Ottavio de Carli - Introduzione al "Pellegrinaggio di Gierusalemme" di Gian Paolo Pesenti (parte 7ª)

Da EFL - Società Storica Lombarda.

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Il Trecento e i Francescani in Terrasanta


Con la presenza dei Frati Minori nei Luoghi Santi, fin dalle origini dell’Ordine si assiste al nascere di un’attività letteraria francescana riguardante la Terra Santa, con la pubblicazione di guide e mappe nelle quali fra l’altro si posero le premesse della Palestinologia moderna.

Ricordiamo ad esempio il resoconto del pellegrinaggio compiuto dal frate cremonese Antonio de’ Riboldi nel 1327 [103]. Frate Antonio narrò le sue peregrinazioni sotto forma di lettere dirette a un Andreolo e a un Uberto, che non si può accertare se fossero suoi fratelli carnali, come pare probabile, o semplicemente confratelli in religione. Nella prima di queste lettere, scritta il 16 settembre 1327, egli riferiva del suo primo viaggio a Gerusalemme. Partito il 17 marzo 1327 da Famagosta, giunse a Tolemaide due giorni dopo, per recarsi poi a Nazareth, che descrisse minuziosamente. Il 14 aprile era a Gerusalemme, dove si trattenne qualche tempo, poi si imbarcò per Cipro, ripromettendosi di andare presto «ad contemplanda et longe plura Domino disponente et vobis iterum scribenda». Il 14 ottobre 1330, lasciata di nuovo Famagosta, partì infatti per l’Egitto. Qui egli diede interessanti ragguagli su Alessandria e Babilonia (cioè il Cairo) [104], dopodiché tornò a Gerusalemme via terra, passando dal monastero di Santa Caterina, alle falde del Sinai, insieme ad otto pellegrini “latini”. Notevole è la descrizione della traversata del deserto, iniziata il 16 gennaio 1331: i pericoli corsi nel viaggio furono terribili, dal momento che il gruppo fu insidiato senza tregua dalle stesse guide che lo accompagnavano. Il 24 gennaio essi giunsero al monastero di Santa Caterina, ma il viaggio verso la Palestina fu anche peggiore. Partiti il 4 febbraio dal monastero per andare a Gaza, i viaggiatori rimasero 15 giorni nel deserto, dove le guide stesse si erano smarrite, con scarso pane, soffrendo terribilmente la sete, e scampando alle minacce dei Beduini. Il 18 febbraio erano a Gaza. “In mondo - scriveva ingenuamente il fraticello - non est durior peregrinatio quam ad montem Synay et, si praescivissem ipsa pericula, nunquam pedem posuissem, set multum gaudeo quod feci, quia rogare deum didici, quia nunquam fui in pericolo nixi ibi” [105].

Giunto a Gerusalemme dopo tanto penare, Antonio de’ Riboldi vi ebbe una lieta sorpresa: “Intrantes autem civitatem sanctam Yerusalem in vigilia sancti Mathey tam cito quam cito [106] posui pedem in platea sancti Sepulchri, tre mulieres de Cremona, quae ibidem erant, me cognoverunt et statim alta voce clamantes dixerunt: «Salutant vos fratres vestri et vobis literas ex parte Domini Francischini fratris vobis apportavimus!» De quo fui valde miratus, quo modo scilicet me cognoverunt, eo quod barbam valde prolixam habebam et dixi: «A, a, a, Domine Deus! in ista sacratissima civitate dei inveni, qui mihi nova refferat de carne mea!» Non vacat, dixi ego, u ministerio [107]. Una de ipsis peregrinis erat mater magistri Raphaelis, quae dedit mihi ipsam literam nomine Francischini fratris vestri; ipsa fuit facta litera de Julio”.

Recatosi di nuovo al S. Sepolcro, frate Antonio poté cantar messa ad alta voce, non essendo presenti che latini: “ita quod benedicantur - commentò - illi vij floreni, quos dedi eis. O quam dulces fuerunt illi floreni!”.

