Note biografiche di Detesalvo Lupi
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da GABRIELE MEDOLAGO, Il castello di Cenate Sotto e la Famiglia Lupi, Amministrazione Comunale di Cenate Sotto, 2003, pp. 201-207
Nacque da Girardo [925], forse alla Costa di Sentino, probabilmente negli ultimi anni del XIV secolo, e fu contemporaneo di Bartolomeo Colleoni (1395-1475), cui fu legato da amicizia e con il quale condivise tante campagne.
Viene anche chiamato Detesalvi, Dietesalve, Diotesalvi, Dio-Tesalve, Detisalvo, Diotisalvi etcetera. Spesso, come molti condottieri, omettendo il cognome gentilizio, si faceva anche chiamare Detesalvo da Bergamo.
Da giovinetto ebbe i primi rudimenti della milizia sotto la disciplina di Facino Cane (1360ca-1412) capitano generale dei Duchi di Milano e pare abbia dato prova di forza e valore in alcuni fatti d’arme. Morto Facino, continuò a militare negli eserciti del Duca Filippo Maria Visconti sotto il comando di Francesco di Bussone Conte di Carmagnola ed ottenne la carica di conestabile dei fanti. Quando nel febbraio 1425 il Carmagnola lasciò il Visconti per passare al servizio di Venezia, Detesalvo lo seguì e fu fra i conestabili della fanteria veneziana. Diede buone prove di sé ed i Veneziani lo elevarono al grado di governatore dei fanti.
Anche dopo che il 5 maggio 1432 il Carmagnola, accusato di tradimento, fu giustiziato, Detesalvo rimase al servizio della Signoria di Venezia, che servì tutta la vita, cosa all’epoca alquanto rara, dato che era frequentissimo che un condottiere passasse da un campo all’altro.
Il comando dell’esercito passò al provveditore Giorgio Cornaro che compì alcune imprese in Gera d’Adda, alle quali Detesalvo cooperò, ma ben presto fu costretto a ritirarsi tra i monti da Nicolò Piccinino, generale del Duca di Milano, che sottomise quasi tutta la pianura bergamasca e decise la conquista delle Valli e dei monti per poter poi snidare i Veneziani dalla Val Tellina verso la quale iniziò a portarsi sul principio del 1433, riuscendo poi a penetrarvi, sconfiggendo le truppe veneziane e facendo prigioniero lo stesso Cornaro. Nel frattempo si trattava la pace fra Venezia e Milano che fu conclusa in quello stesso anno e durò, benché poco rispettata, sino al 1437.
Detesalvo acquistò alcuni beni che erano stati del conte Giovanni da Covo per i quali non voleva pagare i carichi al Comune, ma una Ducale del 29 aprile 1436 stabilì che dovesse esservi soggetto.
Il capitano generale di Venezia Gian Francesco Gonzaga, Marchese di Mantova, nel 1437 ammassò tutto l’esercito nel contado di Bergamo e vi dimorò a lungo ed attaccando il nemico con azioni isolate. Abbiamo notizia di due gruppi di 38 e 24 armati della Val Gandino, coscritti per 14 soldi al giorno ciascuno, assegnati al Lupi l’8 e l’11 novembre. Il Comune di Gandino donò a lui ed a Matteo da Urbino due forme di formaggio maggengo per un totale di 18 libbre e poi gliene vennero offerte altre due per 22 libbre e infine ancora una quarta.
Quando il Piccinino passò in Toscana, il Marchese Gonzaga per prendere la Val San Martino mandò alcune bande di cavalieri e molte centinaia di fanti, guidati a quanto sembra da Detesalvo, pratico dei siti e delle strade, che riconquistarono vari paesi e tutta la Val Trescore e poi, dato che il Piccinino si avvicinava con l’esercito, furono costretti a passare l’Oglio il 10 settembre. Verso la fine dell’anno il Gonzaga all’improvviso lasciò i Veneziani e si portò in Toscana. Il Piccinino, al comando di circa 25˙000 uomini a piedi ed a cavallo oltre alle cernide, conquistò al duca tutte le terre e vallate della Bergamasca, tranne Sorisole, Ponteranica, la Bastia di Scanzo ed Alzano. Nel novembre (Padre Calvi dice il 17), dopo aver inviato invano ambascerie agli uomini di Sorisole e Ponteranica per ottenerne la sottomissione, decise di portare la distruzione ai due paesi ed il giorno seguente entrò con l’esercito nei loro territori, piantò lo stendardo e, combattendo, scacciò gli abitanti saccheggiando e bruciando ed attaccò anche il castello della Moretta, nel territorio di Sorisole. A Ponteranica viene ricordato da una via.
