Gasparino Barzizza

Da EFL - Società Storica Lombarda.

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Ritratto postumo dipinto da Vincenzo Angelo Orelli (1755-1813)
Gasparino Barzizza. Incisione di Marco Pitteri (sec. XVIII)
Ritratto postumo dipinto da Giovanni Sirtoli, Bergamo, Sala Consiliare

(Barzizza [Bergamo] 1359 – Milano, 1431) [o 1370–1428?]

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Figlio di PETROBONO notaio, figlio di Bonomo

Sposò Lucrezia Agliardi

Figlio:

Guiniforte (1406 - 1463) che frequentò giovanissimo (nel 1415?) l’Università di Pavia e vi si laureò. Fu assai apprezzato da Alfonso d’Aragona Re di Napoli, che lo volle alla sua corte in Sicilia (1432) e lo fece governatore di Porto Venere. Fu poi Vicario Generale di Filippo Maria Visconti e precettore di Galeazzo Maria Sforza nel 1447.

Originario di Alzano Lombardo, nato a Barzizza (Bergamo).

Gasperino fu umanista dottissimo, Lettore Pubblico di Poetica e Retorica a Bologna [1]

Consigliere d’Alfonso d’Aragona.

Fu in Venezia, con Guarino Veronese e Vittorino da Feltre, uno dei veri iniziatori dell’educazione moderna, con grande interesse per la cultura classica. Vi insegnò tra il 1407 e il 1422. Fu inoltre docente a Pavia, dove ebbe un incarico “ad lecturam gramaticae, rhetoricae et auctorum” nella Facoltà di Lettere e Filosofia nel 1400, nel 1407 e poi nel periodo 1430-1431 [2].

Aprì un collegio a Padova [3].

Ghibellino, fu in corrispondenza con il suocero Giovanni Agliardi per la paventata vendita a Pandolfo Malatesta della sua città: Bergamo. Altro documento di contatto politico con il suocero è il giuramento di fedeltà a Milano prestato il 22 giugno 1405 dai ghibellini Agliardi, Barzizza e Terzi tra i delegati di Bergamo [4].

Per la famiglia Agliardi, la parentela con i Barzizza è molto interessante perché segna un punto di riferimento del contesto umanistico e politico della famiglia tra il finire del 1300 e i primi decenni del 1400, nel periodo cioè appena precedente l’insediamento della Serenissima a Bergamo. Erano gli anni in cui visse Giovanni Agliardi e che può forse spiegare l’humus culturale in cui si radicherà suo nipote Alessio.

Bortolo Belotti cita la famiglia Barzizza come nobile bergamasca e milanese ed aggregata alla nobiltà veneta nel 1686 [5].


Di Gasparino scrive il Belotti:

Gasparino Barzizza, figlio di Petrobono, che esercitava la professione di notaio, e a sua volta era figlio di un Bonomo, appartenne a famiglia originaria della piccola terra seriana, e negli scritti del tempo è nominato ora Pergamensis o Bergamensis, ora Barzizius. Egli deve essere nato intorno al 1360, forse nel 1359 [6], e probabilmente fece i primi studi nelle scuole di Bergamo, quindi si addottorò in grammatica e retorica a Pavia (1392), dove per qualche tempo professò le due discipline. Passò quindi a Venezia (1407), e da Venezia a Padova, dove raggiunse mobilissima rinomanza fra i maestri di umanesimo e nel nuovo movimento culturale italiano. Nel 1413 fu laureato anche in arti, septem liberalicum artium doctor, e onorato della cittadinanza di Padova e di Venezia, segretario apostolico a Costanza nel 1417, e quindi, nonostante la conferma nell’università di Padova, insegnante a Milano (1421), dove morì nel 1431.

Le opere di Gasparino, almeno in gran parte, furono pubblicate dal cardinale bergamasco Alessandro Furietti, a Roma, nel 1723, e sono numerosissime e varie, dagli esempi e trattati di epistolografia, di oratoria, di retorica, al manuale di ortografia latina, e al lessico etimologico del dialetto bergamasco già ricordato, prova dell’attaccamento di questo illustre personaggio alla sua terra natìa. Soprattutto Gasparino Barzizza svolse ed esplicò il suo spirito e la sua cultura umanistica, commentando le epistole di Seneca a Lucilio, le epistole di S. Paolo, il De officiis di Cicerone, e più ancora emendando le opere del grande autore, e trascrivendone e divulgandone il testo integrale quando fu scoperto nel 1421. Il maggior merito del Barzizza anzi si fa consistere nell’aver preparato con indomabile tenacia l’avvento del ciceronianismo.

