Palazzo Brembati - Bergamo, via San Lorenzino 13

Da EFL - Società Storica Lombarda.

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Il cortile rinascimentale del palazzo in via S. Lorenzino 13
Il cortile rinascimentale del palazzo in via S. Lorenzino 13
Lo stemma di Fiordalisia Martinengo nel cortile del palazzo
Lo stemma di Paride Lodrone nel cortile del palazzo
Lo stemma di Antonia Savorgnan nel cortile del palazzo
Il cedro del Libano (cedrus deodara) davanti al palazzo nel 2001 (poi abbattuto nel 2003)
Sezioni del tronco appena abbattuto (2003) del cedro del Libano (cedrus deodara) cresciuto davanti al palazzo Brembati. Ben visibili le decorazioni dovute a patologie fungine. Gli anelli di crescita degli ultimi anni sono molto sottili (Foto M. Carminati)
Gianmario Petrò
LA CASA DEI CONTI BARTOLOMEO E GIOVANNI DAVIDE BREMBATI IN VIA S. LORENZINO 13
in “Lorenzo Lotto nella Bergamo del ‘500. Riferimenti e immagini della pittura lottesca”, “La Rivista di Bergamo”, Nuova Serie n. 12-13, numero doppio, Gennaio-Giugno 1998, pp. 94-97


Scendiamo ora verso la porta di S. Giacomo. Lo spazio attorno a questa porta della fortezza è stato notevolmente trasformato nella seconda metà del ‘700, quando i Brembati, i Rivola e i Marchesi Valletti Salvagni fecero ristrutturare le loro dimore, creando uno degli ambienti più significativi della città. Per la ristrutturazione della casa del conte Pier Luigi Marchesi Valletti Salvagni, iniziata nel 1783 su progetto del ticinese Simone Cantoni, era stato demolito un quartiere o casermetta dei soldati che le era addossato. La precedente sistemazione di quell’ambiente risaliva al 1593, quando l’antica porta medioevale di S. Giacomo era stata sostituita da quella moderna in marmo di Zandobbio. In quell’occasione era stata demolita parte delle vicine case dei Brembati ed erano state costruite tre casermette per i soldati, due che si fronteggiavano all’imbocco della via S. Giacomo ed una unita alla porta. Sulla facciata interna della porta campeggiava un leone di S. Marco dipinto da Gianpaolo Cavagna, che aveva affrescato anche l’esterno del corpo di guardia, mentre le facciate delle casermette all’imbocco della via S. Giacomo erano state decorate dalla bottega del pittore Valerio Lupi. La casermetta sul lato sud della via S. Giacomo era addossata alla casa dei ricchi fratelli Gerolamo e Giovanni Poncini, che era stata costruita a partire dal 1519 dall’impresa di Pietro Isabello su progetto di Andrea Ziliolo. Per questa casa lo Ziliolo aveva previsto una “lozeta” al di sopra delle mura medioevali dalla quale si poteva spaziare con lo sguardo sull’intera pianura lombarda. Ancora per Gerolamo Poncini lo Ziliolo aveva preparato un modello per una cappella da costruirsi in S. Agostino.

Torniamo alla porta di S. Giacomo. Nel 1593 il fondo della strada era stato rialzato e selciato con ciottoli e la piazzetta era stata dotata di una piccola fontana di servizio. In precedenza qui si incrociavano in uno spazio molto più ristretto la via che entrava dalla porta di S. Giacomo, la via “sub crottis” e la via degli anditi di servizio alle mura medioevali, la via de “sub Platio” che saliva verso l’antico mercato, ora via S. Giacomo, e il “rizzolo dei Monaci” che saliva verso S. Maria Maggiore. Sul luogo della piazzetta davanti al palazzo Vailetti oggi Medolago Albani sorgeva in precedenza la chiesetta di S. Giacomo, con la sua torre e un piccolo cimitero adiacente. Nel triangolo compreso tra la porta, le mura medioevali ed il rizzolo dei Monaci sorgevano da tempo immemorabile alcune case dei ricchi Brembati. A monte queste confinavano con una casa dei monaci di Pontida, dalla quale prendeva il nome la strada adiacente. Unita alla casa dei monaci sorgeva la chiesetta di S. Lorenzino, che si appoggiava in parte sulle mura antiche. Qualche decennio prima della fine del ‘400 i Brembati avevano acquistato anche la casa dei monaci, che ancor oggi in parte si conserva lungo la via S. Lorenzino.

