Pellegrinaggio di Gerusalemme - Parte 3

Da EFL - Società Storica Lombarda.
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Passato il Carnevale, e approsimandosi il tempo di seguitar nostro pellegrinaggio, facessimo provigione d’un Vitturino, che in quel linguaggio vien nomato Muccaro: e questi Muccari danno a vettura Muli per andar fina in Gierusalemme, & vi vengono apresso a piedi per governar i Muli, e caricar le robbe, non lasciando a Pellegrini altro fastidio, che di montar a cavallo, & perche per il camino molte volte si allogia in loco, ove non si ritrova da mangiare, ogn’uno fa la provigione, & se la porta seco; et per questo noi pigliassimmo un Mulo per mettervi le nostre robbe, & la vettovaglia, facendo accordo co’l detto Mucaro di dargli vinti Reali per Mulo, & ogni sera per il mangiar delle bestie, mezzo reale in tutto, con patto che ne conducesse in compagnia della Caravana degl’Armeni, fino in Gierusalemme, a ogni sua spesa, & cosi fecero alcuni altri Mercanti Venitiani, Francesi, & Fiamenghi [40], & ancora doi Reverendi Padri, che ritornavano in Gierusalemme, havendo havuto il cambio.

Per me, & per il mio compagno, accordassimo un Christiano del paese, che ne servisse per servitore, & interprete; che pur vi sono molti i quali hanno tutte le lingue necessarie per il paese, & attendono a questo particolare: ritrovassimo ancora il Caravan bassi, che ogni anno va con la Caravana de detti Armeni per tenerla a regola, & trattar con li Datiari, che chiamano Cafarieri, per li cafarri, che si pagano della persona, & si accordassimo dargli doi reali per persona per i Cafarri, che si pagano d’Aleppo fina in Damasco, e più di donargli altri doi Reali per uno, per sua buona mano per il fastidio che prendeva; & cosi havendo alli cinque di Marzo 1613, presa licentia da quell’Illustrissimo Signor Console, & da tutti quelli Signori mercanti, doppò il disinare, fatte caricar le bagaglie, & montati a cavallo, accompagnati da tutti quei Signori, più di due miglia fuori della Città, & alla fine con gli ultimi abbraciamenti scomiatandoci da loro seguimmo il viaggio, & la sera arrivammo ad un loco chiamato Cantoman, ove trovassimo tutta la Caravana, che era gionta, & haveva preso tutti i luoghi. Per la frequentia delle Caravane, che passano per questi paesi, hanno fatto fare alcuni allogiamenti lontano uno dall’altro otto overo diece hore di camino, secondo che più torna a commodo, i quali sono in forma quadra, come quì s’usano i Lazaretti, & attorno vi sono loggie, & lochi più a dentro, ove stanno i Muli, & Cavalli, & nelle loggie ove il terreno è rilevato, allogiano le persone sopra’l terreno; ne in tutta Turchia si trova alloggio di altra maniera più commoda. Tutte le Caravane entrano, & albergano ove gli piace, di chi prima occupa il luogo, l’usa, & quando se ne esce pagasi un tanto per persona, ne’ luoghi piu, & ne’ luoghi meno. Il pagar nondimeno tocca solo a Christiani [41], di qualonque sorte eglino si siano, che i Turchi non pagano cosa alcuna.

Questa prima sera per esser impedite le loggie, ne convenne allogiare in mezzo al Cane all’aria, & per che il tempo era ancora freddo, havessimo incommodissima quella notte.

