Pellegrinaggio di Gerusalemme - Parte 2

Da EFL - Società Storica Lombarda.

Torna a Pellegrinaggio di Gerusalemme - Parte 1

Il giorno seguente passassimo a vista dell’Isole Stivali, & di la a Sapientia: quì appresso sono le Città di Modon, e Coron, ove habitano quasi sempre Corsari [15], & è uno de’ più pericolosi passi, che siano nel Mar Mediterraneo, passati per la Iddio gratia senza alcuno impedimento fussimo a vista di Capo Matapan, & seguitando il viaggio verso l’Isola di Cerigo [16], che è alla bocca dell’Arcipelago tra Candia [17], e la Morea, essendo il giorno verso la sera, dalla guardia, che era in gabbia, fussimo avisati, c’haveva scoperto una vela, che veniva dalli Gozzi Isole di Candia. Onde dubitandosi che fussero Corsari, poiche al Zante s’hebbe nuova, come pochi giorni avanti, un Berton [18] di Barbaria haveva preso una Tartana, subito si nettò la coperta, & si mandò tutto a basso dalle bocche porte, perche non si patisse impedimento.

Quì molti de’ Rever. Padri, & altri Pellegrini, & passaggieri, dubitorno assai di qualche cattivo incontro, e ne stavano con grandissima paura; altri sì de’ Padri, come de’ passaggieri, havendo fatto cuore, diedero mano all’arme, apparecchiandosi alla difesa.

Il Vasello si andava approssimando, e veniva sopra vento, aumentando il sospetto che fossero Corsari; dalla nostra parte nondimeno non si scemava l’animo; poiche la nostra Nave era tutta armata, & benissimo all’ordine, con circa quaranta pezzi d’artiglieria [19], & munitione abondante, buonissimi bombardieri, e altri soldati. Sopragiunse la notte, & tutti seguitando il suo viaggio all’apparir del giorno seguente non si viddero comparir più vele.

Giunti sotto vento a Candia, passati i Gozzi, il giorno seguente havessimo il vento da Sirocco assai gagliardo, che faceva molto gonfiar il Mare: & perche era vento a noi contrario, ne convenne star su le volte, & andar verso l’Egitto, & ritornar per Candia. Il vento durò cinque giornate rinforzandosi sempre più, & causò aspra fortuna, e molto poco viaggio trovassimo haver avanzato, ritrovandoci ancora a vista di Candia.

Ritornò il vento per maestro, che ne rallegrò molto, & seguitando il viaggio giungessimo nel Golfo di Setelia, dove se bene quasi sempre sogliono regnar fortune grandissime, la Nave nondimeno faceva assai buon viaggio, avenne quì, che ritrovandosi il Capo de Bombardieri gravemente amalato passò all’altra vita, havendo però ricevuto dalli Rever. Padri i dovuti Sacramenti. Li marinari doppò di haverlo spogliato, & lavato, involtolo, & cucito in un pezzo di vela, & a piedi messevi due pietre assai pesanti, posto sopra una tavola fu portato ad alto. Qui messo sopra la sponda della Nave sotto vento, havendo ricevuti da’ R. Padri l’essequie, & dal nostr’huomo co’l fischio di nave tre volte la raccomandatione a tutti d’un Pater, e una Ave Maria per l’anima sua, alzata la tavola, fu sepolto nell’onde del Mare.

La Nave era spinta d’assai buon vento, si che in puochi giorni ci portò a vista dell’isola di Cipro: ma ritrovandoci troppo verso mezzo giorno, ne potendo andar al porto di Limisso [20], ove la nave haveva da scaricare alcune mercantie, andassimo alle Saline, porto, nel quale quasi tutte le Navi caricano, e scaricano le mercantie di tutta l’Isola.

Quivi arrivati alli vinti di Ottobrio, si fece il solito saluto con tiri di Artiglieria, & datto fondo all’ancore, mandato il batello con lo scrivano a terra per haver prattica subito ne rihavessimo la licentia; onde smontati tutti andassimo all’Arnica [21], & entratti nel Convento havessimo care accoglienze.

Quest’Isola e assai abondante & fertile di buon vino, e del più potente che si faccia in tutte l’Isole di Levante: il Cottone vi cresce in tanta quantità che è cosa incredibile, vi sono buonissime Carni, & in particolare Castrati di smisurata grandezza, havendo le code si larghe, & grasse che molte pesano più di diece libre l’una; vi è una tal sorte d’Augeletti, di cui pigliano gran numero, & molti ne acconciano con aceto in vasi di terra, & ne portano nelle Navi in tutte le parti di Europa. L’Isola è delle megliori che siano nel Mare Mediteraneo: e paese assai caldo, & nel tempo che era posseduta dalla Serenissima Signoria di Vinegia [22] haveva molte Citta, & Castelli, tra quali le principali erano Famagosta, & Nicosia, hora che la possede il Turco è molto distrutta.

