Ottavio de Carli - Introduzione al "Pellegrinaggio di Gierusalemme" di Gian Paolo Pesenti (parte 5ª): differenze tra le versioni

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<center>'''Le Crociate e gli ordini cavallereschi'''</center>
 
 
<center>'''(Parte 3ª)'''</center>
 
 
 
Nonostante i pericoli delle tempeste, i viaggi via terra cessarono quasi del tutto e soprattutto dopo la definitiva scomparsa degli Stati crociati si affermarono le traversate via mare, che diventarono il modo normale di intraprendere il pellegrinaggio in Terrasanta. Tutti i resoconti di viaggio ai Luoghi Santi si espressero da allora in termini di rotte marittime, per lo più con destinazione Giaffa, Tripoli di Siria, o anche Alessandria d’Egitto, che tornò ad essere ben più facilmente raggiungibile che non attraverso il lungo percorso a piedi attraverso il deserto.
 
 
Ricordiamo infatti che l’Egitto era considerato parte integrante di quelle terre che erano meta di un santo pellegrinaggio, anche se naturalmente solo un numero relativamente ristretto di persone poteva ampliare tanto il proprio itinerario, a meno che non vi concorressero motivazioni particolari, di carattere non strettamente devozionale. È il caso, ad esempio, della missione di Burcardo di Strasburgo, vicario del vescovo di quella città, inviato nel 1175 da Federico Barbarossa, re di Germania, quale suo ambasciatore straordinario presso Saladino (definito “re di Babilonia”) '''[64]'''. Sebbene fosse vescovo, e la sua missione l’avesse comunque condotto fino a Gerusalemme, il suo viaggio non sembra fosse vissuto con l’autentico spirito del pellegrino, e il suo racconto si discosta per molti versi dalle analoghe descrizioni del suo tempo. Burcardo partì da Genova il 6 settembre e fece rotta verso l’isola di Malta, passando davanti alle coste orientali della Corsica e della Sardegna e girando per il Capo Lilibeo (Sicilia). Da lì puntò direttamente sulle coste settentrionali della Cirenaica dove, sbarcato, poté osservare i costumi di quel popolo. Da qui si diresse verso Alessandria d’Egitto, dove approdò, avendo passato 47 giorni di viaggio sul mare. Dopo aver visitato la città, si recò al Cairo, ma non vi trovò Saladino, che nel frattempo si era trasferito a Damasco. Dovette allora recarsi in Siria e a Damasco giunse dopo venti giorni dì viaggio, di cui sette attraverso il deserto del Sinai. Della misteriosa missione non sappiamo nulla, né se effettivamente incontrò Saladino e in caso con quali esiti. Sappiamo però che terminata la sua ambasciata, scese da Damasco in Palestina per visitare i Luoghi Santi e continuò il suo cammino verso l’Egitto passando da Ascalona (“ritornai fino a Babilonia attraversando per otto giorni il deserto”). Curiosamente Burcardo non spese una parola nel suo resoconto di viaggio per descrivere i Luoghi Santi (Gerusalemme viene appena citata, come tappa intermedia tra Acri ed Ascalona), ma fu invece particolarmente attento nella descrizione dell’Egitto e di diversi aspetti del mondo musulmano '''[65]'''. Considerata l’analoga esperienza narrata da Gian Paolo Pesenti quasi 450 anni dopo, vale la pena di riportare quanto descritto dal vescovo-ambasciatore sull’Egitto dei Saraceni:
 
 
 
"[…] Poi continuando il viaggio, da lì giunsi dopo sei giorni a una terra barbara abitata dagli Arabi '''[66]'''. Questa razza di gente, non avendo case, vive all’aperto, e abita sparsa dovunque. Poiché essa dice che, in considerazione della ricompensa divina, non cura di edificare le case e di abitarle per un sì breve tempo di vita. Coltivano poco la terra e vivono del solo bestiame. Uomini e donne camminano quasi nudi, all’infuori d’un semplice panno col quale coprono le parti vergognose. Quella gente è poverissima, priva d’ogni comodità, inerme e nuda, negra, brutta e anche debole.
 
 
Navigando quarantasette giorni sul mare, vidi diverse qualità di pesci. Vidi infatti un pesce grande che, come potei congetturare, era lungo 340 braccia. Vidi pure dei pesci che volavano sul mare per un tiro d’un arco o d’una balista.
 
 
''Capitolo 2 – Alessandria''. Finalmente entrai nel porto di Alessandria, dove s’innalza un’altissima torre '''[67]''' (costruita) con pietre, per indicare il porto ai naviganti, perché la terra d’Egitto è piana; sopra quella torre arde il fuoco per tutta la notte allo scopo di mostrare il porto a coloro che si avvicinano, evitando così di naufragare.
 
 
Alessandria è una città eccellente, molto bella per le sue case, per gli orti e per un’innumerevole popolazione; è abitata da Saraceni, Giudei e Cristiani, e dipende dal governo del re di Babilonia '''[68]'''. La primitiva estensione di questa città, secondo quello che appare dalle sue antiche vestigia, fu grandissima. Infatti si estendeva per la lunghezza di quattro miglia e per la larghezza d’un miglio. Un canale d’acqua proveniente dall’Eufrate '''[69]''' la lambiva da un lato, e dall’altro lato era protetta dal Gran Mare '''[70]'''. Attualmente la medesima città è ristretta sopra una grande pianura, dal canale del predetto Nilo fino al mare. Bisogna sapere che il Nilo e l’Eufrate hanno una medesima acqua.
 
