I due figli del cavalier Giacomo Albani: differenze tra le versioni

Da EFL - Società Storica Lombarda.
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n. 7, Luglio 1991, pp. 20-27
 
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Il documento, anzi, i documenti qui trascritti giacevano dimenticati, forse volutamente. Una più che comprensibile forma di riserbo aveva probabilmente consigliato in passato di non renderne noto il contenuto che, manifestando una “macchia”, vecchia e ormai sbiadita fin che si vuole, di una illustre famiglia avrebbe corso il rischio di essere accolto come un gratuito affronto dai suoi ultimi discendenti. Sembrerebbe ora insultante invece per l’intelligenza dell’ultimo Co. Albani di Bergamo, Gianbattista, continuare a coprire di un velo non richiesto, avvenimenti di quasi cinque secoli or sono. Essi del resto nella valutazione della morale corrente hanno sicuramente perso l’aspetto scandalizzante che potevano presentare fino ad alcune decine di anni addietro. Di converso alcuni particolari della vicenda e diverse informazioni, fornite dalla lettura dei fatti registrati da notai del tempo, possono dare una pennellata di colore alla vita vissuta alla ime del XV secolo ed in generale oggi conosciuta per stereotipi. Le famiglie interessate potranno aggiungere alcune notizie, forse non note, alle loro storie. Gli studiosi avranno agio di esaminare, in un unico contesto, un gruppo di cinque documenti di natura diversa, ma legati dalla vicenda in stretta connessione. Infine - forse - la lontana origine dei motivi d’inimicizia tra i discendenti di Francesco Albani ed i Brembati, sfociati nell’“Assassinio nella Cattedrale” di [[Achille Brembati]], può trovare un indizio di fondamento. Più concreto della generica presunzione dei soli futili motivi di presunti costumi spagnoleschi del tempo, come sembra almeno in parte essere convinto il Belotti nella sua ricostruzione di quel sacrilego insensato delitto. Più aderente alla costante realtà, romanzata da P. D. James in “Un gusto per la morte”, l’indicazione di un poliziotto inglese: “Love, Lust, Loathing, Lucre (Amore, Lussuria, Odio, Lucro) sono queste le quattro L di ogni omicidio, ragazzo. E la maggiore è sempre il lucro”.
 
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Il racconto della vicenda, che balza fuori dalle belle pagine calligrafate dai copisti dello scriptorium del notaio Lazzaro di Corteregia, è presto fatto.
 
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Versione delle 00:08, 16 giu 2007

Ranieri Medolago Albani I DUE FIGLI DEL CAVALIER GIACOMO ALBANI (Segreti e intrighi a Bergamo tra XV e XVI secolo) da “La Rivista di Bergamo”, XLII n. 4, Aprile 1991, pp. 5-24 n. 5-6, Maggio-Giugno 1991, pp. 16-22 n. 7, Luglio 1991, pp. 20-27


PREMESSA Viene presentato in questo numero monografico della Rivista di Bergamo un curioso documento ritrovato dal conte Ranieri Medolago-Albani e relativo “I due figli del cavalier Giacomo Albani”. La vicenda di uccisioni e vendette presenta un fosco quadro della società cinquecentesca a Bergamo che si collega con altri episodi truculenti della storia italiana come, in periodo successivo, la tragedia della famiglia Censi che fornì ispirazione ad illustri artisti da Shelley a Stendhal. L’autore con uno stile disinvolto e lievemente ironico ricostruisce una storia bergamasca con molti riferimenti a quanto scrisse B. Belotti e sembra un vero e proprio “giallo” che avrebbe potuto essere il canovaccio di una tragedia elisabettiana. D’altronde il discendente di cotanto sangue, scrisse, non essere ignaro della lettura di romanzi gialli: viene infatti citata una maestra del brivido P.D. James. Molto interessante è il documento in latino, che, purtroppo, per esigenze di spazio editoriale, non può essere qui compreso e viene invece redatto in sintetica traduzione, così come dal testo dell’autore vengono tolte numerose annotazioni. Per chi vorrà approfondire l’argomento si rimanda quindi al volume di Ranieri Medolago-Albani, “I due figli del cavalier Giacomo Albani”. Per quanto riguarda l’iconografia della famiglia Albani, si è voluto dare un particolare rilievo al dipinto di Cariani 7 sette ritratti Albani”. Su questo dipinto si è configurata l’ipotesi che le effigiate fossero delle cortigiane. Anche se può sembrare improbabile che in una famiglia Albani avente tra i suoi maestri un fondatore della Confraternita di S. Giuseppe e “pater patriae” si potesse tenere alle pareti un dipinto così osé. Da rimarcare il taglio degli occhi di uno dei giovanetti ritratti: identico a quello di altro dipinto del Cardinal Albani. Lasciamo dunque alla penna di Ranieri Medolago Albani di condurci in questa pagina della storia di Bergamo così densa di colpi di scena, ferimenti, uccisioni e morte. Amedeo Pieragostini

NOTA INTRODUTTIVA Il documento, anzi, i documenti qui trascritti giacevano dimenticati, forse volutamente. Una più che comprensibile forma di riserbo aveva probabilmente consigliato in passato di non renderne noto il contenuto che, manifestando una “macchia”, vecchia e ormai sbiadita fin che si vuole, di una illustre famiglia avrebbe corso il rischio di essere accolto come un gratuito affronto dai suoi ultimi discendenti. Sembrerebbe ora insultante invece per l’intelligenza dell’ultimo Co. Albani di Bergamo, Gianbattista, continuare a coprire di un velo non richiesto, avvenimenti di quasi cinque secoli or sono. Essi del resto nella valutazione della morale corrente hanno sicuramente perso l’aspetto scandalizzante che potevano presentare fino ad alcune decine di anni addietro. Di converso alcuni particolari della vicenda e diverse informazioni, fornite dalla lettura dei fatti registrati da notai del tempo, possono dare una pennellata di colore alla vita vissuta alla ime del XV secolo ed in generale oggi conosciuta per stereotipi. Le famiglie interessate potranno aggiungere alcune notizie, forse non note, alle loro storie. Gli studiosi avranno agio di esaminare, in un unico contesto, un gruppo di cinque documenti di natura diversa, ma legati dalla vicenda in stretta connessione. Infine - forse - la lontana origine dei motivi d’inimicizia tra i discendenti di Francesco Albani ed i Brembati, sfociati nell’“Assassinio nella Cattedrale” di Achille Brembati, può trovare un indizio di fondamento. Più concreto della generica presunzione dei soli futili motivi di presunti costumi spagnoleschi del tempo, come sembra almeno in parte essere convinto il Belotti nella sua ricostruzione di quel sacrilego insensato delitto. Più aderente alla costante realtà, romanzata da P. D. James in “Un gusto per la morte”, l’indicazione di un poliziotto inglese: “Love, Lust, Loathing, Lucre (Amore, Lussuria, Odio, Lucro) sono queste le quattro L di ogni omicidio, ragazzo. E la maggiore è sempre il lucro”. Il lucro non sempre è solo il vantaggio, o guadagno, economico.

LA STORIA Il racconto della vicenda, che balza fuori dalle belle pagine calligrafate dai copisti dello scriptorium del notaio Lazzaro di Corteregia, è presto fatto. Nell’anno di grazia 1498 viveva nella città di Bergamo, ai confini occidentali dei domini di terraferma della Serenissima Repubblica di Venezia, il Cavaliere Gerosolomitano Giacomo Albani. Aveva una bella casa con giardino nel cuore della città, cospicue proprietà nel contado e fuori . Era imparentato con illustri famiglie lombarde e intratteneva rapporti d’amicizia e d’affari un po’ dappertutto, non solo nell’ambito della Serenissima. Uno stuolo di servi, famiglie, dipendenti, amministratori e corrispondenti era al suo servizio. Godeva della considerazione e del rispetto dei concittadini e degli esponenti della cosa pubblica, i quali gli avevano affidato anche incarichi di un certo rilievo. Un profondo cruccio però l’affliggeva: stava invecchiando e non aveva figli. O meglio, non aveva figli legittimi. Molti anni prima aveva sposato Grata Colombi, una bella ragazza di un’antica famiglia della sua città, ma nessun figlio aveva allietato la loro unione. Quando fosse morto, con lui sarebbe finita la sua famiglia, un ramo dell’illustre casata originaria di un paesino del contado, Albano ad oriente di Bergamo. Le sue proprietà sarebbero state divise fra i suoi nipoti. Nicola, figlio di Doratino suo fratello defunto e Francesco figlio di Domenico, altro suo fratello passato a miglior vita. Non gli erano particolarmente simpatici e non perdevano occasione, con una scusa o l’altra, di chiedergli denari. Particolarmente Francesco, il quale aveva sposato da poco una ragazza della Milano bene, Caterina Pecci e lo zio aveva già dovuto intervenire a garantire per i debiti contratti da quelle mani bucate. Ogni volta che il cavalier Giacomo vedeva i nipoti, sempre deferenti e rispettosi, non poteva fare a meno di pensare che parevano più attenti a qualche eventuale segno della sua prossima dipartita, che solleciti della sua salute e dei suoi molteplici interessi. Il momento intanto si avvicinava e le loro speranze diventavano sempre più fondate. Era proprio seccante doversene andare lasciando tutto a quei due. Sarebbero venuti compunti al suo funerale, ben contenti in cuor loro, magari non tanto segretamente, di avere finalmente quello che tanto avevano attesto, sperato e pregustato andando a strisciare da quel vecchiaccio - parlandone da vivo - nella speranza di ottenere qualche miserabile scudo. Adesso altro che spiccioli. La soluzione però c’era. Donna Grata sua moglie non gli aveva dato figli, né avrebbe potuto dargliene, avendo ormai abbondantemente superato la quarantina, ma Giovannina Vaiola glie ne aveva dati due. Pensando a lei gli si scaldava ancora il cuore. Se l’era trovata davanti, giovane, soda, disponibile e provocante, cameriera nella sua grande casa; un miscuglio irresistibile di candore e di astuzia femminile. In principio aveva tentato d’ignorarla e di starle alla larga. Ma poi... ed erano nati prima Antonia, ormai dodicenne e, due anni dopo, Marcantonio. Per soffocare le chiacchiere e i pettegolezzi, ma soprattutto per placare Donna Grata, evitare d’inimicarsi il parentado e di danneggiare la sua reputazione di gentiluomo, Giovannina era stata allontanata. Oh! Era stata ben trattata! La dote, con cui l’aveva largamente provvista, aveva fatto gola a un Benaglio, il quale se l’era sposata, beato lui! I ragazzi però se li era tenuti, né avrebbe potuto fare altrimenti. Erano però cresciuti bene e non erano certo stati allevati come figli di una serva, ma come figli del padrone; anche se nessuno, in casa o fuori, avrebbe osato toccare l’argomento. Aveva sempre pensato di legittimarli un momento o l’altro. Il problema era come. Un ordinario procedimento legale avrebbe comportato un processo con relativa pessima pubblicità. I Benaglio, i Colombi e gli Albani si sarebbero certamente risentiti e in pubblico avrebbero probabilmente negato la verità per salvaguardare la propria onorabilità e gl’interessi concreti. Gli strascichi sarebbero stati comunque pesanti e imprevedibili, insulti e diatribe certe, forse anche cartelli di sfida. Il denaro non sarebbe certo potuto servire a tacitare tutti. I soliti moralisti ipocriti ne avrebbero approfittato per risciacquarsi la bocca, per non parlare poi degli avversari più o meno noti e dichiarati. Per mesi, forse per anni, in città e fuori non si sarebbe parlato d’altro e certo non in termini lusinghieri per nessuno degli interessati. Non sarebbe poi certo man¬cato qualche prete che avrebbe tuonato dal pulpito, per stigmatizzare, con allusioni neanche tanto coperte, le violazioni