Mina Gregori, Moroni, scheda 183
Mina Gregori, Moroni, Bergamo, Banca Popolare di Bergamo, 1975, p. 299 (scheda 183)
Ritratto di Gian Gerolamo Albani
olio su tela (cm 107x75)
Roma, collezione conte Francesco Roncalli
Il ritratto è stato collegato dal Tassi a quanto aveva scritto il Ridolfi (1648, i, p. 147), ripreso dal Boschini nel Vento quinto (1660, p. 327), circa l’apprezzamento di Tiziano per il Moroni e l’invito rivolto ai Rettori destinati a Bergamo di rivolgersi al pittore bergamasco «che gli faceva naturali». Il Tassi aggiunge un episodio riferendo che, «ritrovandosi in Venezia», un gentiluomo bergamasco della famiglia Albani volendo avere un ritratto del Vecellio ebbe un’analoga risposta. Il biografo fa riferimento al ritratto che a quel tempo si trovava presso Giuseppe Albani «nel quale è colorito un vecchio con una lunga barba vestito con robone negro foderato di bianca pelliccia». La descrizione corrisponde al quadro tuttora presso la famiglia Roncalli. Il vestito con il mantello di lupo cerviero sembra indicare che il personaggio aveva una carica ufficiale, la collana e la croce che era cavaliere. La medaglia con il leone di San Marco si riferisce a un ordine veneziano, forse l’Ordine di S. Marco e attesta i rapporti del personaggio con la Repubblica veneta (un’analoga medaglia porta il conte Bonifacio Agliardi, v. scheda 89). Il vestito ufficiale e le insegne consentono l’identificazione con il dottore, conte e cavaliere, poi cardinale Gian Gerolamo Albani di cui il Tassi menziona, tre pagine dopo, il ritratto presso il conte Teodoro Albani «avanti che fosse fatto Cardinale, in tempo, che era Collateral Generale della Serenissima nostra Repubblica»; la doppia citazione, presso Giuseppe Albani e presso Teodoro Albani di un ritratto di questo importante personaggio potrebbe essere il risultato di una svista del Tassi o di un’interpolazione dell’edizione postuma; o forse si trattava di un secondo ritratto dell’Albani. Il confronto fisionomico con il busto della tomba in S. Maria del Popolo e con il ritratto da cardinale, pur poco caratterizzato, della Biblioteca Civica di Bergamo conferma l’identificazione proposta. L’ipotesi che possa trattarsi del fratello Giovan Battista, giureconsulto, è improponibile. L’importante dignità di Collaterale Generale, la più importante toccata a un bergamasco in quei decenni, fu conferita dalla Repubblica Veneta all’Albani l’11 febbraio 1555, evento che fu festeggiato a Bergamo per tre giorni (D. Calvi 1676-1677, I, p. 217) e celebrato da Bernardo Tasso (cfr. C. Colleoni, Historia Quadripartita di Bergamo, Bergamo 1617-1618, voll. 3, I, p. 458); vi si fa cenno anche nel frontespizio del suo De potestate Papae et Concilio (Venezia, 1561), e nell’iscrizione apposta alla tomba erettagli a Roma in Santa Maria del Popolo. Risulta che dal doge Andrea Gritti era stato fatto cavaliere aurato nel 1529, cfr. B. Belotti 1937, p. 10 (del padre Francesco il Tassi cita presso il conte Albani un ritratto del Lotto «in abito di cavaliere aureato», I, p. 126).
