Ottavio de Carli - Introduzione al "Pellegrinaggio di Gierusalemme" di Gian Paolo Pesenti (parte 4ª)

Da EFL - Società Storica Lombarda.

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Le Crociate e gli ordini cavallereschi
(Parte 2ª)


La rapida affermazione in tutta Europa dei cavalieri di Cristo era senza dubbio dovuta anche al fatto che sebbene parte della Palestina e della Siria fossero occupate militarmente dai Crociati, l’itinerario terrestre dei pellegrini non era certo divenuto più sicuro. Nonostante la costante sorveglianza dei Templari, in Asia continuarono gli agguati delle bande arabe, e anzi si aggiunsero i pericoli legati allo stato di guerra pressoché permanente tra il regno crociato di Gerusalemme e gli emiri di Damasco. I pellegrini continuarono tuttavia a preferire i viaggi via terra, almeno fin tanto che sopravvisse il Regno di Gerusalemme [54]: i pericoli del mare erano infatti reali, ed innumerevoli erano le navi che naufragavano. Chi salpava non aveva garanzie di un approdo sicuro sulla terraferma, e spesso si trovava a dover temere per il peggio. È vero che il “passagium”, come si chiamava nel Medioevo il trasporto dei pellegrini e delle merci dai porti dell’Europa mediterranea fino ai porti del Levante, era limitato alla bella stagione, e si svolgeva dai primi giorni di marzo fino agli ultimi giorni di settembre; nei mesi invernali gli stessi marinai sconsigliavano infatti chiunque di avventurarsi in mare, fosse pure per brevi tragitti, come ad esempio dalla Puglia all’Albania [55]. Ma talvolta anche d’estate si scatenavano sul mare tempeste talmente furiose da far naufragare intere flotte di navi cariche di migliaia di pellegrini.

Per farsi un’idea, è sufficiente leggere il resoconto del viaggio narrato da un oscuro pellegrino di nome Sevulfo, forse uno pseudonimo di chi orgogliosamente poteva dire di avercela fatta [Saewlfus = sea-wolf, cioè lupo di mare]: partito il 13 luglio 1102 da Monopoli, fu investito da una tempesta appena uscito in mare aperto, e il giorno stesso in cui era salpato fu costretto a rientrare in porto per riparare in qualche modo i danni alla nave. Ripartito da Brindisi “in un giorno disgraziato”, si diresse verso Corfù e da lì “spinto da una grande tempesta”, raggiunse il primo di agosto l’isola di Cefalonia, dove per cause imprecisate morirono alcuni suoi compagni di viaggio. Passando da Polipoli e Patrasso, sbarcò il 9 agosto a Corinto dove, secondo la narrazione “soffrì molte contrarietà”. Oltrepassato l’istmo fino al porto di Hoste, proseguì poi a piedi (“qualcuno però sugli asini”) e dopo due giorni di marcia arrivò a Tebe; il giorno seguente era a Negroponte (l’antica Càlcide nell’isola Eubea) dove, noleggiata un’altra nave, riprese il mare per dirigersi a Rodi. Passato anche questo scalo, fu di nuovo “spinto da una fortissima tempesta” verso Patera, e da lì a Cipro. Lasciamo ora allo stesso Sevulfo la narrazione diretta dell’arrivo in Terrasanta:


“Partendo dall’isola di Cipro fummo sbattuti per sette giorni da tempeste marine prima di poter giungere al porto, in maniera che in una sola notte per il vento forte e contrario venimmo spinti a ritornare indietro; ma per divina clemenza, che è sempre vicina a chi la invoca sinceramente, e da noi fu invocata con grande compunzione, siamo ritornati di nuovo sul giusto cammino; però per sette notti fummo talmente scoraggiati per la pericolosa tempesta, che quasi tutti avevano perso la speranza di salvarsi. La mattina [dell’ottavo giorno] al sorgere del sole apparve anche il lido del porto di Giaffa [56] davanti a noi, e siccome lo spavento di tanto pericolo ci aveva gettati nella più grande tristezza, una gioia improvvisa ed insperata ci fece diventare immensamente allegri. E così dopo un arco di 13 settimane, come partimmo da Monopoli in giorno di domenica, vivendo sempre o sulle onde del mare, o sulle isole in tuguri e capanne, perché i Greci non sono ospitali, approdammo al porto di Giaffa con grande gioia e rendimento di grazie [al Signore] proprio in giorno di domenica […]