del sesto e nono comandamento. Una tal soluzione del problema avrebbe certamente suscitato un vespaio e danneggiato famiglie e persone, trascinate anche loro malgrado in una vicenda ormai vecchia e quasi dimenticata. Ne sarebbero derivate future inimicizie con conseguenze incalcolabili. Gli stessi due ragazzi ignari e incolpevoli ne avrebbero poi dovuto sopportare le conseguenze. No, la soluzione lineare e diretta, offerta dal ricorso al tribunale, era decisamente impraticabile. Che fare allora? Riservatamente i più intimi amici, giuristi e avvocati, erano già stati interessati al problema, ma proposte utili non se ne vedevano ancora. E il tempo inesorabilmente intanto passava. Finalmente sul finire della primavera la buona notizia. Cristoforo da Romano, ottimo amico ed esperto legale, era venuto a saper che per effetto di un privilegio ormai quasi dimenticato e solo in casi eccezionali concessi in passato dai sovrani, alcune persone elevate a rango di conti palatini od ai più alti gradi di nobiltà, possedevano fra l’altro la facoltà, a loro insindacabile giudizio, di legittimare figli illegittimi anche senza il consenso degli eredi legittimi dei genitori, purché non appartenenti al ceto dei nobili titolati. Fin qui la notizia era interessante, ma di scesa utilità. La notizia importante invece era che a Bergamo c’era almeno una persona in grado di agire con l’autorità di un tale privilegio, non solo, ma le facoltà di cui era in possesso erano già state approvate a suo tempo, con ratifica ufficiale, anche dallo stato Veneto e quindi avevano incontestabile valore legale a tutti gli effetti, sia pubblici che privati. Il conte e cavaliere Bartolomeo Brembati, che risiedeva a Bergamo nel palazzo avito presso Porta S. Giacomo, era appunto un felice depositario di tali sovrane facoltà. Nel 1434 suo nonno paterno, Davide, era stato elevato dall’imperatore Sigismondo a rango di conte palatino, con varie facoltà e prerogative, fra cui quella che interessava al momento e trasmissibili di padre in figlio, in perpetuo. Il doge di Venezia Francesco Foscari aveva confermato il decreto imperiale, con ducale dell’anno successivo. Ci si può immaginare la gioia di Giacomo Albani; sembrava ringiovanito di dieci anni. Presto, presto, con l’aiuto dei consiglieri più fidati e riservati si mise all’opera. Richiese innanzi tutto al conte Brembati la sua disponibilità, tanto più facilmente concessa di cuore quanto meno ‘‘antico privilegio era stato usato. La gratificazione della richiesta dell’Albani si andava ad aggiungere, per il Brembati, agli indubbi vantaggi derivanti dal favorire un noto cittadino. Già rapporti di vario genere, se non proprio d’amicizia, esistevano da tempo. La comune appartenenza al ceto facoltoso colto e dominante della città era del resto motivo più che sufficiente per poter stringere ancor più i rapporti sul piano più strettamente personale. La soluzione di un problema tanto delicato coinvolgeva necessariamente i sentimenti dei due uomini. La gratitudine e il rispetto da un lato, la simpatia e la stima dall’altro non potevano non trarne nuovo vigore. Il fatto stesso di conservare in comune il riserbo, per eventi strettamente privati di una nota famiglia, non poteva poi non essere per il Brembati ulteriore fonte di compiaciuta “complicità”. Per le due famiglie interessate, anche se indirettamente, elemento di coesione e di amicizia per il futuro. Naturalmente anche esponenti della pubblica amministrazione furono interessati, sia per ottenerne l’approvazione, pur non strettamente necessaria, ma soprattutto utile per limitare al massimo, coinvolgendoli in prima persona, la divulgazione di una notizia tanto ghiotta per il pubblico, bergamasco e non. Il problema più spinoso era però quello di non suscitare il rancore e la ritorsione di Nicola e Francesco, i nipoti legittimi. Un’eventualità del genere se l’erano probabilmente aspettata, ma la grossa delusione di vedersi sottratto il pingue patrimonio dello zio, all’ultimo momento dai nuovi cugini legittimati, potevano creare complicazioni d’ogni genere. Non si potevano escludere intemperanze, dovute anche alla giovane età e, soprattutto, uno stato di futura sorda contrapposizione tra cugini, con rischi per tutto il complesso familiare non facilmente calcolabili Anche qui l’intervento degli amici legali si era mostrato prezioso, poiché le discrete trattative da loro condotte poterono dimostrare agli interessati che, pur perdendo quanto si erano aspettati con qualche margine d’incertezza, potevano ricevere dei vantaggi concreti facendo buon viso a cattiva sorte. D’altra parte una opposizione, giuridicamente irrilevante, non avrebbe avuto per conseguenza che la perdita di ogni possibilità di vantaggi, sia presenti che futuri e la rottura traumatica dei rapporti con lo zio, svantaggiosa per tutti e per il buon nome stesso della famiglia. Donna Grata stessa si era mostrata felice della soluzione, che significava la fine di un incubo per lei e la possibilità, senza ledere il suo amor proprio di donna e di moglie, di accogliere e considerare come figli suoi i due ragazzi, figli di Giovannina, cresciuti però come se fossero stati sempre di casa Albani. Si era giunti così al fatidico 2 giugno 1498, sabato, vigilia della Pentecoste. Una piccola folla aveva invaso fin dal mattino la casa e il giardino del cavalier Giacomo Albani, in Vicinia S. Salvatore di Bergamo. C’erano oltre al conte palatino e cavaliere Bartolomeo Brembati, personaggio principale, al cavalier Giacomo, padrone di casa e nell’occasione postulante, gli altri interessati di casa Albani: Donna Grata, Antonia e Marcantonio, Nicola e Francesco, quest’ultimo anche in rappresentanza dello zio Gerolamo, assente. C’erano poi tre notai, Lazzaro di Corteregia, Pietro Gavazzi e Vincenzo Mozzo, l’avvocato Cristoforo da Romano, procuratore per l’occasione di Donna Grata, Antonia, Marcantonio, Francesco e Nicola Albani. C’era anche l’avvocato Gerolamo Villa, vicario del podestà di Bergamo, cavalier Paolo Pisano. In qualità di testimoni gli jusperiti e avvocati Fermo della Valle, Filippo Locatelli e Andrea Salandri, nonché un altro nipote del cavalier Giacomo, Bartolomeo, figlio del defunto cugino Leonardo Albani. Nel bel giardino, con le entrare guardate a vista dai bravi ed al riparo così da occhi ed orecchie indiscrete, cominciò la cerimonia della legittimazione. La grave solennità dell’avvenimento poté essere in parte alleggerita dall’amore per lo spettacolo del cavalier Albani, perfetto rappresentante della società del tempo. Di spettacolo infatti, si trattò, anzi e non troppo sottilmente, di quello del trionfo dell’anfitrione. Seppure davanti ad un pubblico ristretto, ma sceltissimo, il cavalier Giacomo mostrava il raggiungimento del successo anche nel campo degli affetti familiari, con la vittoria sulla natura contraria, sulle difficoltà frapposte da leggi e circostanze, sulle contrarie bramosie di avversari non dichiarati e, infine, con l’apparenza della contrizione per i propri “peccati di gioventù”, esibendo il fondamento della speranza nella proiezione della parvenza umana nell’eternità: l’ininterrotta discendenza della sua famiglia. La sua sapiente regia, ben coadiuvata dal notaio Lazzaro, fece apparire come comprimario nel trionfo il conte e cavaliere dell’impero Bartolomeo Brembati, il quale, aldilà delle apparenze, non era altro che uno strumento, insostituibile e prezioso fin che si vuole, ma pur sempre strumento del successo del “quasi senio” padre dei legittimandi. I quali, Antonia e Marcantonio, beneficiari indiscutibili di tutta la vicenda, rappresentavano però anche l’evidente e viva dimostrazione di tutta la vicenda, del successo paterno. Gli altri: tutti spettatori, più o meno compiaciuti, indifferenti o indispettiti e tutti pronti all’applauso per convenienza. La cerimonia cominciò con il prologo della rappresentazione: la lettura del diploma imperiale a Davide Brembati, nonno del conte Bartolomeo, con l’elencazione delle prerogative e facoltà eccezionalmente concessegli e trasmissibili ereditariamente attraverso i legittimi successori maschi e la ratifica del Doge che ne rendeva efficace l’esercizio sotto la Serenissima. Continuando la cerimonia, primo atto della commedia, il cavalier Giacomo espose la sua situazione sociale e economica, la disgrazia della mancanza di figli legittimi ed il ruolo, preordinato a suo dire, di Giovannina Vaiola “ancilla seu pedisequa soluta”. L’atto terminò con la perorazione al “deus ex machina” affinché mettesse fine, come non mai esistita, alla causa dell’ingiustizia che vedeva penalizzati due innocenti fanciulli per le colpe del padre. Il coro si unì al postulante, rafforzando la richiesta e sostenendola con il generale consenso. Nel secondo atto Bartolomeo Brembati, forte delle sue prerogative incontestabili, concesse benigna¬mente e graziosamente quanto richiestogli. Le motivazioni dell’accoglimento dell’istanza furono ben precisate e di due ordini. La prima d’ordine morale e storico-giuridica che si rifaceva all’antico “jus gentium” in cui tutti i nati da donna erano perciò stesso liberi e detentori dei diritti civili. La seconda di ordine politico-sociale, che, tenuto conto del comportamento del postulante verso lo Stato e la società e della possibilità d’inserimento positivo dei beneficiari nello stesso contesto, rendeva politicamente conveniente e socialmente opportuno l’atto di legittimazione e reintegrazione nei loro diritti, in certo senso dovuto sul piano morale. La spettacolare e commovente investitura, con la consegna dell’anello d’oro ed il bacio della pace ad Antonia e Marcantonio, concluse il secondo atto, confermando il loro avvenuto ingresso a pieno titolo nel contesto civile e nella famiglia Albani. Nel terzo atto la cerimonia e la commedia si conclusero ponendo in evidenza le necessità di ordine bassamente finanziario che accompagnano ogni azione, pur moralmente e giuridicamente eque e giuste. Il cavalier Giacomo “pro aliquali recognitione et remuneratione”, cioè a titolo di riconoscimento per il - comunque superfluo - consenso dei nipoti alla legittimazione dei suoi figli e per compensarli della perdita di un loro sperato futuro lucro, donò ad ognuno dei due la non indifferente somma di ventimila lire. La donazione stessa tuttavia, con effetto solo dal momento della morte del donante, fu assoggettata alla condizione che gli stessi nipoti stessero “taciti et contenti” e che, in nessun momento, direttamente o indirettamente, si opponessero o contestassero la legittimazione dei cugini. Una tale eventualità, anche solo tentata, dai donatari, loro eredi o aventi causa, avrebbe comportato ipso facto la nullità della donazione ed il trasferimento dei suoi benefici a Marcantonio o suoi eredi ed in mancanza alla Camera Fiscale della Serenissima. Nel caso poi di Francesco, l’importo della donazione doveva essere detratto dalla somma di quarantamila lire già impegnate dal donante a garanzia dei debiti contratti da Caterina, moglie dello stesso Francesco, come risultava da atti del notaio milanese Pietro de Roberto e di altri notai. Doveva quindi essere ben chiaro che per la differenza doveva rispondere lo stesso Francesco, alleggerendo da ogni impegno gli eredi e successori del donante. Così finisce la storia, la cerimonia e quello che, con un po’ d’irriverenza, è stata qui chiamata “commedia”, raccontata in cinque atti trascritti a cura di Lazzaro di Corteregia. Le vicende degli Albani e dei Brembati non finiscono certo qui e non si potrà più chiamarle commedia.