Gian Gerolamo Albani era nato il 3 gennaio 1509 (B. Vaerini, «Gli scrittori di Bergamo», Bergamo 1787, p. 54: il Calvi 1676-1677 riporta la data del 1604) e fu perito in diritto civile e canonico. Ebbe quattro figli da Laura Longhi. Rimasto vedovo nel 1540, visse in seguito in celibato. Fu sostenitore e consigliere del domenicano Michele Ghislieri (poi Papa Pio V), quando dal 1550 fu inquisitore di Bergamo nel corso dei processi intentati contro persone sospette di eresia, tra le quali era anche il vescovo Vittore Soranzo. In seguito a una sollevazione l’Albani salvò il Ghislieri dalla morte facendolo riparare nella rocca di Urgnano che gli veniva dalla famiglia della moglie. Nel 1556 ospitò a Bergamo il giovanetto Torquato Tasso, che più tardi accoglierà a Roma. In seguito all’uccisione di Achille Brembati organizzata da uno dei suoi figli e dai loro accoliti, l’Albani accusato, preferì farsi arrestare a Venezia il 5 aprile del 1563. Per l’intiera vicenda, conseguenza di una lunga inimicizia tra Gian Gerolamo Albani e Giovan Battista Brembati, che impegnò le due famiglie, tra le prime della città, cfr. B. Belotti 1937. Nel settembre l’Albani fu privato della carica di Collaterale Generale e condannato dal Consiglio dei Dieci all’esilio per cinque anni nell’isola di Lesina. Qui comporrà poesie latine ispirate dalla cattività. Trascorsi i cinque anni del bando, l’Albani lasciò l’isola nell’autunno del 1568 e sbarcò ad Ancona diretto a Roma, accompagnato da uomini del duca d’Urbino (l’amico cardinale Ghislieri era stato frattanto eletto papa il 7 gennaio 1566). Non appena arrivato nella città papale, il primo gennaio del ‘69 egli visitava l’ambasciatore veneziano Michele Surian per dichiarare che questo era il suo primo viaggio affinché ne riferisse, e offrendosi al servizio del doge, come scriveva lo stesso giorno a Venezia l’ambasciatore, il quale aggiungeva: «Io lo accettai amorevolmente et lo confortai con grate parole, mostrando buon animo verso di lui; perché intendendo che ha finito il tempo del suo confine et ha fatto la sua obedienza, non penso che possa dispiacere alla Ser.à V. che io sia proceduto seco con destro modo...». Nonostante questo incontro il nodo dei suoi rapporti con Venezia non venne sciolto facilmente: solo il 18 maggio 1570, sebbene fosse ancora bandito, il Consiglio dei Dieci deliberava, per una faccenda di grani, di corrispondere con lui. Questi nel frattempo era stato nominato governatore della Marca d’Ancona «senza dimora» (Calvi) e il primo febbraio 1569 protonotario apostolico (Archivio Segreto Vaticano, Segreteria dei Brevi, Pio V, armadio 52, vol. XII, anno 1569, f. 57; ricerche di Filippo Todini), come risulta anche dall’intestazione di una lettera inviatagli nell’agosto 1569 dal cardinale Sforza. Il 17 maggio 1570 l’Albani fu fatto cardinale con titolo presbiteriale e di conseguenza Venezia gli tolse il bando il 7 giugno. Alla luce di questi elementi si può tentare di datare il ritratto. Una collocazione prima del grave fatto di sangue che lo fece esiliare nel 1563 è improbabile per considerazioni stilistiche. Anche l’età matura del ritrattato ne spinge la datazione verso la fine del settimo decennio. Più difficile è ipotizzare dove il ritratto poté essere eseguito e se fu dipinto avendo davanti il modello. In tal caso forse al Moroni fu ingiunto di raggiungere l’Albani nell’isola di Lesina nell’ultimo tempo del suo esilio, o fuori dei confini della Repubblica, dopo che questi ebbe lasciato l’isola e forse prima che arrivasse a Roma dove il 1° febbraio del ‘69 avrà una carica ecclesiastica a cui il vestito non corrisponde. L’anno 1568 sarebbe il più probabile. Il vecchio gentiluomo conservava il titolo di cavaliere conferitogli dal Gritti (per questa e altre notizie cfr. L. Chiodi, Il registro della segreteria del Cardinale Albani, in «Bergomum», 1961, n. 3, luglio settembre, p. 321). È da notare che nel maggio del ‘68 vi era già stata una prima riappacificazione a Venezia tra esponenti delle due fazioni Albani e Brembati (cfr. G. M. Mazzucchelli, Gli scrittori d’Italia, Brescia, 1a p., 1753, pp. 272-273; D. Calvi, Scena letteraria degli Scrittori bergamaschi, Bergamo 1664, 1a parte, pp. 244-248; L. Cardella, Memorie Storiche di Cardinali della Santa Romana Chiesa, Roma 1792-1797, V, 1793, pp. 151-153; B. Belotti 1959, III, pp. 265, 332-334, 435, 478 n. 57; Dizionario Biografico degli italiani, Roma, I, 1960, pp. 606-607, voce di S. Cremaschi, ma specialmente B. Belotti 1937» pp. 92-101).
Queste congetture, che pur presentano alternative, sembrano contrastare con l’episodio riferito dal Tassi, secondo il quale la genesi del ritratto sarebbe connessa al soggiorno a Venezia dell’Albani e al suo colloquio con Tiziano. La riserva può essere superata con due argomenti; che nell’aneddoto il Tassi abbia impersonato nell’Albani il personaggio desideroso di avere il ritratto dal Vecellio perché il quadro gli appariva il più veneziano del Moroni (ipotesi affacciata nel catalogo della mostra milanese del 1953, p. 29), e perché l’Albani era notoriamente il bergamasco che aveva avuto i più prolungati e importanti rapporti con Venezia, oppure che l’Albani si fosse fatto fare dal Moroni un altro ritratto prima del bando, come potrebbe inferirsi dalle due citazioni del Tassi già ricordate, anche se il biografo si riferisce proprio a questo esemplare.