Due hore avanti giorno il Caravan bassi che governa la Caravana, & quando vuole che si carichi, fa gridare in mezzo al Cane da un suo, Amelum, più volte, che significa che si carichi, e che si levi, & monti a cavallo per seguitar il viaggio, fece dar co’l grido il suo segno, & per ritrovarsi tutti vestiti presto si fece a saltar in piedi, a far legar le bagaglie , & caricare: e mossesi alla partita tutta la Caravana insieme. Eravamo dieci Franchi (che cosi chiamano tutti quelli di Europa) & con l’aggiunta de’ servitori facessimo tutti una compagnia, & si tenevamo anco quanto a’luoghi sempre insieme, & havendo cavalcato circa otto hore, arrivassimo a Canfarac, picciol villagio, e alloggiassimo nel Cane, & come i primi d’arrivo pigliassimo il luogo che ne parse più commodo, & poste tutte le nostre robbe unite, appresso le nostre persone, reficiatici di quello che havevamo portato con noi, pasassimo il resto del giorno parte in qualche oratione, parte in raggionamenti.

Riposati la notte al solito, la matina seguente, che fu alli 7 Marzo due hore avanti giorno, montati a cavallo con l’ordine solito, cavalcando circa a nove hore giungessimo a Marra, Città si, ma quasi tutta distrutta. Ivi è un bel luogo, non solo grande, ma comodo per alloggiare, e anco per comperare vino, e biscotto, & altre robbe per vittualia: quì passato il restante del giorno & la notte al solito, la mattina seguente de gl’otto Marzo montati a cavallo a buon hora, & cavalcato circa sei hore arrivassimo a Cansecon, che è un villaggio di poco conto.

Quì pure preso il consueto riposo, il giorno seguente cavalcando per paese molto grasso, e fertile circa sette hore si trovassimo ad Aman [42], Citta assai grande partita in tre Città, con tre Castelli, posta sopra monticelli, sotto la quale passa il fiume detto Elleasi, sopra’l quale sono molte rote grandissime, che con ingegno portano l’acqua per condotti a tutte le contrade della Città.

Il paese è molto abondante, e fertile di tutto quello che fa bisogno al vivere, di quì si può andar in tre giornate in Tripoli Città, & porto di mare, che soleva esser scala franca in Soria, & quì apresso vedesi il Monte libano. Noi allogiassimo in un bel Cane in loco assai commodo, & vi restassimo fin alla mattina seguente.

Montati a cavallo alli dieci di Marzo, & cavalcati per quattro hore fussimo al ponte di Rostan, il quale è sopra la fiumara, che va in Aman: quì sorge un monticello, nella cui sommità vedesi una Chiesa distrutta di S.Giorgio: e seguitando il viaggio in altre cinque hore, si ritrovassimo ad Ems [43], Città che mostra esser statta assai grande, e bella. Quivi è un Castello sopra un monte che deve esser fatto per fortezza inespugnabile in quel tempo. Habitano in Ems molti Christiani, che sono Greci, Maroniti, & d’altre religioni. Quì e una Chiesa grandissima, che si chiamava Santo Gio. al tempo che era in poter de Christiani, la quale è fabricata con molte belle colonne di marmo, alcune anco bellissime di porfido. In essa da un Christiano ne fu mostrato in certi luoghi sotterranei una capeletta, ove molto tempo è stata riservata la testa di S. Gio. Battista, vi è ancora un altra Chiesa officiata da Christiani, chiamata S. Mariano, di cui v’è il suo Sepolcro tutto d’un pezzo di Marmo, del quale dicono che ch’infermo di febre, o d’altro male, il visita, vi fa oratione & circonda con devotione, subito si risana. In questa Citta anco per ristoro della gente, c’haveva caminato a piedi, vi si restò di più tutto il giorno seguente.

La mattina dell’altro, che fu alli dodeci Marzo, cavalcassimo per lochi pericolosi d’Arabi, che quasi sempre si tengono all’assedio per quelle strade, per asassinare: e passando apresso ad un Castello chiamato Semsin [44], seguitando il viaggio in otto hore in tutto arrivassimo ad Assie, Villaggio assai buono.

