Ottavio de Carli - Introduzione al "Pellegrinaggio di Gierusalemme" di Gian Paolo Pesenti (parte 6ª)

Da EFL - Società Storica Lombarda.

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Tornando ai pellegrini in Terrasanta, la loro affluenza divenne così grande, che si dovettero costruire intere flotte di decine e di centinaia di navi, ognuna delle quali poteva ordinariamente trasportare, oltre l’equipaggio formato da cinquanta o più marinai, da cento a duecento persone, con le armi, il bagaglio e la merce [87]. Tale sviluppo fu principalmente sostenuto dalle repubbliche marinare italiane, che vantavano un’esperienza di navigazione, di commerci e di guerre marittime anche contro i musulmani, di circa tre secoli. Non mancarono tentativi di costruire navi colossali che potevano trasportare fino a mille e cinquecento pellegrini [88]. In un importante porto d’imbarco quale era Messina, dal Natale 1189 si dovette addirittura cominciare a regolare le partenze.

Emblematico di questa transizione tra il percorso compiuto a piedi e quello compiuto via mare fu l’itinerario della famosa “crociata dei fanciulli”, tracciato con un’ingenuità che suonerebbe davvero comica se non avesse avuto esiti così tristemente tragici: gli oltre ventimila bambini, suddivisi in due gruppi guidati rispettivamente da un dodicenne francese di nome Stefano e un ragazzo tedesco di nome Nicola, attraversarono nell’estate del 1212 le Alpi alla volta di Genova, Ancona e Brindisi, convinti che il mare si sarebbe disseccato dinanzi a loro, come aveva fatto il Mar Rosso con Mosè; e che essi sarebbero così giunti in Terrasanta a piedi, via mare, senza bagnarsi un dito. Inutile dire che giunti sul bagnasciuga, peraltro già decimati dagli strapazzi di un viaggio massacrante attraverso l’Europa e le Alpi [89], il mare non si aprì e la crociata fallì sul nascere: molti tentarono di tornare a casa, altri si fermarono in Italia; qualcuno a Marsiglia riuscì a trovare un passaggio via mare da parte di alcuni mercanti, ma di sette navi salpate, due naufragarono presso le coste della Sardegna senza lasciar superstiti, le altre cinque raggiunsero l’Algeria, dove tutti i bambini vennero prontamente catturati e venduti come schiavi [90].

Un altro fallimento, non a tutti noto, è quello di san Francesco d’Assisi, che nel 1211 partì per la Terrasanta ma fu costretto a rimpatriare in seguito a un naufragio avvenuto lungo le coste della Dalmazia. Ci riprovò inutilmente nel 1213 e finalmente con successo sei anni più tardi, ma con finalità diverse: l’intento era infatti di tentare una mediazione tra Crociati e musulmani. Nell’estate 1219 sbarcò con alcuni compagni ad Acri, qualche mese più tardi era a Damietta sul delta del Nilo dove con Frate Illuminato fu catturato e tenuto prigioniero alcuni giorni dal sultano Melek el-Kamel (che tentò di convertire), e poi, ripassando per la Palestina, dopo aver visitato il Santo Sepolcro, tornò sempre via mare sbarcando a Venezia [91].

A parte però il pericolo delle tempeste, se i venti erano favorevoli, dai porti della Puglia a quelli della Palestina una nave a vela di quell’epoca poteva impiegare un mese, compresa una o due soste che si facevano lungo il cammino [92]. Proprio per evitare i rischi del maltempo, i marinai cercavano prudentemente di costeggiare il più possibile la terraferma, e ciò non era difficile dai porti d’Italia fino a Rodi, tappa obbligatoria di quasi tutte le navi dell’Europa mediterranea dirette verso il Levante. La trappola mortale sorprendeva piuttosto il più delle volte fra Rodi e Cipro [93] e fra quest’isola e la costa asiatica della Palestina e della Siria. Spesso le navi puntavano allora da Rodi sulla città di San Simeone, porto d’Antiochia [94], costeggiando l’Anatolia, per poi scendere lungo la costa siriana e libanese fino ad Acri, a Cesarea e a Giaffa. Era all’incirca la rotta che poi seguì Gian Paolo Pesenti, il quale appunto non si azzardò a compiere la lunga traversata di “trecento miglia” da Larnaca a Giaffa [95].