Nello stesso giorno in cui approdammo, un tale mi disse, credo per ispirazione divina: «Signore, sbarca oggi stesso, perché può essere che questa notte o domani all’alba arrivi una tempesta, e non potrai più scendere a terra». Appena sentii ciò, preso dalla voglia di sbarcare, noleggiai una barca e con tutte le mie cose me ne andai a terra. Durante il tragitto il mare sì agitava, aumentò il movimento delle onde fino a diventare una forte tempesta, ma aiutato dalla divina grazia, giunsi al lido sano e salvo. Che altro dì meglio? per il lungo disagio, riposammo. Il seguente mattino, mentre uscivamo dalla chiesa, udimmo il muggito delle onde, grida di popolo: tutti accorrevano stupefatti per le seguenti disgrazie mai sentite prima. Anche noi, ansiosi, correndo insieme agli altri, andammo alla spiaggia. Arrivati, vedemmo le onde innalzarsi più alte dei monti, e vedemmo una quantità innumerevole di annegati di ambedue i sessi miseramente distesi sulla spiaggia, e vedemmo pure navi che sbattendosi l’una contro l’altra si rompevano a pezzi. Ma chi poteva udire qualche altra voce oltre il muggito del mare e il fragore delle navi? Questi suoni infatti superavano il chiasso della gente e lo strepito dì tutti i gruppi. Mentre la nostra nave era la più grande e la più forte, molte altre invece, cariche di frumento e di altre merci e di pellegrini che venivano e andavano, sebbene erano tenute in qualche modo ferme al fondo del mare con ancore e funi, come venivano sballottate dai marosi! Quanti alberi di navi si abbattevano paurosamente! Quante mercanzie venivano gettate a mare! Alla vista di tale sciagura quali occhi tanto duri come la pietra potevano trattenere le lacrime?

Non stemmo a guardare a lungo, poiché le ancore per la violenza delle onde e dei marosi scivolarono giù, mentre le funi si rompevano e le navi, allentate dalle terribili onde ormai senza speranza di scampo, ora venivano sollevate in alto, ora cacciate in un abisso, e a poco a poco venivano alla fine gettate sull’arenile o sugli scogli: poi si urtavano disgraziatamente coi fianchi e così dalla tempesta venivano fatte a pezzi: né i formidabili venti le lasciavano ritornare in alto mare senza danno, né la poca profondità dell’arena le lasciava arrivare illese alla spiaggia.

Ma a che giova dire con quanti pianti, sia i marinai che i pellegrini, venuta meno la speranza di salvezza, si attaccavano chi alle navi, chi agli alberi, chi alle antenne, chi ai banchi dei rematori? Che altro dovrei aggiungere?

Alcuni per lo stordimento si sono ivi stesso annegati; altri stando così attaccati furono decapitati sotto ì miei stessi sguardi dai legni della propria nave, lì stesso, ciò che sembrava a molti incredibile; altri ancora, strappati dalle tavole della nave, erano di nuovo risucchiati nelle profondità marine. Vi erano di quelli che, sapendo nuotare, da se stessi si affidavano alle onde: e in tal modo la maggior parte perirono. Ci furono pochissimi che, coscienti delle proprie forze, giunsero con sicurezza sani e salvi alla spiaggia.

Alla fine, prima che io mi allontanassi dalla spiaggia, delle trenta più grandi navi, alcune delle quali sono chiamate popolarmente Dormundi, altre Gulafri, ed altre Catti, tutte cariche di pellegrini di Terra Santa o di mercanzie, rimasero appena sette in buono stato. Delle persone di ambedue i sessi in quel giorno ne morirono più di mille. In un sol giorno mai si vide una disgrazia così grande! Ma il Signore per la sua bontà mi salvò tra tutti questi morti: a Lui l’onore e la gloria per tutta l’eternità. Amen” [57].


