Ottavio de Carli - Introduzione al "Pellegrinaggio di Gierusalemme" di Gian Paolo Pesenti (parte 7ª): differenze tra le versioni
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Versione delle 19:27, 3 giu 2010
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Con la presenza dei Frati Minori nei Luoghi Santi, fin dalle origini dell’Ordine si assiste al nascere di un’attività letteraria francescana riguardante la Terra Santa, con la pubblicazione di guide e mappe nelle quali fra l’altro si posero le premesse della Palestinologia moderna.
Ricordiamo ad esempio il resoconto del pellegrinaggio compiuto dal frate cremonese Antonio de’ Riboldi nel 1327 [103]. Frate Antonio narrò le sue peregrinazioni sotto forma di lettere dirette a un Andreolo e a un Uberto, che non si può accertare se fossero suoi fratelli carnali, come pare probabile, o semplicemente confratelli in religione. Nella prima di queste lettere, scritta il 16 settembre 1327, egli riferiva del suo primo viaggio a Gerusalemme. Partito il 17 marzo 1327 da Famagosta, giunse a Tolemaide due giorni dopo, per recarsi poi a Nazareth, che descrisse minuziosamente. Il 14 aprile era a Gerusalemme, dove si trattenne qualche tempo, poi si imbarcò per Cipro, ripromettendosi di andare presto «ad contemplanda et longe plura Domino disponente et vobis iterum scribenda». Il 14 ottobre 1330, lasciata di nuovo Famagosta, partì infatti per l’Egitto. Qui egli diede interessanti ragguagli su Alessandria e Babilonia (cioè il Cairo) [104], dopodiché tornò a Gerusalemme via terra, passando dal monastero di Santa Caterina, alle falde del Sinai, insieme ad otto pellegrini “latini”. Notevole è la descrizione della traversata del deserto, iniziata il 16 gennaio 1331: i pericoli corsi nel viaggio furono terribili, dal momento che il gruppo fu insidiato senza tregua dalle stesse guide che lo accompagnavano. Il 24 gennaio essi giunsero al monastero di Santa Caterina, ma il viaggio verso la Palestina fu anche peggiore. Partiti il 4 febbraio dal monastero per andare a Gaza, i viaggiatori rimasero 15 giorni nel deserto, dove le guide stesse si erano smarrite, con scarso pane, soffrendo terribilmente la sete, e scampando alle minacce dei Beduini. Il 18 febbraio erano a Gaza. “In mondo - scriveva ingenuamente il fraticello - non est durior peregrinatio quam ad montem Synay et, si praescivissem ipsa pericula, nunquam pedem posuissem, set multum gaudeo quod feci, quia rogare deum didici, quia nunquam fui in pericolo nixi ibi” [105].
Giunto a Gerusalemme dopo tanto penare, Antonio de’ Riboldi vi ebbe una lieta sorpresa: “Intrantes autem civitatem sanctam Yerusalem in vigilia sancti Mathey tam cito quam cito [106] posui pedem in platea sancti Sepulchri, tre mulieres de Cremona, quae ibidem erant, me cognoverunt et statim alta voce clamantes dixerunt: «Salutant vos fratres vestri et vobis literas ex parte Domini Francischini fratris vobis apportavimus!» De quo fui valde miratus, quo modo scilicet me cognoverunt, eo quod barbam valde prolixam habebam et dixi: «A, a, a, Domine Deus! in ista sacratissima civitate dei inveni, qui mihi nova refferat de carne mea!» Non vacat, dixi ego, u ministerio [107]. Una de ipsis peregrinis erat mater magistri Raphaelis, quae dedit mihi ipsam literam nomine Francischini fratris vestri; ipsa fuit facta litera de Julio”.
Recatosi di nuovo al S. Sepolcro, frate Antonio poté cantar messa ad alta voce, non essendo presenti che latini: “ita quod benedicantur - commentò - illi vij floreni, quos dedi eis. O quam dulces fuerunt illi floreni!”.
La testimonianza del frate cremonese sottolinea la presenza davvero numerosa di fedeli latini nella Gerusalemme di quel tempo, e che la pratica del pellegrinaggio fosse in forte espansione è confermato anche dalla stesura della Descriptio Terrae Sanctae, compilata in quello stesso 1330 da padre Giovanni Fidanzola da Perugia, Superiore della Provincia di Terra Santa.
Tale attività letteraria, iniziata già prima del 1292 , acquistò però sempre più importanza dopo il 1333, quando grazie alla trattativa diplomatica condotta a buon fine da Roberto d’Angiò e Sancha di Maiorca, reali di Napoli, con il Sultano d’Egitto al-Nasir Muhammad, i Francescani di Terra Santa furono nominati custodi del Santo Sepolcro. La presenza fu ufficializzata da parte musulmana con il permesso di proprietà concesso ai Frati Minori del convento del Monte Sion, costruito sulle rovine della basilica della Santa Sion presso il Cenacolo, e da parte della Chiesa Cattolica con la creazione della Custodia di Terra Santa con le bolle Gratias agimus e Nuper carissimae emesse da papa Clemente VII nel 1342. Nel 1348, al tempo del Sultano al-Mudhaffar, i Frati Minori presero dimora fissa nel convento e vi rimasero per circa tre secoli. Il superiore ebbe il titolo di Guardiano del Monte Sion e del Santissimo Sepolcro di Nostro Signore Gesù Cristo e di Custode di Terra Santa. Successivamente ai frati venne riconosciuto il diritto di abitare nel convento abbandonato dagli Agostiniani a Betlemme, di celebrare sul Monte Calvario e nell’edicola del Santo Sepolcro, e dal 1363 anche nella chiesa della Tomba della Madonna nella valle del Getsemani. Queste piccole importanti conquiste incrementarono naturalmente la pratica del pellegrinaggio, che si diffuse sempre più anche tra persone che in verità non brillavano per spirito di santità. Nell’aprile 1349, ad esempio, Galeotto Malatesta, signore di Rimini, volze andar al Santo Sipulcro, e imbarcatosi a Rimini su una galea anconetana, partì accompagnato dal nipote Malatesta Ungaro e anche da un buffone.
Così, accanto a brevi guide decisamente asciutte nella loro concisione estrema [108], verso la fine del XIV secolo comparvero dei diari di viaggio che in qualche modo rappresentavano i diretti precursori della Peregrinatio del Pesenti.
Particolarmente importante fu in quegli anni il Libro d’Oltramare (1345) di Fra Niccolò da Poggibonsi, una guida fortunata di cui si registrano ben 64 edizioni [109]. Ma è da ricordare anche la descrizione del pellegrinaggio compiuto nel 1384 da Simone Sigoli [110] e Leonardo Frescobaldi [111], rampollo quest’ultimo della potentissima famiglia fiorentina che del commercio con l’estero aveva fatto una delle principali attività [112].
Il pellegrinaggio di questo piccolo gruppo di intraprendenti toscani – assieme a Sigoli e Frescobaldi partirono il sacerdote Bartolomeo di Castel Focognano [113], il lanaiolo Antonio Mei, il “vinattiere” Santi del Ricco, Giorgio Gucci (figlio di Guccio, Gonfaloniere di Giustizia nel 1369) e Andrea Rinuccini, accompagnati “con uno famiglio per uno e aggiunto uno spenditore”, - iniziava ad avere il sapore del viaggio turistico, più che della missione prettamente religiosa.
Partiti da Firenze a metà agosto (e da Venezia il 4 settembre [114]) 1384, essi visitarono dapprima l’Egitto, il Sinai e poi la Terra Santa, risalendo la terra d’Israele fino a Baruti (l’attuale Beirut) dove si imbarcarono per tornare a Venezia: percorso pressoché identico e inverso a quello compiuto più di duecento anni dopo da Gian Paolo Pesenti, realizzato fra l’altro in uno stesso arco di tempo – undici mesi e mezzo [115].
Simone Sigoli e Leonardo Frescobaldi lasciarono interessantissimi resoconti di questo viaggio, che andrebbero letti parallelamente – ancorché in senso inverso – alla Peregrinatio del Pesenti [116].