Quì allogiassimo, e riposati nel Cane, secondo l’uso fino alla mattina seguente, che fu alli tredeci di Martio, ripigliassimo il viaggio, e cavalcassimo da sette hore intiere, sempre per terreno assai buono, lasciando per tramontana il monte Libano, cosi arrivassimo a Caroler, Città tutta distrutta, che mostra le rovine d’un Castello, già stato assai forte, e fatto con bella architettura.

Preso quì il solito riposo, la matina seguente che fu alli quatordeci, cavalcando per tre hore passassimo apresso a Nerbeche [45], Castello assai habitato, & seguitando per lochi sospetosi d’Arabi ladri, in altre hore otto per colli, & valli, pervenissimo a Cataife [46], ove allogiassimo in un belissimo Cane, di tutti gl’antecedenti il più ben fatto, e meglio compartito a tutte le commodità. Cataife, e una Villa assai grande, che si spiega in un bel piano, & fertile in ogni parte. Quivi nondimeno fu assai che dire, che per essere il patrone del Cane troppo superbo, & volendo che se gli pagasse assai più del solito di Cafarro, quì che il Caravan bassi hebbe assai contristato fu sforzato montar a cavallo con altri principali della Caravana, & andar a Damasco dal Bassà, a narrargli il successo, il quale informato del vero, spedì subito un suo Gianizero, con comandamento, che non dovesse pigliar più del solito, sotto grave pena. Ma tra l’andata el ritorno d’i quelli, a noi convenne restar ivi il giorno seguente.

Alli sedeci marzo incaminati a buon hora doppo ‘l viaggio di nove hore giongessimo alla bella, & gran Città di Damasco [47] allogiata la caravana nel luogo solito molto male, noi pigliassimo a piggione certe stanze, nelle quali riponessimo le nostre robbe, & s’accomodassimo per puotere riposare, col minor disconcio possibile per dormir in terra. Damasco è Città assai grande d’aria bonissima, di circuito circa a sei miglia Italiani, compresi però i borghi; ha bellissime Moschee & Torri, & i più bei Bagni che s’habbia la Turchia, per quanto n’ho vedut’io. Campeggia in pianura, & con acquedotti dispensa acqua quasi in tutte le case, oltra le bellissime fontane, che nei Bazzarri, & luoghi publici gratiosamente vi spiccano, & oltra alcuni fiumicelli, che. la vanno per varie parti scorrendo, & intersecando, che poi uniti solevano passare da una parte apresso le mura, ma l’accrescimento fatto de’ Borghi fa parere, che tuttavia passino per entro al corpo della Città.

Da una parte ha le muraglie assai buone, & duplicate con molte Torri, dall’altra è circondata da un corno d’acqua. Nel mezzo della Città vi è un forte Castello, c’ha torri & muraglie belissime & con fossa atorno. Gli huomini vi sono belli, & le donne bellissime, benché queste con difficoltà si veggano, perche portano coperto il volto. Vi risiede un Bassa con suprema autorità, & comanda a grandissimo paese, & a tutti i luoghi, che sono da Ems, fin’apresso a Gazza, che è di la da Gierusalemme. Ma oltra il Bassà vi sono anco diversi altri, che hanno doppo lui gradi di comando; come il Cadi, il Sangiacco [48], & Aga Capitani de Gianizeri, de quali di continuo ve ne stanno più di quattro milla pagati dal Gran Signore.

I cavalli quì vi sono di molta belezza, & bontà, & vi s’adornano con superbissimi fornimenti. Sonovi anco molti Bazarri, è quasi tutti coperti di legname con artegiani d’ogni sorte, & in particolare di drappi di seta, vi è assai abondante il vitto, & in tanta copia le salatte, & i frutti, che a pena può vedersi; & quel che rende meraviglia maggiore è, che i frutti vi durano tutto l’anno, onde tra gl’altri l’uve da questo tempo parevano all’hora spiccate dalle piante.