In qualche caso, anche i pellegrini del nord Europa compivano gran parte del percorso in nave. Uno dei più lunghi (e più antichi) itinerari via mare per la Terrasanta fu quello compiuto nel 1110 dal re di Norvegia Sigurd I Magnusson, che giunse a destinazione con 60 navi e 10 mila uomini dopo due anni di viaggio [96]. Un altro lungo percorso venne descritto negli Annales Stadenses Auctore Alberto, la cui compilazione dovrebbe essere avvenuta intorno al 1251-52 circa. Dopo aver presentato in forma di dialogo tra due monaci, Tirri e Firri, tutti i possibili itinerari per Roma, Alberto di Stade (cittadina alla foce dell’Elba, a una trentina di km da Amburgo) esponeva il «trans mare iter versus Iherusalem», descrivendo una rotta di navigazione costiera che dalle Fiandre giungeva sino a Marsiglia, per poi deviare verso la Sicilia e puntare quindi in direzione delle coste siriane o palestinesi [97]. Questo lungo tragitto, che poteva durare uno o due anni, era preferito quasi sempre da pellegrini armati che viaggiavano a flotte di quaranta o sessanta navi. In tal caso, il primo inverno lo passavano in Inghilterra o in qualche porto della Spagna atlantica [98]. In seguito però, i pellegrini provenienti dal nord preferirono sempre più imbarcarsi per la Terrasanta nei porti adriatici [99], e in particolare a Venezia, ormai divenuta padrona dell’Adriatico e intermediaria privilegiata nei rapporti economici e politici dell’Occidente col mondo musulmano.

Addirittura, anche i pellegrini che intendevano recarsi a Gerusalemme dopo essere stati a Roma, risalivano la penisola per imbarcarsi a Venezia. Si può dire che a partire dal XIV secolo, quello fosse ritenuto l’imbarco pressoché d’obbligo per qualunque viaggiatore diretto in Oriente. Più raramente, si prendeva il mare nei porti dell’Adriatico centrale, ma sempre su navi veneziane.

Il prestigio che la Serenissima si era guadagnata in questo particolare tipo di navigazione era dovuto non solo all’indiscutibile predominio conquistato sulle rotte verso l’oriente, ma anche e soprattutto alla severità delle norme fissate dagli Statuti marittimi della città, che garantivano una notevole sicurezza al viaggio e una moralità professionale quale nessun altro porto mediterraneo poteva offrire.

Nel frattempo, Gerusalemme era ricaduta in mano musulmana, ma pochi mesi prima di morire, il Saladino aveva firmato il 2 settembre 1192 un armistizio con i Crociati, secondo cui i pellegrini potevano visitare indisturbati i luoghi santi, e i sacerdoti romano-cattolici erano autorizzati a dir messa presso il Santo Sepolcro, a Betlemme e a Nazareth. Nel 1229 l’imperatore Federico II riottenne per alcuni anni la città santa, che venne tuttavia definitivamente perduta dai cristiani nel 1244. Sulle orme di Francesco, i Frati Minori iniziarono a compiere in questi anni diverse missioni di mediazione e pacificazione [100]. Con un breve papale inviato al Patriarca di Gerusalemme (che risiedeva a San Giovanni d’Acri), il Papa li autorizzò ad impiantarsi in oriente con la costruzione di conventi e oratori. E sappiamo che essi si stabilirono a Gerusalemme, nelle vicinanze dell’attuale quinta stazione della Via Crucis, fin dal 1229, creando così le basi per una stabile presenza cristiana in Terrasanta anche dopo la fine del regno di Gerusalemme, avvenuta nel 1291 [101]. Ma le fonti dell’epoca informano sull’esistenza di conventi dei Frati Minori prima del 1291 anche ad Acco, Tripoli, Sidone, Tiro, Antiochia, e Giaffa, dove San Luigi IX fece costruire loro un convento e una chiesa nel 1252/53.

Di tale presenza si ha ulteriore testimonianza nelle cronache dell’Ordine che riguardavano le successive sconfitte crociate seguite dalla caduta di Asdud nel 1265, di Antiochia e di Jaffa nel 1268, di Tripoli nel 1289, e di Acri nel 1291, poiché vi vengono ricordati i frati che vi persero la vita [102].

