Troilo Lupi, pittore - Le opere

Da EFL - Società Storica Lombarda.

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S. Agostino, Affreschi decorativi
S. Agostino, Affreschi decorativi
S. Agostino, Affreschi decorativi
S. Agostino, Affreschi decorativi
S. Agostino, Affreschi decorativi
S. Agostino, Affreschi decorativi
S. Agostino, Affreschi decorativi (particolare)

1 Affreschi decorativi

Bergamo, Chiesa di S. Agostino (cappella della SS. Trinità)

La cappella, già della famiglia De Vegiis, dedicata alla SS. Trinità, è la prima a sinistra, in testa alla navata unica della chiesa, sulla quale si aprono cappelle da entrambi i lati. Fu eretta nel 1507, ed era allora priore del monastero degli Agostiniani dell’osservanza, annesso alla chiesa, il frate umanista Jacopo Filippo Foresti; nel 1582 fu ampliata e rinnovata, con gli affreschi del Lupi, firmati e datati «Troilus Lupus faciebat MDLXXXII», su di «un cartello espresso dalla parte del Vangelo» (Tassi), e con una pala di Gian Paolo Lolmo, raffigurante la SS. Trinità (v. Catalogo di G. P. Lolmo, scheda 1). Il rinnovo ed ampliamento della cappella rientrava in un piano di ristrutturazione edilizia della chiesa (cfr. Tiraboschi, pp. 32, 34 n.48), in particolare del lato sinistro. Da una fotografia della seconda metà dell’800 (riprodotta in Tiraboschi), che inquadra il presbiterio e parte delle cappelle laterali di sinistra, si vede com’era il loro prospetto. Queste, a differenza di quelle sul lato destro, erano tutte eguali, semicilindriche, con cornice in pietra e calotta, affiancate da lesene e sormontate da fastigi in muratura a profili inflessi con cornici raccordate, nel succedersi delle cappelle, in modo da formare un motivo trilobo rovesciato, di gusto tardo gotico. I fastigi mediavano la forma cinquecentesca delle cappelle a quella trecentesca della chiesa, nello stesso tempo schermavano l’aggetto delle calotte, dalla parete della navata, dovuto al fatto che le cappelle erano state ottenute sfruttando lo spazio tra i pilastri degli archi trasversali, ogivali, della chiesa, e risecando parte dello spessore del muro perimetrale della stessa. Cappelle, lesene e fastigi erano interamente affrescati. La citata fotografia inoltre documenta lo stato di trascuratezza dell’edificio già nel secolo scorso: spogliato dei suoi arredi dopo la soppressione del monastero nel 1797, esso fu usato come cavallerizza ed in seguito adibito a magazzino militare. Oggi, a distanza d’un secolo, la situazione è peggiorata: limitando l’esame al lato sinistro, si constata che gravi manomissioni hanno irreparabilmente deturpato il prospetto delle cappelle, delle quali sono state demolite le calotte sino al piano della parete della navata, ossia tutta la parte aggettante delle stesse; inoltre sono state demolite alcune lesene e parte della muratura tra queste, scoprendo strutture più antiche. Degli affreschi della cappella De Vegiis restano gli ornati della calotta, mutila, e due larghi frammenti laterali che proseguono fino ad includere parte del prospetto sulla navata. Per essi il Lupi adottò un finto partito architettonico decorativo il cui schema era comune a tutte le sette cappelle del lato sinistro: paraste angolari sino all’altezza della cornice in pietra, fascia di trabeazione corrente sotto la medesima ed impostata su colonne, o su lesene, che affiancavano al centro una pala d’altare, allogata entro un incavo della cortina muraria, ed ai lati due nicchie, oppure due arcate; al di sotto girava uno zoccolo alto quanto l’altare. Le lesene del prospetto sono ornate con trofei e con gli stemmi in pietra della famiglia De Vegiis, mentre il risvolto interno delle paraste presenta un motivo di frutti e foglie, variamente accostati ed annodati da un nastro che scende lungo le stesse. L’architettura dipinta, di gusto manieristico, è caratterizzata da una tonalità calda d’un bel bianco serico, e dall’esuberanza ed estrosità degli ornati. Sulle brevi colonne, con base e capitello dorati, così come i festoni e gli anelli a ghirlanda che ornano il fusto, poggiano due dadi a sostegno dei modiglioni che aggettano in modo da reggere l’architrave bizzarramente inflesso. Sopra di esso sono appoggiate due lampade ed ai loro lati, nel fregio, sono incorniciati due paesi, menzionati dal Tassi, oggi leggibili con difficoltà, per la caduta del colore. Nelle nicchie laterali sono dipinti due grandi candelieri, con candele accese: la loro fiamma, come mossa da un soffio, si piegava in direzione della pala d’altare, ossia verso la SS. Trinità creando un gradevole effetto di trompe-l’oeil, unito ad un sottile richiamo devozionale. Della perduta decorazione del fastigio scrive il Tassi: «Nella parte più alta del frontespizio, o sia ornamento esterno della cappella, evvi un angioletto volante, che porta un triregno di bellissimo carattere, che non può essere meglio espresso». Una vasta macchia d’umidità, dovuta ad infiltrazioni d’acqua piovana, guasta ulteriormente la parete della cappella. Il restauro di tutti gli affreschi esistenti nell’ex chiesa fu effettuato da Mauro Pellicioli nel settembre 1959; chiesa e monastero, passati dallo Stato alla proprietà del Comune di Bergamo nel 1966 (cfr. Tiraboschi, p. 4), attendono d’essere recuperati e restituiti all’uso della comunità bergamasca.