Nonostante la grande distanza temporale, molti aspetti del viaggio dovevano infatti essere rimasti invariati. Si legge ad esempio nel racconto di Frescobaldi:
“In Vinegia ci fornimo di molte cose, infra le quali compramo una botte di buona malvagìa, e infra le altre cose compramo un cassoncello per mettervi entro certe nostre cose di vantaggio, come s’era il libro della Bibbia ed Evangelij, e’ Morali, e tazze d’ariento, e altre cose sottili. E dal detto cassoncello spiccamo una di quelle spranghe, che si conficcano nel coperchio della parte di sotto, e con uno brusto ne votamo parte, sinché dentro vi nascondemo Ducati secento nuovi di zecca, de’ quali n’erano dugento di ciascuno di noi tre, e dugento Ducati portamo di grossi Viniziani d’ariento, e cento in oro, e l’avanzo insino in Ducati settecento che portamo per uno di noi tre, portamo in Lettere di pagamento in Alessandria che v’era pe’ Portinari Guido di Luca, e in Damasco Andrea di Sinibaldo da Prato, che v’era pe’ detti Portinari” [117].
Non molto diversi dovettero essere i preparativi del Pesenti, 228 anni dopo.
Fra l’altro, è interessante notare che anche il Frescobaldi, come Pesenti, sembra voler giustificare la deviazione in Egitto come parte di un unico ampio pellegrinaggio. Si legge infatti nelle sue memorie:
“Trovamo in Vinegia di nostri Fiorentini per andare al Santo Sepolcro, Santi Del Rinco, e Simone Sigoli, e Antonio di Paolo Mei, e un prete di Casentino. Tutti questi pellegrini Vineziani e Fiorentini voleano andare al Santo Sepolcro in Gerusalem sanza andare a Santa Caterina, o in Egitto; salvo noi tre ch’eravamo mossi insieme con uno famiglio per uno e aggiunto uno spenditore. Voleano tutti questi altri fare il viaggio in sulle galee, per prendere ogni sera porto. Noi diliberamo fare porto in Alessandria, e quivi principiare le nostre cerche per lo Egitto; e noleggiamoci in su una Cocca nuova Viniziana di portata di settecento botti, pagando Ducati XVII per testa. Vedendo questi pellegrini Fiorentini, che noi volevamo fare le cerche maggiori d’Oltremare, e principiare ad Alessandria, crebbe loro l’animo, e accozzoronsi con esso noi, e deliberarono fare quello che noi” [118].
Non da ultimo, è importante sottolineare come il libro di Simone Sigoli sia strutturato in due parti chiaramente delineate: dapprima il dettagliato resoconto del viaggio, poi – quasi a mo’ di appendice – una vera e propria guida ai luoghi sacri, con tanto di indicazioni relative alle indulgenze ad essi collegate [119]. È una guida precisa e ben curata, ma l’aspetto devozionale sembra davvero esser passato in secondo piano.
La descrizione dell’Egitto come parte di un ampio viaggio che toccava tutto l’oriente – quale fu in effetti il pellegrinaggio di Sigoli e Frescobaldi e poi del nostro Pesenti -, ebbe un’interessante anticipazione nel De statu Egypti vel Babylonie di Burcardo di Strasburgo (Burchardus Argentoratensis), del quale già si è accennato in precedenza [120]. L’autore di questo breve testo
Le fonti trecentesche iniziano a riferire anche delle investiture all’interno del Santuario dei Cavalieri del Santo Sepolcro. Il primo ricordo si legge nella relazione di viaggio del Cavaliere Guglielmo di Boldensel del 1336: “Dopo la Messa, io feci cavalieri due gentiluomini sul Sepolcro cingendo loro la spada e osservando le altre formalità che sono d’uso per ricevere l’Ordine della Cavalleria”.
Altre attestazioni risalgono agli anni immediatamente successivi: nel 1340 un documento del priorato spagnolo del Santo Sepolcro di Calatayud è firmato da Guglielmo cavaliere dell’Ordine del Santo Sepolcro, e sappiamo che Valdemar IV Atterdag re di Danimarca nel 1340, venne a Gerusalemme dove volle essere fatto cavaliere del Santo Sepolcro.
Una Cronaca Anonima di Valenciennes (sec. XIV-XV) riporta che nel 1343 Guglielmo di Solre accompagnò a Gerusalemme Guglielmo II conte di Olanda e di Hainaut, e che da lui fu creato cavaliere nel Santo Sepolcro . Nel 1420 la Cronaca de Leyde descriveva l’investitura di Compar De Caumont avvenuta l’anno prima da parte del sacerdote celebrante, alla presenza dei Francescani; il testo spiegava anche gli obblighi che si richiedevano all’aspirante Cavaliere.
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NOTE
[103] Il pellegrinaggio è stato edito in tempi moderni nella Zeitschrift des deutschen Palestina-Vereins, XIII, 3°, 1891, e recensito in Archivio Storico Lombardo. Giornale della Società Storica Lombarda, Serie Seconda, vol. X, anno XX, Milano, 1893, pp. 222-224.
[104] Cfr. nota 64. È curioso rilevare che Antonio de’ Riboldi chiamava il Nilo “fluvius Paradixi”, con evidente riferimento al Paradiso Terrestre.
[105] Il recensore dell’Archivio Storico Lombardo (che si firma F. N.) commenta qui: “Il Riboldi aveva qui a mente il proverbio antico: “Chi non va per mare non sa Dio pregare” (Archivio Storico Lombardo. Giornale della Società Storica Lombarda, cit., p. 223).
[106] Testo forse corrotto: bisognerebbe sopprimere il tam cito.
[107] Così la stampa: si corregga mysterio.
[108] Nel 1862 Michele Melga pubblicava a Napoli, per i tipi della Stamperia del Fibreno, il testo di una breve guida per i pellegrini in Terrasanta, redatta da un anonimo autore trecentesco che in pratica elencava semplicemente i luoghi da visitare. Basta una rapida scorsa alle prime frasi per comprendere il tono dell’intera guida: “Messere santo Stefano fu alapidato colle pietre in Jerusalem alla Porta, onde li Pellegrini entrano nella città, quando voi andate. Appresso entrarete nella chiesa del Sepolcro, e ivi troverete lo luogo, che fu chiamato monte Calvario, dove lo nostro Signore Jesu Cristo fu posto in croce […]”. È però interessante la premessa che il manoscritto recava in testa, a mo’ di titolo: “Questi sono i viaggi che debbono fare li pellegrini, che vanno oltra mare per salvare l’anima loro, e che può fare ciascuna persona stando nella casa sua, pensando in ciascuno luogo che di sotto è scritto, e in ogni santo luogo dica uno Paternostro e Ave Maria”. Dunque si poteva compiere il pellegrinaggio anche solo con il pensiero, pregando sulle brevi paginette della guida. Il testo è tratto da un codice mutilo membranaceo di 44 carte, segnato con il numero 396 della Biblioteca dei Canonici Regolari di S. Salvatore a Bologna (Viaggi in Terra Santa descritti da Anonimo Trecentista e non mai fin qui stampati, Napoli, Stamperia del Fibreno, 1862. Il testo è stato digitalizzato da Google e pubblicato sul web).
Di questo periodo citiamo anche il resoconto del pellegrinaggio compiuto da Giovanni da Mandello e scritto intorno al 1363. Il viaggio fu forse realizzato l’anno precedente, quando anche altri lombardi si diressero ai luoghi santi. Il 20 agosto 1362 si concedeva un’indulgenza di 40 giorni a coloro che aiutassero con elemosine i coniugi Giacomino e Margarita da Besozzo «zello devotionis accensi» in procinto di partire, ottenuta licenza papale, per visitare «sacrum sepulcrum et quedam alia loca sacra ultramarina». (cfr. Archivio Storico Lombardo. Giornale della Società Storica Lombarda, Serie Seconda, vol. X, anno XX, Milano, 1893, p. 499).