Alcuni anni dopo, toccò a San Teotonio [58] di subire le ingiurie del mare. La narrazione del suo viaggio riferisce che egli impiegò dieci settimane di navigazione per giungere a Bari, dove a causa della bonaccia dovette fermarsi sei settimane.


"Infine spirando venti favorevoli, salì sulla nave. Poi i nocchieri affidarono le vele ai venti per andare verso Gerusalemme: ma, avendo navigato alcuni giorni, tutti si trovarono nel pericolo di vita per un’improvvisa tempesta dì mare. […]. Mentre, dunque, la nave incrociava il promontorio della Malea [59], improvvisamente il ciclo si oscurò, ed ecco che le nuvole si addensarono per la violenza del vento, con cui il mare, capovolto fin dal fondo, faceva delle onde simile a montagne di acqua: ed ora affondavano la nave, disturbata dal loro moto nell’abisso, ed ora dal funesto abisso l’alzavano di nuovo sulla parte superiore della loro cresta: e di nuovo apertesi le onde, ci gettavano in basso e, ciò che era straordinario, tiravano in alto l’acqua del mare come se fosse un vero canale, che i marinai chiamano cifo. Però i marinai, che già prevedevano la tempesta, appena la nave incominciò a traballare tra l’impeto delle onde, con somma prestezza staccarono l’albero e, gettatolo tra le onde, cominciarono a togliere le vele e a legare le antenne, e a mettere insieme tutto l’armamento della nave e dei marinai, perché non fossero assorbiti dalla violenza del mare; e per alleggerire la nave, cominciarono a gettare in mare i vasi e, dopo tutto, non poterono avere un momento di riposo. Intanto il mare andava crescendo su di loro, atterriti dalla paura di morire: a cose terribili succedevano cose più terribili, infatti oltre la tempesta che poteva incutere paura di morire, fu visto da tutti quelli che stavano in grande pericolo di mare, una bestia mostruosa e molto terribile e talmente spaventosa che i marinai non la potevano paragonare a nessuna bestia; i suoi occhi (come ci riferiva il Santo) apparivano come fiaccole di fuoco accese; alcuni dicevano che era un dragone, altri un mostro, altri un demonio.

[…] S’era ormai sul punto di non sperare alcuna salvezza, perché a farli morire vi erano le onde del mare, le quali infierivano ferocemente e già tutti, essendo agitati e con le membra svigorite per la paura, o per lo stesso pericolo di morte, o per la vista della bestia, sì rassegnavano pronti a morire, pregando con lacrime l’aiuto dell’Onnipotente: affinché Egli, che li aveva consegnati a una morte cotanto spaventosa, si degnasse accogliere nella sua grande bontà le loro anime, o concedesse misericordiosamente la sua assistenza per salvarli. Anche il Signor Teotonio, inginocchiatosi, pregava con le lacrime, e tutto occupato in Dio, invocò, dopo i salmi e le litanie il Dominatore in questo modo: O Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, Figlio di S. Maria, che insieme al Padre e allo Spirito Santo sei Uno e Dio nella eccelsa Trinità, soccorri noi che ci troviamo in un grandissimo pericolo, affinché meritiamo di vedere il glorioso Sepolcro della tua Santa Risurrezione, per il quale siamo venuti dalla fine del mondo per venerarlo e baciarlo, e possiamo ringraziarti per la tua salvezza (concessaci). (Teotonio) incoraggiava tutti e, come meglio poteva, li consolava esortandoli a confessarsi l’un l’altro e a perdonarsi vicendevolmente le loro colpe e a pregare con fede, ponendo la loro speranza in Dio; e avvertiva che se perseverassero, sì sarebbe manifestato tra breve la clemenza del Redentore. E così avvenne. Infatti mentre tutti questi avvenimenti succedevano nel mare, l’Onnipotente Dio manifestò meravigliosamente la sua misericordia. Quand’ecco per un’impensata corrente d’aria, il mare si fece più calmo, e a poco a poco rimaste infrante le masse d’acqua, si rese tranquillo. Incominciò quindi a sorgere una nuova luce: tutti quelli che sembravano destinati a morire, si guardavano meravigliati, e lieti ringraziarono Dio, lodandolo e cantando per bene il Gloria a Dio nel più alto dei cieli, perché misericordiosamente si degnò salvarli da quel pericolo mortale.