Riposati che fussimo doi giorni dovendosi passar il golfo del Mare, che puo essere da trecento miglia per andar al Iaffo [23] porto il più vicino al viaggio di Gierusalemme, e perciò necessitati a pigliar un’altra Nave, si trattò con un patrone d’un Caramussale [24], il quale diceva haver più volte condutta la famiglia, et Pellegrini, et mostrava molto amorevole apparenza. Fu conchiuso l’accordo da certi mercanti Venetiani, con patto che a lui si dessero cento e vinti Ducatti, & che egli conducesse tutti li Rever. Padri, & da dieci Pellegrini, & tutte le loro robbe, & gionto a detto porto ivi aspetasse quindeci giorni la famiglia vecchia, & chi voleva ritornare, & ci riconducesse in Cipro a detto Porto, e gli fu datta la meta de danari a buon conto. Il giorno seguente appressorno il Caramussale alla Nave, per caricar le robbe. Havendolo io ben riguardato, & conosciuto molto mal all’ordine di vele, di corde, & de Marinari, & avertito anco da alcuni Pellegrini che erano ivi di ritorno, come meglio sarebbe che io me ne fossi andato in Soria [25], & restar ivi quella invernata [26], & poi passar al principio di Quadrigesima con la Caravana d’Armeni e Greci per Damasco e terra Santa per ritrovarmi in Gierusalemme ne’ tempi di Passione, per veder la moltitudine delle genti, che vi concorrono, & le Cerimonie che si fanno, mi risolsi di cosi fare: onde rimesse le mie robbe nella prima Nave havendo lettere di favore & credito per quei paesi, & havendo compagnia d’alcuni mercanti, curioso anco di veder quelle parti m’accinsi a far tal viaggio, & cosi fece un altro Pellegrino Gentil’huomo Bolognese nomato il Sig. Bonifacio Neri, che s’unì meco di camerata ancora.

Il Caramussale essendo carico, & imbarcati li Reverendi Padri con gli altri Pellegrini, il giorno seguente fece vela, & come poi mi fu riferito da detti Reverendi in Gierusalemme, patì molte fortune con pericolo grandissimo di sommergersi; perche havendo il patrone, che era Greco, mal pratico di Navigare, & anco nimico di Chatolici non si curava perdere il Caramussale, & se stesso, per affondar tanti, & si devoti Religiosi: & se non che nella compagnia v’erano alcuni Frati periti del Navigare ch’avertiti del mal governo e animo del padrone fecero forza & preso il timone di mano al patrone drizzorno il Caramusciale a buon viaggio, la cosa passava male: con tutto ciò stettero in Mare da vinti giorni, & essendogli venuta a meno la vittovaglia, gli ultimi giorni dispensavano i fragmenti del biscotto scarsamente, & se restavano pur doi giorni di più in Mare, molti sariano mancati per disaggio. Ma la bontà del sommo Creatore, il quale non ha permesso che mai alcune famiglie fin hora siano ne affondate, ne prese, quando manco vi pensavano fece ch’arrivassero in porto, e avuta prattica, smontati e scaricate le robbe, mandando subito ad avisare il P. Guardiano vecchio, hebbero di Rama da amici soccorso, & il secondo giorno si missero in camino verso Gierusalemme, tanto da tutti desiderato. Ma cosa grande avenne che non furono ancora partiti di Ramma, che hebbero nuova certa, come il Caramuffiale essendo smontati la più parte de Marinari, & havendo fatta acqua assai, si era rotto, & affondato, miracolo veramente stupendo.