 
In Alessandria ogni razza di gente segue liberamente la sua religione. Questa città è molto salubre; vi trovai molti centenari e vecchi. Questa città è fortificata da un muro basso e senza fossati. Bisogna anche sapere che il suddetto porto paga annualmente di pedaggio cinquanta mila monete d’oro, che equivalgono a più di otto mila marchi di puro argento. Questa città è frequentata da diverse razze di gente con le loro mercanzie. Questa città non ha acqua dolce, all’infuori di quella che viene raccolta una volta all’anno nelle cisterne per mezzo dell’acquedotto del sopraddetto Nilo.
 
 
Nella medesima città vi sono molte chiese dei Cristiani. Tra le quali vi è la chiesa del Beato Marco Evangelista fuori le mura della nuova città, posta vicino al mare. In essa vidi diciassette sepolcri pieni di ossa e di sangue di martiri, dì cui ci sono ignoti i loro nomi. Vidi pure una cappella nella quale il medesimo Evangelista scrisse il suo Vangelo, dove ricevette il martirio e il luogo della sua sepoltura, da cui fu rubato dai Veneziani. In quella chiesa viene eletto e consacrato il Patriarca e, dopo la morte, viene seppellito. Quei Cristiani infatti hanno il Patriarca che obbedisce alla Chiesa dei Greci.
 
 
Nella medesima città vi era un grandissimo palazzo del Faraone, innalzato su enormi colonne dì marmo, di cui si vedono ancora i resti.
 
 
Vidi presso Alessandria che il Nilo veniva condotto fuori del suo alveo attraverso un piccolo spazio dì terra verso un campo e là, senza lavoro o intelligenza umana, stando per un certo tempo, si muta in sale purissimo '''[71]'''. Ogni anno il Nilo suole crescere, irrigare e fecondare tutto l’Egitto, perché là è rara la pioggia. Comincia a crescere verso la meta di giugno fino alla festa di Santa Croce. Da quel tempo incomincia a decrescere fino all’Epifania del Signore. Attenzione: che nella decrescenza l’acqua passa subito, e dove appare la terra, là immediatamente il contadino affonda l’aratro e vi mette il seme. In marzo mietono il frumento. Quella terra non produce altra granaglia che frumento e orzo bellissimo. Ogni genere di legumi si raccoglie dalla festa di S. Martino fino al seguente marzo; parimenti anche la frutta degli orti e delle erbe.
 
 
Le pecore e le capre di quella terra partoriscono due volte all’anno, o almeno danno un parto di due gemelli, Sentii dire pure che le asine vengono concepite dai cavalli.
 
 
I Cristiani abitano in tutto l’Egitto sia nelle città che nei villaggi, e pagano una tassa al re di Babilonia. Quasi ogni villaggio ha una chiesa cristiana. Ma quella razza di gente è poverissima e vive poveramente.
 
 
''Capitolo 3 - La città di Babilonia, il balsamo e la sorgente della B. Maria V.'' Nota che da Alessandria fino alla Nuova Babilonia '''[72]''' vi sono tre giorni di cammino per terra, sette giorni risalendo il fiume.
 
 
Bisogna sapere che vi sono tre Babilonie: la prima sul fiume Cobar, dove regnò Nabucodonosor, in cui vi fu la torre di Babele. E dicono che questa sia stata abbandonata per la sua antichità; è distante dalla Nuova Babilonia oltre trenta giorni di cammino. Ci fu anche un’altra Babilonia in Egitto, situata sul fiume Nilo, ai piedi d’un monte, quando regnò il Faraone; essa dista dalla Nuova Babilonia sei miglia. E anche questa fu distrutta.
 
 
Invece la Nuova Babilonia è posta in una pianura vicino al Nilo, e nel passato fu una grandissima città e ancor oggi è abbastanza eccellente e popolosa, ricca d’ogni prodotto della terra, abitata da soli mercanti, verso la quale si dirigono con frequenza la navi cariche di spezie dall’India '''[73]''' attraverso il Nilo e da lì vengono condotte in Alessandria. Dovunque nelle strade e nelle piazze vi sono magazzini di granaglie e di legumi.
 
 
A un miglio dalla Nuova Babilonia si trovano nel deserto due monti '''[74]''' costruiti con grandissime pietre di marmo e con altre pietre volutamente squadrate: opera meravigliosa, distante tra loro un tiro d’arco, e sono quadrati e della stessa voluminosità, cioè in lunghezza e altezza. Infatti ambedue sono lunghe un tiro d’arco fortissimo, e alti due tiri d’arco.
 
 
Parimenti presso la Nuova Babilonia, a un terzo di miglio, vi sta un’altra magnifica città, chiamata Cairo, nella quale vi è la residenza del re, palazzi del re e dei capi, e la caserma dei soldati. Questa città militare è situata presso il Nilo; i suoi edifici non sono meno meravigliosi che sontuosi, circondati da un muro e attorniati da bellissimi giardini. In questa città vi abitano Saraceni, Giudei e Cristiani. Ogni popolo segue la sua religione. E là vi sono molte chiese cristiane.
 
 
A un miglio da questa città si trova l’orto del balsamo, della grandezza di mezza giornata di cammino; il legno del balsamo è simile al legno d’una vite di tre anni, e le sue foglie simili alle foglie d’un piccolo trifoglio. Nel tempo della maturazione, verso la fine di Maggio, si fende la corteccia del legno nella maniera che è conosciuta dagli operai. Il liquore di quella vigna scende a goccia a goccia e viene raccolto in vasi di vetro; e per sei mesi viene nascosto, fermentato e chiarito dallo stereo della colomba; e dopo si separa il liquore dalla feccia.
 