[109] NICCOLÒ DA POGGIBONSI, Libro d’Oltramare, Gerusalemme, 1345. Il pellegrinaggio di Niccolò da Poggibonsi è storicamente interessante perché fu intrapreso allo scopo di fare chiarezza su una questione che era divenuta sempre più spinosa e delicata, quella cioè relativa al commercio e alla diffusione delle sacre reliquie, la cui autenticità fin da allora era spesso messa in dubbio, soprattutto per i casi più eclatanti, come quello della scoperta a Hebron dei corpi di Abramo, Isacco e Giacobbe (avvenuta nel luglio 1119), o della conservazione nell’abbazia di Saint-Médard a Soissons di un dente da latte di Gesù. Il problema era serio, perché queste reliquie erano per lo più vendute a cifre esorbitanti, e speculatori senza scrupoli sfruttavano la devozione popolare per arricchirsi anche con clamorosi falsi. Partito per fare un po’ di chiarezza sull’attendibilità di queste innumerevoli reliquie provenienti dai luoghi sacri, Niccolò restò fortemente colpito dalle vestigia che ebbe occasione di visitare, e riportò le proprie impressioni nel Libro d’Oltremare. Riguardo alle reliquie, da monaco semplice ma di buon senso quale era, escogitò una soluzione efficace al problema di soddisfare le richieste della devozione popolare: rientrò infatti con “reliquie” autentiche ma assolutamente a buon mercato: quelle di piccole zolle della terra rossa pestata dai profeti, da Gesù e dai suoi discepoli (cfr. MAURIZIO BETTINI, OMAR CALABRESE, BizzarraMente. Eccentrici e stravaganti dal mondo antico alla modernità, Milano, Feltrinelli, pp. 41-43).
[110] Viaggio al Monte Sinai di Simone Sigoli, castigato, corretto ed accresciuto di note dal M. B. Puoti, Napoli, 1839. Il resoconto “compiuto di scrivere martedì a dì 4 ottobre 1390”, fu poi ripubblicato assieme a quello di Mariano da Siena nel Viaggio al Monte Sinai di Simone Sigoli e in Terra Santa di ser Mariano da Siena, Parma, Pietro Fiaccadori, 1843 (Il testo è stato digitalizzato da Google e pubblicato sul web). È da notare che queste edizioni ottocentesche vennero pubblicate per una ragione più di interesse linguistico che storico-geografico. Le annotazioni e i commenti puntano infatti l’attenzione più sulle forme arcaiche della lingua italiana utilizzata che sulle questioni relative agli argomenti trattati.
[111] GUGLIELMO MANZI, Viaggio di Lionardo di Niccolò Frescobaldi Fiorentino in Egitto e in Terra Santa con un Discorso dell’Editore sopra il Commercio degl’Italiani nel secolo XIV, Roma, Carlo Mordacchini 1818 (Il testo è stato digitalizzato da Google e pubblicato sul web). Guglielmo Manzi era Bibliotecario della Libreria Barberina.
[112] Nel 1304 i Frescobaldi erano addirittura divenuti i banchieri della corona d’Inghilterra. Leonardo era un personaggio di spicco nella Firenze del suo tempo, ed ebbe importanti incarichi pubblici. Nel 1385 fu nominato Podestà di Città di Castello, nel 1390 prese possesso di Montepulciano e nel 1398 fu Ambasciatore a Roma presso papa Bonifacio IX.
[113] Bartolomeo da Castel Focognano, sacerdote, non riuscì però a raggiungere la Terra Santa: morì in viaggio, e fu sepolto a Modone.
[114] Curiosamente Frescobaldi e Sigoli salparono da Venezia lo stesso giorno in cui Gian Paolo Pesenti iniziava il suo viaggio lasciando Bergamo, il 4 settembre.
[115] Che il viaggio non avesse più una finalità puramente devozionale è dimostrato anche dai tempi di rientro in patria: approdati a Venezia il 21 maggio 1385, i pellegrini non si affrettarono affatto a tornare a casa: “Soprastemmo in Vinegia alquanti dì, poi tornamo a Firenze per la via di Bologna, e in capo d’undici mesi e mezzo rientramo in casa nostra, dando consolazione alle nostre famiglie”. Dunque, essendo partiti a metà agosto, ci misero ben un paio di mesi per rientrare a casa da Venezia.
[116] GUGLIELMO MANZI, Viaggio di Lionardo di Niccolò Frescobaldi, cit., pp. 67-68.
[117] Ivi, pp. 68-69. Frescobaldi e i suoi compagni fecero la traversata fino ad Alessandria d’Egitto a bordo di una cocca – grosso bastimento medievale da trasporto, tondo e largo, alto di bordi e a vele quadre, poco maneggevole ma molto capiente – di proprietà di Lorenzo Morosini. Essa trasportava un carico di merci diverse, “che ‘l forte [cioè la parte più cospicua] erano panni Lombardi, e ariento in pani, e rame fino, ed olio, e zafferano” (ivi, p. 70). A quanto sembra, la nave era nuovissima, e non era ancora nemmeno completata, quando già ancorata in rada a tre miglia da Venezia veniva caricata: “e perché la cocca non era ancora compiuta la coverta, né i castelli, vi vennono su molti maestri, che tuttavia lavoravano, e soldò il padrone oltre quegli del servigio della Cocca da XV Balestrieri giovani da bene. Sicché tra mercatanti, e pellegrini, e soldati, e la brigata della Cocca, pareva assai sufficiente compagnia”.
[118] Ivi, pp. 67-68.
[119] Terminato il racconto del viaggio – una settantina di pagine nell’edizione del 1843 – Simone Sigoli introduce la seconda parte del libro con queste parole: “Qui appiede e innanzi faremo menzione di tutte le sante reliquie che troveremo nel pellegrinaggio della terra santa d’oltre mare, cioè Gerusalemme, e dove sarà la croce segnata [accanto al nome di ogni luogo descritto viene infatti segnata una croce, n.d.r.], ivi è perdono, colpa e pena, essendo la persona confessa e pentita de’ suoi peccati; e negli altri luoghi dove non è segnata la croce, si è di perdono ovvero indulgenza sette anni, e sette quarantene, e quaranta dì” (Viaggio al Monte Sinai di Simone Sigoli e in Terra Santa di ser Mariano da Siena, cit., p. 71).
[120] Cfr. nota 64.
[28] La relazione del martirio dei Santi Nicola Tavelich, Stefano da Cuneo, Pietro di Narbona e Deodato Aribert di Rodez, avvenuto a Gerusalemme l’11 novembre 1391, scritta lo stesso giorno da fra Gerardo Chauvet guardiano del convento francescano del Monte Sion, fu sottoscritta tra gli altri da Giovanni Barrile di Napoli, “fatto allora cavaliere del Santo Sepolcro con i suoi servitori”che si trovava a Gerusalemme. Tutte queste notizie sono tratte dall’articolo di padre Michele Piccirillo Registri dei Cavalieri del Santo Sepolcro conservati nell’Archivio Storico della Custodia di Terra Santa (http://www.custodia.org/spip.php?article1310).
[29] Viaggio in Terra Santa di ser Mariano da Siena nel secolo XV, a cura del Canonico Moreni, Firenze, 1822. Il resoconto fu poi ripubblicato assieme a quello di Simone Sigoli nel 1843 (cfr. nota 18).
[30] Ivi, p. 6.
[31] Cioè per maggiore speditezza.
[32] Ivi, pp. 11-12.
[33] Ivi, pp. 81-82.