Ma ritornando al nostro viaggio, dopo che il patrone della nostra Nave hebbe scaricate alcune robbe, & messo il tutto all’ordine, & tutti imbarcati, si fece vela alli 25 Ottobrio, & navigando alla costa dell’Isola pasassimo a vista della Citta, & porto di Famagosta [27], & seguitando il viaggio lasciata l’Isola, & entrati nel golfo delle Giazze, si levò vento da Levante, che non ci lasciò andar avanti, onde stando sempre su le volte avanzassimo puoco; tuttavia nel quinto giorno fussimo a visto del Capo Ganzir, & in altri trei giorni, essendo ritornato il vento da Tramontana, nel porto di Alessandretta [28], chiamato ancora di Scalderona, sicuri & sani entrassimo, ringratiando il misericordioso Giesù Christo, che ci havesse fatta gratia d’arrivare a salvamento al desiato Porto, e salutato con alcuni tiri di Artegliaria, & con le Trombe dato segno d’allegrezza, ne fu da altri Vaselli Inglesi, et Francesi, che erano in porto, risposto in segno d’amicizia con molti tiri, risuonando tutt’il porto di trombe, & allegrezze, datto Muli fondo all’ancore, mandato il Batello in terra, si hebbe pratica, et perche era tardo, restassimo in Nave fin al giorno seguente, che fu il secondo di Novembre.

La mattina smontati andassimo alla Casa del Viceconsole per la Serenissima Signoria di Vineggia, il quale ne fece molte accoglienze. Questo è quel porto che si dice essere stato anticamente habitato dalle donne Amazzone, & vi e ancora una Torre in mezzo a certe paludi chiamata la Torre delle Amazzone. Quì vengono portate molte robbe dalla Caramania [29], & Natolia, lochi assai vicini: vi si fa un bel mercato ad un loco chiamato il Baiasso, e vi si vende assai Cottone filato, & lane buonissime per far Matarazzi. L’aria vi è pestifera, & pochi vi stanno che non s’amalino, onde fussimo consigliati partirsi quanto prima, facessimo dunque l’istesso giorno scaricar le nostre robbe, & il Viceconsole ne fece gratia di farne ritrovar Cavalli, & Mule per andar verso Aleppo [30], & ancho ne diede doi Gianiceri per guida: s’accordassimo per li & Cavalli in otto Ducati per uno, & di più ogni sera un quarto per il mangiar de Cavalli, & di dar alli Gianizzeri [31], come è il consueto, vinti Ducati & panno per far una vesta, tra tutti, & fargli le spese.

Hora fatta la provisione per il nostro mangiare, a mezzo il seguente giorno caricate le Mule delle nostre robbe, pigliando congedo da quelli della Nave partimmo. Eravamo dieci passagieri a Cavallo oltra li Gianizzeri, & la sera arrivassimo al Bailan, discosto dal detto Porto da quindeci miglia: ove riposati fin’a mezza notte, rimontati cavalcassimo tutto il resto della notte per monti, & strade malagevoli, & pericolose d’Arabi assasini, che molte volte assaltano & rubbano, & continuassimo fino all’hora di vespero del giorno seguente senza smontare, per passar certi cativi passi.

Smontati alla detta hora all’aria, & ivi cibatici si fermassimo il restante del giorno, & la notte ancora dormendo al sereno sopra la nuda terra, due hore avanti giorno rimontati seguitassimo il viaggio per piani, e colli allogiando al solito, & pasassimo poco discosto alla Città di Antiochia [32], la qual soleva essere si grande, & si nominata, & era Capo di tutto questo paese; in detta Città S. Pietro fece le sue prime prediche, & ridusse quella gente alla vera fede, & molto tempo vi si è conservata la Lancia, con la quale Longino apperse il costato a Giesu Signor nostro. Hora la Citta è distrutta, le mura & Torri cadute, desolata ogn’altra sua parte, gl’habitatori pochissimi, & quella che soleva essere si grande, celebre, e famosa, e fatta miserabile oggetto di compassione. Il terzo giorno arrivassimo alla Citta d’Aleppo sani, & senza haver patito cattivo incontro, & per esser tardo tutti restassimo per quella sera in casa di un mercante, che era venuto con noi; il giorno seguente ogn’uno attese a suoi affari: il mio compagno & io ritrovati alcuni mercanti a quali presentai le lettere di racomandatione, gli pregai che mi facessero havere allogiamento buono, poiche eravamo disposti restar ivi tutto l’Inverno; da questi ricevute prima molte accoglienze, & proferte, fussimo posti in Casa di un Fancese, che teneva Camere locanti, dal quale sempre fossimo ben trattati, presso al quale havessimo compagnia di molti mercanti Francesi, che ivi pure allogiavano, e era la spesa di dieci cecchini per uno al mese.

