro, considerato fino ad allora come il ramo principale del Nilo. Le esplorazioni si susseguirono negli anni a seguire, finchè l’esplorazione fu completata nel 1864 dall’inglese S.W. Baker che percorse il tratto tra Khartum e il lago Alberto e dal tedesco O. Baumann, che nel 1892 risalì il Kagera, individuando in esso la vera sorgente del Nilo.
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Gli Europei ignorarono a lungo la storia africana tanto che si diffuse l’idea di una terra di pure barbarie. Unica eccezione a questa ignoranza erano le voci da sempre diffuse in Europa sull’esistenza di un paese cristiano situato oltre i paesi arabi, nelle regioni del Mar Rosso. Ad Aksum, in Etiopia, nel primo millenio a.C. era sorto un regno i cui sovrani sostenevano di essere i successori di re Salomone. Nel 330, anno della fondazione di Costantinopoli, Costantino inviò una lettera al suo “potentissimo fratello Ezanà, re di Aksum” per comunicargli la notizia della fondazione della nuova capitale. Tre anni dopo Ezanà si convertì al cristianesimo. La fama di un regno cristiano situato oltre il Nilo si mantenne durante tutto il medioevo. “Prete Gianni” era il titolo che competeva al re-sacerdote d’Etiopia e frequentemente il suo regno veniva indicato sulle mappe con il nome di “Regno di Prete Gianni”. Secondo una tradizione centenaria, si trattava di un paese cristiano ricco e potente. L’alleanza con tale monarca avrebbe ampliato i mercati e allo stesso tempo stretto in una ferrea morsa cristiana gli odiati musulmani; così almeno pensavano gli europei del Medioevo. La leggenda di Prete Gianni ha origini oscure, ma ebbe grande impulso nel 1165 quando l’imperatore bizantino Manuele Comneno ricevette una misteriosa lettera nella quale il presunto regnante gli prometteva che avrebbe liberato l’Europa dai musulmani che la minacciavano da ogni parte. “Io, Prete Gianni, che regno come suprema autorità”, vi era scritto, “supero per ricchezza, virtù e potere ogni creatura vivente sotto il cielo. Settantadue re mi sono tributari. Sono devoto cristiano e proteggo i cristiani del nostro impero.” La lettera così continuava: “Nel nostro paese il miele scorre a fiumi e il latte è ovunque abbondante”. Secondo la lettera, vi scorreva perfino un fiume ricco di “smeraldi, zaffiri, carbonchi, topazi, crisoliti, onici, berilli, sardoniche e molte altre gemme”. Manuele Comneno non diede alcun seguito alla missiva, ma le copie che ne circolarono per il mondo cristiano infiammarono i cuori, talché il regno di Prete Gianni divenne oggetto di una grande e perenne fascinazione, ma l’idea della sua ubicazione fu anche molto confusa. All’inizio si pensò che quel regno potesse trovarsi in India, poi nell’Asia centrale, ma i viaggi di Marco Polo e di altri all’inizio del Trecento smentirono siffatte ipotesi. Quando poi il missionario Giordano di Severac tornò dall’Oriente con la notizia che il regno di Prete Gianni era in Etiopia, l’attenzione prontamente si volse verso l’Africa. Nel 1493 un agente portoghese di nome Pero da Covimi si spinse fino alla corte del re d’Etiopia, ma poi fu costretto a rimanervi e non si sa se mandò in patria un resoconto delle proprie scoperte. Nel 1527 un altro portoghese, Francisco Alvares, tornato in Portogallo da un viaggio in Etiopia, dichiarò che il re era cristiano e piuttosto ricco: “Porta sul capo un’alta corona d’oro e d’argento”. Ma si trattava di un giovane di 23 anni il cui nome era Lebna Dengel, e non Prete Gianni, e regnava su un popolo nomade e primitivo in una terra inospitale in cui non abbondavano di certo né il latte né il miele, come invece si raccontava. L’Europa non ne fu molto delusa: Colombo aveva da poco scoperto un nuovo mondo, da Gama aveva raggiunto l’India e Magellano aveva circumnavigato un globo che conteneva meraviglie di gran lunga superiori a quelle narrate dalla leggenda del misterioso Prete Gianni.
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  Il Nilometro dell’isola di Roda è uno dei più importanti monumenti dell’Egitto abbàside. Progettato nell’861dal celebre matematico al-Farghani (da noi conosciuto nel medioevo come Alfraganus), è interamente in pietra e conserva una delle più antiche ed eleganti iscrizioni monumentali arabe in caratteri cufici.
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  Oggi la festa per la prima inondazione è quasi del tutto scomparsa; un tempo veniva ufficialmente festeggiata il 17 giugno, data che coincideva con l’inizio dell’anno copto, anche se in realtà la prima inondazione avviene alla fine di agosto.
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  Ancora oggi esistono questi antichi sistemi di sollevamento dell’acqua per mezzo di un congegno a ruota azionato da buoi.
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  Si tratta presumibilmente dei chamsin, o “venti orientali”: sono i venti di scirocco, caldi, secchi forti e turbolenti. Provenienti da sud e sud-est provocano effetti negativi sulle persone, sugli animali e sulla vegetazione, che può andare completamente distrutta se il vento dura troppo a lungo. Possono provocare anche violente tempeste di sabbia che possono persistere per qualche giorno. Soprattutto nel periodo da febbraio a maggio le tempeste (che possono sollevare la sabbia fino a 2000 m di quota) avanzano dal deserto libico, investendo il Cairo e la zona del delta.
