Gian Gerolamo Albani
(n. Bergamo, 3 gennaio 1509 † Roma, 1591)
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Figlio di Francesco e di Caterina de Pecchis (Pecci)
Sp. Venezia, Casa di Luigi Gradenigo, 1529, Laura Longhi († 1540)
Figli:
GIANFRANCESCO (1530-1557/
GIAMBATTISTA 1531/1532-1580/
GIANDOMENICO ca 1533-1611
Lucia (ca. 1534 † ca.1568) Poetessa
GIULIA /1540-1576/
CORNELIA /1540-1563/
Letterato, politico, diplomatico, condottiero. Dottore in ambo le leggi. Collateral Generale della Serenissima, esule e infine Cardinale di S. Romana Chiesa Sepolto a Roma nella Chiesa di S. Maria del Popolo
Confermato Conte dall’Imperatore Carlo V il 26 giugno 1543, lui e tutti i suoi discendenti maschi (in precedenza gli Albani erano Conti solo nei discendenti primogeniti). Nominato Collateral Generale, ossia vice comandante generale delle truppe di terra della Serenissima l’11 febbraio [giugno] 1555.
Nella Enciclopedia storico-nobiliare italiana di Vittorio Spreti - in verità poco attendibile - viene definito anche Podestà di Bergamo.
Comprò dal cognato Francesco Visconti la rocca di Urgnano, dove nel 1545 ospitò il padre Michele Ghislieri quando questi era minacciato di morte per l’opera sua intesa a purgare Bergamo dall’eresia. Divenuto il Ghislieri papa col nome di Pio V, nel 1770 conferì all’Albani, rimasto vedovo, la porpora cardinalizia. Nel 1571 fu ascritto alla nobiltà romana.
Sulla vicenda relativa al delitto di Achille Brembati, vedi I due figli del cavalier Giacomo Albani (Segreti e intrighi a Bergamo tra XV e XVI secolo) da “La Rivista di Bergamo”, XLII; n. 4, Aprile 1991, pp. 5-24; n. 5-6, Maggio-Giugno 1991, pp. 16-22; n. 7, Luglio 1991, pp. 20-27
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Giurista e cardinale italiano (Bergamo 1509 - Roma 1591). Di nobile famiglia bergamasca, scrisse un trattato in difesa dell’autenticità della donazione di Costantino, un’opera sul cardinalato, uno scritto sulla supremazia del pontefice sul concilio (De potestate Papae et Concilii, 1544). Assurto nella sua città a importanti cariche pubbliche, fu implicato nell’uccisione di un membro della famiglia nemica dei Brembati, arrestato e condannato all’esilio. Chiamato a Roma da Pio V, ch’egli aveva aiutato da cardinale, ricevette gli ordini sacri e nel 1570 fu innalzato al cardinalato, diventando un membro autorevole del Sacro Collegio.
Alberto Castoldi, ‘‘Bergamo e il suo territorio, Dizionario Enciclopedico’’ Bergamo, Bolis Editore, 2004, p. 161: Giurista e cardinale (Bergamo 1509 - Roma 1591). Figlio del “pater patriae” Francesco, fu educato a Bergamo da Giovita Rapicio e si dedicò poi allo studio del diritto, civile e canonico, laureandosi a Padova. Sposò Laura Longhi, figlia del segretario di Bartolomeo Colleoni, Abondio, che morì giovane nel 1539; ne ebbe figli, oltre alla poetessa Lucia, tre maschi, G. Battista, G. Francesco e G. Domenico, che lo coinvolsero nella faida con i Brembati e nell’assassinio di Achille Brembati (1563), per cui tutti subirono l’esilio. G. Gerolamo fu avvocato dell’Inquisizione nei processi per eresia a Giorgio Medolago e Vittore Soranzo, intentati dall’Inquisitore Michele Ghislieri, il futuro papa Pio V, che, cacciato da Bergamo, egli ospitò nel castello di Urgnano. Fu, ultimo dei patrizi sudditi veneti, “Collaterale generale” delle truppe di Terra Ferma. Durante l’esilio, fu chiamato a Roma da papa Pio V, fatto cardinale e chiamato a sovrintendere ai censi per le guerre turche, ai ponti e strade; fu inoltre “Protettore degli affari” della corte di Spagna. Fu sepolto in Santa Maria del Popolo. Scrisse De donatione Constantini Magni... adversiis detractores (Colonia 1535, Venezia 1584), De potestate Papae et Concílii (Venezia 1584), De immunitate ecclesiarum (Roma 1553, Venezia 1584).
“Bergomum”, 1961, n. 3, p. 30: Gio. Gerolamo Albani nacque dal conte Francesco e dalla nobile milanese Caterina Pecchio nel 1509. Studiò a Padova, dove si laureò in utroque (perg. 5489): il titolo gli fu conferito nella propria casa situata nella contrada di S. Matteo il mercoledì 2 giugno 1529 dal conte Federico de Capitibus Listae, per privilegio concesso alla sua famiglia da Sigismondo imperatore nel 1434, dopo la presentazione del candidato fatta «per famosissumum utriusque juris doctorem d.num Petrum Paulum Parisium de Cossentia, ordinarium juris civilis in sero in... patavino gymnasio publice legentem et praeclarissimum doctorem Ludovicum Marzolum patavinum, ad lecturam Sexti deputatum».