 
Quest’orto ha una sorgente da cui viene irrigato, perché non lo si può irrigare con altra acqua. Osserva bene, che, in nessuna parte del mondo cresce il balsamo all’infuori di questo luogo '''[75]'''.
 
 
La Beata Vergine col Nostro Salvatore, per sfuggire alla persecuzione di Erode, si era rifugiata presso questa sorgente, e là si tenne nascosta per un certo tempo insieme al suo Figlio, lavando a quell’acqua i panni del Bambino, secondo le necessità della natura umana. Perciò fino a oggi quella sorgente è tenuta in venerazione dai Saraceni, portando colà ceri e incenso, quando vanno a lavarsi. All’Epifania vi si raduna da ogni parte una grandissima moltitudine di gente e si lava colla suddetta acqua. I Saraceni infatti credono che la Beata Vergine abbia concepito il Cristo per mezzo d’un angelo, l’abbia partorito, e che sia rimasta vergine dopo il parto. Essi dicono che questo Figlio della Vergine sia stato un santo Profeta, e che fu assunto mirabilmente in cielo con anima e corpo, e celebrano la festa della sua nascita. Però negano che Egli sia figlio di Dio, e (credono) invece che fu battezzato, crocifisso, morto e sepolto. Essi pretendono di osservare la legge di Cristo e degli Apostoli per il fatto che sono circoncisi; noi al contrario non la osserviamo. Credono anche che gli Apostoli furono profeti; e venerano molti martiri e confessori.
 
 
Similmente vicino al Cairo vi sta un albero antichissimo e altissimo, che s’inchinò alla Beata Vergine, quando passò per quel luogo col Salvatore e raccolse da esso i datteri, e poi immantinente si eresse. In quell’istante i Saraceni se ne accorsero, e per invidia verso la Beata Vergine fecero dei tagli all’albero su due lati. Nella seguente notte l’albero si solidificò e rimase dritto, fino a oggi si vedono quei tagli. Anche i Saraceni venerano quell’albero che viene illuminato ogni notte dalle candele. Vi sono in Egitto altri luoghi abitati dalla Beata Vergine e che sono venerati dai Cristiani e dai Saraceni.
 
 
''Capitolo 4 - Il fiume Nilo, le bestie dell’Egitto e il paradiso dei Saraceni''. Il Nilo, come l’Eufrate, è per quantità di acqua maggiore del Reno; esce dal Paradiso (terrestre); la sua sorgente è sconosciuta agli uomini, ad eccezione di quanto abbiamo appreso dalla (Sacra) Scrittura '''[76]'''; il lento corso fa l’acqua torbida; abbonda di pesci, che non sono abbastanza gustosi. Alleva cavalli indomiti che vanno a nascondersi sott’acqua e che spesso escono fuori '''[77]'''. Nutre anche infiniti coccodrilli, la qual razza di animali ha la forma d’una lucertola; ha quattro zampe, e gambe grosse e corte. La sua testa è come la testa d’una scrofa. È un animale che cresce in lungo e in largo ed ha grossi denti. Si mette al sole, e se trova altri animali o persone, li uccide.
 
 
In Egitto esiste pure una chiesa cristiana vicino alla quale vi sta un pozzo che è secco per tutto l’anno, ad eccezione dell’annuale festa di quella chiesa. In quella circostanza l’acqua cresce fino all’orlo in modo che tutti i Cristiani, venuti alla festa, trovano acqua sufficiente. Terminata la festa, l’acqua sparisce come prima.
 
 
Parimenti (partendo) dalla Nuova Babilonia (si cammina) per sei giorni circa nel deserto, e (si trova) l’allume, che è la tintura dei fulloni; la si coglie da alcune montagne e la si raccoglie per l’uso del re '''[78]'''. Ugualmente in Egitto si confeziona il colore indaco. L’Egitto abbonda di molte specie di uccelli. Parimenti in Egitto non si raccoglie oro, argento, o altro genere di metallo; però la (ricchezza della) terra sovrabbonda quella dell’oro. L’Egitto alleva cavalli molto buoni.
 
 
In Egitto vi è abbondanza di pappagalli che vengono dalla Nubia '''[79]'''. La Nubia dista da Babilonia venti giorni di cammino, ed è territorio cristiano che ha un re, ma il suo popolo è incivile, e la terra è coperta di selve. Ugualmente in Egitto vengono allevati mille o due mila pulcini in un forno per mezzo del fuoco, e (quindi) senza la gallina; codesto metodo è usato dal re. L’Egitto è terra caldissima; raramente piove. Similmente il Monte Sinai dista da Babilonia sette giorni di cammino nel deserto.
 
 
Là i Saraceni credono di avere il paradiso in terra, dove passeranno dopo questa vita. Credono che in esso vi siano quattro fiumi: il primo di vino, il secondo di latte; il terzo di miele, il quarto di acqua; e dicono che in quel luogo nasce ogni genere di frutta, e mangeranno e berranno a volontà '''[80]'''. Ciascuno di loro per soddisfare la loro concupiscenza si uniranno ogni giorno a una nuova vergine, e se qualcuno di essi viene ucciso in battaglia da un Cristiano, (crede) che in paradiso userà ogni giorno dieci vergini. Alla mia domanda di quale destino avrebbero cedeste donne che attualmente vivono con loro e dove andrebbero a finire quelle vergini che secondo loro ogni giorno sarebbero violate, non sapevano cosa rispondermi.
 
 
L’Egitto abbonda di diversi generi di uccelli e di vari frutti della terra. Hanno poco vino a causa di una proibizione della legge (della loro religione); ma per la natura del suolo potrebbe produrre molto vino, se venisse coltivata (la vite).
 
