Uxoricidio Pesenti Brembati

Da EFL - Società Storica Lombarda.

Vai a Vincenzo Pesenti

Vai a Maria Brembati

Tragedia Pesenti-Brembati

(Uxoricidio)

Documenti (parte del dono Vimercati Sozzi alla Civica Biblioteca di Bergamo) trascritti da Giuseppe Locatelli Milesi

L’anno 1661 il S.co: Ottavio Brembati, non concorrendovi la soddisfattione dei conti Decio et Antonio suoi figlioli condescese a dar in moglie la s.a co: Maria sua figliola al s.r Vincenzo Pesenti non nobile, ma bensì negoziante in Bergamo con dote conveniente et effettiva.

La disuguaglianza di natali portava seco nel d.o s.r Pesenti disuguaglianza di costumi, et tratti non proprj verso la Co: sua moglie, da chè nascendo tra questa, e il marito gravi contese per trattener li giusti ricorsi della Cont.a al Co: Ottavio suo Padre si valse in più occorenze dei si.ri Gio: Battista, e Giacinto Pesenti suoi fratelli, che con rilevanti regali l’aquietassero (come dopo la lagrimevole tragedia si è risaputo) s’andava però nell’animo di Vincenzo Pesenti sempre più avanzando l’odio interno verso la Contessa moglie. Così che finalm.te deliberato di privarla di vita in congiontura s’attrovassero loro due soli in un luogo in Villa; a che non puoco influiva la consideratione di dover perder la dote, et avanzi considerabili predetti, stante massime le dichiarationi della Contessa di voler ritirarsi restando verba per li mali trattamenti, quando si fosse aspettata la morte naturale, nella quale esso come avanzato d’età circa anni 25 di più della moglie, doveva pervenire la med.ma; et in tal caso per virtù de’ nostri statuti rimaneva libera patrona del tutto, ….anco machinando inhorridito da tanta sceleragine di aggiongerne un altra con la credenza di dar così materia di compatim.to alla sua operat.ne et fu di calunniarla nella incontaminata honestà sua, doppo esser nisciuta a tutto il mondo esemplare sin al fin dell’età sua di trenta sette anni, senz’alcun riguardo di pregiudicar così a se stesso; sua success.ne et a tutto il Parentado, et di Lei pregiudicio machinò perciò nel seguente modo.

Sapeva Vincenzo Pesenti (anzi con il consenso suo) che la Contessa sua moglie trattava matrimonio tra una sua Nipote et un Giovine nubile che d’habitatione in Villa stava nella terra istessa. Sapeva che tra questi amanti passavano lettere, et senza alcuna sottoscrittione e senza espressione a chi fossero dirette, et che la portatrice di queste era una serva di sua casa. Obbligò questa detto Vincenzo con minaccie, et anco con promesse di regali a procurarne una, come acconsentì, esseguì, et hebbe l’effetto dopo replicato tentativo, et invito fatto alla medesima al Giovane amante della Nipote, et subito la consegnò a Vincenzo quale non propose tempo di mezzo nel dar l’essecutione alla diabolica machina; tanto maggiormente quanto che la Contessa non potendo hormai più soffrire li mali termini del marito, haveva, ritrovandosi all’hora amalata mandato in Citta per una Lettica, che non le fu concessa da fratelli Pesenti Cognati.

Così un doppo desinare armandosi d’armi da fuoco et da ponta, insidiosamente appressandosi al letto della moglie languente, con archibuggiata la trafisse a parte, a parte mortalmente, da che non meno stordita, che abbattuta l’infelice Contessa, benchè tutta essangue si gettò da letto, et accorse verso una scala addimandando per amor di Dio confessione, che dal marito non ponto ammolito nel veder la moglie in un lago di sangue fu denegata crudelissimamente con più ferite da ponta trucidandola; e così per quanto a lui s’aspettava privatala et della vita, et della salute eterna per non voler conceder pochi momenti di sopravivenza alla moglie già esangue. Ciò esseguito procurò mandando la detta lettera con false disseminationi a suoi fratelli Pesenti, et col mezzo delli medesimi con artificio, col fondamento di detta lettera persuadere ai SS. Co: Decio, et Antonio Brembati la necessità del suo operare per diffesa del comun honore, ma scoperta la calunnia, ha obbligati detti SS. Conti ad haver per sempre in abominatione homo così indegno.