Il 21 giugno 1529 ottenne dal Doge Andrea Gritti titolo di cavaliere aurato. Nel 1543 ebbe per sé e per tutti i discendenti maschi amplissimi privilegi dall’imperatore Carlo V (il diploma è noto al Belotti solo per posteriori richiami, mentre si trova alla Civica, perg. 5633, ottimamente conservato, con splendido sigillo pendente (v. riproduzione testo in appendice). Il massimo della carriera civile raggiunse nel 1555 quando fu nominato generale collaterale, cioè vicecomandante in capo di tutte le milizie venete.
Aveva sposato nel 1531 Laura Longhi, figlia di Marcantonio, figlio di Abbondio, il noto segretario del Colleoni: Laura morì di 28 anni il 23 marzo 1540 e fu sepolta nella chiesa del Carmine di Bergamo.
Ranieri Medolago Albani, ‘‘I due figli del Cavalier Giacomo Albani (Segreti e intrighi a Bergamo tra XV e XVI secolo) da “La Rivista di Bergamo”, XLII, n. 4, Aprile 1991, pp. 5-24; n. 5-6, Maggio-Giugno 1991, pp. 16-22; n. 7, Luglio 1991, pp. 20-27: “…personaggio che giganteggia non solo nella storia e nelle cronache bergamasche del cinquecento. Il 5 aprile 1563, a seguito dell’omicidio di Achille Brembati, fu arrestato a Venezia, per decisione deliberata la mattina stessa dal Consiglio dei Dieci d’accordo con il Doge, affinché fosse immediatamente sentito dal Collegio ordinario “etiam con tortura, se cossi fosse al detto Collegio parerà” e perché fosse fatta un’accurata perquisizione della sua casa. Dopo il processo agli accusati, svoltosi nell’agosto 1563, il 2 settembre in seduta speciale si decise la sorte di Giangirolamo Albani Collateral Generale, il quale si era sempre protestato innocente ed estraneo al fatto. Al quesito se egli fosse perseguibile, la risposta fu affermativa con 27 voti su 30. Egli era infatti ritenuto colpevole, quanto meno, di negligenza “in vigilando” nei confronti dei figli, Giandomenico specialmente, del quale non poteva essergli ignota l’indole scapestrata e feroce. In conseguenza, non senza contrasti ed a maggioranza semplice, venne destituito dalla carica di Collateral Generale, confinato per cinque anni nell’isola di Lesina in Dalmazia e, scontato il confino, al bando perpetuo da Venezia e suo distretto, con taglia di mille ducati vivo o morto ed a “morir nella prison forte” se ricaduto in mano alla giustizia veneta. Giangirolamo giunse al confino di Lesina il 13 novembre 1563, e vi rimase fino al settembre 1568 quando, via Urbino, si trasferì a Roma; qui, con il figlio Gianbattista anch’egli reduce dal confino, si presentò all’”oratore” veneto a Roma offrendo i suoi servigi a Venezia, e dichiarandosi inoltre fiducioso nella benevolenza del Pontefice, al quale aveva fatto dono dei suoi lavori letterari durante il confino. Il 1° febbraio 1569 fu nominato protonotario apostolico e nella primavera-estate 1569 Pio V lo nominò Governatore delle Marche; il 17 maggio 1570 Pio V lo elevò alla porpora col titolo di Cardinale di S. Giovanni ante portam latinam. Il 7 giugno 1570 il Consiglio dei Dieci, ossia “li ristretti di Stato importantissimi, che dalla prudentia di cadauno di questo Consiglio possono essere considerati”, tolse il bando “al presente Rev. Cardinale”, che ringraziò con nobilissime parole, parlando non solo di “clementia”, ma anche di “giustitia”. A Bergamo vennero organizzate grandi feste, durate quindici giorni, per festeggiare la porpora dell’Albani. I Brembati ovviamente accusarono il colpo e sottolinearono che comunque il debito di sangue non era stato pagato. Il Card. Albani si premurò subito di dichiararsi sempre a disposizione del bene della Repubblica Veneta. E nel frattempo venne accolto nella nobiltà romana e ascritto all’ordine senatorio. Dopo la pace fatta nel 1580, le due famiglie protagoniste continuarono ad essere presenti sulla scena bergamasca e milanese con alterne vicende e tuttora lo sono. Se per i Brembati più difficile è stato risorgere dalle ceneri che hanno annientato un ramo della famiglia, gli Albani devono il loro ricupero alla fortuna della presenza, quando più forte infuriava la bufera, di Giangirolamo. Se mai uomo ha superato, con intelligenza, capacità di ogni genere ed una tenacia che ha dell’incredibile, avversità e difficoltà insuperabili anche per i più forti, questi è certamente il dottore in ambe le leggi, cavaliere, conte, Collateral generale della Serenissima, giurista, scrittore, poeta, “prison”, deportato, governatore, diplomatico e, infine cardinale, col rischio in due conclavi di diventare papa. Certo