Alla partenza dei cavalieri crociati dagli ultimi avamposti sulla costa orientale del Mediterraneo, i Frati Minori restarono o ritornarono in Terra Santa come cappellani dei prigionieri e dei mercanti occidentali, o come inviati papali; l’isola di Cipro servì da base di partenza di questi nuovi tentativi di ritorno pacifico in Terra Santa.


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NOTE

[87] Vi erano diversi tipi di navi: ad esempio, i “dromoni” (i corridori) erano grosse navi bizantine, anche triremi, molto temute dai nemici se cariche di pellegrini armati. Misuravano 40 o anche 50 m di lunghezza, 7 m di larghezza e 5 m di altezza. Avevano 25 remi per lato, uno o due alberi di vele e potevano trasportare anche 500 uomini, oltre le donne e il bagaglio. Sulla prua e sulla poppa erano posti due castelli di legno, dove salivano i difensori alla vista di navi nemiche. Un altro tipo di nave bizantina era la “buza”, nave grossa e veloce, molto usata per trasportare merci e passeggeri. Il tipo più famoso e più conosciuto nel Mediterraneo, usato specialmente dalle città marittime italiane, era la nave chiamata la “galera” o “galea”, abbastanza sicura e soprattutto veloce, assai manovrabile nei combattimenti navali. Ordinariamente poteva portare cento uomini combattenti o pellegrini e cinquanta d’equipaggio. Nelle cronache crociate si legge che una galera recava 157 uomini, oltre le donne, i cavalli, le armi e altre robe di viaggio. Altri tipi di navi erano le “rostrate”, galee munite di rostro che servivano sia per il trasporto di persone e di merci che per combattere, speronando le navi avversarie, le “gate, o “catte”, o “acazie”, munite di tre ordini di remi, le “gulafri”, ecc. Giunte in Terrasanta, spesso queste navi si mettevano poi a disposizione del re di Gerusalemme per assediare dal mare qualche città ancora in mano musulmana. Cfr. P. SABINO DE SANDOLI, Itinera Hierosolymitana Crucesignatorum, vol. II, cit. p. XII-XIII.

[88] In verità, anche prima dell’epoca crociata ci furano tentativi di navi colossali: il viaggiatore persiano Nasir-ibn-Khusrau, che visitò l’Egitto nel 1047, vide lo scafo d’una galea dell’anno 969 che misurava 95 m. di lunghezza e 36 m. di larghezza (cfr. CITARELLA ARMAND, Il commercio di Amalfi nell’alto Medio Evo, Salerno, 1977, p. 165 e la nota 171). I Veneziani nel 1172 stupirono i Bizantini per la grandezza d’una loro nave impiegata per accogliere i loro compatrioti di Costantinopoli. Aveva tre alberi e poteva trasportare da 1400 a 1500 passeggeri, oltre il bagaglio, i viveri e l’acqua potabile. Scrive P. De Sandoli: “La costruzione portentosa di tante navi si spiega con la tradizionale preparazione marinaresca delle piccole repubbliche italiane e con la libertà d’iniziativa concessa dai singoli comuni marittimi al cittadini privati e alle società vecchie e nuove d’armatori. Gli storici d’ogni lingua sono concordi ad attribuire alle città marittime d’Italia non solo il successo della prima Crociata e la presa dei porti del Levante, ma anche lo sviluppo del traffico marittimo per trasportare interi eserciti di pellegrini d’ogni parte d’Europa e grandi quantità di mercanzie, di viveri e di armi fino ai porti della Palestina, del Libano e della Siria posseduti dai principi latini, e viceversa: da quelle contrade riportare fino ai porti d’Italia e d’Europa persone d’ogni razza e merci del vicino e lontano Oriente”. (P. SABINO DE SANDOLI, Itinera Hierosolymitana Crucesignatorum, vol. II, cit. pp. X-XI e XXXI).

[89] Sembra che nemmeno un terzo dei partecipanti sia riuscito a vedere il mare, il che non deve stupire, se si pensa che la spedizione era costituita da bambini che non superavano i dodici anni di età. Ciò che stupisce è che i genitori e in generale il mondo adulto avesse permesso tale follia. Bisogna però considerare che le crociate precedenti erano state un fallimento, Gerusalemme era andata perduta, e questa era considerata una soluzione alternativa, fondata sull’invito esplicito di Gesù, che aveva affermato “Lasciate che i bimbi vengano a me”. A quanto pare, solo papa Innocenzo III avrebbe invitato i bambini a tornarsene sui loro passi, ma troppo tardi per impedire la tragedia.