La Citta d’Aleppo è nella Soria, posta sotto trentanove gradi, è d’aria sanissima e felice, poiché vi si ritrovano molti huomini robusti di età di cento, e più anni, & vi si dorme più di sei mesi dell’anno nelle terrazze sopra le case al discoperto: è situata sopra diverse colline in terreno sassoso, cinta di muraglie giranti circa a sette miglia senza i borghi; sorge più alteramente nel mezzo, con un bellissimo Castello, che pare posto sopra una montagna, & è terreno tutto portaticcio: il Castello nella sommittà è circondato di mura, & Torri munite d’Artegliaria, & attorno ha profonde fosse, con acqua: per entro alla Città corrono in copia grande buonissime acque, e fuori vi passa un corno del Fiume Eufrate; e piena di grandissimi trafichi; che vi concorrono Caravane d’Armenia, di Persia, d’India, di Bagadet, & Ormus, e d’altri infiniti paesi, conducendo molte migliaia di Balle di Seta, Endico, Alacche, Reubarbaro, Canelle, Tele di Cottone in quantita, Muschio, Gioie di piu sorte, & mille altre mercantie, le quali pur sono vendute, overo contracambiate con altre mercantie da Francesi, Italiani, Inglesi, & Fiamenghi, che di continuo vi negotiano: sonovi molti Giudei, che ivi hanno gran trafico, & molti di loro fanno il sensale: parlavisi in tanta diversità di linguaggi, che non credo udirsi tanti in altra città dell’universo. Il gran Turco da Constantinopoli vi manda al governo il Bassa [33], supremo grado per la militia, il Cadi per la ragione in civile, & molti altri Uffitiali, & Gianizzeri. Risiedonvi per governo de Franchi, diffesa, & mantenimento delle loro raggioni, quattro Consoli, uno per il Christianissimo Re di Francia, uno per il Re d’Inghilterra, uno per la Sereniss. Signoria di Vinegia; & uno per gli stati Olandesi, tutti i quali sono in grande riputatione, e molto honorati. Vi è una Chiesa officiata da doi Frati Zoccolanti, mandatigli dalla famiglia di Gierusalemme, ove concorrono tutti i Christiani Catholici, & vi si dice la Santa Messa, la quale si celebra anco quasi ogni giorno in casa de gl’Illustriss. Consoli di Frantia & Venetia da suoi Capellani.

Il paese circonvicino produce assai Cottone, abonda di Lane, ha grano, ma non molto; sonovi assai buone carni, massime de Castrati di smisurata grandezza, diversi frutti, e in particolare Pistacchi in gran copia.