Il territorio circonvicino, in somma è quasi tutto irrigato da quelle acque; che però sono infiniti li giardini bellissimi, e questi pieni di diverse piante de frutti, Limoni, Naranzi, Peri, Pomi, Armandole, Prune, Arbicocchi, & v’è in particolare il Zibebo nomatissimo per tutti que’paesi, & altre sorti de frutti, & fiori infiniti, che nel tempo del nostro arrivo fiorivano. Dalla parte verso Tramontana vi sono montagne altissime, che la difendono da quell’aria, & alla ripa di detta (che può esser lontana un milio dalla Città) vi è un belissimo borgo assai grande, & habitato, ove passano diversi canali di acqua: quasi al mezzo della montagna v’e un loco, nel quale dicono esser stati i sette dormienti tanto tempo, & hora è fatto Moschea, & vi stanno alcuni Santoni. Nella Città habitano molti Hebrei, che fanno negotij diversi, & molti Christiani ancora di diverse religioni, come Greci, che vendono buon vino, & Cossiti [49], & alcuni puochi Maroniti, che vivono sotto l’obedienza della Sede Apostolica, & vi hanno una picciola Chiesa con Indulgenze, ove i suoi preti cantano gli ufficij, & celebrano in lingua Caldea, vi è la casa di S. Anania, ove egli ammaestrò S. Paolo nella fede di Christo. Vi è in un Bazarro la fontana, ove lo battezzò, della quale noi in passando molte volte bevessimo. Fuori della porta di S. Giorgio, nella muraglia si vede un pertugio appresso ad una Torre, dove S. Paulo essendo in pregione fu da suoi discepoli con una fune, entro a una cesta, calato nella fossa, & se ne fuggi, & ivi apresso v’è la grotta, ove si nascose. Vi è di più una Chiesa tutta distrutta di S. Giorgio, ove è solo una picciola capelletta, nella quale molti Christiani vanno a far oratione, & dicono in quel luogo esser stato longo tempo un braccio di detto Santo. Quasi nel mezzo della città trovasi una Chiesa, già chiamata S. Zacaria, che hora è la principal Moschea, la qual era fatta con arteficio stupendo, con molte Colonne di porfido, & altre d’altra nobil pietra, è tutta molto adorna de marmori, & mostra d’esser stata più grande di S. Paolo di Roma. Ha le porte di bronzo, figurate di molte Historie del testamento vecchio, & dicono essere state le porte del tempio di Salomone, & da un Re trasportate dopo la ruina di quel tempio, in Damasco. Alli christiani è vietato l’entrarvi: ma in passando entro per le gran porte si veggono benissimo tutte le cose. Fuori della Città s’apre un bellissimo prato, quasi in forma di theatro irrigato da diversi canali d’acqua, ove si riducono a far li suoi spassi, & bagordi; & in questo tempo, che noi vi passammo, un giorno vi andò quasi tutto il popolo di Damasco con tende, & padiglioni, & molti con cavalli superbamente adorni, correndo e facendo giochi, & bagordi, e dicevano di far quelle feste, per allegrezza della ritornata Primaviera.

Questa Città nel tempo, che vi fioriva il negotio di Levante, & che vi era scala franca, mandandovisi i Consoli, era molto più habitata, & frequentata da molta varietà di nationi: ma per li molti torti, che facevano a mercanti con gravi danni, estorsioni, & gabelle; non puotendo più durarla, si ritirorno in Aleppo, ove il negotio sin hora va continuando.

