Pellegrinaggio di Gerusalemme - Parte 14

Da EFL - Società Storica Lombarda.

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Questa gran Città comprese le rovine, il Cairo vecchio [247], il Castello, Bulacho, & altri luoghi, è di comune opinione che giri da trenta miglia, ne vi sono muraglie atorno. Nel Cairo vecchio vi stanno molti Christiani Greci, & ancora d’altre nationi, & vi sono alcune Chiese, una fatta nella Casa propria, ove per sette anni dimorò la Beata Vergine con l’incarnato verbo suo Figliuolo, e alcune volte vi si celebra da nostri Padri la Santissima Messa; vi è quì un Pozzo d’acqua si buona che da sapor di latte, & servì già a i bisogni della Beatissima Vergine. V’è la Chiesa di S. Giorgio, & con questa un Convento di donne di diverse nationi, v’è un altra Chiesa pure, ma quasi roinata, ove si sepeliscono i Catholici che muoiono in quel paese; nell’ultima parte della Città verso mezzo giorno è il Castello fabricato sopra un monte, che domina tutta la Città, ivi ha le sue habitationi il Bassà, & alcuni altri Grandi della sua corte. E il Castello assai forte, & ben munito, & ha molti riguardevoli Palazzi; avanti la Porta verso la Città si spiega una gran piazza, ove si fanno gli spassi e i giuochi, il Venerdi in particolare vi s’adunano molte compagnie di Spaini benissimo a cavallo, e tutti con un ramo di palma in mano, & divisi in due parti per far il giuoco, a uno, & due, & più per parte, si vanno a invitare a cavallo correndo, & saltando, seguitando quelli da l’altra parte, & potendoli aggiungere, lanciano loro la palma per colpirli nella schiena, ò nel turbante. & questi essendo aiutati da altri suoi, fanno i suoi cacciatori ritornar adietro cacciati, & potendo li colpiscono con similar arma nell’istesso modo. Mentre dura il giuoco vi si veggono molte maravigliose agilità di star a cavallo, di correre, di lanciare, di seguitare, & d’esser seguitato; & vi ho veduto soldati tanto agili, che a mezzo il corso senza fermar il corso s’abbassano in modo che pigliano di terra una di quelle haste di palma, & fannovi molte altre stupende destrezze: & questo l’addimandano il giuoco delle zeriffe, che alle volte dura più di quattro hore. Sono in questa Città infinite Moschee grandi, & belle, ma i Christiani le possono vedere solo di fuori.