[34] In quell’occasione, Mariano da Siena sbarcò poi il 13 luglio con altri quattro pellegrini poco sopra Otranto, allo scopo di visitare i luoghi sacri delle Puglie, e forse perché di traversate marine ne aveva abbastanza. Dopo una sosta a Modone, “convenneci volteggiare tutta l’Isola di Rodi, e tutta l’isola di Candia pe’ venti contrariissimi a noi. Qui presso a cinque miglia la prima volta fu presa la nostra nave da’ Genovesi; tenerla tre dì: tolsero la barca servigiale e la metà delle Bombarde, la metà della polvere da bombarde, la metà delle Balestre, la metà del saetame, cinquanta botti di malvagìa, e molta altra roba. Per amore de’ Peregrini non le fecero peggio […] A dì cinque [luglio] fummo a Corfù con molte tempeste, e venti contrarii, e qui lasciammo la galea, e fummo quattordici Peregrini, e pigliammo una barca di ventiquattro botti per andare in Puglia a Santo Nicolò, ed a Santo Michele Agnolo. Costocci un mezzo Ducato per testa. Stemmo a Corfù tre dì, e quattro notti. Partimmo a dì nove, stemmo in sulla galea settantatre dì con grandissimi disagi […]. A dì dodici fummo a Capo d’Otranto in Puglia, e in questo dì fu per annegare la barca con tutti noi. Squarciassi la vela da capo a piedi, ed eravamo tutti fracassati. Non fummo lasciati pigliar porto a Capo d’Otranto, perché dicevano che noi venivamo di Terra di morìa; denci il bando. Stemmo tutta la notte volteggiando con grande fortuna [= tempesta], e pericoli di Corsari. A dì tredici col nome del benedetto, e buono Gesù in tutto uscimmo di mare a certe spiagge con grande fatica, e fummo quattro peregrini […]” (Ivi, pp. 85-86). Da Roca vecchia, passando per Lecce, Mesagne, Ostuni (Hoostone), Monopoli, Polignano e Mola, il 18 luglio 1431 Mariano visitò a Bari il corpo di S. Nicola. Proseguì poi per Molfetta, Barletta e Manfredonia, e il 21 luglio era a Monte S. Angelo (chiamato Santo Michele di Puglia o Santo Michele Agnolo). Dopo una breve sosta proseguì per S. Giovanni Rotondo; il giorno 22 era già a S. Severo, il 23 a Termoli, il 27 all’Aquila. Impedito ad andare a Roma “per cagione della guerra del Principe”, proseguì verso nord e il 29 era a Norcia, il 30 a Foligno e il 31 ad Assisi. Il 1° agosto fu a Santa Maria degli Angeli “per lo Perdono”, dove “furonvi molte migliaia di persone, ed è una devotissima, e santissima cosa”. Costeggiando a sud il Trasimeno, giunse a Chiusi il 3 agosto. Gli ultimi chilometri furono percorsi “con grandi pericoli e paura per la guerra ch’era fra ‘l Comune di Siena, e i Fiorentini”, tanto che i pellegrini dovettero farsi scortare da “venti Fanti a piè”.
[35] Ivi, p. 90.
[36] Cioè Saraceni.
[37] Ivi, pp. 10-11. Il libro di Mariano da Siena, nella sua genuina immediatezza, riserva altre espressioni colorite. Appena giunti in Terra Santa, ad esempio, scrive: “[…] ed ognuno piglia il suo asino. E di subito cominciammo ad asinare per Terra Santa con grandi consolazioni, e chi non crede vadalo a provare” (ivi, p. 15). L’espressione “asinare per Terra Santa” ci è sembrata davvero gustosa.
[38] REMY LEBRUN, Le Voyage de Barbatre, al sito http://pagesperso-orange.fr/gerard.pressagny/barbatre.htm
[39] Cfr. ibid. Inoltre FRANCO CARDINI, MARCO TANGHERONI, MARIA LUISA CECCARELLI LEMUT, Quel mar che la terra inghirlanda: In ricordo di Marco Tangheroni, Pacini, 2007, p. 520; SANTO BRASCA, Viaggio in Terrasanta, 1480, con l’Itinerarium di G. Capodilista, a cura di A. L. Somigliano Lepschy, Milano, 1966. Felix Fabri ripeté poi il pellegrinaggio nel 1483.
[40] In verità nel 1458 Gabriele Capodilista indicava una cifra variabile tra i 36 e i 60 ducati, più o meno come Francesco Suriano, che compì il suo viaggio con pochi mezzi nel 1485 (cfr. FRANCO CARDINI, MARCO TANGHERONI, MARIA LUISA CECCARELLI LEMUT, Quel mar che la terra inghirlanda, cit., p. 525). Nel 1384 Leonardo Frescobaldi parlava di 17 ducati a testa (cfr. nota 24).
[41] La nave pescava 2,10 m e come tutte le galee era spinta da una vela. I rematori venivano usati solo per le delicate manovre all’entrata dei porti.
[42] Una delle numerose conferme che il viaggio poteva essere pericoloso fino alle ultime miglia di navigazione del ritorno, si ha nel resoconto del citato Leonardo Frescobaldi: “Navigando per soavi venti per lo golfo di Vinegia per insino presso al Sucino, quivi avemo un poco di fortuna [nel senso di tempesta, fortunale]. Ma perché la Cocca era nuova e grande, parea si facesse beffe del mare. Ma una galeazza disarmata, carica di pellegrini, che veniano dal Sepolcro, perché era vecchia aperse, ed affogarono circa a dugento, tutta povera gente, e per pagare poco nolo si missono in sì cattivo legno, come avviene il più delle volte, che le male derrate sono de’ poveri uomini; ma secondo la nostra Santa Fede costoro n’aranno avuto miglior mercato di noi, perocché penso che sieno a piè di Cristo” (GUGLIELMO MANZI, Viaggio di Lionardo di Niccolò Frescobaldi Fiorentino in Egitto e in Terra Santa, cit., pp. 70-71).
[43] Cfr. JEAN VERDON, Bere nel Medioevo. Bisogno, piacere o cura, Bari, Dedalo, 2005.
[44] Si inabissò.
[45] Viaggio in Terra Santa di ser Mariano da Siena, cit., pp. 82-83.
[46] “Et nous confiants en notre Seigneur, sa glorieuse mère Marie, tous le saints et saintes du paradis et aussi le prières du bon peuple chrétien, nous tous les autres nous déterminâmes à poursuivre le saint voyage et d’y vivre ou y mourir”.
[47] Di fra Giovanni di Prussia Fra Fabri scrisse anche: “Ingressi sunt etiam nobiscum Fratres Montis Syon, inter quos nobiscum intravit spectabilis vir, dictus Johannes de Prussia, Procurator Fratrum Montys Syon, saecularis quidem status, sed regularis habitu et vita. Utitur enim proprio arbitrio habitu tertii ordinis S. Francisci, cui tamen regulae voto se non adstrinxit. Hic vir est genere nobilis, de prosapia comitus, Teutonicus de Prussia, procerae statura, longam barbam, veneranda canitie decorus; maturus valde est vir ille, et multarum experientiarum, moribus compositus, conscentiosus et timens Deum. Has laudes non ex auditu, sed ex certa scientia huic probo viro do” (MICHELE PICCIRILLO, Registri dei Cavalieri del Santo Sepolcro cit.). Santo Brasca ricordò anche che il Padre Guardiano del Monte Sion, al tempo padre Giovanni de Thomacellis rilasciò la patente scritta in latino nella quale si attestava che il neo Cavaliere “Super Sanctissimum Domini Sepulchrum fuit cingulo militari insignitus atque solemniter decoratus”.
[48] J.-P. DE GENNES, Les Chevaliers du Saint Sépulchre de Jérusalem, Vol. I, Ed. Herault, 1995, p. 175 ss.