moltissimo è dovuto a San Pio V Papa. Quando però il fraticello Ghisleri rischiava il linciaggio, chi si espose in prima persona per salvarlo senza preoccuparsi della scarsa popolarità che gliene sarebbe derivata, od anche peggio? Due interrogativi si affacciano però: innanzi tutto l’allora Collateral fu veramente colpevole di “consejo y favor” al piano criminoso del figlio Giandomenico? In secondo luogo, quale fu la causa di tanto odio e tante tragedie? Al primo interrogativo il Belotti stesso risponde in modo dubitativo. Al secondo adducendo la mentalità del tempo, l’alterigia e la tracotanza dei nobili, i costumi “spagnoleschi” illustrati dal Manzoni per il secolo successivo, ammettendo insomma di non conoscere la risposta. Non si tratta qui certo di riaprire un’inchiesta, o di preparare un’arringa, ma solo di esprimere un convincimento soggettivo, basato però su elementi di fatto già accertati e, in parte, non accertabili al momento del delitto in Santa Maria Maggiore. Abbiamo dunque in Bergamo attorno agli anni 1550 un padre già potente, stimato, ricco e politicamente in ascesa, occupatissimo con i suoi studi e le sue varie attività. Tre figli maschi, cresciuti in ambiente facoltoso, ben presto orfani di madre (Laura Longhi era morta attorno al 1540), trattati con indulgenza e interessato servilismo dai vari precettori prezzolati; senza nessuno che li segua costantemente, mettendo freno alla loro libertà, al loro egoismo, nel loro amor proprio. In questa situazione non possono non emergere le varie indole, particolarmente quella impulsiva, scapestrata e “feroce” del più giovane. L’ambiente delle città cinquecentesche italiane, influenzato da lotte interne e dalle guerre praticamente senza soluzione di continuità, metteva in primo piano la potenza, la ricchezza e la forza individuale e familiare. Quando poi tali doti erano compendiate in un nome famoso per antica nobiltà familiare, l’orgogliosa alterigia ne diventava la manifestazione esterna anche verso “li pari sui”. Inevitabili allora le invidie, le contrapposizioni, le gelosie, le diatribe e le inimicizie, con relativi duelli, bastonature, imboscate e vendette. I governi del resto erano impotenti a contrastare validamente la “giustizia” privata. La delinquenza comune poteva essere tenuta a freno per i delitti isolati e le associazioni a delinquere di modesto livello, ma quando i professionisti della spada, del pugnale, del veleno e dell’archibugio entravano al servizio di qualche potente e ne portavano la livrea, ben difficilmente potevano essere raggiunti dagli apparati statali della giustizia. Il loro signore si serviva di loro, ma anch’essi si servivano del suo prestigio e delle sue risorse, per la garanzia d’impunità, almeno sperata, che offrivano. Non stupisce per nulla allora la facilità di assoldare sicari quasi in ogni luogo. Un’altra circostanza deve essere tenuta presente: in genere i magistrati e gli alti gradi dell’apparato statale e quindi anche poliziesco, appartenevano al ceto nobiliare; erano perciò personalmente sensibili alle “ragioni dell’onore” e portati a sottovalutare od a non considerare delittuose azioni duramente perseguite se non riconducibili a tale motivazione, anche se pretestuosa. Molti motivi delle manifestazioni di violenta volontà di preminenza oggi sembrano futili, ma essi nel cinquecento apparivano tutt’altro che trascurabili se ledevano il senso dell’onore, anche se malinteso, del quale ogni uomo, ogni gentiluomo soprattutto, era gelosissimo e per il quale era estremamente suscettibile di fronte a veri o presunti sgarbi. Non bisogna dimenticare poi che in Bergamo la memoria, il mito, del grande Bartolomeo Colleoni era tutt’altro che sopito, facendone un punto di riferimento, il prototipo di colui che ognuno avrebbe voluto essere; soprattutto per il rispetto ed il timore che aveva saputo incutere a tutti fino al giorno della sua morte (3/11/1475). Per tornare alle responsabilità di Giangerolamo Albani nell’assassinio di Achille Brembati, se è dimostrato che i suoi rapporti erano tutt’altro che amichevoli con il fratello dell’assassinato, Gianbattista, fin da prima degli anni 1550, il suo desiderio di danneggiarlo segue vie molto lontane da azioni delittuose. Sappiamo infatti che egli aveva tolto il saluto ed obbligato i familiari a fare altrettanto. Sappiamo che lo aveva accusato, probabilmente non a torto, d’intelligenza con una potenza straniera confinante e nemica almeno potenziale. Sappiamo