Gerolamo Tiraboschi: differenze tra le versioni

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'''BORTOLO BELOTTI, ''Storia di Bergamo e dei bergamaschi'', a cura della Banca Popolare di Bergamo, 3ª Ed., Bergamo, Bolis, 1989, vol. VI, pp. 94-95:'''
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Fama ancora più larga di quella del Serassi ebbe Gerolamo Tiraboschi, nato in Bergamo il 18 dicembre 1731, da Vincenzo e da Laura Tiraboschi, tutti due della antica famiglia di Serina. Educato nei primi anni a Bergamo, quindi a Monza dai Gesuiti, e nella teologia a Genova, fu poi chiamato a insegnare rettorica a Milano nel Collegio di Brera, dove cominciò a far conoscere i frutti della sua straordinaria attività, col riprodurre il vocabolario italiano e latino del Mandosìo in una edizione rimasta definitiva, e quindi compilando il catalogo ragionato delle opere di quella biblioteca, e pubblicando l’opera fondamentale sugli Umiliati, col titolo Velerà Humìtiatorum monumenta, annotationibus ac dissertationibus prodromis illustrata. Essendosi quindi divulgata la sua fama, nel 1770 il Tiraboschi veniva invitato dal duca Francesco in di Modena ad assumere la carica di prefetto di quella biblioteca, che era già stata coperta da Lodovico Antonio Muratori; e a quella biblioteca il Tiraboschi diede nuovo grandissimo lustro, accrescendone le opere e la rinomanza, per modo che si conquistò l’alta considerazione e anzi la gratitudine di quei principi e della città di Modena, onde Ercole III, successo a Francesco III, lo nominò consigliere di corte, presidente della biblioteca e della galleria delle medaglie, e Modena lo volle professore onorario dell’università. A Modena infatti il Tiraboschi concepiva e con un lavoro intenso di dodici anni conduceva a termine quella classica opera, che è la Storia della letteratura italiana dai più lontani tempi fino al secolo XVIII, di cui la prima edizione in undici volumi cominciò nel 1772. Naturalmente noi non diremo di questa storia famosissima, che tante lodi raccolse in Italia e fuori; e così pure non ci attarderemo sulle critiche che pur le furono mosse, come se essa fosse fredda e di troppo minute indagini e discussioni biografiche e bibliografiche, senza profonda analisi delle opere ricordate. Ci limiteremo invece, e prescindendo da tutto il resto, a notare come non solo il Tiraboschi sia stato primo a raccogliere e coordinare in un unico concetto di italianità le opere dei nostri scrittori, ma come egli medesimo abbia dichiarato di avere voluto perseguire questo altissimo fine, colle seguenti parole, che si leggono nella prefazione alla prima edizione: Il desiderio adunque di accrescere nuova lode all’Italia e di difenderla ancora, se faccia d’uopo, contro l’invidia dì alcuni fra gli stranieri, mi ha determinato a intraprendere questa storia generale della letteratura italiana, conducendola dai suoi più antichi princìpi fino ai dì nostri: e si noti che i più antichi princìpi sono dal Tiraboschi fatti risalire alla letteratura degli Etruschi.
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Onde più che mai appar giusto il nome di padre della letteratura italiana dato a tanto nostro concittadino; e degno di essere ricordato, fra tutti, è il giudizio che di lui formulò Giosuè Carducci, dicendolo dotto uomo che promosse la dottrina italiana con animo perfettamente italiano . Anzi tanto più ancora appare giusto tale giudizio sul valore nazionale dell’opera del Tiraboschi, quando si pensi che tra le opere da lui disegnate, secondo che ne riferisce il Maffei, una ve n’era che anticipava il pensiero del Gioberti, come lo avrebbe poi anticipato un altro Bergamasco, Costantino Beltrami, Sugli obblighi che gli stranieri hanno cogli Italiani per le scoperte d’ogni maniera ond’essì giovarono alle scienze.
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La morte impedì al Tiraboschi di tradurre in pratica questo ed altri suoi disegni. Egli però lasciò un preziosissimo patrimonio di scritti, come La Biblioteca modenese, la Storia della Badia di S. Silvestro di Nonantola col codice diplomatico relativo, le Memorie stanche modenesi, pure col relativo codice diplomatico, il Dizionario topografico e storico degli stati Estensi, oltre moltissime opere minori, come la De Patriae Historia oratio, la Vita di S, Olimpia, Memorie sulle cognizioni che si avevano delle sorgenti del Nilo prima del viaggio di Bruce, ecc. . Ma ormai ogni storia della letteratura italiana ricorda e celebra gli scritti di questo grande Bergamasco. Egli morì in Modena il 3 giugno 1794, in età di sessantadue anni, universalmente compianto, anche per il suo carattere, che fu mite, buono, modesto e generoso, sicché, come il Mozzi e come altri Bergamaschi dell’epoca sua, egli fu sempre largo a tutti dei frutti della sua sapienza, magnifico gesto della più grande ricchezza, che è quella dello spirito.
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Il Tiraboschi, per quanto affezionato a Modena, fu pur sempre memore della patria bergamasca, giustamente orgogliosa di lui, e in Bergamo conservò costanti e fedeli amicizie, come appare dalla sua corrispondenza cogli ingegni più cospicui che in quel tempo onorarono la nostra città . Il Maggior Consiglio della città, deliberando nell’agosto del 1785 di collocare la sua effigie nella propria sala, fra quelle dei suoi uomini celebri, vi apponeva l’epigrafe: HIERONIMO TIRABUSCHO PATRIA BERGOMENSI COMMENDATONE DOCTRINAE NOBILITATEM ET HONORES AMPLISSIMOS MUTINAE CONSECUTO FAMAM UBIQUE ET DIGNITATE PATRIAE CENTUMVIRI POSUERUNT MDCCLXXXVI. Anche sulla casa natale del Tiraboschi in Bergamo l’illustre storico fu ricordato con una lapide, che dice: IN QUESTA CASA - IL GIORNO 18 DICEMBRE 1731 - NACQUE - GIROLAMO TIRABOSCHI - STORICO - DELLA LETTERATURA ITALIANA.