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  Gattomammone, o gatto mammone, è il nome antico dato ad una specie di scimmia non identificata. Il nome è composto dalla parola “gatto” e da quella araba “maimūn” che significa “scimmia” e sta quindi ad indicare una “scimmia dalle movenze di gatto”.
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  Non si capisce bene cosa Pesenti intenda dire: pare alquanto improbabile che faccia confusione tra la città di Menfi, Babilonia e il Cairo; forse vuole semplicemente riferire che in passato veniva paragonata a Menfi e Babilonia.
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  Le profezie di Giuseppe riguardanti gli anni di abbondanza e carestia in Egitto sono narrate nella Genesi, cap. 41; tuttavia non vi sono indicazioni che autorizzino a identificare i granai visti da Pesenti al Cairo con i granai fatti costruire da Giuseppe in un’epoca che potrebbe aggirarsi attorno al IV – III sec. a.C. o anche prima.
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  La descrizione dell’autore indica chiaramente il complesso delle piramidi di Giza, le quali però sono tre, Cheope, Chefren e Micerino, e non cinque, come sostiene Pesenti. Probabilmente l’autore si riferisce alle piccole piramidi delle principesse di sangue reale che sorgono accanto alla piramide di Micerino.
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  Si tratta della piramide di Cheope, la più grande e più antica del complesso di Giza.  
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  San Macario, detto l’Egiziano, (300 ca – 390 ca) era un cammelliere che a 30 anni si ritirò a vita eremitica nel deserto di Scete, nel Basso Egitto, dove lo seguirono molti discepoli. Macario ebbe contatti con altri famosi rappresentanti del monachesimo antico. Di lui sono stati tramandati vari aneddoti e detti e gli sono stati attribuiti numerose lettere, omelie, preghiere e trattati, ma probabilmente si tratta, almeno in parte, di falsi.
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  Chiaro riferimento alla sfinge di Giza.
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  La piramide di Cheope era alta in origine 146 m e misura 230 m di base.
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  La causa delle deturpamento del volto della sfinge è da attribuirsi ai Mameluchi che la usavano come bersaglio mentre si allenavano al tiro.
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Il Cairo è in verità a 30° di latitudine.
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  Rosetta, Rashid in arabo, si trova sulla riva destra del braccio occidentale del Nilo, a una decina di chilometri dalla foce, e a circa 180 km in linea d’aria dal Cairo. La città sorse nel sec. IX, probabilmente sulle rovine di un antico centro. Nel ‘600 e ‘700 era il principale porto egiziano, ma in seguito perse importanza e decadde a causa delll’espansione del porto di Alessandria.
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  Si riferisce al piccolo braccio di mare che collega la baia di Idku con il famoso golfo di Abu Qir, tra Rosetta e Alessandria.
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  È curioso che Pesenti, molto probabilmente informato dalla gente del posto, creda che i camaleonti vivano d’aria; questi animali infatti si cibano di insetti che catturano con la lingua vischiosa che viene estroflessa con movimento rapidissimo. Questa peculiare modalità di cibarsi può forse aver originato la credenza che il camaleonte viva d’aria.
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  Attualmente è il principale porto egiziano sul Mediterraneo; si trova all’estremità occidentale del delta del Nilo su una stretta lingua di terra compresa tra il Mediterraneo e una laguna (lago Maryù). La distanza da Rosetta ad Alessandria è di una sessantina di km.
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  Alessandria venne fondata da Alessandro Magno nel 332-331 a.C. a ovest del delta del Nilo e fu la capitale dell’Egitto ellenistico; punto di incontro più importante per gli scambi culturali e commerciali tra oriente e occidente e quindi con una grandissima tradizione culturale. Dopo secoli ricchi di storia in cui la città occupò una posizione di spicco da un punto di vista sia economico che culturale, nel 642 Alessandria venne occupata dagli arabi e, con la fondazione del Cairo come capitale (sec. X), iniziò il suo declino politico e culturale. Dal 1517 venne a far parte dell’impero ottomano fino all’occupazione napoleonica, vivendo un lungo periodo di abbandono, tant’è che pochi e scarsamente significativi sono i resti del periodo islamico: il forte di Qā’it Bey, costruito sul luogo dell’antico faro, e alcune moschee ottomane del ‘600, che probabilmente Pesenti non vide. Anche i reperti archeologici degli antichi splendori ellenistici sono poveri e dispersi, costituiti essenzialmente da mura, colonne, fondazioni, elementi architettonici e numerose sculture, perché oltre al famoso incendio del 48 a.C. che distrusse la prima biblioteca del mondo antico, la biblioteca del Serapeo, ricca di 700.000 volumi, la città conobbe nei secoli varie devastazioni, le ultime delle quali apportate dalla dominazione araba. La ripresa di Alessandria dovrà attendere fino all’inizio dell’’800 e si consoliderà con il taglio dell’istmo di Suez (1869) e l’occupazione inglese (1882).