[90] Secondo la testimonianza di un sacerdote che aveva seguito i ragazzi nelle loro disavventure d’oltremare, la maggior parte di essi fu venduta al mercato degli schiavi di Alessandria d’Egitto, e un piccolo gruppo in quello di Baghdad. Diciott’anni più tardi, sembra che solo settecento ragazzi fossero ancora in vita. Qualcuno fu liberato nel 1229, dopo il trattato di pace tra l’imperatore Federico II e il sultano Malik Elkamil, gli altri rimasero schiavi fino alla morte (Cfr. J. LEHMANN, I Crociati, Milano, Garzanti, 1978, pp. 285-288)

[91] Giacomo di Vitry, vescovo di San Giovanni di Acri che a quanto pare incontrò Francesco d’Assisi in Egitto tra le armate cristiane impegnate nell’assedio di Damietta, così scrisse: “Noi abbiamo potuto vedere colui che è il primo fondatore e il maestro di questo Ordine (dei Frati Minori), al quale obbediscono tutti gli altri come a loro superiore generale: un uomo semplice e illetterato, ma caro a Dio e agli uomini, di nome frate Francino (Francesco). Egli era ripieno di tale eccesso di amore e di fervore di spirito che, venuto nell’esercito cristiano, accampato davanti a Damiata in terra d’Egitto, volle recarsi intrepido e munito solo dello scudo della fede nell’accampamento del Sultano d’Egitto. Ai Saraceni che l’avevano fatto prigioniero lungo il tragitto, egli ripeteva: “Sono cristiano; conducetemi davanti al vostro signore”. Quando gli fu portato davanti, osservando l’aspetto di quell’uomo di Dio, la bestia crudele si sentì mutata in uomo mansueto, e per parecchi giorni l’ascoltò con molta attenzione, mentre predicava Cristo davanti a lui e ai suoi. Poi preso dal timore che qualcuno dei suoi si lasciasse convertire al Signore dall’efficacia delle sue parole, e passasse all’esercito cristiano, lo fece ricondurre con onore e protezione nel nostro campo. E mentre lo congedava, gli raccomandò: Prega per me, perché Dio si degni mostrarmi quale legge e fede gli è più gradita”. Le fonti francescane posteriori sono unanimi nel far seguire all’incontro con il sultano Malik al-Kamil un pellegrinaggio di Francesco ai Luoghi Santi di Palestina, facilitato per lui e per i suoi frati da un lasciapassare del sultano: “Il sultano lo invitò con insistenza a prolungare la sua permanenza nella sua terra, e diede ordine che lui e tutti i suoi frati potessero liberamente recarsi al sepolcro di Cristo, senza pagare nessun tributo”. Sempre secondo tali fonti, chiaramente di parte ma nello spirito dei futuri rapporti tra i Frati Minori e la Terra Santa, Angelo Clareno scrisse: “Quando san Francesco partì per le regioni d’oltremare per visitare i Luoghi Santi, predicare la fede di Cristo agli infedeli e guadagnarsi la corona del martirio [...] fatto visita al Sepolcro di Cristo, tornò prestamente nella terra dei Cristiani”.

[92] Per citare solo qualche esempio: Boemondo II nel 1126 veleggiò da Otranto (Puglia) al porto di San Simeone (Antiochia) in un mese; Burcardo di Strasburgo, imbarcandosi a Genova il 6 Settembre 1175, dopo aver sostato a Malta e in Cirenaica, giunse ad Alessandria d’Egitto dopo 47 giorni di felice viaggio; Riccardo Cuor di Leone partì dall’Inghilterra in marzo del 1190 e giunse a Messina il 14 settembre; da Messina ad Acri si arrivava in 13 notti se i venti erano favorevoli; Leopoldo V di Babenberg, Duca d’Austria, nella primavera del 1191 da Spalato (Dalmazia) fino a Acri impiegò soltanto 16 giorni; una flotta di pellegrini italiani e olandesi partì da Civitavecchia il 25 marzo 1218 e giunse a Siracusa dopo 9 giorni, a Candia dopo 8 giorni, ad Acri dopo altri 10 giorni; S. Luigi IX nel 1248 impiegò 23 giorni da Aigues-Mortes (presso Nîmes, Gard) a Limassol (Cipro). Cfr. P. SABINO DE SANDOLI, Itinera Hierosolymitana Crucesignatorum, vol. II, cit. pp. X e XXXI.