Nella Citta vi sono molti lochi, che si chiamano Cani [34], dove allogiano le Caravane con le sue mercantie, & sono affittati dal portinaio: le contrate dove si vendono le cose per il vitto, & altre mercantie sono coperte di legname e alcune sono fatte a volto: hanno le porte che la notte si chiudono, standovi di continuo un portinaro, chiamato il Boabò, mantenuto da mercanti di quella contrata, acio facia la guardia: vi sono belissime Moschee, & grandi, con Torri, e campanili alti, & fatti con grande architettura in forma per il più rotonda, e alla cima vi e una loggia che atorno atorno infuori si spinge, nella quale mantiensi di continuo gente, che chiamano il moro, che grida tre volte al giorno, & altre tante la notte, cioe due hore avanti il giorno, nel far del giorno, a mezzo giorno, la sera al tramontar del sole, a due hore di notte, & a mezza notte. Questi sono i loro horologgi, & di questi si servono per campane, poiché in tutta Turchia campane non vi si suonano. Hanno per usanza andar alle sue Moschee ad orare; ma prima che vi entrino si lavano le mani, la testa, & i piedi, & lasciano le scarpe fuori, entrati si voltano con la faccia verso mezzo giorno, & inchinati guardando verso il Cielo pregano il grande Iddio, per sua salute, portano, & dicono corone di cento segni, & facendogli passare ad uno per uno dicono, Stasurla, che significa, Iddio mi guardi. Alle sue donne è prohibito l’entrar nelle Moschee, & di loro sentono si bassamente, che dicono esser create solo per la generatione, & le tengono prive d’anima ragionevole. I Mori sepoliscono i morti tutti fuori della Città ne campi, & ogni venerdì vanno le donne sopra le Sepolture a piangerli: e delle donne per moglie, ne pigliano quante ne vogliono, regendosi in questo con la possibiltà di mantenerle. La miglior moneta, che più si stima, e più volentieri si piglia, sono i Reali [35] di Spagna: vi si spendono ancora molti quarti, & mezze Piastre di Francia [36], & i Taleri d’Alemagna [37], che hanno un Lione rampante da una parte, & dall’altra un’arma. Molte volte le valute calano & crescono, ma per lo più vale il Reale di Spagna decisette Saine, & le Saine cinque aspri l’una: quelli di Francia ogni quarto vale quatro Saine, quelli di Alemagna, quindeci Saine, le altre sorti di monete si vendono a peso agli Hebrei: i Cechini di peso vagliono per lo più vinticinque Saine, & gli Ongari vintiquatro, le doppie non fanno per quel paese che perdono troppo, & non si ritrova chi pur voglia cambiarle per tre taleri l’una d’Alemagna. Ogni anno fanno una quadragesima di un Mese, che dura dal farsi fino ai fornirsi della Luna, & in questo tempo non mangiano, ne bevono cosa alcuna dal levar, fino al tramontar del Sole: doppo mangiano, & bevono tutta notte, & per la Citta vi sono molti lochi ove tutti vanno a bevere cert’acqua nera caldissima, che chiamano Cave [38]: vi bevono ancora il tabacco in gran quantità, & mentre in questi lochi concorrono a bere tanti, che sono alle volte più di trecento, suonano diversi stromenti da fiato, Timpani, & Crivelli, essendovi diversi giovinetti, che ballano girando attorno il loco; & altri figliuoli, che vanno per il loco a tutti portando il cave in certe scudellette, fatte di materia simile alla porcellana: vi commettono anco molte cose nefande da farsi, e da riferirsi. Nel uscire ogn’uno lascia qualche moneta al patrone, che sta alla porta & cosi fanno tutta la notte, & quest’usanza è per tutta Turchia. Finito il mese fanno per tre giorni festa, & molti se ubriacano, nel qual tempo è pericolosa cosa l’andar atorno, che potrebbesi ricever qualche offesa. Nelli Bezarri, & lochi più frequentati vi fanno le feste attacando tre corde a certi travi alti, nel fondo appendendo una tavola come un seggio rilevato da due braccia da terra, entro sedendovi una persona alla volta, la quale agitata con funi tal hora vien sospinta fin sotto il coperto, & mentre che si fa questo gioco si sonano Trombe, & Tamburri, & si grida per buona pezza: lo fanno alla fine fermare & smontato dona qualche cortesia, & subito un altro sale nel medesmo loco, l’istesso facendo che’l primo, e cosi di mano in mano, & corre tutto il populo a vedere. Queste feste, & legierezze, si chiamano, Aramadam [39], et ogni anno si tirano indietro una Luna; si che alle volte si fanno d’estate, & alle volte d’Inverno, & passati diece giorni molti si mettono all’ordine huomini, & donne d’ogni sorte per andar in pellegrinaggio alla Meccha, & é incredibile il numero della gente che vi và, altri cavalcando sopra Cameli, & altri sopra Muli, & Afini, & molti a piedi, benché il viaggio sia longo, et faticoso. Fuori della Citta è un borgo chiamato giudaica, dove stanno quasi tutti i Christiani del paese, & vi celebrano alla Caldea, & alla Armena & Greca, & vi è anco un Vescovo Maronita, che vi celebra alla Romana. In questo paese, & in tutta Turchia gli huomini vanno con la testa rasa, fuori che nel mezzo, dove lassano cressere li capelli nella longezza, che ponno venire, ma il circuito è di poco spatio, & li volgono attorno, & coprono con un piciol berettino, si lassiano cressere la barba longa per tutta la faccia, & a molti arriva fina a mezzo il petto, & tengono a grande honore l’haverla bella, folta, longa, & larga. Portano in testa sempre il turbante, fatto di tele di bombace bianchissimo, & quanto sono più di grado lo portano più grande, come il Bassà, & il Cadì, che l’hanno di tanta grandezza, che un huomo no’l può abracciare, se ben fatto di cottone, & tela si sottile che pesa pochissimo.

Tutti li Maomettani lo portano bianco senza segni, & in mezzo vi sorge un berettino, per il più rosso, che prima e posto in testa: a nissuna altra natione è concesso portarlo bianco, ma deve esser vergato di giallo, argentino, rosso overo d’altro colore, fuori che di verde, poiché a nisun christiano è concesso portare nel vestimento alcuna cosa, che sia verde sotto grave pena; che di questo colore solo usano li Turbanti tutti quelli, che si chiamano parenti del suo nefando Maometto, che sono quelli che vengono generati nel viaggio suo alla Mecca, ove fanno infinite dishonesta. Tutti portano le veste longhe di panno, ò di raso foderate, secondo la possibilità, & l’inverno de bellissime pelli: per la Città non portano arme, ma alcuni usano solo gangiare, che, sono come pugnali ritorti, i paesani archi & frezze. Portano le calce tirate, & alcuni li bolzachini, & tutti le scarpe ferrate.