dai suoi costanti comportamenti che, giurista di vaglio, letterato apprezzato e cattolico fervente, le armi che preferiva erano quelle incruente “politiche” ed in particolare il discredito, di cui, politico egli stesso, conosceva l’efficacia. Non conosciamo per diretta sua ammissione se l’esilio, al quale era stato condannato il suo avversario, lo avesse soddisfatto, ma tutto lo lascia credere; tantopiù se si tien presente che, fino al giorno maledetto del 1/4/1563, la sua posizione in Bergamo e nella Serenissima era di assoluta preminenza. La famosa frase: “Mi hanno gettato un cadavere fra le gambe” è perfettamente applicabile al suo caso. Del resto la sua prima reazione dopo il delitto non fu certo quella di nascondersi o fuggire, ma mettersi a disposizione della massima autorità dello stato. Egli ben sapeva del resto che, per l’alta posizione occupata, il più vulnerabile al discredito era proprio lui, essendo il fatto gravissimo e in nessun modo tollerabile dalla Serenissima. Come poteva infatti essere accettato dal Consiglio dei Dieci che uno o più figli del Vicecomandante generale dell’esercito in terraferma fosse anche solo sfiorato dal sospetto di un sanguinoso sacrilegio, anche se la vittima non fosse stata un innocente ed ignaro esponente dell’aristocrazia? L’innocenza sempre proclamata, contrariamente alla tracotante esibizione d’impenitenza di Giandomenico, non fu un mero tentativo di alleggerire la sua posizione, anche se rientrava nella logica del suo schema difensivo, ma da accettarsi perché veramente tale. Mai e poi mai una persona mediamente intelligente avrebbe potuto dare la sua approvazione ad un piano tanto feroce ai danni di un innocente, violando non solo la sacralità del luogo prescelto per l’esecuzione dell’omicidio, ma, e ciò era assolutamente intollerabile nella società del cinquecento per un gentiluomo, trasgredendo a tutte le basilari regole dell’onore, che non ammettono deroghe alla parola data, né consentono di colpire con armi subdole da lontano un uomo disarmato ed ignaro. Che poi il piano criminoso fosse di tale trasparente stupidità da essere immediatamente chiaro agli inquirenti lo dimostra la rapidità delle conclusioni dell’inchiesta, l’identificazione del mandante, dei complici, l’arresto e la punizione di molti di essi. Le persone ingaggiate e prezzolate, a partire da Manfredo Landi (el conte piasentin) erano note per la spregiudicata spavalderia nell’uso delle armi o per fedeltà alla famiglia e non sembra pensabile che il suo capo si servisse imprudentemente delle prime o mettesse a repentaglio le seconde. Si può imputare a Giangirolamo Albani la scarsa capacità di educare i figli, la sua negligenza nei loro confronti e un’eccessiva indulgenza, ma non certo di essere un imbecille sanguinario autolesionista.
Mina Gregori, Moroni, Bergamo, Banca Popolare di Bergamo, 1975, p. 299 (scheda 183): Ritratto di Gian Gerolamo Albani olio su tela (cm 107x75) Roma, collezione conte Francesco Roncalli
Il ritratto è stato collegato dal Tassi a quanto aveva scritto il Ridolfi (1648, i, p. 147), ripreso dal Boschini nel Vento quinto (1660, p. 327), circa l’apprezzamento di Tiziano per il Moroni e l’invito rivolto ai Rettori destinati a Bergamo di rivolgersi al pittore bergamasco «che gli faceva naturali». Il Tassi aggiunge un episodio riferendo che, «ritrovandosi in Venezia», un gentiluomo bergamasco della famiglia Albani volendo avere un ritratto del Vecellio ebbe un’analoga risposta. Il biografo fa riferimento al ritratto che a quel tempo si trovava presso Giuseppe Albani «nel quale è colorito un vecchio con una lunga barba vestito con robone negro foderato di bianca pelliccia». La descrizione corrisponde al quadro tuttora presso la famiglia Roncalli. Il vestito con il mantello di lupo cerviero sembra indicare che il personaggio aveva una carica ufficiale, la collana e la croce che era cavaliere. La medaglia con il leone di San Marco si riferisce a un ordine veneziano, forse l’Ordine di S. Marco e attesta i rapporti del personaggio con la Repubblica veneta (un’analoga medaglia porta il conte Bonifacio Agliardi, v. scheda 89). Il vestito ufficiale e le insegne consentono l’identificazione con il dottore, conte e cavaliere, poi cardinale Gian Gerolamo Albani di cui il Tassi menziona, tre pagine dopo, il ritratto presso il conte Teodoro Albani «avanti che fosse fatto Cardinale, in tempo, che era Collateral Generale della Serenissima nostra Repubblica»; la doppia