[93] Cfr. nota 62.

[94] Fondata all’epoca di Alessandro Magno alla foce del fiume Oronte come porto della città di Antiochia (da cui distava 25 km circa), Seleucia di Pieria fu ribattezzata San Simeone all’epoca delle crociate. Attualmente si trova nelle vicinanze della città turca di Samandağ.

[95] La distanza tra Larnaca, sull’isola di Cipro e Giaffa, è poco più di 300 km, circa 180 miglia nautiche attuali. Secondo quanto riferì lo stesso Pesenti, la nave che portò altri pellegrini, fino a quel momento suoi compagni di viaggio, lungo questa rotta, impiegò oltre venti giorni per compiere la traversata. Malgovernato e in cattive condizioni, il “caramussale” arrivò a stento a destinazione, dopodiché, secondo le testimonianze degli stessi passeggeri scampati al pericolo, affondò il giorno successivo al loro sbarco a Giaffa.

[96] Ancor più lungo, ma non interamente svolto via mare, fu il pellegrinaggio dell’islandese Nikulas di Munkathvera, abate del monastero benedettino di Thingor. Costui nel 1151 partì dall’Islanda e dopo sette giorni di navigazione raggiunse le coste della Norvegia (forse Bergen). Da qui scese in Danimarca e approdò nel porto di Aalborg, da dove proseguì a piedi verso la Germania. Passando da Schleswig e Magonza, risalì la valle del Reno fino a Strasburgo e a Basilea; puntò poi verso il lago di Ginevra e valicò le Alpi superando il passo del Gran San Bernardo (l’ospizio era già aperto da un centinaio d’anni); sceso in Italia, seguì la tradizionale via Francigena fino a Roma (Aosta, Ivrea, Vercelli, Pavia, Piacenza, passo di Monte Bardone – l’attuale passo della Cisa -, Pontremoli, Luni, Lucca, Siena – dove “ci sono le donne più avvenenti”! -, Radicofani – dove “c’è gente della peggior specie” -, Bolsena, Viterbo). Visitata l’Urbe, riprese il cammino lungo la via Appia, si fermò a Montecassino, culla del suo Ordine, e ripartì poi alla volta della Puglia. Qui visitò il santuario di San Michele, poi si imbarcò nuovamente, forse a Brindisi, per far vela verso l’Oriente: attraversò il canale d’Otranto, costeggiò la Grecia, puntò verso Rodi, poi seguì le coste dell’Asia Minore fino a che, raggiunto il promontorio più meridionale della Licia, si diresse verso Cipro per giungere infine a S. Giovanni d’Acri. Il viaggio di ritorno, iniziato probabilmente nel 1153, seguì approssimativamente lo stesso percorso: da Acri a Bari in nave, poi a piedi risalendo l’Italia attraverso Roma e Piacenza, ma passando le Alpi attraverso il Brennero, e puntando dritto verso Lubecca; poi riprese il mare nuovamente ad Aalborg, per rimpatriare in Islanda dopo tre anni di viaggio. Se si considera la cultura di Nikulas di Munkathvera, abate benedettino, indicato dallo scrivano come “uomo sapiente e illustre, di buona memoria e assai colto, saggio e verace”, e tenuto conto anche della lunghezza del viaggio intrapreso, il resoconto che egli ne lasciò risulta alquanto scarno, ma nondimeno abbastanza particolareggiato riguardo alle diverse tappe seguite, più che ai luoghi poi visitati in Terrasanta. Secondo questa testimonianza, ci volevano forse una decina di giorni per raggiungere la Danimarca dall’Islanda; da Aalborg, in una ventina di giorni si raggiungeva Magonza, da lì in una settimana si arrivava a Basilea, in un’altra al passo del Gran San Bernardo, e in una terza settimana si era a Piacenza; in una decina di giorni si era infine a Roma; da Roma ai porti della Puglia ci volevano tre settimane di cammino, poi in una quindicina di giorni di navigazione si poteva raggiungere San Giovanni d’Acri. Cfr. P. SABINO DE SANDOLI, Itinera Hierosolymitana Crucesignatorum, vol. II, cit. pp. 207-222; RENATO STOPANI, Le vie di pellegrinaggio del Medioevo, cit., pp. 57-72.

