Pellegrinaggio di Gerusalemme - Parte 2: differenze tra le versioni

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Il giorno seguente passassimo a vista dell’Isole Stivali, & di la a Sapientia: quì appresso sono le Città di Modon, e Coron, ove habitano quasi sempre Corsari '''[15]''', & è uno de’ più pericolosi passi, che siano nel Mar Mediterraneo, passati per la Iddio gratia senza alcuno impedimento fussimo a vista di Capo Matapan, & seguitando il viaggio verso l’Isola di Cerigo '''[16]''', che è alla bocca dell’Arcipelago tra Candia '''[17]''', e la Morea, essendo il giorno verso la sera, dalla guardia, che era in gabbia, fussimo avisati, c’haveva scoperto una vela, che veniva dalli Gozzi Isole di Candia. Onde dubitandosi che fussero Corsari, poiche al Zante s’hebbe nuova, come pochi giorni avanti, un Berton '''[18]''' di Barbaria haveva preso una Tartana, subito si nettò la coperta, & si mandò tutto a basso dalle bocche porte, perche non si patisse impedimento.
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Quì molti de’ Rever. Padri, & altri Pellegrini, & passaggieri, dubitorno assai di qualche cattivo incontro, e ne stavano con grandissima paura; altri sì de’ Padri, come de’ passaggieri, havendo fatto cuore, diedero mano all’arme, apparecchiandosi alla difesa.
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Il Vasello si andava approssimando, e veniva sopra vento, aumentando il sospetto che fossero Corsari; dalla nostra parte nondimeno non si scemava l’animo; poiche la nostra Nave era tutta armata, & benissimo all’ordine, con circa quaranta pezzi d’artiglieria '''[19]''', & munitione abondante, buonissimi bombardieri, e altri soldati. Sopragiunse la notte, & tutti seguitando il suo viaggio all’apparir del giorno seguente non si viddero comparir più vele.
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Giunti sotto vento a Candia, passati i Gozzi, il giorno seguente havessimo il vento da Sirocco assai gagliardo, che faceva molto gonfiar il Mare: & perche era vento a noi contrario, ne convenne star su le volte, & andar verso l’Egitto, & ritornar per Candia. Il vento durò cinque giornate rinforzandosi sempre più, & causò aspra fortuna, e molto poco viaggio trovassimo haver avanzato, ritrovandoci ancora a vista di Candia.
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Ritornò il vento per maestro, che ne rallegrò molto, & seguitando il viaggio giungessimo nel Golfo di Setelia, dove se bene quasi sempre sogliono regnar fortune grandissime, la Nave nondimeno faceva assai buon viaggio, avenne quì, che ritrovandosi il Capo de Bombardieri gravemente amalato passò all’altra vita, havendo però ricevuto dalli Rever. Padri i dovuti Sacramenti. Li marinari doppò di haverlo spogliato, & lavato, involtolo, & cucito in un pezzo di vela, & a piedi messevi due pietre assai pesanti, posto sopra una tavola fu portato ad alto. Qui messo sopra la sponda della Nave sotto vento, havendo ricevuti da’ R. Padri l’essequie, & dal nostr’huomo co’l fischio di nave tre volte la raccomandatione a tutti d’un Pater, e una Ave Maria per l’anima sua, alzata la tavola, fu sepolto nell’onde del Mare.
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La Nave era spinta d’assai buon vento, si che in puochi giorni ci portò a vista dell’isola di Cipro: ma ritrovandoci troppo verso mezzo giorno, ne potendo andar al porto di Limisso '''[20]''', ove la nave haveva da scaricare alcune mercantie, andassimo alle Saline, porto, nel quale quasi tutte le Navi caricano, e scaricano le mercantie di tutta l’Isola.
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Quivi arrivati alli vinti di Ottobrio, si fece il solito saluto con tiri di Artiglieria, & datto fondo all’ancore, mandato il batello con lo scrivano a terra per haver prattica subito ne rihavessimo la licentia; onde smontati tutti andassimo all’Arnica '''[21]''', & entratti nel Convento havessimo care accoglienze.
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Quest’Isola e assai abondante & fertile di buon vino, e del più potente che si faccia in tutte l’Isole di Levante: il Cottone vi cresce in tanta quantità che è cosa incredibile, vi sono buonissime Carni, & in particolare Castrati di smisurata grandezza, havendo le code si larghe, & grasse che molte pesano più di diece libre l’una; vi è una tal sorte d’Augeletti, di cui pigliano gran numero, & molti ne acconciano con aceto in vasi di terra, & ne portano nelle Navi in tutte le parti di Europa. L’Isola è delle megliori che siano nel Mare Mediteraneo: e paese assai caldo, & nel tempo che era posseduta dalla Serenissima Signoria di Vinegia '''[22]''' haveva molte Citta, & Castelli, tra quali le principali erano Famagosta, & Nicosia, hora che la possede il Turco è molto distrutta.
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Riposati che fussimo doi giorni dovendosi passar il golfo del Mare, che puo essere da trecento miglia per andar al Iaffo '''[23]''' porto il più vicino al viaggio di Gierusalemme, e perciò necessitati a pigliar un’altra Nave, si trattò con un patrone d’un Caramussale '''[24]''', il quale diceva haver più volte condutta la famiglia, et Pellegrini, et mostrava molto amorevole apparenza. Fu conchiuso l’accordo da certi mercanti Venetiani, con patto che a lui si dessero cento e vinti Ducatti, & che egli conducesse tutti li Rever. Padri, & da dieci Pellegrini, & tutte le loro robbe, & gionto a detto porto ivi aspetasse quindeci giorni la famiglia vecchia, & chi voleva ritornare, & ci riconducesse in Cipro a detto Porto, e gli fu datta la meta de danari a buon conto. Il giorno seguente appressorno il Caramussale alla Nave, per caricar le robbe. Havendolo io ben riguardato, & conosciuto molto mal all’ordine di vele, di corde, & de Marinari, & avertito anco da alcuni Pellegrini che erano ivi di ritorno, come meglio sarebbe che io me ne fossi andato in Soria '''[25]''', & restar ivi quella invernata '''[26]''', & poi passar al principio di Quadrigesima con la Caravana d’Armeni e Greci per Damasco e terra Santa per ritrovarmi in Gierusalemme ne’ tempi di Passione, per veder la moltitudine delle genti, che vi concorrono, & le Cerimonie che si fanno, mi risolsi di cosi fare: onde rimesse le mie robbe nella prima Nave havendo lettere di favore & credito per quei paesi, & havendo compagnia d’alcuni mercanti, curioso anco di veder quelle parti m’accinsi a far tal viaggio, & cosi fece un altro Pellegrino Gentil’huomo Bolognese nomato il Sig. Bonifacio Neri, che s’unì meco di camerata ancora.
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Il Caramussale essendo carico, & imbarcati li Reverendi Padri con gli altri Pellegrini, il giorno seguente fece vela, & come poi mi fu riferito da detti Reverendi in Gierusalemme, patì molte fortune con pericolo grandissimo di sommergersi; perche havendo il patrone, che era Greco, mal pratico di Navigare, & anco nimico di Chatolici non si curava perdere il Caramussale, & se stesso, per affondar tanti, & si devoti Religiosi: & se non che nella compagnia v’erano alcuni Frati periti del Navigare ch’avertiti del mal governo e animo del padrone fecero forza & preso il timone di mano al patrone drizzorno il Caramusciale a buon viaggio, la cosa passava male: con tutto ciò stettero in Mare da vinti giorni, & essendogli venuta a meno la vittovaglia, gli ultimi giorni dispensavano i fragmenti del biscotto scarsamente, & se restavano pur doi giorni di più in Mare, molti sariano mancati per disaggio. Ma la bontà del sommo Creatore, il quale non ha permesso che mai alcune famiglie fin hora siano ne affondate, ne prese, quando manco vi pensavano fece ch’arrivassero in porto, e avuta prattica, smontati e scaricate le robbe, mandando subito ad avisare il P. Guardiano vecchio, hebbero di Rama da amici soccorso, & il secondo giorno si missero in camino verso Gierusalemme, tanto da tutti desiderato. Ma cosa grande avenne che non furono ancora partiti di Ramma, che hebbero nuova certa, come il Caramuffiale essendo smontati la più parte de Marinari, & havendo fatta acqua assai, si era rotto, & affondato, miracolo veramente stupendo.
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Ma ritornando al nostro viaggio, dopo che il patrone della nostra Nave hebbe scaricate alcune robbe, & messo il tutto all’ordine, & tutti imbarcati, si fece vela alli 25 Ottobrio, & navigando alla costa dell’Isola pasassimo a vista della Citta, & porto di Famagosta '''[27]''', & seguitando il viaggio lasciata l’Isola, & entrati nel golfo delle Giazze, si levò vento da Levante, che non ci lasciò andar avanti, onde stando sempre su le volte avanzassimo puoco; tuttavia nel quinto giorno fussimo a visto del Capo Ganzir, & in altri trei giorni, essendo ritornato il vento da Tramontana, nel porto di Alessandretta '''[28]''', chiamato ancora di Scalderona, sicuri & sani entrassimo, ringratiando il misericordioso Giesù Christo, che ci havesse fatta gratia d’arrivare a salvamento al desiato Porto, e salutato con alcuni tiri di Artegliaria, & con le Trombe dato segno d’allegrezza, ne fu da altri Vaselli Inglesi, et Francesi, che erano in porto, risposto in segno d’amicizia con molti tiri, risuonando tutt’il porto di trombe, & allegrezze, datto Muli fondo all’ancore, mandato il Batello in terra, si hebbe pratica, et perche era tardo, restassimo in Nave fin al giorno seguente, che fu il secondo di Novembre.
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La mattina smontati andassimo alla Casa del Viceconsole per la Serenissima Signoria di Vineggia, il quale ne fece molte accoglienze. Questo è quel porto che si dice essere stato anticamente habitato dalle donne Amazzone, & vi e ancora una Torre in mezzo a certe paludi chiamata la Torre delle Amazzone. Quì vengono portate molte robbe dalla Caramania '''[29]''', & Natolia, lochi assai vicini: vi si fa un bel mercato ad un loco chiamato il Baiasso, e vi si vende assai Cottone filato, & lane buonissime per far Matarazzi. L’aria vi è pestifera, & pochi vi stanno che non s’amalino, onde fussimo consigliati partirsi quanto prima, facessimo dunque l’istesso giorno scaricar le nostre robbe, & il Viceconsole ne fece gratia di farne ritrovar Cavalli, & Mule per andar verso Aleppo '''[30]''', & ancho ne diede doi Gianiceri per guida: s’accordassimo per li & Cavalli in otto Ducati per uno, & di più ogni sera un quarto per il mangiar de Cavalli, & di dar alli Gianizzeri '''[31]''', come è il consueto, vinti Ducati & panno per far una vesta, tra tutti, & fargli le spese.
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Hora fatta la provisione per il nostro mangiare, a mezzo il seguente giorno caricate le Mule delle nostre robbe, pigliando congedo da quelli della Nave partimmo. Eravamo dieci passagieri a Cavallo oltra li Gianizzeri, & la sera arrivassimo al Bailan, discosto dal detto Porto da quindeci miglia: ove riposati fin’a mezza notte, rimontati cavalcassimo tutto il resto della notte per monti, & strade malagevoli, & pericolose d’Arabi assasini, che molte volte assaltano & rubbano, & continuassimo fino all’hora di vespero del giorno seguente senza smontare, per passar certi cativi passi.
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Smontati alla detta hora all’aria, & ivi cibatici si fermassimo il restante del giorno, & la notte ancora dormendo al sereno sopra la nuda terra, due hore avanti giorno rimontati seguitassimo il viaggio per piani, e colli allogiando al solito, & pasassimo poco discosto alla Città di Antiochia '''[32]''', la qual soleva essere si grande, & si nominata, & era Capo di tutto questo paese; in detta Città S. Pietro fece le sue prime prediche, & ridusse quella gente alla vera fede, & molto tempo vi si è conservata la Lancia, con la quale Longino apperse il costato a Giesu Signor nostro. Hora la Citta è distrutta, le mura & Torri cadute, desolata ogn’altra sua parte, gl’habitatori pochissimi, & quella che soleva essere si grande, celebre, e famosa, e fatta miserabile oggetto di compassione.
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Il terzo giorno arrivassimo alla Citta d’Aleppo sani, & senza haver patito cattivo incontro, & per esser tardo tutti restassimo per quella sera in casa di un mercante, che era venuto con noi; il giorno seguente ogn’uno attese a suoi affari: il mio compagno & io ritrovati alcuni mercanti a quali presentai le lettere di racomandatione, gli pregai che mi facessero havere allogiamento buono, poiche eravamo disposti restar ivi tutto l’Inverno; da questi ricevute prima molte accoglienze, & proferte, fussimo posti in Casa di un Fancese, che teneva Camere locanti, dal quale sempre fossimo ben trattati, presso al quale havessimo compagnia di molti mercanti Francesi, che ivi pure allogiavano, e era la spesa di dieci cecchini per uno al mese.
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La Citta d’Aleppo è nella Soria, posta sotto trentanove gradi, è d’aria sanissima e felice, poiché vi si ritrovano molti huomini robusti di età di cento, e più anni, & vi si dorme più di sei mesi dell’anno nelle terrazze sopra le case al discoperto: è situata sopra diverse colline in terreno sassoso, cinta di muraglie giranti circa a sette miglia senza i borghi; sorge più alteramente nel mezzo, con un bellissimo Castello, che pare posto sopra una montagna, & è terreno tutto portaticcio: il Castello nella sommittà è circondato di mura, & Torri munite d’Artegliaria, & attorno ha profonde fosse, con acqua: per entro alla Città corrono in copia grande buonissime acque, e fuori vi passa un corno del Fiume Eufrate; e piena di grandissimi trafichi; che vi concorrono Caravane d’Armenia, di Persia, d’India, di Bagadet, & Ormus, e d’altri infiniti paesi, conducendo molte migliaia di Balle di Seta, Endico, Alacche, Reubarbaro, Canelle, Tele di Cottone in quantita, Muschio, Gioie di piu sorte, & mille altre mercantie, le quali pur sono vendute, overo contracambiate con altre mercantie da Francesi, Italiani, Inglesi, & Fiamenghi, che di continuo vi negotiano: sonovi molti Giudei, che ivi hanno gran trafico, & molti di loro fanno il sensale: parlavisi in tanta diversità di linguaggi, che non credo udirsi tanti in altra città dell’universo. Il gran Turco da Constantinopoli vi manda al governo il Bassa '''[33]''', supremo grado per la militia, il Cadi per la ragione in civile, & molti altri Uffitiali, & Gianizzeri. Risiedonvi per governo de Franchi, diffesa, & mantenimento delle loro raggioni, quattro Consoli, uno per il Christianissimo Re di Francia, uno per il Re d’Inghilterra, uno per la Sereniss. Signoria di Vinegia; & uno per gli stati Olandesi, tutti i quali sono in grande riputatione, e molto honorati. Vi è una Chiesa officiata da doi Frati Zoccolanti, mandatigli dalla famiglia di Gierusalemme, ove concorrono tutti i Christiani Catholici, & vi si dice la Santa Messa, la quale si celebra anco quasi ogni giorno in casa de gl’Illustriss. Consoli di Frantia & Venetia da suoi Capellani.  
 