Nella lettera perché non vi era sottoscrittione, et a chi fosse diretta fondò Vincenzo Pesenti, ma non considerò la manifestissima contraditione di poterla adattare diretta alla moglie nelle seguenti espressioni, che ben convenivano al Giovane amante verso l’amata, essendo infatti essa Nipote in Città, et il Giovane in Villa, quali sono le seguenti. Piango ad ogn’hora si penosa lontananza; la dove la Contessa era nella terra istessa del Giovane, et a suo piacere la poteva vedere, et nella Chiesa, et nel passar di sua casa. Et in detta lettera si legge. Più tosto che mancar alla fede che una volta vi ho giurata, che aveva relatione alla fede tra di loro datasi di matrimonio.

Particolarità essentiali, che anco per se stesse escludono ogni ombra, che tal lettera fosse diretta alla Contessa. Verità che dal medesimo Vincenzo Pesenti conosciuta; procurò dar motivo di credenza all’istessa, advinicolandola [??], e facendola haver correlatione a colloquj che asserviva per relatione d’un suo servitore tenuti dalla Contessa ne sottoborghi col Giovane; ma anco quest’apparenza cadde al sapervi che detta Contessa vi fu di compagnia della Nipote con altre particolarità malitiosamente tacciute da Vincenzo; et per ciò dall’evidenza delle verità predette furono obbligati li fratelli di Vincenzo con officio positivo ai SS. Co: Decio, et Antonio Brembati detestar l’operatione del detto Vincenzo loro fratello, far encomj al candore della Contessa loro Cognata et promettere di non ingerirsi mai più nelli interessi del fratello, come dal seguente officio.

Ill.mi SS.ri Co: Decio et Antonio Brembati.

La morte dell’Ill.ma S.ra Contessa Maria sorella Brembati di VV.SS. Ill.me moglie del s. Vincenzo nostro fratello seguita per mano del medesimo senza alcun imaginabile, non che giusta causa per esser Dama di tutta integrità di costumi, et innocenza di vita certamente essemplare come ha trafita l’anima di noi fratelli sottoscritti così in attestato dell’estremo dolor nostro, et d’una riverita distintissima stima delle SS. SS. Ill.me col sangue, et con la vita stessa la restituiressimo in vita quando piacesse a Dio che ciò fosse in poter nostro. Già che ciò a noi è impossibile detestiamo l’operatione sud.ta come per ogni riguardo ingiustissima, et perciò da noi totalmente aborrita ne mai sarà da noi protetta, o assistita. Protestando in parolla d’honore non haver havuta alcuna precedente scienza, notitia; partecipatione nell’operatione pred.ta.

Gio:Ba Pesenti

Giacinto Pesenti

La Giustizia non meno, mentre con tanto, e confiscatione di Beni dichiarò l’indegna operatione di Vincenzo, come altresi le degnissime qualità della Contessa, che unito si manda.

Doppo più Relligiosi, e Cavallieri tentarono impetrare Misericordia per Vincenzo dai SS.ri Brembati, che non le fu non solo concessa, ma dinegato il sentirli. Al Sr Co: Pietro Secco Suardo solamente essecutor de comandi di S.A.D. di Mantova si diede il dì 25 Giugno caduto libero addito da SS.ri Co: Co: in loro casa et esponer quanto li era stato connesso, Anzi in riverita veneratione de motivi di un tanto Principe, e Patrone, li medesimi SS.ri Conti Brembati hanno voluto sentire sopra ciò il parere de Cavallieri congionti, et confidenti di casa, et diversati nelle materie Cavalleresche, et legali da quali hanno avuti li seguenti consigli con le ponderationi discorse.

