Troilo Lupi, pittore: differenze tra le versioni

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1977 M. Lumina, ''S. Alessandro in Colonna'', pp. 17, 196, Bergamo.
 
1977 M. Lumina, ''S. Alessandro in Colonna'', pp. 17, 196, Bergamo.
  
Le opere
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1 Affreschi decorativi
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Bergamo, Chiesa di S. Agostino (cappella della SS. Trinità)
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La cappella, già della famiglia De Vegiis, dedicata alla SS. Trinità, è la prima a sinistra, in testa alla navata unica della chiesa, sulla quale si aprono cappelle da entrambi i lati. Fu eretta nel 1507, ed era allora priore del monastero degli Agostiniani dell’osservanza, annesso alla chiesa, il frate umanista Jacopo Filippo Foresti; nel 1582 fu ampliata e rinnovata, con gli affreschi del Lupi, firmati e datati «Troilus Lupus faciebat MDLXXXII», su di «un cartello espresso dalla parte del Vangelo» (Tassi), e con una pala di Gian Paolo Lolmo, raffigurante la SS. Trinità (v. Catalogo di G. P. Lolmo, scheda 1). Il rinnovo ed ampliamento della cappella rientrava in un piano di ristrutturazione edilizia della chiesa (cfr. Tiraboschi, pp. 32, 34 n.48), in particolare del lato sinistro. Da una fotografia della seconda metà dell’800 (riprodotta in Tiraboschi), che inquadra il presbiterio e parte delle cappelle laterali di sinistra, si vede com’era il loro prospetto. Queste, a differenza di quelle sul lato destro, erano tutte eguali, semicilindriche, con cornice in pietra e calotta, affiancate da lesene e sormontate da fastigi in muratura a profili inflessi con cornici raccordate, nel succedersi delle cappelle, in modo da formare un motivo trilobo rovesciato, di gusto tardo gotico. I fastigi mediavano la forma cinquecentesca delle cappelle a quella trecentesca della chiesa, nello stesso tempo schermavano l’aggetto delle calotte, dalla parete della navata, dovuto al fatto che le cappelle erano state ottenute sfruttando lo spazio tra i pilastri degli archi trasversali, ogivali, della chiesa, e risecando parte dello spessore del muro perimetrale della stessa. Cappelle, lesene e fastigi erano interamente affrescati. La citata fotografia inoltre documenta lo stato di trascuratezza dell’edificio già nel secolo scorso: spogliato dei suoi arredi dopo la soppressione del monastero nel 1797, esso fu usato come cavallerizza ed in seguito adibito a magazzino militare. Oggi, a distanza d’un secolo, la situazione è peggiorata: limitando l’esame al lato sinistro, si constata che gravi manomissioni hanno irreparabilmente deturpato il prospetto delle cappelle, delle quali sono state demolite le calotte sino al piano della parete della navata, ossia tutta la parte aggettante delle stesse; inoltre sono state demolite alcune lesene e parte della muratura tra queste, scoprendo strutture più antiche. Degli affreschi della cappella De Vegiis restano gli ornati della calotta, mutila, e due larghi frammenti laterali che proseguono fino ad includere parte del prospetto sulla navata. Per essi il Lupi adottò un finto partito architettonico decorativo il cui schema era comune a tutte le sette cappelle del lato sinistro: paraste angolari sino all’altezza della cornice in pietra, fascia di trabeazione corrente sotto la medesima ed impostata su colonne, o su lesene, che affiancavano al centro una pala d’altare, allogata entro un incavo della cortina muraria, ed ai lati due nicchie, oppure due arcate; al di sotto girava uno zoccolo alto quanto l’altare. Le lesene del prospetto sono ornate con trofei e con gli stemmi in pietra della famiglia De Vegiis, mentre il risvolto interno delle paraste presenta un motivo di frutti e foglie, variamente accostati ed annodati da un nastro che scende lungo le stesse.
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L’architettura dipinta, di gusto manieristico, è caratterizzata da una tonalità calda d’un bel bianco serico, e dall’esuberanza ed estrosità degli ornati. Sulle brevi colonne, con base e capitello dorati, così come i festoni e gli anelli a ghirlanda che ornano il fusto, poggiano due dadi a sostegno dei modiglioni che aggettano in modo da reggere l’architrave bizzarramente inflesso. Sopra di esso sono appoggiate due lampade ed ai loro lati, nel fregio, sono incorniciati due paesi, menzionati dal Tassi, oggi leggibili con difficoltà, per la caduta del colore. Nelle nicchie laterali sono dipinti due grandi candelieri, con candele accese: la loro fiamma, come mossa da un soffio, si piegava in direzione della pala d’altare, ossia verso la SS. Trinità creando un gradevole effetto di trompe-l’oeil, unito ad un sottile richiamo devozionale. Della perduta decorazione del fastigio scrive il Tassi: «Nella parte più alta del frontespizio, o sia ornamento esterno della cappella, evvi un angioletto volante, che porta un triregno di bellissimo carattere, che non può essere meglio espresso». Una vasta macchia d’umidità, dovuta ad infiltrazioni d’acqua piovana, guasta ulteriormente la parete della cappella.
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Il restauro di tutti gli affreschi esistenti nell’ex chiesa fu effettuato da Mauro Pellicioli nel settembre 1959; chiesa e monastero, passati dallo Stato alla proprietà del Comune di Bergamo nel 1966 (cfr. Tiraboschi, p. 4), attendono d’essere recuperati e restituiti all’uso della comunità bergamasca.
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Bibl.: F. Bartoli 1774, p. 8, n. 2; A. Pasta 1775, p. 63; F.M. Tassi 1793, i, p. 152; P. Locatelli 1869, n, pp. 206-207; G. Moratti, ms. 1900, ir, p. 90; A. Pinetti 1908, p. 245 : E. Fornoni ms. s. d. (ca. 1915-20), p. 86; A. Tiraboschi 1969, p. 32.
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2 Affreschi decorativi
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Bergamo, Chiesa di S. Agostino (cappella di S. Marco)