[49] In realtà, un pellegrinaggio ampio e completo includeva possibilmente anche una visita al monastero di Santa Caterina nel Sinai. Lo dimostrano i viaggi compiuti da Leonardo Frescobaldi e Simone Sigoli nel 1384 e da Pietro Della Valle nel 1614, ma lo raccomandava esplicitamente già la guida anonima trecentesca pubblicata da Michele Melga, più sopra ricordata: “E poi rianderete in monte Sion, e troverete dove Cristo diè la legge a Moisè, ed ivi troverete lo monumento di santa Caterina e ‘l suo corpo che n’esce olio. E ivi troverete uno vaso che vi pose la Vergine Maria colle sue mani. E indi n’andarete in Babilonia, e troverete una fontana, là dove l’angelo lavò li panni del nostro Signore Jesu Cristo, e poseli a sciugare su in uno arbore, e di quello arbore esce il balsamo per grazia di Cristo. E indi n’andarete a santa Maria di Sardinai oltre Damasco VI miglia” (Viaggi in Terra Santa descritti da Anonimo Trecentista cit., pp. 10-11). È una spiegazione alquanto confusa, ma si tenga presente che anche Leonardo Frescobaldi, si riferiva in modo piuttosto sibillino a una Babilonia riferita al Cairo: “Il Cairo e Babilonia si è una grandissima città di lunghezza di miglia diciotto o più, e larga circa a otto miglia […]” (GUGLIELMO MANZI, Viaggio di Lionardo di Niccolò Frescobaldi cit. p. 92); e più avanti: “Di lungi al Cairo XIV miglia valicato il Nilo dalla parte di Babilonia, si trovano XII granaj di quelli che fece fare Giuseppe al tempo di Faraone Re d’Egitto ne’ dì della gran fame” (ivi, pp. 92-93). Da quanto abbiamo potuto capire, tutte le regioni desertiche del Medio Oriente, compreso l’Egitto, venivano chiamate “deserto di Babilonia”. Pietro Pesenti dovette rinunciare a visitare il Sinai per il sopravanzare della stagione troppo calda, che avrebbe reso eccessivamente pericolosa la traversata del deserto; il tono con cui riferiva tale decisione dimostra però che non era questa la meta principale della puntata in Egitto.
[50] Gli uscocchi (in croato uskoci) furono celebri pirati di origine croata, che avevano la loro base a Segna, nel Quarnaro. Si trattava di popolazioni cristiane provenienti dalla Bosnia ed in fuga dall’avanzata turca, che avevano raggiunto la costa a Clissa (nei pressi di Spalato). Quando nel 1537 i Turchi avevano preso Clissa, si erano trasferiti su invito dell’Austria a Segna, da dove su incitazione degli stessi austriaci avevano iniziato ad insidiare con azioni piratesche le rotte marittime della Repubblica di Venezia, nonché i Turchi, in una guerra senza quartiere che sarebbe durata 80 anni.
Finite le preoccupazioni per la guerra del Monferrato, Venezia prese l’offensiva nell’Istria e sulle frontiere orientali del Friuli, per far cessare la campagna di aggressione intrapresa dagli Uscocchi nell’Adriatico, con gravissimo danno del prestigio veneziano in quel mare, caro più di ogni altra cosa alla Repubblica. L’Austria, la quale pretendeva alla libera navigazione nell’Adriatico, non vedeva di malocchio quei pirati, e sotto mano li aiutava; sicché Venezia dovette decidere di farsi giustizia da sé. Il provveditore della Dalmazia Tiepolo organizzò una spedizione nel 1592, ma gli uscocchi (che erano solo 2000 ma bellicosissimi) opposero una tenace resistenza. Furono anche il pretesto per lo scoppio della Guerra di Gradisca tra Venezia e l’Austria (1616-1617), finché, con la vittoria veneziana, furono definitivamente annientati. Per effetto della pace di Madrid (1617) le famiglie superstiti vennero trasferite all’interno (vicino a Karlovac e nei cosiddetti Monti degli Uscocchi) e le loro navi bruciate. (cfr. BORTOLO BELOTTI, Storia di Bergamo e dei bergamaschi, cit., vol. V, p. 37)
[51] PAOLO PRETO, Le «paure» della società veneziana: le calamità, le sconfitte, i nemici esterni ed interni, in Storia di Venezia dalle Origini alla caduta della Serenissima, vol. VI, Roma, Treccani, 1994, p. 222.
[52] Ibid.
[53] COLIN THUBRON, Lepanto, una lotta all’ultimo sangue, in The Seafarers – The Venetians, Time-Life Books, Amsterdam, 1988, trad. It. I Veneziani, Milano, Mondatori, 1988, pp. 160-166.
[54] Può essere significativo ricordare a questo proposito la missione diplomatica compiuta nel 1575 dal procuratore generale di San Marco Giacomo Soranzo a Costantinopoli. Essendo deceduto il Sultano Selim II, ed essendogli succeduto il figlio Murad III, Venezia decise di inviare una sontuosa ambasceria per rendere omaggio al nuovo sultano e confermare con lui i capitoli della Pace del 1573. La spedizione, comprendente quattro galere riccamente addobbate, cariche di gentiluomini sfarzosamente vestiti e di doni lussuosi, era evidentemente troppo vistosa perché potesse solcare i mari dell’Egeo, infestati dai pirati. Giunto al porto di Alessio, il corteo proseguì via terra, sotto l’attenta protezione di una scorta militare ottomana: passando da Scopje, Filippopoli e Adrianopoli (nell’attuale Bulgaria), giunse a Costantinopoli il 30 giugno 1575, dopo quasi due mesi di viaggio (le galere avevano lasciato la laguna di Venezia il 3 maggio). Un viaggio così lungo e faticoso non si spiega se non con l’impossibilità di raggiungere Costantinopoli via mare. Della spedizione scrisse un resoconto il nobile vercellese Carlo Ranzo, pubblicato nel 1616 con il titolo Relationi di Carlo Ranzo gentil’huomo di Vercelli d’un viaggio fatto da Venetia in Constantinopoli (Torino, fratelli Cavalieri, 1616). Si tenga presente, come termine di confronto, che verso la fine del ‘400 raggiungere Costantinopoli da Genova (più distante di Venezia) poteva richiedere una trentina di giorni di navigazione (cfr. LORENZO CAMUSSO, Guida ai Viaggi nell’Europa del 1492, Milano, Giorgio Mondatori, 1990, p. 230)
[55] Le tensioni tra la Serenissima e lo stato pontificio, alimentate nei precedenti decenni da un’infinità di motivi, erano giunte nei primi anni del ‘600 ad un livello di tale esasperazione, che bastò la proverbiale scintilla per far saltare l’intera polveriera. Nel caso specifico, la scintilla era data dall’arresto da parte del Consiglio dei Dieci di un canonico vicentino, Scipione Saraceno, accusato di atti ingiuriosi verso la Repubblica, e di un abate di Nervesa, Marc’Antonio Brandolin, accusato di omicidio; da poco eletto, papa Paolo V Borghese rivendicò il diritto esclusivo di giudicare degli ecclesiastici, ed ingiunse la consegna dei religiosi ai propri tribunali. Il secco rifiuto della Serenissima Signoria portò a un braccio di ferro che culminò con il cosiddetto Interdetto: il 17 aprile 1606 Paolo V scomunicò i governanti dello stato veneto, interdicendone il Dominio. La Serenissima Signoria, per nulla intimorita, affidatasi alle abili e sofisticate disquisizioni del teologo e canonista Paolo Sarpi, un frate Servo di Maria insofferente delle rigide posizioni della chiesa post-tridentina, aveva di tutta risposta negato la validità di tale Interdetto. Si aprì così una lunga contesa che mobilitò l’intera diplomazia europea, e che si risolse dopo lunghe trattative solo il 21 aprile 1607 con un nulla di fatto, nel senso che l’Interdetto venne ritirato, ma senza che alcuna delle parti mutasse le posizioni prese. (cfr. GAETANO COZZI, Venezia dal Rinascimento all’Età barocca, in Storia di Venezia dalle Origini alla caduta della Serenissima, vol. VI, Roma, Treccani, 1994, pp. 82-85).
