Claudio Povolo. Conflitti tra famiglie aristocratiche
Da A.A .VV. Storia economica e sociale di Bergamo, Vol. 7 – Il tempo della Serenissima **** Settecento. Età del cambiamento, Bergamo, Fondazione per la Storia Economica e Sociale di Bergamo. Istituto di Studi e Ricerche, 2006, pp. 276-277
La sottrazione di una casistica penale assai rilevante sul piano politico e giudiziario, nonché l’utilizzo del rito inquisitorio, che scalzava le antiche procedure, influirono direttamente sulla gestione della conflittualità aristocratica, determinando l’emergere degli aspetti più cruenti e devastanti della faida tra lignaggi o fazioni rivali. Inoltre l’intervento delle magistrature centrali indebolì il tradizionale controllo che i ceti dirigenti cittadini avevano da sempre esercitato sulla clientela rurale. Nuovi ceti emergenti, favoriti dall’azione politica della Dominante, assai predisposta ad indebolire alcuni settori dell’aristocrazia di Terraferma che mal sopportavano il predominio veneziano, misero apertamente in discussione quello che sino ad allora era stato il quasi indiscusso controllo esercitato dalla città nei confronti del mondo rurale.
Pur con intensità e modalità diverse questi fenomeni si verificarono un po’ in tutti i grandi centri urbani della Terraferma. La peculiare situazione di Bergamo che, come già si è notato, poteva vantare una spiccata attitudine a difendere le proprie prerogative istituzionali, attenuò probabilmente l’intensità delle trasformazioni che nei decenni tra Cinque e Seicento investirono altre città del Dominio. Nemmeno i territori posti oltre il Mincio si sottrassero comunque all’indubbia ridefinizione dei poteri che l’azione politico-giudiziaria veneziana attuò nei confronti dei centri sudditi, pur conservando loro gli antichi assetti istituzionali e il mantenimento di prerogative amministrative cui essi erano estremamente sensibili.
L’emergere vistoso e reiterato dei contrasti tra famiglie aristocratiche, detentrici del potere politico cittadino, è un chiaro segno, anche per Bergamo, di come si fosse ormai avviato, persino nella parte più avanzata del Dominio di Terraferma, quello scollamento tra autonomie locali e la preminenza esclusiva di un ceto dirigente il cui potere genealogico e ideologico traeva sostanzialmente origine da una tradizione storica ormai consolidata, ma che già mostrava i primi evidenti segni di crisi. Nella sua relazione del 1565 il capitano Lorenzo Donà notò come le operazioni di fortificazione intraprese dalla Serenissima avessero suscitato timori e tensioni tra i più influenti cittadini di Bergamo
«i quali per le inimicitie et discordie de quelle parte et fationi si retiran ad habitare nella fortezza et non vi escono mai fuori, né ardiscono andare alle sue ville per non essere amazzati et sasinati, come è occorso ad alcuni da un tempo in qua, ritrovandosi alle sue ville in quel territorio. Et manche si vedde modo né via che tal inimicitie si possan assettare et quietare, non vi essendo modo de pacificare o assettare i capi principali, che sono Brembati et Albani, che son fuori della città banditi et confinati; et fin che questi principali vivono ne anche si vede modo di pacificare li parenti et adherenti soi, anzi io stimo che queste difficultà seguite novamente de precedentia procedano più presto da pocca amicitia et mal animo che sia tra questi che da altra cagione» (1).
In realtà le faide tra famiglie e gruppi rivali, di seguito all’intervento centrale veneziano, avrebbero ben presto assunto i tratti dello scontro duro e sanguinoso, travolgendo gli antichi equilibri. Come, ad esempio nel 1563, quando il conte Achille Brembati venne assassinato nella basilica di S. Maria Maggiore ad opera degli Albani, la potente famiglia rivale (2).
La frequente opera di mediazione operata dai rettori per imporre la pace tra i gruppi antagonisti si configurava in realtà come un intervento esterno, non in grado di ristabilire gli equilibri infranti dal riacutizzarsi del conflitto (di seguito ad omicidio od offese all’onore). Indebolitosi il controllo giurisdizionale esercitato dalla città tramite gli organi giudiziari, la faida non aveva infatti la possibilità di ricomporsi e di ricreare la situazione preesistente alla rottura operata da una delle due parti . Il ristabilimento della pace, imposta dagli organi centrali della Dominante, non poteva evidentemente accogliere la logica di conflitti che rinvenivano la loro legittimità nell’autonomia istituzionale della città .
NOTE:
(1) Le osservazioni dei rettori vanno evidentemente valutate alla luce del ruolo da loro assunto nei rapporti tra città suddita e città dominante. Ciò che colpisce della relazione del Dona è, in particolar modo, la segnalazione di tensioni e conflitti nell’ambito dell’aristocrazia locale di seguito ad uno specifico e significativo intervento veneziano; ed inoltre l’impossibilità, da parte sua, di mediare ed imporre (tramite l’intervento centrale) la pace tra le fazioni in conflitto. Retorico appare poi quanto successivamente osservato: «Ma laudato sia Iddio che in tempo di questo mio reggimento in tante inimicitie et discordie che vi sono non è seguito tra queste parte motto o scandalo alcun et per levarne ogni occasione me ne sono sempre molto affaticato insieme con il Magnifico messer Antonio Navagiero mio honorato collega...», cfr. Relazioni dei rettori..., op. cit., pp. 91-92.
(2) B. Belotti. Una sacrilega faida bergamasca del ‘500, Bergamo 1937. Che l’emergere della faida costituisse un segno evidente della crisi dei lignaggi aristocratici è un dato che viene avvalorato pure dalla concomitante manifestazione di violenze e prevaricazioni, compiute da alcuni loro membri. La loro diffusione e, soprattutto, la loro repressione, ad opera del Consiglio dei dieci o dell’Avogaria di comun sta ad indicare come, nello stesso mondo rurale, il predominio nobiliare fosse messo in discussione da esponenti di un certo settore della borghesia rurale, cfr. per diversi esempi G. Capellini. Banditi a Bergamo all’epoca de «I promessi sposi», estratto, Bergamo 1985.