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La cappella è la prima a sinistra, entrando. Dedicata in origine a «Ogni Santi», fu costruita a spese della famiglia Passi, nel 1495, sotto il priorato di Jacopo Filippo Foresti; questi nel 1506, a nome dei Passi, stipulava un accordo col pittore bergamasco Jacopino de’ Scipioni per la sua decorazione. Il Tiraboschi ritiene che la successiva dedica a S. Marco sia da porre in relazione con la devastazione nel 1529 di una cappella dedicata al Santo, esterna alla chiesa di S. Agostino; inoltre, avanza l’ipotesi che col titolo la cappella cambiasse anche di forma e di decorazione. In proposito, riprendendo dal Pasta, scrive che «eravi un Salvatore scolpito in legno contornato da quadretti; nella volta vedeasi una bellissima Trinità di Lorenzo Lotto, ai lati erano i santi Bonaventura e Agostino, di ignota mano maestra e gli ornati di Troilo Lupi. Di essi esistono tuttora begli avanzi, fra i quali si scorge lo stemma dei Passi e la data MDLXXXVI». Questa, ancora leggibile sulla parasta interna di destra, pone l’intervento del Lupi a soli quattro anni di distanza dalla decorazione della cappella De Vegiis, nella stessa chiesa; a tale data, non prima, ritengo debba risalire l’ampliamento ed il rinnovo della cappella, nell’ambito, cioè, del programma di ristrutturazione della chiesa (cfr. scheda precedente). L’attribuzione al Lotto della SS. Trinità dipinta nella volta, oggi in gran parte guasta, avanzata dal Pasta, ed accolta dal Tassi e dal Locatelli, non regge né all’esame stilistico né a quello cronologico, perché il Lotto lasciò Bergamo alla fine del ‘25, quando la cappella non aveva ancora assunto la forma attuale. Da quel poco che si conserva degli affreschi del Lupi, è possibile riconoscere una soluzione architettonica decorativa analoga a quella della cappella De Vegiis, ma nel complesso più frammentaria e sovraccarica di ornati. Molto sensibile è l’intervento di restauro.
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Bibl.: A. Pasta 1775, pp. 64-65; F. M. Tassi 1793, i, p. 152; P. Locatelli 1869, il, p. 207; G. Moratti, ms. 1900, n, p. gov; E. Fornoni, ms. s. d. (ca. 1915-20), p. 86; P. Locatelli 1946, p. 131; A. Tiraboschi 1969 , pp. 30-31.
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3 Madonna in trono col Bambino e i santi Martino vescovo e Rocco / Cristo portacroce
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olio su tela (cm 141 x 87) Cenate Sotto (Bergamo), Chiesa di S. Martino (sagrestia)
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In origine stendardo processionale, la tela — riferisce il Tassi — è stata alla fine del ‘700 ripulita e collocata nella sagrestia della chiesa di S. Martino. Oggi essa è inserita entro una cornice lignea intagliata e forma lo scomparto centrale del grande armadio settecentesco della sagrestia. La collocazione lascia in vista solo il recto dello stendardo, raffigurante la Madonna col Bambino, S. Martino di Tours, (il Santo cui è dedicata la chiesa) e S. Rocco, uno dei Santi ausiliatori, protettore dalle epidemie. La Vergine, seduta su di un trono inserito in una semplice esedra architettonica, tiene sulle ginocchia il Bambino ed è assorta nella lettura del Libro dei profeti; S. Martino, in abito vescovile, volge verso di Lei lo sguardo, mentre S. Rocco, con il gesto della mano destra, indirizza l’occhio del riguardante sul gradino del trono: sul fronte di questo spicca un biglietto con la scritta «Troilus Lupus Faciebat MDLXXVIII». Ai piedi di S. Rocco sta accucciato il cagnolino, che guarda fuori dalla tela. La mimica delle figure, appena tentata, non si risolve in rapporto psicologico, esse restano fra loro isolate. La composizione secondo piani frontali e fissata entro schemi triangolari appare rigida, nonostante le incerte rotazioni dei personaggi. La gamma dei colori è in prevalenza nei toni del grigio e del rosso. Scrive in proposito il Locatelli: «quantunque assai ragionevole pittura, specialmente per briosa e nudrida intonazione e per certa originalità di composizione, pecca però di durezza».
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Sul verso della tela è raffigurato un Cristo portacroce, a me noto solo da fotografia. Poiché il Tassi e il Locatelli non menzionano quest’opera, è probabile che già nel ‘700 lo stendardo fosse stato incorniciato. Ai piedi del Cristo, su di un cartiglio vi è la scritta «Qui vult venire pos[t me] abneget semet ipsum | et tollat Crucem suam | et sequatur me | Trojlus Lupus | MDLXXVIII». Si tratta di un tema iconografico molto diffuso nel XVI sec. nell’Italia del Nord; esso si riallaccia allo spirito della «Imitatio Christi» alla quale rimandano le parole del cartiglio. Il Cristo s’incammina verso il Golgota reggendo la croce; al di là di essa, contro un ciclo coperto da dense nuvole, ma limpido all’orizzonte, si staglia il profilo del monte. Sul fondo un edificio circolare ricorda il mondo pagano, al quale alludono, dietro il Cristo, anche i ruderi di un arco e una colonna spezzata, simboli del paganesimo vinto dalla fede cristiana. La tela è molto restaurata ed è arduo indicarne i caratteri formali. Lo sguardo in tralice del Cristo richiama analoghi atteggiamenti frequenti nei tipi del Romanino, mentre certi particolari nella trattazione del paesaggio richiamano lo sfondo del Cristo portacroce di Gian Battista Castello (v. Il Cinquecento n, p. 443, scheda 2), opera che le fonti ricordano affrescata su di un muro esterno della «cappella del Santo Jesus» in borgo S. Leonardo, dove il Lupi abitava.
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Bibl.: F. M. Tassi 1793, I, p. 152; P. Locatelli 1869, n, pp. 207-208; G. Moratti, ms. 1900, p. 91 v; E. Fornoni, ms. s. d. (03.1915-20), p. 86; A. Pinetti 1931, p. 229; P. Locatelli 1946, p. 131.
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4 Adorazione dei Magi
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olio su tela (cm igox 125)
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Fiorano al Serio (Bergamo), Chiesa di S. Giorgio
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La tela nel 1655 era menzionata dal parroco della chiesa quale opera «di mano del Troleo, bravo pittore, 1560» (Pinetti 1931). Oggi essa appare largamente ridipinta in seguito ad un intervento ottocentesco; le sue condizioni sono tali da non consentirne l’esame critico.
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Bibl.: A. Pinetti 1931, pp 293-94.
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Versione attuale delle 18:55, 29 feb 2008

