Pellegrinaggio di Gerusalemme - Parte 1

Da EFL - Società Storica Lombarda.
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Trascrizione di Beatrice Occhionero de Carli

Note a cura di Ottavio de Carli e Beatrice Occhionero de Carli

N. B. Per la trascrizione si è utilizzato il testo della prima edizione del 1615. La seconda edizione del 1628 è sostanzialmente identica alla prima, salvo minime differenze per lo più di ordine grafico. Nel secondo libro essa aggiunge però per intero i testi delle orazioni latine indicate dal Pesenti. Sono queste, evidentemente, le “nove Stelle” orgogliosamente annunciate dall’editore Fontana nella prefazione all’edizione. Abbiamo ritenuto di inserirle in nota ma non nel testo, non solo perché ne appesantirebbero inutilmente la lettura, ma anche perché sono frutto di un’arbitraria interpolazione non prevista dall’autore.

Un ringraziamento particolare all’indimenticato Gian Paolo che aveva intrapreso l’iniziativa di questo lavoro, e a Immacolata Agliardi Lancellotti, ad Alessio e Aiardo Agliardi, che ne hanno attivamente sostenuto il proseguimento. Senza di loro questo libro non sarebbe sicuramente giunto a buon fine, e non avremmo passato indimenticabili settimane immersi in un affascinante e misterioso Oriente seicentesco, alle prese con pirati barbareschi, predoni del deserto, antiche rovine cristiane e mistiche orazioni latine.


Pellegrinaggio di Gerusalemme

Hauendo da molti Reverendi Padri Predicatori più volte sentito nelle Prediche loro far mentione de’ luoghi santissimi, ove il nostro Sig. Giesu Christo s’incarnò, visse & patì per la redentione del genere humano; havendo anco letto in diversi libri i tanti miracoli ivi fatti, entrai in grandissimo desiderio di visitar quei siti, che N. Sig, nel corso di sua vita habitò, &: calcò co le sue pretiose piante, ove radunò gli Apostoli, predicò, & seminò la dottrina Evangelica; e facendomisi sempre col tempo più ardente il desiderio, alla fine deposto ogni altro pensiero, risolsi far ogni mio potere per arrivar a sì bramato termine.

Correndo dunque la stagione, che più riscalda scrissi ad un mio caro amico in Vinegia (luogo dei più commodi per far tal viaggio) che mi facesse gratia ricercare, se ivi fosse Nave, che caricasse verso l’Isola di Cipro, & per levante; aggiungendovi che l’animo mio era di passar in Terra santa. Hebbi dall’amico felice risposta, cioè, che al principio di Settembre doveasi partire una Nave, chiamata Barca longa, & che era uno de’ migliori Vaselli, che hoggidì solchino questo Mare, & si apparecchiava per andar all’ultima Scala di Levante, ove ancora disegnava andar la Famiglia de’ Rev. Padri Zoccolanti [1], che ogni tre anni si mutano in Terra santa.

Ricevuta la buona nuova, rescrissi, che mi dovesse andar avisando di ciò che succedeva come sempre egli fece. Et approssimandosi il tempo, havute lettere, come senza alcun fallo la Nave partiva a mezzo Settembrino risolutissimo, senza farne con alcuno parola, partitomi da Bergamo il quarto giorno di Settembrio 1612, arrivai a Vinegia il giorno santissimo della Natività della Gloriosa Vergine Maria [2] .

Il giorno seguente ritrovato l’amico, cui prima havea scritto, andai con lui a San Francesco della Vigna, Convento delli Reverendi Padri Zoccolanti, e doppo ritrovato il Rever. P. Grisostomo Capranica Commissario, & Visitatore Apostolico di Terra santa, il quale dovea condurre la Famiglia nuova in dette parti, havuta audienza, narrai a lui, come ero desiderosissimo di far quel Santissimo Pellegrinaggio, & bramoso d’andare con sì grata, e santa compagnia, & come mi sarebbe carissimo haver da sua P. Reverendo ammaestramento, come mi havessi a governare nel far le provigioni a ciò bisognose.