Vincenzo Pesenti deliberatamente, con cognitione di causa, a torto, et per pura malvaggità volle privar di vita la Contessa Maria sua moglie, dama qualificatiss.a, et d’essemplar honestà, et del tutto innocente. Che fosse la Contessa Maria Dama d’essemplar honestà, et totalmente innocente, lo confermano nel loro officio li fratelli d’esso Vincenzo nel detto officio, detestando l’operatione del fratello, et promettendo di non più ingerirsi seco. Questo officio più passato da detti fratelli doppo, che havevano veduta la lettera amorosa diabolico pretesto dell’indegna operatione di Vincenzo, da lui insidiosamente, come si è detto nel racconto, procurata, con altre false dicerie, et aggionte. E pure detti fratelli forzati dalla verità ad alcun più che a medesimi nota, per stare ad un pane, et un vino, nella medesima casa tanto in Città, come fuori, passano detto officio, dichiarando così al mondo la putridissima calunnia del fratello Vincenzo a pregiudicio dell’honor della Contessa, quando vi fossero mancati li argomenti, et prove dal racconto portate.

Et tutto ciò vien confermato dal Bando 17 Agosto 1677, nel quale giustificata l’innocenza della Contessa, vien capitalmente bandito Vincenzo con confiscatione de Beni, in detestatione dell’indegna sua operatione, andato absente, conscio della propria conscienza. Da detti fondamenti si è provato, che la Contessa fosse innocente, et che a torto, deliberatamente, con cognitione di causa per li abominevoli fini nel racconto espressi, Vincenzo la privasse di vita.

Hora resta a provarsi, che mirasse a privarla di tutti li Beni; et principalmente da più nobili (I° l’anima divina: II° l’onore: III° la vita : IV° la robba). Per quanto a lui s’aspettò, li levò l’anima, non permettendo a lei supplichevole, genuflessa, moribonda, et nel proprio sangue naufragante tanti momenti di vita che bastassero per la confessione, che per amor di Dio più, e più volte instantemente lo addimandò, et quando Iddio per sua gran bontà particolarmente con l’onnipotenza sua non vi sij concorso, secondo l’intendimento humano, difficilmente si può persuadere, che Dama di nobiliss.mi spiriti e quali alla nascita, habbi potuto all’hor, che si vedeva dal marito tanto a lei inferiore senza alcuna causa negata la sacra confessione trucidare Christianamente perdonare. Essendo li Steffani rari, et questi non lapidati da congionti o marito. Similmente l’honore, perché prourò machiarli il bel candore di sua honesta nel fine dell’età sua d’anni 37 con putridiss.a calunnia, et ritrovati, et tanto più malignamente quanto che acciò non potesse diffendersi, et far apparir la di lei innocenza, volle prima barbaramente privarla di vita.

Similmente la vita, a segno che inorridisce il pensiero nel riflettere alle pessime circostanze vi concorsero; deliberatamente senza alcuna causa, prima con archibuggiata, doppo con più ferite trucidandola, dinegandoli momenti di sopravivenza per la sacra confessione. Et per ultimo nella robba, perché così assicurò ne suoi figlioli (Giovanni, Giuseppe, Helena, Giulia) et casa la dote, et contradote, et considerabile peculio della Contessa moglie, che caminando le cose secondo l’ordine naturale, doveva Vincenzo di 25 anni in circa più avanzato nell’età della Cont.a premorire, restando essa Vidua, et conseguentemente per virtù delle leggi di Bergamo libera patrona di tutto, come con la sua morte guadagnò tutto. Influsso potentissimo in Vincenzo di divenire a simil Tragedia, mentre la Cont.a Maria s’era più volte dichiarata seco, che restando Vidua, per li mali trattamenti, voleva subito attirarsi di sua Casa, et conseguentemente portar seco tutti li detti Capitali.

Adunque Vincenzo Pesenti con la decisione d’Aristotile è indegno di perdono essendo non solo le operationi sue ne termini d’Aristotile supposti, ma molto più forti, malvaggi, et per sempre abominevoli d’ogni huomo da bene. Et nel caso d’esser lapidato, o cacciato in Bando fra Boschi per bene pubblico et come homo infame.