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  Il forte di Qā’it Bey (v. nota precedente).
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  La polacca era un veliero da trasporto con due o tre alberi e il bompresso, in uso nel Mediterraneo.
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  Bottarga, ossia uova di muggine presate e seccate sotto sale.
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  In un veliero con o tre o più alberi il trinchetto è il primo albero dal lato di prora. Lo stesso nome viene dato al pennone più basso dell’albero di trinchetto e alla vela inferiore e più ampia inferita a tale pennone.
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  Nei velieri a vele quadre la gabbia è la seconda vela dell’albero di maestra, a partire dal basso.
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  Vento di libeccio; termine che deriva dall’arabo “garbī”, ossia “occidentale”.
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  Per orza si intende il lato dell’imbarcazione verso il quale soffia il vento, cioè il lato sopravvento. Orza è anche il cavo che serve a tesare la vela dal lato di sopravvento. “Navigare di orza”, o orzare, significa quindi navigare con la prora orientata verso la direzione da cui spira il vento.
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  La bolina (meno frequentemente chiamata anche borina, bulina o burina) è il cavo applicato all’orlo di una vela quadra per tesarla e farle così prendere quanto più vento possibile. La navigazione di bolina è la rotta di una nave a vela che stringa al massimo il vento, quasi risalendo contro di esso.
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  Per la precisione il mozzo era un giovane di età inferiore ai diciott’anni, che non avesse ancora compiuto i 24 mesi di navigazione, imbarcato su una nave mercantile per apprendere il mestiere di marinaio e addetto a i servizi secondari di bordo.
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  La peota era una barca veneziana di media grandezza, a più remi o a vela. “Peota” è quindi anche la denominazione veneziana di “pilota”, che un tempo era colui che guidava la nave lungo la rotta stabilita.
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  La botte era un’antica unità di misura di stazza, equivalente ad una tonnellata.
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  Barberia, attuale Maghreb.
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  Corrispondeva al punto più settentrionale della Cirenaica (oggi in Libia).
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  La fusta era una nave strutturalmente analoga alla galea, ma più piccola e quindi più agile e veloce, con 18 o 22 remi per lato e una vela latina, cioè triangolare. Era usata per lo più dai pirati del Mediterraneo tra il XIV e il XVII secolo. “Per potenziare al massimo le capacità di manovra, i barbareschi tesero costantemente a rendere più leggere le loro galere riducendo al minimo indispensabile l’artiglieria di bordo, le munizioni e le scorte idriche e alimentari.” (cfr. M. LENCI, op. cit).
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  La guardia della diana sulle navi era il turno di guardia dalle quattro alle otto del mattino.
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  Per brigantino si intende un veliero con due alberi a vele quadre e bompresso; talora ha una randa alla vela maestra.
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  Questi erano gli inconvenienti delle imbarcarcazioni non dotate di remi e vogatori, senza altro mezzo propulsivo che non fosse il sistema velico.
+
  Etna.
+
  Il Capo Spartivento si trova all’estremità sud-orientale della Calabria.
+
  Le petriere erano armi da fuoco, una sorta di bombardelle che lanciavano in un sol colpo una ventina di palle di pietra di un chilo di peso ognuna (V. T. Argiolas, op. cit).
+
  La tartana è una grossa barca da carico e da pesca con un albero a vela latina e uno o più fiocchi.
+
  Considerata la situazione di isolamento dei 25 giorni di navigazione, viene risparmiato alla ciurma l’obbligo della quarantena, secondo cui tutti i membri dell’equipaggio provenienti da località sospette avrebbero dovuto sostare lontano dai porti per un periodo determinato di giorni, generalmente 40, per verificare che non fossero portatori di malattie contagiose. Tale provvedimento era stato istituito in seguito alla tremenda epidemia di peste diffusasi in Europa nel 1347 proprio a causa di dodici galere genovesi provenienti da Caffa, colonia genovese sul mar Nero, che portavano inconsapevolmente a bordo i topi portatori del terribile bacillo.
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La feluca era una nave piccola e lunga, stretta e leggera, con due alberi a vele latine e otto o dodici remi che permettevano all’imbarcazione di viaggiare anche in condizioni di vento sfavorevoli.
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  Tropea.
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  Amantea.
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  Palinuro.
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  Acciaroli, attualmente in Campania.
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  Capri.
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  Banditore, araldo.
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Versione attuale delle 00:53, 13 ott 2009