Egli havendomi benignamente ascoltato, rispose haver molto a caro la mia andata, & che la provigione era, che prima facessi la dovuta confessione de’ peccati, & ricevessi il Santissimo Sacramento dell’Eucharistia: poi, ch’io andassi dall’Illustrissimo Legato di Sua Santità, qual stà vicino al detto Convento, per haver la licenza Apostolica, non potendo alcuno far tal Pellegrinaggio sotto pena della scomunica, senza detta licenza: & havuta questa, ch’io dovessi poi ritrovare il Padrone della Nave, con lui accordarmi per il nollo, indi far la mia provigione per il vivere, e sopra il tutto farla grande, & copiosa de danari, & anco procurar qualche lettere per quelle parti di raccomandatione, acciò nascendo qualche cattivo incontro, ò malattia, sapessi ove ricorrere. Così egli, conchiudendo gli avvertimenti suoi con offerta piena di religiosa charità, che sempre che fussi in quella compagnia, ad ogni suo potere sarebbemi stato favorevole. Io reso a lui gratie infinite del tutto, ridussimi al mio alloggiamento.

Et doppo speso qualche tempo in una dolorosa discussione della mia conscienza, il seguente giorno ritornai al Convento, e ritrovato un R. Padre molto divoto, m’accusai de’ miei errori col maggior pentimento, che dalla divina gratia mi fù concesso: n’hebbi l’assolutione, e uditi i divini Uffici ricevei anco il Santissimo Sacramento della Eucharistia.

Il che fatto, andai dall’Illustrissimo Legato, e addimandata la licenza per poter far il Santissimo Pellegrinaggio, havendomi prima ricercato della causa, che a questo m’induceva; e interrogatomi qual io fussi, e di che patria, brevemente gli risposi, che mi era mosso per mia divotione, e gli dichiarai il mio stato, la conditione, e la patria. Egli subito benignamente mi fece fare detta licenza, e sottoscritta di sua mano, la mi diede, con essortazioni a far il tutto con vera divotione: e io ringratiatolo me ne ritornai al mio albergo.

La mattina seguente andai alla Piazza di S. Marco, e dimandato a certi marinari, che m’insegnassero il Padrone, overo lo Scrivano [3] della Barca longa, se lo conoscevano, da uno di loro mi furono mostrati ambiduoi. Io, salutatogli, e richiesti se mi volevano levare sopra la Nave, e condurmi in Levante, n’hebbi risposta, che volontieri l’havrebbono fatto: e che andassi in calle delle Segurtà, che m’haveriano notato, e fatto il bolettino, acciò andando ad ogni mio piacere al Porto di Malamocco, ove era la Nave, fussi accettato [4]. Il tutto subito feci, e pagato allo Scrivano dieci ducatti [5] per tutto il detto nollo, n’hebbi il mandato di poter andare quando mi fusse piacciuto. Ricercai poi il Padrone, se mi voleva far le spese per il viaggio alla sua tavola [6], come è il consueto; egli mi rispose, che se fossimo stati otto, overo sei persone, lo farebbe volontieri; ma che per una persona sola non li tornava a conto. Si che mi risolsi far la provigione da me solo; & essendo meco un mio amico molto prattico mi diedi a incominciarla, e dietro all’aviso d’una lista di quello che faceva bisogno, pigliai una cassa assai grande, che mi servisse per mettervi le provigioni, & porvi la notte sopra lo strapontino per dormire: comperai doi scudi [7] di buonissimo biscotto, un barile di dieci secchie di vino di Montefalcone, per esser di più durata per mare d’ogni altra sorte, Cascio, Ova, salati di varia sorte, lingue, carne salata, armandole, uva passa, varietà di confettioni, & zuccari; ma di questi non molto, perche il Mare gli guasta, & uno Strapontino, & capezzale tanto grande, che copriva la cassa, & quel giorno attesi a metter tutte queste cose all’ordine.