IL DRAMMA “Nel 1503 vi fu anche grande agitazione per l’uccisione di Giacomo Albani di cui fu imputata la moglie di Francesco Albani; ma essa, condotta a Venezia e ivi poi rilasciata, fu ricevuta a Bergamo da una moltitudine di gente a piedi e a cavallo”. Così B. Belotti in “Bergamo e i Bergamaschi” (Vol. III, pag. 164). Nessun’altra informazione viene fornita dal Ronchetti e dal Calvi, per non parlare dell’abate Tiraboschi, l’ajo di Casa Albani all’inizio dell’800 e autore di una storia della famiglia. L’accenno del Belotti, pur nella sua stringatezza, è molto indicativo circa l’atmosfera non certo idilliaca esistente tra lo zio, assassinato non sappiamo come, e i nipoti, od almeno la moglie d’uno di loro. Può darsi che i motivi fossero diversi, ma certamente la vicenda di cinque anni prima non poteva aver favorito il miglioramento dei rapporti. L’ultima parte della legittimazione di Antonia e Marcantonio, non poteva che essere accolta come una beffa ed un insulto da Caterina Pecchie, o de Peccis, moglie di Francesco. Il fatto poi che Giacomo, già “quasi senio” nel 1498, non avesse mostrato segni di voler abbandonare questa valle di lacrime rappresentava quasi una provocazione e non sembra temerario supporre nei beneficiari delle donazioni post mortem quanto meno la speranza di una sua sollecita dipartita, se non il desiderio di affrettarla. Dopo la morte del cavalier Giacomo, i motivi di tensione interna sembrano disinnescati. Non si hanno infatti altre notizie sui suoi figli legittimati cosicché si possono escludere almeno controversie legali fra cugini, di cui si avrebbe avuto presumibilmente notizia se vi fossero state. Lungo il procedere del XVI secolo intanto sia la famiglia Albani che la Brembati acquistano sempre maggior prestigio e potenza nella società bergamasca. Entrambe coinvolte nelle convulse lotte e nelle alterne vicende in cui i bergamaschi si trovarono trascinati, per le contrapposizioni politico-militari tra i vari monarchi europei, tra il ducato di Milano e la Serenissima principalmente, poterono esprimere in parallelo personalità di notevole rilievo. Fra i protagonisti della storia bergamasca fra il 1509 e il 1520 vi fu proprio quel Francesco Albani, chiamato “Pater Patriae”, il quale compare, come si è visto, anche nella vicenda di cui ci si sta occupando. Fu anzi sicuramente Francesco il vero fondatore delle fortune Albani, avendo acquistato per sé e la famiglia notevoli benemerenze presso il governo di Venezia, oltre che presso i concittadini ed avendo allargato i già rilevanti rapporti di parentela con le più cospicue famiglie lombarde. Prima di accennarne, occorre però affrontare uno degli elementi chiave che sembrano al fondo del dramma che si va preparando. Il Belotti, con tutti gli storici bergamaschi, abate Elia Tiraboschi compreso, danno per certa l’attribuzione del titolo di conte e cavaliere del S.R. Impero, da parte dell’imperatore Federico III nel 1459, ai figli e discendenti di Antonio Albani, marito della nobile milanese Giovanna da Fossano. Essi, Gabriele, Giacomo, Doratino, Domenico e i loro figli erano dunque nobili titolati, stando a tale assunto, ben prima della fine del XV secolo. Senonché i documenti redatti da Lazzaro di Corteregia, alla presenza di autorevoli testimoni e di rappresentanti del governo, nel 1498, lo smentiscono. In essi infatti non solo nessun Albani è nominato con relativo titolo, che invece è continuamente dichiarato ogni qualvolta viene nominato il conte Bartolomeo Brembati, ma lo esso atto di legittimazione di Antonia e Marcantonio Albani sarebbe stato nullo, essendo inficiato dalla clausola restrittiva del diploma dell’imperatore Sigismondo che ne dava facoltà al conte palatino Davide Brembati, nonno di Bartolomeo. Essa è esplicita: “... tamen principum baronum vel comitum filijs dumtaxat exceptis”. Né il valore di tale clausola può essere limitato riferendola solamente alla qualifica dei richiedenti la legittimazione, o ad essa consenzienti, o che potessero trarne danno o beneficio. Nell’ultima parte dell’intera procedura di adozione messa in atto, Giacomo infatti dichiara ai nipoti che comunque, con o senza il loro benestare, la legittimazione di Antonia e Marcantonio, suoi figli, sarebbe stata attuata. Né si può sostenere che si sia trattato di un falso concordato fra i partecipanti alla legittimazione stessa. Non solo infatti la qualità, la qualifica e la funzione delle persone coinvolte porta ad escludere tale eventualità, ma la posta in gioco, le ricchezze di Giacomo, era tale da non consentire la passività dimostrata da Francesco e Nicola Albani, pesantemente danneggiati, se vi fosse stato il minimo appiglio legale. Ciò tanto più nel caso di Francesco, non certo uno sprovveduto, il quale oltre al danno della perdita dell’eredità fu costretto a subire la beffa di una donazione post mortem di valore dimezzato rispetto all’apertura di credito di cui già godeva i benefici. Si deve dunque escludere che gli Albani fossero conti prima del conferimento di tale titolo da parte dell’imperatore Carlo V, nel 1543 a Giangirolamo, futuro Collateral Generale della Serenissima, esule poi e infine Cardinale di S. Romana Chiesa; personaggio che giganteggia non solo nella storia e nelle cronache bergamasche del cinquecento. Per tornare alle parentele Albani si può osservare che Caterina, la sorella di Francesco, aveva sposato nel 1496 Galeazzo de Columbis, nipote di Grata moglie di Giacomo Albani, zio di Francesco e protagonista della “commedia” del 1498. Maddalena, figlia di Francesco, nel 1535 sposa il conte Francesco Ottaviano Brembati e lo stesso anno l’altra figlia, Lodovica, sposa Lodovico Piola, nobile senatore milanese . Nel 1529 il figlio Giangirolamo, appena laureato “in ambe le leggi” a Padova, sposa Laura Longhi, discesa da Abbondio Longhi, segretario dei Bartolomeo Colleoni, la quale gli porta in dote, fra l’altro, il castello di Urgnano. Il matrimonio del 1535 tra un Brembati ed una Albani dimostra che a tale data, non solo non si erano ancora palesati motivi di dissidio fra le due antiche e potenti famiglie, ma anzi che un forte legame fra esse veniva a sancire rapporti di consuetudine e di stima reciproche, continuati dopo il 1498. Del resto i Brembati non avevano nulla da invidiare agli Albani; a parte il titolo di conti palatini loro conferito fin dal 1434, notevoli ricchezze e parentele li ponevano nel ceto elevato della società lombarda. Potevano esibire un San Pinemonte, vissuto nel XIII secolo, un famoso oratore e diplomatico, Leonino, delegato da Bergamo a rappresentarla nel 1462 all’elezione del doge Cristoforo Moro e la cui orazione è conservata alla Biblioteca Trivulziana di Milano, molti uomini di lettere, di legge e d’armi. Se mai una differenza poteva esistere era nelle propensioni politiche: decisamente schierati con la Serenissima Repubblica di Venezia gli Albani, più inclini all’autorità imperiale monarchica, da cui erano stati gratificati e propensi a rapporti di più ampio respiro internazionale e supernazionale i Brembati. Anche da questo punto di vista un sodalizio tra le due famiglie non poteva che essere positivo per entrambe, raddoppiando e differenziando utilmente la rete di contatti, rapporti e aderenze. Tutte queste positive premesse vennero però annullate da “una mentita”. È meglio però, a questo punto, lasciare la parola al Belotti. La sua Una sacrilega faida bergamasca del cinquecento narra appunto le tragiche vicende che, nella seconda metà del secolo, contrapposero in una progressione sanguinosa le due famiglie, coinvolgendo in odi, vendette “trasversali”, strascichi e fratture a lungo incolmate, la società bergamasca. Una lunga scia di sangue sporcò il selciato della città orobica e il pavimento della sua chiesa più bella, allungandosi si¬nistramente fino alle colonne di S. Marco, dove la giustizia veneziana eseguiva le sue terribili, disumane sentenze, non sempre colpendo i veri responsabili. La progressione della faida, tratta dall’opera del Belotti, alle cui 110 dense pagine si rimanda chi ne volesse di più, può essere così riassunta. - 1551 I rettori di Bergamo (Podestà e Capitano nominati per una durata di 14 mesi direttamente dal governo di Venezia) Francesco Veneri e Giulio Gabriele Rettori, tentano inutilmente di far conciliare il conte Giangirolamo Albani con il coetaneo (n. 1509) conte Gianbattista Brembati, noto letterato, esperto in scienze militari e valente spadaccino. In tale periodo Gianfrancesco Albani, giovane figlio secondogenito (n.c. 1530) di Giangirolamo si fa scusare presso il conte Gianbattista Brembati, non avendolo salutato incontrandolo, per non incorrere nelle ire paterne; - 1554 Gianbattista Brembati subisce da Gianfrancesco Albani, una “mentita”, ossia viene accusato di mendacio; - 11/6/1555 Il dottore “in ambo le leggi” Giangirolamo Albani, conte e cavalier aurato di Cesare, è nominato Collateral Generale, ossia vice comandante generale delle truppe di terra della Serenissima; - 12/4/1556 I rettori di Bergamo informano il Consiglio dei Dieci di Venezia che alcuni giorni prima c’era stato “un poco di guerra” tra il cavalier Leonino Brembati e il conte Gianbattista Brembati, da una parte e il conte Gianfrancesco Albani dall’altra. Quest’ultimo è definito “giovane di