Stendardo della prepositurale di Cenate sotto. Madonna in trono col Bambino e i santi Martino Vescovo e Rocco (1578)
Stendardo della prepositurale di Cenate sotto. Cristo portacroce (1578)

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Figlio di Bernardo.

Nato prima del 1535 † post 1590

Roberta Mazza Dizionario Biografico dei Pittori Bergamaschi, a cura di Fernando Noris, Bergamo, Bolis Editore, 2006, pp. 293-294:

Averara, documentato dal 1569 al 1590. Originario di Averara, nell’alta Val Brembana, risulta figlio di un certo Bernardo Lupi.

Allo stato attuale delle ricerche non si possiedono molte notizie in grado di ricostruire con una certa sicurezza le tappe della sua vita e della sua attività. Come già altri pittori si trasferisce a Bergamo per lavoro trovando casa nella parrocchia di S. Leonardo in contrada Osio, come risulta da un documento risalente al 1571.

Si sposa con Telia Bonzanno de Mora dalla quale ha due figli; Valerio che segue le orme del padre diventando pittore e Bernardo che in un documento datato 1573 figura come suo procuratore. Nel 1576 il Consorzio della chiesa di S. Alessandro in Colonna affida al Lupi l’incarico di decorare la cappella di S. Anna alla quale lavora fino al 1588, decorazione perduta in seguito ai rifacimenti seicenteschi della chiesa. Nel 1578 firma e data lo stendardo processionale della parrocchiale di Cenate Sotto e inizia probabilmente a lavorare agli affreschi della cappella De Vegiis del convento cittadino di S. Agostino, terminati nel 1582. Pochi anni più tardi si conclude anche il ciclo decorativo della cappella Passi, detta di S. Marco, sempre nella chiesa di S. Agostino, affreschi ancora in parte visibili. Morta la moglie Telia si sposa nuovamente con una figlia di Felice Bonzanno de Mora, dalla quale ha una figlia di nome Elisabetta.

Nel 1588 sappiamo viene pagato dal Comune di Bergamo per delle pitture, oggi perdute, eseguite nell’aula del Vicario Pretorio. Davvero esiguo il numero di opere attualmente rintracciabili di questo pittore, circostanza dovuta principalmente alla tipologia specifica di tali opere; si tratta essenzialmente di affreschi i quali più che dei dipinti su tela sono inevitabilmente soggetti ai mutamenti del gusto e alle diverse destinazioni d’uso degli edifici. L’ultima notizia che riguarda il pittore risale al 1590 quando compare come testimone in un documento notarile, mentre dal testamento della sua seconda moglie Giovannina, risalente al 1601 sappiamo che a quella data Troilo Lupi risulta già scomparso.