Il 20 aprile 1434, al concilio di Basilea, Sigismondo di Lussemburgo, imperatore del Sacro Romano Impero, aveva conferito il titolo di conte palatino al giureconsulto Davide di Giovanni Brembati e ai suoi tre figli Maffeo, Giovanni, Giorgio e ai loro discendenti maschi, con facoltà di creare notai e legittimare figli naturali. Nella seconda metà del ‘400 Bartolomeo Brembati, figlio del conte Giovanni, cominciò a pensare alla fabbrica di una nuova casa che degnamente rappresentasse il nuovo status della famiglia. Si rivolse così ai fratelli Leonardo, Pecino e Venturino Moroni con i quali nel marzo del 1467 stipulò un contratto per la ristrutturazione di parte della sua abitazione presso la porta di S. Giacomo. Tra le opere che i Moroni dovevano realizzare c’erano due loggiati in un cortile della casa. Abbiamo motivo di ritenere che i lavori per la fabbrica dei Brembati siano proceduti lentamente, ma nel 1483 un visitatore d’eccezione, il notissimo cronista veneziano Marin Sanudo annotava in occasione di un suo passaggio per Bergamo che tra le case della città si distinguevano per ornamenti e bellezza quelle dei conti Bartolomeo Brembati e Nicolino Calepio. La casa dei Calepio è stata distrutta nel secolo scorso mentre la casa del conte Bartolomeo Brembati, certamente ancora in costruzione nel 1483, è parzialmente giunta fino a noi e quanto oggi possiamo vedere giustifica in pieno il giudizio del Sanudo. A parte un corpo di fabbrica medioevale lungo la via S. Lorenzino, l’aspetto esterno del palazzo è settecentesco. Solo l’ingresso su via S. Lorenzino è di datazione problematica. Il portoncino, con semicolonne toscane su alto piedistallo e trabeazione lavorata con triglifi, patere e bucrani è datato generalmente per motivi stilistici al tardo Cinquecento ma è forse più tardo. L’androne è stretto e del tutto insignificante, forse aperto successivamente. L’ingresso per i cavalli già in origine doveva essere collocato a livello della strada delle mura. Il cortile è porticato su due lati, quello d’ingresso e quello opposto. Al di sopra della elaborata trabeazione che separa il piano terra dal primo piano, tutta l’architettura è stata ridisegnata in veste neoclassica intorno al 1779. L’architetto conte Nicolino Calepio, ha conservato i porticati rinascimentali ma ha chiuso le antiche logge, serbandone tuttavia la memoria mediante semplici e leggere lesene in pietra che, legandosi alle colonnette sottostanti, ritmano un loggiato cieco. L’architetto ha usato nel cortile una mano, per quel tempo, molto leggera e ha inserito nei due lati non porticati delle discrete decorazioni in stucco e in pietra che bene si accordano con la ricca architettura rinascimentale. Ciascun portico ha cinque luci, con esili colonne marmoree che poggiano su piedistalli che non sono più quelli originari. Direttamente sui capitelli poggiano le piccole lesene scanalate che sostengono la trabeazione. I pennacchi degli archi sono in marmo rosa, sostituito, dove mancante, da malta rosata. In ogni pennacchio è inserito un medaglione in terracotta color avorio con raffinati profili di imperatori romani, alcuni ripetuti uguali, e di una donna, la regina di Saba. Al di sopra delle finestre del primo piano sono inserite altre formelle in terracotta chiara, alternativamente una tonda, con profili di imperatori o imperatrici, e a forma di rombo, con profili di santi che riprendono fedelmente quelle in marmo che ornano le lesene della cappella Colleoni. Si tratta probabilmente, almeno in parte, di materiale di recupero che ornava le logge originarie. Il cortile mostra vari segni di integrazioni e di rifacimenti; in particolare sorge il dubbio che prima della riforma settecentesca anche il lato destro del cortile fosse porticato. Di certo l’ultimo arco di entrambi i portici, anche se ben imitato, sembrerebbe aggiunto nel ‘700. Le ghiere degli archi originari sono parte in marmo perfettamente lavorato e parte in arenaria. Al centro di ogni arco originario è inserita una elegante voluta in marmo decorata con una targa araldica. I due archi aggiunti hanno una rozza voluta con una targa liscia. I capitelli del portico in facciata rispetto all’ingresso sono elaborati e di notevole bellezza, ornati anche con delfini o pesci, cornucopie e vasi, secondo la migliore tradizione lombarda del momento. I capitelli del portico verso l’ingresso sono meno originali e potrebbero in parte essere opere di imitazione del tardo Cinquecento.