Damasco è lontano dal porto di Tripoli circa a tre giornate, & vi si spendono i medesimi denari che in Aleppo; ma sono diferenti di corso, perche i cecchini vagliano da decinove, in vinti Saine, & le Saine cinque Maidini l’una: gli Ongari è Sultanini una Saina manco. Variano anco secondo lo stampo, & tutto vol esser di peso: i Talari d’Alemagna vagliono dodici Saine 1’uno, e quì non fanno differenza da reali di Spagna a talari d’Alemagna. Riposati che fussimo in questa Citta sei giornate si fece risolutione che la Caravana partisse, & seguitasse il viaggio, onde facessimo provigione di vino, informati che da quì fino a Gierusalemme non ne haveressimo trovato: si provedessimo ancora di pesce, che quì era buonissimo, di biscotto, & d’altre cose; Et perche di qua avanti sono molti Cafarri, & i Cafarieri fastidiosi, massime con i Franchi, trattassimo co’l Caravan bassi che egli pagasse tutti i cafarri per noi, fino alla porta di Gierusalemme, & che fosse obligato in arrivando noi ad Ottochiar mandare Arabi con noi, fino a Nazarette, & a pagare quelli soldati, & il Cafarro, & con non picciola dificoltà ne accordò in vintisei reali per ogni persona de Franchi, & per i servitori la mettà per essere del paese.

Et essendo tutti all’ordine alli vintidue di Marzo, la mattina partessimo, & essendo cavalcati circa a due hore, arrivassimo al luogo ove S. Paolo chiamato dal Cielo, fu miracolosamente convertito. Quì v’era una Chiesa, ma v’è stata distrutta, insieme con le case, che vi erano appresso. Cavalcando altre otto hore, arrivassimo a Saffa [50], & allogiati in assai buon luogo in un Cane al solito, il giorno seguente incominciò a piovere in tanta abondanza con vento, & nebbia che il Caravan bassi, & gli altri, che governavano la Caravana, deliberorno non partirsi dubitando de pedoni, per esser la strada la peggiore che si ritrovi in tutto questo viaggio. Et cosi quì restassimo tutto il giorno. La mattina de’ vintiquattro, parendo che il tempo si accomodasse, caricate le some, & montati a cavallo, tutta la Caravana si parti; ma non fussimo lontani un’hora di camino, che incominciò a cader molta acqua, & soffiar un vento freddo, che ne portava la pioggia in volto: & essendo la strada guasta, e piena per l’antecedente pioggia de fanghi altissimi, & anco in molta parte di molti sassi, passandosi per Valli, et Colli, non vi fu quasi ne mulo da soma, ne altra cavalcatura da persona che non cadesse piu volte, & non andasse in pericolo grandissimo d’affogarsi ogn’un di noi; & sempre più crescendo il vento, & l’acqua, & la nebbia rendevaci stranamente malagevole il cavalcare. Onde se bene la giornata doveva esser breve, ne convenne star a cavallo tutto il giorno, fin alla sera, senza pur potere prender cibo alcuno. Quelli che erano meglio a cavallo arrivarono sul tardo a Covetra [51], luogo dove è un Cane all’alloggio assai commodo; ma perche nulla mancasse all’infelicità di quella giornata, trovassimo il Cane occupato da una Caravana grande de Camelli, & muli, che andavano a Damasco; onde a noi convenne alloggiare malamente in un Bazarro, havendo io donato un reale ad un Moro, che m’affittò per quella sera un picciol loco, ma cosi sconcio, & sproveduto, che non potessimo pur far fuoco per rassiugarsi tutti noi dieci, nondimeno rendessimo gratie a Dio che ci avesse condotti in salvo; non comparendo però per anco le nostre some, dubitavamo molto d’haverle perdute, ne trovando che comperar da cibarci, si raccomandavamo con sospiri alla Divina providentia; pure ad una hora di notte comparsero li nostri servitori con le some, se bene molto piene di fango & acqua, & scaricate nel miglior modo che si puote, noi si ristorassimo alquanto. Fu pessima la giornata per quelli della Caravana, che restorno la notte per il viaggio, che furono più della metà di lei, e se ne ritrovarono mancare più di dieci, che miseramente s’affogarono. Il Caravam bassi, & li Governatori della Caravana fecero molta diligenza, per radunare la gente dispersa; e per questo ne convenne il giorno seguente restar in detto loco di Conetra, infin tanto che vennero li restati, & s’accomodò anco il tempo, & si potessimo asciugare.

