La badessa Lucrezia Vertova
[da Mina Gregori, Moroni, Bergamo, Banca Popolare di Bergamo, 1975, pp. 289-290 (scheda 162):
La badessa Lucrezia Vertova.
olio su tela (cm 90,1 X 67) New York, Metropolitan Museum of Art, The Theodore M. Davis Collection (30.95.255) Nella parte inferiore del ritratto, sotto il parapetto su cui la Badessa appoggia il libro, si legge: «LUCRETIA NOBILISS. ALEXIS AIARDI / BERGOMENSIS FILIA HONORATISS. / FRANCISCI CATANEI VERTUATIS / UXOR, DIVAE ANNAE ALBINENSE / TEMPLUM IPSA STATUENDU CURAVIT / M.D. LVII.». Dopo il Calvi, il Tassi ricorda nel convento delle monache Carmelitane di S. Anna in Albino il «meraviglioso ritratto della loro fondatrice», riportandone l’iscrizione con un testo notevolmente variato. Tale discrepanza, che al Caversazzi non parve un argomento per potere mettere in dubbio l’autografia del ritratto del museo americano, viene chiarita da una annotazione del Piccinelli, che afferma, sull’autorità delle note del Marenzi, a lui note, che l’iscrizione riportata dal biografo non era l’autentica, che invece traspariva al di sotto della superficie. .La foderatura e la pulitura furono eseguite dal restauratore Fumagalli nel 1854 e riapparve la scritta originale, che il Piccinelli riporta e che corrisponde esattamente a quella leggibile sulla tela di New York. In seguito alla soppressione, mentre il convento fu acquistato dalla famiglia Piccinini, il ritratto fu venduto dalle monache al prete Giovanni Battista Noli nel 1799 per 300 lire (notizia del Marenzi riportata dal Piccinelli); più tardi pervenne per eredità a Elena Noli Baglioni presso la quale lo ricorda il Piccinelli. Anche il Locatelli lo menziona in casa Noli. In seguito appartenne a Ercole Baglioni. Alla fine dell’Ottocento — come riferisce il Moratti — fu acquistato da Dionigi Zanchi dì Borgo S. Tommaso, che lo rivendette per mezzo del segretario dell’Accademia Carrara Francesco Monetti. Se¬condo il Fornoni sarebbe passato al Berenson che lo avrebbe portato in Inghilterra, secondo L. Venturi (1931) sarebbe appartenuto a una collezione milanese. Nel 1896 il critico americano lo pubblicava come appartenente alla collezione Davis a Newport, dopo averlo visto esposto al Metropolitan Museum nell’autunno del 1894, lodando «la superbe laideur» della monaca e definendo il ritratto degno di essere visto accanto all’O/ivarez del Velàzquez. Esposto nell’inverno 1898-’99 a Worcester e nel 1903 al Museum of Fine Arts dì Boston, fu destinato nel 1915 al Metropolitan Museum per lascito, contestato, di Theodore M. Davis. Il Caversazzi ha fornito notizie, attinte a documenti dell’archivio privato Camozzi-Vertova, sul dipinto e sulla Badessa Lucrezia, nata Agliardi e vedova di Francesco Vertova, che nel testamento del 1516 la lasciò usufruttuaria dei suoi beni. (Per precisazione e rettifiche sull’interpretazione del nome cfr. L. Vertova, 1976’). Rimasta vedova, certamente ancora giovane, Lucrezia fondò il convento di S. Anna, dove le monache cominciarono ad abitare nel dicembre 1525. Nel 1556 la Badessa faceva testamento e il Caversazzi ne induce che il ritratto fu eseguito in quell’occasione e non nel 1557 com’è indicato dall’iscrizione del quadro; riferendosi questa data piuttosto, come usava, alla morte della ritrattata. Ma poiché l’iscrizione è strettamente connessa alla concezione del ritratto (si veda anche la scritta del Ritratto di prelato datato nello stesso anno e ritrovato recentemente, Bergamo, coll. priv.) e ha caratteri unitari e una notevole qualità dì scrittura, si deve credere che l’iscrizione e la data furono apposte quando fu eseguito il ritratto, che pertanto deve datarsi al 1555-57. Importante punto di riferimento per la cronologia dei ritratti moroniani, la Badessa Lucrezia Vertova rappresenta il superbo approccio a una realtà vista senza reticenze, ma certamente con umana penetrazione, e conclude il percorso giovanile del maestro bergamasco. L’eccezionale maestria pittorica, unita alla semplicità di mezzi nel rappresentate la sagoma unita e coloristicamente sobria del modello contro il grigio luminoso del fondo, la nordica trasparenza del velo e il viso dove i toni gialli si accendono di rosso, hanno fatto citare il Rubens e il van Dyck (a cui possono far pensare le pennellate libere e luminose e la mescolanza dei toni dell’incarnato) e, con molto maggior fondamento, il Velàzquez. Le due copie del ritratto menzionate dal Caversazzi in collezioni bergamasche sono tuttora nei luoghi citati; l’una di proprietà degli eredi del conte G. B. Agliardi (cm 91X74), l’altra (cm 74X58) nel Castello dei conti Camozzi Vertova a Costa di Mezzate. In ambedue l’iscrizione dipende dalla versione originale pur con piccole varianti ed errori. Ciò significa che quando vennero eseguite questa era visibile, diversamente da quanto si arguisce per gli anni in cui scriveva il Tassi. La prima copia sembra del secolo XVII, la seconda, di notevole capacità interpretativa è chiaramente dell’Ottocento, è forse da datarsi dopo la pulitura dell’originale eseguita dal Fumagalli nel 1854, e il Caversazzi ha pensato che sia opera del Trécourt. È stato esposto dall’ultimo dopoguerra in numerosi musei americani, a Dallas (1947, cat.), a Jowa (1948), a Detroit (1951), a Toronto (1951), a Saint Louis (i 95 2), a Seattle (1952), al Vassar College a Poughkeepsie (1964), e in Italia a Milano (1953, cat.).