Torna a Pellegrinaggio di Gerusalemme - Parte 7

Hora noi due, essendovi con particolar aiuto, a favore del Cielo arrivati, informati prima delle nobilissime conditioni di lei, & all’hora più che mai confirmati nel desiderio già un pezzo fa natoci nel core d’esservi ascritti, havendone anticipatamente trattato col Rever. Padre Comissario, & col Rev. Padre Guardiano, e dare loro le dovute informationi dell’esser nostro, quella notte a tal fine facessimo la confessione generale de nostri peccati, (come si richiede,) & perche quest’ordine si da con ogni secretezza possibile, acciò non venga a notitia del Turcho, che vi sarebbe pericolo grandissimo della robba, & della vita, circa le quattro hore di notte il Rev. Padre Comissario con paramenti sacri entrò nella Capella del santissimo Sepolcro accompagnato da un altro Padre, che di nascosto havea recata la spada, stimata gia di Goffredo che acquisto Gierusalemme, e ne fu Rè, gli sproni d’oro [112], e la collana con la Croce; nell’istessa Capella entrassimo ancor noi, e restando gli altri Pellegrini nella anticapella insieme con i fratelli, e fattici genuflettere, il Rev. Padre ne fece un ragionamento di questo tenore.

Honoratissimi amici, che quì con alta ventura sete per esser ammessi all’ordine glorioso della militia di Christo, e posti al rollo di quei Cavaglieri, che già fu tempo nel theatro del mondo fecero prove degne del Cielo, considerate prima vi prego la grandezza dell’ordine, raccogliendola da chi lo vi conferisce, che è il Vicario di Christo, il Sommo Pontefice se ben per mezzo di questo indegno, humile suo servo: da quelli che di già vi furono rollati, che furono i più stimati scettri le più alte corone del mondo christiano i Santi Lodovici di Francia, i Carli Magni, Gottifredi, & altri innumerabili immortali Eroi; dall’insegna, che vi si concede di cinque rosse Croci a memoria delle cinque mortali memorande piaghe date al Signore: dal luogo istesso ove vi si conferisse, che non è Aula, ò Palaggio di Prencipe terreno, non Teatro, non ordinario Tempio, ma quel luogo, ove l’increato incarnato Verbo nel triduo della sua morte fu sepolto, & ove trionfator dell’Inferno, e della Morte istessa glorioso risorse. Raccogliete la dignità dell’ordine da gli antichissimi suoi primordij, che da questa istessa tomba già tanti secoli sorse con la vita, & con la gloria del Cielo; dal fondator di lui, che fu potiam dire il Creator, e Redentor del Mondo, dal fine, a che si conferisse, che e di pugnar per la fede di Christo difenderla, e propugnarla, e rinovar e concorrere per la vostra parte con chi volesse mai rinovar le memorie immortali dei Santi gloriosi acquìsti. Cavaglieri del Sepolcro di Christo, e della trionfante risurection di lui, santamente ambite voi di esser creati. O grandezza ch’ogni grandezza avanza, ma alla grandezza aggiongete anco la gravita, e’l peso dell’honore. E sia pur vero che non passi per peso il dover sempre portar la Santissima già detta insegna nel petto, e di lei la memoria divota nel core: il dover tener, e difender la ragione delle vedove, è de gl’orfani ingiustamente opressi, il riverire, e procurar che sia riverito il Santissimo nome di Dio. Sia vero, che meno passi per peso quel che, se non vi si comanda, vi si ricomanda con ogni affetto almeno, l’udir ogni giorno la Messa, il recitar pur ogni giorno l’offitio di nostro Signore, il frequentar i Sacramenti [113]. Non è però se non di considerabilissimo peso, che ricevendo quest’ordine in caso, & ogni volta che il Santissimo Padre, overo altri Regi, e Prencipi risolvessero (il che Iddio voglia) di venir all’acquisto di questi santissimi luoghi, sete obligati venirvi anco voi in persona, a spese del vostro proprio, e in caso d’infermità, ò d’altro legitimo impedimento, mandarvi pur a vostre spese in vostra vece idonea persona. Ho su veggovi ardere nei volti i cori, leggovi nelle fronti gl’interni ardenti affetti: gl’occhi vostri con vivi raggi fannomi chiaro vedere che ben ponderate con la gravità del peso, la grandezza del Grado per tutte le sue circostanze, collatore, colleghi, insegna, institutore, tempo, luogo, fine e che nulla bramate più che vedervi hoggimai titolati di questo sacro nome, adorni di questi gloriosi corredi, onde promettendomi di voi meriti e presenti, e futuri, e a voi altresi promettendo eterni premij, vengo hoggimai a soddisfar alle honorate, e sante vostre brame.

