Federico Alborghetti
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AA.VV., Cognomi e Famiglie del Bergamasco. Dizionario illustrato. Supplemento a “L’Eco di Bergamo”, Bergamo, Ottobre-Novembre 2000, p. 14:
Fu con il rullo di un tamburo che Federico Alborghetti (nella foto) inaugurò lo scontro con gli austriaci nell’episodio risorgimentale che lo stesso protagonista chiamò “guerriglia”. Esule a Lugano dopo i moti risorgimentali del 1848, ebbe l’incarico da Giuseppe Mazzini di dar vita a moti insurrezionali nel Bergamasco mettendosi alla guida di gruppi di patrioti presenti nelle valli. Queste bande non esistevano: Mazzini era stato male informato; tuttavia l’Alborghetti rientrò a Bergamo e il 7 settembre, partendo da Mapello dove aveva raccolto un gruppo di 25 giovani poi saliti fino a sessanta, si mosse in direzione di Palazzago, dove sfilò con la sua banda al suono del tamburo. Gli era a fianco, e lo seguì fino alla fine dell’impresa, il fedelissimo Carlo Agazzi, detto Barlinetto, contadino e guardiano di roccoli, che conosceva la zona come le sue tasche. L’obiettivo dell’Alborghetti era di far capo ai contrafforti dell’Albenza da dove spingersi attaccando i presidi austriaci in valle S. Martino. Grazie al fattore sorpresa le prime imprese contro i gendarmi a Caprino e la guardia di finanza a Pontida riuscirono; poi i comandi austriaci a Bergamo si allarmarono e fecero muovere reparti di fanteria. Il 3 novembre tra l’Almenno e l’Albenza si dispiegò l’azione delle truppe austriache, contro le quali l’Alborghetti poté impegnare poche decine di uomini e un paio di cannoni fabbricati artigianalmente utilizzando il cuoio al posto del ferro. Queste armi facevano un gran fracasso, ma non ebbero alcun effetto pratico perché non potevano lanciare proiettili. Alla fine l’Alborghetti, che aveva già dovuto registrare crescenti defezioni, si congedò dagli ultimi patrioti e, passando per Valcava, sfuggì agli austriaci e riparò in Svizzera.