Giò Batta Solza Cavag.r et Marchese

così sento, rimettendomi ecc.


L’anno 1661 seguirono l’infauste nozze (Pesenti-Brembati) ne si può dire con mala soddisfazione dei SS.ri Co: Co: Decio et Ant.o se dal esterne dimostrazioni s’argomenta l’interno de gl’animi, perché nel Gabinetto de cuori Iddio solo vi penetra, e non hanno gl’homini nel petto la fenestrella che Socrate desiderava.

Dal primo giorno de sponsali sin all’ultimo infelice del discioglimento passò correspondenza intrinseca di q.li: Cavag.ri col Sr Vincenzo. Visite quasi ogni settimana, assistenze reciproche ne bisogni.

Communicatione d’interessi, e unione d’animo, e in specie il Sr Co: Decio si degnò d’honorare più d’una volta il Sr Vincenzo suo cognato pigliando da lui denari ad imprestito; che poi restituiva con ogni sua commodità di tempo; e questo per mio senso erano atti di confidenza, non d’avversione alla parentela.

Ma perché vedo che de SSri Pesenti se ne parla con sprezzo; e quasi nauseando che la Casa Brembati siasi avvilita imischiando il suo sangue, è da sapere che questa è veramente Nobile, et al incontro il Sr Vincenzo è negoziante di p.rmo: ordine e risplende così bene per antichissima Civiltà e per ampiezza di fortune nella sua sfera; che la Casa Bragadina [1] altretanto magiore della Brembati quanto sono le case de Nobili Regnanti sopra le suddite non s’è sdegnata d’innestar essa pure il suo purissimo sangue con una figlia di casa Pesenti. La Città di Bergamo è piazza di Neg[oti].o onde s’usa il Neg[oti].o Il S.r Co: Ottavio Brembati compariva con il suo volto in Piazza; e negotiava di cambio; et il simile hanno continuato li SS.ri Co: Decio, et Ant.o suoi figlioli, e vanno tutta via proseguendo sott’altri nomi per loro maggior vantaggio.

Tre sorelle hanno hauto q.li Cavag.ri Due de quali Iddio lodato vivono. La sig.ra Co: Emilia primogenita fu senza tanti scrupoli maritata in un figlio e fratello d’un mercante di lana niente maggiore del Sr Vincenzo e l’haver coniugate due sorelle in due negotianti non hà pregiudicato ponto alla terza sposata dal Sr Co: Horatio di Calepio Cavagl del più sublime rimarco. Vero conte non di titolo; ma di feudo perché sotto Bergamo comanda a dodici milla, a più sudditi.

Egl’è però vero che la s.ra Co: Maria s’infastidi presto del sr Vincenzo, ne saprei ben dire se per la disparità della conditione; o dell’età troppo matura; e fu certo error d’imprudenza o d’avarita il non haverci opportunamente pensato. La dote più d’apparenza che di sostanza fù quattro mille scudi moneta usuale mille cioè in contanti pronti; e tre mille con tempo di vent’anni a centocinq.ta scudi per anno senza frutto immaginabile.

Questo dunque sarà quel gran tesoro che influì; e che contaminò l’animo d’un sr. Vincenzo Pesenti doppo esser gionto all’età di sessant’anni con integrità di vita così essemplare; che mai s’intese di lui mancamento benché minimo.

La di lui casa gode centocinq.ta mille scudi di capitale nettissimo d’ogni debito; e disposto in pretiosissimi stabili, contanti effettivi; e negotij floridi; et hanno tanto così puoca vergogna questi SS.ri Conti di scrivere lontano ch’egl’ha assassinata la moglie per assicurar ne posteri quattro milla miserabili scudi, che il prenderli era caso incerto perché dipendeva da futuro contingente evento, di sopravivenza della moglie al marito, et da congionta impietà di quella fatta vidua di privar come tigre i proprij parti innocenti.

Ridono quei che conoscono la bontà di vita, e la pietà essemplare de SSri Pesenti; e molto più gl’informati delle vere cause di questa disgratia che da Cavag.ri Brembati s’inventino malitiosam.te così sciocche bugie senz’almeno haver pensato che la sola lontananza del Sr Vincenzo dai suoi Domestici affari per l’essilio gli porta danno più del valore di due o tre di queste doti, senza metter in calcolo la spesa del Criminale, del inimicitia, e del fisco.