Sonovi bellissimi Bagni, & in alcune contrade Palazzi riguardevoli di conto. I maggiori negotij stanno in mano degli Hebrei, de’ quali il numero v’è infinito, & habitano in certe contrade, chiamate Giudaica. Capitano in questa Città moltissime mercantie, che vengono dall’Indie, & d’altre parti, le quali vi sono condotte per il Mar Rosso, fino al Sues, lontano da questa Città solo due giornate. Le prime mercantie, che vi vengono dall’Indie sono Pepe, Garofali, Canelle, e altre infinite drogherie, & tanta copia di tele d’ogni sorte, che è una meraviglia. Il paese è il più fertile, & abondante, ch’io habbia veduto, & veramente può dirsi, che l’Egitto sia il giardino, il granaro, la dispensa, & la salva robba di tutto il paese del Gran Turco, & che se al Turco fusse questa parte levata, gli si levarebbe le sue prime forze, & le ricchezze maggiori che habbia. Di quest’abondanza cagione è il grande, & a niun altro secondo fiume Nilo, che può chiamarsi Rè di quanti fiumi hà il nostro mondo, havendo corso più longo d’ogn’altro; poi che nasce fino di là dalla linea Equinottiale, da origine non per anco ben nota a’ mortali [248]. Passa per il paese de gli Abissini, & del gran Pretegiani [249], e d’altri infiniti, & vien a sboccare nel Mare Mediterraneo con sette bocche; genera nelle parti più alte infiniti Cocodrilli, & altri animali nocivi, ma è gran meraviglia, che alcuno di questi dicono, non essere stato veduto mai passare appresso al Cairo, che arrivando vicino al Niloscopio, ò ritorni adrietro, ò vi resti morto; e navigato per il fiume per moltissimi miglia, & vi si conducono molte mercantie da paesi altri; l’acqua è sempre torbida, ma posta in un vaso in pochissimo tempo si rischiara, & è la miglior acqua che possa bersi, abbonda a meraviglia di molte sorti di buonissimo, pesce; ogn’hanno una sol volta cresce, & cala, incominciando a crescere verso la fine di Giugno, & seguendo di giorno in giorno fino presso alla fine d’Agosto, e poi calando di mano in mano, fin che ritorna al suo luogo. Nella parte verso mezzo giorno presso al Cairo vecchio in una Isoletta nel mezzo del fiumme sorse una Colonna di marmo chiamata Niloscopio [250], nella quale sono segnate le misure, & vi sono persone a questo effetto dedicate, che quando cresce, ogni mattina vanno per tutta la Città gridando, il Nilo è arrivato a tanta altezza, & ciò fanno a fine che siano avertite le persone deputate conforme alla varia altezza ad andar a far tagliar del vaso, che lor tocca per inondar il paese, & ogni braccio che cresce innonda molte miglia di paese, il quale s’ammolla, e ingrassa senza fine, indi poi al tempo che cala, lo vanno coltivando, & seminando, & quasi sempre per un seminato ne raccogliono più di trenta. Quanto più cresce il fiume, tanto maggior quantita di paese inonda, & tanto più anco produce il terreno. & da questo giudicano l’abbondanza, o carestia futura. Quando cresce fino a diciotto, e più braccia, accerta d’abbondanza grandissima. Giunto al suo maggior crescimento, si taglia il vaso chiamato il Calese, che và con molti canali per la Città, & in quel tempo corrono a folta tutti a veder ove si taglia, e quel popolo per tre giorni fa tante feste, & allegrezze, che pare uscir di se stesso [251]. In crescendo fa molti laghi, che restano poi pieni d’acqua quasi tutto l’anno, e dentro vi si piglia infinita quantità d’augelli, & altri animali, con gran piacere, oltre l’utile, di chi v’attende. Il Nilo passa vicino alla Città del Cairo verso Ponente, & sopra la riva, ove si caricano, & scaricano tutti i Navigli, vi è una parte molto habitata, detta Bulaco, con bei casamenti, & bellissimi giardini, pieni d’ogni sorte de frutti, & in particolare de gli arbori della Cascia, che sono molto ben custoditi; perche quì solo nascono, non in altro paese: l’arbore ha la scorza, & le foglie quasi come le noci, & si fa grandissimo. Tutti i Giardini s’inacquano con acqua cavata da pozzi con artificio ingegnoso d’alcune ruote, & vasi appesi, che si fanno girare da animali. Poco lontano dal Niloscopio è una Torre molto alta, nella quale vi sono alcune ruote, che con bell’artifìcio portano acqua fin’alla parte più alta, la quale di là per un’acquedotto fatto sopra infiniti pilastri, & volti corre fin’al Castello, & ivi forma diverse fontane. Quasi nel mezzo della Città campeggia una gran Piazza, che può haver di circuito intorno ad un miglio, & questo luogo si chiama le Sbechie, & quando si taglia il Calese, quivi corre, & stagna l’acqua, facendo ne luogo quasi un lago, alto tre & quattro braccia; ove con barchette si vanno quei popoli diportando, & vi pescano ancora. Quando è poi calato il Nilo, vi si asciuga, & subito vi seminano lino, & hortalitij di più forti, e prima che sia il tempo, che vi torni ad allagare, vi raccolgono due volte; ma in ogni tempo ciò che v’è seminato si può inacquare con l’acqua d’un pozzo, che è in mezzo, la quale si cava con ruote, & vasi appesi, e viene da animali girato quell’edificio [252]. Qui appresso in una casa si mostrano alcuni forni fabricati di matoni sei per parte, & l’andito in mezzo tutto posto a volto, ne’ quali forni pongono nel luogo vicino alla terra sopra alcune stuore, in ogn’uno intorno a tre mila ova, alla metà poi dell’altezza del forno v’è fatto un solaro di certe canne, sopra le quali vi è terra, & certo letame, nel quale attaccano fuoco tanto a tempo, & sì lento, che nel corso de venti giorni se ne scuotono i pollicini, i quali poi vendonsi a’contadini, e altri, che gli allevano. Et è una cosa di molto stupore il vedere la gran quantità, che ogni giorno di questi animaletti nel detto modo si produce.