citazione, presso Giuseppe Albani e presso Teodoro Albani di un ritratto di questo importante personaggio potrebbe essere il risultato di una svista del Tassi o di un’interpolazione dell’edizione postuma; o forse si trattava di un secondo ritratto dell’Albani. Il confronto fisionomico con il busto della tomba in S. Maria del Popolo e con il ritratto da cardinale, pur poco caratterizzato, della Biblioteca Civica di Bergamo conferma l’identificazione proposta. L’ipotesi che possa trattarsi del fratello Giovan Battista, giureconsulto, è improponibile. L’importante dignità di Collaterale Generale, la più importante toccata a un bergamasco in quei decenni, fu conferita dalla Repubblica Veneta all’Albani l’11 febbraio 1555, evento che fu festeggiato a Bergamo per tre giorni (D. Calvi 1676-1677, I, p. 217) e celebrato da Bernardo Tasso (cfr. C. Colleoni, Historia Quadripartita di Bergamo, Bergamo 1617-1618, voll. 3, I, p. 458); vi si fa cenno anche nel frontespizio del suo De potestate Papae et Concilio (Venezia, 1561), e nell’iscrizione apposta alla tomba erettagli a Roma in Santa Maria del Popolo. Risulta che dal doge Andrea Gritti era stato fatto cavaliere aurato nel 1529, cfr. B. Belotti 1937, p. 10 (del padre Francesco il Tassi cita presso il conte Albani un ritratto del Lotto «in abito di cavaliere aureato», I, p. 126). Gian Gerolamo Albani era nato il 3 gennaio 1509 (B. Vaerini, «Gli scrittori di Bergamo», Bergamo 1787, p. 54: il Calvi 1676-1677 riporta la data del 1604) e fu perito in diritto civile e canonico. Ebbe quattro figli da Laura Longhi. Rimasto vedovo nel 1540, visse in seguito in celibato. Fu sostenitore e consigliere del domenicano Michele Ghislieri (poi Papa Pio V), quando dal 1550 fu inquisitore di Bergamo nel corso dei processi intentati contro persone sospette di eresia, tra le quali era anche il vescovo Vittore Soranzo. In seguito a una sollevazione l’Albani salvò il Ghislieri dalla morte facendolo riparare nella rocca di Urgnano che gli veniva dalla famiglia della moglie. Nel 1556 ospitò a Bergamo il giovanetto Torquato Tasso, che più tardi accoglierà a Roma. In seguito all’uccisione di Achille Brembati organizzata da uno dei suoi figli e dai loro accoliti, l’Albani accusato, preferì farsi arrestare a Venezia il 5 aprile del 1563. Per l’intiera vicenda, conseguenza di una lunga inimicizia tra Gian Gerolamo Albani e Giovan Battista Brembati, che impegnò le due famiglie, tra le prime della città, cfr. B. Belotti 1937. Nel settembre l’Albani fu privato della carica di Collaterale Generale e condannato dal Consiglio dei Dieci all’esilio per cinque anni nell’isola di Lesina. Qui comporrà poesie latine ispirate dalla cattività. Trascorsi i cinque anni del bando, l’Albani lasciò l’isola nell’autunno del 1568 e sbarcò ad Ancona diretto a Roma, accompagnato da uomini del duca d’Urbino (l’amico cardinale Ghislieri era stato frattanto eletto papa il 7 gennaio 1566). Non appena arrivato nella città papale, il primo gennaio del ‘69 egli visitava l’ambasciatore veneziano Michele Surian per dichiarare che questo era il suo primo viaggio affinché ne riferisse, e offrendosi al servizio del doge, come scriveva lo stesso giorno a Venezia l’ambasciatore, il quale aggiungeva: «Io lo accettai amorevolmente et lo confortai con grate parole, mostrando buon animo verso di lui; perché intendendo che ha finito il tempo del suo confine et ha fatto la sua obedienza, non penso che possa dispiacere alla Ser.à V. che io sia proceduto seco con destro modo...». Nonostante questo incontro il nodo dei suoi rapporti con Venezia non venne sciolto facilmente: solo il 18 maggio 1570, sebbene fosse ancora bandito, il Consiglio dei Dieci deliberava, per una faccenda di grani, di corrispondere con lui. Questi nel frattempo era stato nominato governatore della Marca d’Ancona «senza dimora» (Calvi) e il primo febbraio 1569 protonotario apostolico (Archivio Segreto Vaticano, Segreteria dei Brevi, Pio V, armadio 52, vol. XII, anno 1569, f. 57; ricerche di Filippo Todini), come risulta anche dall’intestazione di una lettera inviatagli nell’agosto 1569 dal cardinale Sforza. Il 17 maggio 1570 l’Albani fu fatto cardinale con titolo presbiteriale e di conseguenza Venezia gli tolse il bando il 7 giugno. Alla luce di questi elementi si può tentare di datare il ritratto. Una collocazione prima del grave fatto di sangue che lo fece esiliare nel 1563 è improbabile per considerazioni stilistiche. Anche l’età matura del ritrattato ne