I capitelli delle piccole lesene che reggono la trabeazione sono meno elaborati e in qualche caso ricordano quelli delle colonnette e dei pilastrini che chiudono le finestre della cappella Colleoni. Come nella cappella Colleoni, del tutto coeva, abbiamo in questa casa lo stesso gusto per le decorazioni e la policromia. Abbiamo avuto modo di dire che nel cortile della casa lavorarono i Moroni, gli stessi impresari che costruirono la cappella del condottiero. Ci dobbiamo chiedere se i Moroni furono anche i progettisti della casa dei Brembati, che è tra i più preziosi esempi di architettura rinascimentale lombarda e che costituisce un caso eccezionale a Bergamo, mentre le pochissime opere individuate di questi architetti sono di qualità assai modesta.

Osserviamo ora gli stemmi inseriti nelle volute dei porticati, tenendo presente che nel cortile lo stemma dei Brembati è presente solo su una piccolissima targa a tacca su un capitello pensile del portico. Quelli che vediamo sono dunque gli stemmi delle mogli e di altre parentele. Ed è veramente significativo che ben quattro di questi stemmi ci riportano proprio alla famiglia del conte Bartolomeo Brembati, mentre l’ultima moglie ricordata è Flaminia Secco D’Aragona, sposatasi nel 1575 col conte Ottavio. Sulla chiave dell’arco centrale del portico in facciata rispetto all’ingresso è scolpita una targa con intagliata un’ala. È lo stemma di Tadea, figlia del cavaliere veronese Guglielmo Bevilacqua, moglie del conte Bartolomeo. Osservandolo con molta attenzione si potrà notare che, a differenza degli altri stemmi, questo emblema è eseguito con imperizia, scavato nello spessore della targa dopo averne abraso un altro. Tadea infatti, già vedova del conte Romelio Suardi, aveva sposato solo nel 1494 il conte Bartolomeo, a sua volta vedovo di Antonia figlia di Giovanni Rivola Mazzucconi, dalla quale aveva avuto i figli G. Davide e Maria. Non ritroviamo oggi nel cortile lo stemma della Rivola. Sulla voluta al centro del primo arco è inserita la bella aquila araldica dei Martinengo. G. Davide aveva infatti sposato in prime nozze la bresciana Fiordalisia, figlia del “magnifico signore” Giovanni Francesco di Leonardo Martinengo. Fiordalisia era probabilmente nipote di Tisbe, moglie di Bartolomeo Colleoni, che si ritiene figlia di Leonardo Martinengo. Da Fiordalisia nasceva Giulia, che nel 1504 avrebbe sposato il ricco giureconsulto Leonardo Comenduno. Di Giulia e Leonardo ci è rimasto un modesto ex voto del 1513 oggi conservato alla Carrara raffigurante i due coniugi inginocchiati ai piedi della Vergine, attribuito alla bottega dei Marinoni. I due uscivano allora da un periodo difficile perché nel 1509, dopo la sconfitta di Agnadello, Leonardo era stato preso in ostaggio dai francesi e aveva dovuto lasciare la giovanissima moglie sola con alcuni figli in tenerissima età. Nella chiave del quarto arco ritroviamo uno stemma non bergamasco, raffigurante un leone rampante, col muso visto frontalmente e con la coda curiosamente annodata. Si tratta dello stemma del conte Paride Lodrone, uomo d’arme al servizio di Bartolomeo Colleoni, marito di Maria, figlia del conte Bartolomeo Brembati. Paride, l’assassino del giurista Antonio Bonghi, era di origine trentina, ma la sua famiglia si era trasferita a Brescia, pur conservando stretti legami col luogo d’origine, dove ripararono lo stesso G. Davide Brembati e diversi amici dopo la disfatta veneziana di Agnadello. Ricordo che Polissena, una delle figlie naturali di Bartolomeo Colleoni, aveva sposato Bernardo Lodrone. Al centro dell’arco d’ingresso, su una targa araldica scolpita direttamente nella ghiera dell’arco, troviamo lo stemma della friulana Antonia Savorgnan figlia di Pagano, seconda moglie di G. Davide. Gerolamo Savorgnan, fratello di Antonia, uomo d’arme e ingegnere di valore si era distinto per eroismo e per fedeltà a Venezia in occasione dell’invasione francese. Giovanni Davide era rimasto vedovo prima del gennaio del 1487 e Fiordalisia Martinengo era forse morta dopo aver partorito Giulia. La presenza dello stemma Savorgnan, di fattura decisamente quattrocentesca, scolpito direttamente in rilievo sulla ghiera dell’arco ci permette di stabilire che nell’ultimo decennio del ‘400 la casa era ancora in costruzione. Peraltro da un documento del 1494 apprendiamo che, con la mediazione di alcuni eminenti cittadini, G. Davide si era accordato col padre Bartolomeo per la divisione della casa e al figlio era stata assegnata proprio la porzione verso la porta S. Giacomo. La divisione si era resa necessaria in vista del matrimonio di Bartolomeo con Tadea Bevilacqua. Il conte Bartolomeo moriva nel 1506. Il figlio G. Davide sarebbe mancato nel novembre del 1519. Da G. Davide e Antonia Savorgnan nascevano Lucina, Marco Coriolano, Francesco o G. Francesco Ottaviano e Alba. Abbiamo già avuto modo di dire che nel maggio 1508 Lucina, con una dote di 1.350 ducati, sposava Leonino Brembati. Al momento del matrimonio la ragazza doveva avere più di 15 anni, perché nel dicembre di quell’anno partorì un figlio maschio al quale fu dato il nome dello zio Gerolamo. Il conte Giovanni Davide Brembati fu una delle prime conoscenze bergamasche di Lorenzo Lotto in quanto nel maggio del 1513 intervenne come garante per conto dei domenicani di S. Stefano nel contratto per la pala commissionata da Alessandro Martinengo Colleoni. Poche settimane dopo nella casa del Brembati avrebbe preso alloggio il governatore spagnolo di Bergamo. Marco Coriolano, uno dei figli maschi di Giovanni Davide, aveva sposato, forse all’inizio del 1512, la bresciana Maddalena Gambara, figlia del conte Pietro, già vedova non ancora ventenne del conte Gerolamo figlio di Antonio “de Cavazis dela Somalia”. Lo stemma della Gambara, donna energica ancora viva nel 1575, è inserito al centro del quarto arco del portico d’ingresso. La donna fu madre dei conti G. Battista e Achille che, fattisi filospagnoli, nel 1563 furono tra i principali protagonisti della feroce faida con gli Albani e i Grumelli. G. Battista ed Achille non ebbero discendenza maschile legittima. Da G. Battista e dalla moglie Felicita Della Fratina nascevano Giulia, Elena e Giuditta. Giulia sposava nel 1569 il mantovano Tulio Guerrieri e di lei e dei figli ci resta presso la Carrara una serie di piccoli ritratti. Al centro del secondo arco del portico in facciata rispetto all’ingresso è inserita una voluta con uno stemma degli Albani. Francesco o Francesco Ottaviano, l’altro figlio di G. Davide, aveva sposato nel 1524, con una dote di 1700 ducati, Maddalena Albani, figlia di Francesco e quindi sorella del futuro cardinale G. Gerolamo acerrimo nemico di questi Brembati. Lo stemma Albani, ornato di cappello cardinalizio, risulta di forma diversa dagli altri, databile al ‘600, e pertanto qui collocato quando l’odio tra le due famiglie doveva essersi ormai sopito.