Quando furono pubblicate le Vite del Tassi, nel 1793, questo e il celebre quadro con Sette ritratti di casa Albani del Cariani a cui si riferiva l’Angelini nel 1722 citandoli presso il dottor Albani, che distingue dai conti Albani di Urgnano, erano già passati, come si precisa in una nota alla Vita del Cariani (I, p. 38, n. 1) per eredità ai conti Roncalli presso i quali li ricordano il Marenzi e il Fachinetti («i ritratti famosi del Moroni e del Cariani»). In seguito A. Locatelli e il Piccinelli citano il ritratto presso il conte, poi senatore Francesco Roncalli, che lo presterà col suo nome all’Esposizione d’Arte Antica del 1875. Charles Eastlake vide il dipinto in casa Roncalli nell’autunno 1855 e di nuovo visitò i Roncalli nel 1857 ammirando il ritratto, ma soltanto per le mani. Risulta che precedentemente, forse in seguito alla prima visita, aveva fatto un’offerta (non specificata) che mantenne anche in quest’occasione.
Tra i più importanti ritratti del Moroni ancora conservati presso una famiglia bergamasca, nell’Ottocento fu menzionato tra i maggiori esempi del pittore e ascritto alla maniera grigia. Più recente è l’apprezzamento dell’aspetto realistico del dipinto, non avendo il pittore evitato di rappresentare la bozza sulla fronte del vecchio, come nel cosidetto Ritratto di magistrato di Brescia (v. scheda 68). Il superbo ritratto, nel quale la Lendorff ha notato dei ricordi del Lotto, concilia il fare alla veneziana dell’impianto e l’insolita larghezza pittorica con l’impressionante resa naturalistica. La percezione luministica è così intensa, specie nelle mani che hanno qualche somiglianza con quelle del Sarto (v. scheda 121), da far pensare che il Moroni usasse qualche accorgimento sul tipo della camera ottica. La datazione sicuramente anteriore al 1570 (come era già stato proposto dalla Lendorff), è di grande importanza e conferma la collocazione entro il settimo decennio anche per il Sarto.
Il ritratto fu esposto alle mostre bergamasche del 1870 e del 1875; nel 1891 nelle sale allestite in Prefettura per ricevere il re Umberto I; nel 1935 a Parigi e nel 1948 a Zurigo. Fu prestato anche alla mostra «I pittori della realtà in Lombardia» nel 1953 e a quella dei pittori albinesi nel 1968.
Bibl.: G. B. Angelini, ms. 1720, c. 191.; F. M. Tassi 1793, I, pp. 166, 169 (ed. F. Mazzini 1969-1970); R. Gironi 1812-1833, I, n. XXVII.; C. Marenzi, ms. 1824, cc. 12, 13; Ch. L. Eastlake, ms. 1852-1864, 1855, I, c. 10v., 1857, I, c. 9v.; A. Locatelli 1854, p. 129; A. Piccinelli, Postille ms. s. d. (ca. 1863-1865), p. 166 (in R. Bassi Rathgeb 1959, p. 126 e in F. M. Tassi ed. F. Mazzini 1969-1970, II, p. 202); P. Locatelli 1867, n. 369 pp., 388, 390; Esp. provinciale 1870, p. 43; Esp. Arte Antica 1875, p. 5 (n. 19); Ch. Blanc 1884, pp. 2, 3; I. Lermolieff [G. Morelli] 1890-1893, r, p. 402; Almanacco 1891, p. 5 ; G. Frizzoni 1897, p. 31 ; G. Moratti, ms. 1900, c. 153 ; E. Fornoni 1902, pp. 13, 14; S. Lederer 1906, p. 86; B. Berenson 1907, p. 270; E. Fornoni, ms. s. d. (ca. 1915-1922), cc. 38, 63; A. Locatelli Milesi 1916; p. 387; A. Pinetti 1921, p. 59; A. Locatelli Milesi 1928,pp. 22, 25 ; H. Merten 1928, pp. 67, 68; B. Berenson 1932, p. 380; Exposition de l’art italien 1935, p. 145 (n. 324) ; L. Serra 1935, p. 43; B. Berenson 1936, p. 326; D. Cugini 19391, pp. 49, 50 (rist. anast. 1978); id. 193925, p. 3 ; G. Lendorff 1939, pp. 92, 141, 162, t. 13 (rist. anast. 1978); Un Monum. 1939, p. 119; P. Pesenti 1939, pp. 21, ill., 44; E. Torricella 1942, pp. 76, 77; Kunstschätze der Lombardei 1948, p. 278 (n. 750); A. Locatelli Milesi 1953, pp. 6, ill., 9; R. Longhi-R. Cipriani-G. Testori 1953, p. 29 (n. 20); R. Bassi Rathgeb 1959, p. 126; B. Belotti 1959, III, p. 333, ill.; A. Cruciani 1962, sch. II; E. Spina 1966, s.n.p. (p. 11); B. Berenson 1968, I, p. 284; Mostra pittori albinesi 1968, t. 1 ; F. M. Tassi ed. F. Mazzini 1969-1970, I, p. 166, II, pp. 202, 235, 340, 341.