 
''Capitolo 5 - Viaggio verso Damasco attraverso il deserto dei Sinai''. Da Babilonia passai a Damasco attraversando il deserto per 20 giorni di cammino senza trovare terre coltivate. Il deserto è formato da terra sabbiosa, e si estende per pianure e montagne senza produrre assolutamente niente, eccetto alcuni bassi arbusti, ma in pochi luoghi. Quel territorio è di un clima smoderato: nell’inverno fa molto freddo, nell’estate fa molto caldo. È difficilissimo e insicuro passare per quella zona, perché quando soffiano ì venti, la strada viene talmente coperta dalla sabbia, che non può essere conosciuta se non dai beduini, i quali abbastanza spesso passano per quei luoghi e guidano gli altri passeggeri, come il nocchiero conduce i naviganti sul mare.
 
 
Nota che il deserto nutre leoni, struzzi, cinghiali, onagri, cioè asini selvatici e lepri. Rarissimamente si trova l’acqua, se non ogni quattro o cinque giorni. Il mare dell’India tocca il deserto da un lato. Anche il Mar Rosso tocca il deserto da un lato, presso il quale passai due notti. Vidi pure le settantadue palme nel luogo dove Mosè, dopo aver percosso la roccia, fece scaturire l’acqua '''[81]'''. Passai per il Monte Sinai camminando per due giorni. Nota che nessun uomo conobbe l’ampiezza e i confini del deserto; perché è senza strade, come il mare. Dopo che uscii dal deserto, trovai una pianura che nel passato fu abitata dai Cristiani, ma che attualmente è devastata e coltivata in rari pezzi, perché si trova in una regione di Cristiani e Saraceni. […]
 
 
''Capitolo 8 - Viaggio attraverso la Terra Santa fino a Babilonia e costumi dei Saraceni''. Parimenti da Damasco, passando per Tiberiade, andai fino ad Acri e da lì fino a Gerusalemme, e da Gerusalemme fino ad Ascalona '''[82]'''. Questa città, posta sul mare, è piccola, molto fortificata da mura e fossati ed è abbastanza sana. Da lì ritornai fino a Babilonia attraversando per otto giorni il deserto. In questo tragitto trovai la strada coperta di salgemma per un gran miglio, e vidi molti asini e buoi selvatici.
 
 
Guarda che presso il Cairo esiste un pubblico postribolo di meretrici. Le donne saracene camminano coperte e velate con veli e non entrano mai nelle moschee. Sono affidate alla scrupolosa custodia degli eunuchi, in modo che le grandi matrone mai escono dalle loro case se non per ordine dei loro mariti. Nota che nessuno osa entrare, né il fratello, né altro parente dell’uomo o della donna senza il consenso del marito. Gli uomini vanno cinque volte, tra il giorno e la notte, a pregare nelle loro chiese; e invece delle campane usano il banditore, alla cui chiamata di solito sogliono riunirsi. E osserva che i Saraceni religiosi sogliono lavarsi con acqua (prima della preghiera) a qualsiasi ora, cominciando dalla testa e dalla faccia, si lavano le mani, le braccia, le gambe, i piedi, le pudenda, l’ano, e dopo vanno a pregare, e mai pregano senza (chiedere) perdono (a Dio).
 
 
Credono infatti nel Signore, creatore di tutte le cose, e dicono che Maometto è il loro santissimo profeta e autore della loro legge (religiosa), che i Saraceni vicini o lontani sogliono visitare nei loro pellegrinaggi con grandissima devozione. Sono pure venerati alcuni altri personaggi, autori delle loro leggi (religiose). A ogni Saraceno è lecito avere simultaneamente e legittimamente sette donne, e il marito provvede a ciascuna di esse separatamente alle spese richieste e promesse nel contratto delle nozze. Inoltre se avrà schiave o serve, con esse si prende la licenza di peccare, come se questa pratica non cagionasse peccato. Se qualcuna di quelle fanciulle avrà concepito, subito diventa libera. e se il Saraceno vorrà stabilire come erede qualcuno dei suoi figli sia della serva che della donna libera, lo potrà fare a suo piacimento. Ciononostante vi sono dei Saraceni così religiosi che non hanno più d’una sola moglie. È lecito avere meno di sette mogli, ma non di più, eccetto se sono concubine, come abbiamo detto. […] '''[83]'''.
 
 
 
È interessante questa attenzione nuova al lato “turistico” del viaggio: che si trattassero delle prime avvisaglie di un umanesimo che timidamente iniziava a trasformare la visione del mondo da parte dell’uomo medievale, o la semplice ed insolita espressione di persone di buon senso che non avevano imbrigliato la propria umana curiosità con l’ottusità del fanatismo religioso, fatto sta che in quest’epoca iniziano a comparire i primi resoconti di viaggio dal sapore non più solo prettamente devozionale, ma anche in certo qual modo “turistico”. Un aspetto, questo, che sembra poi essere fortemente presente nel ''Pellegrinaggio di Gierusalemme'' di Gian Paolo Pesenti.
 