Su quel che successe poi si tramandano due episodi, che però forse si riferiscono allo stesso fatto, come già accennava il Canonico Lupi.
Le popolazioni dapprima si ritirarono sui monti, ma poi, spinte sempre più in alto dagli attaccanti, si videro perdute, dato che in Val Brembana e Val Seriana vi erano vicari del Duca e non potevano avere aiuti dalla città di Bergamo. Decisero quindi di passare al contrattacco ed al grido di “Carne, carne! Amazza, amazza!” non solo con armi, ma anche con sassi e bastoni, non più di 300 persone, fra cui anche donne, misero in fuga l’esercito del Piccinino che si dovette ritirare sul bresciano. Ancora alla metà del XVIII secolo gli abitanti del luogo mostravano un masso, dal quale la tradizione diceva si fosse lanciato il Piccinino dopo la sconfitta per salvarsi. Per la fedeltà a Venezia i due paesi vennero premiati con privilegio del 26 dicembre.
Il conestabile Detesalvo, che era stato lasciato a guardia dei passi e delle fortezze, con le sue 200 paghe e con le paghe della sua squadra e con i partigiani paesani sorprese il Piccinino che andava in Val Brembana, lasciò passare una parte delle sue truppe e poi attaccò quelli che restavano indietro, gridando “carne! carne!” ed i nemici sbaragliati si diedero alla fuga, le truppe di Detesalvo ne uccisero molti, incendiarono gli alloggiamenti, catturarono numerosi prigionieri, fecero molti feriti e presero targoni, panciere, celate e moltissime armi. Il Piccinino stesso fu ferito da una sassata e costretto a fuggire per non rimanere prigioniero. Il luogo della battaglia non è precisabile, ma il Belotti pensa che sia stato nei pressi di Zogno, anche perché i ducheschi erano arrivati sino a Brembilla.
Questo fu comunicato da Bergamo a Venezia il 4 alle ore 23. Il giorno 9 arrivarono lettere da Bergamo e si seppe che la sconfitta del Piccinino era stata grande con 400 fra presi e morti. Il 24 novembre fu comunicato che il Piccinino aveva tolto il Campo ed era andato a Caravaggio.
Nel seguente 1438 le truppe venete ricondussero all’ubbidienza ai Veneziani molti paesi e la Val San Martino. In queste imprese fu importante l’opera di Detesalvo, che comandava un grosso corpo di fanterie. Con Ducale 14 maggio del doge Francesco Foscari, inviata a Cristoforo Donato podestà e Francesco Barbaro Capitano di Brescia, encomiando il valore e lo zelo di Detesalvo, si decise gli fosse accresciuto lo stipendio da 100 a 150 ducati annui dalla Camera di Brescia e che questa concessione si estendesse agli eredi maschi legittimi in perpetuo.
Il Piccinino, ritornato dalla Toscana, andò verso la fine di giugno ad accamparsi sotto Casalmaggiore nel Cremonese ed i Veneziani, troppo inferiori di forze, si ritirarono sul Bresciano, ove in breve il Piccinino si unì con il Marchese di Mantova, ora passato nell’esercito duchesco. L’esercito veneziano guidato da Erasmo da Narni detto il Gattamelata, sentendosi mal sicuro a Brescia, si ritirò nel Veronese. Poiché giustamente si temeva che il Piccinino stesse per assediare Brescia, alla difesa di questa importantissima piazza, unitamente al condottiere Marchese Taddeo d’Este con 600 cavalli, fu scelto Detesalvo, con circa 1˙000 fanti. Questi si fece grandissimo onore e si guadagnò reputazione d’invitto capitano, difendendo con così pochi soldati la città tanto audacemente, che il Piccinino con 20˙000 uomini e più mesi d’assedio, avendo perduto più di 2˙000 soldati in varie coraggiose sortite vittoriose per gli assediati, a fine anno abbandonò l’assedio e tenne solo il blocco.
