Palazzo Lupi in Pignolo (Bergamo) - Seconda parte

Da EFL - Società Storica Lombarda.

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Gabriele Medolago, Il Castello di Cenate Sotto e la Famiglia Lupi, Amministrazione Comunale di Cenate Sotto, 2003, pp. 168-170:

di Gabriele Medolago

Il palazzo venne vincolato con decreto del Ministero della Pubblica Istruzione del 1910, rinnovato nel 1957. Gli ultimi Lupi proprietari del palazzo furono i fratelli conti Lupo e Gherardo. Il 21 maggio 1937 il pretore avvocato commendator Giovanni Antonucci per pagare 15˙882.75 lire di imposte dirette, mandò all’incanto con una base d’asta di 72˙000 lire lo stabile indicato come porzione di casa con giardino in via Pignolo 98-Via Pelabrocco 2, di 5 piani e 45 vani, mappali 1181/1 e 1181/2 e 2200 e giardino parificato all’orto irriguo. L’avvocato Alessandro Pedrocchi fu Ernesto di Clusone, abitante di Via XX settembre 5, offrì 72˙100 lire ed acquisì lo stabile. Il 24 davanti al cavalier Gino Pasculli, cancelliere capo della pretura, dichiarò di avere acquistato a nome dall’agronomo Fermo fu Giuseppe Pinetti residente in via Cucchi 1. La vendita venne formalizzata fra il maggio e l’ottobre 1937. Fra il dicembre 1939 e l’ottobre del 1940, il Pinetti vendette il palazzo alle Suore dell’Unione di Santa Caterina da Siena, rappresentate dall’Istituto delle Suore Missionarie della Scuola, che adibirono la proprietà a scuola, il “Magistero Professionale della Donna”.

Tra il 1940 e il 1941, l’Istituto effettuò la trasformazione di diversi locali, apportando in alcuni casi gravi danni alla struttura originaria. Venne abbattuto lo scalone rinascimentale che dal cortile interno portava agli appartamenti del primo piano, molti ambienti al piano terra furono unificati in un’unica grande cappella, i 177 vani originari furono portati a 55.

Alla fine degli anni ‘40 l’Istituto lasciò Bergamo per trasferirsi prima a Gubbio, città di origine, poi a Roma, dove si trova attualmente. L’immobile venne acquisito dal Demanio dello Stato mediante decreto di esproprio del 24 luglio 1950 e dall’anno successivo, ceduto in gestione al Ministero della Difesa, divenne sede del Comando Divisione “Legnano”. Nel 1975, a seguito della ristrutturazione dell’Esercito, il Comando Divisione si trasformò in Comando Brigata Meccanizzata “Legnano”.

L’amministrazione militare provvide ad alcuni interventi a carattere conservativo sugli intonaci delle pareti esterne e sulle decorazioni interne. Nel 1980 fu risistemato il giardino con l’aggiunta di una serra come giardino d’inverno. Purtroppo si dovette abbattere un secolare e maestoso faggio rosso [663].

Nel 1984 il palazzo fu oggetto di un importante restauro, che interessò dapprima le cantine [664] e poi il resto dell’edificio, protraendosi sino al 1988 [665].


NOTE:

[663] L’albero (fagus purpurea major), di specie rarissima, soggetto a vincolo della Sopraintendenza delle Belle Arti, ma ormai rinsecchito e pericoloso per i passanti e per le abitazioni si trovava nel giardino che dà su via Ortigara, era alto circa 26 metri, con un’ampiezza di fronde enorme, aveva una circonferenza di metri 4.10, le radici serpeggianti fuori terra avevano circa un metro d’altezza. Una tradizione voleva che fosse stato piantato dal padre di Angela Brembati (1812-1827), moglie di Paolo Lupi, sul finire del Settecento. Pelandi “Attraverso…Pignolo” 105-106.