[56] Alfonso della Queva, marchese di Bedmar, era l’ambasciatore del governo spagnolo a Venezia. Nell’aprile del 1618 il consiglio dei dieci veniva informato segretamente che si stava tramando una gravissima congiura contro Venezia. I presunti protagonisti sarebbero stati dei Francesi, subito arrestati e giustiziati, i quali avrebbero avuto quali mandanti appunto l’ambasciatore di Spagna e il viceré di Napoli, duca d’Ossuna. Paolo Sarpi parlò di questa «congiura di Bedmar» nel suo Trattato di pace et accomodamento, scritto probabilmente tra la fine del 1619 e il 1620, per far comprendere all’opinione pubblica italiana e veneziana cosa fossero, quale forza avessero i legami asburgici, cementati dall’impegno di difesa dalla cattolicità, che stringevano la Spagna, l’Impero, gli arciduchi d’Austria, quale acredine li animasse verso Venezia, quale necessità avesse la Repubblica di difendersene. Molti dubbi ci sono stati e sono rimasti su questa congiura: se la si sia davvero tentata, o se la Serenissima Signoria abbia dato corpo a delle ombre, per eccitare l’animosità antispagnola. Se uno degli scopi era quello di provocare l’allontanamento da Venezia del marchese di Bedmar, lo si conseguì. Il marchese lasciò la laguna nel giugno del 1618, per non farvi più ritorno. Ma si vendicò, scrivendo una relazione carica di disprezzo contro il governo e i governanti veneti (cfr. ivi, p. 96).
[57] Prelevato e ricondotto a Venezia, “cadde” in mare e morì annegato prima di giungervi, forse suicida per evitare l’onta del processo e di una condanna.
[58] Cfr. PAOLO PRETO, Le «paure» della società veneziana: le calamità, le sconfitte, i nemici esterni ed interni, cit., pp. 215 e segg.
[59] Bergamo formò una compagnia di cinquanta corazze a spese pubbliche, affidandone il comando a Leonino Secco Suardo (17 gennaio 1616), e a cui poi, e specialmente nell’assedio di Gradisca, parteciparono altri bergamaschi, come Gianfranco Albani, Gerardo Benaglio, condottiere di una compagnia dì corazze e poi tenente generale della cavalleria leggera veneta, Nicolo Barboglio da Lovere, e più ancora Francesco Marti¬nengo, nominato al posto del provveditore generale Giustiniani, veronese, ucciso da un colpo d’archibugio. Erano col Martinengo anche due suoi figliuoli, Gasparo e Gerardo. Anche per l’offensiva nell’Istria e sulle frontiere orientali del Friuli, compiuta per far cessare la campagna di aggressione intrapresa dagli Uscocchi nell’Adriatico, presero parte bergamaschi di valore, come Giacomo Berlendis e il conte Alessandro Agliardi, che si distinsero nell’attacco di Segna e di Trieste (cfr. BORTOLO BELOTTI, Storia di Bergamo e dei bergamaschi, cit., vol. V, p. 37).
[60] Ivi, p. 27.
[61] Si veda in generale sull’argomento A. GIUSSANI, «Il forte di Fuentes. Episodi e documenti di una lotta secolare per il dominio della Valtellina», Como 1905. Sulla posizione strategica di Bergamo ai confini con il milanese; cfr. G. COZZI, Politica e diritto in alcune controversie confinarie fra lo Stato di Milano e la Repubblica di Venezia (1564-1622) «ASL» 8a, 3 (1953) 7-44.
[62] «ASV», Inquisitori di Stato, busta 216.
[63] La strada collegava Bergamo con Morbegno in Valtellina, passando attraverso la Val Brembana e l’attuale Passo di S. Marco.
[64] Diversi furono i provvedimenti che lasciavano trasparire la gravità della situazione: Venezia “fin da principio, comminando persino la pena di morte, vietò di assoldare sudditi veneziani per potenze straniere; accrebbe le paghe dei soldati addetti al presidio della fortezza della Cappella (23 settembre 1600); e durante il 1601 ordinò che tutti i sudditi, comunque in possesso di grano, dovessero consegnarlo entro brevissimo termine, sotto pena della forca; assoldò una banda di duemila svizzeri; inviò a Bergamo Giovanni Battista Morandi, perché costruisse molini a servizio della fortezza, e permise ai rettori della città di estrarre duemila some di grano dai territori di Brescia e di Crema (Calvi 1, 337, 20 marzo 1601). Nel giugno del 1602 il presidio di Bergamo era costituito da sei compagnie ordinarie di fanti (quattrocentodieci uomini) e quattro straordinarie (seicento uomini), formate in gran parte da sudditi di Venezia, ma comprendenti però anche soldati grigioni, francesi e di altri luoghi. La custodia della fortezza pertanto era fatta con ogni cura; cambiate le sentinelle ogni tre ore; capitani costantemente di guardia alle porte, e tre di essi per turno in servizio sulla muraglia tutta la notte. Fioriva inoltre la scuola dei bombardieri, che nel detto anno 1602 contava trecento allievi. Particolari cure ebbe poi la Signoria perché i granai della fortezza fossero costantemente provvisti e in buone condizioni (BORTOLO BELOTTI, Storia di Bergamo e dei bergamaschi, cit., vol. V, p. 31).
[65] Tra questi, il completamento della fabbrica della controscarpa della porta di S. Alessandro e la trincea che era già stata iniziata per coprir la strada fra la Cappella e il Forte, nonché il parapetto della cortina di S. Gottardo (Calvi 2, 385). Il 2 luglio 1611 Marco Dandolo, capitano di Bergamo, informava che queste opere erano compiute, che aveva inoltre riparati i due torrioni in cui si custodiva la polvere, e il muro della Rocca, spendendo per i lavori 4960 ducati. Venezia continuò ad insistere perché il conte Francesco Martinengo ispezionasse regolarmente le fortezze e suggerisse i lavori opportuni di miglioramento e consolidamento. (Ivi, p. 33).
[66] “Il più importante appalto dei dazi, cioè quello detto generale e della stadera, che nel 1602 era stato concesso per la somma di ottantaquattromila lire, nel 1612 non trovava licitatori se non per somma inferiore a settantaduemila lire: e il ribasso, più che al rallentamento degli affari ed ai fallimenti dei mercanti, che pure si lamentavano, era dovuto al fatto (per verità non privilegio del Seicento) che i vari appaltatori si erano uniti in combutta fra loro. Infatti, nel gennaio del 1613 il dazio fu appaltato per la somma di lire settantamila. A ciò si aggiungano le prepotenze di certi contribuenti riottosi e soprattutto dei nobili. Nel 1617 i rettori avevano fatto l’incanto del dazio della seta, già affittato per ottomila lire, ottenendone solamente seimila, e spiegavano al Senato che una ragione del ribasso derivava dal fatto che essendo interessata la nobiltà in questo pagamento, temono di non poter riscuotere o che i daciari abbiano con pericolo della propria vita a tirarsi l’odio di molti se useranno la via della ragione per riscuotere”. Quanto alla corruzione dei pubblici amministratori e a quelle che già nel secolo precedente erano definite mangerie, uno dei sistemi in uso consisteva nell’ottenere a prestito forti somme di denaro, costituendo censi sui beni del comune. Avute nelle mani le somme che molti facilmente prestavano, i poco scrupolosi amministratori se ne servivano per usi personali, e spesso, dopo fatti grossi intacchi di simile natura, si allontanavano dal dominio, onde con la perdita del denaro, si perdono ancho i sudditi. Naturalmente i creditori erano al sicuro, perché avevano i censi; ma il popolo doveva pagare il debito e la stessa Signoria ne risentiva danno perché non poteva aggravare le fiscalità, o disporre delle entrate comunali. Nei comuni, specialmente di montagna, che possedevano cospicue quantità di boschi cedui, i disonesti amministratori ne acquistavano il taglio a vil prezzo per mezzo di persone miserabili; poi lo facevano vendere, guadagnando migliaia di scudi, così da rendere necessario (1613) l’intervento del Senato” (Ivi, p. 64; «ASV», Senato, Lettere dei rettori di Bergamo, busta 8, 6 novembre 1612. E.L. VERTOVA, Cronache bergamasche del 600, «Eco» 27 febbraio 1955).
[67] «ASV», Capi del Cons. dei Dieci, Lettere dei rettori di Bergamo, busta 3, 13 febbraio 1608.
[68] Ibid., busta 3, 27 agosto 1616. cfr. BORTOLO BELOTTI, Storia di Bergamo e dei bergamaschi, cit., vol. V, p. 65.