Del Barzizza furono pubblicate arringhe e lettere col titolo Gasparini Pergamensis epistolarum opus per Joannem Lapidarium Sorbonensis scholae priorem multis vigiliis ex corrupto integrum effectum, ingeniosa arte impressoria in lucem redactum (Parigi nella Sorbona 1470, in 4°), edizione rara e ricercatissima della prima opera stampata a Parigi con data certa.

Poiché dunque il Quattrocento è un secolo di profondo rinnovamento politico e spirituale del nostro paese, in cui da un lato quasi tutte le libertà politiche si spengono, ma dall’altro lato si prepara un nuovo e particolare splendore di arti e di lettere, Bergamo entra in questa nuova era della vita italiana, oltre che coll’insegna di S. Marco, vale a dire colla sola, forse, che politicamente significasse italica grandezza e libertà, anche con un fulgido contributo al cammino del pensiero, non solo italiano, ma del mondo [7].

Fu autore del dizionario Latino-veneto [8].


Da Giopì n. 7, 15 aprile 1996, p. 3

(Chi l’éra e come gh’éra – Profili di illustri bergamaschi):


Gasparino Barzizza (intorno al 1370-1431)

Gasparino, colto umanista, nacque probabilmente a Bergamo intorno al 1370, terzogenito di Pietrobono de Barziziis, la cui famiglia era originaria di Barzizza in Valle Seriana.

Il padre lo fece studiare a Bergamo e poi lo mandò a Pavia dove si laureò in grammatica e retorica nel 1392. Tornato a Bergamo insegnò grammatica nelle scuole della Cattedrale e, dopo alcuni anni, si trasferì a Milano sperando nella protezione di Giangaleazzo Visconti intorno al quale fioriva l’attività umanistica lombarda. Dopo la morte del Visconti (1402), insegnò a Pavia (1403), a Venezia (1407) e a Padova dove acquistò fama tra i maestri di umanesimo e nel nuovo movimento culturale; fu il primo che indicò lo stile ciceroniano come il solo degno di essere preso ad esempio ed abilmente lo imitò.

Nel 1413 si laureò in artibus ed ebbe l’onore di ricevere la cittadinanza padovana (1416) e di Venezia (1417); sempre nel 1417 rimase per due mesi a Costanza quale segretario apostolico di quel Concilio e quindi, nonostante Venezia cercasse in ogni modo di trattenerlo, tornò in Lombardia (1421).

Il cardinale bergamasco Alessandro Furietti, letterato e giurista, pubblicò in parte (Roma, Salvioni) nel 1723 le opere di Gasparino alle quali premise non solo una dotta prefazione ma la biografia del Barzizza scritta in latino; numerose e varie le opere, dai trattati di oratoria e di retorica al manuale di ortografia latina e al lessico etimologico del dialetto bergamasco, prova dell’attaccamento di questo illustre personaggio alla sua terra natia. Gasparino Barzizza sviluppò soprattutto la sua cultura umanistica commentando le epistole di Seneca a Lucilio, le epistole di S. Paolo, il De officiis di Cicerone ma ancor più emendando le opere del grande autore, trascrivendone e divulgandone il testo integrale quando fu scoperto nel 1421. Il Barzizza preparò con tenacia l’avvento dello stile ciceroniano ed è questo il suo maggior merito. Morì a Milano nel 1431.


L’Eco di Bergamo, 26 settembre 2004

CHI ERA COSTUI? I BERGAMASCHI FAMOSI CHE NON CONOSCIAMO.

GASPARINO BARZIZZA

Troppi viaggi, peregrinazioni fra una università e l’altra.

Troppe immersioni in questi volumi stravolti, in questi classici storpiati da scribi ignoranti che ne hanno travisato periodi e pagine intere.Mi sono immerso in questi studi alla ricerca della verità delle opere di Seneca, Cicerone, Quintiliano. Ma se tornassi indietro negli anni, se tornassi giovane…