spinge la datazione verso la fine del settimo decennio. Più difficile è ipotizzare dove il ritratto poté essere eseguito e se fu dipinto avendo davanti il modello. In tal caso forse al Moroni fu ingiunto di raggiungere l’Albani nell’isola di Lesina nell’ultimo tempo del suo esilio, o fuori dei confini della Repubblica, dopo che questi ebbe lasciato l’isola e forse prima che arrivasse a Roma dove il 1° febbraio del ‘69 avrà una carica ecclesiastica a cui il vestito non corrisponde. L’anno 1568 sarebbe il più probabile. Il vecchio gentiluomo conservava il titolo di cavaliere conferitogli dal Gritti (per questa e altre notizie cfr. L. Chiodi, Il registro della segreteria del Cardinale Albani, in «Bergomum», 1961, n. 3, luglio settembre, p. 321). È da notare che nel maggio del ‘68 vi era già stata una prima riappacificazione a Venezia tra esponenti delle due fazioni Albani e Brembati (cfr. G. M. Mazzucchelli, Gli scrittori d’Italia, Brescia, 1a p., 1753, pp. 272-273; D. Calvi, Scena letteraria degli Scrittori bergamaschi, Bergamo 1664, 1a parte, pp. 244-248; L. Cardella, Memorie Storiche di Cardinali della Santa Romana Chiesa, Roma 1792-1797, V, 1793, pp. 151-153; B. Belotti 1959, III, pp. 265, 332-334, 435, 478 n. 57; Dizionario Biografico degli italiani, Roma, I, 1960, pp. 606-607, voce di S. Cremaschi, ma specialmente B. Belotti 1937» pp. 92-101). Queste congetture, che pur presentano alternative, sembrano contrastare con l’episodio riferito dal Tassi, secondo il quale la genesi del ritratto sarebbe connessa al soggiorno a Venezia dell’Albani e al suo colloquio con Tiziano. La riserva può essere superata con due argomenti; che nell’aneddoto il Tassi abbia impersonato nell’Albani il personaggio desideroso di avere il ritratto dal Vecellio perché il quadro gli appariva il più veneziano del Moroni (ipotesi affacciata nel catalogo della mostra milanese del 1953, p. 29), e perché l’Albani era notoriamente il bergamasco che aveva avuto i più prolungati e importanti rapporti con Venezia, oppure che l’Albani si fosse fatto fare dal Moroni un altro ritratto prima del bando, come potrebbe inferirsi dalle due citazioni del Tassi già ricordate, anche se il biografo si riferisce proprio a questo esemplare. Quando furono pubblicate le Vite del Tassi, nel 1793, questo e il celebre quadro con Sette ritratti di casa Albani del Cariani a cui si riferiva l’Angelini nel 1722 citandoli presso il dottor Albani, che distingue dai conti Albani di Urgnano, erano già passati, come si precisa in una nota alla Vita del Cariani (I, p. 38, n. 1) per eredità ai conti Roncalli presso i quali li ricordano il Marenzi e il Fachinetti («i ritratti famosi del Moroni e del Cariani»). In seguito A. Locatelli e il Piccinelli citano il ritratto presso il conte, poi senatore Francesco Roncalli, che lo presterà col suo nome all’Esposizione d’Arte Antica del 1875. Charles Eastlake vide il dipinto in casa Roncalli nell’autunno 1855 e di nuovo visitò i Roncalli nel 1857 ammirando il ritratto, ma soltanto per le mani. Risulta che precedentemente, forse in seguito alla prima visita, aveva fatto un’offerta (non specificata) che mantenne anche in quest’occasione. Tra i più importanti ritratti del Moroni ancora conservati presso una famiglia bergamasca, nell’Ottocento fu menzionato tra i maggiori esempi del pittore e ascritto alla maniera grigia. Più recente è l’apprezzamento dell’aspetto realistico del dipinto, non avendo il pittore evitato di rappresentare la bozza sulla fronte del vecchio, come nel cosidetto Ritratto di magistrato di Brescia (v. scheda 68). Il superbo ritratto, nel quale la Lendorff ha notato dei ricordi del Lotto, concilia il fare alla veneziana dell’impianto e l’insolita larghezza pittorica con l’impressionante resa naturalistica. La percezione luministica è così intensa, specie nelle mani che hanno qualche somiglianza con quelle del Sarto (v. scheda 121), da far pensare che il Moroni usasse qualche accorgimento sul tipo della camera ottica. La datazione sicuramente anteriore al 1570 (come era già stato proposto dalla Lendorff), è di grande importanza e conferma la collocazione entro il settimo decennio anche per il Sarto. Il ritratto fu esposto alle mostre bergamasche del 1870 e del 1875; nel 1891 nelle sale allestite in Prefettura per ricevere il re Umberto I; nel 1935 a Parigi e nel 1948 a Zurigo. Fu prestato anche alla mostra «I pittori della realtà in Lombardia» nel 1953 e a quella dei pittori albinesi nel 1968.