[69] BORTOLO BELOTTI, Storia di Bergamo e dei bergamaschi, cit., vol. V, pp. 65-74.
[70] ASV», Senato, Secreta, reg. 93, 43 v., 29 gennaio 1600.
[71] Ibid., Senato, Secreta, reg. 93, 43 v., 29 gennaio 1600.
[72] Ibid., Senato, Lettere dei rettori di Bergamo, busta 5,1 giugno 1607; Secreta, reg. 98,47 v., 48, 2 giugno 1607.
[73] Ibid., Capi del Cons. dei Dieci, Lettere dei rettori di Bergamo, busta 3, 6 ottobre 1610.
[74] Ibid., busta 3, 10 marzo 1605.
[75] «ASV», Capi del Cons. dei Dieci, Lettere dei rettori di Bergamo, busta 3, 13 ottobre 1610.
[76] Ibid., busta 3, 11 maggio 1611.
[77] Ibid., Senato, Lettere dei rettori di Bergamo, busta 7, 1 giugno 1611.
[78] «ASV», Senato, Lettere dei rettori di Bergamo, busta 1: del podestà Gerolamo Bernardo e del capitano Almorò Nani, 14 settembre 1602.
[79] A. PINETTI, Questione di precedenza fra i nunci di Bergamo a Venezia, «Bergomum» 23 (1929) 46.
[80] «ASV», Senato, Lettere dei rettori di Bergamo, busta 8, 28 marzo e 3 novembre 1612.
[81] «ASV», Senato, Lettere dei rettori di Bergamo, busta 7, 11 febbraio 1612.
[82] Ibid., Capi del Cons. dei Dieci, Lettere dei rettori di Bergamo, busta 3, 8 giugno 1611.
[83] Ibid., Capi del Consiglio dei Dieci, Lettere dei rettori di Bergamo, busta 3, 28 settembre 1602.
[84] Ibid., busta 3, 22 ottobre 1602.
[85] Ibid., busta 3, 27 luglio 1605.
[86] «ASV», Capi del Cons. dei Dieci, Lettere dei rettori di Bergamo, busta 3, 24 settembre 1605.
[87] Ibid., busta 3, 28 febbraio 1606.
[88] Ibid., busta 3, 29 novembre 1608.
[89] La sentenza con cui il Colleoni fu condannato, è così tipico documento, che non possiamo rinunciare a riferirla: “Franco Colleoni q. D. Bernardo cittadino di Bergamo, habitante nel luogo della Corna contra il quale con l’autorità anco dell’Ecc.° Cons.° de X habbiamo proceduto, come huomo sanguinario, facinoroso, et habituato nelle scelleratezze, che in diversi tempi habbia comesso molti homicidii, et altri misfatti, et particolarmente habbi ammazzato Gio. Batta dei Busi da Cantico suo cognato nel bosco del Baccanello, distretto bergamasco, per haver il maneggio della sua facoltà; et per l’istessa causa di robba habbi gettata, et suffocata in un pozzo la cognata Isabella dei Silanelli moglie del q. Giuliano suo fratello: essendo anco imputato di haver fatto ammazzar di arcobuggiata per invidia Evangelista de Privitali de comune di Sotto il Monte che in concorrenza sua faceva mercantia di pietre da molino; et sicome gli è opposto di haver avuta parte nell’homicidio di Bortolamio Colleoni, così consta che il medesimo Franco per assassinio fece ammazzar a Mantova l’anno del 1605 del mese di gennaro Gio. Giacomo Colleoni fratello di esso Bortolamio, da Sforza et Gasparo Fosciatelli Marchiani sceleratissimi sicarii per duecento scudi: pretio convenuto alla casa di Franco alla Corna, et da poi nell’istessa casa da lui numerato ai mandatarii, i quali essendo pochi dì da poi stati ritenuti e condotti in queste prigioni, mentre che per deliberatione dell’Ecc.mo Senato dovevano esser consegnati a’ ministri del Ser.mo Duca di Mantova, furono nelle medesime carceri morti di veneno; et è incolpato il detto Franco che anco questo avvenisse per opera sua; et non solo si habbi costui tante volte imbrattate le mani di sangue humano, ma aggiungendo delitto a delitto, habbi anco sforzate et violate delle donzelle; essendo di più indiciato di haver ingravidato Catarina sua propria sorella; et volendo questo huomo haver abito et fomento maggiore di passar impunito et di viver tirannicamente, come ha fatto, et di farsi temere per meglio avvantaggiarsi ne’ suoi interessi, si era posto a tenere stretta pratica di un cav. Andriano bandito milanese, che stava a questi confini, et anco di Ferrante Monà pur milanese da noi bandito, coi seguaci et satelliti del quale, genti bandite et di malfare in numerosa setta, teneva esso Franco in casa sua, et fuori ordinario comercio, et da loro nelle occasioni si faceva accompagnare con ogni sorta d’armi prohibite, usando con questi mezzi la forza, et minacciando ne la vita a chi voleva contradire a suoi pensieri, con timore de poveri sudditi, et con perniciosissimo esempio, et scandalo contro la pubblica quiete, libertà et sicurtà, ed in isprezzo delle leggi del Ser.mo Dominio; et sicome più ampiamente si legge nel processo. Carcerato per ordine nostro, constituito sopra tutte le colpe a lui opposte, et intimato a difendersi ha introdotto due volte quello, che ha egli voluto. Considerato il processo con tutto quello che ci è parso degno di considerazione, condanamo Franco Colleoni che di mattina sia condotto al luogo solito della giustizia, dove per il ministro di quella, sopra un eminente solaro, gli sia tagliata la testa via dal busto, sì che mora”.
[90] «ASV», Capi del Consiglio dei Dieci, Lettere dei rettori di Bergamo, busta 3, 18 giugno 1612. Questo delitto ebbe poi un lungo seguito, essendosi scoperto nel 1613 che i mandanti erano Gio. Battista e Donato Carcano, nobili milanesi, nonché Andrea Migliori, della stessa città di Milano. Il residente veneto in Milano ottenne da quel governatore la promessa che i 3 sarebbero stati inviati a Bergamo; ma essi, a mezzo di corruzioni, cercarono in tutti i modi di non essere consegnati alla giustizia veneziana (Ibid., Lettere dei rettori di Bergamo, 19 marzo 1613). Infatti, alla fine dell’aprile, i rettori di Bergamo esponevano al Senato i loro sospetti che le autorità di Milano cercassero di prolungare le cose, per poi giudicare i colpevoli e infliggere loro lievi pene (lettera 25 aprile 1613).
[91] Ibid., Capi del Consiglio dei Dieci, Lettere dei rettori di Bergamo, busta 3, 6 dicembre 1612.
[92] In quell’anno il contado bergamasco fu anche infestato dai lupi, tanto che alcuni comuni si unirono per dar loro la caccia e in otto giorni se ne presero più di cento, specialmente nei boschi di Scanzo e di Morengo e nelle praterie lungo il Serio.
[93] Cfr. nota 55.
[94] Può essere interessante annotare che, a quanto risulta, il nonno di Gian Paolo, Battista Pesenti, era stato tesoriere della città ed era quindi direttamente coinvolto dai problemi della povertà dei bergamaschi. Sappiamo ad esempio che durante la terribile carestia del 1590 il vescovo Ragazzoni e i capi dei luoghi pii gli misero a disposizione la somma di 27051 lire, con le quali per tre mesi fu mantenuto il pane a dodicimila poveri (D. Calvi, Effemeride, I, pp. 329-330 e III, p. 68. Cfr. BORTOLO BELOTTI, Storia di Bergamo e dei bergamaschi, cit., vol. IV, p. 199). È possibile che Gian Paolo, che a quel tempo era solo un bambino, fosse comunque al corrente di queste circostanze e che esse l’abbiano in qualche modo segnato.