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Tiraboschi Gerolamo.jpg
Tiraboschi Gerolamo (Simone Morelli).jpg

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(1731 † 1794)

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BORTOLO BELOTTI, Storia di Bergamo e dei bergamaschi, a cura della Banca Popolare di Bergamo, 3ª Ed., Bergamo, Bolis, 1989, vol. VI, pp. 94-95:

Fama ancora più larga di quella del Serassi ebbe Gerolamo Tiraboschi, nato in Bergamo il 18 dicembre 1731, da Vincenzo e da Laura Tiraboschi, tutti due della antica famiglia di Serina. Educato nei primi anni a Bergamo, quindi a Monza dai Gesuiti, e nella teologia a Genova, fu poi chiamato a insegnare rettorica a Milano nel Collegio di Brera, dove cominciò a far conoscere i frutti della sua straordinaria attività, col riprodurre il vocabolario italiano e latino del Mandosìo in una edizione rimasta definitiva, e quindi compilando il catalogo ragionato delle opere di quella biblioteca, e pubblicando l’opera fondamentale sugli Umiliati, col titolo Velerà Humìtiatorum monumenta, annotationibus ac dissertationibus prodromis illustrata. Essendosi quindi divulgata la sua fama, nel 1770 il Tiraboschi veniva invitato dal duca Francesco in di Modena ad assumere la carica di prefetto di quella biblioteca, che era già stata coperta da Lodovico Antonio Muratori; e a quella biblioteca il Tiraboschi diede nuovo grandissimo lustro, accrescendone le opere e la rinomanza, per modo che si conquistò l’alta considerazione e anzi la gratitudine di quei principi e della città di Modena, onde Ercole III, successo a Francesco III, lo nominò consigliere di corte, presidente della biblioteca e della galleria delle medaglie, e Modena lo volle professore onorario dell’università. A Modena infatti il Tiraboschi concepiva e con un lavoro intenso di dodici anni conduceva a termine quella classica opera, che è la Storia della letteratura italiana dai più lontani tempi fino al secolo XVIII, di cui la prima edizione in undici volumi cominciò nel 1772. Naturalmente noi non diremo di questa storia famosissima, che tante lodi raccolse in Italia e fuori; e così pure non ci attarderemo sulle critiche che pur le furono mosse, come se essa fosse fredda e di troppo minute indagini e discussioni biografiche e bibliografiche, senza profonda analisi delle opere ricordate. Ci limiteremo invece, e prescindendo da tutto il resto, a notare come non solo il Tiraboschi sia stato primo a raccogliere e coordinare in un unico concetto di italianità le opere dei nostri scrittori, ma come egli medesimo abbia dichiarato di avere voluto perseguire questo altissimo fine, colle seguenti parole, che si leggono nella prefazione alla prima edizione: Il desiderio adunque di accrescere nuova lode all’Italia e di difenderla ancora, se faccia d’uopo, contro l’invidia dì alcuni fra gli stranieri, mi ha determinato a intraprendere questa storia generale della letteratura italiana, conducendola dai suoi più antichi princìpi fino ai dì nostri: e si noti che i più antichi princìpi sono dal Tiraboschi fatti risalire alla letteratura degli Etruschi.