[664] Nel 1984 durante lavori di ristrutturazione delle cantine vennero alla luce, coperti da terra e materiale di risulta, elementi architettonici che fecero supporre l’esistenza di ampi locali nel sottosuolo. Dopo un lavoro di pulitura e di sistemazione eseguito dall’Esercito, fu riportato all’antico aspetto un ampio locale a volta bassa con grossi pilastri centrali in mattoni, completamente riempito di terra e detriti. Sono altresì stati riportati alla luce anche attrezzi e vasellame dei secoli XVI-XIX e che costituirono un piccolo nucleo museale. Il locale fu poi adibito a salone di ricevimento per gli Ufficiali. I locali, forse magazzini, cantine o stalle di servizio, erano in collegamento, tramite l’uscita secondaria a larghi gradini, con via Pelabrocco. I muri sono cosittuiti da grossi conci, ben squadrati, degli stipiti della porta, legati al muro con le caratteristiche “chiavi”, riutilizzati impostando l’arco in mattoni. Vengono datati alla seconda metà del secolo XV, o forse a prima. Abbattendo il tamponamento l’apertura risultava occlusa da terra di riporto. Una volta rimossa, al piano di calpestio si trovò un selciato discendente sotto il piano di campagna e sotto ancora una vecchia fognatura appoggiata su una base di argilla vergine. Le volte a crociera poggiano su bassi pilastri. Sulla parte sinistra, a livello della stradina, si apre un altro vano delimitato da due stipiti in arenaria, portanti ancora gli innesti in ferro dei cardini della porta. L’accesso è dato da tre gradini ed interrotto all’interno da un muro più recente: forse lavori eseguiti negli anni ‘30 del XX secolo. Lo stipite di destra con dado di appoggio è costituito da un blocco unico poggiante sulla soglia contro cui si interrompe il selciato. Di questo esiste solo il basamento innestato nel muro maestro del Palazzo. Nel rimuoverlo insieme alla soglia comparve un pavimento in cotto ancora ben conservato, delimitato sulla sinistra da una pietra scanalata e con sottofondo in cotto e pietrame. Lo stipite di sinistra si rivelò un pilastro che prosegue oltre il soffitto-pavimento per arrivare alla sovrastante cucina. Le due parti del pilastro usate come materiale di riutilizzo, recuperate presentano decorazioni floreali che richiamano gli stilemi presenti nei capitelli del cortile. La superficie, accuratamente martellinata, denota che il pilastro era in origine a vista in ambiente di rappresentanza. Sotto il pavimento in mattoni compare una pavimentazione di piccoli ciottoli ed anche il muro sulla destra è rivestito da mattoni disposti di piatto. Allargando lo scavo, oltre la pietra scanalata comparve un piano leggermente inclinato in ciottoli bitumati, forse l’ingresso alla scuderia che, proseguendo, dovrebbe portare al lato del parco. Il muro di contenimento è doppio: quello interno più antico in pietra ben squadrata omogenea. Si ritrova una vasca angolare con piedistallo e scarico che corre sotto il pavimento e vi è un pilastro riutilizzato e finalmente il pavimento con a lato uno scolatoio tutto scoperto. Si tratta di mattoni dalla misura modulare lombarda di 40x20, cotti ad alta temperatura per consentire l’impermeabilizzazione. Furono ritrovati due travetti dipinti a tempera con motivi ornamentali cinquecenteschi, resti di un soffitto a cassettoni. Il grande vano voltato poggia su robusti pilastri a sezione quadrata e mensole in pietra, affiancato dalla galleria principale con volta a botte, su cui si aprono aperture ‘a bocca di lupo’ da sotto il piano stradale. Nella zona dei vecchi bagni comparve una scala in pietra successivamente smontata e ricostruita nello scantinato per l’accesso alla galleria. Di fianco, sotto l’intonaco, compare ancora una porta murata ed una scala che si interrompe sotto il pavimento della sala mensa. Si ritrovò una colonnina scanalata in arenaria di ottima fattura. Una finissima apertura circolare, con cornice a foglie papiriformi di cotto, sulla zona destra che porta allo scantinato, che, vista la collocazione in rapporto alla bocca di lupo, segnala un diverso assetto originario delle aperture.