Bibliografia: F. Cortesi Bosco in “I Pittori Bergamaschi”, II Cinquecento, IV, 1978, p. 1.


FRANCESCA CORTESI BOSCO, Troilo Lupi in I Pittori Bergamaschi dal XIII al XIX secolo. Raccolta di studi a cura della Banca Popolare di Bergamo, Bergamo, Bolis, 1975. Il Cinquecento - Vol. IV, pp. 3-11:

La vita

Del pittore Troilo Lupi, vissuto tra il secondo quarto e la fine del XVI secolo, si hanno alcune notizie biografiche e un numero assai esiguo di opere. Originario di Averara nell’alta valle Brembana, Troilo, figlio di Bernardo Lupi, si trasferisce a Bergamo per lavoro, come già altri pittori, gli Scanardi, gli Scipioni, i Baschenis. A Bergamo abita in contrada Osio nella vicinia di S. Leonardo e sposa Telia Bonzanno de Mora dalla quale ha due figli, Valerio che seguirà l’attività del padre e Bernardo; questi nel 1573 risulta suo procuratore. I congiunti della moglie, Gerolamo e Giovan Battista, figli di certo Giovanni Bonzanno de Mora, abitano pure in via Osio, in case di loro proprietà ed esercitano il mestiere di calzolaio . Nel 1575 per soddisfare un credito Troilo deve vendere ad un figlio di Gerolamo de Mora, Felice, la propria casa sita presso la chiesa di S. Lazzaro, rimanendovi in affitto. Morta la moglie Telia, Troilo si risposa con una sorella di Felice, Giovannina, dalla quale ha una figlia, Elisabetta. Nel 1590 si fa rilasciare dal Comune, non sappiamo per quali interessi, una copia dell’estimo del suocero. Nel testamento fatto da Giovannina nel 1601 Troilo risulta morto ed Elisabetta è istituita erede dei beni della famiglia.

Indicato quale pittore dal 1569, la sua attività è documentata dal 1576 al 1588, periodo in cui Troilo esegue la decorazione della cappella di S. Anna nella chiesa di S. Alessandro in Colonna, perduta in seguito ai rifacimenti seicenteschi della chiesa; lo stendardo della parrocchiale di Cenate Sotto (già Cenate S. Martino) ed affresca le cappelle De Vegiis e Passi nella chiesa del convento cittadino di S. Agostino; nel 1588 esegue pitture, oggi perdute, nell’aula del Vicario pretorio.

Secondo il Pasta era di Troilo Lupi la decorazione a fresco dell’arco presbiteriale della chiesa di S. Gottardo, rifatta nel 1583 (D. Calvi, Effemeride I, p. 289), e demolita all’inizio del secolo scorso . Inoltre il Tassi gli attribuisce la decorazione a fresco della sala grande dell’appartamento dei conti Albani nella villa suburbana La Zogna, costruita verso la fine del XV sec., andata anch’essa perduta in seguito a rimodernamenti della villa nel secolo scorso (Locatelli), poi demolita all’inizio del nostro secolo

Regesti

1569, 23 dicembre: «D. Troylus de Haveraria pictor» è creditore di certo Gerolamo de Colonio di lire 890 imperiali, per una partita di bestiame da macello. (Archivio di Stato di Bergamo, notaio Io. Antonio Martinoni, fald. 3995 ; cfr. G. Mozzi, ms. Biblioteca Civica di Bergamo, v, f. 150; P. Locatelli 1869, II, p. 204, nota 1).

1571, 13 luglio: «D. Troylus q.d. Bernardi de Haveraria pictor» abitante «in centrata Oxii vicinia S.cti Leonardi urbis Bergomi» prende in affitto dei terreni a Stezzano, di proprietà del capitolo di S. Vincenzo. (Archivio di Stato di Bergamo, notaio Benis - Canova Io. Francesco, fald. 2862; cfr. G. Mozzi, ms. Biblioteca Civica di Bergamo, v, ff. 144, 149; F. M. Tassi 1793, p. 184; G. Beltramelli, ms. ca. 1795, e. 82, riporta erroneamente «del capitolo di S. Alessandro»).

1573, 7 febbraio: «D. Troylus f.q. Bernardi de Haveraria pictor» ratifica gli atti compiuti dal notaio Io. Francesco del fu Gerolamo de Benis e da Bernardo «ipsius domini Troylii filium», nominato suo procuratore. (Archivio di Stato di Bergamo, notaio Nicola Vassalli, fald. 2854; cfr. G. Mozzi, ms. Biblioteca Civica di Bergamo, v, ff. 139, 212).