È commodissimo l’habitare in questo paese per la grandissima abondanza quasi del tutto. Il formento non arriva a trenta maidini il carico, che può portare un mulo & cosi il riso, & i legumi d’ogni sorte. La carne vi è buonissima, & i macellari la vendono senza alcun osso. I polli buoni vagliono un maidino l’uno: gli augelli selvatici si comprano a buonissima derrata; & medesimamente il pesce. Solo il Vino v’è molto caro, tra perche nel paese non s’usa, tra perche vi si conduce da lontanissimi paesi, dall’Isole del Zante, Candia, Cipro, & altre distantissime parti; & ancora perche paga di gabella vinticinque cecchini per vassello, che può esser di tenuta circa a tre carichi d’un cavallo. Solamente i Franchi ne ponno condurre, & se qualch’un di loro ne vende, lo fa pagare mezzo cecchino il fiasco. I Turchi bevono per lo più acqua, & alcuni Sorbetti fatti con zuccaro, del quale il paese è abbondantissimo. Nell’Egitto quasi mai piove: il caldo v’è grandissimo, massimamente nel mese di Giugno, nel quale vi spirano alcuni venti che durano cinquanta giorni, detti Camfijni [253], caldi tanto, che pare a chi gl’incontra nel volto, che accesa ardente fiamma incontri. Come la Città è sì grande, quanto habbiamo accennato; cosi per andar da un luogo all’altro vi è gran commodità; perche si ritruova in tutte le contrade tanta quantità d’asinelli, che recca a chi la vede maraviglia estrema; onde chi vuol cavalcare lo fa con puochi danari, & alcuni figlioli, che gli danno a vettura vi vengono dietro correndo.