Il giorno seguente andai a visitare alcuni mercanti miei amici, i quali havevano traffico, & mercantie in quelle parti, & detto loro il viaggio, ch’io era per fare, & il bisogno, ch’io havevo di lettere di raccomandatione in quei paesi, per haver danari, ò favori nelle necessità, & occorrenze, i quali ritrovai prontissimi, sì che mi fecero lettere per Cipro, per Aleppo, & per il Cairo a diversi mercanti, rendendomi a tutti molto raccomandato, con ordine, che facendomi bisogno danari, me ne dovessero servire della quantità, che a me pareva, con pigliarne da me le solite di cambio.

Così ritrovandomi del tutto all’ordine, postomi un vestimento di panno berettino dell’istesso, che portano i Frati, cioè Calze e Giuppone, & una veste, quasi alla fratesca, col ferraiuolo, & capello, consegnai tutte le altre robbe in casa d’un’amico, & solo portai alcune camiscie, & fazzoletti, per potermi riguardar dalle miserie, che sogliono abondar sopra le navi.

Dunque il giorno seguente posto il tutto in una gondola tornai al porto di Malamocco, ove ritrovata la nave, che si andava mettendo all’ordine, essendo di già quasi carica, & molti dei passagieri imbarcati, salitovi & dato il bolettino allo Scrivanello fui accettato con bon viso con le mie robbe. Queste fece egli riponere, & a me diede luogo sotto prima coperta, appresso ad un pezzo d’artegliaria, verso le bocche porte di prora, che molto mi fu commodo, & grato, per haver qualche respiro d’aria, si dalle bocche porte, come dalla fenestra dove usciva la canna della artegliaria.

Così in spatio di pochissimi giorni ridottovi il restante de passagieri, & i Rev. Padri, alli 18 Settembre 1612, soffiando verso sera un poco di buon vento, venuto l’Armiraglio con alcune Barche per rimburchiar ne fuori del porto, serpate le ancore, fatto vela [8] del Trinchetto di gabbia, & attaccate le Barche, a laude d’Iddio, & della Vergine Santissima si tirassimo fuori del porto, & spirando assai fresco vento da Maestro, si spiegarno quasi tutte le vele: ma perchè mancava ancora lo Scrivano, & certi altri di nave, bisognò star tutta la notte sopra porto con le volte.

La mattina seguente vennero tutti con una Barcha, & montati si drizzò la nave al suo viaggio, laudando lieti tutti noi, & ringraziando il grande Iddio del buon principio, e pregando, che ne prosperasse. Cresceva il vento, & faceva assai moto, la onde molti de Frati, & de passaggieri non avezzi al navigare, conturbati di stomaco, sentivansi male, & rendevano al Mare il cibo non ancor digesto.

Il secondo giorno arrivassimo a vista di capo d’Istria, & navigando a vista della Schiavonia, passassimo Parenzo [9], & Pola Città, la vista di Ossaro [10], la Bocca del Carnaro, molte Isolette, & Zarra, & Sebenico Città, & continuando con una tremontanella arrivassimo a vista dell’isola di Lissa, ove si vede ancora lo scoglio, che si chiama il Pomo, che si dice esser a mezzo il Golfo Adriatico. Doppo sei giornate dalla partita di Malamocco arrivassimo a vista di Ragusa Città nella Grecia, che ha Signoria per se, benche rendi tributo ad altri; & seguitando il viaggio al soffiar d’un vento da maestro molto gagliardo, in tre giorni passassimo Dulcigno, il Golfo di Lodrin, Durazzo, & l’Isola di Safeno, & si trovassimo a vista dell’Isola di Corfu, tanto nomata, per esser la chiave della bocca del golfo Adriatico, la qual è tenuta dalla Serenissima Signoria di Vinegia con fortezze inespugnabili.