molto valore e molta modestia”, È stata fatta immediatamente la pace “talché ogni cosa è passata benissimo”; - 1/1557 Il Collateral Generale si presenta ai rettori di Bergamo chiedendo che prendano provvedimenti contro il conte Gianbattista Brembati, appena nominato colonnello dell’esercito spagnolo, perché spia, in complicità con uno Sforza Visconti e un dall’Olmo, bandito da Bergamo e residente a Milano. La nomina a colonnello sarebbe stata infatti premio dell’attività a favore dello straniero; - estate 1560 Poiché la tensione cresce, coinvolgendo gli “aderenti” delle due parti, il nobile Alvise Gritti inviato da Venezia tenta la pacificazione tra le due famiglie, ma le condizioni vengono respinte da Gianfrancesco Albani; - 10/1560 Gianfrancesco e Giandomenico Albani (n.c. 1533), figli del Collaterale, con l’aiuto di tale Ottaviano Barcella, di un cavalleggero di Milano detto “il Vallino”, di alcuni archibugieri, tra i quali un certo Geronzio, tendono di sera un’imboscata presso l’attuale Porta S. Giacomo al conte Gianbattista Brembati. Questi però, con i suoi quattro bravi, si difende bene e riesce a sottrarsi agli aggressori; - 10/12/1560 Scalpore e indignazione a Bergamo per tale tentativo di omicidio. Gianfrancesco Albani è condannato al confino per due anni nella città di Venezia; - autunno 1561 A Venezia viene scoperta la trama, ordita da Gianbattista Brembati, per far assassinare Gianfrancesco Albani ivi confinato. Carlo Frasone, incaricato del “negozio” dal Brembati, si sottrae all’arresto con la fuga a Milano ed il suo mandante, avvisato in tempo, lo segue; - 24/12/1561 Antonio Mazza, segretario del governatore di Milano, scrive al Consiglio dei Dieci di Venezia informandolo che il Brembati, sollecitando il suo intervento, si dichiarava estraneo al fatto, pronto a far conoscere la verità, ma non disposto a subire l’arresto e la detenzione nel timore “di venir astretto a far cosa che li disconvenga a l’honor suo”, né di essere disposto a pacificarsi con gli Albani che alle condizioni già proposte dal Gritti (e già respinte dalla controparte); - 26/2/1562 È celebrato il processo al contumace Gianbattista Brembati. Riconosciuto colpevole, è condannato al bando perpetuo dalla Serenissima e sulla sua testa vien posta una taglia di tremila lire di “pizzoli”, vivo o “fatta legittima fede dell’interfetione”. A Bergamo polemiche, ire, contestazioni e gran rumore, sollevato dai Brembati e aderenti, i quali gridano all’ingiustizia e ad un’ulteriore prova della soperchieria del Collateral Generale. Né gli Albani sembrano placati poiché l’avversario vive ancora tranquillamente a pochi decine di miglia, sotto la protezione spagnola e senza minimamente patire le pene dell’esilio, dotato com’è di larghi mezzi finanziari e di amicizie altolocate; - 26/3/1562 Una lettera anonima, o “ricordo” è indirizzata “Al Ser.mo Principe et alla Ill.ma Signoria” perché “... li metta sesto et mandarli tutti questi infra scritti a dimandar, perché se non li provvede andarà tutta questa cita in malora...”. Nella lista allegata di coloro che avrebbero dovuto essere “dimandati”, ossia convocati a Venezia, facevano parte, oltre al Collaterale, sette confederati con Gianbattista Brembati e Achille suo fratello, “li quali sette hanno fatto certi istrumenti di acordio per sotometer la parte adversa in compromisso cum questi sue cervelli legeri a fatto et fa bisbilio et mette sotto et sopra noi poveri citadini”. Fra gli altri facinorosi sono nominati: Alessandro e Gio. Antonio Lupi, Gerolamo e Gio. Batt.a Grumelli , Giacinto Benaglio e suo figlio , alcuni Lanzi e Marenzi, Cesare e Gerolamo Agosti, Giacomo Secco, Annibale e Febo Solza, Zavagnolo Colleoni ed Enea Tasso ; - metà marzo 1563 Giovanfrancesco Albani, con Ottaviano Lupi, si presenta al podestà Marcantonio Morosini dichiarando di voler chiudere i suoi contrasti con Giambattista Brembati e far pace con lui. Viene proposto d’invitare per i necessari accordi, in rappresentanza di Gianbattista esule, il fratello Achille, abitante in villa alle Crocette poco lontano dalla città; - domenica 28/3/1563 Orazio Calepio , amico di Achille Brembati, lo incontra presso le Crocette mentre in tutta fretta e con buona scorta si avvia verso Bergamo, dove è stato convocato dal podestà per far la pace con l’Albani. Due giorni dopo il podestà comunica al Brembati che l’Albani ha dato la sua parola; che la pace perciò può dirsi conclusa; che l’appuntamento per definire ogni cosa è fissato per giovedì di passione, 1 aprile e che cosa saggia sarebbe però che prima le parti chiedano perdono a Dio e perciò sentano la Messa in S. Maria Maggiore, dove si celebrano le consuete funzioni quaresimali; - giovedì 1/4/1563 Giampiero Borella incontra Achille Brembati mentre questi, accompagnato solo da tre servitori disarmati, si avvia a S. Maria. Pur meravigliandosi per l’allegra noncuranza dell’amico, il Borella si unisce alla comitiva. “Stava per finire la predica di quaresima. E dopo la predica, essendo cominciata una messa all’altare di San Martino, il Brembati si avvicinò per ascoltarla e si inginocchiò su un banco; il Borella gli stava un poco indietro. Finito il Prefazio - raccontò poi costui - si sentì un rumore di passi farsi vicino. Poi un giovane avvolto in un mantello - ed era il conte Manfredo Lando - si avvicinò in atto di assistere pure alla celebrazione. Ma quando il sacerdote, giunto al Sanctus, alzò l’ostia consacrata, si sentì un colpo d’archibugio, e si vide il conte Achille, che stava curvo in atto di devota pietà, alzarsi improvvisamente, appoggiarsi sul banco dietro di lui e gridare con lungo lamento: - Oh! Dio! - Evidentemente egli era stato colpito e infatti la sua cappa fumava. Nel tumulto e nel disordine che subito ne seguì, com’è facile immaginare, il conte Lando, che si sapeva spalleggiato dai complici presenti in Santa Maria, balzò in piedi sul banco gridando “ammazza, ammazza”, e puntando contro il capo del Brembati una pistola. Il Brembati ebbe tuttavia la forza di parare il colpo col braccio destro, che gli rimase però quasi stroncato: poi, così ferito, si diede a fuggire per la chiesa verso la porta che dà sulla piazza. Si erano mossi frattanto gli altri complici e con essi il capo dell’orrenda impresa, Gio. Domenico Albani, che pure era in chiesa, e si erano gettati all’inseguimento del Brembati colle spade sguainate; inoltre sotto le sacre volte del tempio erano risuonati due altri colpi di archibugio. Ma fuori, sulla piazza, era stato udito il rumore e accorreva gente, per il che Gio. Domenico Albani e i suoi complici, visto il pericolo, tornarono indietro e fuggirono rapidamente dall’altra uscita della chiesa. Il povero Brembati allora fu pietosamente raccolto. Gli amici e i gentiluomini che lo sostenevano andavano dicendoli: - Coraggio, conte, coraggio! Non abbiate timore. - Ma il ferito doveva sentire che il colpo era mortale, perché a sua volta andava supplicando: - Confessione, confessione, per amor di Dio, ché io son morto! - Si vedeva infatti che gli andavano rapidamente mancando le forze; e così fu disteso a terra sotto i portici del palazzo del Comune, mentre si aspettava il parroco di S. Vincenzo, chiamato in tutta fretta. Il parroco venne, s’inginocchiò accanto al moribondo e gli domandò se si pentiva dei suoi peccati e se perdonava i suoi offensori: e il Brembati, che aveva il sangue alla gola e non poteva più parlare, fé cenno di sì con la testa. Dopo di che, e mentre i pietosi attorno si accingevano a porlo sopra una poltrona per trasportarlo in una bottega di barbiere accanto, sotto la scala del palazzo comunale, “aprendo fòrte gli occhi et guardando intorno, spirò”. Attorno a lui, e sul suo cadavere erano accorse e si erano gettate piangendo la moglie, che era Minerva, della famiglia Rota, la madre (Maddalena Gambara n.d.r.) e la sorella Emilia. E tali erano allora gli animi che, avendo la madre avuto il volto macchiato del sangue dell’infelicissimo figlio, abbracciando il cadavere, per tutta la vita non lo volle lavare mai più, come essa stessa ripeteva fieramente ancora negli ultimi suoi anni. Achille Brembati era giovane ancora, alto, ben fatto, di nobile aspetto, ed è dipinto dalle testimonianze siccome buono, conosciuto per “riaver sempre havuto carica di governar luoghi pii, e amatore dei poveri che ancor lo piangono hoggidì”. Giandomenico Albani, con i suoi sicari, dopo qualche scambio di colpi con alcuni inseguitori, raggiunge la casa presso le mura, affittata allo scopo da Gianbattista dall’Olmo e calatosi in basso, fugge con essi per le campagne, come aveva predisposto. Il podestà Morosini si reca immediatamente dopo il fatto alla casa Albani, che era di faccia al Monastero di santa Grata e vicina alla casa degli Olmo e avendola trovata chiusa batte furiosamente alla porta finché non gli viene aperto. Gli si presenta pallido e agitato Gianfrancesco ed egli lo investe violentemente: “A questo modo si tradiscono i galantuomini? Ed io che m’ero fidato della vostra parola e aveva fatto venire quell’infelice! Ha! Conte Francesco è questa la pace che mi avete fatto trattare?” Pallido e muto l’Albani ascolta, né ribatte di fronte alle minacce del Morosini che gli vieta di allontanarsi. Più tardi Gianfrancesco e il fratello Gianbattista vengono