Bibl.: F. Bartoli 1774, p. 8, n. 2; A. Pasta 1775, p. 63; F.M. Tassi 1793, I, p. 152; P. Locatelli 1869, n, pp. 206-207; G. Moratti, ms. 1900, II, p. 90; A. Pinetti 1908, p. 245 : E. Fornoni ms. s. d. (ca. 1915-20), p. 86; A. Tiraboschi 1969, p. 32.


2 Affreschi decorativi

Bergamo, Chiesa di S. Agostino (cappella di S. Marco)

La cappella è la prima a sinistra, entrando. Dedicata in origine a «Ogni Santi», fu costruita a spese della famiglia Passi, nel 1495, sotto il priorato di Jacopo Filippo Foresti; questi nel 1506, a nome dei Passi, stipulava un accordo col pittore bergamasco Jacopino de’ Scipioni per la sua decorazione. Il Tiraboschi ritiene che la successiva dedica a S. Marco sia da porre in relazione con la devastazione nel 1529 di una cappella dedicata al Santo, esterna alla chiesa di S. Agostino; inoltre, avanza l’ipotesi che col titolo la cappella cambiasse anche di forma e di decorazione. In proposito, riprendendo dal Pasta, scrive che «eravi un Salvatore scolpito in legno contornato da quadretti; nella volta vedeasi una bellissima Trinità di Lorenzo Lotto, ai lati erano i santi Bonaventura e Agostino, di ignota mano maestra e gli ornati di Troilo Lupi. Di essi esistono tuttora begli avanzi, fra i quali si scorge lo stemma dei Passi e la data MDLXXXVI». Questa, ancora leggibile sulla parasta interna di destra, pone l’intervento del Lupi a soli quattro anni di distanza dalla decorazione della cappella De Vegiis, nella stessa chiesa; a tale data, non prima, ritengo debba risalire l’ampliamento ed il rinnovo della cappella, nell’ambito, cioè, del programma di ristrutturazione della chiesa (cfr. scheda precedente). L’attribuzione al Lotto della SS. Trinità dipinta nella volta, oggi in gran parte guasta, avanzata dal Pasta, ed accolta dal Tassi e dal Locatelli, non regge né all’esame stilistico né a quello cronologico, perché il Lotto lasciò Bergamo alla fine del ‘25, quando la cappella non aveva ancora assunto la forma attuale. Da quel poco che si conserva degli affreschi del Lupi, è possibile riconoscere una soluzione architettonica decorativa analoga a quella della cappella De Vegiis, ma nel complesso più frammentaria e sovraccarica di ornati. Molto sensibile è l’intervento di restauro.

Bibl.: A. Pasta 1775, pp. 64-65; F. M. Tassi 1793, I, p. 152; P. Locatelli 1869, II, p. 207; G. Moratti, ms. 1900, II, p. gov; E. Fornoni, ms. s. d. (ca. 1915-20), p. 86; P. Locatelli 1946, p. 131; A. Tiraboschi 1969 , pp. 30-31.