Usciti che fummo fuori del Golfo, havendo a passar appresso l’Isola di S. Maura, loco ove stanno i peggiori, e più dannosi Corsari [11], che infestino quei mari, si providde per combattere, & per sostener gli assalti, quando fosse stato necessario venir alle mani, acciò non fossimo ritrovati sproveduti, & navigando oltre con assai buon vento, passati i Corzolari luogo per la Vittoria navale havuta l’anno 1571 [12] contra il Turco, a salute di tutta la Christianità memorando, in poco tempo fussimo a vista dell’Isola Cefalonia.

Il giorno seguente, che fù l’ultimo di Settembrio si trovassimo sopra l’Isola del Zante [13], e appressatisi salutata, come si usa, con un tiro di Cannone la Chiesa di S. Maria di Scapo, la qual è sopra la cima d’un monte appresso al Porto, entrati nel Porto dato fondo a due ancore, smontassimo in terra, & andassimo al Convento e Chiesa de detti Rev. Padri, quì facendo oratione, & ringratiando il sommo Creatore del felice progresso. Doppo il che mi ritirai in compagnia d’altri Pellegrini, e passagieri ad un’Hosteria per ristoro, & vi fossimo assai ben trattati. Detta Isola è tenuta per la Serenissima Signoria di Vinegia, è paese abbondante, & quì si fanno grandissima quantità d’uve passe, vini buonissimi, & frutti assai, & in particolare pomi granati, limoni, e naranzi, & ha dalla parte di Levante la Morea [14].

Il Patrone della Nave havendo scaricate alcune mercantie, & Mercanti Greci di quell’Isola ci fece sapere, che si mettessimo in pronto a partirsi, e seguitar il viaggio; che però havendo fatta provigione di certe robbe per vetuaglia, & di vin dolce, il terzo giorno di Ottobre montati facessimo vela, spirando vento fresco da tramontana.


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NOTE

[1] Francescani.

[2] 8 settembre. È da ricordare che nel 1582 la Compagnia dei Corrieri Veneti aveva istituito una linea “ordinaria” (cioè con orari regolari e prestabiliti) di servizio pubblico da Milano a Venezia, passante per Bergamo. Il percorso veniva effettuato in due giorni (partenza il mercoledì da Milano, arrivo il venerdì a Venezia), mentre i corrieri dei mercanti e dei principi impiegavano anche cinque o sei giorni. Com’è noto, nella Compagnia operavano una trentina di famiglie quasi tutte provenienti dalla val Brembana, e tra queste figuravano anche i Pesenti. Non sappiamo però che parentela ci fosse tra i Pesenti corrieri veneti e la famiglia di Gian Paolo. La tratta Bergamo-Venezia comprendeva 15 stazioni di posta: “Bergamo Città, Palazzuolo, Hospitaletto, Bressa Città, Desenzano, Ponte San Marco [ove passa il Menz Fiume], Castelnuovo, Verona Città, Scaldere (ove si passa l’Adige Fiume), Montebello, Vicenza Città, Padova, Liza fusina”, dove avveniva l’imbarco per Venezia. Considerati i tempi dichiarati da Gian Paolo Pesenti, non sembra che si sia servito del servizio prestato dalla Compagnia dei Corrieri Veneti, anche perché il 4 settembre 1612 era un martedì, e il servizio, per quanto ne sappiamo, partiva da Bergamo il mercoledì. Cfr. AA VV. Le Poste dei Tasso, un’impresa in Europa. Contributi in occasione della mostra I Tasso, l’evoluzione delle Poste, Bergamo, ex-chiesa di S. Agostino, 28 aprile – 3 giugno 1984. Comune di Bergamo, Manifestazioni Tassiane, 1984, pp. 81-82; Con i Tasso da Cornello all’Europa, a cura di Vittorio Mora, Bergamo, 1942 (rist. anastatica, Bergamo, Grafica Gutenberg, 1982), p. 72.