In somma sono di gran commodità ivi quegli animali: vanno benissimo, & velocissimamente. In questa Città sonovi condotti a vendere molti Gatti mammoni [254], Simie, durachetti, papagalli, & molte altre sorti d’animali, che vi vengono portati da lontani paesi. Raccoglievisi il frumento per lo più nel mese d’Aprile, cosi il riso, & altri legumi, & anco il lino, il quale in quel paese sommamente abbonda, ma cosi longo e bello, che ne leva il vanto ad ogn’altra del mondo. Per coltivar la terra adoprano per lo più buffali, & bovi, i quali sono grandissimi, & gagliardi. Questa gran Città è molto antica, & è sempre stata habitata da infinita gente fin al tempo dei Rè Faraoni, & fu ne’ vecchi secoli chiamata Babilonia, & Menfi [255]. È d’aria molto buona, & mantien la gente in assai longa vita, & ha gli habitatori di bella statura, e riguardevole prospettiva. Le donne escono di rado fuori di casa, & allhora vanno coperte sopra gl’altri vestimenti con una veste di tela bianca, quasi come una camiscia. Si cuoprono di più la testa, e’l volto, portando avanti a gli occhi una benda di velo nero. Appresso al Cairo vecchio vi sono ancora li sette vetustissimi granai fatti fabricare da Gioseffo, nominati nel testamento vecchio [256] per riporre il formento de gl’anni sette abbondanti in conserva, e per soccorso de gli anni sette di carestia, de quali fin hora si servono per mettere il fromento del paese, & sono tutti luoghi grandissimi, & scuoperti in maniera, che gli augelli vi vanno a cibarsi a suo piacere. Nella Città si fabricano infiniti tapeti d’ogni sorte, di lana, & seta, & si lavorano con bellissimo ingegno. La miglior moneta che vi si spende sono i reali di spagna, che vagliono trenta maidini l’uno: doppo i Talari d’Alemagna, che vi si spendono per vinti sette maidini: appresso i Cecchini di peso, & i Seriffi, che vi montano quaranta sette maidini l’uno. La moneta picciola è tutta di rame, & è molto pesante. Vi sono soleri, che ogni diciotto fanno uno maidino, ve ne sono ancora, che sono più grandi, e vagliono tre, & sei soleri l’uno. Da gli Hebrei si ritrova a cambiare ogni altra sorte d’oro, & argento, il quale pigliano a peso. Havendo per alcuni giorni vista una parte della Città, & de luoghi, che più celebri vi sono, facessimo risolutione con alcuni amici d’andare a vedere le Piramidi, le quali sono lontane intorno a dieci miglia dalla parte verso Ponente; & dato l’ordine facessimo provisione d’alcune cose per il vitto. L’Illustriss. Sig. Console ci concesse licenza di condur con noi due de suoi Gianizzeri per nostra guardia. Avisato dunque il Mucaro venne con gli asinelli e suoi conduttieri una mattina due hore avanti giorno per schiar in parte l’ardor del Sole: & essendo intorno a venti persone tutti montati sopra i detti somieri con li Gianizzeri avanti, tirassimo verso il Cairo vecchio, & passato con una barca il Nilo, cavalcando, in poco più di tre hore arrivassimo a dette Piramidi [257], che sono cinque, ma una [258] più grande dell’altre, poste tutte in fila, a dirittura di Ponente, lontane un quarto di miglio l’una dall’altra; & per più meraviglia fondate in suolo, & paese, che è tutto sabbia, onde molto lontane da ogni materia atta al fabricare. Nella prima, che si ritrova, & è la maggiore, si può salire per di fuori, & per dentro: nelle altre non si trova apertura per salita interna, nè meno si può ascendere per di fuori, essendo fatte col pendente uguale, noi si fermassimo al piede della maggiore, la quale ha la sua entrata da una porta verso tramontana. Qui smontati, & consignati a’ mucari gli asinelli, alcuni di noi facessimo risolutione di salire per di fuori alla parte più alta, & perche ella sorge in quadro, & da tutte le parti è fatta a scaloni, concede per ogni parte salita, & in ogni modo per tutti i lati s’arriva al suo colmo, nel quale è una picciola piazzetta in quadro, d’intorno ad otto braccia di misura. Noi lasciando parte de’ vestimenti alla porta, per esser più agili, facessimo la salita per li gradi, che sono ducento e sei, d’altezza chi più, chi meno di cinque quarte l’uno, & per montarvi bisogna ben saltare. Saliti finalmente al sommo, dando per un poco respiro al fianco, e a tutto’l corpo riposo, fra tanto si ponessimo a rimirar la gran machina, che degnamente è posta nel numero delle sette meraviglie del mondo, considerando con qual arte, spesa, & con che sostegno sia stato possibile condur in quel sì lontano deserto pietre sì smisurate, & con che maestria siano state poste in tanta altezza, che nella sommità sono pietre di quatro braccia per ogni quadro, & grosse più di cinque quarte. Da questa grandissima altezza si scuopre tanto lontano, che verso Levante si vede una gran parte del Cairo, il qual pare quasi un bosco, poiché vi sono poche case, che non habbiano nel cortile arbori di palme, e altri frutti, che soprabondano d’altezza le case. Più avanti si scuoprono i monti, che sono in riva al Mar Rosso verso il Sues: da mezzo giorno si vede il gran fiume Nilo venir molto lontano, & si veggono monti altissimi. Da questa parte ancora s’offeriscono alla vista altre Piramidi, & il luogo che si chiama alle Mumie, che sono medesimamente fabricate nel deserto, verso ponente si vede se non deserto, & inhabitato paese. Verso tramontana il Nilo, che indirizza il suo corso al Mare, & molte Isole fatte da diversi corni del fiume, le quali sono fruttifere, & fertili, & per ciò chiamate Isole d’oro.