La Citta d’Aleppo è nella Soria, posta sotto trentanove gradi, è d’aria sanissima e felice, poiché vi si ritrovano molti huomini robusti di età di cento, e più anni, & vi si dorme più di sei mesi dell’anno nelle terrazze sopra le case al discoperto: è situata sopra diverse colline in terreno sassoso, cinta di muraglie giranti circa a sette miglia senza i borghi; sorge più alteramente nel mezzo, con un bellissimo Castello, che pare posto sopra una montagna, & è terreno tutto portaticcio: il Castello nella sommittà è circondato di mura, & Torri munite d’Artegliaria, & attorno ha profonde fosse, con acqua: per entro alla Città corrono in copia grande buonissime acque, e fuori vi passa un corno del Fiume Eufrate; e piena di grandissimi trafichi; che vi concorrono Caravane d’Armenia, di Persia, d’India, di Bagadet, & Ormus, e d’altri infiniti paesi, conducendo molte migliaia di Balle di Seta, Endico, Alacche, Reubarbaro, Canelle, Tele di Cottone in quantita, Muschio, Gioie di piu sorte, & mille altre mercantie, le quali pur sono vendute, overo contracambiate con altre mercantie da Francesi, Italiani, Inglesi, & Fiamenghi, che di continuo vi negotiano: sonovi molti Giudei, che ivi hanno gran trafico, & molti di loro fanno il sensale: parlavisi in tanta diversità di linguaggi, che non credo udirsi tanti in altra città dell’universo. Il gran Turco da Constantinopoli vi manda al governo il Bassa '''[33]''', supremo grado per la militia, il Cadi per la ragione in civile, & molti altri Uffitiali, & Gianizzeri. Risiedonvi per governo de Franchi, diffesa, & mantenimento delle loro raggioni, quattro Consoli, uno per il Christianissimo Re di Francia, uno per il Re d’Inghilterra, uno per la Sereniss. Signoria di Vinegia; & uno per gli stati Olandesi, tutti i quali sono in grande riputatione, e molto honorati. Vi è una Chiesa officiata da doi Frati Zoccolanti, mandatigli dalla famiglia di Gierusalemme, ove concorrono tutti i Christiani Catholici, & vi si dice la Santa Messa, la quale si celebra anco quasi ogni giorno in casa de gl’Illustriss. Consoli di Frantia & Venetia da suoi Capellani.  
  
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Tutti li Maomettani lo portano bianco senza segni, & in mezzo vi sorge un berettino, per il più rosso, che prima e posto in testa: a nissuna altra natione è concesso portarlo bianco, ma deve esser vergato di giallo, argentino, rosso overo d’altro colore, fuori che di verde, poiché a nisun christiano è concesso portare nel vestimento alcuna cosa, che sia verde sotto grave pena; che di questo colore solo usano li Turbanti tutti quelli, che si chiamano parenti del suo nefando Maometto, che sono quelli che vengono generati nel viaggio suo alla Mecca, ove fanno infinite dishonesta. Tutti portano le veste longhe di panno, ò di raso foderate, secondo la possibilità, & l’inverno de bellissime pelli: per la Città non portano arme, ma alcuni usano solo gangiare, che, sono come pugnali ritorti, i paesani archi & frezze. Portano le calce tirate, & alcuni li bolzachini, & tutti le scarpe ferrate.  
 