Gli Arabi, che stanno nel circonvicino paese, portano vesti di lana fatte a lista di diversi colori, & vanno sopra Cavalle velocissime, & per arme usano lancie longhissime, ferrate da tutte due le parti. Le donne quando vanno per la Città portano una vesta di tela bianca, che le copre dalla testa fina a’piedi, & sopra la faccia un cendale nero. Si tratenemmo nella Citta d’Aleppo tutto l’inverno havendo sempre dolce conversatione con quei Signori mercanti, da loro ricevendo infinite cortesie, & in particolare dall’Illustrissimo Signor Gieronimo Morosini, dignissimo Console in Soria per la Sereniss, Signoria di Vinegia.

Passato il Carnevale, e approsimandosi il tempo di seguitar nostro pellegrinaggio, facessimo provigione d’un Vitturino, che in quel linguaggio vien nomato Muccaro: e questi Muccari danno a vettura Muli per andar fina in Gierusalemme, & vi vengono apresso a piedi per governar i Muli, e caricar le robbe, non lasciando a Pellegrini altro fastidio, che di montar a cavallo, & perche per il camino molte volte si allogia in loco, ove non si ritrova da mangiare, ogn’uno fa la provigione, & se la porta seco; et per questo noi pigliassimmo un Mulo per mettervi le nostre robbe, & la vettovaglia, facendo accordo co’l detto Mucaro di dargli vinti Reali per Mulo, & ogni sera per il mangiar delle bestie, mezzo reale in tutto, con patto che ne conducesse in compagnia della Caravana degl’Armeni, fino in Gierusalemme, a ogni sua spesa, & cosi fecero alcuni altri Mercanti Venitiani, Francesi, & Fiamenghi [40], & ancora doi Reverendi Padri, che ritornavano in Gierusalemme, havendo havuto il cambio.


Vai a Pellegrinaggio di Gerusalemme - Parte 3


NOTE

[15] Anche Modone (l’attuale Methoni) e Corone, nel Peloponneso, erano state cedute da Venezia ai Turchi nel 1503 e per questo erano da tempo ritenute pericoloso covo di corsari. Era stata una perdita significativa, perché Modone era un’importante base militare e commerciale della Repubblica Veneta. Come avamposto fortificato era considerato uno degli “occhi della Repubblica”, che osservavano i movimenti nemici, pirati o turchi che fossero. Come stazione di transito sulla via del Levante riceveva spezie, seta grezza, tinture e cera, importate da mercantili privati; le galee dello Stato provvedevano poi al trasporto delle merci da Modone a Venezia. Si notino ancora i tempi di navigazione: 15 giorni per raggiungere l’isola da Venezia nel 1384 (diario di Frescobaldi), 16 giorni nel 1612.

[16] Attuale isola di Kythera.

[17] Creta.

[18] Il bertone era un grosso tre alberi da carico a vele quadre, con castelli altissimi.

[19] Fin dall’inizio le armi da fuoco si distinsero in armi portatili e in artiglierie. Quelle portatili erano: pistole, archibugi e moschetti; le artiglierie si distinsero in falconi, falconetti, spingarde, cannoni, colubrine, bombarde, mortai e petriere.(cfr. TOMMASO ARGIOLAS, Armi ed eserciti del rinascimento italiano, ed. Newton & Compton, Roma, 1991, p. 106).

[20] Limassol.

[21] Larnaca.

[22] Cipro rimase sotto il dominio veneziano fino al 1571, quando venne conquistata dai turchi.

[23] Giaffa.

[24] Il caramussale era un bastimento a vela da carico turco, munito di un alto castello a poppa. Il termine veniva dal turco qarāmussāl.

[25] Siria.

[26] In età moderna vi erano mesi in cui era evitata la navigazione: generalmente si navigava da aprile a settembre. In autunno e inverno si prendeva il largo solo per gravi urgenze, soprattutto se si trattava di galere e imbarcazioni simili, più vulnerabili dei velieri alle tempeste. (cfr. M. LENCI, op. cit.)