La testimonianza del frate cremonese sottolinea la presenza davvero numerosa di fedeli latini nella Gerusalemme di quel tempo, e che la pratica del pellegrinaggio fosse in forte espansione è confermato anche dalla stesura della Descriptio Terrae Sanctae, compilata in quello stesso 1330 da padre Giovanni Fidanzola da Perugia, Superiore della Provincia di Terra Santa.

Tale attività letteraria, iniziata già prima del 1292 , acquistò però sempre più importanza dopo il 1333, quando grazie alla trattativa diplomatica condotta a buon fine da Roberto d’Angiò e Sancha di Maiorca, reali di Napoli, con il Sultano d’Egitto al-Nasir Muhammad, i Francescani di Terra Santa furono nominati custodi del Santo Sepolcro. La presenza fu ufficializzata da parte musulmana con il permesso di proprietà concesso ai Frati Minori del convento del Monte Sion, costruito sulle rovine della basilica della Santa Sion presso il Cenacolo, e da parte della Chiesa Cattolica con la creazione della Custodia di Terra Santa con le bolle Gratias agimus e Nuper carissimae emesse da papa Clemente VII nel 1342. Nel 1348, al tempo del Sultano al-Mudhaffar, i Frati Minori presero dimora fissa nel convento e vi rimasero per circa tre secoli. Il superiore ebbe il titolo di Guardiano del Monte Sion e del Santissimo Sepolcro di Nostro Signore Gesù Cristo e di Custode di Terra Santa. Successivamente ai frati venne riconosciuto il diritto di abitare nel convento abbandonato dagli Agostiniani a Betlemme, di celebrare sul Monte Calvario e nell’edicola del Santo Sepolcro, e dal 1363 anche nella chiesa della Tomba della Madonna nella valle del Getsemani. Queste piccole importanti conquiste incrementarono naturalmente la pratica del pellegrinaggio, che si diffuse sempre più anche tra persone che in verità non brillavano per spirito di santità. Nell’aprile 1349, ad esempio, Galeotto Malatesta, signore di Rimini, volze andar al Santo Sipulcro, e imbarcatosi a Rimini su una galea anconetana, partì accompagnato dal nipote Malatesta Ungaro e anche da un buffone.

Così, accanto a brevi guide decisamente asciutte nella loro concisione estrema [108], verso la fine del XIV secolo comparvero dei diari di viaggio che in qualche modo rappresentavano i diretti precursori della Peregrinatio del Pesenti.

Particolarmente importante fu in quegli anni il Libro d’Oltramare (1345) di Fra Niccolò da Poggibonsi, una guida fortunata di cui si registrano ben 64 edizioni [109]. Ma è da ricordare anche la descrizione del pellegrinaggio compiuto nel 1384 da Simone Sigoli [110] e Leonardo Frescobaldi [111], rampollo quest’ultimo della potentissima famiglia fiorentina che del commercio con l’estero aveva fatto una delle principali attività [112].

Il pellegrinaggio di questo piccolo gruppo di intraprendenti toscani – assieme a Sigoli e Frescobaldi partirono il sacerdote Bartolomeo di Castel Focognano [113], il lanaiolo Antonio Mei, il “vinattiere” Santi del Ricco, Giorgio Gucci (figlio di Guccio, Gonfaloniere di Giustizia nel 1369) e Andrea Rinuccini, accompagnati “con uno famiglio per uno e aggiunto uno spenditore”, - iniziava ad avere il sapore del viaggio turistico, più che della missione prettamente religiosa.

Partiti da Firenze a metà agosto (e da Venezia il 4 settembre [114]) 1384, essi visitarono dapprima l’Egitto, il Sinai e poi la Terra Santa, risalendo la terra d’Israele fino a Baruti (l’attuale Beirut) dove si imbarcarono per tornare a Venezia: percorso pressoché identico e inverso a quello compiuto più di duecento anni dopo da Gian Paolo Pesenti, realizzato fra l’altro in uno stesso arco di tempo – undici mesi e mezzo [115].