[3] Sulle navi lo scrivano era l’incaricato della contabilità delle merci a bordo di una nave da carico. Sui piccoli mercantili era anche secondo ufficiale o un giovane ufficiale diplomato che non aveva ancora compiuto il periodo minimo di navigazione prescritto per la patente. Le navi appartenevano solitamente ai patrizi, ma solo di rado i nobili proprietari ne assumevano il comando diretto che di solito veniva affidato ad un capitano di estrazione popolare. Il capitano e i marinai qualificati che lo accompagnavano, venivano pagati e ricevevano per il loro servizio considerevoli privilegi economici e sociali: ad esempio ognuno di loro poteva imbarcare in franchigia fino ad una tonnellata di merce da vendere a proprio esclusivo profitto. Cfr. ALVISE ZORZI, A Venezia nel ‘500 – il secolo di Tiziano, Milano, Rizzoli, 1990.

[4] Sulle grosse galere da mercanzia dirette in Siria ed Egitto si imbarcavano anche pellegrini diretti in Terrasanta, ma in genere la loro presenza a bordo non era gradita. C’erano per loro galere apposite, di proprietà privata, gestite però sulla base di precise norme emesse dallo stato, che aveva ogni interesse a vigilare su un’attività altamente redditizia. I pellegrini venivano infatti imbarcati su galere o navi tonde e seguivano dei veri e propri circuiti turistici durante i quali visitavano, oltre naturalmente ai luoghi santi, vari porti e città lungo la rotta, riportando a casa vividi ricordi, che non di rado divenivano oggetto di narrazioni più o meno mirabolanti, ai tempi piuttosto diffuse ed apprezzate.(Vedi: A. Zorzi: op. cit.)

[5] Il ducato, moneta d’oro veneziana del peso di 3,55 gr ca (corrispondente nel 1500 al valore di sei lire e quattro soldi), venne coniato per la prima volta dal doge Giovanni Dandolo nel 1284. Al dritto portava l’immagine del doge inginocchiato in atto di ricevere il vessillo da san Marco, e al rovescio era raffigurato il Redentore in una mandorla di stelle. Il ducato mantenne inalterate le proprie caratteristiche di tipo, peso e lega, per più di sette secoli, fino al trattato di Campoformio (1797), allorché Venezia perdette l’indipendenza. Verso la metà del XVI secolo la moneta prese il nome di zecchino. Il ducato ebbe grande diffusione in tutta l’area del Mediterraneo e fu imitato a Roma (dove il senatore e san Pietro sostituivano il doge e san Marco), a Malta, per un breve periodo a Genova e in Oriente fino in India. A partire dal XIV secolo molte monete d’oro coniate in Italia presero il nome di “ducato”.

[6] Se tra i passeggeri vi erano nobili mercanti, nobili balestrieri, un cappellano e/o un medico-chirurgo solitamente sedevano alla tavola del sopracomito appaltatore, “patron”, o “padrone”, come viene chiamato da Pesenti.

[7] Lo scudo era una moneta d’oro o d’argento che doveva il proprio nome al fatto che su una delle due facce era raffigurato lo scudo araldico del sovrano o dello stato emittente. Il primo scudo d’oro venne coniato in Francia al tempo di Luigi IX; importato in Italia all’inizio del 1500, ebbe subito rapida diffusione nei diversi stati italiani, in quanto di minor peso e di lega più bassa rispetto al ducato. Lo scudo d’argento era la moneta d’argento più pesante e venne introdotto in Italia nella seconda metà del ‘500. Lo scudo veneziano veniva anche detto “scudo della croce”. Lo scudo assunse valori diversi a seconda delle epoche, ma il suo peso si aggirava quasi sempre intorno ai 30 gr. Il nome scudo col tempo finì per indicare qualsiasi moneta pesante d’argento.