[97] Gli itinerari terrestri che da Stade raggiungevano Roma, seguivano la via seguita da Nikulas di Munkathvera (cfr. nota precedente), oppure passavano da Reims e Lione, o, ancora, seguivano un tracciato più orientale, passando da Augsburg e il passo del Brennero. Negli stessi anni (1244 secondo padre Sandoli e 1253 secondo Renato Stopani) l’inglese Matthew Paris descrisse l’itinerario per raggiungere da Londra la Terra Santa. Esso prevedeva dopo la traversata della Manica l’attraversamento della Francia secondo due possibili tracciati: uno passante da Parigi ed Auxerre, l’altro passante da Reims e Châlons-sur-Marne. A Troyes o, più giù, a Beaune, i due percorsi si ricongiungevano per raggiungere Lione. Da qui si poteva proseguire verso il mare per imbarcarsi a Saint Gilles, oppure deviare verso Chambery e il Moncenisio per agganciare a Torino o a Vercelli la tradizionale via Francigena che portava a Roma. Qui va però rilevato che Matthew Paris indicò per la prima volta anche l’alternativa di un percorso che da Fidenza proseguiva per Bologna, Forli, e attraversava gli Appennini a Bagno di Romagna passando poi da Arezzo, Perugia, Assisi e Spoleto. Seguendo il solito percorso della via Appia, si raggiungevano infine i porti della Puglia per imbarcarsi alla volta di San Giovanni d’Acri. Cfr. P. SABINO DE SANDOLI, Itinera Hierosolymitana Crucesignatorum, vol. III, cit., pp. 503-521; RENATO STOPANI, Le vie di pellegrinaggio del Medioevo, cit. pp. 89-96. Annales Alla domanda di Firri: “Quo tempore convenientius iter versus Romam accipitur?”, Tirri rispondeva: “Circa medium Augustum, quia tunc aer temperatus est, viae siccae sunt, aquae non abundant, dies longi satis ad ambulandumm, noctes etiam ad corpus recreandum, et invenies horrea novis frugibus adimpleta” (ivi, p. 107). Riguardo all’itinerario marittimo, Alberto di Stade indicava una quindicina di giorni di navigazione per raggiungere lo stretto di Gibilterra dalle Fiandre; da lì in quattro giorni e quattro notti si poteva arrivare a Tarragona, e in altri due o tre giorni si era a Marsiglia. Abbandonando la costa e puntando direttamente alla Sicilia, si poteva raggiungere Messina in quattro giorni e quattro notti. Infine in quattordici giorni e quattordici notti si poteva sbarcare sulle coste palestinesi a San Giovanni d’Acri (ivi, p. 103). Dopo una descrizione dei Luoghi Santi, è curiosa la disillusa conclusione dell’intero dialogo: “Ecco, o Firri, la topografia della regione d’oltremare e può essere che un giorno andrai a visitare il sepolcro del Signore. Allora pensa ciò che si dice: «Coloro che camminano nelle terre d’oltremare, cambiano il cielo, ma non l’animo». Ho visto soltanto alcuni, anzi nessuno, che siano ritornati migliori, sia dalle terre d’oltremare, quanto dalle chiese dei Santi. Firri disse: Ma, di grazia, perché accade questo? E Tirri: Penso per il fatto che non escono e né ritornano con la dovuta devozione. Dovrebbero invece partire con tale contrizione, come se fossero per lasciare questo mondo. E cosi Firri e Tirri si allontanarono vicendevolmente” (P. SABINO DE SANDOLI, Itinera Hierosolymitana Crucesignatorum, vol. IV, cit., p. 503-521.