Finito il ragionamento cantassimo tutti l’hinno Veni creator Spiritus, e finito fece che legessimo gl’ordini & capitoli, che si hanno ad’osservare, e con belle cerimonie me gli fece giurare sopra il Santissimo Sepolcro; indi ne cinse di sua mano la spada, & ne calzò gli sproni, leggendo sempre alcune orationi, dopoi ne fece metter mano, & di novo giurare sopra il Santiss. Sepolcro di sempre adoperarla in diffesa, & a essaltaione di Santa Chiesa, & ne pose la collana d’oro con la Croce al collo, & pigliata la spada, essendo noi inginocchiati col capo sopra il Santissimo Sepolcro, ci diede il colpo di Cavagliero; & questo fatto ad uno per uno, si cantò il Salmo, Te Deum laudamus, doppo il quale ci baciò, & ci salutò per Cavaglieri, & soldati della guardia del Santissimo Sepolcro.

Usciti, tutti i Padri, & i Pellegrini complendo con molto affetto ci toccarono la mano, rallegrandosi con noi dell’honore, & dignità acquìstata. Era di già passata gran parte della notte, onde si ritirassimo verso la Capella dell’Apparitione, & d’indi a deputati luoghi a prender una picciola refettione, e riposar quel poco che della notte restava. La mattina seguente che fu il sabbato Santo fin tanto che veniva l’hora d’ascoltar i divini officij accompagnati da un pratico Padre facessimo le visite a tutti li luoghi santi di quella Chiesa, e vedessimo oltra i sudetti, alcuni altri, ne i quali la processione non si ferma, come farebbe, all’uscire della Capella dell’apparitione, alcune pietre poste nel suolo in forma rotonda, che dicono, esser il luogo ove Giesu Christo apparve alle tre Marie, & le salutò, un altro simile ivi vicino, che fu ove apparve a Santa Madalena in forma d’Hortolano; e seguendo il camino a man destra sotto il portico vedessimo intagliati nella rupe tre sepolcri voti, i quali furno fatti fare da Nicodemo, & da Giosefo Abarimatia, ove stanno ad offitiar i Cossiti in una Capella edificata da loro con licenza del Sangiaccho congiunta al Santissimo Sepolcro dalla parte verso ponente. Piegando poi intorno alla Chiesa rotonda venendo verso la porta il Padre ci mostrò nel suolo un altro luogo fatto in forma rotonda coperto di marmi, che dicono esser quello ove stava la Vergine Madre mentre che il figlio Giesu Christo stette in Croce. Quì sopra v’arde una lampada mantenuta da Siriani, & vi si dice l’Oratione, Stabat mater dolorosa, iuxta crucem lachrimosa. Tenendo il camino verso la porta, & passati appresso la pietra della Santissima untione, venessimo alla Capella, la qual è sotto al monte Calvario ove sono posti, uno a destra, l’altro a sinistra li sepolcri de i Regi fratelli Goffredro, e Baldovino. E camminando attraverso la Chiesa, entrassimo nel Choro, che è nel mezzo della nave grande, il quale tengono i Greci, & v’hanno un bel altare molto adorno di pitture, & indorature, con le sedie da i lati per i suoi Patriarchi. Nel mezzo del Choro vi è intagliato nella pietra un buco, del quale raccontano varij misterij, & sopra stavvi appesa una bellissima Corona di bronzo, che serve per lampadario al Choro. Quì misurassimo la grandezza della Chiesa, & la trovassimo longa circa cento passi nella maggior longhezza, & nella maggior larghezza larga circa sessanta; e quì pure fussimo informati di tutti i luoghi santi distintamente e chi n’ha governo, & la cura. I nostri Rev. Padri possedono, & hanno in custodia, sopra il santissimo monte Calvario, la Capella ove nostro Signore fu crocifisso, & vi tengono da trenta lampadi accese; hanno ancora la prima giurisditione del Santissimo Sepolcro benche le altre nationi mantenghino quì parte delle lampadi, ottengono di più la Capella ove l’istesso Sig. apparve doppo la sua santissima resurrettione alla Vergine santissima, & di questa si servono per sacristia, vi tengono i paramenti, & vi offitiano, che vi sono tre altari. Tengono ancora in protettione il luogo ove fu ritrovata la santissima Croce da S. Helena. Li Greci possedono tutto il Choro, il qual è cinto con un muro, & è in mezzo alla nave della Chiesa grande, & hanno custodia del luogo ove Giesu Christo fu tenuto prigione mentre si accomodava il luogo per la passione. Li Giorgiani tengono nel monte Calvario il luogo ove fu piantata la santissima Croce, sopra la quale Giesu morì, & vi mantengono più di quaranta lampade accese. Gli Armeni tengono la Capella, & il luogo, ove furono divise le vestimenta di Christo, & di più la Capella di S. Helena. Gl’Abissini tengono la Capella, nella quale, è riposta la colonna che si dice dell’improperio; li Siriani tengono una lampada sopra il luogo ove stava la Vergine Maria mentre Giesu Christo era in Croce, & li detti offitiano insieme con i Cofti nella Capella attaccata al Santissimo Sepolcro. Ma nissuna di queste nationi vieta che tutte l’altre non facciano l’orationi & visite in ogn’uno de suoi luoghi, anzi lo si reccano a favore per dentro la porta ove s’entra vi sono attaccate sette corde, che rispondono a i luoghi ove risiedono le dette sette nationi, ogni corda al suo luogo & sono le corde attacate a certe campanelette, si che, quando vien chiamato alcuno delle nationi alla porta, il portinaro tira la corda che va a riferire al luogo di quella natione, e quelli vanno a rispondere fra questo mentre che il R. Padre ci rendeva capaci di queste cose, venne l’hora di celebrar gl’officij & far le cerimonie solite a farsi in detto giorno. Il che esseguirono i R. R. Padri vestiti delle sacre vesti, con molta devotione avanti la Capella del Santiss. Sepolcro, & durò il tutto fina passato mezzo giorno. Indi si ritirassimo a pranso nel solito luogo. Ma fu a noi gran ventura, che le altre nationi facessero secondo il rito antico, poi che questo anno portò differenza d’una settimana, & la Domenica che a noi fu il giorno della santiss. Pascha di Resurectione, a gli altri fu solo la Domenica delle Palme, & per questo non entrando altre nationi questa settimana, a noi fu assai commodo il far le nostre orationi, & visite senza esser disturbati da tanta gente.