[8] È proprio a partire dai primi del ‘600 che cominciano a circolare nel Mediterraneo imbarcazioni il cui sistema propulsivo era costituito solo dalle vele, senza quindi la necessità di ricorrere ai vogatori, implicando consistenti cambiamenti nella navigazione, tra cui un notevole risparmio economico e di spazio a bordo (i vogatori occupavano infatti circa i due terzi della superficie disponibile dell’imbarcazione) utilizzabile certamente per le merci, ma anche per incrementare la presenza delle armi a bordo. (cfr. MARCO LENCI, Corsari – guerra, schiavi, rinnegati nel Mediterraneo, Roma, Carocci, 2006). Scrive a questo proposito Franco Cardini: “L’arma da fuoco apparve sulle navi per tempo, si può dire contemporaneamente al suo apparire sui campi di battaglia e nelle fortezze: tuttavia, per tutto il Trecento e si può dire ancora il Quattrocento, i pochi e ingombranti pezzi di artiglieria a palla di pietra montati sul castello di prua o sul cassero di poppa, le colubrine, non furono di grande aiuto. La colubrina era, in fondo, nient’altro che un «mangano a polvere» anziché a contrappeso, e il grosso sasso sferico che lanciava a cento-duecento metri non sempre procurava seri danni al ponte e al fasciame o all’alberatura dell’avversario. Le cose cominciarono a cambiare nel corso del Cinquecento e mutarono decisamente durante il Seicento, allorché le navi presero l’aspetto di vere e proprie fortezze galleggianti dotate d’importanti parchi d’artiglieria. Ma, prima di allora, il remo e l’arrembaggio restarono i signori del mare. Remo e cannone sono concettualmente alternativi: o l’uno o l’altro. I remi occupano entrambe le fiancate, impongono navi basse sul pelo dell’acqua, non consentono il trasporto di masse pesanti di metallo: la nave a remi dev’essere leggera, agile, quindi al massimo avrà due-quattro pezzi, rispettivamente a prua e a poppa. In queste condizioni i duelli d’artiglieria navale si ridurranno a qualche colpo sparato frontalmente prima dell’arrembaggio. Ecco perché la vecchia gloriosa regina delle battaglie marinare fra IX e XVII secolo, la «galea», tramonterà melanconicamente con l’avvento dell’artiglieria di bordo. Essa, comunque, reggerà ancora a lungo, finchè nel corso del Seicento le differenze tra nave da guerra e nave da carico tenderanno a scomparire nella misura in cui tutte le navi dovranno caricare i loro ponti di quanti più cannoni possibile e sarà improponibile mandare in giro per il mare – e soprattutto per l’oceano – una nave mercantile incapace di difendere il suo carico da assalti.” (cfr. FRANCO CARDINI, Quella antica festa crudele – guerra e cultura della guerra dal Medioevo alla Rivoluzione francese, Milano, Arnoldo Mondadori, 1995, pp. 288-89.)