Lasciata Brescia, all’inizio di gennaio 1439 assediò Lodrone, castello del conte Paris, amico dei Veneziani, che quando Taglian Furlano, famoso condottiere del Duca, si apprestò ad entrare nelle sue terre con circa 3˙000 fanti e 500 cavalieri, chiese soccorso ai Rettori di Brescia, che gli accordarono circa 400 fanti (il Manelmi dice circa 600), il cui comando, con la direzione dell’impresa, fu dato a Detesalvo, cui fu affiancato Gherardo Dandolo come provveditore. La notte stessa Detesalvo condusse le truppe per la Val Sabbia e con l’apporto di valligiani arrivò al numero di 1˙000 uomini con i quali assalì le fortificazioni fatte alla Noza e le mandò in rotta. Per raccogliere i frutti di questa vittoria, Francesco Barbaro, Capitano di Brescia, gli affidò il compito di inviare due condottieri in Val Sabbia per ricondurre in potere dei Veneziani quei castelli ed egli portò a termine l’impresa in breve tempo, nonostante la resistenza dei presidianti le fortezze, che lo costrinse a veri e propri assedi con macchine militari. Unitosi poi con le truppe del conte di Lodrone, appresero che il Furlano, passato il fiume Lorca e presidiatone il ponte, andava a porre il campo a Castel Romano e, calati all’improvviso dai monti, assaltarono il presidio e lo distrussero. Il Furlano tornò per dare soccorso, ma Detesalvo volse prontamente le sue truppe contro di lui e dall’alto dei monti lo assalì e dopo lunga battaglia lo mise in totale rotta. In questa giornata furono prese circa 1˙500 persone da taglia e ben 300 cavalli, gli uccisi furono moltissimi ed il Furlano fu costretto a fuggire. Per questa vittoria avvenuta il 22 gennaio 1439, si fecero in Brescia ed altrove grandi feste, ma il Piccinino ed il Marchese di Mantova, riunito l’esercito, andarono di persona ad assediare Lodrone e lo presero, quindi si volsero verso Castel Romano, che sembra fosse presidiato da Detesalvo, tentarono per più giorni di espugnarlo, ma invano. Avvicinandosi il conte Francesco Sforza, capitano generale della nuova lega che si era nel frattempo formata, il Piccinino ed il Marchese levarono il campo ed andarono con l’esercito nel Veronese, lasciando in quel di Brescia il Furlano con molte fanterie, alle quali furono aggiunti 2˙000 cavalli condotti da Nicolò Guerriero e da Antonio Trivulzio, ed il Furlano si recò ad assediare Maderno sul Garda. Detesalvo, che si trovava in Torboli, d’accordo con Gerardo Dandolo e con Pietro Zeno provveditore dell’armata, affinché con le navi venisse ad assecondare l’impresa, con 300 uomini scelti dei suoi fanti e molti partigiani condotti dal conte Pietro Avogadro, camminando tutta la notte allo spuntar del giorno fu sopra Maderno ed entrati negli alloggiamenti dei nemici prima che si fossero armati, ne uccisero molti, la battaglia durò varie ore ed il Furlano non poté usare la sua cavalleria perché Detesalvo con un’abile manovra l’aveva costretta in una posizione poco favorevole in quei luoghi montuosi, ma agevoli per le fanterie spedite, ed a poco a poco si dovette ritirare, facendo passare le truppe per una via stretta lungo la riva del lago ove fu facilmente bersagliata dall’armata veneta lì schierata su consiglio di Detesalvo, mentre questi premeva sul fronte ed alla fine ebbe in suo potere 400 nemici, tra i quali circa 50 uomini illustri, come i condottieri viscontei Trivulzio, Tarentino ed Ottobono Terzi, Giovan Fratto ed il Guerriero. Sugli ultimi due fu posta una taglia di 10˙000 ducati, poi ridotta ad 8˙000. Il Furlano col favore della notte riuscì appena a mettersi in salvo e si ritirò a Salò; Detesalvo intanto era intento a recuperare le Valli.