Il detto giorno vennero alla porta per entrare a far le cerimonie della sua Domenica delle Palme tutte l’altre nationi, & il Sangiacco con altri ministri assisi presso alla porta facevano pagare a tutti a persona per persona, chi più, chi meno, secondo le nationi, & ciò durò fino alla sera entrando huomini, e donne con gran confusione, & a mio credere furono più di quatro mila gl’intromessi. Tutta notte s’udì gran romore, & strepito; noi si retirassimo nella Capella della apparitione, & quì facessimo le nostre orazioni, a buona pezza della notte, nel resto di lei riducendosi a riposo. La mattina seguente, che fu il gloriosissimo giorno della Resurrettione, s’apparechio un altare avanti all’anticapella del santissimo Sepolcro, & con bellissimi paramenti, & pompa fu dal Rev. Padre Comissario cantata la santissima Messa, & amministrata la sacratissima Eucharistia a noi altri pellegrini. Finita la celebratione si levò l’altare, perche di già erano apparechiati i Patriarchi dell’altre nationi per far le processioni delle palme, le quali facevano in questa maniera, portavano avanti penelli, e Croci in quantità una natione, e poi l’altra: a questa seguitavano i suoi Patriarchi con le mitre in capo, tutte diverse, & havevano in mano diversi stromenti molto strani, con i quali suonavano, o più tosto, rumoreggiavano. Davano alla coda di questi molti con rami d’olive, & palme, attacandovi candelette accese, & cosi in forma di processione andorno tre volte intorno alla Capella del santissimo Sepolcro, tenendovi dietro senza ordine tutta la gente; tra la quale vi erano certi huomini, & donne, che dimenando la lingua per la bocca facevano strepito infinito. Finite queste loro cerimonie, i Rev. Padri, & noi altri pellegrini usciti dal tempio andassimo al Convento a far la santissima Pasqua in allegrezze, & doppo il desinare si riposassimo stanchi dalle vigilie fatte le notti antecedenti. Il lunedì mattina restassimo a casa a’ divini Offitij, & doppo il pranso ne fu fatto sapere dal Sangiacco, che tutti quelli che volevano andare al fiume Giordano, & alla Quarantana si mettessero all’ordine, & subito passato mezzo giorno fussero in viaggio, & cosi come di già haveva ordinato l’interprete, erano comparsi alcuni Mucari con Muli, & afini. Il R. P. Guardiano haveva fatto mettere all’ordine pane, vino, &: altre robbe per nostro viatico, onde caricatone alcuni Muli, con le some si mandarono avanti, alcuni dunque de’ Rever. P.P. è tutti noi Pellegrini provisti di cavalcature, montati andassimo verso la porta di S. Stefano, & di la passati per la valle di Giosafat costegiando il monte Oliveto verso Betania, spingendosi avanti, per spatio di cinque hore arrivassimo ad’un Castello chiamato S. Moise, ove è una Moschea, che è lontana puoco più di due miglia dal Mar morto [114]. Quì tutta la caravana fermossi in una valletta, & i soldati mandati dal Sangiacco ad accompagnar, & assicurar la Caravana, perche non fusse offesa da gl’Arabi assasini, che infestano tutto quel paese, allogiarno atorno. Sono tutti sterili quei paesi circonvicini cosi fatti da che l’ira d’Iddio cosi castigò le cinque Città [115], che erano nel luogo, ove hora stagna il detto Mare, cioè Sodoma e Gomorra, Sebeon, Adama, è Segor, per l’abominevole peccato, con pioggia di zolfo, & pece, che abissó tutto quel paese e’l rese a le rive sterile, & distrutto: & fin hora tuttavia si vede in memoria del fatto, sempre pieno di nebbia, e i monti circonvicini circa a due miglia lontano dalla riva mandano fuori un intolerabile puzzore, & è sterilissimo tutto il paese, & le pietre di lui, attaccatovi il fuoco, ardono come se fossero legni, ma il fummo è puzolente. Quì riposassimo il resto del giorno, & fina a mezza notte al sereno. Ne fu poi comandato che cavalcassimo, & seguitando il viaggio per colli arrivassimo ad una bella pianura, che soleva essere molto fertile, & vi era il deserto di S. Gieronimo, come si vede ancora da certe vestigij restati d’un bel convento: e ove anticamente questo paese fu molto habitato, hora è tutto distrutto.