1575, 9 marzo: Francesco q. Girolamo de Augutiis è creditore verso il pittore Troilo q. Bernardo di Averara, Felice q. Girolamo Bonzanno de Mora e Battista Merino (?) Agliardi. Messo in prigione, Felice paga per tutti :L. 1.93 o imperiali. Felice fa quindi i conti con Troilo Lupi: questi gli deve L. 1.541,8. Per soddisfare il credito Troilo cede a Felice la sua casa d’abitazione che confina ad ovest con la chiesa di S. Lazzaro in contrada Osio, col patto di riaverla se entro 2 anni pagherà L. 1.541,8 più le spese e i diritti. Intanto vi rimarrà in affitto, pagando per questo L. 70. (Archivio di Stato di Bergamo, Not. Gio. Francesco di Gerolamo Canova de Benis, fald. 2863; cfr. G. Mozzi, ms. Biblioteca Civica di Bergamo, f. 217).

1575 : nel processo contro «Pré Christophoro Minolo can. [...] simoniacus beneficii parochialis S. Laurentii Bergomi» il pittore Troilo Averara del borgo S. Leonardo in via Osio figura fra gli interrogati; fu uno dei processi più famosi svoltisi nel convento di S. Francesco, promossi da S. Carlo Borromeo nella visita pastorale alla diocesi di Bergamo. (Cfr. A. G. Roncalli «Atti della visita apostolica di S. Carlo Borromeo a Bergamo» 1937, II, p. 513, Firenze).

1576, 11 maggio: il Consorzio della chiesa di S. Alessandro in Colonna dovendo far decorare la cappella di S. Anna, affida l’incarico al pittore Troilo Lupi: «Essendosi offerto m.ro Troilo pittore di far la capella di S. Anna bellissima a pittura et in tutta eccellenza e di non far di spesa più di quaranta scudi et havendo considerato che il farla a relevo sarà di spesa gravissima, fu ordinato che ditta capella si faccia a pittura e non a relevo, historiata della vita di S. Anna, ma bellissima, e si dia a m.ro Troilo da dipingere [...]. Fu concessa una boletta a m.ro Troilo di scudi diese predetto a bon conto della fattura de ditta capella stando che lui ha esposto trovarsi in grande bisogno». (Archivio della parrocchia di S. Alessandro in Colonna, Terminazioni 1573 sino 1584, f. 8vv; cfr. M. Lumina 1977, pp. 17, 196).

1576, 5 ottobre: il Consorzio di S. Alessandro in Colonna approva una bolletta «de lire doi et limosina... de pani vintisinque» per «m.ro Troylo pictore». (Termiradoni, 1573 sino 1584, f. 95v).

1576, 14 dicembre: pagamento di 9 scudi d’oro a «m.ro Troylo de Averara a conto della sua mercede in depinger la capella de S.ta Anna». (Terminazioni, 1573 sino 1584, f. 101v).

1576, 31 marzo: pagamento di 9 scudi d’oro a Troilo d’Averara «pro sua mercede in haver indorato la capella de S.ta Anna». (Terminazioni, 1573 sino al 1584, f. 111v).

1577, 13 giugno: dal Consorzio «fu ordinato che si faccia una boletta de Lire sedese s. [?] a m.ro Troylo de Averara per il valore de uno centanaro et mezzo d’oro, et uno centanaro d’argento adoprato nella cappella de S.ta Anna». (Terminazioni, 1573 sino 1584, f. 115).

1577, 2 agosto: il Consorzio della chiesa di S. Alessandro in Colonna elegge i deputati «a far i conti a m.ro Troylo pictori della sua mercede in haver dipinto la capella de S.ta Anna, et del debito ha per causa della messa fattasi celebrar de Francesco Clero et saldar detti conti con ogni libertà». (Terminazioni, 1573 sino 1584, f. nóv).

1578: Troilo Lupi firma e data lo stendardo processionale della chiesa di S. Martino, in Cenate S. Martino (Bergamo).

1582: il Lupi firma e data gli affreschi della cappella De Vegiis, detta della SS. Trinità, nella chiesa di S. Agostino in Bergamo, (cfr. F. M. Tassi, 1793, I, p. 152).

1586: il Lupi data gli affreschi della cappella Passi, detta di S. Marco, nella chiesa di S. Agostino, in Bergamo (cfr. A. Pasta 1775, p. 65).

1586, 10 gennaio: «D. Troylus f. q. d. Bernardi de Lupis pictor, et Telia Bonzanni de Mora compromiserunt vid. Baldessarem Agatium...». (cfr. G. Mozzi, ms. Biblioteca Civica di Bergamo, v, ff. 141, 217; il documento, segnalato dal Mozzi nell’archivio cittadino, negli atti del notaio Io. Francesco Canova, risulta irreperibile. È in base a detto documento che si ritiene che il Lupi fosse sposato con Telia Bonzanni de Mora; cfr. A. Pinetti 1908, p. 245).

1588: il Comune paga al pittore Troilo Lupi, in due rate di sei e dieci scudi, le pitture eseguite nell’aula del Vicario pretorio.(Ms. Azioni, 1586-1588, ff. 235^ 247r; cfr. anche A. Pinetti 1908, p. 245).