Salvatosi dunque dal mare della Malea insieme agli altri che si trovavano sulla nave, dopo tre settimane, da quando s’imbarcò nel porto di Bari e passò il mare, approdò a Giaffa, dopo aver fatto lunghissimi giri nel mare […] [60]


Questi “lunghissimi giri” danno l’idea di quanto le imbarcazioni allora fossero realmente in balìa delle onde, e colpisce davvero quanto elevato fosse il tributo richiesto dal Mediterraneo, per poterlo solcare da una sponda all’altra. Anche le cronache della spedizione di Riccardo Cuor di Leone, re d’Inghilterra, partito nel 1191 con 108 navi per la terza crociata, si aprono con la descrizione di un viaggio che dovette essere un vero incubo [61]:

"[…] Ecco che all’improvviso ci accorgiamo che il vento cessa in maniera che fummo costretti dalla necessità a restare fermi con le ancore calate tra la Calabria e il Mongibello (Etna). Nella mattina seguente, cioè nel giorno della Cena del Signore, Colui che sottrae i venti dai suoi nascondigli e li riconduce fuori, ci mandò per tutto la giornata un vento continuo, però non abbastanza sufficiente, spingendo la flotta con poca forza. E poi nella notte seguente cessò completamente. Però nel giorno della Parasceve ci assale un vento contrario che ci spingeva da sinistra. Il mare sconvolto si agitava fino dal fondo per le travolgenti ondate e per l’ingrossarsi della burrasca. Lo scroscio delle onde che s’infrangevano e l’impetuosità dei venti che facevano scricchiolare le navi incutevano a tutti uno spavento non piccolo. Quindi per l’eccessiva irruenza dei venti il servizio dei marinai cessò completamente; infatti i dirigenti non potevano guidare delle navi così sbattute. Venivano trasportate verso l’ignoto; si rompe la fila delle navi che già vanno in diverse direzioni, [tutti] si affidano solo alla cura di Dio, ormai disperati d’ogni umano aiuto. Risolvemmo di tollerare pazientemente ogni traversia per quanto la poteva sopportare la nostra umana debolezza, tenendo presente il Nostro Salvatore, il quale in quel giorno volle sopportare un’immeritata sofferenza per noi [peccatori]. Le navi dunque erravano separatamente ed erano sparse in diverse direzioni; fra tanti sbatacchiamenti gli stomachi della gente erano diventati insofferenti, il dolore di testa eccitava la nausea, e dagli ammalati sparì una parte non trascurabile del senso di discernimento. Ma già al calare della giornata a poco a poco quel vento furioso e quel mare gonfio e iroso si calmò. E così, con un vento costante abbastanza favorevole per il nostro voto, i marinai, riprese le forze e il coraggio, si adoperarono ad avanzare sulla dritta strada.

Il re invece per nulla spaventato per quel grande scompiglio, non tralasciò di incoraggiare gli altri, affinché resistessero con fiducia, e sperassero che tempi migliori darebbero loro coraggio. Egli pure soleva avere per abitudine sulla sua nave una grandissima candela accesa nella lanterna, la quale posta in alto dava luce a tutti intorno e indicava la strada ai naviganti. Aveva marinai espertissimi del mare, i quali avevano resistito alla violenza dei venti impiegando quel tanto sufficiente di abilità umana. Quindi tutti cercavano, con quegli sforzi che potevano seguire la regia nave che aveva la lucerna accesa. Il re nondimeno aspettava per molto tempo tenacemente immobile la flotta dispersa dalla tempesta, fino a quando le navi, scorta la luce, si fossero radunate attorno a lui. Egli in simile maniera e con amore prendeva cura di guidare la flotta, simile alla gallina che desidera [accovacciarsi] sopra i suoi pulcini. Anche nella seguente notte, veleggiando con venti favorevoli, correvamo senza urti e senza rischi. E così pure nel giorno del sabbato di Pasqua e dello stesso giorno della grande festa di Pasqua fino al mercoledì. In quel giorno vedemmo l’isola di Creta, cui il re approdò per riposare e per radunare la flotta; quando le navi giunsero colà, il re si commosse grandemente per le venticinque navi che non comparvero. Su quei monti scoscesi dell’isola di Creta, esiste un collo che si sporge al di sopra degli altri, come se fosse la cima di quei monti, ed è chiamato il “Cammello”, che secondo ciò che dicono i marinai esperti del mare, stabilisce la mezza strada con quell’isola tra Messina della Sicilia e la città di Acri della Palestina.