I Rettori di Brescia decisero di assediare Salò ed ordinarono al Marchese Taddeo d’Este di unirsi al governatore Detesalvo ed al conte Avogadro per tale impresa. Il Furlano, raccolti 2˙000 fra fanti e cavalli, andò a San Felice per impedire e disturbare l’assedio, i capitani veneziani precipitosamente deliberarono il 7 luglio di assaltarlo, ma furono respinti e cacciati con parecchie perdite e solo a fatica Detesalvo, costringendo i suoi fanti a fronteggiare il nemico, evitò che lo stesso Taddeo cadesse prigioniero. Successivamente, ritenendosi mal sicuro in Maderno ove gli altri capitani veneziani si erano raccolti, contro il suo parere e gli ordini dello Sforza, tornò a Moncastello sui confini della Val Camonica con pochi fanti, non fu coinvolto nella sconfitta che subirono le truppe veneziane e con il suo esercito andò in loro aiuto e preparò un sicuro rifugio alle fanterie superstiti sui monti presso di lui. Quando il Piccinino mandò molte sue squadre nella Valle di Lodrone per impadronirsene contro i figli del defunto conte Paris, Detesalvo, appena avutone l’incarico dai provveditori veneziani che mandarono anche dei rinforzi con ordine di unirsi a lui, entrò con quasi tutta la fanteria nella Vallata dove gli si affiancarono i conti e sconfisse le truppe duchesche, scacciandole dalla Valle, che tornò all’obbedienza dei Veneziani.
Il Piccinino, preparate le sue migliori fanterie e preso con sé Luigi San Severino con 500 cavalli, si portò segretamente nella Val di Lodrone ed il 25 sull’imbrunire diede addosso alle truppe veneziane, che non se l’aspettavano, le mise in grande scompiglio e chi poté si diede alla fuga sui monti, ma Detesalvo, raccolti parte dei suoi fanti e di quelli dei conti, li condusse velocemente ad uno stretto passo e piombando sopra i nemici che si accampavano li sconfisse e per poco non furono presi il Piccinino ed il San Severino stessi, che fuggirono grazie al buio. Vennero però catturati circa 350 cavalli e molti fanti.
Il conte Sforza, generale della lega, ed il Gattamelata, governatore generale dei Veneziani, per soccorrere Brescia mancante di vettovaglie, calarono con l’esercito sino nella Valle d’Arco, il Piccinino col Marchese di Mantova per impedire loro il passo si portò a Riva di Trento al castello di Tey. Qui l’11 novembre arrivò l’esercito veneziano e nacque una sanguinosa zuffa, le truppe guidate da Detesalvo calarono dai vicini monti, assalirono il campo nemico ed ottennero una celebre vittoria. Furono uccisi e fatti prigionieri molti fanti e cernide e furono presi 100 uomini d’armi e 4 condottieri di gran nome, cioè un figlio del Marchese di Mantova, Cesare Martinengo, Donnino da Parma e Gerardino Terzi, che restò prigioniero di Detesalvo. Il Piccinino si salvò a stento portato al sicuro da un saccomanno, raccolse i resti dell’esercito, li unì alle truppe che non avevano partecipato alla battaglia e prese Verona, che presto però fu riconquistata dai condottieri veneziani. Ritornato nel Bresciano, s’accampò a Rodengo e Saiano. Lo Sforza per agevolare la condotta di vettovaglie in Brescia aveva già mandato due condottieri con 1˙000 fanti e forse 200 cavalli, che, passati per le terre dei conti di Lodrone e venuti in Val Sabbia, s’unirono con Detesalvo, che presidiava quei posti. Questi pensò di sorprendere i nemici nei loro alloggiamenti e la notte del 18 dicembre scese dai monti con tutte le milizie, arrivò sopra Saiano e Rodengo ed assalì il campo nemico. Non essendo però stati rispettati gli ordini, la cosa non andò come doveva e non vi fu totale vittoria. Venne però costretto a fuggire il Marchese di Mantova, che perse tutto il bagaglio, furono presi circa 300 cavalli ed il Piccinino si recò a Rovato.
Ai primi del seguente anno 1440 il Colleoni con la sua banda e Detesalvo con molte centinaia di fanti furono spediti nel contado di Bergamo e in poco tempo ricondussero all’ubbidienza dei Veneziani la Val San Martino occupata dal Duca di Milano, promettendo agli abitanti la conferma dei loro privilegi, che la Signoria, approvando quanto avevano operato il 30 gennaio, accordò loro, quindi ritornarono nel Bresciano.