Bibl. : G. B. Angelini, ms. 1720, c. 191.; F. M. Tassi 1793, I, pp. 166, 169 (ed. F. Mazzini 1969-1970); R. Gironi 1812-1833, I, n. XXVII.; C. Marenzi, ms. 1824, cc. 12, 13; Ch. L. Eastlake, ms. 1852-1864, 1855, I, c. 10v., 1857, I, c. 9v.; A. Locatelli 1854, p. 129; A. Piccinelli, Postille ms. s. d. (ca. 1863-1865), p. 166 (in R. Bassi Rathgeb 1959, p. 126 e in F. M. Tassi ed. F. Mazzini 1969-1970, II, p. 202); P. Locatelli 1867, n. 369 pp., 388, 390; Esp. provinciale 1870, p. 43; Esp. Arte Antica 1875, p. 5 (n. 19); Ch. Blanc 1884, pp. 2, 3; I. Lermolieff [G. Morelli] 1890-1893, r, p. 402; Almanacco 1891, p. 5 ; G. Frizzoni 1897, p. 31 ; G. Moratti, ms. 1900, c. 153 ; E. Fornoni 1902, pp. 13, 14; S. Lederer 1906, p. 86; B. Berenson 1907, p. 270; E. Fornoni, ms. s. d. (ca. 1915-1922), cc. 38, 63; A. Locatelli Milesi 1916; p. 387; A. Pinetti 1921, p. 59; A. Locatelli Milesi 1928,pp. 22, 25 ; H. Merten 1928, pp. 67, 68; B. Berenson 1932, p. 380; Exposition de l’art italien 1935, p. 145 (n. 324) ; L. Serra 1935, p. 43; B. Berenson 1936, p. 326; D. Cugini 19391, pp. 49, 50 (rist. anast. 1978); id. 193925, p. 3 ; G. Lendorff 1939, pp. 92, 141, 162, t. 13 (rist. anast. 1978); Un Monum. 1939, p. 119; P. Pesenti 1939, pp. 21, ill., 44; E. Torricella 1942, pp. 76, 77; Kunstschätze der Lombardei 1948, p. 278 (n. 750); A. Locatelli Milesi 1953, pp. 6, ill., 9; R. Longhi-R. Cipriani-G. Testori 1953, p. 29 (n. 20); R. Bassi Rathgeb 1959, p. 126; B. Belotti 1959, III, p. 333, ill.; A. Cruciani 1962, sch. II; E. Spina 1966, s.n.p. (p. 11); B. Berenson 1968, I, p. 284; Mostra pittori albinesi 1968, t. 1 ; F. M. Tassi ed. F. Mazzini 1969-1970, I, p. 166, II, pp. 202, 235, 340, 341.
Ranieri Medolago Albani, I due figli del Cavalier Giacomo Albani (Segreti e intrighi a Bergamo tra XV e XVI secolo) da “La Rivista di Bergamo”, XLII, n. 7, Luglio 1991, p. 27:
In merito alle sembianze di Francesco e Giangirolamo Albani può forse interessare l’opinione espressa nella seguente lettera, rimasta senza riscontro probabilmente perché non pervenuta all’illustre destinataria:
Ranieri Medolago Albani
Via Montebello, 60
00185 – Roma
Napoli, 28 febb. 1980 Ch.ma Professoressa Mina Gregori c/o Poligrafiche Bolis SpA via Pinamonte da Brembate, 4 24100 - Bergamo Mi rivolgo a Lei, tramite l’editore del bellissimo volume Giovanbattista Moroni tutte le opere nella doppia speranza che questa nota possa esserLe inoltrata e che Le siano gradite espressioni di vivo apprezzamento e di ammirazione per il lavoro che tanto contribuisce a far conoscere un grande bergamasco. Desidero poi, se me lo consente, attirare la Sua cortese attenzione su quanto nel citato lavoro è poi riportato circa il magnifico ritratto, di proprietà Roncalli, il cui soggetto sarebbe stato Giangerolamo Albani, prima dell’imposizione della berretta cardinalizia da Pio V, Papa Ghisleri, già debitore della vita al futuro prelato. Se il dipinto è databile 1568, l’età del soggetto sarebbe stata, essendo nato nel 1509, di 58 anni; il dipinto invece rappresenta un personaggio di età notevolmente superiore. Anche ammettendo che le privazioni per la prigionia, le fatiche e le disavventure, avessero segnato molto profondamente le fattezze dell’Albani, ciò contrasterebbe con la durata ulteriore della sua vita, conclusa dopo altri venticinque anni operosissimi. Ancora, se si confrontano il dipinto in questione con il pregevole monumento funerario di S. Maria del popolo in Roma e con il dipinto di proprietà della “Venerabile Arciconfraternita della Nazione Bergamasca in Roma” - Via di Pietra, 70 - che certamente rappresentano il Cardinale Albani verso la fine della sua vita, quindi certamente postumi di vari anni anche del dipinto del Moroni, si notano differenze inconciliabili. Sia il monumento funerario che il quadro della V.A.B. rappresentano un individuo di età avanzata, ma ancora in forze, privo del caratteristico “bozzo frontale” del soggetto Moroni, con barba e baffi radi ed un viso florido e paffuto, di corporatura robusta e non longilinea, con