Il giorno dopo, giovedì, il re con tutta quella sua moltitudine ritornò alle navi, e salitovi sopra, ricominciò il viaggio. Quand’ecco calato il giorno, il vento, diventato più forte, ma non eccessivamente, spingeva la flotta frontalmente con abbastanza forza, con un impeto non minore, ma non dissimile dal volo degli uccelli, con le vele gonfie e l’albero un po’ inclinato. E così quel vento, continuando per tutta la notte, lanciò violentemente all’alba tutta la flotta con le vele calate contro l’isola chiamata Rodi. Non vi era un porto dove potevamo approdare, ma gorghi prolungati nella terra. Però da quel giorno fino al lunedì seguente, in cui approdammo all’isola di Rodi, ci riconfortavamo col riposo che era tanto più dolce quanto più desiderato. […] E siccome il re stava ammalato, siamo restati colà alcuni giorni durante i quali il re aspettava quelle navi disperse che avevamo perdute e le galee che sarebbero giunte colà, che sempre lo seguivano […].

Passati dieci giorni, ciò che è abbastanza, nella fertile e ricca isola di Rodi, andammo alla flotta, e intraprendemmo il viaggio cominciato il giorno primo maggio. Venivamo trasportati a vele spiegate in un luogo, di cui non vi è un altro più pericoloso nel mare, detto golfo di Satàlia [62] […] La nave del re era sempre in prima nell’intero viaggio. […]. Nella Vigilia di S. Marco Evangelista, poco prima del tramonto, il cielo copri le nubi di nera caligine, ed ecco il soffio delle tempeste, l’impetuoso vento che, sconvolgendo le acque mosse del mare, assale di fronte i naviganti […] Tre navi del re non lungi dalla terra vengono sconquassate dagl’irruenti flutti, e vengono sommersi alcuni che vi stavano dentro. Tra gli altri rimase sommerso Ruggero, soprannominato il “Cattivo Cagnolino”, sigillifero del re, e [con lui] fu perduto il sigillo del re. Ma poi il corpo di Ruggero fu spinto dai marosi sulla spiaggia, e un popolano, avendo trovato il sigillo, lo portò a vendere all’esercito. E cosi il sigillo fu ricuperato e restituito al re [...]" [63].


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3 - Le Crociate e gli ordini cavallereschi (parte 3ª)