Sulla voluta al centro del secondo arco del porticato d’ingresso è scolpito uno stemma di famiglia non identificata, forse i Tornielli, con aquila avente su ciascun lato una specie di bastone ricurvo. La forma della targa è databile intorno al 1515-1520. Si potrebbe forse riferire ad un primo matrimonio di Francesco Ottaviano. Infine l’ultimo stemma presente nel cortile, sull’arco centrale del portico d’ingresso, è quello di Flaminia Secco D’Aragona (nata dal primo matrimonio di Isotta Brembati e del conte Lelio) sposatasi nel 1575 col conte Ottavio Brembati. Le nozze tra Flaminia e Ottavio erano state celebrate dal cardinale Carlo Borromeo nel vano tentativo di pacificare le famiglie coinvolte da anni in una sanguinosa faida. Ma due anni dopo Ottavio con un pretesto uccideva Leonino Brembati, fratello della odiata suocera Isotta per di più moglie di un Grumelli. La presenza dello stemma della moglie di Ottavio non è affatto casuale. Da un documento familiare del 1595 apprendiamo che Ottavio aveva dovuto fare grosse spese per sistemare le case, perché «a causa della nuova fortificazione della città erano state devastate e le pareti che le chiudevano verso la porta di S. Giacomo, e anche verso sera, erano state abbattute e distrutte dalle fondamenta alla sommità, e l’illustrissimo signor conte Ottavio le fece rifare (le pareti) e nelle medesime case fece molti altri miglioramenti utili e necessari». I danneggiamenti risalivano al 1592, quando per creare uno spazio di servizio adeguato intorno alla nuova porta cittadina, una parte delle case dei Brembati fu demolita.

