Ottavio de Carli - Introduzione al "Pellegrinaggio di Gierusalemme" di Gian Paolo Pesenti (parte 8ª): differenze tra le versioni

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<center>'''8'''
 
 
 
'''Epilogo</center>'''
 
 
A conclusione di queste riflessioni, ancora un dubbio e un’ipotesi si affacciano nel tentativo di tracciare più chiaramente i lineamenti biografici di Gian Paolo Pesenti.
 
 
Sappiamo infatti che egli sposò una certa Marie de Lavallè, nobile e che da lei ebbe cinque figli, dei quali a stento conosciamo i nomi: Giuseppe, Zaccaria, Giovanni Andrea e due figlie femmine di cui ignoriamo l’identità. Di una loro eventuale discendenza non si ha alcuna notizia.
 
 
Luisa Vertova afferma che “il suo spirito curioso e irrequieto si rivela nella scelta della sposa (1613) che fu una straniera” '''[109]'''. Non sappiamo dove abbia tratto notizia della data del matrimonio, che invero suona un po’ strana perché in quell’anno Gian Paolo Pesenti era nel bel mezzo del suo pellegrinaggio.  Ma il nome della sposa fa pensare a ben altro che a una consorte francese, come si è poi sempre ripetuto nella tradizione famigliare.
 
 
Sorge infatti il dubbio che la nobile “straniera” Marie de Lavallè fosse piuttosto una romana Maria de Lavalle, forse parente se non addirittura sorella del citato Pietro Della Valle '''[110]'''. Ciò confermerebbe l’anno di matrimonio – Gian Paolo Pesenti l’avrebbe conosciuta nell’estate di quell’anno a Napoli o a Roma, dove l’avrebbe tempestivamente sposata – ma soprattutto rafforzerebbe l’ipotesi di un rapporto di conoscenza tra i due impavidi viaggiatori.
 
 
È vero che il diario non fa alcun cenno a riguardo, e potrebbe sembrare quanto meno curioso il totale silenzio dell’autore su un momento così importante come il proprio matrimonio. Ma è anche possibile che intendendo lo scritto come il resoconto di un preciso percorso devozionale, l’argomento fosse ritenuto decisamente inopportuno. Avendo immaginato delle nozze tempestive, potremmo spingere ancor più in là l’immaginazione, ipotizzando addirittura un matrimonio riparatore assolutamente fuori luogo nel libro… ma qui la fantasia rischia davvero di farci prendere la mano, spostando pericolosamente la verità storica sul versante dell’invenzione romanzesca.
 
 
 
La verità è che se non fosse per la pubblicazione della ''Peregrinatio'', avvenuta nel 1615, e per il bel ritratto dedicatogli dal Ceresa nel 1650 '''[111]''', Gian Paolo Pesenti sarebbe ripiombato nell’oblio più assoluto e ciò forse a conferma di un carattere schivo e riservato.
 
 
Di lui non sappiamo pressoché nulla.
 
 
Dal silenzio dei documenti sembra di poter dedurre che Gian Paolo Pesenti abbia trascorso i rimanenti anni della propria esistenza in modo tranquillo e riservato, lontano da cariche pubbliche, da incarichi onorifici e soprattutto dai sanguinosi conflitti che in quei decenni appestavano interi quartieri della città.
 
 
In fondo il silenzio sulla sua persona è una garanzia che egli per tutta la vita tenne fede ai principi di un’esistenza cristianamente morigerata.
 
 
Ciò non toglie che il viaggio di espiazione sia comunque stato buona cosa, perché il secolo era davvero buio, e la terribile macchia del delitto finì poi col colpire anche la sua famiglia.
 
 
Il 22 luglio 1677 il nipote Vincenzo, figlio di suo fratello maggiore Giuseppe, trucidava barbaramente la giovane moglie Maria Brembati che gli aveva dato sei figli (uno divenne poi un famoso canonico), con l’aggravante di diffamarla con false accuse elaborate con lucida premeditazione.
 
 
Per certi delitti non può esistere un’adeguata misura di giudizio. Ma se il Bene ha un’effettiva forza di opposizione contro il Male, allora forse la coraggiosa impresa di Gian Paolo Pesenti, Cavaliere del Santo Sepolcro, ha pienamente riscattato il nome di una casata tra le più illustri di Bergamo.
 
 
 
Sombreno, dicembre 2008
 
 
 
Documento di casa Pesenti, datato 2 settembre 1613. Gian Paolo era rientrato dal suo lungo viaggio solo due giorni prima
 
 
 
Tracciato del percorso compiuto da Gian Paolo Pesenti in Medio Oriente (ottobre 1612 – giugno 1613)
 
 
 
'''NOTE'''
 
 
'''[109]''' LUISA VERTOVA, scheda n. 103 ne ''I pittori bergamaschi – Il Seicento'' II, p. 507.
 
 
'''[110]''' La variante grafica tra i due cognomi non costituisce elemento di difficoltà, ma semmai comprova l’ipotesi: è infatti da rilevare che la famiglia Della Valle vantava una discendenza dallo spagnolo Rodrigo de Lavalle, commendatore di San Giovanni di Gerusalemme, che nel XIV secolo si trasferì in Italia, cosicché la famiglia fu ascritta alla nobiltà di Napoli (cfr. CLAUDIO RENDINA, ''Le grandi famiglie di Roma'', Roma, Newton & Compton, 2004, p. 602). È possibile che la variante grafica “de Lavalle” fosse ancora usata ai primi del Seicento. Purtroppo, allo stato attuale delle nostre ricerche non ci è dato di conoscere una dettagliata genealogia della famiglia Della Valle, comprendente anche i membri di sesso femminile. La famiglia si estinse con la figlia di Pietro, Romobera, che nel 1633 sposò il marchese Ottavio Benedetto Del Bufalo dando origine alla famiglia Del Bufalo Della Valle, ancora esistente ai primi del ‘900. Il palazzo che fu di Pietro Della Valle è oggi sede della Confagricoltura, in corso Vittorio Emanuele II, 101, nel rione Sant’Eustachio.
 
 
'''[111]''' Il ritratto presenta in bella mostra anche “l’edizione latina del suo libro: Peregrinatio Hyerosolimitana” (LUISA VERTOVA, scheda n. 103 ne ''I pittori bergamaschi – Il Seicento'' II, p. 507). Non ci risulta però che il libro abbia avuto anche un’edizione latina.
 

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