NOTE

[54] Poiché l’attraversamento dell’Anatolia costituiva comunque un tragitto molto pericoloso, il miglior compromesso restava quello di un percorso comunque via terra, ma notevolmente più lungo. Scrive padre De Sandoli: “Ai grandi pellegrinaggi non era prudente attraversare diametralmente l’Anatolia centrale. Da pochi decenni essa era occupata da popolazioni turche, le quali, essendo musulmane e nemiche del nome cristiano, strenuamente sì opposero con le armi al passaggio dei pellegrini della Prima Crociata e, sebbene rimasero sconfitti (1 Luglio 1097), dopo pochi anni riuscirono nuovamente a riunire le forze e a contrastare il passaggio ad un altro numeroso gruppo di pellegrini lombardi, francesi e tedeschi (8 Settembre 1101); lo stesso accadde più tardi ai pellegrini del re Corrado III di Germania (Ottobre, 1147) e di Luigi VII di Francia (Gennaio 1148) che vollero tentare quell’accorciatoia. Questi numerosi gruppi di pellegrini armati ebbero la disgrazia di essere sorpresi nel deserto prima dalla fame, dalle sete e dalle epidemie, e poi dai guerrieri turchi che, sopravvenendo nel momento più critico, davano loro l’ultimo colpo dì grazia. Perciò quel tratto di strada, che per sé aveva il vantaggio d’essere più breve, rimase interdetto a tutti i pellegrini. Il giro attraverso l’Anatolia occidentale e meridionale era meno rischioso e fu praticato da pellegrini solitari, specialmente quando le condizioni politiche erano più favorevoli per i Cristiani.”. Lo stesso De Sandoli precisa quale fosse la parte asiatica del percorso: “Dopo la visita alle chiese e ai luoghi più famosi di Costantinopoli, i pellegrini passavano al litorale opposto attraverso il Bosforo, chiamato a quell’epoca «Braccio di San Giorgio». Poi ricominciava la via terrestre che conduceva a Nicomedia e a Nicea e continuava verso sud-ovest nell’Anatolia abitata ancora da Cristiani greci e, giunta all’altezza del golfo di Adalia o Satalia, si dirigeva sul golfo di Alessandretta, attraversando, potendo, la Licaonia, abitata da Turchi, e la Cilicia, abitata da Cristiani armeni. Girato il golfo di Alessandretta, dopo poche decine di chilometri giungeva ad Antiochia, capoluogo d’un ducato crociato e punto d’incontro dei pellegrini che arrivavano da Gerusalemme o da Costantinopoli.” (P. SABINO DE SANDOLI, Itinera Hierosolymitana Crucesignatorum, vol. II, cit., p. X). Tra le ultime testimonianze di itinerario compiuto attraverso la penisola anatolica, vi è l’Ad loca sancta itinerarium di un certo Othmarus, un sacerdote che intraprese il viaggio intorno al 1165 partendo da Heinburg, presso Bratislava. Giunto a Costantinopoli dopo oltre quaranta giorni di cammino, lungo lo stesso itinerario obbligato che aveva percorso anche Goffredo di Buglione, Othmar attraversò poi il Bosforo, andò a Nicea, e si diresse verso il sultanato turco di Qonia (Iconia), capitale della Licaonia, dove giunse dopo una quindicina di giorni di cammino. Passando poi per la regione armena della Cilicia, giunse dopo altri venti giorni circa ad Antiochia, capitale di un ducato crociato. Da qui, seguendo le coste della Siria e del Libano, giunse infine in Palestina: l’intero viaggio era durato più di tre mesi, ma - a giudicare almeno dallo scarno diario – senza particolari incidenti. Cfr. P. SABINO DE SANDOLI, Itinera Hierosolymitana Crucesignatorum, vol. II, cit., pp. 296-305).

[55] Durante i mesi invernali le navi restavano ancorate in un porto sicuro, anche se si trovavano in acque straniere, lontano dalla patria.

[56] Ricordiamo che Acri, poi divenuto il principale approdo dei Crociati, era ancora in mano musulmana: sarebbe poi stata conquistata il 15 maggio 1104.

[57] P. SABINO DE SANDOLI, Itinera Hierosolymitana Crucesignatorum, vol. II cit., pp. 8-11. Dopo un soggiorno di sette mesi in Terrasanta, Sevulfo ripartì da Giaffa il 17 Maggio 1103, domenica di Pentecoste; costeggiando con una grossa nave i lidi della Terra Santa, del Libano e della Siria, raggiunse Tortosa (Siria), che era stata da poco occupata dal duca Raìmondo di Tolosa. Dal porto di Lattachia (Siria) proseguì il viaggio puntando prima verso la punta settentrionale dell’isola di Cipro, toccando altri due piccoli porti e giungendo poi sul continente al porto di Antiochia la Piccola, nel golfo della moderna Aclàlia. Da lì, costeggiando attorno all’Asia Minore, si inoltrò nei Dardanelli e nel Mar di Marmara e giunse ad Eraclèa, a 16 chilometri da Costantinopoli. Ma a questo punto il racconto dei suo pellegrinaggio si interrompe bruscamente. In tutto Sevulfo impiegò 92 giorni per il viaggio di andata e 106 per quello di ritorno, mentre 216 furono i giorni di permanenza in Palestina.