Pagina a cura di Paolo Arese

Nacque probabilmente a Barzizza, in Val Gandino, fra il 1360 e il 1370 Gasparino Barzizza che con il suo lavoro di riscoperta e di traduzione dei classici con metodi e mentalità che si allontanavano dalla tradizione scolastica contribuì all’affermazione di quel nuovo pensiero che fu l’Umanesimo, quel periodo culturale che traghettò l’Europa verso l’età moderna sganciandola dal periodo medievale. Gasparino Barzizza studiò dapprima a Bergamo poi all’università di Pavia e di Padova dove aprì una scuola ed ebbe fra gli allievi anche il genovese Leon Battista Alberti. Ma Barzizza insegnò anche a Venezia, a Milano, a Pavia. Fu segretario apostolico con l’antipapa Giovanni XXIII e con papa Martino V, presenziò per qualche tempo al Concilio di Costanza. La sua maggior fama è legata alla decifrazione del gruppo di opere retoriche di Cicerone scoperte nel 1421 dal vescovo di Lodi Gherardo Landriani nell’archivio della cattedrale. Il codice di Lodi presentava grosse difficoltà di lettura per via che era stato trascritto verso l’ottavo o il nono secolo con scrittura continua, senza distinzione di parole. Il lavoro di decodificazione del Barzizza fu di grande valore. Gasparino morì a Milano nel 1430. Altro importante umanista fu il figlio, Guiniforte, nato nel 1406 a Pavia e morto a Milano nel 1463. Fu al servizio di Alfonso di Aragona e vicario generale sotto Filippo Maria Visconti, per il quale commentò in volgare l’Inferno di Dante. Fu precettore di Galeazzo Maria Sforza.


Gli antichi. Potremo mai comprenderli? Potremo noi mai realizzare armonia e profondità pari a quella dei pensatori romani, dei filosofi greci? Non lo so. Ma certo è che questo nostro mondo caotico, questo nostro mondo percorso da guerre e carestie e pestilenze ne ha bisogno. Dobbiamo cercare i loro testi e studiarli per quello che realmente contengono e significano. Con il massimo rispetto del vero. Sull’esempio luminoso di Francesco Petrarca, è quello che ho perseguito per tutta la mia vita, ed è quello che mio figlio Guiniforte si appresta a compiere dopo che a soli sedici anni ha potuto laurearsi a Pavia dimostrando una genialità che neppure io conosco. Sono orgoglioso di Guiniforte e rimpiango di avere visto poco, in fondo, i miei figli in tutti questi anni. Troppi viaggi, peregrinazioni tra una sede universitaria e l’altra. Troppe immersioni in questi volumi stravolti, in questi classici storpiati da scribi ignoranti che ne hanno travisato periodi e pagine intere. Mi sono immerso in questi studi alla ricerca della verità delle opere di Seneca e Cicerone e Quintiliano... Ma se tornassi indietro negli anni, se tornassi giovane cercherei di dedicare un tempo maggiore ai miei figli seguendoli nella loro crescita, non per altro che per la bellezza di guardare e accompagnare una piccola vita che cresce. E quando penso alla morte del mio primogenito, Nicolò, e alla scomparsa prematura di Giovanni Paolo, l’ultima delle mie creature, provo una stretta al cuore, come se mi mancasse il respiro, e un vago desiderio di lacrime mi percuote il viso. Ma gli uomini non piangono. Avrei potuto viaggiare di meno? Avrei potuto mantenere la mia famiglia, dare una degna abitazione alla mia dolce moglie Lucrezia, avrei potuto garantire i più eccellenti studi a ciascuno dei miei figli se non avessi accettato incarichi prestigiosi e lontani?

Ho viaggiato e preso dimora da Bergamo a Pavia, a Bologna, Padova, Milano, Costanza… E ho camminato nel tempo, ho cercato di tornare con la mente ai secoli dei classici, ho letto le loro opere, ho considerato, decifrato, eliminato errori e inganni e incrostazioni di amanuensi stolti... Ho scritto e raccontato ai miei allievi e agli amici. A Padova, per esempio, ho spiegato in pubblici incontri le lettere di Seneca che, a mio giudizio, costituiscono la più bella e la più matura tra le sue opere, il frutto ultimo e più alto della sua meditazione. Posso affermare di avere dedicato all’esegesi di quest’opera e alla chiarificazione dei suoi nodi più problematici e dei suoi passi più difficili uno studio e un impegno di una qualità che non ha precedenti, credo, tra i commentatori di queste lettere che mi hanno preceduto. Era esattamente questo tipo di lavoro che i miei amici mi avevano chiesto di mettere a punto con rigore., tenacia e meticolosità, e io intuivo che questa medesima esigenza era condivisa da molti dotti. E dai tempi stessi in cui viviamo, tempi difficili, ma ricchi di volontà di conoscere, tempi irrequieti che ho l’impressione ci stiano traghettando verso un diverso confine del pensare.