Simone Sigoli e Leonardo Frescobaldi lasciarono interessantissimi resoconti di questo viaggio, che andrebbero letti parallelamente – ancorché in senso inverso – alla Peregrinatio del Pesenti [116].

Nonostante la grande distanza temporale, molti aspetti del viaggio dovevano infatti essere rimasti invariati. Si legge ad esempio nel racconto di Frescobaldi:

“In Vinegia ci fornimo di molte cose, infra le quali compramo una botte di buona malvagìa, e infra le altre cose compramo un cassoncello per mettervi entro certe nostre cose di vantaggio, come s’era il libro della Bibbia ed Evangelij, e’ Morali, e tazze d’ariento, e altre cose sottili. E dal detto cassoncello spiccamo una di quelle spranghe, che si conficcano nel coperchio della parte di sotto, e con uno brusto ne votamo parte, sinché dentro vi nascondemo Ducati secento nuovi di zecca, de’ quali n’erano dugento di ciascuno di noi tre, e dugento Ducati portamo di grossi Viniziani d’ariento, e cento in oro, e l’avanzo insino in Ducati settecento che portamo per uno di noi tre, portamo in Lettere di pagamento in Alessandria che v’era pe’ Portinari Guido di Luca, e in Damasco Andrea di Sinibaldo da Prato, che v’era pe’ detti Portinari” [117].

Non molto diversi dovettero essere i preparativi del Pesenti, 228 anni dopo.

Fra l’altro, è interessante notare che anche il Frescobaldi, come Pesenti, sembra voler giustificare la deviazione in Egitto come parte di un unico ampio pellegrinaggio. Si legge infatti nelle sue memorie:

“Trovamo in Vinegia di nostri Fiorentini per andare al Santo Sepolcro, Santi Del Rinco, e Simone Sigoli, e Antonio di Paolo Mei, e un prete di Casentino. Tutti questi pellegrini Vineziani e Fiorentini voleano andare al Santo Sepolcro in Gerusalem sanza andare a Santa Caterina, o in Egitto; salvo noi tre ch’eravamo mossi insieme con uno famiglio per uno e aggiunto uno spenditore. Voleano tutti questi altri fare il viaggio in sulle galee, per prendere ogni sera porto. Noi diliberamo fare porto in Alessandria, e quivi principiare le nostre cerche per lo Egitto; e noleggiamoci in su una Cocca nuova Viniziana di portata di settecento botti, pagando Ducati XVII per testa. Vedendo questi pellegrini Fiorentini, che noi volevamo fare le cerche maggiori d’Oltremare, e principiare ad Alessandria, crebbe loro l’animo, e accozzoronsi con esso noi, e deliberarono fare quello che noi” [118].

Non da ultimo, è importante sottolineare come il libro di Simone Sigoli sia strutturato in due parti chiaramente delineate: dapprima il dettagliato resoconto del viaggio, poi – quasi a mo’ di appendice – una vera e propria guida ai luoghi sacri, con tanto di indicazioni relative alle indulgenze ad essi collegate [119]. È una guida precisa e ben curata, ma l’aspetto devozionale sembra davvero esser passato in secondo piano.

La descrizione dell’Egitto come parte di un ampio viaggio che toccava tutto l’oriente – quale fu in effetti il pellegrinaggio di Sigoli e Frescobaldi e poi del nostro Pesenti -, ebbe un’interessante anticipazione nel De statu Egypti vel Babylonie di Burcardo di Strasburgo (Burchardus Argentoratensis), del quale già si è accennato in precedenza [120]. L’autore di questo breve testo

Le fonti trecentesche iniziano a riferire anche delle investiture all’interno del Santuario dei Cavalieri del Santo Sepolcro. Il primo ricordo si legge nella relazione di viaggio del Cavaliere Guglielmo di Boldensel del 1336: “Dopo la Messa, io feci cavalieri due gentiluomini sul Sepolcro cingendo loro la spada e osservando le altre formalità che sono d’uso per ricevere l’Ordine della Cavalleria”.