La mattina arrivassimo a vista del fiume Giordano, e passati ove altre volte era una Chiesa, & Convento di. S. Gio. Battista, ch’ivi hora sonovi le sole rovine, andati alla riva, e smontati li Rever. Padri lessero l’Evangelo di S. Giovanni, & noi tutti facessimo orationi ringratiando Iddio, che ci havesse concesso gratia di veder, & gustar quell’acqua nella quale volle esser battezzato il nostro Salvatore [116]. Noi ne bevessimo, & se ne bagnassimo il capo: de gl’Armeni, & altre nationi molti saltano nel fiume, & nuotano, alcuni lavano molte pezze di tele, & se le portano poi a suoi paesi, & quando alcun muore gli avolgano in dette tele, con opinione che con questa cerimonia vadano le anime senza altro a salvamento; molti ancora pigliano della detta acqua, & la ripongono in fiaschi, & ne’ portano alle sue patrie.

Qui dimorati più d’un hora, contemplato il luogo, & il Santissimo Misterio operatovi, le altre nationi, per che non vanno alla quarantana, ritornorno adietro, noi tolta una compagnia, di quelli soldati partimmo inviandoci verso Gierico, che essendo già si grande, & bella Città, favorita tanto dalla presenza & miracoli del Signore, hora è tutta distrutta, & ridotta a stato di povero Villaggio [117].

In essa si vede ancora in piedi una parte della casa di Zacheo [118], & passando avanti arrivassimo alla Fontana [119], la quale essendo amara, benedetta da Eliseo Profeta subito divenne dolce, & saporita, come sin hora si vede e si gusta; e seguitando giungessimo alle radici del Monte della Quarantana [120], e smontati riguardando l’erta, & faticosa salita, alcuni si de Padri, come de Pellegrini, non ardirono di salire, & restarono al piede alla guardia delle cavalcature, ma noi con molti disposti al tutto di vedere il luogo tanto devoto, ove Giesù Christo Signor nostro stette in orationi, & digiunò quaranta giorni, deposto una parte de vestimenti, facessimo l’ardua, pericolosa, e faticosa salita, essendo la strada per lo più intagliata, & cavata nella pietra viva, in molti luoghi di questa montagna sono grotte, che già furono elette da molti Santi Eremiti per loro habitationi, & vi hanno fatta la sua beata, & felice vita, & essendo noi saliti per spatio di più di un hora di camino, arrivassimo alla grotta che fu si favorita dall’omnipotente Iddio, & riguardato, & contemplato il luogo, da Rever. Padri fu letto l’Evangielo, che si dice la prima Dominica di Quaresima, & ne fu fatto un bel ragionamento sopra il luogo, & digiuno, & noi vi facessimo alcune orationi. Di la risguardando al basso vi si vede uno spaventoso precipitio, talche molti dubitavano del ritorno pericoloso; tra tanto visitassimo tutti i luoghi della grotta, la quale fece accomodare, e dipingere S. Helena (come molti dicono), indi incominciassimo la discesa aiutandosi l’uno, l’altro, & con fatica, arrivati tutti al fondo per la Iddio gratia senza alcun pericolo, ritrovassimo li compagni, che ne aspettavano, & ci havevano apparechiato il reficiamento. Dimorati quì per un pezzo ad asciugarci, dal molto sudore, facendoci i soldati instanza al ritorno, rimontassimo, e cavalcando al piede delle montagne per assai buon paese in puoco piu di quattro hore arrivassimo la Caravana, la qual era fermata, el Sangiaco attendeva a riscuotere il Cafarro, & per esser la Caravana di diverse nationi, che ascendevano al numero più di tre milla persone, facendogli pagare a persona per persona, la cosa andò al lungo e quasi a sera. A noi Pellegrini, & ai Rever. Padri fece pagare quattro cechini per persona; ma si contentò che gli fossero sborsati in Gierusalemne, noi desiderosi di ritornare, facevamo far istantia per mezzo del nostro interprete, che la Caravana cavalcasse, e vi furno molte difficoltà, che molti altri volevano, che si restasse nel luogo della notte passata. Ma al fine fu risolto di cavalcare, & per esser il tempo alquanto piovoso, quel viaggio notturno fu con molto travaglio a molti, che le cavalcature per il viaggio d’andar per monti, & per la stanchezza del longo portare sottocadevano.