Ne giova l’inventar di capriccio che la defonta oltre la dote tenesse avanzi sapendo il mondo che non aveva beni particolari, ne industria da cumular avanzi. E questi cavg.ri sono così ottenebrati che nemmeno si ricordano, che doppo nato l’incid.te si fece l’invento a questa sfortunata e che quattro cento soli scudi in varie monete gli furono trovati. Summa che non bastò per i sontuosi funerali.

Se così avido era il sr Vincenzo di robba (come lo dipingono calunniosa.te) gran borasca in vero hanno scorso i SS.ri Conti quando il Sr Co: Ottavio gli fidò nelle mani sin a dodeci mille scudi senza ponto di caut.ne. Girandoli a cambio con il nome d’un Puttino del Sr Vincenzo d’otto anni, e sei mille di questi gli restarono nelle mani anco doppo uccisa la moglie. Poteva pur negarglieli, e nol fece, ma con fede immacolata, et angelica restitui tutto ai SS.ri Conti Decio, et Ant.o nel atto che pativa da loro per sent.za Criminale, inimicitia, e fisco. Era men male al sicuro, opera più facile, e senza pericolo con una negativa benché turpe mancar di fede, e sotto coperta del fisco rubbar dodeci o sei mille scudi, che assassinar secondo loro, una innocente per l’incerto latrocinio di quattro mille scudi lontani, e con la certezza del danno consecutivo di più di Xci milla per gli eventi rovinosi susseguiti.

Ma se quest’omicidio era nato (come dicono) dal avidità d’assicurar la robba, perché non dirlo, Dio buono, il Sr Co: Ant.o alla giust.a nelle sue rabbiose instanze replicate di tempo in tempo in voce, et in scritt.a per l’esterminio se gli fosse stato possibile di questa degna Casa. E se la giust.a a dettame de SS.ri Co: Brembati formò il proc: come non ha trovato lume d’una circonst.a così horribile che cambia specie al delitto; e lo trasforma in un assassinio dei più detestabili che s’udissero sopra la terra? Si forma il proc.o, si decreta, si proclama il Reo; segue il tanto; e mai si trova, ne si parla di questa turpe causa, e sarà abbracciato adesso questo mostro che nasce novo dall’idea maligna d’un insano, e torbido cervello? e se tanto è l’ardire nell’architettar bugie così manifeste in fronte di pubbl.e carte convincenti, et che svergognano quest’impostura, che sarà poi nelle cose più ambigue dove non può talvolta scaturir la verità così limpida e così chiara.

La vera colpa del Sr Vinc.o è d’haver uccisa la moglie strepitosam.te et con pubbl.o scandalo. Questa è l’azzione imprudente biasimata dal mondo, condannata dalla giust.a, et detestata da suoi med.mi fratelli nell’off.o sincerat.ne passato ai SS.ri Conti, e rifferito da essi per trofeo nella loro invettiva; ma non s’accorgono poi che non argomentano con buona logica concludendo che il Sr Vincenzo sia un barbaro, un traditore, un assassino che habbi trucidata la moglie per rapirli la robba. Non è ripudiato dai fratelli il fratello, ne condannata e detestata l’attione per capo d’assassinio; ne di rapacità di robba; ma come quella che ne suoi puri termini d’homicidio semplice e per il modo tenuto degna di biasimo, et di castigo. Perché se la donna era rea di fede macchiata (che non l’admetto ne l’escludo) doveva però il marito haver giud.o e riguardo all’innocente sua prole, et ai parenti cospicui di cui è piena la casa. Il motivo che ha spinto il Sr Vinc.o nel bollor dell’ira a precipitar nel eccesso tiene le radici più profonde, e a tal effetto mandò per un espresso carte confidentiali, che ben dimostrano quanto sia degno di compatim.to l’errore.