Tutti li Maomettani lo portano bianco senza segni, & in mezzo vi sorge un berettino, per il più rosso, che prima e posto in testa: a nissuna altra natione è concesso portarlo bianco, ma deve esser vergato di giallo, argentino, rosso overo d’altro colore, fuori che di verde, poiché a nisun christiano è concesso portare nel vestimento alcuna cosa, che sia verde sotto grave pena; che di questo colore solo usano li Turbanti tutti quelli, che si chiamano parenti del suo nefando Maometto, che sono quelli che vengono generati nel viaggio suo alla Mecca, ove fanno infinite dishonesta. Tutti portano le veste longhe di panno, ò di raso foderate, secondo la possibilità, & l’inverno de bellissime pelli: per la Città non portano arme, ma alcuni usano solo gangiare, che, sono come pugnali ritorti, i paesani archi & frezze. Portano le calce tirate, & alcuni li bolzachini, & tutti le scarpe ferrate.  
  
Gli Arabi, che stanno nel circonvicino paese, portano vesti di lana fatte a lista di diversi colori, & vanno sopra Cavalle velocissime, & per arme usano lancie longhissime, ferrate da tutte due le parti. Le donne quando vanno per la Città portano una vesta di tela bianca, che le copre dalla testa fina a’piedi, & sopra la faccia un cendale nero. Si tratenemmo nella Citta d’Aleppo tutto l’inverno havendo sempre dolce conversatione con quei Signori mercanti, da loro ricevendo infinite cortesie, & in particolare dall’Illustrissimo Signor Gieronimo Morosini, dignissimo Console in Soria per la Sereniss, Signoria di Vinegia.
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Gli Arabi, che stanno nel circonvicino paese, portano vesti di lana fatte a lista di diversi colori, & vanno sopra Cavalle velocissime, & per arme usano lancie longhissime, ferrate da tutte due le parti. Le donne quando vanno per la Città portano una vesta di tela bianca, che le copre dalla testa fina a’piedi, & sopra la faccia un cendale nero. Si tratenemmo nella Citta d’Aleppo tutto l’inverno havendo sempre dolce conversatione con quei Signori mercanti, da loro ricevendo infinite cortesie, & in particolare dall’Illustrissimo Signor Gieronimo Morosini, dignissimo Console in Soria per la Sereniss, Signoria di Vinegia.
Passato il Carnevale, e approsimandosi il tempo di seguitar nostro pellegrinaggio, facessimo provigione d’un Vitturino, che in quel linguaggio vien nomato Muccaro: e questi Muccari danno a vettura Muli per andar fina in Gierusalemme, & vi vengono apresso a piedi per governar i Muli, e caricar le robbe, non lasciando a Pellegrini altro fastidio, che di montar a cavallo, & perche per il camino molte volte si allogia in loco, ove non si ritrova da mangiare, ogn’uno fa la provigione, & se la porta seco; et per questo noi pigliassimmo un Mulo per mettervi le nostre robbe, & la vettovaglia, facendo accordo co’l detto Mucaro di dargli vinti Reali per Mulo, & ogni sera per il mangiar delle bestie, mezzo reale in tutto, con patto che ne conducesse in compagnia della Caravana degl’Armeni, fino in Gierusalemme, a ogni sua spesa, & cosi fecero alcuni altri Mercanti Venitiani, Francesi, & Fiamenghi , & ancora doi Reverendi Padri, che ritornavano in Gierusalemme, havendo havuto il cambio.
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Per me, & per il mio compagno, accordassimo un Christiano del paese, che ne servisse per servitore, & interprete; che pur vi sono molti i quali hanno tutte le lingue necessarie per il paese, & attendono a questo particolare: ritrovassimo ancora il Caravan bassi, che ogni anno va con la Caravana de detti Armeni per tenerla a regola, & trattar con li Datiari, che chiamano Cafarieri, per li cafarri, che si pagano della persona, & si accordassimo dargli doi reali per persona per i Cafarri, che si pagano d’Aleppo fina in Damasco, e più di donargli altri doi Reali per uno, per sua buona mano per il fastidio che prendeva; & cosi havendo alli cinque di Marzo 1613, presa licentia da quell’Illustrissimo Signor Console, & da tutti quelli Signori mercanti, doppò il disinare, fatte caricar le bagaglie, & montati a cavallo, accompagnati da tutti quei Signori, più di due miglia fuori della Città, & alla fine con gli ultimi abbraciamenti scomiatandoci da loro seguimmo il viaggio, & la sera arrivammo ad un loco chiamato Cantoman, ove trovassimo tutta la Caravana, che era gionta, & haveva preso tutti i luoghi. Per la frequentia delle Caravane, che passano per questi paesi, hanno fatto fare alcuni allogiamenti lontano uno dall’altro otto overo diece hore di camino, secondo che più torna a commodo, i quali sono in forma quadra, come quì s’usano i Lazaretti, & attorno vi sono loggie, & lochi più a dentro, ove stanno i Muli, & Cavalli, & nelle loggie ove il terreno è rilevato, allogiano le persone sopra’l terreno; ne in tutta Turchia si trova alloggio di altra maniera più commoda. Tutte le Caravane entrano, & albergano ove gli piace, di chi prima occupa il luogo, l’usa, & quando se ne esce pagasi un tanto per persona, ne’ luoghi piu, & ne’ luoghi meno. Il pagar nondimeno tocca solo a Christiani , di qualonque sorte eglino si siano, che i Turchi non pagano cosa alcuna.
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Questa prima sera per esser impedite le loggie, ne convenne allogiare in mezzo al Cane all’aria, & per che il tempo era ancora freddo, havessimo incommodissima quella notte.
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Due hore avanti giorno il Caravan bassi che governa la Caravana, & quando vuole che si carichi, fa gridare in mezzo al Cane da un suo, Amelum, più volte, che significa che si carichi, e che si levi, & monti a cavallo per seguitar il viaggio, fece dar co’l grido il suo segno, & per ritrovarsi tutti vestiti presto si fece a saltar in piedi, a far legar le bagaglie , & caricare: e mossesi alla partita tutta la Caravana insieme. Eravamo dieci Franchi (che cosi chiamano tutti quelli di Europa) & con l’aggiunta de’ servitori facessimo tutti una compagnia, & si tenevamo anco quanto a’luoghi sempre insieme, & havendo cavalcato circa otto hore, arrivassimo a Canfarac, picciol villagio, e alloggiassimo nel Cane, & come i primi d’arrivo pigliassimo il luogo che ne parse più commodo, & poste tutte le nostre robbe unite, appresso le nostre persone, reficiatici di quello che havevamo portato con noi, pasassimo il resto del giorno parte in qualche oratione, parte in raggionamenti.
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Riposati la notte al solito, la matina seguente, che fu alli 7 Marzo due hore avanti giorno, montati a cavallo con l’ordine solito, cavalcando circa a nove hore giungessimo a Marra, Città si, ma quasi tutta distrutta. Ivi è un bel luogo, non solo grande, ma comodo per alloggiare, e anco per comperare vino, e biscotto, & altre robbe per vittualia: quì passato il restante del giorno & la notte al solito, la mattina seguente de gl’otto Marzo montati a cavallo a buon hora, & cavalcato circa sei hore arrivassimo a Cansecon, che è un villaggio di poco conto.  
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'''NOTE'''
  
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'''[15]''' Anche Modone (l’attuale Methoni) e Corone, nel Peloponneso, erano state cedute da Venezia ai Turchi nel 1503 e per questo erano da tempo ritenute pericoloso covo di corsari. Era stata una perdita significativa, perché Modone era un’importante base militare e commerciale della Repubblica Veneta. Come avamposto fortificato era considerato uno degli “occhi della Repubblica”, che osservavano i movimenti nemici, pirati o turchi che fossero. Come stazione di transito sulla via del Levante riceveva spezie, seta grezza, tinture e cera, importate da mercantili privati; le galee dello Stato provvedevano poi al trasporto delle merci da Modone a Venezia. Si notino ancora i tempi di navigazione: 15 giorni per raggiungere l’isola da Venezia nel 1384 (diario di Frescobaldi), 16 giorni nel 1612.
  
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'''[16]''' Attuale isola di Kythera.
  