[9] Attuale Poreč in Croazia. Vale forse la pena di riportare qui il resoconto della prima parte del viaggio compiuto nel maggio 1575 dal nobile vercellese Carlo Ranzo al seguito della missione diplomatica del procuratore generale di San Marco Giacomo Soranzo a Costantinopoli. Di questa spedizione si è gia brevemente accennato nelle pagine introduttive, ricordando che essa si svolse via mare fino ad Alessio (tra Scutari e Durazzo), per proseguire poi – evidentemente per ragioni di sicurezza – via terra attraverso il Montenegro, la Macedonia e l’attuale Bulgaria. Scrive dunque Carlo Ranzo: “[…] fatta prima una salva bellissima con tiri d’Artiglierie, & archibugiate che si trovavano su tutte quatro le Galere, si allontanassimo da Venetia, un miglio fermandosi poi in Lio, dove si convenne star per tre bore necesitati dal vento, che si haveva contrario. Ma mutatosi in bonaccia, & restando il Mar quieto, & tranquillo si fece vela con il favor del Signor Iddio navigando tutta la notte, all’alba si trovassimo gionti a Parenzo Città d’Istria distante da Venetia 100 miglia dove essendosi fermati per due bore s’inviassimo verso la Città di Pola dove si dismontò per vederla, essendo già statta terra d’Imperio & per ciò si vide in quella delle antichità assai, & in particolare un Culiseo a guisa di quello di Roma, & le vestigie di molti Palazzi, che a quei tempi erano habitati da Imperatori, & da poi per la strage della Guerra, & per la longhezza del tempo, son statti ruvinati, & tra li altri ven’era uno dove habittava Ruggiero Paladino, poi tornando al nostro viaggio si andò a Rovigno Città & poi capo d’Istria, poi a Zara capo di Schiavonia Città bella, & forte fatta di novo con una Cittadella ben presidiata, dove i soldati di quella guarnigione posti tutti alle mura della Città con bel ordine fecero due belle salutationi di Artiglieria, & archibuggiaria appresso anco le Galere, che si trovavano nel porto d’essa Città fecero il medesimo & honororono l’Eccellen. Sorranzo; si passò poi da Lesina di Schiavonia posseduta da Sig. Venetiani bellissima Città con un Castello eminente, & forte che soprastà alla Città, nella quale vi è una minera d’oglio di sasso, lassando Corsola da man destra Città pur di Schiavonia; & seguendo il viaggio si gionse a Treù Città con suo Castello; poi seguendo il camino gionsimo a Sebinico luogo fortissimo, con doi forti in mare serati con due Catene, & ben presidiato; poi si dismontò a Spalatro Città famosa Archiepiscopale con un Castello forte, & eminente seguendo poi il viaggio si gionse a Ragosa Città non men bella, che riccha per le gran mercantie che in essa si fanno, & perche i Cittadini istessi hanno loro il dominio, & si governano a lor modo, & ha nome di ben retta, & ordinata Republica, & ha ancora un bellissimo porto. Questi Ragusei si come son tenuti di presentare alle Galere Venetiane, che alla giornata passano da quella Città o alla principal di esse alcun presente cossi donorono all’Eccellen. Sorranzo alcuni vasi di confettioni, & alquante cere bianche. Lasciata quella Città si passò da Castel novo loco che era de’ Signori Venetiani, & che ultimamente statto preso da Turchi, & entrando per un gran Canale di 18 miglia andò a veder Cattaro Città di detti Signori, diffesa da un Castello molto alto bellissimo, & benissimo situata. & presidiata: ma habitata da pochi Cittadini per caggione della peste grande, che ultimamente vi è statta, & di detta Città si levò cento milla Zechini. Ritornati in dietro per il detto Canale si prese il camino verso Alessio Città de Turchi, lasciando a mano sinistra Dulcigno, & Antivari Città che poco tempo fa erano di detti Signori, & hora sono possedute da Turchi. Gionti che fussimo a tre miglia vicini alla detta Città di Alessio, che con le Galere non si poteva andar più avan¬ti si fermassimo per dismontare, & quivi venne un Chiausso, che appresso di noi vol dire Ambasciatore accompagnato da doi Vaivoda gentilhuomini Turcheschi, è da quatro Gianiceri, & da alquanti servitori, il quale basso la mano all’Eccellen. Sorranzo in la Galera, & li disse, che di ordine dil suo Signore era venuto ad incontrarlo, & riceverlo, & per accompagnarlo fino a Constantinopoli asicurandolo dalle strade malsicure, & facendole anco haver commodità dei Cavalli, & d’ogni altra cosa, che per il viaggio havesse bisognato […]” (Relationi di Carlo Ranzo gentil’huomo di Vercelli d’un viaggio fatto da Venetia in Constantinopoli, Torino, fratelli Cavalieri, 1616, pubblicato in AA. VV. Signorie e Principati. Repubblica di Venezia, Tomo VI, Stato da Mar 1530-1600, Milano, Franco Maria Ricci, 2003, pp. 211-214).

[10] Ossero, in Dalmazia.