Da quì pure si vede anco il deserto già habitato da tanti Santi Heremiti, & in particolare da S. Macario [259] co’ suoi discepoli, & fin’hora vi è un Convento, ove stanno alcuni Caloieri Greci. Spesa in questa altezza quasi un’hora a riguardar intorno intorno, si mettessimo a calar a basso per li medesimi gradi fino al fondo, ove eravamo aspettati da gli altri, che non volsero far la fatica. Quì riposati per un poco, per ristoro delle gambe rotte, e tremanti per i salti fatti, facessimo risolutione d’andar per di dentro, avanti che venisse più cocente il caldo: & havendo tutti pigliata in mano una candela accesa, poi che non ha il luogo spiraglio alcuno entro, che porti luce alcuna, entrassimo per un buco fatto in quadro, & basso tanto, che per entrarvi fa bisogno ranicchiarsi, & discendendo per malagevole, e molto longa via, arrivassimo ove da una parte evvi un’ardua salita, & quì è ancora un pozzo, alto da settanta braccia, al quale si cala mettendo i piedi in certe finestre, che vi sono fatte, & nel fondo v’è una strada, ma troppo faticosa, & dicono, che per di quà s’andava nella testa d’un Idolo [260], del quale diremo a suo luogo. Noi usciti del pozzo, ascendessimo quella salita molto alta, e posta a volto, e fatta tutta di porfido, come di porfido è anco tutto il resto, che si vede per dentro a detta Piramide. Anticamente non vi si poteva entrare senza grandissima fatica, per esser le salite, & calate senza gradi, e diritto tutto il pendente; ma venne in pensiero, pochi anni sono, ad un Bassa d’entrarvi a vedere, & fece scalpellare, & cavar tanto che hora serve il cavato per scala, & vi si va più comodamente. Essendo arrivati noi al fine della salita, ritrovassimo una bellissima sala, tutta fatta di grandissimi pezzi di porfido, & tanto ben uniti, che pareva tutta d’un pezzo; è di longhezza quaranta piedi, di larghezza vinti, & sopra vi hà sette gran pezzi di porfido, che la cuoprono tutta. Nel mezzo della sala vi è una grand’Arca, tutta d’un pezzo di porfido, & si tiene, che chi la fece fare volesse esservi sepolto; ma non n’hebbe l’intento. Doppo d’haver ben rimirato opera di tanta meraviglia, ritornassimo per la medesima strada a calare, & ritrovassimo ancora un’altra camara posta a volto, ma non v’era dentro cosa alcuna. Vi sono ancora altre strade, ma che non mostravano cosa più che tanto stabile, solo ne venivano all’improviso incontro strepitando con l’ali, vedendo il lume, pipistrelli sì grossi, che alcune volte ci davano nei lumi, & nel petto con non poco nostro timore.