Itinerario compiuto da Gian Paolo Pesenti da Alessandretta a Gerusalemme, via Aleppo e Damasco
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'''[17]''' Creta.
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Una carovana avanza verso Levante (The New York Public Library)
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Quì pure preso il consueto riposo, il giorno seguente cavalcando per paese molto grasso, e fertile circa sette hore si trovassimo ad Aman , Citta assai grande partita in tre Città, con tre Castelli, posta sopra monticelli, sotto la quale passa il fiume detto Elleasi, sopra’l quale sono molte rote grandissime, che con ingegno portano l’acqua per condotti a tutte le contrade della Città.
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Il paese è molto abondante, e fertile di tutto quello che fa bisogno al vivere, di quì si può andar in tre giornate in Tripoli Città, & porto di mare, che soleva esser scala franca in Soria, & quì apresso vedesi il Monte libano. Noi allogiassimo in un bel Cane in loco assai commodo, & vi restassimo fin alla mattina seguente.
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Montati a cavallo alli dieci di Marzo, & cavalcati per quattro hore fussimo al ponte di Rostan, il quale è sopra la fiumara, che va in Aman: quì sorge un monticello, nella cui sommità vedesi una Chiesa distrutta di S.Giorgio: e seguitando il viaggio in altre cinque hore, si ritrovassimo ad Ems , Città che mostra esser statta assai grande, e bella. Quivi è un Castello sopra un monte che deve esser fatto per fortezza inespugnabile in quel tempo. Habitano in Ems molti Christiani, che sono Greci, Maroniti, & d’altre religioni. Quì e una Chiesa grandissima, che si chiamava Santo Gio. al tempo che era in poter de Christiani, la quale è fabricata con molte belle colonne di marmo, alcune anco bellissime di porfido. In essa da un Christiano ne fu mostrato in certi luoghi sotterranei una capeletta, ove molto tempo è stata riservata la testa di S. Gio. Battista, vi è ancora un altra Chiesa officiata da Christiani, chiamata S. Mariano, di cui v’è il suo Sepolcro tutto d’un pezzo di Marmo, del quale dicono che ch’infermo di febre, o d’altro male, il visita, vi fa oratione & circonda con devotione, subito si risana. In questa Citta anco per ristoro della gente, c’haveva caminato a piedi, vi si restò di più tutto il giorno seguente.
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La mattina dell’altro, che fu alli dodeci Marzo, cavalcassimo per lochi pericolosi d’Arabi, che quasi sempre si tengono all’assedio per quelle strade, per asassinare: e passando apresso ad un Castello chiamato Semsin , seguitando il viaggio in otto hore in tutto arrivassimo ad Assie, Villaggio assai buono.
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Quì allogiassimo, e riposati nel Cane, secondo l’uso fino alla mattina seguente, che fu alli tredeci di Martio, ripigliassimo il viaggio, e cavalcassimo da sette hore intiere, sempre per terreno assai buono, lasciando per tramontana il monte Libano, cosi arrivassimo a Caroler, Città tutta distrutta, che mostra le rovine d’un Castello, già stato assai forte, e fatto con bella architettura.
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Preso quì il solito riposo, la matina seguente che fu alli quatordeci, cavalcando per tre hore passassimo apresso a Nerbeche , Castello assai habitato, & seguitando per lochi sospetosi d’Arabi ladri, in altre hore otto per colli, & valli, pervenissimo a Cataife , ove allogiassimo in un belissimo Cane, di tutti gl’antecedenti il più ben fatto, e meglio compartito a tutte le commodità. Cataife, e una Villa assai grande, che si spiega in un bel piano, & fertile in ogni parte. Quivi nondimeno fu assai che dire, che per essere il patrone del Cane troppo superbo, & volendo che se gli pagasse assai più del solito di Cafarro, quì che il Caravan bassi hebbe assai contristato fu sforzato montar a cavallo con altri principali della Caravana, & andar a Damasco dal Bassà, a narrargli il successo, il quale informato del vero, spedì subito un suo Gianizero, con comandamento, che non dovesse pigliar più del solito, sotto grave pena. Ma tra l’andata el ritorno d’i quelli, a noi convenne restar ivi il giorno seguente.
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Alli sedeci marzo incaminati a buon hora doppo ‘l viaggio di nove hore giongessimo alla bella, & gran Città di Damasco  allogiata la caravana nel luogo solito molto male, noi pigliassimo a piggione certe stanze, nelle quali riponessimo le nostre robbe, & s’accomodassimo per puotere riposare, col minor disconcio possibile per dormir in terra. Damasco è Città assai grande d’aria bonissima, di circuito circa a sei miglia Italiani, compresi però i borghi; ha bellissime Moschee & Torri, & i più bei Bagni che s’habbia la Turchia, per quanto n’ho vedut’io. Campeggia in pianura, & con acquedotti dispensa acqua quasi in tutte le case, oltra le bellissime fontane, che nei Bazzarri, & luoghi publici gratiosamente vi spiccano, & oltra alcuni fiumicelli, che. la vanno per varie parti scorrendo, & intersecando, che poi uniti solevano passare da una parte apresso le mura, ma l’accrescimento fatto de’ Borghi fa parere, che tuttavia passino per entro al corpo della Città.
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Da una parte ha le muraglie assai buone, & duplicate con molte Torri, dall’altra è circondata da un corno d’acqua. Nel mezzo della Città vi è un forte Castello, c’ha torri & muraglie belissime & con fossa atorno. Gli huomini vi sono belli, & le donne bellissime, benché queste con difficoltà si veggano, perche portano coperto il volto. Vi risiede un Bassa con suprema autorità, & comanda a grandissimo paese, & a tutti i luoghi, che sono da Ems, fin’apresso a Gazza, che è di la da Gierusalemme. Ma oltra il Bassà vi sono anco diversi altri, che hanno doppo lui gradi di comando; come il Cadi, il Sangiacco , & Aga Capitani de Gianizeri, de quali di continuo ve ne stanno più di quattro milla pagati dal Gran Signore.
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I cavalli quì vi sono di molta belezza, & bontà, & vi s’adornano con superbissimi fornimenti. Sonovi anco molti Bazarri, è quasi tutti coperti di legname con artegiani d’ogni sorte, & in particolare di drappi di seta, vi è assai abondante il vitto, & in tanta copia le salatte, & i frutti, che a pena può vedersi; & quel che rende meraviglia maggiore è, che i frutti vi durano tutto l’anno, onde tra gl’altri l’uve da questo tempo parevano all’hora spiccate dalle piante.
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Il territorio circonvicino, in somma è quasi tutto irrigato da quelle acque; che però sono infiniti li giardini bellissimi, e questi pieni di diverse piante de frutti, Limoni, Naranzi, Peri, Pomi, Armandole, Prune, Arbicocchi, & v’è in particolare il Zibebo nomatissimo per tutti que’paesi, & altre sorti de frutti, & fiori infiniti, che nel tempo del nostro arrivo fiorivano. Dalla parte verso Tramontana vi sono montagne altissime, che la difendono da quell’aria, & alla ripa di detta (che può esser lontana un milio dalla Città) vi è un belissimo borgo assai grande, & habitato, ove passano diversi canali di acqua: quasi al mezzo della montagna v’e un loco, nel quale dicono esser stati i sette dormienti tanto tempo, & hora è fatto Moschea, & vi stanno alcuni Santoni. Nella Città habitano molti Hebrei, che fanno negotij diversi, & molti Christiani ancora di diverse religioni, come Greci, che vendono buon vino, & Cossiti , & alcuni puochi Maroniti, che vivono sotto l’obedienza della Sede Apostolica, & vi hanno una picciola Chiesa con Indulgenze, ove i suoi preti cantano gli ufficij, & celebrano in lingua Caldea, vi è la casa di S. Anania, ove egli ammaestrò S. Paolo nella fede di Christo. Vi è in un Bazarro la fontana, ove lo battezzò, della quale noi in passando molte volte bevessimo. Fuori della porta di S. Giorgio, nella muraglia si vede un pertugio appresso ad una Torre, dove S. Paulo essendo in pregione fu da suoi discepoli con una fune, entro a una cesta, calato nella fossa, & se ne fuggi, & ivi apresso v’è la grotta, ove si nascose. Vi è di più una Chiesa tutta distrutta di S. Giorgio, ove è solo una picciola capelletta, nella quale molti Christiani vanno a far oratione, & dicono in quel luogo esser stato longo tempo un braccio di detto Santo. Quasi nel mezzo della città trovasi una Chiesa, già chiamata S. Zacaria, che hora è la principal Moschea, la qual era fatta con arteficio stupendo, con molte Colonne di porfido, & altre d’altra nobil pietra, è tutta molto adorna de marmori, & mostra d’esser stata più grande di S. Paolo di Roma. Ha le porte di bronzo, figurate di molte Historie del testamento vecchio, & dicono essere state le porte del tempio di Salomone, & da un Re trasportate dopo la ruina di quel tempio, in Damasco. Alli christiani è vietato l’entrarvi: ma in passando entro per le gran porte si veggono benissimo tutte le cose. Fuori della Città s’apre un bellissimo prato, quasi in forma di theatro irrigato da diversi canali d’acqua, ove si riducono a far li suoi spassi, & bagordi; & in questo tempo, che noi vi passammo, un giorno vi andò quasi tutto il popolo di Damasco con tende, & padiglioni, & molti con cavalli superbamente adorni, correndo e facendo giochi, & bagordi, e dicevano di far quelle feste, per allegrezza della ritornata Primaviera.
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Questa Città nel tempo, che vi fioriva il negotio di Levante, & che vi era scala franca, mandandovisi i Consoli, era molto più habitata, & frequentata da molta varietà di nationi: ma per li molti torti, che facevano a mercanti con gravi danni, estorsioni, & gabelle; non puotendo più durarla, si ritirorno in Aleppo, ove il negotio sin hora va continuando.