arrestati, mentre il Collateral Generale parte per Venezia. È dubbio se sia partito dalla casa di Bergamo o da Urgnano, dove soleva soggiornare, non appena giuntagli notizia del misfatto; - 2/4/1563 Viene immediatamente aperta l’istruttoria e fatta una relazione preliminare per il Consiglio dei Dieci. “La tragedia era gravissima per sé, per le ripercussioni che avrebbe avuto nella città travagliata dalle divisioni e dalle inimicizie, e per le aspettative di giustizia che ragionevolmente si sarebbero create nell’animo della popolazione: per questo riguardo la cosa appariva singolarmente delicata, soprattutto per la posizione eminente di Giangirolamo Albani, per le sue relazioni e amicizie che inevitabilmente si sarebbero commosse e mosse a favor suo.” Intanto viene arrestato Bernardino Licini responsabile del controllo dell’ingresso dei forestieri in città; - 5/4/1563 Arresto a Venezia di Giangirolamo Albani, deliberato la mattina stessa dal Consiglio dei Dieci d’accordo con il Doge, affinché sia immediatamente sentito dal Collegio ordinario “etiam con tortura, se cossi fosse al detto Collegio parerà” e perché sia fatta un’accurata perquisizione della sua casa. Partono per Bergamo precisi e severi ordini sia in merito alla istruttoria che deve essere accurata e rapida, sia per l’apertura d’indagini per accertare le complicità nella incredibile fuga degli assassini, sia per il trasferimento degli arrestati a Venezia sotto forte scorta a scanso di sorprese e tentativi di fuga. Viene anche richiamato pesantemente all’ordine il conte Lucrezio Scotti, comandante dei cavalleggeri di stanza a Crema, il quale era molto riluttante a comandare la scorta dei prigionieri, come gli era stato ordinato, perché “cosa di pregiudicio dell’honor suo di soldato”; - 7/4/1563 Il Consiglio dei Dieci scrive al Duca di Ferrara chiedendogli l’arresto di Giandomenico Albani, il quale si era saputo che si era rifugiato dal cognato Faustino Avogadro, marito della poetessa Lucia Albani figlia del Collaterale e protetto dal Duca; - 18/4/1563 Poiché la cancelleria ferrarese aveva fatto sapere che per quanto la riguardava si sarebbe limitata ad espellere dal territorio di giurisdizione il sospettato, il Consiglio dei Dieci risponde rammaricandosi e chiedendo l’arresto del fuggiasco ai governi dei territori circostanti: Mantova, Urbino, Firenze e Savoia. A Villafranca nel mantovano si era infatti rifugiato Giandomenico Albani, con due complici. Questi ultimi saranno arrestati, ma il reo principale vi rimarrà indisturbato; - 8/5/1563 L’istruttoria del processo è a buon punto; gli autori e molti complici o implicati nel delitto identificati. Alcuni di essi arrestati con l’ausilio prezioso e interessato dei Brembati e loro “attinenti”. Quattro ricercati infatti erano già stati catturati dall’organizzazione Brembati; due in territorio milanese e due in territorio piacentino e parmigiano. Le complicazioni diplomatiche sorte per appianare le difficoltà di arresti fuori della giurisdizione veneta e con violazione della sovranità di altri stati, dureranno fino alla fine di agosto. Il Consiglio dei Dieci scrive a Bergamo: “Desiderando noi haver in dessegno la casa del Collateral general con tutti li soi appartamenti cossì delle stantie come delle sale, schale, loggie, scalla, corte, con l’intrada della detta casa et pavimento della strada che vien dalla Chiesa di S. Maria Major alla casa de quelli dall’Olmo et alla casa del detto Collateral et medesimamente haver il dessegno della casa delli detti dall’Olmo et della muraglia della città che viene ad esser driedo la ditta casa, per donde fugirono quelli scellerati del caso del qu. Achille Brembato, per il che vi commettiamo colli Capi del Consiglio nostro di Dieci che facciate far un modello de relievo de carton delli luoghi sopradetti in quella minor forma che vi parerà, facendolo far da persona perita et fedel, et adriciandolo alli Capi predetti quanto più presto”. Il lavoro sarà eseguito in pochi giorni e “laudato per la diligentia usata dall’Ingegnere che l’ha fatto et condutto qui”; - 12/7/1563 Avendo ascoltato a Venezia per “intender de certe cose” il Vicecollateral Leonardo Albani, parente del Collateral ed ordinando il Consiglio dei Dieci di arrestare, oltre a quattro altri presunti complici, anche Pasquale Cucchi, fratello di Gianpaolo Cucchi detto Frà, resosi irreperibile e “cohoperator nel caso della morte del qu. Conte Achille Brembati”, l’istruttoria può dirsi terminata; - agosto 1563 È celebrato il processo davanti a trenta giudici ordinari. Interviene anche la sorella dell’assassinato, Emilia, la quale si acquista fama di grande oratrice, commuovendo fino alle lacrime giudici e uditorio per la sua eloquenza e con la decisa richiesta di una sentenza esemplare che punisca adeguatamente gli uccisori del suo fiducioso, buono e sfortunato fratello; - 1/9/1563 Viene emessa la sentenza. Giandomenico Albani, organizzatore dell’assassinio e tutt’altro che pentito “che quelli huomini par miei non s’inducano a fare tali operationi, se non mossi da ragioni giuste e ragionevoli” com’ebbe a scrivere più o meno nello stesso periodo egli stesso, è condannato al bando perpetuo, alla confisca dei beni, alla pena di morte, se caduto nelle mani della giustizia veneta, con una taglia di mille ducati vivo o morto. La morte al quale è condannato è la più iniominosa e feroce: “... posto in una piata sopra un solare eminente et per il Canal Grande condutto a santa Croce, continuamente proclamando un comandador la colpa sua, ove per il ministro della giustizia gli sia tagliata la man destra via dal brazzo, colla quale ligata al collo sia trascinato a coda de cavallo in mezzo alle due colonne di San Marco, ove sopra un soler eminente gli sieno prima date diese botte de tenaglia affogada et poi sia discopado et poi squartado in quattro parti da esser appesi nei soliti luoghi”. Manfredo Lando, il giovane ventiquatrenne già rotto ad ogni impresa scellerata che aveva inferto il colpo mortale e che era chiamato “el conte piasentin”, alla stessa pena e con taglia di cinquecento ducati. Alla stessa pena e con taglia di duemila lire di pizzoli alcuni dei principali complici: Porto de’ Porti da Modena, Baccio di Piero da Firenze e Sauro Romano, già soldati a Crema. Ancora Francesco Romano, Ettore da Piacenza, ex servitore di Faustino Avogadro a Brescia e Gianpaolo Cucchi da Bergamo, detto “frate”. Anche Ottaviano Lupi è condannato al bando perpetuo con taglia di cinquecento ducati e alla pena di morte, ma con decapitazione senza torture. Queste sentenze resteranno però lettera morta perché i condannati sono “absenti”. Verranno eseguite invece le sentenze a carico di Cesare Romano, Giovanni da Grumello, Bernardo d’Antegnate, Radomonte da Canavin e Innocente Manara, detenuti. I primi quattro alla pena di morte con le atrocità preliminari, il Manara alla decapitazione “semplice”. Il capitano Rota e Grazio da Urgnano, servitore degli Albani, al bando, il primo per dieci e il secondo per sei anni, con una taglia di cinquecento lire di pizzoli a testa. Assolti sono: Agostino da Mantova, Fracasso il cavalcante, Pasquale Cucchi, Cesare Agosti, Domenico Tintorelli, Bernardino Licini e un servitore dei Cucchi, pure detenuti. Cristoforo Cremonese era morto “di petecchie” nelle prigioni di Bergamo. È poi la volta degli Albani detenuti. Gianfrancesco, ritenuto complice del fratello Giandomenico quanto meno nell’udire l’inganno della proposta di pace e tenendo conto del precedente tentativo d’assassinio di Gianbattista Brembati, è confinato in perpetuo a Retimo nell’isola di Creta e, in caso di fuga dal confino, alla decapitazione, con una taglia di mille ducati vivo o morto. Gianbattista, del quale non era dimostrata la partecipazione diretta all’assassinio, ma l’aiuto indiretto per l’ingaggio dei sicari di Crema, è confinato per cinque anni a Cherso (o Ossero) isola del Quarnaro. Dopo scontato il confino, bandito in perpetuo dalla Serenissima, con taglia di cinquecento ducati vivo o morto ed a “morir nella prison forte” se ricaduto nelle mani della giustizia veneta; - 2/9/1563 in seduta speciale si decide la sorte di Giangirolamo Albani Collateral Generale, il quale si è sempre protestato innocente ed estraneo al fatto. Al quesito se egli sia perseguibile, la risposta è affermativa con 27 voti su 30. Egli è infatti ritenuto colpevole, quanto meno, di negligenza “in vigilando” nei confronti dei figli, Giandomenico specialmente, del quale non poteva essergli ignota l’indole scapestrata e feroce. In conseguenza, non senza contrasti ed a maggioranza semplice, viene destituito dalla carica di Collateral Generale, confinato per cinque anni nell’isola di Lesina in Dalmazia e, scontato il confino, al bando perpetuo da Venezia e suo distretto, con taglia di mille ducati vivo o morto ed a “morir nella prison forte” se ricaduto in mano alla giustizia veneta; - 4/9/1563 Pubblicazione della sentenza a Rialto, in Venezia; - 9/9/1563 Pubblicazione della sentenza a Bergamo, con grande scalpore, disagio e contrastanti reazioni; - sabato 11/9/1563 Esecuzione delle sentenze di morte. Vi assiste anche Gianpiero Borella, il quale commenta, con alcuni altri spettatori e con rammarico, che nessun Albani vi è sottoposto; - 7/11/1563 Giambattista