Apparirà da queste che se rari sono gli Steffani sono rare anche le Susanne trovate con i giovani, e non con i vecchij; e fra le Susanne io vi connumero però la S.ra Contessa di cui comple il dire che custodi l’honesta; ma non la custodì con prud.a. Prendono corpo talora i spettri perché il destino avverso accopiato con l’impacienza donnesca di tolerar longo tempo un matrim.o ch’ha disarmati gli amore e così ingegnoso nel fabricar certi casi, che l’apparenza non li distingue dalla sostanza; e si prende la copia delle figure per l’originale.

Sono stati prudenti li SS.ri Giò. B.a e Giacinto fratelli del Sr Vincenzo tessendo nel loro officio passato ai SS.ri Conti, encomij d’honestà e d’innocenza alla S.a Contessa loro Cognata, e procurando con ogni lecito studio di ritirar dal processo, dal proclama, e dal bando i concetti puoco honorevoli, che giovando per avventura a minorare il delitto del fratello adombrassero la riputat.ne della dama e della prole.

Che per altro volea riuscir corto il mantello di quei trattati chimerici di matrim.° della Nipote; che nella scritt.a de SS.ri Conti si tace esser la figliola della Co: Emilia loro sorella con quel Giovane Nubile; che pur ad arte si tace sia figlio d’un Notaio, o Procurator di Palazzo per non dare sotto l’occhio del mondo la sproportion dei sogetti; onde si dii colore a sognati equivochi della lettera ammorosa, che da SS.ri Conti ma non da SS.ri Pesenti è stata divulgata. Havendola questi fatta penetrare per secretiss.mo mezzo solo ai med.i SS.ri Conti come interessati nel sangue, et per illuminarli; et hora senza testa, e senza coda perché non essendo il veleno, vien da essi mutilata e senza l’altre sue parti essentiali rifferite e senza quei successi che la dichiarano. Ma non doveriano hora i SS.ri Conti ritorcer il favore in odio con la loro serpentina scritt.a; ma più tosto ricordarsi che il Giovane Nubile l’istess’hora che sentì l’accid.te della Dama sparì dagli occhij della Città; et è stato perso, e sepolto doi anni, e sin a tanto che il Sr Co: Pietro Secco Soardo havendo tanto la bontà di maneggiar la pace d’ordine di S.A.S. [2] fece sapere che non si poteva metter mano ad alcun trattato con i SS.ri conti se non precedeva come preliminare la sicurezza, e la libertà del Giovane. Ottenuto il ponto preliminare si portò subbito a Moasca [3] e sin qui è restato vivo solo il Miracolo della resurett.ne del Giovane.

Seguono i SS.ri conti con penna avvelenata a caricar il Sr Vinc.o d’empietà e di Barbarie. Moriva (dicono essi) l’infelice contessa in un mar di sangue, e supplicava Genuflessa sul ponto estremo gratia di puochi momenti per la sacra confess.ne che dal crudo marito gli furon negati. Intenderei ben volentieri; chi abbia udito queste voci, e queste suppliche, e chi fosse presente a queste genufless.ni in tempo che da tutte le prove del proc.o consta chiaro (et è verità notoria) che seguì l’homicidio in una Camera senza che persona del mondo vedesse l’offesa, o sentisse la sua voce che al p.mo colpo di pistola cascò moribonda.

Presto si fà a machinar delle fintioni, ma prima di metterle così ardita.te in carta si doveva pur almeno dar una scorsa al proc: mirar il proclama, et il bando, tutte carte fondamentali da SS.ri Conti, che si sariano specchiati con trovare che anzi il Sr Vinc.o fu così sollecito della salvezza di quel anima, che non curando il proprio pericolo d’essere fermato prigg.ne dalle comunità obligate per legge come reo in fragranti, mandò p.ma et d’indi andò lui a sollecitar il Paroco d’accorrer alla moribonda, e con tanto successo che gionto in tempo spirò la Dama con rassegnat.e e Christiana Pietà; et così chiaram.te ha la giust.a ne suoi decreti stabilito. Hor veda il mondo se la scritt.a de SS.ri Co: Brembati ha sussist.a di verità.