Onde più che mai appar giusto il nome di padre della letteratura italiana dato a tanto nostro concittadino; e degno di essere ricordato, fra tutti, è il giudizio che di lui formulò Giosuè Carducci, dicendolo dotto uomo che promosse la dottrina italiana con animo perfettamente italiano . Anzi tanto più ancora appare giusto tale giudizio sul valore nazionale dell’opera del Tiraboschi, quando si pensi che tra le opere da lui disegnate, secondo che ne riferisce il Maffei, una ve n’era che anticipava il pensiero del Gioberti, come lo avrebbe poi anticipato un altro Bergamasco, Costantino Beltrami, Sugli obblighi che gli stranieri hanno cogli Italiani per le scoperte d’ogni maniera ond’essì giovarono alle scienze.

La morte impedì al Tiraboschi di tradurre in pratica questo ed altri suoi disegni. Egli però lasciò un preziosissimo patrimonio di scritti, come La Biblioteca modenese, la Storia della Badia di S. Silvestro di Nonantola col codice diplomatico relativo, le Memorie stanche modenesi, pure col relativo codice diplomatico, il Dizionario topografico e storico degli stati Estensi, oltre moltissime opere minori, come la De Patriae Historia oratio, la Vita di S, Olimpia, Memorie sulle cognizioni che si avevano delle sorgenti del Nilo prima del viaggio di Bruce, ecc. . Ma ormai ogni storia della letteratura italiana ricorda e celebra gli scritti di questo grande Bergamasco. Egli morì in Modena il 3 giugno 1794, in età di sessantadue anni, universalmente compianto, anche per il suo carattere, che fu mite, buono, modesto e generoso, sicché, come il Mozzi e come altri Bergamaschi dell’epoca sua, egli fu sempre largo a tutti dei frutti della sua sapienza, magnifico gesto della più grande ricchezza, che è quella dello spirito.

Il Tiraboschi, per quanto affezionato a Modena, fu pur sempre memore della patria bergamasca, giustamente orgogliosa di lui, e in Bergamo conservò costanti e fedeli amicizie, come appare dalla sua corrispondenza cogli ingegni più cospicui che in quel tempo onorarono la nostra città . Il Maggior Consiglio della città, deliberando nell’agosto del 1785 di collocare la sua effigie nella propria sala, fra quelle dei suoi uomini celebri, vi apponeva l’epigrafe: HIERONIMO TIRABUSCHO PATRIA BERGOMENSI COMMENDATONE DOCTRINAE NOBILITATEM ET HONORES AMPLISSIMOS MUTINAE CONSECUTO FAMAM UBIQUE ET DIGNITATE PATRIAE CENTUMVIRI POSUERUNT MDCCLXXXVI. Anche sulla casa natale del Tiraboschi in Bergamo l’illustre storico fu ricordato con una lapide, che dice: IN QUESTA CASA - IL GIORNO 18 DICEMBRE 1731 - NACQUE - GIROLAMO TIRABOSCHI - STORICO - DELLA LETTERATURA ITALIANA.