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Damasco è lontano dal porto di Tripoli circa a tre giornate, & vi si spendono i medesimi denari che in Aleppo; ma sono diferenti di corso, perche i cecchini vagliano da decinove, in vinti Saine, & le Saine cinque Maidini l’una: gli Ongari è Sultanini una Saina manco. Variano anco secondo lo stampo, & tutto vol esser di peso: i Talari d’Alemagna vagliono dodici Saine 1’uno, e quì non fanno differenza da reali di Spagna a talari d’Alemagna. Riposati che fussimo in questa Citta sei giornate si fece risolutione che la Caravana partisse, & seguitasse il viaggio, onde facessimo provigione di vino, informati che da quì fino a Gierusalemme non ne haveressimo trovato: si provedessimo ancora di pesce, che quì era buonissimo, di biscotto, & d’altre cose; Et perche di qua avanti sono molti Cafarri, & i Cafarieri fastidiosi, massime con i Franchi, trattassimo co’l Caravan bassi che egli pagasse tutti i cafarri per noi, fino alla porta di Gierusalemme, & che fosse obligato in arrivando noi ad Ottochiar mandare Arabi con noi, fino a Nazarette, & a pagare quelli soldati, & il Cafarro, & con non picciola dificoltà ne accordò in vintisei reali per ogni persona de Franchi, & per i servitori la mettà per essere del paese.
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Et essendo tutti all’ordine alli vintidue di Marzo, la mattina partessimo, & essendo cavalcati circa a due hore, arrivassimo al luogo ove S. Paolo chiamato dal Cielo, fu miracolosamente convertito. Quì v’era una Chiesa, ma v’è stata distrutta, insieme con le case, che vi erano appresso. Cavalcando altre otto hore, arrivassimo a Saffa , & allogiati in assai buon luogo in un Cane al solito, il giorno seguente incominciò a piovere in tanta abondanza con vento, & nebbia che il Caravan bassi, & gli altri, che governavano la Caravana, deliberorno non partirsi dubitando de pedoni, per esser la strada la peggiore che si ritrovi in tutto questo viaggio. Et cosi quì restassimo tutto il giorno. La mattina de’ vintiquattro, parendo che il tempo si accomodasse, caricate le some, & montati a cavallo, tutta la Caravana si parti; ma non fussimo lontani un’hora di camino, che incominciò a cader molta acqua, & soffiar un vento freddo, che ne portava la pioggia in volto: & essendo la strada guasta, e piena per l’antecedente pioggia de fanghi altissimi, & anco in molta parte di molti sassi, passandosi per Valli, et Colli, non vi fu quasi ne mulo da soma, ne altra cavalcatura da persona che non cadesse piu volte, & non andasse in pericolo grandissimo d’affogarsi ogn’un di noi; & sempre più crescendo il vento, & l’acqua, & la nebbia rendevaci stranamente malagevole il cavalcare. Onde se bene la giornata doveva esser breve, ne convenne star a cavallo tutto il giorno, fin alla sera, senza pur potere prender cibo alcuno. Quelli che erano meglio a cavallo arrivarono sul tardo a Covetra , luogo dove è un Cane all’alloggio assai commodo; ma perche nulla mancasse all’infelicità di quella giornata, trovassimo il Cane occupato da una Caravana grande de Camelli, & muli, che andavano a Damasco; onde a noi convenne alloggiare malamente in un Bazarro, havendo io donato un reale ad un Moro, che m’affittò per quella sera un picciol loco, ma cosi sconcio, & sproveduto, che non potessimo pur far fuoco per rassiugarsi tutti noi dieci, nondimeno rendessimo gratie a Dio che ci avesse condotti in salvo; non comparendo però per anco le nostre some, dubitavamo molto d’haverle perdute, ne trovando che comperar da cibarci, si raccomandavamo con sospiri alla Divina providentia; pure ad una hora di notte comparsero li nostri servitori con le some, se bene molto piene di fango & acqua, & scaricate nel miglior modo che si puote, noi si ristorassimo alquanto. Fu pessima la giornata per quelli della Caravana, che restorno la notte per il viaggio, che furono più della metà di lei, e se ne ritrovarono mancare più di dieci, che miseramente s’affogarono. Il Caravam bassi, & li Governatori della Caravana fecero molta diligenza, per radunare la gente dispersa; e per questo ne convenne il giorno seguente restar in detto loco di Conetra, infin tanto che vennero li restati, & s’accomodò anco il tempo, & si potessimo asciugare.
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La mattina per tempo delli 26 si diede ordine per seguitar il viaggio, & doppo caricate le bagaglie, montati a cavallo, non fussimo lontani tre hore di camino in una valletta, che un Capo d’Arabi, con molti de suoi ne fece fermare tutti, & volse che gli fusse pagato il cafarro, facendone passare & pagare ad uno, ad uno, & se alcuno cercava sfugirla per altra parte, v’era fatta adosso una caricata di busse.
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Il paese che si passa di qua avanti è tutto habitato da Arabi, gente indomita, ladra, & pessima, la quale sapendo che in questi tempi passano le caravane, viene all’assedio dei passi, e vole i cafarri, & fanno alle volte pagar molto più del solito. Havendo tutta la caravana sodisfatto all’ingordiggia di costoro, seguitassimo il viaggio, e arrivassimo per monti, & valli al ponte di Giacob, il qual fa passo sopra il fiume Giordano, ponte fatto di pietra, con tre archi, che fu il termine della Soria, doppo’l quale imediatamente segue la terra di promissione, la Palestina, la terra Santa, & si dice che Giesù nostro Signore, mentre dimorò in questo mondo per noi in carne mortale, non passò di quà più oltre, che sin al detto ponte e fiume. Questo è certo, che passando questo fiume pare si entri in un Paradiso terrestre, facendosi notabilissima la differenza della bontà dell’aria, della bellezza del paese.
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Passato il ponte tutti noi dieci, smontati, e per allegrezza di esser giunti alla tanto desiata Terra Santa, prostrati in terra, e bacciatala divotamente con lagrime di tenerezza, cantassimo il Salmo, Te Deum laudamus, indi per divotione, bevuto una volta dell’acqua di detto fiume, tanto per l’universo famoso, rimontati seguitassimo il viaggio per paese, che abbonda de buonissimi pascoli, che in questo tempo apunto mostrava folte et alte l’herbe, la sera essendo in una fiorita pianura, smontati, & rinfrescati per quella notte restassimo all’aria a dormire. La mattina seguente, che fu alli vintisette, due hore avanti giorno, cavalcassimo per colline molto amene, & arrivassimo ad un loco, ove è pozzo di Giacob, & a mezza mattina arrivassimo a Minia, loco in ripa al mare di Galilea, e da quì puoco lontano era Cafarnaum.
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Quì intorno Nostro Signore raccolse molti de suoi Apostoli, che vi erano pescatori, e sopra questo Mare molte volte caminò a piedi asciutti, e vi fece di grandissimi miracoli. Intorno al quale erano già molte Città, & infiniti Castelli , molto habitati per esser paese delitioso, e abondante.
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Hora quella riviera è quasi al tutto dishabitata , e’l Mare (che più osto può chiamarsi lago) è fatto dal fiume Giordano, che vi entra, e n’esce, e l’acqua ha cosi poco del salso, che si può anco bere.
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Qui ne convenne pagar un altro cafarro, & ne fecero fermare più di due hore; e havendo dal nostro servitore fra tanto fatto ricercare se vi era chi havesse pesce, essendone abondantissimo quel mare, e non ne trovando, con la promessa d’una buona mano, in puochissimo tempo vi fù, chi con una piciol rete ne prese una grandissima copia, & ci fu di gran diletto il veder si fortunata tratta; onde dato al pescator alcuni pochi danari, e per noi preso il pesce, seguitassimo la Caravana, che di già era partita, & cavalcando lungo la riva del detto Mare passassimo Magdalò , Castello già di S. Lazaro, hora al tutto distrutto; e qui apresso un’altro capo d’Arabi volse un altro cafarro, trattenendoci più d’un hora. Spediti qui la caravana andava verso Ottochiar, per riposar la sera al solito, noi per desiderio di vedere le rovine della Città Tiberiade, & i famosi bagni vicini, presi doi Arabi, & Gianizeri con noi, lasciata la caravana a rinfrescarsi nel loco, ove si dice, che Giesu N. S. fece il tanto memorando miracolo di satiar con cinque pani e pesci, tante migliaia di persone, cavalcando in riva al detto Mare, in due hore di viaggio pervenessimo alla rovinata, & quasi al tutto distrutta gran Città di Teberiade , hora de puochissimi albergo: & d’indi puoco lontano si trasferissimo a bagni, & smontati vedessimo come detta acqua sorgeva dalla terra, tutta fumante, & si calda, che non la potevano sofferir le mani.
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Vi erano quì anticamente fabricati diversi luoghi, come sono anco più i bagni, & di vario calore, più, & meno, appropiati a diverse infermità: hora quasi il tutto è rovina.
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Mappa della Palestina, tratta dall’Atlante nautico e terrestre manoscritto, opera dell’officina del cartografo genovese Battista Agnese, attivo a Venezia nella prima metà del sec. XVI (Bergamo, Biblioteca Civica ‘Angelo Mai’, ms. MA 557, f. 18v-19r). La carta è chiaramente derivata da una tabula nova di un’edizione tolemaica del 1541
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Per continuar il nostro viaggio, & unirci alla Caravana, ci convenne ascendere un monte molto faticoso, che nella sommità apriva una bella pianura, benissimo coltivata: cavalcando giungessimo all’imbrunirsi del Cielo ad’Ottochiar, villaggio puoco discosto dal Monte Tabor, & allogiati nel Cane al solito, si facessimo cucinare il pesce, che ci riusci di pretioso gusto. Riposati la notte, la mattina seguente, che fu alli ventiotto, di buon hora, havendo prima detto al Caravan bassi, che ne desse la guida, & gli Arabi, che ne conducessero alla Città di Nazarette, che è lontana, & fuor di strada da quatro hore di camino, egli subito gli fece mettere all’ordine, & noi lasciando li servitori con le robbe dietro alla Caravana, montassimo a cavallo con la guida facendo il viaggio per boschi, & monti senza strada, o sentiero & in spatio di quatro hore in circa, nel calar d’un monte, havessimo sotto gl’occhi la hora quasi distrutta Città di Nazarette  al presente habitata dai peggiori huomini del Mondo, la qual e posta sopra una collina: e non fermandoci, giungessimo in una valletta piena di piante antiche d’Olive, quì uno di quelli Arabi, che ci haveva accompagnati, andò nella Città a parlar con li Governatori, acciò potessimo andar sicuramente a visitar il loco Santissimo di Nazarette . Ritornò l’Arabo con uno de prencipali, che ci negò l’andata, se non gli pagavamo il cafarro; & con tutto che gli dicessimo haver pagato al Caravam bassi (d’accordo sorsi con quell’Arabo, che ne condusse) ci sforzò, se volevamo vedere il luogo a donargli altri diece reali tra tutti.