Altre attestazioni risalgono agli anni immediatamente successivi: nel 1340 un documento del priorato spagnolo del Santo Sepolcro di Calatayud è firmato da Guglielmo cavaliere dell’Ordine del Santo Sepolcro, e sappiamo che Valdemar IV Atterdag re di Danimarca nel 1340, venne a Gerusalemme dove volle essere fatto cavaliere del Santo Sepolcro.

Una Cronaca Anonima di Valenciennes (sec. XIV-XV) riporta che nel 1343 Guglielmo di Solre accompagnò a Gerusalemme Guglielmo II conte di Olanda e di Hainaut, e che da lui fu creato cavaliere nel Santo Sepolcro . Nel 1420 la Cronaca de Leyde descriveva l’investitura di Compar De Caumont avvenuta l’anno prima da parte del sacerdote celebrante, alla presenza dei Francescani; il testo spiegava anche gli obblighi che si richiedevano all’aspirante Cavaliere.

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NOTE

[103] Il pellegrinaggio è stato edito in tempi moderni nella Zeitschrift des deutschen Palestina-Vereins, XIII, 3°, 1891, e recensito in Archivio Storico Lombardo. Giornale della Società Storica Lombarda, Serie Seconda, vol. X, anno XX, Milano, 1893, pp. 222-224.

[104] Cfr. nota 64. È curioso rilevare che Antonio de’ Riboldi chiamava il Nilo “fluvius Paradixi”, con evidente riferimento al Paradiso Terrestre.

[105] Il recensore dell’Archivio Storico Lombardo (che si firma F. N.) commenta qui: “Il Riboldi aveva qui a mente il proverbio antico: “Chi non va per mare non sa Dio pregare” (Archivio Storico Lombardo. Giornale della Società Storica Lombarda, cit., p. 223).

[106] Testo forse corrotto: bisognerebbe sopprimere il tam cito.

[107] Così la stampa: si corregga mysterio.

[108] Nel 1862 Michele Melga pubblicava a Napoli, per i tipi della Stamperia del Fibreno, il testo di una breve guida per i pellegrini in Terrasanta, redatta da un anonimo autore trecentesco che in pratica elencava semplicemente i luoghi da visitare. Basta una rapida scorsa alle prime frasi per comprendere il tono dell’intera guida: “Messere santo Stefano fu alapidato colle pietre in Jerusalem alla Porta, onde li Pellegrini entrano nella città, quando voi andate. Appresso entrarete nella chiesa del Sepolcro, e ivi troverete lo luogo, che fu chiamato monte Calvario, dove lo nostro Signore Jesu Cristo fu posto in croce […]”. È però interessante la premessa che il manoscritto recava in testa, a mo’ di titolo: “Questi sono i viaggi che debbono fare li pellegrini, che vanno oltra mare per salvare l’anima loro, e che può fare ciascuna persona stando nella casa sua, pensando in ciascuno luogo che di sotto è scritto, e in ogni santo luogo dica uno Paternostro e Ave Maria”. Dunque si poteva compiere il pellegrinaggio anche solo con il pensiero, pregando sulle brevi paginette della guida. Il testo è tratto da un codice mutilo membranaceo di 44 carte, segnato con il numero 396 della Biblioteca dei Canonici Regolari di S. Salvatore a Bologna (Viaggi in Terra Santa descritti da Anonimo Trecentista e non mai fin qui stampati, Napoli, Stamperia del Fibreno, 1862. Il testo è stato digitalizzato da Google e pubblicato sul web).