Mentre le truppe erano alle stanze e lo Sforza era andato a consultare il Senato a Venezia, il Duca, rinnovato ed accresciuto il suo esercito, ordinò al Piccinino di riportarlo nel Bresciano. La sorveglianza di Brescia, che si temeva venisse nuovamente assediata, venne affidata ancora una volta a Detesalvo, che con i suoi fanti insieme con il Colleoni ed i suoi uomini d’armi andò subito a presidiarla, così che il Piccinino non ebbe il coraggio d’attaccarla. Frattanto lo Sforza, dopo aver fatto sì che la Signoria al posto del Gattamelata da poco morto creasse governatore generale Michelotto Attendolo, radunate tutte le truppe, passò sul Bresciano, si accampò poco lontano dal nemico e chiamò a sé il Colleoni e Detesalvo. Si venne ad uno scontro aspro e sanguinoso, durato dalla mattina alla sera e la vittoria rimase dubbiosa. Successivamente vi furono molti altri fatti favorevoli per i Veneziani e prese di grosse terre e borghi, nei quali si ritiene che Detesalvo con le sue fanterie avesse gran parte, specialmente all’assedio di Peschiera, ed il seguente anno 1441 all’assedio di Martinengo. Il 28 marzo il Senato promise al Colleoni, in caso di buon servizio, fra l’altro, in feudo nobile e gentile per sé e discendenti maschi legittimi la terra di Romano Lombardo se fosse stata recuperata e tutte le possessioni che erano state del conte Giovanni da Covo nel territorio di Bergamo, tranne quelle assegnate a Detesalvo.
Alla fine nel mese di luglio fu conclusa la pace fra la Signoria ed il Duca.
Detesalvo si interessò della concessione del mercato a San Giovanni Bianco nei giorni di lunedì, mercoledì e venerdì, ottenuta il 4 agosto di quello stesso 1440. Avendo egli nei combattimenti con il Furlano preso prigionieri fra gli altri il Guerriero ed il Fratto, celebri condottieri del Duca di Milano, suoi quali fu posta una taglia di 10˙000 ducati, poi ridotta ad 8˙000, fatta la pace, volendo il Duca riscattarli e nello stesso tempo risparmiare denaro, offrì alla Signoria di restituirle il Cornaro, catturato in Val Tellina, tenuto prigioniero e dato per morto. Venezia accettò e si obbligò a pagare a Detesalvo la taglia di 8˙000 ducati. Fu quindi fatto lo scambio.
Avendo egli comprato per 17˙000 lire imperiali dalla Camera fiscale veneta le possessioni confiscate al conte Giovanni da Covo ed a suo fratello, che erano però state assegnate al Colleoni, in sostituzione di queste il 17 maggio 1442 il doge Foscari, con Ducale indirizzata al podestà Antonio Venier ed al capitano di Bergamo Andrea Giuliano, viste le sue imprese, destinò a lui ed eredi alcune possessioni nel territorio di Bergamo, per il valore di 5˙000 ducati, confiscate al ribelle Guglielmo Suardi nei territori di Cenate, Trescore, Entratico, Calcinate, Zandobbio, Chiuduno, Grumello, Calcinate, Colognola, che gli furono assegnate con lettera 1° giugno i Rettori di Bergamo gli assegnarono i beni in questione.
Il Colleoni, per contese avute col provveditore Dandolo, lasciò il servizio dei Veneziani e con una grossisima condotta passò a quello del Duca di Milano e perciò nell’anno 1443 Detesalvo venne nominato comandante generale delle fanterie venete. Grossomodo in questo periodo ottenne la condotta di 100 cavalli che poi fu accresciuta sino a 400.
Nello stesso anno furono assegnati beni di ribelli a Detesalvo, Guidone Albani e Guidone Carrara. I beni del Colleoni nell’Isola ed a Bergamo, casa esclusa, furono invece assegnati a Benachino Locatelli. La pace tra la Signoria di Venezia ed il Duca di Milano, conclusa a Cremona nel 1441, durò sino al 1446, quando Michelotto Attendolo, governatore generale, per ordine della Signoria, passò con tutto l’esercito nel Cremonese, assaltando e distruggendo il campo duchesco, generale del quale era un figlio del Piccinino da poco morto, e conquistò anche tutta la Gera d’Adda. Le fanterie, guidate da Detesalvo, loro governatore generale, diedero il loro apporto, con prove d’estremo valore nella presa di Cassano. Dopo questa conquista le truppe venete il 16 novembre passarono l’Adda e fecero una grande scorribanda sul Milanese e, ritornate a Cassano, vi lasciarono Gentile della Leonessa per occuparsi della fortificazione ivi esistenti e della costruzione del ponte, Detesalvo portò le fanterie ai quartieri nel territorio di Bergamo, ove restò anche la sua banda di cavalli con poche altre, essendo il rimanente andato a svernare nel Bresciano.