3 Madonna in trono col Bambino e i santi Martino vescovo e Rocco / Cristo portacroce

olio su tela (cm 141 x 87) Cenate Sotto (Bergamo), Chiesa di S. Martino (sagrestia)

In origine stendardo processionale, la tela — riferisce il Tassi — è stata alla fine del ‘700 ripulita e collocata nella sagrestia della chiesa di S. Martino. Oggi essa è inserita entro una cornice lignea intagliata e forma lo scomparto centrale del grande armadio settecentesco della sagrestia. La collocazione lascia in vista solo il recto dello stendardo, raffigurante la Madonna col Bambino, S. Martino di Tours, (il Santo cui è dedicata la chiesa) e S. Rocco, uno dei Santi ausiliatori, protettore dalle epidemie. La Vergine, seduta su di un trono inserito in una semplice esedra architettonica, tiene sulle ginocchia il Bambino ed è assorta nella lettura del Libro dei profeti; S. Martino, in abito vescovile, volge verso di Lei lo sguardo, mentre S. Rocco, con il gesto della mano destra, indirizza l’occhio del riguardante sul gradino del trono: sul fronte di questo spicca un biglietto con la scritta «Troilus Lupus Faciebat MDLXXVIII». Ai piedi di S. Rocco sta accucciato il cagnolino, che guarda fuori dalla tela. La mimica delle figure, appena tentata, non si risolve in rapporto psicologico, esse restano fra loro isolate. La composizione secondo piani frontali e fissata entro schemi triangolari appare rigida, nonostante le incerte rotazioni dei personaggi. La gamma dei colori è in prevalenza nei toni del grigio e del rosso. Scrive in proposito il Locatelli: «quantunque assai ragionevole pittura, specialmente per briosa e nudrida intonazione e per certa originalità di composizione, pecca però di durezza».

Sul verso della tela è raffigurato un Cristo portacroce, a me noto solo da fotografia. Poiché il Tassi e il Locatelli non menzionano quest’opera, è probabile che già nel ‘700 lo stendardo fosse stato incorniciato. Ai piedi del Cristo, su di un cartiglio vi è la scritta «Qui vult venire pos[t me] abneget semet ipsum | et tollat Crucem suam | et sequatur me | Trojlus Lupus | MDLXXVIII». Si tratta di un tema iconografico molto diffuso nel XVI sec. nell’Italia del Nord; esso si riallaccia allo spirito della «Imitatio Christi» alla quale rimandano le parole del cartiglio. Il Cristo s’incammina verso il Golgota reggendo la croce; al di là di essa, contro un ciclo coperto da dense nuvole, ma limpido all’orizzonte, si staglia il profilo del monte. Sul fondo un edificio circolare ricorda il mondo pagano, al quale alludono, dietro il Cristo, anche i ruderi di un arco e una colonna spezzata, simboli del paganesimo vinto dalla fede cristiana. La tela è molto restaurata ed è arduo indicarne i caratteri formali. Lo sguardo in tralice del Cristo richiama analoghi atteggiamenti frequenti nei tipi del Romanino, mentre certi particolari nella trattazione del paesaggio richiamano lo sfondo del Cristo portacroce di Gian Battista Castello (v. Il Cinquecento n, p. 443, scheda 2), opera che le fonti ricordano affrescata su di un muro esterno della «cappella del Santo Jesus» in borgo S. Leonardo, dove il Lupi abitava.

Bibl.: F. M. Tassi 1793, I, p. 152; P. Locatelli 1869, n, pp. 207-208; G. Moratti, ms. 1900, p. 91 v; E. Fornoni, ms. s. d. (03.1915-20), p. 86; A. Pinetti 1931, p. 229; P. Locatelli 1946, p. 131.


4 Adorazione dei Magi

olio su tela (cm igox 125)

Fiorano al Serio (Bergamo), Chiesa di S. Giorgio

La tela nel 1655 era menzionata dal parroco della chiesa quale opera «di mano del Troleo, bravo pittore, 1560» (Pinetti 1931). Oggi essa appare largamente ridipinta in seguito ad un intervento ottocentesco; le sue condizioni sono tali da non consentirne l’esame critico.

Bibl.: A. Pinetti 1931, pp 293-94.

S. Agostino, l'interno della chiesa nel 1875
Stendardo della prepositurale di Cenate sotto. Madonna in trono col Bambino e i santi Martino Vescovo e Rocco (1578)
Stendardo della prepositurale di Cenate sotto. Cristo portacroce (1578)
Stendardo della prepositurale di Cenate sotto. Lupi Troilo - Stendardo Madonna in trono (part)(1578)