La mattina per tempo delli 26 si diede ordine per seguitar il viaggio, & doppo caricate le bagaglie, montati a cavallo, non fussimo lontani tre hore di camino in una valletta, che un Capo d’Arabi, con molti de suoi ne fece fermare tutti, & volse che gli fusse pagato il cafarro, facendone passare & pagare ad uno, ad uno, & se alcuno cercava sfugirla per altra parte, v’era fatta adosso una caricata di busse.

Il paese che si passa di qua avanti è tutto habitato da Arabi, gente indomita, ladra, & pessima, la quale sapendo che in questi tempi passano le caravane, viene all’assedio dei passi, e vole i cafarri, & fanno alle volte pagar molto più del solito. Havendo tutta la caravana sodisfatto all’ingordiggia di costoro, seguitassimo il viaggio, e arrivassimo per monti, & valli al ponte di Giacob, il qual fa passo sopra il fiume Giordano, ponte fatto di pietra, con tre archi, che fu il termine della Soria, doppo’l quale imediatamente segue la terra di promissione, la Palestina, la terra Santa, & si dice che Giesù nostro Signore, mentre dimorò in questo mondo per noi in carne mortale, non passò di quà più oltre, che sin al detto ponte e fiume. Questo è certo, che passando questo fiume pare si entri in un Paradiso terrestre, facendosi notabilissima la differenza della bontà dell’aria, della bellezza del paese.

Passato il ponte tutti noi dieci, smontati, e per allegrezza di esser giunti alla tanto desiata Terra Santa, prostrati in terra, e bacciatala divotamente con lagrime di tenerezza, cantassimo il Salmo, Te Deum laudamus, indi per divotione, bevuto una volta dell’acqua di detto fiume, tanto per l’universo famoso, rimontati seguitassimo il viaggio per paese, che abbonda de buonissimi pascoli, che in questo tempo apunto mostrava folte et alte l’herbe, la sera essendo in una fiorita pianura, smontati, & rinfrescati per quella notte restassimo all’aria a dormire. La mattina seguente, che fu alli vintisette, due hore avanti giorno, cavalcassimo per colline molto amene, & arrivassimo ad un loco, ove è pozzo di Giacob, & a mezza mattina arrivassimo a Minia, loco in ripa al mare di Galilea, e da quì puoco lontano era Cafarnaum.

Quì intorno Nostro Signore raccolse molti de suoi Apostoli, che vi erano pescatori, e sopra questo Mare molte volte caminò a piedi asciutti, e vi fece di grandissimi miracoli. Intorno al quale erano già molte Città, & infiniti Castelli [52], molto habitati per esser paese delitioso, e abondante.

Hora quella riviera è quasi al tutto dishabitata [53], e’l Mare (che più osto può chiamarsi lago) è fatto dal fiume Giordano, che vi entra, e n’esce, e l’acqua ha cosi poco del salso, che si può anco bere.

Qui ne convenne pagar un altro cafarro, & ne fecero fermare più di due hore; e havendo dal nostro servitore fra tanto fatto ricercare se vi era chi havesse pesce, essendone abondantissimo quel mare, e non ne trovando, con la promessa d’una buona mano, in puochissimo tempo vi fù, chi con una piciol rete ne prese una grandissima copia, & ci fu di gran diletto il veder si fortunata tratta; onde dato al pescator alcuni pochi danari, e per noi preso il pesce, seguitassimo la Caravana, che di già era partita, & cavalcando lungo la riva del detto Mare passassimo Magdalò [54], Castello già di S. Lazaro, hora al tutto distrutto; e qui apresso un’altro capo d’Arabi volse un altro cafarro, trattenendoci più d’un hora. Spediti qui la caravana andava verso Ottochiar, per riposar la sera al solito, noi per desiderio di vedere le rovine della Città Tiberiade, & i famosi bagni vicini, presi doi Arabi, & Gianizeri con noi, lasciata la caravana a rinfrescarsi nel loco, ove si dice, che Giesu N. S. fece il tanto memorando miracolo di satiar con cinque pani e pesci, tante migliaia di persone, cavalcando in riva al detto Mare, in due hore di viaggio pervenessimo alla rovinata, & quasi al tutto distrutta gran Città di Teberiade [55], hora de puochissimi albergo: & d’indi puoco lontano si trasferissimo a bagni, & smontati vedessimo come detta acqua sorgeva dalla terra, tutta fumante, & si calda, che non la potevano sofferir le mani.