Con Ducale del 15 novembre Detesalvo, eletto dagli uomini della Val Seriana inferiore loro vicario, fu confermato.
Nella primavera del 1447, Detesalvo radunò i suoi fanti vicino all’Oglio, ove l’Attendolo raccoglieva l’esercito, e, preso Soncino, vennero per la Gera d’Adda a Cassano, passarono il fiume sul nuovo ponte e fecero una scorreria, accampandosi poi presso il Lambro. Quindi alcuni dei più celebri condottieri dell’esercito veneziano con le loro bande, fra cui Detesalvo con le sue, e con valorosi fanti avanzarono sino alle porte di Milano, vi piantarono tre stendardi marcheschi e scaricarono sulla città tre colpi d’artiglieria, sperando di suscitare tumulto di popolo. Per quest’impresa Detesalvo, Tiberio Brandolino, Lodovico Malvezzi e Giberto da Correggio l’11 giugno furono creati militi, cioè cavalieri aurati, sulle stesse porte di Milano dal governatore generale, a nome della Signoria. Le truppe giunsero poi sino a Pavia.
Detesalvo tornò con i suoi al campo veneziano e marciando lungo l’Adda pervenne a Brivio, che il 19 giugno fu preso. Qui si decise d’attaccare subito i capitani ducheschi, che si erano fortificati sul monte di Brianza con 8˙000 uomini a piedi ed a cavallo. Poiché la zona era montuosa e poco accessibile ai cavalli, fu data l’incombenza dell’attacco a Detesalvo, il quale condusse le sue fanterie all’assalto e devastò e sbaragliò il campo nemico. Dopo questa battaglia tutto quel monte ed il vicino paese furono saccheggiati e fu fatto immenso bottino. L’esercito veneziano avanzò sin presso Como, prendendo e depredando parecchie terre. Il 24 giugno fu assediata ed espugnata la fortezza del ponte di Lecco e tutte le forze veneziane si volsero contro il vicino borgo di Lecco. Nel frattempo il Duca Filippo Visconti si ammalò ed il 13 agosto morì senza figli maschi. I Milanesi diedero vita alla Repubblica ambrosiana e per continuare la guerra contro la Signoria crearono loro capitano generale il conte Francesco Sforza, genero del Duca. A Lecco le truppe veneziane ebbero molti danni e dovettero lasciare l’assedio ed andare alle stanze.
Detesalvo portò le sue fanterie in Val San Martino ed ivi si acquartierò. Il 29 novembre, in qualità di comandante della fanteria veneta, da Caprino inviò a Taddeo Rota castellano di Lecco ed al conestabile Gottifredo alcuni fanti, accompagnandoli con una lettera.
Ai primi di gennaio del 1448 Detesalvo si trovava in Cassano. Venuta la primavera il conte Sforza condusse in campagna l’esercito milanese ed accampatosi nel Cremonese sbaragliò a Casalmaggiore l’armata che i Veneziani avevano mandato via Po. Si portò poi in Gera d’Adda, quindi l’Attendolo condusse l’esercito della Signoria e per conservare Caravaggio vi inviò nel luglio Detesalvo, benché ammalato, con 800 fanti e con Matteo da Capua e Gaspare Malvezzi con 600 cavalli. Questi giunsero a Caravaggio un giorno prima dello Sforza, che subito con il suo esercito si preparò all’assedio. Detesalvo ed il da Capua, avuto sentore della contrarietà degli abitanti verso Venezia e del fatto che essi vedevano con favore un accordo con lo Sforza, ne informarono segretamente l’Attendolo che aveva voluto che ognuno dei suoi condottieri mandasse il suo parere per iscritto per informare il Senato e lasciargli la decisione. Detesalvo, esperto nel difendere le piazze, benché infermo, sostenne per più giorni gli assalti del nemico, e resistette é, scontratisi i due eserciti il giorno 15 settembre, quello dei Veneziani fu battuto ed egli il giorno seguente, forzato dai lancieri, dovette arrendersi ai nemici e rimase prigioniero con il provveditore Bembo e gli altri condottieri e soldati, perdendo tutto il suo equipaggio. Fu condotto in Milano, ove, guarito, fattasi poco dopo in quello stesso 1448 la pace, si liberò pagando ben 5˙000 ducati di taglia. In compenso di questo gran danno gli fu dalla Signoria accresciuto lo stipendio con Ducale 20 maggio 1449 di Francesco Foscari.