 
Dei tanti diari di viaggio in Terrasanta, da questo punto di vista un notevole spiraglio di novità ci viene offerto dall’''Itinerarium Terrae Sanctae'' di Wilbrand von Oldenburg (1211-12) '''[84]''' e, per ciò che ci interessa, soprattutto dall’''Iter ad Terram Sanctam'' di un certo Magister Thetmarus, un pellegrino proveniente dalla Renania, che approfittando di un periodo di tregua tra cristiani e musulmani, visitò nel 1217 non solo Gerusalemme e i luoghi circostanti, ma anche Damasco, Baghdad, e il deserto del Sinai '''[85]'''. È interessante leggere quanto scrive dei suoi viaggi nel deserto, e comparare la sua esperienza con quella del Pesenti, vissuta qualche secolo dopo ma, crediamo, in condizioni sostanzialmente invariate:
 
 
 
"[…] Continuai attraversando il deserto di Faran e una valle sabbiosa posta tra i monti. Ed è di tale natura che quando il vento [soffia], [questo] sparge la sabbia dei monti situati dall’una e dall’altra parte, perche quei monti sono tutti sabbiosi, e la sparge cosi densamente che il cammino diventa pericoloso anche per i viandanti, perché la sabbia viene sparsa dal vento come la neve o la grandine, e riempie le fosse, copre le vie e avvolge i passanti. Nessuno potrebbe trovare la via ad eccezione dei Beduini, che conoscono la via e la zona ed hanno la consuetudine di camminare per quella via. Io ho viaggiato in questa valle nella stagione invernale e tanto era il caldo che appena lo potevo sopportare, nessuno può camminare d’estate a causa dell’eccessivo calore. […] Bisogna osservare che sono molti i pericoli di quel deserto. I leoni sono frequenti; vidi le loro orme fresche, i serpenti e molti altri vermi nocivi. Anche la pioggia [è pericolosa], perche quando piove, l’acqua ricevuta dai monti riempie il deserto con tale inondazione: che nessun uomo può evitare il pericolo. Così pure il calore; perche l’eccessivo calore costringe i viandanti alla spossatezza e alla penuria dell’acqua che si trova [solo] ogni cinque o sei giorni. [Sono pericolosi] anche i ladroni arabi contadini e i Beduini, dei quali si temono le razzie. Durante l’estate nessuno può attraversare questo deserto; anche gli uccelli sono pochi in esso. […]" '''[86]'''
 
 
 
Tornando ai pellegrini in Terrasanta, la loro affluenza divenne così grande, che si dovettero costruire intere flotte di decine e di centinaia di navi, ognuna delle quali poteva ordinariamente trasportare, oltre l’equipaggio formato da cinquanta o più marinai, da cento a duecento persone, con le armi, il bagaglio e la merce '''[87]'''. Tale sviluppo fu principalmente sostenuto dalle repubbliche marinare italiane, che vantavano un’esperienza di navigazione, di commerci e di guerre marittime anche contro i musulmani, di circa tre secoli. Non mancarono tentativi di costruire navi colossali che potevano trasportare fino a mille e cinquecento pellegrini '''[88]'''. In un importante porto d’imbarco quale era Messina, dal Natale 1189 si dovette addirittura cominciare a regolare le partenze.
 
 
Emblematico di questa transizione tra il percorso compiuto a piedi e quello compiuto via mare fu l’itinerario della famosa “crociata dei fanciulli”, tracciato con un’ingenuità che suonerebbe davvero comica se non avesse avuto esiti così tristemente tragici: gli oltre ventimila bambini, suddivisi in due gruppi guidati rispettivamente da un dodicenne francese di nome Stefano e un ragazzo tedesco di nome Nicola, attraversarono nell’estate del 1212 le Alpi alla volta di Genova, Ancona e Brindisi, convinti che il mare si sarebbe disseccato dinanzi a loro, come aveva fatto il Mar Rosso con Mosè; e che essi sarebbero così giunti in Terrasanta a piedi, via mare, senza bagnarsi un dito. Inutile dire che giunti sul bagnasciuga, peraltro già decimati dagli strapazzi di un viaggio massacrante attraverso l’Europa e le Alpi '''[89]''', il mare non si aprì e la crociata fallì sul nascere: molti tentarono di tornare a casa, altri si fermarono in Italia; qualcuno a Marsiglia riuscì a trovare un passaggio via mare da parte di alcuni mercanti, ma di sette navi salpate, due naufragarono presso le coste della Sardegna senza lasciar superstiti, le altre cinque raggiunsero l’Algeria, dove tutti i bambini vennero prontamente catturati e venduti come schiavi .
 
Un altro fallimento, non a tutti noto, è quello di san Francesco d’Assisi, che nel 1211 partì per la Terrasanta ma fu costretto a rimpatriare in seguito a un naufragio avvenuto lungo le coste della Dalmazia. Ci riprovò inutilmente nel 1213 e finalmente con successo sei anni più tardi, ma con finalità diverse: l’intento era infatti di tentare una mediazione tra Crociati e musulmani. Nell’estate 1219 sbarcò con alcuni compagni ad Acri, qualche mese più tardi era a Damietta sul delta del Nilo dove con Frate Illuminato fu catturato e tenuto prigioniero alcuni giorni dal sultano Melek el-Kamel (che tentò di convertire), e poi, ripassando per la Palestina, dopo aver visitato il Santo Sepolcro, tornò sempre via mare sbarcando a Venezia .
 
A parte però il pericolo delle tempeste, se i venti erano favorevoli, dai porti della Puglia a quelli della Palestina una nave a vela di quell’epoca poteva impiegare un mese, compresa una o due soste che si facevano lungo il cammino . Proprio per evitare i rischi del maltempo, i marinai cercavano prudentemente di costeggiare il più possibile la terraferma, e ciò non era difficile dai porti d’Italia fino a Rodi, tappa obbligatoria di quasi tutte le navi dell’Europa mediterranea dirette verso il Levante. La trappola mortale sorprendeva piuttosto il più delle volte fra Rodi e Cipro  e fra quest’isola e la costa asiatica della Palestina e della Siria. Spesso le navi puntavano allora da Rodi sulla città di San Simeone, porto d’Antiochia , costeggiando l’Anatolia, per poi scendere lungo la costa siriana e libanese fino ad Acri, a Cesarea e a Giaffa. Era all’incirca la rotta che poi seguì Gian Paolo Pesenti, il quale appunto non si azzardò a compiere la lunga traversata di “trecento miglia” da Larnaca a Giaffa .
 