Ma ormai sono vecchio. I miei figli vedranno, Guiniforte vedrà e sarà protagonista. È filosofo e letterato, Guiniforte, ma anche uomo d’azione, uomo di scienza e di governo, è ancora giovane, ma lo intuisco. Io trascorro i miei ultimi giorni in queste stanze, protetto dal benvolere di Filippo Maria Visconti, e mi dedico all’insegnamento che resta la mia grande passione. Trasmettere quel poco che so a dei ragazzi, a delle giovani menti che potranno portare oltre la mia povera conoscenza quando anche io non sarò più di questo mondo. Vedere fiorire la conoscenza, osservare l’incontro fra Seneca o Cicerone con l’anima di questi giovani che vivono secoli e secoli dopo di loro. La cultura nasce dalla trasmissione delle conoscenze, ma è importante che le conoscenze siano accolte prima di tutto nella loro verità, nel loro spirito originale. Dobbiamo ricercarlo, individuarlo, riconoscerlo.

L’edificio della cultura classica, forte e solido come le pietre di queste stanze in cui trascino i miei piedi stanchi.

Sono tempi difficili, i nostri, tempi di guerre. La mia Bergamo venne venduta a Pandolfo Malatesta per trentamila ducati da parte di Giovanni Suardi. Ho pensato a un tradimento da parte del Suardi, potentissimo della città. Lo scrissi al mio parente Giovanni Agliardi che ha sempre militato fra i ghibellini. La città venduta al guelfo Malatesta! Sebbene Pandolfo si sia poi comportato con saviezza e prudenza, con buoni provvedimenti e senza perseguitare i nemici, cercando anzi di attirarli a sé con favori. Pandolfo ha ricomposto inimicizie in Valle Seriana e in Val Brembana, oltre la Goggia, e riparato i danni che in città vennero compiuti dalle fazioni. Saggio, Pandolfo. Allo scopo di ripopolare la città che aveva sofferto per anni di lotte, assicurò agevolazioni a chi decidesse di vivere a Bergamo con la famiglia, e se avesse avuto debiti per tre anni non avrebbe potuto essere molestato, né nelle cose, né nella persona; se poi qualcuno avesse fabbricato nel borgo Sant’Andrea sarebbe stato dichiarato cittadino, con i privilegi relativi. Guerre e turbolenze avevano ridotto a plaga deserta anche Romano e Urgnano: Malatesta concesse esenzione da ogni carico a chi vi fosse tornato. E quando quei di Treviolo domandarono la grazia di essere considerati come cittadini di Bergamo il Malatesta li esaudì.

Un buon governante, certo, e tale considerazione riscatta in parte l’operato del Suardi. Ma ormai Bergamo ricade sotto il dominio di Venezia e la signoria del Malatesta è soltanto un ricordo.

La politica non è il mio pane, a essa ho sempre preferito le umane lettere, il pensiero profondo dell’uomo e l’importanza della sua espressione, orale e scritta. Ma è possibile coltivare un pensiero profondo, originale, se non si è in grado di esprimerlo? Se non si conoscono i termini , non si è in grado di sviluppare in maniera armonica i periodi, ovvero i pensieri singoli?

Le parole ci suggeriscono significati, allargano il potere della nostra mente, sono piccoli bisturi che aprono squarci sulla verità delle cose. Bisogna imparare ad esprimersi. Per questo ho cercato di comprendere a fondo Cicerone e Quintiliano e ho scritto il De Compositione. Ho scritto che la sintassi non deve seguire una costruzione troppo piatta, che non è opportuno porre il nominativo al principio seguito da verbo, avverbio, accusativo e via dicendo. Insieme a Quintiliano ho sostenuto l’importanza della collocazione inversa delle parole, affinché il periodo risulti non ovvio e scontato, ma esso stesso in qualche modo originale, nella sua stessa forma interessante. E così dobbiamo evitare le parole altisonanti perché l’uso frequente di questi termini conduce il lettore a una sorta di assuefazione e ciascuna parola perde forza e significato. Eleganza e stile sono essenziali alla trasmissione del significato e lo affermo io, Gasparino, originario di Barzizza, di Val Gandino, della gente bergamasca, noi bergamaschi che «Rude genus hominum sumus». Così scrissi i trattati dell’«Orthografia», e il «Vocabolarium breve». Erano necessari primi passi, bisognava partire dalla corretta scrittura per una migliore comprensione dell’antichità. Anche perché in passato si erano verificati troppi casi di errori da parte dei copisti: era necessario riprendere confidenza con la forma delle lettere e dei vocaboli.