Vi erano quì anticamente fabricati diversi luoghi, come sono anco più i bagni, & di vario calore, più, & meno, appropiati a diverse infermità: hora quasi il tutto è rovina.


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NOTE


[40] Converrà qui ricordare che proprio ad Aleppo, punto di convergenza delle antiche vie terrestri di Turchia, Arabia e Mesopotamia, nel 1581 era nata la Compagnia del Levante, un’impresa commerciale britannica che qui realizzava i suoi scambi con i mercanti arabi, importando poi in Occidente spezie e altre raffinatezze, quali vino, olio, miele, uva passa ecc. Tale Compagnia trovò però presto un formidabile concorrente nella Compagnia inglese delle Indie orientali che, anche in seguito al declino di Venezia e della navigazione nel Mediterraneo, spostò le vie commerciali su altre rotte. Nel 1603 il capitano inglese James Lancaster aveva aperto il commercio marittimo con l’Oriente, e in breve la Compagnia delle Indie orientali dimostrò che poteva acquistare una partita di spezie in Estremo Oriente a circa un terzo del prezzo che la Compagnia del Levante pagava per la stessa quantità ad Aleppo. La differenza si spiega con le sovrattasse che i mercanti orientali esigevano per consentire il trasporto delle spezie dapprima via mare attraverso l’oceano Indiano e il golfo Persico, quindi per carovana attraverso la Persia e la Mesopotamia. Oltre che pagare il costo delle spezie, la Compagnia del Levante doveva dispensare danaro a piene mani per mantenere buone relazioni con gli avidi funzionari ottomani che nel Medio Oriente governavano un territorio di oltre quattro milioni e mezzo di chilometri quadrati. Le elargizioni al sultano e ai suoi favoriti andavano dal versamento di monete d’oro a regali, quali orologi incrostati di gioielli, brocche d’argento, o una muta di 23 cani ben addestrati. Questo supplemento, che la Compagnia del Levante includeva nelle sue tariffe di vendita a Londra, accresceva ulteriormente il divario tra i suoi prezzi di vendita e quelli della Compagnia delle Indie orientali. Ma i finanziatori della Compagnia del Levante scoprirono ben presto che il basso costo delle spezie a Londra era una fortuna insperata sia per il pubblico che per loro stessi. Potevano infatti comperare a Londra invece che ad Aleppo, e quindi rispedire le spezie via Mediterraneo per rivenderle ai mercanti del Medio Oriente. Nel 1626 il valore delle esportazioni verso la sola Turchia ammontava a 250.000 sterline e la Compagnia traeva profitti maggiori di quanti non ne avesse realizzati quando il suo traffico commerciale si svolgeva in senso inverso.

[41] Nel periodo precedente alle Crociate non c’era persecuzione dei cristiani da parte dei musulmani: i pellegrini pagavano tributi, o cafarri, ai signorotti musulmani locali. I signorotti presenti in Terrasanta erano dipendenti nominalmente dal califfo di Bagdad, la cui autorità era però contestata dal califfo del Cairo. Passato il tempo delle Crociate, Pesenti si trova a sperimentare una situazione analoga: nell’impero ottomano la presenza dei cristiani viene tollerata, ma ad ogni sosta viene loro imposto il pagamento di un tributo.