In qualche caso, anche i pellegrini del nord Europa compivano gran parte del percorso in nave. Uno dei più lunghi (e più antichi) itinerari via mare per la Terrasanta fu quello compiuto nel 1110 dal re di Norvegia Sigurd I Magnusson, che giunse a destinazione con 60 navi e 10 mila uomini dopo due anni di viaggio . Un altro lungo percorso venne descritto negli Annales Stadenses Auctore Alberto, la cui compilazione dovrebbe essere avvenuta intorno al 1251-52 circa. Dopo aver presentato in forma di dialogo tra due monaci, Tirri e Firri, tutti i possibili itinerari per Roma, Alberto di Stade (cittadina alla foce dell’Elba, a una trentina di km da Amburgo) esponeva il «trans mare iter versus Iherusalem», descrivendo una rotta di navigazione costiera che dalle Fiandre giungeva sino a Marsiglia, per poi deviare verso la Sicilia e puntare quindi in direzione delle coste siriane o palestinesi . Questo lungo tragitto, che poteva durare uno o due anni, era preferito quasi sempre da pellegrini armati che viaggiavano a flotte di quaranta o sessanta navi. In tal caso, il primo inverno lo passavano in Inghilterra o in qualche porto della Spagna atlantica . In seguito però, i pellegrini provenienti dal nord preferirono sempre più imbarcarsi per la Terrasanta nei porti adriatici , e in particolare a Venezia, ormai divenuta padrona dell’Adriatico e intermediaria privilegiata nei rapporti economici e politici dell’Occidente col mondo musulmano.
 
Addirittura, anche i pellegrini che intendevano recarsi a Gerusalemme dopo essere stati a Roma, risalivano la penisola per imbarcarsi a Venezia. Si può dire che a partire dal XIV secolo, quello fosse ritenuto l’imbarco pressoché d’obbligo per qualunque viaggiatore diretto in Oriente. Più raramente, si prendeva il mare nei porti dell’Adriatico centrale, ma sempre su navi veneziane.
 
Il prestigio che la Serenissima si era guadagnata in questo particolare tipo di navigazione era dovuto non solo all’indiscutibile predominio conquistato sulle rotte verso l’oriente, ma anche e soprattutto alla severità delle norme fissate dagli Statuti marittimi della città, che garantivano una notevole sicurezza al viaggio e una moralità professionale quale nessun altro porto mediterraneo poteva offrire.
 
Nel frattempo, Gerusalemme era ricaduta in mano musulmana, ma pochi mesi prima di morire, il Saladino aveva firmato il 2 settembre 1192 un armistizio con i Crociati, secondo cui i pellegrini potevano visitare indisturbati i luoghi santi, e i sacerdoti romano-cattolici erano autorizzati a dir messa presso il Santo Sepolcro, a Betlemme e a Nazareth. Nel 1229 l’imperatore Federico II riottenne per alcuni anni la città santa, che venne tuttavia definitivamente perduta dai cristiani nel 1244. Sulle orme di Francesco, i Frati Minori iniziarono a compiere in questi anni diverse missioni di mediazione e pacificazione . Con un breve papale inviato al Patriarca di Gerusalemme (che risiedeva a San Giovanni d’Acri), il Papa li autorizzò ad impiantarsi in oriente con la costruzione di conventi e oratori. E sappiamo che essi si stabilirono a Gerusalemme, nelle vicinanze dell’attuale quinta stazione della Via Crucis, fin dal 1229, creando così le basi per una stabile presenza cristiana in Terrasanta anche dopo la fine del regno di Gerusalemme, avvenuta nel 1291 . Ma le fonti dell’epoca informano sull’esistenza di conventi dei Frati Minori prima del 1291 anche ad Acco, Tripoli, Sidone, Tiro, Antiochia, e Giaffa, dove San Luigi IX fece costruire loro un convento e una chiesa nel 1252/53.
 
Di tale presenza si ha ulteriore testimonianza nelle cronache dell’Ordine che riguardavano le successive sconfitte crociate seguite dalla caduta di Asdud nel 1265, di Antiochia e di Jaffa nel 1268, di Tripoli nel 1289, e di Acri nel 1291, poiché vi vengono ricordati i frati che vi persero la vita .
 
Alla partenza dei cavalieri crociati dagli ultimi avamposti sulla costa orientale del Mediterraneo, i Frati Minori restarono o ritornarono in Terra Santa come cappellani dei prigionieri e dei mercanti occidentali, o come inviati papali; l’isola di Cipro servì da base di partenza di questi nuovi tentativi di ritorno pacifico in Terra Santa.
 