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A piedi dunque se n’andassimo nella Città al luogo, ove era la Chiesa, & Convento altre volte de Frati Zoccolanti, hora il tutto è rovinato, & a pena ve’n’appare forma alcuna. Arrivati ove era la Chiesa, calati con lumi da quattro scalini, entrassimo per un piciol uscio nel loco Santissimo ove era la casa, che hora si ritrova a Loreto: & si vede chiaramente il miracolo della trasportatione anco da luoghi, restati fabricati dell’istessa materia di calze, & mattoni. S. Elena madre di Costantino Imperatore, la quale fabricò, & adornò di Chiese, & Conventi molti de luoghi ove Giesù Christo Sig. nostro dimorò, patì, & fece miracoli, quì in particolare haveva fatta una bellissima Chiesa & convento, & era la Chiesa sopra il loco vacuo restato, & in memoria vi sono piantate due Colonne di marmore berettino  nel mezzo, una nel luogo, ove la Vergine Santissima si ritrovava quando fu salutata, l’altra ove fu annunciata dall’Angelo. Qui ingienochiati, facendo oratione, ringratiassimo il grande Iddio, che ci havesse concessa tanta gratia di puoter arrivar a visitar il loco, ove s’incarnò la Salute dell’Universo, & contemplando le Santissime dimore, attioni & orationi ivi fatte della Regina dei Cieli, & gli operati misteri divini, non vi fu persona di noi che potesse ritener le lagrime: o come era caro a noi il dimorar in quel luogo; ma instandoci quegli Arabi al partire, doppò la troppo breve dimora d’un quarto d’hora, bacciato, & lambito quel sacrosanto suolo, uscissimo fuori, e caminando verso la valle, ove avevamo lasciati i Muli.
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Havendo inteso che nel circonvicino luogo v’era la Fontana, ove la Vergine Santissima andava a pigliar l’acqua , pregassimo un di quegl’Arabi, che la ci insegnasse: egli doppo molte negative si ridisse a farlo per un donativo di quattro altri reali, ci condusse dunque al luogo, che può esser lontano dalla Citta un quarto di miglio, ove per materia dell’oratione, divota cosa ci fu il considerar le tante volte che a quella fonte per acqua se n’era andata la madre di Dio: & havendone ancora noi devotamente bevuto, molto consolati ritornassimo al viaggio, tirando verso il Monte Tabor, & cavalcando per monticelli in tre hore di viaggio fussimo alle radici di lui.
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Questo monte sale altissimo : è tutto posto in isola, e mirasi intorno alcuni monticelli, dietro alla costa, del quale per erto calle poggiando noi, havessimo l’intoppo d’un folto bosco, che ci tolse la comodità del cavalcare. Onde smontati lasciando alcuni alla guardia de muli s’inviassimo a piedi alla salita che ci riuscì molto difficile, tanto che prima del giunger alla sommità, ne convenne molte volte riposare. Nel resto del viaggio a piedi vi consumassimo circa due hore. Arrivati cola su stanchi, & molli di sudore, doppò alquanto di riposo, si dessimo a rimirar il sito. Nel sommo suo quel monte spiega una bellissima pianuretta di circuito circa un quarto di miglio, ove vedesi che anticamente sono stati belli edificij; di Chiese, & Monasterij . Hora vi si conservano solo in un luogo alquanto sotterra tre Capellette, ove Giesù Christo alla presenza de’ tre favoriti Apostoli suoi, Pietro, Giacomo, & Giovanni, si transfigurò  apparendovi Moisè, & Helia.
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Quì havendo fatta oratione, & considerato come in quel luogo apunto vi era stato il Redentor del mondo, e vi haveva mostrato in parte i raggi della sua gloria, non mancassimo di pregare humilmente gratia di poter da questo, doppò la vita presente, salir al monte del Paradiso, & ivi goder gli immensi splendori della sua Maestà.
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Nel riconoscere quella pianuretta ritrovassimo due grandi cisterne piene d’acqua, socorso oportuno all’ardente sete, che penosamente ci affligeva: indi riguardati i paesi circonvicini, che molto da longi si scoprono per esser altissimo il monte, & dimoratici più d’un hora & rinfrescati, ritornassimo giù per li medesimi dirupi al luogo, ove ci aspettavano con li muli, & rimontati, dietro alla guida in poco tempo venessimo ad’una pianura, ove la Caravana era allogiata. Smontati, & riposati ivi restammo all’aria fin all’alba del giorno seguente, che fu alli 29. di Marzo.
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All’alba dunque inviandoci, & cavalcando per pianure, & colli di molta fertilità a mezzo il camino intorno vedessimo à piedi d’un monte la Città di Nain, ove Giesù Christo Signor nostro resuscitò il figliolo della vedova; se bene non si vede Nain, ma solo le vestigia di quella Città , ch’hora poco più che le vestigia vi restano di lei: & seguitando a mezzo giorno arrivassimo a Gienin Castello , ove riposassimo in una bella pianura, apresso ad un fonte il resto del giorno. Verso la sera venne l’Emir riscotitor del Cafarro, & fece comandamento, che tutta la Caravana si riducesse ad’allogiar al solito nel Cane; s’ubedì, & quì si restò tutta la notte. La matina seguente, che fu alli trenta quando si pensavamo partirsi per tempo, l’Emir che riscoteva il Cafarro, dimandò quasi il doppio del solito, onde vi fu molto che gridare, & poco mancovi, che non si venesse alle mani col Caravam bassi, & gli altri principali della caravana; & se noi non eravamo accordati col detto Caravan bassi, eravamo costretti pagar diece cechini per testa; ma ci fu tanto che dire, & che fare, che passo mezzo giorno prima che fusse composta la cosa. Questo è il peggior luogo che si passi, & il più grosso Cafarro, che si paghi in tutto quello viaggio, essendone patrone un Arabo crudele. Nel riscotersi il danaro tocorno a molti poveri Armeni, & ad altri Christiani del paese molte indegne percosse. Quasi ad’hora di vespro si movessimo al viaggio, e cavalcando poche hore, arrivassimo in una pianura tra due monti, ove di novo fussimo incontrati da un altro Capo d’Arabi, che ne fece fermare la notte in detto luogo; & la matina seguente, che fu l’ultimo del mese ne fece pagare un altro Cafarro. Indi usciti cavalcando, vedessimo puoco giù di strada le vestigie di Sebesten , Citta, & la Chiesa di Santo Gio.Battista eretta, ove il detto Santo fu decollato; & in un prato alcune colonne in piedi, & alcune cadute, & rovinate, et pare esservi stato un bel theatro; & seguendo sin doppo il mezzo giorno arrivassimo alla Città di Napolosa , detta già, Sicar, ove riposassimo tutto il resto del giorno: è assai bella & habitata questa Città; & giace in una valetta, tra due monticelli.
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Carta della Palestina, dal Pauli, codice diplomatico del Sovrano Militare Ordine Gerosolimitano (Roma, 1594)
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La mattina seguente, che fu il primo d’Aprile doppo un longo contrasto, & disturbo per l’interesse del Cafarro, inviatisi fuori della porta circa a un miglio, alquanto giu di strada, a man manca, ne fu mostrato il luogo, ove è il pozzo; sopra’l quale assiso Nostro Signore dimandò da bere alla Samaritana, dal quale benché con fatica levati alcuni sassi dalla bocca, cavassimo acqua, & per devotione ne bevessimo. V’era quì anco per memoria del tutto, fatta una bella Chiesa, ma l’insulto del tempo, o degl’huomini l’havea distrutta . Seguitando il viaggio per una bella pianuretta, & per monticelli assai abondanti d’olive, verso sera arrivassimo a Canlate, & allogiassimo alla campagna. La mattina seguente, che fu alli doi d’Aprile, levati all’aurora, & cavalcando, a mezza mattina da un alto colle, vedessimo di lontano la desiata, bramata, sospirara Santa Città di Gierusalemme, onde subito balzati per allegrezza da Cavallo, basciata la terra con giubilo infinito, cantassimo il Te Deum laudamus.
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Rimontati, senza aspettar il resto della Caravana, cavalcando di buon passo, per colli, & pianure, che tutte tempestate vedevansi d’infinite roine di Theatri, aquedotti, & Edifitij, quasi tutti spianati fin alli fondamenti, passata l’hora di mezzo giorno, arrivassimo alla Città, & ne fu detto, che andassimo alla porta chiamata, Babel Cali, che di la entraressimo.
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Quì dismontati, mandassimo aviso al Convento, al Reverendo Padre Guardiano della nostra venuta, il quale mandò il Truciman maggiore, per la licenza del Sangiacco, & ottenutala, ne venne à ritrovar alla porta, ne fece entrare, & ne condusse al Convento, ove fussimo incontrati da molti di quei Reverendi Padri, & molto accarezzati da tutti, & in particolare da quelli, che erano venuti in nostra compagnia da Vinegia, fino in Cipro. & havendo prima buona pezza discorso delle cose a loro, & a noi avvenute per il viaggio, è doppò presa la refettione, che tra tanto altri ci haveano apprestata, passassimo il restante di quel giorno fino presso a sera, visitando divotamente la desiata Chiesa, & rimirando quel puoco commodo Convento.
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'''[18]''' Il bertone era un grosso tre alberi da carico a vele quadre, con castelli altissimi.
  