1590, 14 aprile: il Lupi ottiene dal Comune il rilascio, per suoi interessi, di copia dell’estimo di Geronimo de Mora. (Ms. Azioni, 1589-1590, f. 201 ; cfr. A. Pinetti 1908, p. 245). 1590, 27 agosto: «m.ro Troilo q. Bernardi de Lupis pictore» è testimone in un atto notarile. (Archivio di Stato di Bergamo, notaio N. Benedetto Amanio, fald. 3058, doc. 225; cfr. G. Mozzi, Ms. Biblioteca Civica di Bergamo, v, f. 147).

1601, 4 ottobre: testamento «ordinatum per d. Joaninam f.q. d. Hieronimi de Mora dicti de Bonzannis uxorem q.d. Troili de Lupis pictoris aetatis annorum sexaginta incirca». In esso Giovannina istituisce erede universale l’unica figlia Elisabetta avuta da Troilo. Al figlio di Troilo, Valerio, avuto dalla prima moglie, lascia dei diritti. (Archivio di Stato di Bergamo, Not. N. Benedetto Amanio, fald. 3997; cfr. G. Mozzi, Ms. Biblioteca Civica di Bergamo, v, f. 152).

La critica

La prevalente attività di affreschista-decoratore a livelli che non superano una dignitosa pratica artigianale credo spieghi, in parte, l’esiguità del numero di opere rimaste di Troilo Lupi. Più dei dipinti su tela, le sue opere a fresco erano nel tempo inevitabilmente soggette ai mutamenti del gusto e alle diverse destinazioni d’uso degli edifici, o del suolo su cui questi sorgevano. Solo nel giro di sette decenni, dal Tassi al Locatelli, si registra la scomparsa di sue opere in due edifici: l’uno demolito, la chiesa di S. Gottardo; l’altro rammodernato, la villa La Zogna, passata dagli Albani ai Suardi. Nella villa, come s’è detto, il Lupi aveva affrescato una sala: questa, scrive il Locatelli, riprendendo dalla minuziosa descrizione che ne fa il Tassi, aveva inserite nella volta «otto tele della maniera del Tintoretto; e si coronava all’intorno da putti, paesi, animali, rabeschi, cartoni con viva e varia invenzione disposti e coloriti, mentre al di sotto una finta architettura a colonne, su cui poggiava il cornicione, compiva il vago adornamento del luogo. Di tutto questo però — prosegue significativamente il Locatelli — nulla or più esiste. La sala fu rimodernata e le tele or ora ricordate, vedendosi chiuse fra così poveri fregi sono costrette a rimpiangere continuamente il perduto onore ed a maledire la mano sacrilega, che s’è cacciata a distruggere l’opere antiche per toglier via il vergognoso confronto con le moderne».

I primi giudizi sull’opera di Troilo Lupi si trovano nel Pasta: basandosi sugli affreschi in S. Agostino ed in S. Gottardo, egli rileva nel pittore «gran diligenza e perfezione in generi di ornati, e di Architettura». Il Tassi amplia il numero di opere riconosciute del Lupi attribuendogli gli affreschi nella distrutta villa La Zogna e segnalando lo stendardo di Cenate S. Martino. A proposito degli affreschi di S. Agostino, evidenzia la «ben espressa e nobile architettura», gli ornamenti «con ferace fantasia e con buona grazia e vago colorito inventati, ordinati e dipinti», e le figure «dalle quali si comprende quanto nel disegno, e buon gusto di colorire valente fosse». Come già nel Pasta, da tali espressioni, che non segnalano alcunché di specifico della personalità del pittore, si coglie un apprezzamento che non va oltre il riconoscimento della sua capacità artigianale. Analogo infatti è il giudizio che il Tassi esprime sullo stendardo di Cenate, raffigurante la Madonna in trono col Bambino e i santi Martino e Rocco, «tutto — egli scrive — è disegnato con grazia, e degno di commendazione». Il Locatelli pur lamentando, a causa dell’incalzante gusto moderno, la scomparsa delle pitture del Lupi, riporta e condivide i giudizi del Tassi ed aggiunge che «i lavori de’ i conterranei e le opere d’ogni maniera e scuola, che senza uscire di paese, gli si offrivano innanzi, dovettero essergli guida, eccitamento, ispirazione», cogliendo nell’opera del pittore un certo eclettismo. Si deve alla ricerca documentaria del Pinetti la segnalazione di altre opere perdute del Lupi e la convincente distinzione del pittore da altri artisti pure di nome Troilo; recentemente don Mario Lumina, parroco di S. Alessandro in Colonna, ha reso noti in una monografia sulla chiesa i documenti relativi alla perduta decorazione della cappella di S. Anna, eseguita a fresco da Troilo d’Averara.

Bibliografia

SEC. XVIII G. Mozzi, Antichità bergamasche, ms. Biblioteca Civica, v, Bergamo.

1774 F. Battoli, Le Pitture, Sculture ed Architetture delle chiese e d’altri luoghi pubblici di Bergamo, pp. 8, n. 2, 20, n. 24, Vicenza.