 
 
Continua a
 
 
'''[[Ottavio de Carli - Introduzione al "Pellegrinaggio di Gierusalemme" di Gian Paolo Pesenti (parte 6ª)|3 - Le Crociate e gli ordini cavallereschi (parte 4ª)]]'''
 
 
 
'''NOTE'''
 
 
'''[64]''' Minacciato da nemici interni, Saladino aveva nell’agosto 1175 fatto tregua con Baldovino IV, re di Gerusalemme. Il testo del resoconto del viaggio di Burcardo è parzialmente pubblicato in P. SABINO DE SANDOLI, ''Itinera Hierosolymitana Crucesignatorum'', vol. II ''cit.'', pp. 393-412. Burcardo era stato notaio dello stesso imperatore Federico. Riguardo al toponimo “Babilonia” (citato anche da Gian Paolo Pesenti), si riferiva a quello che oggi è chiamato Vecchio Cairo, e in particolare alla Fortezza di Babilonia, situata nella zona del Cairo copto, dietro al Museo Copto. Si trattava di un forte romano edificato attorno al 150 d.C, in prossimità di un antico canale egiziano che collegava il Nilo al Mar Rosso. Secondo la tradizione questo era uno fra i posti più importanti visitati dalla Sacra Famiglia durante la fuga in Egitto. Il governatore di Memphis, infuriato dalla caduta degli idoli al passaggio di Gesù, aveva deciso di uccidere il Bambino. Ma la Famiglia si rifugiò in una caverna, sopra la quale venne poi costruita la Chiesa di Abu Serga (San Sergio). Il sito, insieme all’intera area di Fort Babylon, da allora divenne e rimase una roccaforte del Cristianesimo e divenne presto meta di pellegrinaggio non soltanto per gli Egiziani ma per i Cristiani di tutto il mondo. Qui vi era il cuore della comunità copta in Egitto, e proprio in questo luogo era situata la sua sede patriarcale, la cosiddetta Al-Muallaqa, la Chiesa Sospesa, costruita sul portale meridionale della fortezza e dedicata alla Vergine Maria. Oltre a queste splendide chiese copte (da ricordare anche la chiesa di S. Barbara), della fortezza di Babilonia rimane ancora oggi una torre eretta nel 98 d.C. L’antica Babilonia è oggi totalmente inglobata nella grande città del Cairo, ma allora era considerata un centro ben distinto dal Cairo.
 
 
'''[65]''' Commenta padre Sandoli: “Se pochi anni prima Giovanni di Wirzburg (1165) e Teodorico (1172), suoi paesani, regalarono ai lettori e studiosi due descrizioni della Terra Santa di oltre una trentina di pagine ciascuna, da un vescovo, qual’era Burcardo c’era da aspettarsi una descrizione almeno altrettanto lunga e bella. Invece la sua visita ai Luoghi Santi è appena accennata con una ventina di parole latine. Quale fu la causa di tanta sterilità? Non è improbabile che Saladino abbia convinto Burcardo della giustezza della sua politica e delle sue imprese militari, e di come la continua avversione dei Franchi orientali contro di lui lo avesse reso diffidente di qualsiasi missione diplomatica veniente dai paesi cristiani d’Occidente. Ciò potrebbe spiegare l’insuccesso dell’ambasciata di Burcardo, coperto da un completo silenzio, e il suo risentimento contro i Franchi di Terra Santa manifestato con un altro silenzio nello stesso suo “itinerario”, condannato per sempre a una grave mutilazione e a un’amara delusione. Uscendo dalla Terra Santa e respirando aria di Saladino in terra di Saladino, Burcardo riacquistò stranamente la sensibilità di prima, scrivendo con accuratezza consolanti notizie sulle donne del Cairo e sul paradiso musulmano. Beata soddisfazione durata spiacentemente per poco tempo. Perché risalito sulla nave, senza dubbio cristiana, per ritornare in patria, sembra che fu nuovamente colpito dalla medesima paralisi generale che gli impedì di annotare quelle spontanee emozioni che tanto sensibilmente aveva privato viaggiando parecchi mesi prima da Genova ad Alessandria.” (''Ivi'', pp. 393-394)
 
 
'''[66]''' Probabilmente la Cirenaica.
 
 
'''[67]''' Il faro.
 
 
'''[68]''' Vecchio Cairo o Fustat.
 
 
'''[69]''' A quel tempo si credeva che l’Eufrate passasse attraverso l’Arabia e sotto il Mar Rosso per ricomparire nel deserto d’Egitto col nome di Gihon accanto o nello stesso Nilo. Nella Sacra Scrittura sono ben distinti i tre fiumi (cfr. Gen., 2, 13-14; I Macc, 3, 32)
 
 
'''[70]''' Il Mediterraneo.
 
 
'''[71]''' Non poteva essere l’acqua del Nilo, ma un’immissione d’acqua marina.
 
 
'''[72]''' Il Vecchio Cairo o Fustat.
 
 
'''[73]''' Cioè l’Etiopia e il Sudan.
 
 
'''[74]''' Questo sembra essere uno dei primi riferimenti fatti da un viaggiatore moderno occidentale alle piramidi egizie. Curiosamente Burcardo cita solo due “monti”, e sembra ignorare la terza piramide di Micerino che per quanto di proporzioni minori, supera la rispettabile altezza di 60 m.
 
 
'''[75]''' Qualche pellegrino dice che fu trapiantata da Engaddi al Cairo.
 
 
'''[76]''' ''Cfr.'' la nota 69. La Sacra Scrittura distingue bene il Nilo dall’Eufrate.
 
 
'''[77]''' Forse parla degli ippopotami.
 
 
'''[78]''' Pare che voglia dire che è monopolio del re.
 
 
'''[79]''' Regione che si estende per circa 900 km di lunghezza da Assuan a Khartoum.
 
 
'''[80]''' Cfr. il Corano: 2, 23; 3, 13; 4, 60; 10, 9; 37, 40-48; 43, 70-73; 55, 48-76; 56, 11-36; 76, 12-21.
 
 
'''[81]''' Esodo, 17, 1.
 