Vai a '''[[Pellegrinaggio di Gerusalemme - Parte 2]]'''
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'''[19]''' Fin dall’inizio le armi da fuoco si distinsero in armi portatili e in artiglierie. Quelle portatili erano: pistole, archibugi e moschetti; le artiglierie si distinsero in falconi, falconetti, spingarde, cannoni, colubrine, bombarde, mortai e petriere.(''cfr.'' TOMMASO ARGIOLAS, ''Armi ed eserciti del rinascimento italiano'', ed. Newton & Compton, Roma, 1991, p. 106).
  
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'''[20]''' Limassol.
  
'''NOTE'''
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'''[21]''' Larnaca.
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'''[22]''' Cipro rimase sotto il dominio veneziano fino al 1571, quando venne conquistata dai turchi.
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'''[23]''' Giaffa.
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'''[24]''' Il caramussale era un bastimento a vela da carico turco, munito di un alto castello a poppa. Il termine veniva dal turco ''qarāmussāl''.
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'''[25]''' Siria.
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'''[26]''' In età moderna vi erano mesi in cui era evitata la navigazione: generalmente si navigava da aprile a settembre. In autunno e inverno si prendeva il largo solo per gravi urgenze, soprattutto se si trattava di galere e imbarcazioni simili, più vulnerabili dei velieri alle tempeste. (''cfr.'' M. LENCI, ''op. cit.'')
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'''[27]''' Famagosta è situata sulla costa orientale dell’isola di Cipro, nella baia di Famagosta. Venne fondata, col nome di Arsinoe, attorno al III sec. a. C. da Tolomeo II Filadelfo che intendeva stabilire nel Mediterraneo orientale l’egemonia egiziana. Essa venne poi distrutta nel 647 d.C. durante l’occupazione araba di Cipro, quindi, nuovamente restaurata, godette di un lungo periodo di fortuna a partire dal 1195, anno di fondazione del regno crociato dell’isola sotto la dinastia dei Lusignano. L’importanza del porto suscitò l’interesse di Genova e Venezia che vi aprirono i loro fondaci finchè nel 1489 Caterina Cornaro, vedova di Giacomo II di Lusignano, cedette l’isola alla Repubblica di Venezia, che fece di Famagosta il centro economico dei propri traffici. L’assedio della città nel 1570-71 segnò il punto culminante della guerra tra turchi e veneziani per il possesso dell’isola, che terminò con la resa del governatore veneziano Bragadin al comandante turco Mustafà Pascià che prese possesso dell’isola. La perdita di Cipro determinarono nella Repubblica di San Marco un riassestamento di ordine finanziario e costituzionale che incise notevolmente sullo sviluppo della società veneziana alla fine del ‘500.
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Tra le numerose costruzioni del periodo veneziano ricordiamo l’imponente bastione Martinengo (1558).
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'''[28]''' Nell’attuale Turchia; fu fondata dai greco-macedoni dopo la battaglia di Isso (333 a.C.).
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'''[29]''' Attuale Iran sud-orientale.
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'''[30]''' Aleppo si trova nell’attuale Siria nord-occidentale, vicino al confine con la Turchia. È una città antichissima, già presente nel II millenio a.C. nella sfera di influenza ittita. Dopo una lunga storia in cui Aleppo conobbe periodi di diverse dominazioni (fu conquistata dai persiani, da Alessandro Magno, dai Seleucidi e dai romani) la città, a lungo contesa tra musulmani e bizantini, venne sottomessa nel 1078 ai Selgiuchidi. Nel 1189 Saladino la trasformò in centro di resistenza ai Crociati facendovi costruire un complesso architettonico tra i maggiori della Siria. Nel 1260 venne gravemente danneggiata dai Mongoli e in seguito venne sottomessa ai mamelucchi d’Egitto. Dal 1520 venne annessa all’impero ottomano. Nel periodo che seguì Aleppo mantenne la propria importanza commerciale e prosperità.
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'''[31]''' Il termine del deriva dal turco ''yeniçeri'' che significa “nuovo soldato” e collettivamente, “nuova milizia”. I giannizzeri formavano le unità di fanteria dell’esercito ottomano. I gianizzeri costituivano un’aristocrazia militare ristretta, il cui numero non superò mai poche migliaia di unità. Al vertice vi era una sorta di consiglio supremo degli ufficiali detto ''divano''. Giannizzeri erano gli alti funzionari governativi, i comandanti militari, i ministri dell’esercito e della marina, i tesorieri, gli ufficiali pagatori e gli effettivi delle guarnigioni stanziate nell’entroterra (''cfr.'' M. LENCI, ''op. cit.'')
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'''[32]''' Antiochia si trova nell’attuale Turchia. Sorge sul fiume Oronte e il suo nome attuale è Antakya.
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Nel 301 a.C. venne fondata da Seleuco I Nicatore, capostipite dei re di Siria, e intitolata al padre Antioco. (Antioco III vi fondò la terza grande biblioteca dell’antichità dopo Alessandria e Pergamo). Nel 64 a.C. divenne parte dell’impero romano come capitale della provincia di Siria, mantenendo però una certa autonomia e, grazie alla sua posizione geografica e strategica divenne un importante centro culturale, militare politico (sede del governatore romano) e commerciale, prosperando al punto da venir definita “regina d’Oriente”. Ai tempi di Erode il Grande Antiochia era ornata da splendidi edifici ed era attraversata da una strada lastricata di marmo a spese di Erode il Grande.
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In Antiochia si organizzò presto una fiorente comunità di cristiani di origine giudaica e furono proprio questi fedeli che per primi vennero chiamati “cristiani”.
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Dopo un lungo periodo di diverse dominazioni (persiana, araba bizantina e selgiuchide) nel 1098 la città divenne la capitale dell’omonimo principato crociato. Nel 1268 venne saccheggiata ed occupata dai mamelucchi; nel 1517 fu conquistata dagli ottomani.
  
 
'''[33]''' Nell’impero ottomano il termine ''pascià'' indicava un alto titolo onorifico militare o amministrativo. Generalmente veniva posposto al nome proprio.
 
'''[33]''' Nell’impero ottomano il termine ''pascià'' indicava un alto titolo onorifico militare o amministrativo. Generalmente veniva posposto al nome proprio.
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'''[37]''' Il tallero, grossa moneta d’argento del peso di circa 30 gr, venne coniata nel 1484-86 dall’arciduca Sigismondo del Tirolo. Ben presto il tallero ebbe ampia diffusione in Germania, ove fu introdotto nel sistema monetario da Carlo V, e fuori dall’impero, in Olanda e Italia.
 
'''[37]''' Il tallero, grossa moneta d’argento del peso di circa 30 gr, venne coniata nel 1484-86 dall’arciduca Sigismondo del Tirolo. Ben presto il tallero ebbe ampia diffusione in Germania, ove fu introdotto nel sistema monetario da Carlo V, e fuori dall’impero, in Olanda e Italia.
  
'''[38]''' Presumibilmente si tratta di caffè; il caffè è originario dell’Etiopia (regione del Caffà) e venne importato in Europa dagli arabi verso la fine del sec. XVI.
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'''[38]''' Si tratta evidentemente del caffè; originario dell’Etiopia (regione del Caffà), esso venne importato in Europa dagli arabi verso la fine del sec. XVI.
  
 
'''[39]''' ''Ramadan'', dal nome del nono mese del calendario musulmano.
 
'''[39]''' ''Ramadan'', dal nome del nono mese del calendario musulmano.
 
'''[40]''' Converrà qui ricordare che proprio ad Aleppo, punto di convergenza delle antiche vie terrestri di Turchia, Arabia e Mesopotamia, nel 1581 era nata la Compagnia del Levante, un’impresa commerciale britannica che qui realizzava i suoi scambi con i mercanti arabi, importando poi in Occidente spezie e altre raffinatezze, quali vino, olio, miele, uva passa ecc. Tale Compagnia trovò però presto un formidabile concorrente nella Compagnia inglese delle Indie orientali che, anche in seguito al declino di Venezia e della navigazione nel Mediterraneo, spostò le vie commerciali su altre rotte. Nel 1603 il capitano inglese James Lancaster aveva aperto il commercio marittimo con l’Oriente, e in breve la Compagnia delle Indie orientali dimostrò che poteva acquistare una partita di spezie in Estremo Oriente a circa un terzo del prezzo che la Compagnia del Levante pagava per la stessa quantità ad Aleppo. La differenza si spiega con le sovrattasse che i mercanti orientali esigevano per consentire il trasporto delle spezie dapprima via mare attraverso l’oceano Indiano e il golfo Persico, quindi per carovana attraverso la Persia e la Mesopotamia. Oltre che pagare il costo delle spezie, la Compagnia del Levante doveva dispensare danaro a piene mani per mantenere buone relazioni con gli avidi funzionari ottomani che nel Medio Oriente governavano un territorio di oltre quattro milioni e mezzo di chilometri quadrati. Le elargizioni al sultano e ai suoi favoriti andavano dal versamento di monete d’oro a regali, quali orologi incrostati di gioielli, brocche d’argento, o una muta di 23 cani ben addestrati. Questo supplemento, che la Compagnia del Levante includeva nelle sue tariffe di vendita a Londra, accresceva ulteriormente il divario tra i suoi prezzi di vendita e quelli della Compagnia delle Indie orientali. Ma i finanziatori della Compagnia del Levante scoprirono ben presto che il basso costo delle spezie a Londra era una fortuna insperata sia per il pubblico che per loro stessi. Potevano infatti comperare a Londra invece che ad Aleppo, e quindi rispedire le spezie via Mediterraneo per rivenderle ai mercanti del Medio Oriente. Nel 1626 il valore delle esportazioni verso la sola Turchia ammontava a 250.000 sterline e la Compagnia traeva profitti maggiori di quanti non ne avesse realizzati quando il suo traffico commerciale si svolgeva in senso inverso.
 