1775 A. Pasta, Le pitture notabili di Bergamo, pp. 63, 64-65, 68, Bergamo.

1793 F. M. Tassi, Vite di Pittori, Scultori e Architetti bergamaschi, pp. 152-53, Bergamo (ediz. critica a cura di F. Mazzini, 1970, Milano).

s.d. (ca. 1795) G. Beltramelli, Pittori bergamaschi, Postille alle «Vite» del Tassi, ms. Biblioteca Civica, Bergamo, f. 32t (ediz. critica a cura di F. Mazzini 1970, II, p. 179, Milano).

1869 P. Locatelli, Illustri Bergamaschi, II, pp. 204-208, Bergamo.

1900 G. Moratti, Raccolta dei pittori che dipinsero a Bergamo e sua Provincia compresa la Valcamonica, ms. Biblioteca Civica di Bergamo, II, cc. 90v, 91r e v.

1908 A. Pinetti, Per la storia della pittura bergamasca nel ‘500, in «Bergomum», II, pp. 244-245.

s.d.(ca. 1915-20) E. Fornoni, Pittori bergamaschi, ms. in Curia Vescovile di Bergamo, v,pp. 85-87.

1931 A. Pinetti, Inventario degli oggetti d’arte d’Italia, I, Provincia di Bergamo, pp. 219, 293-94, Roma.

1946 P. Locatelli, Memorie storiche ed artistiche intorno al Convento ed alla chiesa di S. Agostino in Bergamo, in «Bergomum», XL, p. 131 sgg.

1969 A. Tiraboschi, Notizie intorno al Monastero e alla Chiesa di S. Agostino - Il Convento di S. Agostino ed Ambrogio da Calepio - Scritti inediti [1881], pp. 30, 31-32, 34 nota, Bergamo.

1977 M. Lumina, S. Alessandro in Colonna, pp. 17, 196, Bergamo.

Le opere


GABRIELE MEDOLAGO, Il castello di Cenate Sotto e la Famiglia Lupi, Amministrazione Comunale di Cenate Sotto, 2003, pp. 272-273:


Figlio di Bernardo Lupi, era originario di Averara. Non sappiamo se appartenesse alla famiglia che ci interessa, appare strana la provenienza da Averara. A favore dell’appartenenza alla famiglia, oltre al nome, vi è il fatto che lavorò a Cenate San Martino, ove i Lupi avevano il castello. Bisogna ricordare che Troilo, figlio di Filippo, nel 1521 fu inviato proprio ad Averara. Uno dei figli del condottiere Detesalvo aveva nome Bernardino. Si potrebbe forse trattare di un nipote di Troilo, forse da un figlio non legittimo.

Fu pittore, ma di lui ci restano poche opere [1802]. Come tale lo troviamo citato il 23 dicembre 1569 [1803]; lo troviamo poi il 13 luglio 1571 come abitante a Bergamo nella contrada di Porta Osio, vicinia di San Leonardo [1804], il 7 febbraio 1573 è nominato come padre di un Bernardo [1805].

Il 9 marzo 1575 per pagare un debito cedette a Felice fu Girolamo Bonzanno de Mora la propria casa confinante ad ovest con la chiesa di San Lazzaro, con il patto di riaverla se entro due anni avesse versato la somma di 1˙541:8 lire, oltre a spese e diritti. Vi sarebbe rimasto in affitto pagando 70 lire annue [1806].

Nel corso del processo tenuto da San Carlo Borromeo nel 1575 contro il Canonico Cristoforo Minoli per simonia relativa al Beneficio di San Lorenzo in città, egli fu fra gli interrogati.

L’11 maggio 1576 gli venne affidata la decorazione della cappella di Sant’Anna da parte del Consorzio di Sant’Alessandro in Colonna [1808].

Nel 1578 dipinse uno stendardo per la parrocchiale di Cenate Sotto che venne poi disfatto e dopo la pulizia della pittura, riposto in sagrestia; raffigurante la Madonna con il Bambino ed i santi Rocco e Martino, firmato Troilus lupus | faciebat | MDLXXV | III. Sul verso si trova un Cristo che sale sul Calvario portando la croce.

Nel 1582 affrescò la cappella della Trinità nella chiesa di Sant’Agostino, cioè l’ultima cappella dal lato del Vangelo con finta architettura, vari cartellami, paesi, festoni, frutti e trofei ecclesiastici. In un cartello nel lato del Vangelo poco più in alto della mensa si appose la scritta Troilus Lupus faciebat MDLXXXII. È interessante l’angioletto che tiene il triregno.

Dipinse pure festoni, cartellami e trofei ecclesiastici per la grande arcata che introduceva all’altar maggiore della chiesa di San Gottardo dei Serviti fuori porta Sant’Alessandro, rifatta nel 1583 e demolita nel 1801.

Nel 1586 affrescò la cappella di San Marco della famiglia Passi in Sant’Agostino, la prima dal lato del Vangelo. Sono degni di nota l’architettura, i Santi Agostino e Girolamo nelle due nicchie laterali, il Redentore nella volta, lo Spirito santo ed il Padre eterno. In un angolo dal lato del Vangelo era dipinto un “pollicino” nel quale si leggeva: Troilus Lupus pinxit an. M.D. LXXXVI [1813].