[665] Nel 1988 è stata attuata la sistemazione del salone utilizzato per pubbliche manifestazioni, in precedenza adibito a cappella dalle Suore, che non presentava alcun interesse, venne sistemato accostandolo al gusto neoclassico delle sale adiacenti. Le decorazioni sono a grottesche con tritoni ed esseri alati di derivazione antica etrusca, esseri zoomorfi o simboli pagani, come le cornucopie o la figurina in bilico sulla ruota a ricordare la continua instabilità della sorte umana. Gli ambienti al piano terra, costruiti su un unico asse, recano invece un’impronta neoclassica. Una serie di soffitti decorati a stucchi e dipinti, vanno dagli spicchi, alle semivolte a botte, ai raccordi mistilinei, volutamente contrastanti con la linearità della decorazione parietale. Tutti i simboli sottendono, anche nei particolari più minuti, al tema delle sale, tradotti in rilievi posti sulle pareti e sul riquadri delle porte. Sono episodi tratti dall’Iliade, come nella sala centrale, e dalla vicenda di Bacco e Arianna, come nel salone delle Baccanti. Mentre al piano terra il gusto neoclassico trionfa, al primo piano, risalgono all’epoca di costruzione del Palazzo i soffitti a cassettoni e le decorazioni delle lesene all’interno del loggiato che guarda sul cortile. Su di esse, una diversa dall’altra, si trovano motivi classici come anfore, delfini, maschere pagane, ægricanes (teste di ariete), uniti a festoni, gigli, bande ornamentali, foglie d’acanto. Il colore originale degli affreschi doveva essere bianco serico brillante su fondo rosso pompeiano. Evidenti ritocchi successivi, gli ultimi presumibilmente eseguiti tra il 1948 ed il 1949 come in altre parti del Palazzo, ne hanno smorzato la brillantezza, falsando anche il gioco prospettico. Nella parte superiore del loggiato, sul raccordo fra archi e semicolonne, sono dipinti dei festoni che, pur riprendendo i temi delle lesene, sono nettamente neoclassiche, con colori più brillanti e freddi: bianco su fondi alternati di rosso bruciato, blu scuro e marrone scuro. Il rapporto di contemporaneità, tra le lesene ed il soffitto a cassettoni sovrastante, è evidente. il motivo ornamentale del tralcio di vite, lungo le travi portanti, unito ai rosoni dei riquadri dipinti su fondi alternati rossi ed azzurri. Anche qui, interventi successivi hanno attutito gli effetti cromatici. Un altro interessante soffitto a cassettoni ma del XVII secolo, si trova nell’ampia stanza già adibita a studio e poi destinata a sala operativa. Questo soffitto, restaurato nel 1987, presenta colori, dall’ocra al rosso bruciato, brillanti e caldi, le cui decorazioni riprendono il tema rinascimentale del rosone e dei tralci, reso in forma tipica del secolo XVII, con rosette dorate al centro di ciascun riquadro. Elemento centrale del palazzo è il salone dell’appartamento nobile, con soffitto a cassettoni in legno pregiato rosso cupo, colore naturale messo in risalto da rosoni intagliati e dorati posti al centro dei riquadri e da piccole rosette a leggero rilievo all’incrocio delle travi. Il grande camino presenta eleganti piedritti del focolare, ornati da motivi floreali e geometrici e l’imponente architrave, sono in pietra di Sarnico; il piano è in ardesia. Il fondo del camino è stato da tempo murato e sulla parete troviamo una lastra lapidea a bassorilievo dell’ultimo quarto del secolo XIX con lo stemma Lupi. Sulla cappa è appeso uno scudo a rilievo in ghisa ottocentesco con scene di battaglia. Simile tema compare anche nei due scudi da parata del XVI secolo, in legno dipinto, posti nella sala da pranzo, in deposito dall’Accademia Carrara. Anche le stanze del palazzo furono riccamente ornate con decorazioni neoclassiche dell’inizio del XIX secolo. Un’iscrizione riportata nella prima sala al piano terra riporta a data di esecuzione (1812), seguita dalla data di un restauro (1949) e da quella dell’ultimo (1987) con il nome dell’esecutore (Lutti).