La pace durò appena un anno in quanto i Veneziani, non volendo che lo Sforza divenisse Duca di Milano, fecero lega con i Milanesi e sulla fine del 1449 cominciarono a portare soccorso e mandare vettovaglie a Milano, strettamente assediata dallo Sforza, dopo aver nominato comandante Sigismondo Malatesta, in sostituzione del defunto Attendolo. Detesalvo, che ritornato da Milano se ne stava in Bergamo, non risulta aver partecipato ai fatti d’armi di quell’inverno, forse per aver promesso, come soleva farsi, al momento di riscattarsi, di non militare per un anno contro chi lo rilasciava.
Nel dicembre furono riordinate e mandate in Val San Martino le fanterie, unitamente al Colleoni con la sua compagnia, dato che si voleva passare l’Adda a Trezzo. Pensando poi di passare a Brivio il Colleoni andò sul Monte Brianza con pochi cavalli e con tutta la fanteria della Signoria ed in pochi giorni ebbe tutto il Monte e Monte Barro, mentre il resto delle truppe rimase in Val San Martino.
Suscitatosi in Milano il 26 febbraio 1450 un gran tumulto ed acclamato Duca dal popolo lo Sforza, le truppe venete lasciarono il Milanese; la cavalleria andò a svernare in quel di Brescia e le fanterie ritornate sotto la condotta del loro capitano generale Detesalvo furono poste alle stanze nel contado di Bergamo. La Signoria licenziò il Malatesta e per due anni non vi fu aperta guerra. L’anno 1451 fu eletto dalla Signoria governatore generale Gentile della Leonessa, al quale fu spedito in Brescia per mezzo di due ambasciatori il bastone del comando. Alla cerimonia furono presenti il generale Detesalvo e tutti gli altri più onorati condottieri, eccetto il Colleoni, il quale non essendo stato conferito a lui il generalato, indispettito chiese licenza; la Signoria tentò di farlo arrestare, ma non vi riuscì ed egli fuggì in Mantova. Detesalvo ritornato a Bergamo attese a governare, addestrare e tenere in disciplina i suoi fanti. Nel frattempo la Signoria ordinò che si gettasse un ponte sull’Adda a Rivolta e si fortificasse quella terra, e si ipotizza che a tali operazioni abbia dovuto soprintendere Detesalvo con le sue milizie.
Il 23 aprile 1452 lo troviamo a Bergamo, dove, sotto il palazzo comunale, acquistò una terra aratoria e vitata a Calcinate. Dopo questa data, tratte dai quartieri le fanterie che ammontavano a 6˙000 persone, le condusse sul Bresciano, ove Gentile radunava l’esercito, passato il quale nel Cremonese si riaccese la guerra contro il Duca. L’esercito duchesco si accampò nel territorio di Brescia e Gentile dovette anch’egli, dopo aver preso alcune terre, tornarvi coi suoi ed il 26 giugno, avvicinatisi gli eserciti, s’accese una gran scaramuccia, quasi una battaglia, nella quale poterono operare solo le fanterie, e quelle veneziane, comandate da Detesalvo, non ostante lo svantaggio del sito e lo sdrucciolo del terreno, combatterono valorosamente e la vittoria rimase dubbiosa.
Il governatore generale Della Leonessa morì per ferita nei primi mesi del 1453 e gli fu sostituito il conte Giacomo Piccinino, che per cominciare le operazioni militari mandò una grossa banda di cavalli ed un buon numero di fanti guidati a quanto si suppone da Detesalvo a fare una scorreria sino a Cremona. Arrivati alla porta della città, valorosamente presero un recinto fortificato, ove da Detesalvo furono collocati due conestabili con fanti sufficienti a difenderlo; ma, essendo stati questi assaliti dal presidio della città, si mosse tutto l’esercito a soccorrerli. Venuto poi sul Bresciano l’esercito duchesco ed ingrossatosi, quello dei Veneziani fu costretto a ritirarsi a Salò e stanziarsi nei dintorni. Per non stare però del tutto ozioso, il conte Piccinino con il provveditore veneziano e senza dubbio con Detesalvo, molto pratico di quei luoghi, il 13 marzo 1454 fece una scorreria in Val Sabbia occupata dai nemici e, ricuperati vari paesi, ritornò agli alloggiamenti. Poco dopo, l’8 aprile, finalmente si stipulò la famosa pace di Lodi.