[98] Passato lo Stretto di Gibilterra, le navi “toccavano generalmente i porti della Spagna e delle isole Baleari, e da qui o puntavano su Genova, o sulle Bocche di Bonifacio, poste tra la Sardegna e la Corsica, e sostavano in uno dei porti del Lazio o della Campania perche i pellegrini potessero visitare Roma; oppure procedevano direttamente su Messina che nel sec. XII e XIII divenne una stazione marittima di prim’ordine del Mediterraneo Occidentale. Da Messina generalmente le navi si dirigevano verso Rodi o proseguivano verso le coste della Cirenaica, dell’Egitto per giungere quindi fino a Giaffa. Qualora venissero a mancare i viveri, chiedevano di comprarli da qualche signorotto. In caso di rifiuto, assalivano il suo castello o la sua contrada e in tal modo si procacciavano i viveri per la sosta e per il viaggio. Un’altra maniera di procurarsi il necessario alla vita era il dar battaglia a navi di corsari cristiani o arabi, sequestrando loro navi e provviste; oppure, ciò che era più consentaneo alla loro missione, assediavano una città saracena della Spagna o dell’Africa e la saccheggiavano. Quando giungevano nell’Italia meridionale erano gioiosamente accolti dai principi normanni che vedevano in quei pellegrini i loro lontani parenti. Arrivati poi in Palestina, per prima cosa desideravano visitare i Luoghi Santi di Gerusalemme, dì Betlemme e di Gerico, e dopo si mettevano a disposizione del re per togliere qualche città marittima agli Egiziani. In ultimo ritornavano per la medesima via marittima, o vendevano le navi ad altri governi, e ritornavano poi via-terra fino alla Danimarca e ai loro paesi della Scandinavia” (P. SABINO DE SANDOLI, Itinera Hierosolymitana Crucesignatorum, vol. II, cit., p. XI).

[99] Non mancavano però i casi di pellegrini scandinavi che arrivavano a Costantinopoli usufruendo delle vie fluviali della Russia e dell’Ucraina fino al Mar Nero.

[100] In verità la presenza francescana in terra d’oriente fu perfino anteriore al viaggio stesso di Francesco. Quando nel capitolo del 1217 il mondo da evangelizzare fu diviso in province, nella provincia di Siria o di Terra Santa fu inviato frate Elia da Cortona come superiore del primo nucleo di frati della Provincia Ultramarina, un vasto territorio che da Costantinopoli si estendeva a tutto il Levante e perciò fu chiamata anche provincia di Romania (da Rumaioi, i Greci).

[101] Fra Ricoldo da Santa Croce, percorrendo la Via Dolorosa nel 1294, indicava questo convento come abbandonato: “E ivi appresso (dopo la Quinta Stazione) si è un luogo di Religiosi che fu dei Frati Minori”.

[102] Un frate minore fu decapitato a Asdud dopo aver accompagnato al martirio duemila cristiani; quattro frati minori subirono la stessa sorte dopo la presa del castello di Safed in Galilea, insieme a tutti i cavalieri Templari nel 1266; due conventi furono distrutti ad Antiochia, numerosi frati furono uccisi a Tripoli, altri 14 furono messi a morte ad Acri (oltre a 74 clarisse). Quello che meraviglia nel racconto di questi fatti tragici di guerra, sono i rapporti comunque “amichevoli” intercorsi prima, durante e dopo, tra le autorità musulmane e i Frati Minori. Il caso più singolare fu quello di Fra Fidenzo da Padova, superiore della provincia d’Oltremare negli ultimi anni della presenza crociata sulla costa palestinese. Durante il concilio di Lione del 1274 al quale partecipò, Papa Gregorio X gli chiese di scrivere un trattato per la riconquista della Terra Santa. Nell’opera, oltre al racconto della caduta del castello di Safed e della morte di quattro dei suoi frati che egli aveva inviato come cappellani ai Cavalieri Templari, fra Fidenzo ricordò anche la libertà di movimento che egli godeva nel territorio e tra le truppe vittoriose musulmane grazie ad un salvacondotto datogli dal sultano. Si trovava a Tripoli, quando seppe della caduta di Antiochia il 18 maggio 1268. Subito vi accorse in aiuto dei cristiani prigionieri, e per vari giorni seguì a cavallo l’esercito del sultano. Dopo la caduta di Tripoli , il 26 aprile 1289, il sultano Kalaun gli permise di entrare tra le sue truppe vittoriose, dove troviamo il frate a discutere di teologia con i soldati di fede musulmana. Cfr. MICHELE PICCIRILLO SBF, Una grande mostra a Milano. Terrasanta. Dalla crociata alla custodia di Terra Santa, pubblicato sul web al sito http://198.62.75.1/www1/ofm/curr/TSeven3.html