[95] Bortolo Belotti riferisce che un Giovanni Pesenti gestì per lungo tempo nel ‘500 il principale albergo della città, quello con l’insegna di S. Marco, situato vicino alla chiesa di S. Michele all’Arco. Sebbene “dovesse essere modesto secondo i tempi”, in esso trovavano comunque ospitalità i forestieri che soggiornavano a Bergamo. Non sappiamo se questo Pesenti fosse parente del nostro Gian Paolo: difficilmente poteva trattarsi del bisnonno, morto nel 1554, perché in un atto del 1535 veniva definito “drapario” (Archivio Pesenti Agliardi, S, f. 3, doc. 18). Poteva però trattarsi di uno zio di Gian Paolo, nato nel 1555. Se così fosse, ci piace immaginare che l’amore per i viaggi possa essere nato in lui anche in seguito alla frequentazione degli stranieri dell’albergo. È un’ipotesi fantasiosa, ma non assurda (cfr. BORTOLO BELOTTI, Storia di Bergamo e dei bergamaschi, cit., vol. IV, p. 196).
[96] Tra le più ferventi sostenitrici dei Colonna nelle feroci lotte di fazione della Roma quattrocentesca, la famiglia dei Della Valle è oggi principalmente ricordata per il suo più illustre esponente, il cardinale Andrea, che ebbe un ruolo importante nella storia del papato del primo Cinquecento. Fu lui a edificare il famoso palazzo Della Valle, che diede a sua volta il nome, ancor oggi conservato, alla chiesa di S. Andrea Della Valle e al teatro, posti nelle immediate vicinanze.
[97] Fu lo stesso Della Valle a spiegare le ragioni del viaggio e a raccontare in un breve ed inedito scritto autobiografico la delusione d’amore per una certa Beatrice, non meglio identificata.
[98] PIETRO DELLA VALLE, Estratti dal diario inedito, Introduzione, testo e commento a cura di Aldo Castellani, pubblicato sul web all’indirizzo http://www.nuovorinascimento.org/n-rinasc/document/wword/dellaval/diario.doc. Il testo è l’adattamento di quello pubblicato con il titolo ALDO CASTELLANI, Dal diario inedito di Pietro Della Valle, in «Miscellanea di storia delle esplorazioni», XXI (1996), pp. 153-214. L’originale è conservato nel manoscritto Ottoboniano Latino 3382 della Biblioteca Vaticana di Roma. Il codice si presenta come un insieme di fogli di varie dimensioni con una legatura unica. I primi nove sono andati perduti, come recrimina lo stesso Della Valle nei Viaggi, vol. I, p. 389, cosicché il diario inizia il giorno 5 ottobre 1614, quattro mesi dopo la partenza.
[99] La prima parte fu pubblicata a Roma nel 1650; le due successive videro la luce postume, rispettivamente nel 1658 e nel 1663, con il titolo Viaggi di Pietro Della Valle il Pellegrino, descritti da lui medesimo in lettere familiari all’erudito suo amico Mario Schipano. Divisi in tre parti, cioè: la Turchia, la Persia e l’India (Roma 1650-63, 4 voll.). Delle ristampe, citiamo: Venezia 1661 e 1667 (il volume con la terza parte è consultabile sul web al sito: http://books.google.it/books?id=-ZYN_lgVMv0C&printsec=frontcover&dq=Viaggi+di+Pietro+della+Valle&lr=#PPA1,M1); Bologna 1672 e 1677, in 3 voll.; Venezia 1681; Torino 1843, 2 voll (il secondo volume, comprendenti le ultime due parti, è consultabile sul web, agli indirizzi: http://books.google.it/books?id=7eAGAAAAQAAJ&printsec=frontcover&dq=Viaggi+di+Pietro+della+Valle#PPP7,M1., oppure http://books.google.it/books?id=C-QNHn2XkCQC&printsec=frontcover&dq=Viaggi+di+Pietro+della+Valle#PPP10,M1; la parte relativa alla Turchia è stata infine ristampata nel 1942 a cura di Luigi Bianconi, che si è avvalso delle precedenti edizioni. Ci sono inoltre 4 traduzioni francesi, una olandese, una inglese e una tedesca. Va precisato che il testo dei Viaggi è il risultato di varie operazioni di scrittura. Per scrivere le lettere, Della Valle attingeva dal diario, compilato regolarmente, quasi giorno per giorno. Tornato a Roma, lavorò sul testo delle lettere, togliendo allusioni troppo personali, e correggendo qualche imprecisione dopo essersi documentato meglio con l’ausilio di testi che non aveva potuto portare con sé. La revisione venne portata a termine per le prime due parti (La Turchia e La Persia), ma non per l’ultima (L’India ed il ritorno alla patria). Le lettere così approntate per la stampa sono conservate presso la Biblioteca della Società Geografica Italiana, a Roma. Senonché, il testo andato a stampa, fino all’edizione ottocentesca inclusa, non è quello definitivo approvato da Della Valle, ma quello ‘tagliato’ dalla censura ecclesiastica. Recentemente il prof. Franco Gaeta ha lavorato sul testo conservato alla Società Geografica, fornendone un’edizione, ma solo per quanto riguarda la prima parte della Persia, comprendente le lettere 19-23 (I viaggi di Pietro Della Valle. Lettere dalla Persia, tomo I, a cura di F. Gaeta e L. Lockhart, Roma, Istituto Poligrafico dello Stato [“Il nuovo Ramusio”], 1972).
[100] Troia venne localizzata da Della Valle qualche chilometro più a sud dell’effettivo sito archeologico, sul luogo della colonia romana Alexandria Troas. Lo stesso errore aveva fatto Pierre Belon (1517-1564), membro di un’ambasceria inviata da Francesco I in Oriente e autore di un’opera in tre libri, Les observations de plusieurs singularitez et choses mémorables, trouvées en Grèce, Asie, Judée, Egypte, Arabie, et autres pays estranges (Parigi, 1553 e più volte ristampata). Cfr. P. DELLA VALLE, Viaggio in Levante, a cura di L. Bianconi, Firenze, Sansoni, 1942, p. 9, n. 1). Nelle rovine della supposta Troia, Della Valle raccolse dei frammenti di marmo da portare a casa come souvenir.
[101] Si riferisce al citato Pierre Belon (cfr. nota precedente).
[102] I “ritratti del Fayum” sono ritratti su mummia e su tavola provenienti dall’Egitto romano, e sono così chiamati perché molti di loro furono trovati nella zona omonima, benché più tardi altri ne furono rinvenuti dall’Alto Egitto fino alla costa mediterranea. Costituiscono lo splendido risultato della fusione di due tradizioni: quella delle pratiche e dell’arte funeraria dei Faraoni e quella della ritrattistica romana. Le tecniche usate per i ritratti erano la tempera, spesso su fondi di gesso bianco, e l’encausto, con l’impiego di cera d’api calda mescolata con uova e semi di lino.
[103] Giovan Pietro Bellori, autore di una biografia di Della Valle per l’edizione dei Viaggi del 1666, premessa anche all’edizione del 1843, dava notizia di averle vedute nel palazzo romano dei Della Valle (cfr. Viaggi, I, p. XXII).
[104] Proprio la notte prima di raggiungere Baghdad, Pietro Della Valle fu derubato dai predoni del deserto, che gli portarono via una cassa con le sue vesti più preziose. Fortunatamente gli lasciarono la cassa, ancor più preziosa, con i libri e i manoscritti.
[105] Non trovando gli unguenti necessari, il Della Valle ordinò che si usasse la canfora per preservarne il corpo. Tutti gli organi interni vennero eliminati, e venne conservato solo il cuore, necessario e fondamentale per il giorno del Giudizio e della resurrezione. Con grande orrore del Della Valle, anche il cuore venne però imbalsamato.
[106] In rispetto della tradizione, entrò da una porta di servizio, come si conveniva a un vedovo.
[107] Pietro Della Valle volle ispezionare il feretro prima di chiuderlo definitivamente in una cassa di piombo. Richiuse però immediatamente la bara non appena si accorse che il corpo (ben conservato) era ormai privo della testa, totalmente decomposta perché nelle operazioni di imbalsamazione non era stata privata del cervello.
[108] ALDO CASTELLANI, Dal diario inedito di Pietro Della Valle, cit. p. 2.