Il 14 maggio 1454 fu inviata a Detesalvo Lupi, Maffeo Brembati dottore in Legge e Francesco Moroni cancelliere del podestà una Ducale relativa ai capitoli della pace di Lodi, ma il regesto che ce la tramanda non dice di più.
Dopo la pace il conte Piccinino, accompagnato da Detesalvo e dai più celebri contestabili, andò a Venezia, ove fu accolto con grande onore, ma nello stesso tempo licenziato dalla Signoria, che il 25 giugno dell’anno seguente 1455 fece dare da due suoi ambasciatori al Colleoni, che era ritornato al suo servizio, lo stendardo ed il bastone del comando supremo in Brescia, che poi con maggiore solennità gli fu dopo tre anni ridonato per mano stessa del doge in Venezia, ove accompagnato da Detesalvo e da tutti i condottieri si recò a riceverlo il 24 maggio 1458.
Avendo per molti anni la Serenissima goduta la pace, delle azioni di Detesalvo non c’è rimasta altra notizia, se non che fino alla morte continuò fedelmente nell’incarico di governatore generale delle fanterie. Lo troviamo quindi dedito all’amministrazione dei suoi beni. Il 14 luglio 1457 nella carata o sala della sua casa di abitazione nella vicinia di Antescolis acquistò da Giacomino fu nobile Giovanni fu nobile Pietro fu Federico fu nobile milite Viscardo Lanzi, Cittadino di Bergamo e procuratore del fratello Riccardino, beni a Calcinate. Il 21 novembre sotto il palazzo del Comune di Bergamo il notaio Antonio Cerri a suo nome acquistò alcuni beni da Zovanotto fu Bertulino Fabe Parate Tiraboschi di Serina abitante di Calcinate. Il 9 gennaio 1459 diede ricevuta di un pagamento di 100 ducati da atto del notaio Lanfranco Maffeis.
Abitò la cosiddetta casa vecchia situata sul Grumello degli Adelasi, di cui abbiamo parlato. Ebbe due mogli. Dalla prima, di cui non conosciamo il nome, forse una Mazzucconi de Rivola, ebbe tre figli: Filippo, Girardo e Bernardino. La seconda fu Bona, figlia di Guglielmo Rota della Pianca, vedova già del dotto giudice e console di giustizia Galeazzo Capitani di Mozzo. Da questa, che gli sopravvisse almeno sino al 1509, ebbe due figli, Pedrino, ed uno postumo chiamato Detesalvo o Salvo. Abbe inoltre, probabilmente sempre dalla prima moglie, almeno una figlia, moglie di Marchesino Rota.
Ebbe anche un figlio di nome Bartolomeo, già defunto nel 1492, che fu padre di un altro Bartolomeo. Non lo troviamo negli atti divisionali del 1477, forse si potrebbe trattare di un figlio naturale. Detesalvo probabilmente morì a Bergamo il 14 novembre 1461. Secondo altri sarebbe stato mandato a Candia su ordine della Signoria e qui colto da morte, o forse questa lo colse prima che potesse partire. Lo troviamo ancora vivo e, si può arguire, in salute, il 14 marzo 1461. Fu probabilmente sepolto nella cappella da lui eretta nella cattedrale di San Vincenzo.
Il doge Pasquale Malipiero con Ducale diretta a Girardo Dandolo podestà e Marco Donato capitano di Bergamo il 5 dicembre dello stesso anno confermò ai suoi figli e discendenti l’annua contribuzione di 150 ducati dalla Camera di Brescia, previsti con ducale del 1438. Il giorno 7 un’ulteriore Ducale diede commissione ai Rettori di versare la somma.
Anche i figli ed i nipoti di Detesalvo si distinsero nella fedeltà e nelle imprese militari per Venezia e ne ebbero cospicui premi per il loro valore e per i meriti paterni.
Con Ducale del 13 febbraio 1469 si ordinò di pagare ai figli di Detesalvo la sua provvisione.