Dopo d’haver ben veduto, e rimirato il tutto, ritornassimo al di fuori, ove eravamo aspettati da’ compagni, che ci havevano in tanto apparecchiato il cibo. Quì si trattenessimo in riposo, e ragionamento più d’un’hora, & da chi più volte era stato in questo luogo, & c’haveva misurata la Piramide, ci fù asserito, ch’era alta ducento sessanta otto braccia [261], di Venetia, e che altretanti n’haveva nel suo primo piano per ogni quadro: & perche il Sole era vicino al punto del mezzo giorno, & batteva quasi a perpendicolo sopra la Piramide, onde non porgeva ombra alcuna, & era troppo cuocente il caldo, facessimo risolutione di far ritorno. Prima nondimeno andassimo a vedere lontano intorno ad un quarto di miglio, una sì gran testa di pietra, che all’ombra sotto il mento stavano sei persone a cavallo, & dicono esser stata anticamente d’un’Idolo, & che parlava. Hora vi si vede chiusa la bocca, rotto il naso, spezzata l’una e l’altra orecchia [262], indi voltassimo il viaggio verso il Cairo, ove al tardo stanchi giungessimo, & arsi dal Sole. Pochi giorni doppo andassimo con alcuni a vedere l’altre Piramidi, che si chiamano alle Mumie, le quali sono lontane dal Cairo circa 18 miglia; ove arrivati, pigliassimo con noi alcuni huomini d’una Villa ivi vicina, i quali fatto loro dono d’alcuni pochi dinari, ci apersero certe tombe, cavandone alcune di quelle Mumie, che sono corpi di huomini molto antichi, i quali quando morivano, perche si conservassero, erano unti con un licore, che pare pece; & poi accolti, & avolti in molte tele, & cosi sotterrati. Noi, havendo fatto disfarne alcuni, ritrovassimo tuttavia i corpi cosi interi, che vi si vedeano infin l’ongie sopra le deta, e la pelle, & ogn’altra minutia. Ritrovassimo ancora sopra i corpi loro alcune Imagini di terra verde a similitudine d’Idoli. Le Piramidi per esser simili all’altre, per brevità tralascio il dire come fussero. Il dì seguente ritornassimo alla Città, ove per alcuni giorni havessimo dolce conversatione con quei Sig. mercanti, e godessimo in particolare la honoratissima, & humanissima prattica dell’Illustriss. Sig. Console, che ci si mostrò desideroso di far che vedessimo tutte le cose più degne, & di più notabil memoria di quel paese. Vivevamo inqueti per brama d’andar al memorabile, e sempre famoso Monte Sinai, ove Mosè hebbe le Tavole della legge da Dio, & ove riposa il Corpo di S. Caterina Vergine, & martire; ma perche non vi era Caravana, & il caldo era sì grande, che ci toglieva la speranza di poterlo sofferire colà negli aperti diserti; perciò a prudente & affettuosa persuasione di molti tralasciassimo quell’andata, contenti dell’informatione, che ne pigliassimo; & fù tale l’informatione, che l’andata si fa per deserti verso Levante, passando verso il Mar rosso: che in otto, overo dieci giornate sopra Cameli vi si arriva: che ivi riposati due, ò più giorni secondo la stanchezza, in altre tante giornate si ritorna: che bisogna portar seco monitione per vivere, nulla trovandosi nè pure un poco d’acqua in quel viaggio.


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NOTE

[247] La parte più antica, e più abitata, della città si trova sulla sponda destra del Nilo, nella parte sudorientale ai piedi della cittadella. L’impianto urbanistico della città vecchia è ancora oggi quello tipico di un centro abitato medievale, con un caotico addensamento di costruzioni tra vie strette e tortuose, circa 300 moschee e un migliaio di minareti.

[248] Il Nilo è effettivamente il fiume più lungo del mondo (6671 km) se si considera come ramo sorgifero il Kagera, ossia il principale immissario del lago Vittoria. Il Kagera nasce poco a est del lago Kivu e raccoglie acque dai rilievi del Burundi, Ruanda e Tanzania settentrionale. All’epoca di Pesenti effettivamente la conoscenza delle sorgenti e dei diversi rami del Nilo non era ancora completa. Fin da epoche remote il Nilo fu oggetto di studi e ricerche: il primo tentativo di localizzarne i rami sorgiferi venne effettuato da due centurioni romani inviati da Nerone. Essi risalirono il fiume fino alle paludi del Bahr el-Ghazal e tornarono riferendo che il fiume sgorgava da due alte montagne (probabilmente le ultime gole del Bahr el Jebel). Nel II secolo d.C. il geografo Marino di Tiro, sulla base di notizie raccolte da mercanti greci, si spinse nell’interno raggiungendo i laghi e i “monti della luna”, nella convinzione di aver scoperto in essi le sorgenti fluviali. Tale ipotesi fu poi accolta anche dagli arabi e fu ritenuta valida per tutto il medievo. Proprio nel 1613, lo stesso anno in cui Pesenti si trovava al Cairo, il missionario gesuita padre X.P. Pàez esplorò e identificò il Nilo Azzurro, considerato fino ad allora come il ramo principale del Nilo. Le esplorazioni si susseguirono negli anni a seguire, finchè l’esplorazione fu completata nel 1864 dall’inglese S.W. Baker che percorse il tratto tra Khartum e il lago Alberto e dal tedesco O. Baumann, che nel 1892 risalì il Kagera, individuando in esso la vera sorgente del Nilo.