[27] Famagosta è situata sulla costa orientale dell’isola di Cipro, nella baia di Famagosta. Venne fondata, col nome di Arsinoe, attorno al III sec. a. C. da Tolomeo II Filadelfo che intendeva stabilire nel Mediterraneo orientale l’egemonia egiziana. Essa venne poi distrutta nel 647 d.C. durante l’occupazione araba di Cipro, quindi, nuovamente restaurata, godette di un lungo periodo di fortuna a partire dal 1195, anno di fondazione del regno crociato dell’isola sotto la dinastia dei Lusignano. L’importanza del porto suscitò l’interesse di Genova e Venezia che vi aprirono i loro fondaci finchè nel 1489 Caterina Cornaro, vedova di Giacomo II di Lusignano, cedette l’isola alla Repubblica di Venezia, che fece di Famagosta il centro economico dei propri traffici. L’assedio della città nel 1570-71 segnò il punto culminante della guerra tra turchi e veneziani per il possesso dell’isola, che terminò con la resa del governatore veneziano Bragadin al comandante turco Mustafà Pascià che prese possesso dell’isola. La perdita di Cipro determinarono nella Repubblica di San Marco un riassestamento di ordine finanziario e costituzionale che incise notevolmente sullo sviluppo della società veneziana alla fine del ‘500.

Tra le numerose costruzioni del periodo veneziano ricordiamo l’imponente bastione Martinengo (1558).

[28] Nell’attuale Turchia; fu fondata dai greco-macedoni dopo la battaglia di Isso (333 a.C.).

[29] Attuale Iran sud-orientale.

[30] Aleppo si trova nell’attuale Siria nord-occidentale, vicino al confine con la Turchia. È una città antichissima, già presente nel II millenio a.C. nella sfera di influenza ittita. Dopo una lunga storia in cui Aleppo conobbe periodi di diverse dominazioni (fu conquistata dai persiani, da Alessandro Magno, dai Seleucidi e dai romani) la città, a lungo contesa tra musulmani e bizantini, venne sottomessa nel 1078 ai Selgiuchidi. Nel 1189 Saladino la trasformò in centro di resistenza ai Crociati facendovi costruire un complesso architettonico tra i maggiori della Siria. Nel 1260 venne gravemente danneggiata dai Mongoli e in seguito venne sottomessa ai mamelucchi d’Egitto. Dal 1520 venne annessa all’impero ottomano. Nel periodo che seguì Aleppo mantenne la propria importanza commerciale e prosperità.

[31] Il termine del deriva dal turco yeniçeri che significa “nuovo soldato” e collettivamente, “nuova milizia”. I giannizzeri formavano le unità di fanteria dell’esercito ottomano. I gianizzeri costituivano un’aristocrazia militare ristretta, il cui numero non superò mai poche migliaia di unità. Al vertice vi era una sorta di consiglio supremo degli ufficiali detto divano. Giannizzeri erano gli alti funzionari governativi, i comandanti militari, i ministri dell’esercito e della marina, i tesorieri, gli ufficiali pagatori e gli effettivi delle guarnigioni stanziate nell’entroterra (cfr. M. LENCI, op. cit.)

[32] Antiochia si trova nell’attuale Turchia. Sorge sul fiume Oronte e il suo nome attuale è Antakya.

Nel 301 a.C. venne fondata da Seleuco I Nicatore, capostipite dei re di Siria, e intitolata al padre Antioco. (Antioco III vi fondò la terza grande biblioteca dell’antichità dopo Alessandria e Pergamo). Nel 64 a.C. divenne parte dell’impero romano come capitale della provincia di Siria, mantenendo però una certa autonomia e, grazie alla sua posizione geografica e strategica divenne un importante centro culturale, militare politico (sede del governatore romano) e commerciale, prosperando al punto da venir definita “regina d’Oriente”. Ai tempi di Erode il Grande Antiochia era ornata da splendidi edifici ed era attraversata da una strada lastricata di marmo a spese di Erode il Grande.

In Antiochia si organizzò presto una fiorente comunità di cristiani di origine giudaica e furono proprio questi fedeli che per primi vennero chiamati “cristiani”.

Dopo un lungo periodo di diverse dominazioni (persiana, araba bizantina e selgiuchide) nel 1098 la città divenne la capitale dell’omonimo principato crociato. Nel 1268 venne saccheggiata ed occupata dai mamelucchi; nel 1517 fu conquistata dagli ottomani.

[33] Nell’impero ottomano il termine pascià indicava un alto titolo onorifico militare o amministrativo. Generalmente veniva posposto al nome proprio.

[34] Il nome deriva da khān, in lingua turca, è il corrispondente del termine di origine persiana caravanserraglio, o “albergo per le carovane”, e di quello arabo funduq, da cui deriva il termine italiano “fondaco”.

Il caravanserraglio è un’istituzione legata alle grandi vie carovaniere e risale all’epoca preislamica, anche se fu in epoca islamica che raggiunse la sua tipologia, rimasta pressochè invariata fino a tempi recenti. Nel medioevo nelle città frequentate da mercanti occidentali vi erano caravanserragli riservati a singole “nazioni” europee (genovesi, veneziani, francesi…) che vi avevano i propri rappresentanti e speciali diritti.