Il cortile della casa prima delle riforme settecentesche era decorato con pitture che l’intenditore conte Giacomo Carrara, non sappiamo con quale fondamento, attribuiva al Cariani: «Il Cariani aveva dipinto fra l’architettura tutto il cortiletto di Casa Brembati alla Porta di S. Giacomo con un stupendo freggio di Ninfe Marine tritoni putti et altre figure a chiar scuro con a suoi luoghi vari ripartimenti di virtù et altri ornamenti di figure stupendamente espresse cose tutte che del 1779 furono demolite e rovinate, che pur si potevano conservare e trasportare per esser dipinte su tavolati di mattoni se li Padroni stati fosser di miglior gusto».


NOTA

Per Tadea Bevilacqua moglie di Bartolomeo Brembati, A.S.B., notaio Giuseppe Sorella, cart. 879, 25 febbraio 1498 e testamento di Tadea in data 18 febbraio 1514, f. 104v.; accordi per l’eredità di Tadea, ivi, 19 settembre 1519, f. 177. Documenti del precedente matrimonio di Tadea sono stati resi noti da F. Cortesi Bosco in Sulle tracce della committenza..., p. 10, nota 14. Un contratto postumo per la dote di Fiordalisia Martinengo, moglie di G. Davide Brembati è in A.S.B., notaio Cominzolo Adelasio, cart. 713, 16 gennaio 1487. Per le parentele del conte Paride di Giorgio Lodrone, affittuario dei dazi e dei pedaggi di Valcamonica di diritto della Pietà di Bergamo, già di Bartolomeo Colleoni, A.S.B., notaio Giacomo S. Pellegrino, cart. 571, f. 287, 13 dicembre 1519 con richiami a partire dal 2 gennaio 1482. Per il matrimonio di Maddalena Albani con Francesco Brembati, B.C.B., cronaca del Beretta, f. 181 e A.S.B., notaio G. Andrea Arregazzoli, cart. 1880, 15 febbraio 1565. Ottavio Brembati che nel 1575 sposava Flaminia Secco era figlio di Giulia di Gerolamo Passi e di Giovanni Davide, figlio di Francesco Ottaviano e di Maddalena Albani. Nel 1483 in questa casa andava ad abitare in affitto l’architetto Alessio Agliardi. Che ne sia il progettista?


Gabriele Rinaldi Il cedro del Libano di palazzo Brembati in Città Alta, in I grandi Alberi. Monumenti vegetali della terra bergamasca, a cura di Gabriele Rinaldi. Provincia di Bergamo, Grafo, 2006, pp. 156-157:

Il cedro di Palazzo Brembati (Cedrus libani), più di qualsiasi altro esemplare arboreo, era talmente compenetrato ad un’architettura storica da apparire un suo elemento fondante. Lo stesso paesaggio di Città Alta, se ricondotto ad una sintesi di pochi elementi costitutivi, annoverava nelle sue tessere essenziali questo organismo dalle proporzioni bellissime, posto a dimora nella seconda metà dell’Ottocento nel terrapieno sospeso sopra Porta S. Giacomo; lo si poteva osservare comodamente dallo spalto vicino delle Mura Venete e da Città Bassa si poteva cogliere la maestosità emergente nel profilo dell’edificato storico.

Negli ultimi anni dello scorso secolo il cedro, ammalorato, ha cominciato a diradare le chioma e a ridurre la crescita in lunghezza delle foglie aghiformi e degli apici dei rami, sintomi di uno stato patologico grave dalla diagnosi infausta che ha portato i fìtopatologi a consigliarne l’abbattimento, avvenuto nel 2003. La difficile decisione ha richiesto alcuni anni di tempo durante i quali sono stati effettuati sopralluoghi e raccolte perizie ed autorizzazioni, e concessi margini di attesa nella speranza che avvenisse una ripresa vegetativa.

Al suo posto è stato collocato un altro cedro del Libano che sta sviluppando una forma completamente differente da quello dell’esemplare precedente, espressione della notevole variabilità tipica della specie. Per godere dal punto di vista paesaggistico la nuova presenza e probabile che debba trascorrere almeno mezzo secolo.