Albani giunge al confino di Cherso; - 13/11/1563 Giangirolamo giunge al confino di Lesina; - 17/2/1564 Porto de’ Porti manda da Viadana a Giandomenico Albani, tornato a Ferrara, un cartello di sfida in cui lo accusa di avergli sottaciuto lo scopo della sua convocazione a Bergamo, in occasione dell’omicidio di Achille Brembati e di essere stato quindi, suo malgrado, coinvolto nel fatto e condannato dal tribunale veneziano. L’Albani ritorce immediatamente le accuse, citando addirittura il notaio, tale Mucorino, che aveva redatto le ricevute dei denari, intascati da Porto per le sue prestazioni e riservandosi di dargli a tempo opportuno “il castigo conveniente al suo demerito”; - 4/4/1564 Gianfrancesco Albani giunge al confino di Retino; - primi di maggio 1564 Si sparge la notizia dell’assassinio a colpi d’archibugio del cavalier Gianbattista Grumelli, il quale aveva sposato Maria, figlia di Gabriele Albani, lontano cugino di Giangirolamo ex Collateral Generale. Fra gli assassini è riconosciuto un servitore di Gianbattista Brembati, Stefano da Treviglio; il mandante è quindi sicuramente il suo padrone. La madre dell’ucciso, Medea, con i fratelli Giangirolamo e Marcantonio, va a Venezia a chiedere giustizia; - 17/5/1564 Il Consiglio dei Dieci fa pubblicare il bando di ricerca di Stefano da Treviglio e di Gianbattista Brembati, con salvacondotto per quest’ultimo, purché si presenti entro quindici giorni alla giustizia veneta; - 26/7/1564 Processo e sentenza contro Gianbattista Brembati e Stefano da Treviglio, contumaci. Il trevigliese viene condannato al bando perpetuo, con taglia di duemila lire di pizzoli, vivo o morto. Il Brembati viene nuovamente bandito con una taglia aggiuntiva di mille ducati, vivo o morto e la facoltà per chi lo avesse catturato, o ucciso, di liberare altri ed anche se stesso dal bando; - primi di agosto 1564 Il Consiglio dei Dieci fa pubblicare a Bergamo un proclama che, oltre a garantire l’impunità, promette taglie da quattrocento a mille pizzoli per chi dia informazioni sugli altri assassini del Grumelli. Se poi un complice riuscisse ad uccidere Gianbattista Brembati, avrebbe l’impunità e tutti i benefici contenuti nella condanna del 26/7. Il Brembati, preoccupato, chiede ed ottiene (17/8) dal governatore di Milano il permesso di aumentare la sua scorta di bravi fino al numero di “veynte y quatro”; - 12/1564 Attentato a Davide e Leonino Brembati, a caccia nel Vercellese, da parte di un gruppo d’archibugieri. Le vittime designate si salvano, ma resta ucciso tale Francesco da Vercelli; - 11/1/1565 Altra deliberazione del Consiglio dei Dieci che promette taglie e immunità a chi consegni o dia utili notizie per la cattura degli assassini di Francesco da Vercelli e degli altri attentatori dei Brembati; - 7/1/1566 Al Soglio pontificio sale Michele Ghisleri, domenicano ex inquisitore a Bergamo e amico di Giangirolamo Albani. Questi gli aveva salvato la vita, sottraendolo alle ire dei sostenitori del notaio e causidico Giorgio Medolago, arrestato per eresia (1536). Da questa data la Santa Sede, con le sue legazioni presso i vari regnanti, comincia a premere su Venezia per la revoca del bando degli Albani, almeno di quello a carico dell’ex Collateral Generale. Venezia si oppone sempre, sia adducendo la sacrilega ferocia degli assassini condannati, sia per il discredito che ne sarebbe derivato al proprio apparato giurisdizionale, sia per ovvie motivazioni di ordine pubblico; - 23/3/1566 “Jo el Rey” Filippo II di Spagna, a istanza di Gianbattista Brembati ordina che, su richiesta dello stesso istante, o di suo procuratore, si proceda all’arresto immediato, se sorpresi nei territori del suo impero, con condanna alla pena meritata secondo giustizia, degli Albani e complici dell’assassinio di Achille Brembati; “todos complices y recomdamnados y bandidos”, con i soliti benefici per chi li uccidesse o li consegnasse alla giustizia. In tale ordine è precisato il ruolo di ideatore e organizzatore di Giandomenico “haviendo, por medio de Ju. Francesco de Albanis, su hermano, y de Octavian Lupo de Bergamo e que embiasse a illamar al Conde Aquiles Brembado... dando a entender que era para tractar paz y concordia”. A Giangirolamo invece è attribuita la responsabilità di aver dato “consejo y favor”. Sono elencati pure, oltre a Gianbattista Albani, gli altri rei: Pietro Rota, Porto de’ Porti, Ettore di Soragna, Gianpaolo Cucchi, Baccio da Firenze, Sauro Romano e Francesco Fontanella. Ancora è precisato che l’inimicizia era soltanto fra Gianbattista Brembati e Gianfrancesco Albani “entre los quales dos solamente avia anemistad”; - 12/8/1566 Viene scoperta e resa pubblica la corrispondenza del capitano Pietro Rota e Ottaviano Lupi, rifugiatisi a Lugo e in accordo con Giandomenico Albani, con Febo Colleoni di Bergamo, per preparare attentati contro Salvo Lupi e Marcantonio Olmo, ovvero Girolamo e Gianbattista Solza, amici personali e parenti di Gianbattista Brembati; - 13/8/1566 Muore a Milano a 42 anni Minerva Rota, vedova di Achille Brembati; - novembre 1566 Si scontrano per due volte a Bergamo i bravi delle due parti. Lettere allarmate dei rettori di Bergamo al Consiglio dei Dieci; - 13/5/1567 Gianfrancesco Albani fugge da Retimo. Si rifugerà a Costantinopoli acquistandovi grande fama come uomo d’armi e di corte; - primi di giugno 1567 Bernardino Albani è aggredito e ferito in pubblico da due soldati, i quali cercano la fuga calandosi dalle mura, come gli assassini di Achille Brembati, ma vengono catturati. Quattro bravi delle due fazioni si esibiscono sulla pubblica piazza, con minacce e insulti, ma vengono bloccati prima di poter passare a vie di fatto. Altre lettere preoccupate dei rettori; - 16/6/1567 Il Consiglio dei Dieci convoca a Venezia i capi delle due fazioni. Per quella Albani, Enea Tasso, Febo Colleoni, Cesare Agosti, Gianbattista Cagnola e Giacomo Rota e per quella Brembati, Salvo, Giacomo e Gerolamo Lupi, Gianbattista, Federico, Ezechiele Solza e Marcantonio Olmo; - 24-25/3/1568 A richiesta di Gianbattista Brembati il Governatore di Milano, duca di Albuquerque, rende pubblico, con grida del banditore Ambrogio Pisoni, il decreto di Filippo II del 23/3/1566, del bando degli Albani e complici. Ciò sembra a dimostrazione dell’insanabile inimicizia del Brembati con gli Albani; - 3/5/1568 Il Consiglio dei Dieci comunica a Bergamo che “essendoli cossì comandati” i riottosi e rissosi bergamaschi si sono abbracciati davanti ai Capi del Consiglio, facendo la pace “perché le offese non sariano più giudicate particolari, ma publice”. Circa l’adesione alla pace da parte del bandito Gianbattista Brembati “promisero i Solzi e consorti che esso osservaria questa pace”; - 17/5/1568 I rettori di Bergamo scrivono al Consiglio dei Dieci esprimendo la soddisfazione generale dei cittadini per il ritorno alla tranquillità; - 9/1568 Scontato il confino, Giangirolamo Albani lascia Lesina e, via Urbinio, si dirige a Roma; - 1/1/1569 L’Albani, con il figlio Gianbattista anch’egli reduce dal confino, si presenta all’“oratore” veneto a Roma offrendo i suoi servigi a Venezia. Si dichiara inoltre fiducioso nella benevolenza del Pontefice, al quale farà dono dei suoi lavori letterari durante il confino; - primavera-estate 1569 Pio V nomina Governatore delle Marche Giangirolamo Albani; - 17/5/1570 Pio V alla porpora col titolo di Cardinale di S. Giovanni ante portam latinam l’ex Collateral Generale e dottore in ambe le leggi; - 7/6/1570 Si raduna il Consiglio dei Dieci, ossia “li ristretti di Stato importantissimi, che dalla prudentia di cadauno di questo Consiglio possono essere considerati” e toglie il bando a Giangirolamo Albani “al presente Rev. Cardinale”; - 30/6/1570 Il Card. Albani scrive al Consiglio dei Dieci ringraziandolo con nobilissime parole e parla non solo di “clementia”, ma anche di “giustitia”, usata nei suoi confronti; - 17/6/1570 Cominciano grandi feste, durate quindici giorni, a Bergamo esultante per la porpora all’Albani. I Brembati ovviamente accusano il colpo e sottolineano che comunque il debito di sangue non è stato pagato; - 29/9/1570 In accompagnamento a uno dei carichi di granaglie, inviato per combattere la fame e la carestia che imperversano in Istria e Dalmazia, il Card. Albani scrive a Venezia dichiarandosi sempre a disposizione del bene della Repubblica; - Autunno 1570 Gli Albani sono accolti nella nobiltà romana e ascritti all’ordine senatorio. Gianbattista era entrato nella vita ecclesiastica, Gianfrancesco, risiedeva - sembra - presso il padre a Roma e Giandomenico si era rifugiato presso l’amica corte del cristianissimo re di Francia. A Bergamo Maddalena Brembati Gambara e Emilia Brembati Solza, madre e sorella dell’assassinato Achille, raccolgono testimonianze dirette dell’assassinio, certificate per atto notarile e riunite dal procuratore dei Brembati, Guido Moioli, in un fascicolo dal titolo “deposizioni relative al processo criminale per l’homicidio commesso sulla persona del conte Achille Brembati nel 1563, 1 aprile, nella Chiesa di S. Maria Maggiore di Bergamo, per mandato della famiglia Albani”. Tutto ciò coll’evidente intento di ostacolare l’eventuale concessione della graxia agli Albani ancora banditi; od almeno per il mantenimento del decreto di Filippo II; - 7/11/1570 