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NOTE

[112] Ancora oggi nella sagrestia del piccolo convento dei francescani addetti ad officiare nel basilica del Santo Sepolcro, sono conservati un paio di speroni dorati e una spada attribuiti a Goffredo di Buglione.

[113] Tutti gli ordini militari comportano per i fratelli gli obblighi religiosi del monaco o del canonico regolare, anche se meno rigidi e adattati alla loro vocazione e alla loro pratica militare. La partecipazione alla messa quotidiana è obbligatoria in tutti gli ordini (cfr. A. DEMURGER, op. cit.)

[114] Il Mar Morto è chiamato in arabo Bahr Lut, ossia Mare di Lot, mentre l’antico nome è Asfaltide. È la depressione geologica più profonda della terra: si trova a circa 400 m sotto il livello del mare. È lungo 80-85 km e largo al massimo 17; il perimetro misura 230 km. Il punto di massima profondità delle acque raggiunge i 400 m. Non esiste un emissario, tuttavia la forte evaporazione impedisce la crescita del livello. Le acque del Mar Morto hanno una concentrazione di sali talmente alta da non consentire alcun genere di vita (donde il nome di Mar Morto). Il mare è circondato da colossali montagne, simili a muraglie inframezzate da gole profonde ed inaccessibili. Tra queste si ricordano a Est le Montagne di Moab, di cui una delle cime più alte è il Monte Nebo (m 808), dove Mosè, dopo aver contemplato la Terra promessa, morì all’età di 120 anni.

[115] Le cinque città della Pentapoli sorgevano sull’antica piana di Siddim, una penisola che sporge a Sud-Est, dividendo questa parte del Mar Morto in due parti disuguali, di cui la minore è quasi uno stagno salato di solo 6-8 m d’acqua.

[116] Giovanni evangelista chiama il luogo della predicazione di Giovanni il Battista e del Battesimo di Gesù “Betania, al di là del Giordano” (Gv.1,28) per distinguerla dalla Betania vicino a Gerusalemme, patria di Lazzaro e delle sue sorelle. Tuttavia non si conosce con precisione la collocazione di questo villaggio; recenti scoperte archeologiche tenderebbero a identificarlo con l’attuale Ennon-Sapsafas, nei pressi del wadi Kharrar, in Transgiordania. Il punto identificato dalla tradizione e qui descritta come luogo del Battesimo di Gesù si trova a 8 km da Gerico. Qui fin dai primi tempi del cristianesimo furono commemorati anche il passaggio del Giordano da parte degli Israeliti per entrare nella Terra promessa, il passaggio di Elia e il suo rapimento in cielo su un carro di fuoco e la predicazione del Battista.

[117] Anticamente Gerico era abitata dagli Asmonei, eredi della famiglia dei Maccabei, che vi avevano costruito un palazzo fortificato. Erode il Grande (morto proprio in questa città), vi aveva fatto erigere grandiosi edifici in stile ellenistico-romano e tra questi, il suo palazzo d’inverno. A motivo del clima mite, sembra che alcune famiglie aristocratiche di Gerusalemme avessero proprio a Gerico una residenza invernale. La città era inoltre considerata l’ultima tappa per i pellegrini che dalla Galilea si dirigevano verso Gerusalemme, evitando di attraversare la Samaria a causa dei difficili rapporti con gli abitanti di questa regione, considerati eretici. L’attuale villaggio di Gerico, un’oasi nel deserto, è sorto nel XVIII secolo sulle rovine della città bizantina e crociata. In realtà l’insediamento di età ellenistica abitato ai tempi di Erode e di Gesù non corrisponde esattamente all’attuale Gerico, ma era situato un po’ più a Sud, sotto i colli.

[118] La ricchezza di reperti archeologici presenti sul territorio e la mancanza di fonti che possano dare indicazioni al riguardo, rendono oggi l’identificazione della casa di Zaccheo alquanto improbabile.

[119] La Fontana di Eliseo (che ne risanò le acque amare) si trova a Nord, sulla collina ove sorge la Gerico Cananea, ossia la prima città che gli Israeliti guidati da Giosuè, conquistarono entrando nella Terra promessa dopo l’attraversamento del Giordano. A partire dal 1907 scavi archeologici condotti in questa zona hanno riportato alla luce resti di costruzioni appartenenti a varie epoche, alcuni dei quali addirittura risalenti a circa 8000 anni prima di Cristo, facendo perciò di Gerico la città più antica del mondo fino ad oggi conosciuta.

[120] Il Monte della Quarantena, Giabal Quruntul in arabo, si trova ad Ovest della Gerico cananea e si erge quasi a picco sul piano viene anche chiamato Monte delle Tentazioni, a ricordo del digiuno di quaranta giorni di Gesù e delle tentazioni da lui subite durante questo periodo. Sulla cima del monte sono ancora visibili i resti di un’antica cappella eretta a ricordo della terza tentazione di Gesù. È possibile che Pesenti si riferisca ai resti di questa cappella quando parla di una caverna fatta accomodare e dipingere da Sant’Elena.