Nel 1588 venne pagato dal Comune per pitture eseguite nell’aula del vicario pretorio.

Dipinse pure la sala grande dell’appartamento dei conti Albani nella villa detta la Zogna a Bergamo, ove finse un basamento compartito in vari riquadri ornati con teste di leone, e dipinse poi al di sopra colonne, cornicione, soffitto diviso in otto ripartimenti nei quali vi erano tele alla maniera del Tintoretto, oltre a numerose altre decorazioni. Il tutto scomparve con i rimodernamenti del XIX secolo e con la demolizione del XX. Le pitture furono però trasportate dai Suardi nella villa di Trescore prima di cedere, verso il 1880, la Zogna al Demanio, che la trasformò nella caserma Scotti.

Sposò, anteriormente al 10 gennaio 1588, Giovannina fu Gerolamo Mora detto dei Bonzanni.

Viveva ancora il 14 aprile 1590, quando chiese copia dell’estimo di Gerolamo Mora, ed il 27 agosto di quell’anno.

Nel 1586 lo troviamo sposato di Telia Bonzanni de Mora, mentre il 4 ottobre 1601 fece testamento la vedova, di circa 60 anni, e lasciò erede la figlia Elisabetta, avuta da Troilo, ed a Valerio, figlio di Troilo e della sua prima moglie, lasciò alcuni diritti. Morì alla fine del secolo e lasciò una sola figlia, avuta dalla moglie, di nome Elisabetta, che rimase sua erede.


NOTE

[1802] Tassi “Vite…” I, 152. Il Belotti III, 510 ricorda un pittore Troilo di Bernardo nel 1521 ed un Troilo di Gerardo nel 1575. È ricordato anche da Suardi “Cenni…” 36. Locatelli “Illustri…” II, 204-208; Belotti III, 510. Beltramelli “Note…” f. 23v ed il prof. Noris “Regesti e memorie…” 615 ricordano un Guerino Lupi figlio di Gio: pittore, esecutore testamentario di Simone Borsati d’Averara, citando il Mozzi V, 149v che ricava la notizia dal Not. Aless. Bosi Piceni ASBg not. 1061 filza confusa 1510-1530,.159. Stranamente il prof. Noris segnala che il doc. non è reperibile. Esso è invece reperibile, proprio dove indicato dal Mozzi. Il ricorso all’originale ha reso possibile correggere questi errori e riportare alla luce un inedito pittore. Nel doc., in data 21/10/1525, infatti si legge che mastro Guerino di Gio: Greppi (che nell’atto non è indicato come pittore, ma lo è nella rubrica della filza) a nome suo e di Ant. Greppi fu chiamato sostituto fedecommissario di mastro Simone Borsati per testamento in atti di Gio: Andrea di Alzano. Egli quindi non fu esecutore testamentario e non fu un Lupi. Questa erronea lettura è originata dal fatto che nel doc. del Mozzi il cognome è scritto alquanto male e non è così strano leggere Lupi (Gre può venir interpretato come Lu), anche se ad una lettura attenta si legge Lupi. Probabilmente anche il Belotti III, 510, che ricorda un pittore Guerino Lupi nel 1525, lesse male il doc.

[1803] Dominus Troylus de haveraria Pictor Not. Gio: Ant. Martinoni filza 1556-1573 atto 260 N.° 3995; Mozzi V, 150; Locatelli “Illustri…” II, 204; Cortesi Bosco 3

[1804] Troylus quondam domini Bernardi de Haveraria pictor Not. Gio: Franc. Benis Canova N.° 2862; Mozzi V, 144, 149; Tassi I, 184 (che lo riporta fra gli Averara); Beltramelli 82; Cortesi Bosco 3

[1805] Troylus filius quondam Bernardi de Haveraria pictor ed un bernardum ipsius domini Troylii filium Not. Nicola Vassalli N.° 2854; Mozzi V, 139, 212; Cortesi Bosco 3

[1806] Troilo quondam Bernardo di Averara Not. Gio: Franc. Benis Canova N.° 2863; Mozzi V, 217; Cortesi Bosco 3.

[1808] Troilo pittore Terminazioni del Consorzio di S. Aless. in Colonna 87v; Lumina 17, 196; Cortesi Bosco 4. Viene poi retribuito il 5/10/1576 ed il 14/12/1576 ed il 31/3, 13/6 e 2/8 1577 (Troylo pictore Terminazioni 95v e Troylo de Averara Terminazioni 101v, Troilo d’Averara Terminazioni del Consorzio di S. Aless. in Colonna 111v, Troylo de Averara 115, Troylo pictori 116v; Cortesi Bosco 4)

[1813] Tassi “Vite…” I, 152 la cita senza riferire la firma, anzi dicendo che non vi si leggeva; Pasta “Le pitture…” 65; Cortesi Bosco 4; Tiraboschi “Scritti inediti…” 31 cita anche la scritta riferendo un manoscritto presso la famiglia Morlani.