[42] Hamah, o Hama, in Siria, capoluogo dell’omonima provincia, situata sul fiume Oronte. Le origini di questa città sono molto antiche: scavi archeologici testimoniano una presenza abitativa che risale al quinto millenio a.C. Nel I millenio a.C. era il centro di uno stato aramaico indipendente. Pesenti parla di tre città perché dal XII secolo, in epoca araba, Hama si iniziò a sviluppare sulla riva sinistra del fiume in una città alta e in una bassa, circondate da mura, mentre sulla riva destra vi era un sobborgo con vari caravanserragli.

Hama effettivamente sorge su un terreno particolamente fertile, irrigato ancora oggi con le acque dell’Oronte attraverso rudimentali ruote medievali (norie), anche se delle 32 norie originarie che distribuivano l’acqua alla città e ai giardini, ne restano oggi solo nove.

[43] Forse identificabile con l’odierna Homs, situata sul fiume Oronte.

[44] Attuale Shemsin, a una ventina di chilometri da Homs.

[45] An-Nebq.

[46] Qutaifeh.

[47] Attuale capitale della Siria. Damasco viene nominata per la prima volta in iscrizioni del faraone Tutmosi III (1470 ca a.C.). durante la dominazione romana Plinio il Vecchio la elenca, insieme ad altre nove, come facente parte della Decapoli, una lega di città libere sotto l’amministrazione del legato della provincia romana di Siria Città ricca di storia e di testimonianze delle diverse dominazioni subite in passato; entrò a far parte dell’impero ottomano nel 1516.

[48] Il Sangiacco era a capo di un’unità amministrativa ottomana, o sangiaccato, formata dalla suddivisione del beglerbegilik, ossia la più ampia unità amministrativa dell’impero.

[49] Copti.

[50] Si tratta probabilmente dell’attuale Safed.

[51] Coverte nell’ediz. del 1628. Non è chiaro quale sia la lezione corretta: ambedue contrastano fra l’altro con il nome “Conetra”, riportato alcune righe più avanti.

[52] Al tempo di Gesù oltre dieci città, alcune delle quali assai grandi e popolose, sorgevano sulle sponde del lago di Tiberiade e sulle colline soprastanti. Tra queste ricordiamo: Tiberiade, Magdala, Cafarnao, Corazin, Betsaida, Gerges, Gamala e Hippos; di altre non si conoscono esattamente il nome e la collocazione.

[53] Cafarnao, o Tell Hum, in arabo, era situata vicino alla grande strada battuta dalle carovane provenienti dalla Siria e Mesopotamia e dirette in Palestina e in Egitto e ai tempi di Gesù godeva quindi di una notevole importanza e prosperità: c’era un ufficio per l’esazione delle imposte e un presidio di soldati romani comandato da un centurione. Già nel 66 d.C. era però ridotta ormai a semplice e umile borgata, finchè nel 665 d.C. venne completamente distrutta, probabilmente da un terremoto, e mai più ricostruita.

[54] Magdala.

[55] Tiberiade, in arabo Tabariye, fu fondata nel 29 d.C. da Erode Antipa, tetrarca della Galilea, sulle rovine dell’antica città di Rakkat. Erode la chiamò Tiberiade in onore all’imperatore Tiberio Cesare.

La città fu ritenuta dagli Ebrei come impura in quanto abitata esclusivamente da stranieri e costruita su un’antica necropoli.

Al tempo di Costantino Giuseppe di Tiberiade, un ebreo convertito, vi eresse una Chiesa che venne però distrutta dagli arabi nel 637. I Crociati presero possesso della città nel 1099 e ne fecero la capitale del principato di Galilea affidato a Tancredi, ma la fortuna di Tiberiade tramontò allorché con la conquista araba divenne un misero villaggio di pescatori. In questa condizione la conobbe l’autore di questo memoriale.