[58] Canonico regolare di S. Agostino, Teotonio (1080-1160) proveniva dalla Galizia, dove era priore di Vise, ed era già stato in Terrasanta nel 1103, al seguito di Enrico di Borgogna, conte del Portogallo; là si era fermato alcuni anni. Dopo questo secondo pellegrinaggio, rifiutò ogni carica di prestigio (compresa la dignità vescovile) e fondò nel 1134 il monastero di Santa Croce presso Coimbra. Frammenti dei resoconti di viaggio in Palestina sono pubblicati in P. SABINO DE SANDOLI, Itinera Hierosolymitana Crucesignatorum, vol. II cit., pp. 33-41.

[59] Capo Malea è la più orientale delle tre penisole della costa meridionale del Peloponneso, vicina all’isola di Citera.

[60] P. SABINO DE SANDOLI, Itinera Hierosolymitana Crucesignatorum, vol. II cit., pp. 35-37.

[61] Formalmente alleatosi con il re di Francia Filippo II Augusto, re Riccardo aveva incontrato colui che considerava più che altro un rivale a Vézelay, luogo di pellegrinaggio in Borgogna da dove una quarantina d’anni prima Bernardo di Chiaravalle aveva chiamato alla seconda crociata. Qui i due monarchi si erano dati appuntamento a Messina, dove avrebbero riunito le loro forze per tentare di recuperare la perduta Gerusalemme (l’imperatore Federico Barbarossa era appena morto annegato in Cilicia, impegnato nella stessa missione). Imbarcatosi a Marsiglia nel luglio 1190 – mentre Filippo Augusto impegnò Genova e la sua flotta per il trasporto delle truppe crociate – Riccardo aveva svernato nel porto siciliano, dimostrando di non avere in realtà particolare fretta. Da Messina Filippo Augusto salpò alla fine di marzo del 1191, e Riccardo lo seguì un paio di settimane più tardi. Ma mentre il pauroso sovrano francese raggiunse S. Giovanni d’Acri in una ventina di giorni di tranquilla navigazione, Riccardo impiegò un paio di mesi per arrivare a destinazione.

[62] Satalia corrisponde all’attuale Antalya (o Adalia), sulla costa meridionale della Turchia. Cfr. Gervasio di Tilbury (Gervasius Tilleberiensis), Otia Imperialia (1212 ca.) Parte terza, II.3: “Tra Rodi e Cipro ci sono degli scogli chiamati comunemente il golfo di Satalia, dove si dice che la testa della Gorgone fu gettata a mare; questi scogli si trovano di fronte alla città di Satalia, che si dice appartenga al sultano d’Iconio. Sembra che la Gorgone fosse una cortigiana la cui bellezza faceva perdere il senno agli uomini. Fu Perseo a gettare la sua testa in mare. Gli abitanti del luogo raccontano che un cavaliere era perdutamente innamorato di una regina; non avendo potuto avere con lei dei rapporti carnali, si unì alla donna di nascosto, dopo la sua morte e sepoltura, e il frutto dell’unione fu questa testa così mostruosa: al momento del concepimento, il cavaliere udì nell’aria una voce che diceva: «Ciò che verrà partorito, genererà la perdita e la distruzione di tutte le cose a causa del suo sguardo». Nove mesi dopo, il cavaliere, aprendo la tomba, vi trovò la testa, che evitò sempre di guardare in faccia; quando la afferrava, mostrandola davanti ai suoi nemici, li annientava all’istante, loro e le loro città. Poi un giorno, essendo in nave, si addormentò, con la testa appoggiata al grembo della sua amante; quest’ultima rubò di nascosto la chiave dello scrigno dove era richiusa la testa e, non appena la guardò, piena di stupida curiosità qual era, morì. Al suo risveglio, il cavaliere scoprì la cosa: pazzo di dolore, afferrò la testa, la sollevò e sotto lo sguardo del viso che aveva in mano, morì insieme alla nave. Si narra anche che la testa risalga in superficie ogni sette anni, mettendo in pericolo i navigatori”.

[63] Ricardus Canonicus Londoniensis Itinerarium Peregrinorum et gesta regis Ricardi [Il cammino dei pellegrini e le imprese del re Riccardo, del canonico Riccardo di Londra], Libro II, capp. 27-30, pubblicato in P. SABINO DE SANDOLI, Itinera Hierosolymitana Crucesignatorum, vol. II cit., pp. 123-161.