 
'''[82]''' Questo nel testo è l’unico riferimento alla visita di Burcardo ai Luoghi Santi.
 
 
'''[83]''' P. SABINO DE SANDOLI, ''Itinera Hierosolymitana Crucesignatorum'', vol. II ''cit.'', pp. 399-411.
 
 
'''[84]''' Canonico di Hildesheim, della nobile famiglia dei Wettekind, Wilbrand venne inviato come legato dell’imperatore Ottone IV di Brunswick al re d’Armenia Leone II. Giunto ad Acri dopo sei settimane di tormentata navigazione, proseguì il viaggio risalendo verso nord, lungo le coste del Libano e della Siria, fino ad Antiochia e Sis, capitale della Cilicia (l’attuale cittadina di Kozan, nella provincia di Adana). Qui, assieme a tutta la delegazione tedesca, venne accolto favorevolmente dal sovrano armeno, che lo ospitò per tutto l’inverno. Nella primavera del 1212 Wilbrand ripartì per visitare Cipro, dopodiché intraprese il vero e proprio pellegrinaggio, sbarcando nuovamente a San Giovanni d’Acri (affrontando l’ennesima tempesta!...) e dirigendosi verso Gerusalemme e i Luoghi Santi. Ai fini della presente trattazione, va però rilevato che mentre la sua relazione di viaggio è ricca di preziose informazioni e interessantissima riguardo alla prima parte della missione (in Armenia e a Cipro), la seconda parte è improvvisamente interrotta e incompleta. Parte di essa è pubblicata in P. SABINO DE SANDOLI, ''Itinera Hierosolymitana Crucesignatorum'', vol. III, ''Tempore Recuperationis Terrae Sanctae (1187-1244)'', Gerusalemme, 1983, pp. 197-249.
 
 
'''[85]''' Sbarcato a San Giovanni d’Acri, Tetmaro si incamminò “insieme ad alcuni Siriani e Saraceni, attraversando il territorio di Zàbulon e di Nèftali” verso Nazareth; salì poi sul monte Tabor, andò al lago di Tiberiade, e raggiunse Damasco, “città situata nel luogo dove Caino uccise Abele”, e che lo colpì per la ricchezza, il fasto e la raffinatezza dei suoi numerosi abitanti. Qui restò otto giorni ed ebbe occasione di comprendere “alcune cose della vita e della religione dei Saraceni”. Decise quindi di proseguire verso i “confini della Caldea, dell’Idumea e della Persia”, fino a giungere a Baghdad, “metropoli dove regnava il papa dei Saraceni chiamato ''califfo'', straordinariamente ricco e potente”. Tornò poi a San Giovanni d’Acri, ma desideroso “di vedere il corpo della Beata Caterina che suda di olio santo […], affidando il mio corpo e la mia anima alla grazia di Dio e all’aiuto della Beata Caterina, […], non avendo più paura di nessun pericolo, infiammato da tale desiderio, esposi la mia vita alla morte o alla prigionia perpetua o alla sorte della tempeste marine” e ripartì alla volta dell’Egitto, travestito e con una lunga barba per dar meno nell’occhio. Passò naturalmente prima da Gerusalemme, dove si fermò quattro giorni, e da Betlemme; poi proseguì per Betania, Gerico e il Mar Morto. Oltrepassato il Giordano, proseguì verso sud-est fino al lontano castello crociato di Monreale, presso Shobak. Qui incontrò una vedova francese, che essendo pratica del luogo e della gente, lo aiutò a preparare il viaggio per il Sinai, trovandogli beduini coi cammelli (“perché non vi è un’altra strada conosciuta da altre persone”) e procurandogli il cibo necessario, cioè “pane biscottato, formaggi, uva passa, fichi e vino”. Dopo aver fatto loro giurare “vincolandoli alla loro fede e religione”, che lo avrebbero riportato indietro “vivo o morto”, Tetmaro affrontò il deserto, e costeggiando dapprima la riva-ovest del golfo di Aqaha ed Eilat, e internandosi poi nella penisola del Sinai, giunse felicemente al monastero di Santa Caterina, dove fu bene accolto dal vescovo e dai suoi monaci e dove rimase alcuni giorni. La narrazione a questo punto si fa imprecisa, perché Tetmaro scrisse sbrigativamente solo che tornò incolume a S. Giovanni d’Acri, senza specificare itinerario e tempi impiegati. Nell’''Iter ad Terram Sanctam'' aggiunse però una dettagliata descrizione del Cairo e di Alessandria, come se avesse visitato di persona anche questi luoghi. In realtà non si trattava di informazioni di prima mano, ed egli infatti ammise candidamente che “essendo rimasto per tre giorni sulla sommità del Monte Sinai e avendo visto le diverse adiacenti regioni, per le quali sono stato portato a fare una digressione, e avendo interrogato su molte e diverse cose ed essendo stato istruito dagli studiosi e dalle mie guide, con la mia guida scesi dal monte e ritornai alla chiesa della Beata Maria e della Beata Vergine Caterina…”. Peccato che le descrizioni che Tetmaro fornì dell’Egitto, in particolare della Nuova Babilonia (Il Cairo) e di Alessandria, ripetessero pedissequamente, anche nei dettagli, il testo di Burcardo di Strasburgo, realizzato una quarantina di anni prima: non essendo riuscito a visitare tutto, egli completò la sua descrizione integrandola con notizie trafugate da altri testi.
 
 
'''[86]''' P. SABINO DE SANDOLI, ''Itinera Hierosolymitana Crucesignatorum'', vol. III, ''cit.'', pp. 273-275.
 

Versione attuale delle 13:20, 10 feb 2014

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