[11] I termini “corsaro” e “pirata” sono di solito considerati sinonimi; tuttavia storicamente hanno sempre indicato due personaggi diversi: il pirata agiva per iniziativa propria al solo scopo di fare bottino per il proprio arricchimento personale; era di fatto un brigante di mare pronto ad impadronirsi di ogni nave o a saccheggiare ogni insediamento costiero; egli non conosceva leggi e non si sottometteva a nessuna bandiera. Il corsaro si dedicava alle stesse imprese del pirata (assaltare le navi, catturare uomini e merci), ma la sua attività rientrava nella legalità bellica: si trattava, insomma, di una sorta di guerra lecita per esercitare la quale il corsaro doveva ottenere un’autorizzazione formale da parte di uno Stato. Gli attacchi corsari non potevano essere condotti indiscriminatamente, ma dovevano essere scelti in base alle esigenze belliche e politiche dello Stato committente. Il corsaro è dunque paragonabile al soldato di ventura; egli, grazie ad una speciale patente, o lettera di corsa, era autorizzato ad attaccare le navi dei paesi nemici. La differenza fra pirati e corsari fu quindi sempre netta sul piano etico e giuridico, ma non nei fatti: in certe circostanze i pirati si trasformavano infatti in corsari al servizio di qualche potenza che li utilizzava per i propri fini politici; così come poteva accadere che un corsaro attaccasse navi amiche o neutrali per desiderio di bottino, violando così le consegne ricevute.

A partire dal ‘500 nel Mediterraneo il fenomeno della corsa marittima assunse dimensioni e caratteristiche particolari: in questo periodo, infatti, lungo le coste dell’Africa settentrionale iniziò a costituirsi un insieme di entità statuali, denominate “reggenze barbaresche”, che per quasi tre secoli modellarono proprio attorno alla corsa la loro struttura politica, sociale ed economica (cfr.. M. LENCI, op. cit.).

L’Isola di Santa Maura costituiva da molto tempo un pericoloso scoglio per i navigatori veneziani. Sottomessa alla potente dinastia dei Tocco, signori di Cefalonia e di Zante, Santa Maura fu un’isola contesa tra Venezia e lo spregiudicato Alfonso d’Aragona. Esteso nel 1442 il suo dominio a tutta l’Italia Meridionale, quest’ultimo aveva subito manifestato l’intenzione di installarsi nell’Epiro, secondo la direttrice ch’era stata dei sovrani normanni tre secoli prima, ed aveva appoggiato Scanderbeg nei suoi interessi sia contro i Turchi che contro la veneziana Scutari. Tali motivi di contrasto avevano portato dapprima a una serie di reciproci attacchi navali nel tratto di mare compreso tra Corfù e la Puglia, poi nel 1449 a una vera e propria dichiarazione di guerra tra Napoli e Venezia, accusata appunto di volersi impadronire delle isole Ionie (Santa Maura, Cefalonia e Zante). Venezia non era riuscita nell’intento, e Santa Maura era rimasta indipendente (ma tributaria del sultano) fino al 1479, quando Leonardo Tocco la abbandonò senza opporre resistenza agli attacchi di Mesih Pascià. Nel corso delle guerre contro i Turchi, Venezia era riuscita a conquistarla nel 1501, ma l’aveva nuovamente persa con le trattative di una pace ingloriosa siglata il 20 maggio 1503. (Cfr. GIUSEPPE GULLINO, Le frontiere navali, in Storia di Venezia dalle Origini alla caduta della Serenissima, vol. IV, Roma, Treccani, 1996, pp. 47 e 95).

[12] Battaglia di Lepanto (7 ottobre 1571).

[13] L’isola di Zante, come quella di Cefalonia, con la citata pace del 1503 era rimasta sotto il dominio veneziano e aveva conservato libertà di commercio, ma solo dietro versamento di un tributo annuo di 500 ducati. Si notino i tempi di navigazione: per raggiungere Zante da Venezia, nel 1612 Pesenti impiegò 12 giorni; nel 1384 Leonardo Frescobaldi raggiunse la stessa meta in otto giorni.

[14] Il Peloponneso.