Ludovica Albani Piola, sorella del Card. Albani, gli scrive informandolo dell’iniziativa Brembati. Il Consiglio dei Dieci, si suppone attraverso l’oratore veneto a Roma, viene informato; - 28/11/1570 Viene inviata da Venezia una reprimenda ai rettori di Bergamo la “cosa essendo scandalosa et di pessima conseguenza”, con l’ordine di procedere esemplarmente contro il notaio implicato e contro gli altri intervenuti “perché, oltre che non è conveniente che particolari senza l’autorità pubblica formino processi, possono queste operationi partorire anco effetti di pessima qualità a preiudicio della giustizia e dell’honore di quelli che sono intervenuti in giudicare li casi de quali si tratta in dette esaminationi”. L’ordine impegna poi esplicitamente alla ricerca e alla distruzione “quali subito farete abruggiare” delle eventuali copie esistenti a Bergamo, non solo delle testimonianze raccolte dai Brembati, ma anche degli atti processuali del 1563 contro gli Albani; - 3/2/1571 Evidentemente le disposizioni del 28/11/1570 non avevano sortito l’effetto desiderato poiché il Consiglio dei Dieci torna in argomento: “Quelle attestationi mandate in stampa contra il Rev.mo Card. Albano, le quali sono un libello famoso contra Sua Rev. Signoria, sono invero di cossì mala qualità, che non devono in modo alcuno essere da noi sopportate,... che tendono all’infamia non solamente del particolar, ma anco importano indegnità al stato nostro, massimamente essendo fatte contra un Cardinale tanto amato et stimato da Noi...”; - 24/3/1571 Richiesta ufficiale da parte del Card. Albani al Consiglio dei Dieci, tramite gli oratori veneti a Roma, di concessione della grazia ai suoi figli Gianfranco, malato - si diceva - d’idropisia, e Gianbattista, ben avviato alla carriera ecclesiastica (diverrà poi Patriarca di Alessandria); - 7/10/1571 Vittoria a Lepanto delle flotte cristiane, riunite da Pio V con un intenso lavoro diplomatico durato anni, contro quelle mussulmane. Il prestigio della S. Sede è al culmine; - 12/12/1572 Il Consiglio dei Dieci delibera l’abolizione del bando di Gianfrancesco e Gianbattista Albani, con effetto rispettivamente dal 1 e 2 settembre precedenti, “per cause importanti al Stato nostro”; - 16/3/1573 Il Consiglio dei Dieci delibera che: “in gratificatione dell’Ill.mo Sig. Don Giovanni d’Austria et per le cause importanti, che hora sono state esposte, sia fatta gratia al conte Z. Battista Brembato che sia liberato dalli bandi datili per questo Consiglio sotto il 26 fevrer e 26 luio 1564, con questa però conditione espressa che non possi andar nella cità nostra di Bergamo in vita sua, sì come è stà fatto nella liberation delli Albani”; - 4/7/1573 Muore in esilio, all’età di circa 64 anni, il conte Gianbattista Brembati dopo una vita avventurosa, drammatica, violenta, “continuo esercizio d’armi e di lettere” ed emblematica dei gentiluomini italiani del suo tempo; - 27/10/1573 Filippo II revoca il bando agli Albani: “Vimos le que senos ha scribido sobre lo del bando que se publico contra lo hijos del Cardinal Albano por cuyo respecto y otras causas dignas que a ellos nos mueven, nos havemos contentado de que el dicho bando no tenga fuerça ni se entienda contra ellos quendando en su fuerça y vigor contra las de mas personas que en el estan comprendidas”; - 18/12/1574 Il Governatore di Milano concede a Gianfranco Albani di attraversare il territorio milanese con sei “archibugi da rota”, che intendeva portare da Lucca al castello di Urgnano, dove intendeva risiedere, o già risiedeva; - 28/5/1575 Breve di S.S. Sisto V al Consiglio dei Dieci per ottenere la grazia di Giandomenico Albani “per consolatione dell’Ill.mo Cardinal Albano suo padre”; - 3/6/1575 Il Consiglio dei Dieci accorda la grazia “... In risposta diamo alla Santità Vostra che per il desiderio ardentissimo che tenemo di compiacerla in tutto quello che potemo non ostante che il caso del sopradetto Gio. Domenico sia de quella pegior qualità che se possa imaginar, che forsi da molte desene d’anni non è stato commesso il più atroce, se siamo mossi per farle gratia per giustificatione de V.S. et consolatione dell’Ill.mo Cardinal suo padre...”. Con lettera della stessa data all’oratore a Roma, il Consiglio esclude però dalla grazia il bando da Bergamo “... per non far vedere sul volto alli offesi questo homo, che potrebbe esser causa di eccitar moti et tumulti di sorta, che a noi darebbero molestia et anco dispiacer alla Santità Sua”; - 4/6/1575 Viene comunicato ai rettori di Bergamo il dispositivo della concessione di grazia, perché sia pubblicata “nelli lochi soliti” e registrata in Cancelleria; - gennaio 1576 Il Card. Albani aveva scritto lettere supplichevoli a Emilia Brembati Solza per ottenere il perdono e, con esso, la revoca per i figli del bando della città di Bergamo. Emilia, rimasta sola, con la vecchia madre e i figli Giacomo, Gerolamo e Giambattista (il marito Ezechiele Solza era morto nel 1570) a difendere la memoria dei fratelli, si rifiuta con grande fermezza. Le pressioni a Venezia, anche con ulteriore breve papale non hanno effetto. Il Consiglio dei Dieci dichiara infatti di non poter far niente se non era “fatta pace con quei del sangue”; - 27/9/1578 Il Consiglio dei Dieci delibera di convocare a Venezia i Brembati per cercare di convincerli. Si presenta in rappresentanza della famiglia il solo Gerolamo Solza e difende strenuamente la posizione della madre e della nonna Maddalena Gambara Brembati, dichiarando che il solo pensiero di poter incontrare l’assassino libero a Bergamo, le avrebbe uccise; - 9/1/1579 Il Solza è congedato a Venezia, senza aver nulla concesso; - 28/2/1579 Vengono congedati anche Bartolomeo e Annibale Albani, anch’essi convocati a Venezia per il tentativo di pacificazione; - 21/8/1580 I rettori di Bergamo annunziano al Consiglio dei Dieci che è stata fatta la pace tra i Brembati e gli Albani, tranne che con Giandomenico. È dubbio se nel frattempo siano morte le due donne Brembati, o una d’esse, ovvero invece che si siano lasciate convincere al perdono, almeno verso Gianfrancesco e Gianbattista Albani, complici forse non del tutto consapevoli; - 12/11/1580 I rettori di Bergamo ancora comunicano al Consiglio dei Dieci che la pace è stata fatta anche con Giandomenico; - 14/11/1580 Il Consiglio dei Dieci si riunisce, ratifica la pace fatta, toglie il bando anche a Gianbattista e Giandomenico con grazia “di poter andare et star nella cità nostra di Bergamo, come poteva far avanti il suo bando”, delibera lodi e complimenti ai Solza, (le donne Brembati erano evidentemente morte nel frattempo) agli Albani ed ai rettori della città. Giandomenico rientrerà immediatamente a Bergamo dove sposerà l’anno successivo Maria Suardi. Fin qui il Belotti, correggendo anche inesattezze divulgate e riportate più avanti. La terribile faida durata circa trent’anni, che ha coinvolto due generazioni almeno, i governi e le diplomazie dei maggiori stati europei e in prima persona un papa, un imperatore e un re; che ha causato non meno di nove morti accertati e inenarrabili sofferenze fisiche e morali ad un imprecisabile numero di persone; che ha tenuto divisa e in tensione una città, con strascichi negativi d’ogni genere ad un costo altissimo, è finalmente finita. Le due famiglie protagoniste continueranno ad essere presenti sulla scena bergamasca e milanese con alterne vicende e tuttora lo sono. Se per i Brembati più difficile è stato risorgere dalle ceneri che hanno annientato un ramo della famiglia, gli Albani devono il loro ricupero alla fortuna della presenza, quando più forte infuriava la bufera, di Giangirolamo. Se mai uomo ha superato, con intelligenza, capacità di ogni genere ed una tenacia che ha dell’incredibile, avversità e difficoltà insuperabili anche per i più forti, questi è certamente il dottore in ambe le leggi, cavaliere, conte, Collateral generale della Serenissima, giurista, scrittore, poeta, “prison”, deportato, governatore, diplomatico e, infine cardinale, col rischio in due conclavi di diventare papa. Certo moltissimo è dovuto a San Pio V Papa. Quando però il fraticello Ghisleri rischiava il linciaggio, chi si espose in prima persona per salvarlo senza preoccuparsi della scarsa popolarità che gliene sarebbe derivata, od anche peggio? Due interrogativi si affacciano però: innanzi tutto l’allora Collateral fu veramente colpevole di “consejo y favor” al piano criminoso del figlio Giandomenico? In secondo luogo, quale fu la causa di tanto odio e tante tragedie? Al primo interrogativo il Belotti stesso risponde in modo dubitativo. Al secondo adducendo la mentalità del tempo, l’alterigia e la tracotanza dei nobili, i costumi “spagnoleschi” illustrati dal Manzoni per il secolo successivo, ammettendo insomma di non conoscere la risposta. Non si tratta qui certo di riaprire un’inchiesta, o di preparare un’arringa, ma solo di esprimere un convincimento soggettivo, basato però su elementi di fatto già accertati e, in parte, non accertabili al momento del delitto in Santa Maria Maggiore. Abbiamo dunque in Bergamo attorno agli anni 1550 un padre già potente, stimato, ricco e politicamente in ascesa, occupatissimo con i suoi studi e le sue varie attività. Tre figli maschi, cresciuti in ambiente facoltoso, ben presto orfani di madre (Laura Longhi era morta attorno al 1540), trattati con indulgenza e interessato servilismo dai vari precettori prezzolati; senza nessuno che li segua costantemente, mettendo freno alla loro libertà, al loro egoismo, nel loro amor proprio. In questa situazione non possono non emergere le varie indole, particolarmente quella impulsiva, scapestrata e “feroce” del più giovane. L’ambiente delle città cinquecentesche italiane, influenzato da lotte interne e dalle guerre praticamente senza soluzione di continuità, metteva in primo piano la potenza, la ricchezza e la forza individuale e familiare. Quando poi tali doti erano compendiate in un nome famoso per antica nobiltà familiare, l’orgogliosa alterigia ne diventava la manifestazione esterna anche verso “li pari sui”. Inevitabili allora le invidie, le contrapposizioni, le gelosie, le diatribe e le inimicizie, con relativi duelli, bastonature, imboscate e vendette. I governi del resto erano impotenti a contrastare validamente la “giustiza” privata. La delinquenza comune poteva essere tenuta a freno per i delitti isolati e le associazioni a delinquere di modesto livello, ma quando i professionisti della spada, del pugnale, del veleno e dell’archibugio entravano al servizio di qualche potente e ne portavano la livrea, ben difficilmente potevano essere raggiunti dagli apparati statali della giustizia. Il loro signore si serviva di loro, ma anch’essi si servivano del suo prestigio e delle sue risorse, per la garanzia d’impunità, almeno sperata, che offrivano. Non stupisce per nulla allora la facilità di assoldare sicari quasi in ogni luogo. Un’altra circostanza deve essere tenuta presente: in genere i magistrati e gli alti gradi dell’apparato statale e quindi anche poliziesco, appartenevano al ceto nobiliare; erano perciò personalmente sensibili alle “ragioni dell’onore” e portati a sottovalutare od a non considerare delittuose azioni duramente perseguite se non riconducibili a tale motivazione, anche se pretestuosa. Molti motivi delle manifestazioni di violenta volontà di preminenza oggi sembrano futili, ma essi nel cinquecento apparivano tutt’altro che trascurabili se ledevano il senso dell’onore, anche se malinteso, del quale ogni uomo, ogni gentiluomo soprattutto, era gelosissimo e per il quale era estremamente suscettibile di fronte a veri o presunti sgarbi. Non bisogna dimenticare poi che in Bergamo la memoria, il mito, del grande Bartolomeo Colleoni era tutt’altro che sopito, facendone un punto di riferimento, il prototipo di colui che ognuno avrebbe voluto essere; soprattutto per il rispetto ed il timore che aveva saputo incutere a tutti fino al giorno della sua morte (3/11/1475). Per tornare alle responsabilità di Giangerolamo Albani nell’assassinio di Achille Brembati, se è dimostrato che i suoi rapporti erano tutt’altro che amichevoli con il fratello dell’assassinato, Gianbattista, fin da prima degli anni 1550, il suo desiderio di danneggiarlo segue vie molto lontane da azioni delittuose. Sappiamo infatti che egli aveva tolto il saluto ed obbligato i familiari a fare altrettanto. Sappiamo che lo aveva accusato, probabilmente non a torto, d’intelligenza con una potenza straniera confinante e nemica almeno potenziale. Sappiamo dai suoi costanti comportamenti che, giurista di vaglio, letterato apprezzato e cattolico fervente, le armi che preferiva erano quelle incruente “politiche” ed in particolare il discredito, di cui, politico egli stesso, conosceva l’efficacia. Non conosciamo per diretta sua ammissione se l’esilio, al quale era stato condannato il suo avversario, lo avesse soddisfatto, ma tutto lo lascia credere; tantopiù se si tien presente che, fino al giorno maledetto del 1/4/1563, la sua posizione in Bergamo e nella Serenissima era di assoluta preminenza. La famosa frase: “Mi hanno gettato un cadavere fra le gambe” è perfettamente applicabile al suo caso. Del resto la sua prima reazione dopo il delitto non fu certo quella di nascondersi o fuggire, ma mettersi a disposizione della massima autorità dello stato. Egli ben sapeva del resto che, per l’alta posizione occupata, il più vulnerabile al discredito era proprio lui, essendo il fatto gravissimo e in nessun modo tollerabile dalla Serenissima. Come poteva infatti essere accettato dal Consiglio dei Dieci che uno o più figli del Vicecomandante generale dell’esercito in terraferma fosse anche solo sfiorato dal sospetto di un sanguinoso sacrilegio, anche se la vittima non fosse stata un innocente ed ignaro esponente dell’aristocrazia? L’innocenza sempre proclamata, contrariamente alla tracotante esibizione d’impenitenza di Giandomenico, non fu un mero tentativo di alleggerire la sua posizione, anche se rientrava nella logica del suo schema difensivo, ma da accettarsi perché veramente tale. Mai e poi mai una persona mediamente intelligente avrebbe potuto dare la sua approvazione ad un piano tanto feroce ai danni di un innocente, violando non solo la sacralità del luogo prescelto per l’esecuzione dell’omicidio, ma, e ciò era assolutamente intollerabile nella società del cinquecento per un gentiluomo, trasgredendo a tutte le basilari regole dell’onore, che non ammettono deroghe alla parola data, né consentono di colpire con armi subdole da lontano un uomo disarmato ed ignaro. Che poi il piano criminoso fosse di tale trasparente stupidità da essere immediatamente chiaro agli inquirenti lo dimostra la rapidità delle conclusioni dell’inchiesta, l’identificazione del mandante, dei complici, l’arresto e la punizione di molti di essi. Le persone ingaggiate e prezzolate, a partire da Manfredo Landi (el conte piasentin) erano note per la spregiudicata spavalderia nell’uso delle armi o per fedeltà alla famiglia e non sembra pensabile che il suo capo si servisse imprudentemente delle prime o mettesse a repentaglio le seconde. Si può imputare a Giangirolamo Albani la scarsa capacità di educare i figli, la sua negligenza nei loro confronti e un’eccessiva indulgenza, ma non certo di essere un imbecille sanguinario autolesionista. Resta però sempre l’interrogativo del motivo all’origine della faida. Sappiamo dal Belotti che l’iniziale rivalità e inimicizia tra Giangirolamo Albani e Gianbattista Brembati si trasforma in odio e aperta violenta contrapposizione solo dopo “la mentita” data nel 1554 da Gianfrancesco, figlio di Giangirolamo, a Gianbattista Brembati. Anzi che la vera contrapposizione dopo tale fatto è fra questi due, lasciando in ombra il Collateral generale, come del resto è precisato nel decreto di Filippo II. Cosa può aver detto dunque di tanto grave Gianbattista Brembati da suscitare l’accusa di mendacio, l’ira e rabbioso rancore in Gianfrancesco Albani prima e suo fratello Giandomenico poi? È presumibile che la stessa cosa fosse stata detta in precedenza anche al padre dei due Albani e che fosse stata causa della rottura dei rapporti fra i due coetanei, ben prima della famosa mentita. I documenti che qui si pubblicano danno un indizio e forse qualcosa di più. Come si è già detto agli Albani il titolo comitale, secondo quanto tramandato, sarebbe stato concesso nel 1459 dall’imperatore Federico III e confermato da Carlo V nel 1543. Ora sappiamo invece che nel 1498 nessun titolo nobiliare fregiava l’antica e potente famiglia, pur potendo annoverare fra i Cavalieri Gerosolomitani anche Giacomo, padre degli illegittimi Antonia e Marcantonio. Dal 1543 anche gli Albani potevano vantare lo stesso titolo che illustrava i Brembati già da oltre cento anni. I Brembati e Gianbattista capofamiglia in particolare, erano a conoscenza delle circostanze della legittimazione del 1498 ed in grado quindi di tacciare di millanteria gli Albani, prima del 1543 e di essere dei “parvenus”, dopo. Due circostanze sostengono l’ipotesi. La prima si riferisce alle date; nel 1535 era avvenuto il matrimonio tra un Brembati e un’Albani e le famiglie erano in pace; dal 1550 è nota la rivalità astiosa fra i capi delle due famiglie; a metà circa del periodo cade la data della nomina comitale degli Albani. La seconda è il fatto “curioso” che il motivo della mentita, ossia l’oggetto del contendere, non è mai chiaramente indicato, né dagli stessi contendenti, né dai loro attinenti e sostenitori. Se per gli Albani era ovvio l’interesse a non divulgare una “macchia” del loro blasone, tenendo conto anche dell’assassinio di Giacomo e della sua beffa ai danni del padre Giangirolamo, anche per i Brembati, dopo il matrimonio del 1535, tale interesse coincideva, non solo, ma addirittura alimento di pettegolezzi avrebbero potuto essere vere o presunte remunerazioni della legittimazione operata dal conte Bartolomeo e la provenienza della dote di Maddalena Albani, sorella di Giangirolamo e sposa nel 1535 di Ottaviano Brembati, cugino di Gianbattista. Se gli argomenti esposti possono apparire deboli di fronte alla gravità dei fatti a cui si riferiscono, basti pensare che per molto meno si metteva mano alla spada e che, ancor oggi alle soglie del duemila ed in regime democratico, c’è chi è disposto a grossi sacrifici pur di potersi fregiare di un presunto titolo nobiliare e c’è pure chi lo sfoggia su basi araldiche molto discutibili. Oggi ne ridiamo, ma allora, quando era coinvolto l’honor familiae”, o si riteneva che lo fosse, non si rideva affatto.