[249] Gli Europei ignorarono a lungo la storia africana tanto che si diffuse l’idea di una terra di pure barbarie. Unica eccezione a questa ignoranza erano le voci da sempre diffuse in Europa sull’esistenza di un paese cristiano situato oltre i paesi arabi, nelle regioni del Mar Rosso. Ad Aksum, in Etiopia, nel primo millenio a.C. era sorto un regno i cui sovrani sostenevano di essere i successori di re Salomone. Nel 330, anno della fondazione di Costantinopoli, Costantino inviò una lettera al suo “potentissimo fratello Ezanà, re di Aksum” per comunicargli la notizia della fondazione della nuova capitale. Tre anni dopo Ezanà si convertì al cristianesimo. La fama di un regno cristiano situato oltre il Nilo si mantenne durante tutto il medioevo. “Prete Gianni” era il titolo che competeva al re-sacerdote d’Etiopia e frequentemente il suo regno veniva indicato sulle mappe con il nome di “Regno di Prete Gianni”. Secondo una tradizione centenaria, si trattava di un paese cristiano ricco e potente. L’alleanza con tale monarca avrebbe ampliato i mercati e allo stesso tempo stretto in una ferrea morsa cristiana gli odiati musulmani; così almeno pensavano gli europei del Medioevo. La leggenda di Prete Gianni ha origini oscure, ma ebbe grande impulso nel 1165 quando l’imperatore bizantino Manuele Comneno ricevette una misteriosa lettera nella quale il presunto regnante gli prometteva che avrebbe liberato l’Europa dai musulmani che la minacciavano da ogni parte. “Io, Prete Gianni, che regno come suprema autorità”, vi era scritto, “supero per ricchezza, virtù e potere ogni creatura vivente sotto il cielo. Settantadue re mi sono tributari. Sono devoto cristiano e proteggo i cristiani del nostro impero.” La lettera così continuava: “Nel nostro paese il miele scorre a fiumi e il latte è ovunque abbondante”. Secondo la lettera, vi scorreva perfino un fiume ricco di “smeraldi, zaffiri, carbonchi, topazi, crisoliti, onici, berilli, sardoniche e molte altre gemme”. Manuele Comneno non diede alcun seguito alla missiva, ma le copie che ne circolarono per il mondo cristiano infiammarono i cuori, talché il regno di Prete Gianni divenne oggetto di una grande e perenne fascinazione, ma l’idea della sua ubicazione fu anche molto confusa. All’inizio si pensò che quel regno potesse trovarsi in India, poi nell’Asia centrale, ma i viaggi di Marco Polo e di altri all’inizio del Trecento smentirono siffatte ipotesi. Quando poi il missionario Giordano di Severac tornò dall’Oriente con la notizia che il regno di Prete Gianni era in Etiopia, l’attenzione prontamente si volse verso l’Africa. Nel 1493 un agente portoghese di nome Pero da Covimi si spinse fino alla corte del re d’Etiopia, ma poi fu costretto a rimanervi e non si sa se mandò in patria un resoconto delle proprie scoperte. Nel 1527 un altro portoghese, Francisco Alvares, tornato in Portogallo da un viaggio in Etiopia, dichiarò che il re era cristiano e piuttosto ricco: “Porta sul capo un’alta corona d’oro e d’argento”. Ma si trattava di un giovane di 23 anni il cui nome era Lebna Dengel, e non Prete Gianni, e regnava su un popolo nomade e primitivo in una terra inospitale in cui non abbondavano di certo né il latte né il miele, come invece si raccontava. L’Europa non ne fu molto delusa: Colombo aveva da poco scoperto un nuovo mondo, da Gama aveva raggiunto l’India e Magellano aveva circumnavigato un globo che conteneva meraviglie di gran lunga superiori a quelle narrate dalla leggenda del misterioso Prete Gianni.