Di questo periodo citiamo anche il resoconto del pellegrinaggio compiuto da Giovanni da Mandello e scritto intorno al 1363. Il viaggio fu forse realizzato l’anno precedente, quando anche altri lombardi si diressero ai luoghi santi. Il 20 agosto 1362 si concedeva un’indulgenza di 40 giorni a coloro che aiutassero con elemosine i coniugi Giacomino e Margarita da Besozzo «zello devotionis accensi» in procinto di partire, ottenuta licenza papale, per visitare «sacrum sepulcrum et quedam alia loca sacra ultramarina». (cfr. Archivio Storico Lombardo. Giornale della Società Storica Lombarda, Serie Seconda, vol. X, anno XX, Milano, 1893, p. 499).

[109] NICCOLÒ DA POGGIBONSI, Libro d’Oltramare, Gerusalemme, 1345. Il pellegrinaggio di Niccolò da Poggibonsi è storicamente interessante perché fu intrapreso allo scopo di fare chiarezza su una questione che era divenuta sempre più spinosa e delicata, quella cioè relativa al commercio e alla diffusione delle sacre reliquie, la cui autenticità fin da allora era spesso messa in dubbio, soprattutto per i casi più eclatanti, come quello della scoperta a Hebron dei corpi di Abramo, Isacco e Giacobbe (avvenuta nel luglio 1119), o della conservazione nell’abbazia di Saint-Médard a Soissons di un dente da latte di Gesù. Il problema era serio, perché queste reliquie erano per lo più vendute a cifre esorbitanti, e speculatori senza scrupoli sfruttavano la devozione popolare per arricchirsi anche con clamorosi falsi. Partito per fare un po’ di chiarezza sull’attendibilità di queste innumerevoli reliquie provenienti dai luoghi sacri, Niccolò restò fortemente colpito dalle vestigia che ebbe occasione di visitare, e riportò le proprie impressioni nel Libro d’Oltremare. Riguardo alle reliquie, da monaco semplice ma di buon senso quale era, escogitò una soluzione efficace al problema di soddisfare le richieste della devozione popolare: rientrò infatti con “reliquie” autentiche ma assolutamente a buon mercato: quelle di piccole zolle della terra rossa pestata dai profeti, da Gesù e dai suoi discepoli (cfr. MAURIZIO BETTINI, OMAR CALABRESE, BizzarraMente. Eccentrici e stravaganti dal mondo antico alla modernità, Milano, Feltrinelli, pp. 41-43).

[110] Viaggio al Monte Sinai di Simone Sigoli, castigato, corretto ed accresciuto di note dal M. B. Puoti, Napoli, 1839. Il resoconto “compiuto di scrivere martedì a dì 4 ottobre 1390”, fu poi ripubblicato assieme a quello di Mariano da Siena nel Viaggio al Monte Sinai di Simone Sigoli e in Terra Santa di ser Mariano da Siena, Parma, Pietro Fiaccadori, 1843 (Il testo è stato digitalizzato da Google e pubblicato sul web). È da notare che queste edizioni ottocentesche vennero pubblicate per una ragione più di interesse linguistico che storico-geografico. Le annotazioni e i commenti puntano infatti l’attenzione più sulle forme arcaiche della lingua italiana utilizzata che sulle questioni relative agli argomenti trattati.

[111] GUGLIELMO MANZI, Viaggio di Lionardo di Niccolò Frescobaldi Fiorentino in Egitto e in Terra Santa con un Discorso dell’Editore sopra il Commercio degl’Italiani nel secolo XIV, Roma, Carlo Mordacchini 1818 (Il testo è stato digitalizzato da Google e pubblicato sul web). Guglielmo Manzi era Bibliotecario della Libreria Barberina.

[112] Nel 1304 i Frescobaldi erano addirittura divenuti i banchieri della corona d’Inghilterra. Leonardo era un personaggio di spicco nella Firenze del suo tempo, ed ebbe importanti incarichi pubblici. Nel 1385 fu nominato Podestà di Città di Castello, nel 1390 prese possesso di Montepulciano e nel 1398 fu Ambasciatore a Roma presso papa Bonifacio IX.