un’espressione serena anche se tendenzialmente solenne. Il naso in particolare, le orecchie, il taglio delle labbra, l’arco sopraccigliare e le mani, in primo piano in tutte e tre le raffigurazioni, differiscono talmente da non lasciare dubbi in merito: il personaggio raffigurato dal Moroni non è il Conte Cavalier Giangerolamo Albani. Chi può essere il soggetto Moroni? Inanzi tutto mi permetto di dubitare della datazione 1568 del dipinto. Naturalmente è solo un’opinione personale, ma lo collocherei piuttosto tra il ‘57 e il ‘61 coevo di altri importanti ritratti della nobiltà bergamasca. Del resto il Moroni artista, proprio come tale, non poteva non astenersi dal prediligere una sola tendenza politica dei committenti, alienandosi nel caso contrario simpatie ed eventuali altre possibilità di lavoro. La faida Brembati-Albani, iniziata dopo il 1498, non arriverà al suo culmine che con l’assassinio di Achille Brembati in S. Maria Maggiore l’1 aprile 1563. In secondo luogo, anche volendo tener ferma la datazione al 1568, dobbiamo ricercare un personaggio della famiglia Albani di almeno una settantina d’anni, noto non solo per l’appartenenza alla nobile casata, ma per avvenimenti che l’avevano positivamente coinvolto nella vita pubblica. Il Conte cavalier Francesco Albani detto “Pater Patriae” e padre del Cardinale Giangerolamo, mi pare meglio risponda al caso, essendo nato attorno al 1480 ed avendo ricoperto importanti incarichi pubblici in momenti difficili per la città di Bergamo. Importanti in proposito oltre alle testimonianze del Ronchetti e del Belotti, quelle dell’Abate Elia Tiraboschi in un lavoro pubblicato nel 1843 a Lodi col titolo: Notizie genealogiche-storiche dell’antica e illustre famiglia Albani di Bergamo estratte dal teatro araldico e pubblicate da Leone Tettoni. La vorrei pregare, Ch.ma Professoressa, di voler controllare quanto indicatoLe - Allo scopo Le allego due modeste riproduzioni delle opere citate e fotocopia di uno stralcio riguardante Francesco Albani - e se lo riterrà, rettificare quanto già da Lei pubblicato. A Sua completa disposizione, mi permetta di esprimerLe ancora il mio plauso, condiviso spero da tutti coloro che amano Bergamo e tutto ciò che alla cara città può dal lustro e benemerenza. Con viva cordialità”. Sempre sullo stesso argomento, molto utile può essere il confronto con la riproduzione del dipinto della Biblioteca Civica e raffigurante il Card. Giangerolamo, d’età superiore a sessantun anno, pubblicata dal Belotti a pag. 265 del III vol. di “Bergamo e i bergamaschi” Ed. 1959.
FONTI
La Biblioteca Civica ‘A. Mai’ di Bergamo conserva l’epistolario di Giovanni Gerolamo Albani, cardinale (sec. XVI). Il carteggio del cardinale Albani risulta disperso in vari fondi e biblioteche. Il materiale epistolare conservato alla Biblioteca civica “Mai” è collocato sotto le seguenti segnature. MAB 34 “Registro della Segreteria del già sig. card. Albani. Nel quale si contengono molte delle lettere da lui scritte e ricevute, essendo suo segretario Maurizio Cattaneo”: 1.675 lettere, 1533-1585 (si veda L. Chiodi, Il registro della segreteria del card. Albani, in “Bergomum”, 55 (1961), 3, p. 29-99 (consultabile in Salone Furietti, segnatura: Ar 47/2, cc. 31-68). MMB 930 “Copie fotostatiche delle sue lettere a diversi trascritte dal suo segretario Maurizio Cattaneo”: sono 380 carte, rilegate in volume, corrispondenti alle due cartelle con 213 lettere (1573-1589) conservate presso l’Accademia Carrara di Bergamo (si veda L. Chiodi, L’epistolario Albani dell’Accademia Carrara di Bergamo, in “Bergomum”, 23(1969), 2-4, p. 81-137 (consultabile in Salone Furietti, segnatura: Ar 47/1, cc. 1-30). Specola Documenti 1253/1 “Epistolario, anni 1573-1591” :113 d’epoca recente, in copia dattiloscritta, relative alla segnatura MMB 930 (68 cartelle). Specola Epistolari 563 “29 lettere 1500 e 1600 relative a famiglia e parentela del card. Girolamo Albani”. Si veda anche L. Chiodi, La spiritualità del card. Gio. Girolamo Albani, in “Bergomum”, 63(1969), 2-4, p. 144-148.