[250] Il Nilometro dell’isola di Roda è uno dei più importanti monumenti dell’Egitto abbàside. Progettato nell’861 dal celebre matematico al-Farghani (da noi conosciuto nel medioevo come Alfraganus), è interamente in pietra e conserva una delle più antiche ed eleganti iscrizioni monumentali arabe in caratteri cufici.

[251] Oggi la festa per la prima inondazione è quasi del tutto scomparsa; un tempo veniva ufficialmente festeggiata il 17 giugno, data che coincideva con l’inizio dell’anno copto, anche se in realtà la prima inondazione avviene alla fine di agosto.

[252] Ancora oggi esistono questi antichi sistemi di sollevamento dell’acqua per mezzo di un congegno a ruota azionato da buoi.

[253] Si tratta presumibilmente dei chamsin, o “venti orientali”: sono i venti di scirocco, caldi, secchi forti e turbolenti. Provenienti da sud e sud-est provocano effetti negativi sulle persone, sugli animali e sulla vegetazione, che può andare completamente distrutta se il vento dura troppo a lungo. Possono provocare anche violente tempeste di sabbia che possono persistere per qualche giorno. Soprattutto nel periodo da febbraio a maggio le tempeste (che possono sollevare la sabbia fino a 2000 m di quota) avanzano dal deserto libico, investendo il Cairo e la zona del delta.

[254] Gattomammone, o gatto mammone, è il nome antico dato ad una specie di scimmia non identificata. Il nome è composto dalla parola “gatto” e da quella araba “maimūn” che significa “scimmia” e sta quindi ad indicare una “scimmia dalle movenze di gatto”.

[255] Non si capisce bene cosa Pesenti intenda dire: pare alquanto improbabile che faccia confusione tra la città di Menfi, Babilonia e il Cairo; forse vuole semplicemente riferire che in passato veniva paragonata a Menfi e Babilonia.

[256] Le profezie di Giuseppe riguardanti gli anni di abbondanza e carestia in Egitto sono narrate nella Genesi, cap. 41; tuttavia non vi sono indicazioni che autorizzino a identificare i granai visti da Pesenti al Cairo con i granai fatti costruire da Giuseppe in un’epoca che potrebbe aggirarsi attorno al IV – III sec. a.C. o anche prima.

[257] La descrizione dell’autore indica chiaramente il complesso delle piramidi di Giza, le quali però sono tre, Cheope, Chefren e Micerino, e non cinque, come sostiene Pesenti. Probabilmente l’autore si riferisce alle piccole piramidi delle principesse di sangue reale che sorgono accanto alla piramide di Micerino.

[258] Si tratta della piramide di Cheope, la più grande e più antica del complesso di Giza.

[259] San Macario, detto l’Egiziano, (300 ca – 390 ca) era un cammelliere che a 30 anni si ritirò a vita eremitica nel deserto di Scete, nel Basso Egitto, dove lo seguirono molti discepoli. Macario ebbe contatti con altri famosi rappresentanti del monachesimo antico. Di lui sono stati tramandati vari aneddoti e detti e gli sono stati attribuiti numerose lettere, omelie, preghiere e trattati, ma probabilmente si tratta, almeno in parte, di falsi.

[260] Chiaro riferimento alla sfinge di Giza.

[261] La piramide di Cheope era alta in origine 146 m e misura 230 m di base.

[262] La causa delle deturpamento del volto della sfinge è da attribuirsi ai Mameluchi che la usavano come bersaglio mentre si allenavano al tiro.

[263] Il Cairo è in verità a 30° di latitudine.