[113] Bartolomeo da Castel Focognano, sacerdote, non riuscì però a raggiungere la Terra Santa: morì in viaggio, e fu sepolto a Modone.

[114] Curiosamente Frescobaldi e Sigoli salparono da Venezia lo stesso giorno in cui Gian Paolo Pesenti iniziava il suo viaggio lasciando Bergamo, il 4 settembre.

[115] Che il viaggio non avesse più una finalità puramente devozionale è dimostrato anche dai tempi di rientro in patria: approdati a Venezia il 21 maggio 1385, i pellegrini non si affrettarono affatto a tornare a casa: “Soprastemmo in Vinegia alquanti dì, poi tornamo a Firenze per la via di Bologna, e in capo d’undici mesi e mezzo rientramo in casa nostra, dando consolazione alle nostre famiglie”. Dunque, essendo partiti a metà agosto, ci misero ben un paio di mesi per rientrare a casa da Venezia.

[116] GUGLIELMO MANZI, Viaggio di Lionardo di Niccolò Frescobaldi, cit., pp. 67-68.

[117] Ivi, pp. 68-69. Frescobaldi e i suoi compagni fecero la traversata fino ad Alessandria d’Egitto a bordo di una cocca – grosso bastimento medievale da trasporto, tondo e largo, alto di bordi e a vele quadre, poco maneggevole ma molto capiente – di proprietà di Lorenzo Morosini. Essa trasportava un carico di merci diverse, “che ‘l forte [cioè la parte più cospicua] erano panni Lombardi, e ariento in pani, e rame fino, ed olio, e zafferano” (ivi, p. 70). A quanto sembra, la nave era nuovissima, e non era ancora nemmeno completata, quando già ancorata in rada a tre miglia da Venezia veniva caricata: “e perché la cocca non era ancora compiuta la coverta, né i castelli, vi vennono su molti maestri, che tuttavia lavoravano, e soldò il padrone oltre quegli del servigio della Cocca da XV Balestrieri giovani da bene. Sicché tra mercatanti, e pellegrini, e soldati, e la brigata della Cocca, pareva assai sufficiente compagnia”.

[118] Ivi, pp. 67-68.

[119] Terminato il racconto del viaggio – una settantina di pagine nell’edizione del 1843 – Simone Sigoli introduce la seconda parte del libro con queste parole: “Qui appiede e innanzi faremo menzione di tutte le sante reliquie che troveremo nel pellegrinaggio della terra santa d’oltre mare, cioè Gerusalemme, e dove sarà la croce segnata [accanto al nome di ogni luogo descritto viene infatti segnata una croce, n.d.r.], ivi è perdono, colpa e pena, essendo la persona confessa e pentita de’ suoi peccati; e negli altri luoghi dove non è segnata la croce, si è di perdono ovvero indulgenza sette anni, e sette quarantene, e quaranta dì” (Viaggio al Monte Sinai di Simone Sigoli e in Terra Santa di ser Mariano da Siena, cit., p. 71).

[120] Cfr. nota 64.

[28] La relazione del martirio dei Santi Nicola Tavelich, Stefano da Cuneo, Pietro di Narbona e Deodato Aribert di Rodez, avvenuto a Gerusalemme l’11 novembre 1391, scritta lo stesso giorno da fra Gerardo Chauvet guardiano del convento francescano del Monte Sion, fu sottoscritta tra gli altri da Giovanni Barrile di Napoli, “fatto allora cavaliere del Santo Sepolcro con i suoi servitori”che si trovava a Gerusalemme. Tutte queste notizie sono tratte dall’articolo di padre Michele Piccirillo Registri dei Cavalieri del Santo Sepolcro conservati nell’Archivio Storico della Custodia di Terra Santa (http://www.custodia.org/spip.php?article1310).