C’era tanto lavoro da fare, tanto lavoro per capire, interpretare, studiare. insegnare. Il tempo è tiranno, il tempo è galantuomo e comunque scorre. La nostra memoria reca la traccia del tempo, ma è una traccia ingannevole ed episodi di quando ero bambino, sui pascoli verso il Farno, nella mia Barzizza, mi sembrano vicini quanto la grandine che ieri ha battuto i tetti di Milano. Il volto di mio padre Pietrobono talvolta mi appare davanti agli occhi come se fosse reale e lo sento che mi parla... Il tempo. Sembra passato tutto come un incanto, come un’illusione, dai giorni della scuola di Bergamo, quella della cattedrale di San Vincenzo, al mio primo incarico all’università di Pavia. I primi vagiti dei figli, la gioventù e gli occhi grandi di mia moglie. Questa è la realtà che Dio ci ha donato. Nostro compito è amarla e per amarla bisogna osservarla., ascoltarla, descriverla, raccontarla. Capirla nella sua armonia.


NOTE

[1] (A. Mandelli, Alzano nei secoli, Bergamo, Ed. Industria Grafiche Cattaneo, 1959, Parte II (“I personaggi”), p. 26.

[2] (Memorie e documenti per la storia dell’Università di Pavia e degli uomini più illustri che v’insegnarono, I, Serie dei rettori e professori, Pavia, 1878, I, p. 154. L’informazione è riportata in Aa.Vv. Storia economica di Bergamo, Bergamo, Fondazione per la Storia Economica e Sociale di Bergamo. Istituto di Studi e Ricerche, 1999, Vol. 3 (I Primi millenni.** Il Comune e la Signoria), p. 199, nota 65.

[3] Pompeo G. Molmenti, La storia di Venezia nella vita privata, dalle origini alla caduta della Repubblica, 3 voll., Torino, 1880 (7ª ed. Trieste, Lint, 1973), Vol. I, p. 424, suo ritratto, ivi le sue date sono 1359 – 1431.

[4] Bortolo Belotti, Storia di Bergamo e dei bergamaschi, a cura della Banca Popolare di Bergamo, 1959 (con prefazione di Tommaso Gallarati Scotti), 3ª Ed., Bergamo, Bolis, 1989, vol. III, p. 94.

[5] Bortolo Belotti, Storia di Bergamo e dei bergamaschi, a cura della Banca Popolare di Bergamo, 1959 (con prefazione di Tommaso Gallarati Scotti), 2ª Ed., Bolis, 1959, vol. II, p. 315; III, pp. 256, 411, 415 e n; IV, pp. 221, 236; V, p. 61.

[6] «Gasparini Barsizii et Guiniforti Opera», ed. 1. A. FURIETTUS, Roma 1723; VAERINI 1; R. SABBADINI, Lettere, e orazioni edite e inedite di Gasparino da Barzizza, «ASL» 1886, 363ss.; MORSOLIN e RENIER, Gasparino Barzizza, «Giornale di Erudizione» Firenze 1886; R. SABBADINI, Barzizza Gasparino, «Dizionario di Pedagogia», Milano 1894, 1; Id., «Studi di G.B. su Quintiliano e Cicerone», Livorno 1886; R. CESSI, «Spigolature barzizziane», Padova 1907, per nozze Fumagalli-Guttmann; A. MAZZI, Nota genealogica sui Barzizza, «Bergomum» 2 (1908) 135; D. MAGNI, Gasparino Barzizza, una figura del primo umanesimo, «Bergomum» 31 (1937) 104 ss. Il 25 aprile 1937, a Barzizza, fu inaugurata una lapide commemorativa di Gasparino con degna orazione di G. BANFI. Cfr., inoltre, B. CALZAFERRI, La tecnica di Gasparino e Guiniforte Barzizza nelle consolatorie, «Convivium» 1938. Per le ricerche cfr.: B. BELOTTI, «Gli eccellenti Bergamaschi» - I Barzizza: Gasparino, Guimperto e Cristoforo, Bergamo 1956, 25-36; G. CREMASCHI, Ignoto discorso politico di Gasparino Barzizza, «Bergomum» 50 (1956) 1-10; E. GARIN, La cultura milanese nella prima metà del XV secolo, «Storia di Milano» 61, Milano 1955, 55 ss. G. MARTELLOTTI, «DBI» 7, Roma 1965, 34-38. Tra gli amici di Gasparino Barzizza è da ricordare Carabello Antonio (Antonio da Bergamo, Antonio Carabello Pincino, Antonio Piceno), nato a Bergamo nella seconda metà dei secolo XIV: cfr. F.R. HAUSMANN, «DBI» 19, Roma 1976, 300 s.

[7] Bortolo Belotti, Storia di Bergamo e dei bergamaschi cit., vol. III, pp. 176-178.

[8] Gabriele Rosa, Costumi e tradizioni di Bergamo e Brescia, Bologna, Editore Forni, p. 22