Di solito il cane era formato da una serie di locali, comprendenti anche camere per i viaggiatori, prospicenti un portico e posti attorno ad una corte quadrata. Il portale di entrata doveva essere sufficientemente grande per consentire il passaggio di un cammello a pieno carico. Spesso vi era anche un pozzo e torri angolari di difesa.

[35] Il reale di Spagna era una moneta d’argento coniata a partire dalla metà del XIV secolo in Spagna. Per secoli costituì l’unità di valore del sistema monetario spagnolo; il suo multiplo, o pezzo da otto, nel 1600 fu la moneta più usata nelle colonie spagnole d’America.

[36] “Piastra” era il nome genericamente dato alle grosse monete d’argento dal XVI secolo in poi. Piastra fu detta anche la moneta d’argento usata in Turchia e nei paesi dell’impero ottomano.

[37] Il tallero, grossa moneta d’argento del peso di circa 30 gr, venne coniata nel 1484-86 dall’arciduca Sigismondo del Tirolo. Ben presto il tallero ebbe ampia diffusione in Germania, ove fu introdotto nel sistema monetario da Carlo V, e fuori dall’impero, in Olanda e Italia.

[38] Si tratta evidentemente del caffè; originario dell’Etiopia (regione del Caffà), esso venne importato in Europa dagli arabi verso la fine del sec. XVI.

[39] Ramadan, dal nome del nono mese del calendario musulmano.

[40] Converrà qui ricordare che proprio ad Aleppo, punto di convergenza delle antiche vie terrestri di Turchia, Arabia e Mesopotamia, nel 1581 era nata la Compagnia del Levante, un’impresa commerciale britannica che qui realizzava i suoi scambi con i mercanti arabi, importando poi in Occidente spezie e altre raffinatezze, quali vino, olio, miele, uva passa ecc. Tale Compagnia trovò però presto un formidabile concorrente nella Compagnia inglese delle Indie orientali che, anche in seguito al declino di Venezia e della navigazione nel Mediterraneo, spostò le vie commerciali su altre rotte. Nel 1603 il capitano inglese James Lancaster aveva aperto il commercio marittimo con l’Oriente, e in breve la Compagnia delle Indie orientali dimostrò che poteva acquistare una partita di spezie in Estremo Oriente a circa un terzo del prezzo che la Compagnia del Levante pagava per la stessa quantità ad Aleppo. La differenza si spiega con le sovrattasse che i mercanti orientali esigevano per consentire il trasporto delle spezie dapprima via mare attraverso l’oceano Indiano e il golfo Persico, quindi per carovana attraverso la Persia e la Mesopotamia. Oltre che pagare il costo delle spezie, la Compagnia del Levante doveva dispensare danaro a piene mani per mantenere buone relazioni con gli avidi funzionari ottomani che nel Medio Oriente governavano un territorio di oltre quattro milioni e mezzo di chilometri quadrati. Le elargizioni al sultano e ai suoi favoriti andavano dal versamento di monete d’oro a regali, quali orologi incrostati di gioielli, brocche d’argento, o una muta di 23 cani ben addestrati. Questo supplemento, che la Compagnia del Levante includeva nelle sue tariffe di vendita a Londra, accresceva ulteriormente il divario tra i suoi prezzi di vendita e quelli della Compagnia delle Indie orientali. Ma i finanziatori della Compagnia del Levante scoprirono ben presto che il basso costo delle spezie a Londra era una fortuna insperata sia per il pubblico che per loro stessi. Potevano infatti comperare a Londra invece che ad Aleppo, e quindi rispedire le spezie via Mediterraneo per rivenderle ai mercanti del Medio Oriente. Nel 1626 il valore delle esportazioni verso la sola Turchia ammontava a 250.000 sterline e la Compagnia traeva profitti maggiori di quanti non ne avesse realizzati quando il suo traffico commerciale si svolgeva in senso inverso.

[41] Nel periodo precedente alle Crociate non c’era persecuzione dei cristiani da parte dei musulmani: i pellegrini pagavano tributi, o cafarri, ai signorotti musulmani locali. I signorotti presenti in Terrasanta erano dipendenti nominalmente dal califfo di Bagdad, la cui autorità era però contestata dal califfo del Cairo. Passato il tempo delle Crociate, Pesenti si trova a sperimentare una situazione analoga: nell’impero ottomano la presenza dei cristiani viene tollerata, ma ad ogni sosta viene loro imposto il pagamento di un tributo.