Dall’anima della sorella che questi Cavag.ri appasionati hanno senza molto pensarvi di già mandato all’abisso, passano al ponto d’honore esclamando, che maliziosam.te sij stata calunniata, e cavillando la lettera ammorosa rifferita si sforzano cavar non solo argom.ti per l’innoc.a, ma fondam.ti per la supposita calunnia. Fin a quel segno che i SS.ri Conti si conteneranno nella pura diffesa non è per opponersi il Sr Vinc.o mai, ne nella verità, ne alla verità, ne alle bugie, ma dove s’avanzarono all’imputat.ne di calunnia, e d’assassinio sarà pur troppo egli diffeso, e dalle raggioni antedette, e da altre che la modestia, e la prudenza tien in occulto, e dalle carte confidenziali che porta seco l’inviato.

L’honestà d’una Dama anco Rea (che già la S.ra Contessa s’è canonizata per innocente) si deve sostenere, o col silentio o col discorso, e parlarne come degli Illustri sepolcri che si loda la magnificenza della struttura la finezza de marmi, e la pretiosità degli intagli, ma non s’alza la pietra, e si tien chiuso l’avello.

Al 3° et 4° capo della vita, e della robba ho sufficientem.te risp.o e provato che dalla morte della S.ra Contessa in poi tutto il resto è inventione falsa tutto regalo del scritto che la passion cieca de SS.ri Conti s’è compiaciuta d’aggiongere.

Termina la scritt.a satirica con una conclus.n di ragg.ne fallacissima benché insignita di sottoscritt.ne del Sr Marchese Giò: B.a Solza Cavag.re di cospicua virtù principalm.te nelle materie cavalleresche, e per ciò mi persuado ch’egl’ habbi sottoscr.o come consultator partiale, et più con la penna che con l’intentione. Che per altro troppo è chiara la dottrina autenticata da tutti li scrittori, e dal uso. Non esservi al mondo offesa così grande et estrema, che non tenga il suo rimedio di condegna soddisfatt.ne qual ricusando l’offeso si rende sogetto al biasimo, e pecca nella giust.a.

Ma nissuno s’inoltra a sostenere che si dia offesa assolutam.te imperdonabile, e senza rimedio, perché tal dottrina come barbara, e bestiale vien proscritta aponto nei deserti, e nei boschi tra le fiere, et a sentim.to di Seneca neanco tra le più generose.

Ma Aristotile in opposit.ne citato sostenne mai una conclusion così dura. Parla Aristotile dell’off. del Prencipe, e non delle regole di ridur a pace l’inimicitie private, et troppo precipitoso è il salto che si fa dal Prencipe al Privato.

La pena è riservata al Prencipe verso i sudditi. Altrimenti se de Privati coresse la parità col Prencipe, e che s’inducesse la pena del taglione, si distruggerebbe la civile e l’humana serietà.

Ma trutinando [??] il caso del Sr Pesenti anco nei termini dell’off. del Prencipe, non si può dire che sia incapace di perdono se anzi l’istesso Prencipe hà compatito il successo con liberarlo dall’esilio, e restituirlo senza la pace de SS.ri Conti nella pubb.a gratia. E se ciò ha deciso, et pratticato il Prencipe, o si hà da seguitar nel bene il suo esempio, o non addur poi l’esempio del Prencipe solo per argomento di male, e cavar una conclusion odiosa, e crudele.

Ottima dunque sarebbe la quiete, e la pace; perché le materie d’honore di questa natura quanto più si risvegliano, tanto più si da occas.ne di continuar giudizij temerarij, e discorsi sinistri, e si fa come degli Aromati che con l’andarli maneggiando, e stropicciando mandano sempre più acuta la fragranza al naso.


Segue Uxoricidio Pesenti Brembati, parte Seconda


NOTE

[1] Elena Pesenti (1625-93), cugina prima di Vincenzo (figlia dello zio Gerolamo), aveva sposato nel 1646 un Bragadin.

[2] Carlo II duca di Mantova.

[3] Feudo dei Secco Suardo in provincia di Asti.