  Nel periodo precedente alle Crociate non c’era persecuzione dei cristiani da parte dei musulmani: i pellegrini pagavano tributi, o cafarri, ai signorotti musulmani locali. I signorotti presenti in Terrasanta erano dipendenti nominalmente dal califfo di Bagdad, la cui autorità era però contestata dal califfo del Cairo.
 
Passato il tempo delle Crociate, Pesenti si trova a sperimentare una situazione analoga: nell’impero ottomano la presenza dei cristiani viene tollerata, ma ad ogni sosta viene loro imposto il pagamento di un tributo.
 
  Hamah, o Hama, in Siria, capoluogo dell’omonima provincia, situata sul fiume Oronte. Le origini di questa città sono molto antiche: scavi archeologici testimoniano una presenza abitativa che risale al quinto millenio a.C. Nel I millenio a.C. era il centro di uno stato aramaico indipendente. Pesenti parla di tre città perché dal XII secolo, in epoca araba, Hama si iniziò a sviluppare sulla riva sinistra del fiume in una città alta e in una bassa, circondate da mura, mentre sulla riva destra vi era un sobborgo con vari caravanserragli.
 
Hama effettivamente sorge su un terreno particolamente fertile, irrigato ancora oggi con le acque dell’Oronte attraverso rudimentali ruote medievali (norie), anche se delle 32 norie originarie che distribuivano l’acqua alla città e ai giardini, ne restano oggi solo 9.
 
  Credo si possa identificare con l’odierna Homs, situata sul fiume Oronte.
 
  Attuale Shemsin, a una ventina di chilometri da Homs.
 
  An-Nebq.
 
  Qutaifeh.
 
  Attuale capitale della Siria. Damasco viene nominata per la prima volta in iscrizioni del faraone Tutmosi III (1470 ca a.C.). durante la dominazione romana Plinio il Vecchio la elenca, insieme ad altre nove, come facente parte della Decapoli, una lega di città libere sotto l’amministrazione del legato della provincia romana di Siria Città ricca di storia e di testimonianze delle diverse dominazioni subite in passato; entrò a far parte dell’impero ottomano nel 1516.
 
  Il Sangiacco era a capo di un’unità amministrativa ottomana, o sangiaccato, formata dalla suddivisione del beglerbegilik, ossia la più ampia unità amministrativa dell’impero.
 
  Copti.
 
  Si tratta probabilmente dell’attuale Safed
 
  Coverte nell’ediz. del 1628. Non è chiaro quale sia la lezione corretta: ambedue contrastano fra l’altro con il nome “Conetra”, riportato alcune righe più avanti.
 
  Al tempo di Gesù oltre dieci città, alcune delle quali assai grandi e popolose, sorgevano sulle sponde del lago di Tiberiade e sulle colline soprastanti. Tra queste ricordiamo: Tiberiade, Magdala, Cafarnao, Corazin, Betsaida, Gerges, Gamala e Hippos; di altre non si conoscono esattamente il nome e la collocazione.
 
  Cafarnao, o Tell Hum, in arabo, era situata vicino alla grande strada battuta dalle carovane provenienti dalla Siria e Mesopotamia e dirette in Palestina e in Egitto e ai tempi di Gesù godeva quindi di una notevole importanza e prosperità: c’era un ufficio per l’esazione delle imposte e un presidio di soldati romani comandato da un centurione. Già nel 66 d.C. era però ridotta ormai a semplice e umile borgata, finchè nel 665 d.C. venne completamente distrutta, probabilmente da un terremoto, e mai più ricostruita.
 
  Magdala.
 
  Tiberiade, in arabo Tabariye, fu fondata nel 29 d.C. da Erode Antipa, tetrarca della Galilea, sulle rovine dell’antica città di Rakkat. Erode la chiamò Tiberiade in onore all’imperatore Tiberio Cesare.
 
La città fu ritenuta dagli Ebrei come impura in quanto abitata esclusivamente da stranieri e costruita su un’antica necropoli.
 
Al tempo di Costantino Giuseppe di Tiberiade, un ebreo convertito, vi eresse una Chiesa che venne però distrutta dagli arabi nel 637. I Crociati presero possesso della città nel 1099 e ne fecero la capitale del principato di Galilea affidato a Tancredi, ma la fortuna di Tiberiade tramontò allorché con la conquista araba divenne un misero villaggio di pescatori. In questa condizione la conobbe l’autore di questo memoriale.
 
  I numerosi luoghi di culto cristiani, cappelle o basiliche, che sorsero lungo i secoli, vennero completamente distrutti durante le persecuzioni contro i cristiani. Fra questi vi era un sontuoso tempio a tre navate eretto al tempo dei Crociati da Tancredi, principe della Galilea. Esso fu raso al suolo dal feroce Bibaris nel 1263. Solo nel 1620, quindi otto anni dopo la visita di Pesenti, i Francescani ottennero il permesso di costruire sopra la grotta dell’Annunciazione una modesta chiesa, demolita poi nel 1955 per far posto all’attuale basilica.
 
  Nazareth sorge a circa 120 km da Gerusalemme, a 350-400m s.l.m., ossia sugli ultimi contrafforti verdeggianti dei monti di Galilea. Ai tempi di Gesù era un piccolo e sconosciuto villaggio. Fin dai primi tempi del cristianesimo venne considerato luogo di culto e nel corso dei secoli sorsero numerose cappelle e basiliche, puntualmente distrutte durante le persecuzioni che si abbatterono a Nazareth contro i cristiani. Tra gli edifici più sontuosi vi fu il tempio a tre navate, costruito al tempo dei crociati da Tancredi, principe di Galilea. Raso al suolo nel 1263 per opera del feroce Bibaris; solo nel 1620, quindi sette anni dopo il pellegrinaggio di Pesenti, i Francescani poterono tornare e curare la costruzione di una modesta chiesa posta sopra la grotta dell’Annunciazione. Nel 1955 la costruzione francescana venne demolita per far posto all’attuale Basilica.
 
  Grigio.
 
  Si tratta dell’unica fontana pubblica esistente nella Nazareth vecchia. Una leggenda tramandata dai vangeli apocrifi narra che qui la Madonna era solita attingere l’acqua e che proprio qui ebbe la prima apparizione dell’arcangelo Gabriele che le rivolse il saluto: “Ave, o piena di grazia!”
 
  La vetta del monte Tabor è a 588m s.l.m., ma la strada che vi porta è molto ripida e con numerosi e stretti tornanti
 
  Fin dal IV secolo il monte Tabor venne costellato di chiese e monasteri e non solo sulla spianata: la prima costruzione probabilmente fu un monumento sacro dedicato alla Trasfigurazione di Gesù eretto nel IV secolo nell’angolo Sud-Est della spianata. Più tardi, nel VI secolo, si aggiunsero tre basiliche, a memoria delle tre “tende” di cui parla Pietro nel Vangelo di Matteo. Giunti i Crociati, con il principe di Galilea Tancredi, ingrandirono e abbellirono il suddetto santuario e vi costruirono un’abbazia attigua. Essi circondarono quindi le costruzioni con una cinta fortificata affidandole, poi ai monaci benedettini. Scelta indubbiamente oculata, tant’è che nella parte Nord della spianata, non fortificata, nel 1183 giunsero le truppe distruttrici di Saladino che compirono un’orribile strage di monaci, senza però riuscire a forzare le porte dell’abbazia benedettina. Dopo la sconfitta dei Crociati a Hattin (1187), con i Saraceni iniziò la rovina del Santuario, che venne poi completamente distrutto dal feroce sultano Malek al-Adel nel 1211-1212. Del periodo saraceno è rimasta fino ad oggi una bella torre della fortezza. Durante la tregua conclusa da Federico II nel 1229 e durata dieci anni, la Basilica fu ricostruita dai cristiani, anche se in forma più modesta. Anche questa però venne distrutta nel 1263, ad opera del sultano Bibaris, lo stesso che distrusse anche la basilica dell’Annunciazione a Nazareth. Seguì un periodo di totale abbandono durato per quasi quattro secoli, fino cioè al 1631, allorché i Francescani riuscirono ad entrare in possesso dei ruderi dell’antichissimo Santuario.
 
  In realtà gli evangelisti non dicono dove sia avvenuta la Trasfigurazione. Alcuni esegeti infatti pensano che si potrebbe collocare sul monte Ermon, citato insieme al Tabor, nel salmo 88 tra le meraviglie della creazione “per celebrare il nome di Dio”. Secondo questi studiosi alcuni dubbi sulla identificazione del monte Tabor come monte della Trasfigurazione sorgono a motivo del fatto che occorrevano sei giorni di cammino a piccole tappe di 25 km al giorno per andare da Cesarea di Filippo, dove si trovava Gesù con i discepoli al momento della confessione di fede di Pietro, alla cima dell’”alto monte”, come viene definito dall’evangelista Marco. Tuttavia la tradizione che vuole come luogo della Trasfigurazione il monte Tabor, è antichissima: tramite la testimonianza di Origene, al principio del III secolo, si può far risalire quasi a tempi apostolici. Il Tabor si considera una montagna unica in Palestina a causa delle sue pittoresche caratteristiche, per la vegetazione e per la bellezza del suo panorama.
 
  Il villaggio conserva ancora oggi lo stesso nome. Nain si trova a circa 10 km a Sud-Est di Nazareth, sul versante settentrionale del monte More. Al tempo di Gesù probabilmente era un villaggio abbastanza grande; nei pressi di Nain si possono vedere delle tombe scavate nella roccia che potrebbero risalire ai tempi di Gesù. È possibile che all’epoca della visita di Pesenti fossero ancora visibili i resti di un’antica chiesa edificata a memoria del miracolo della resurrezione del figlio unico della vedova compiuto in questo luogo da Gesù. Sulle rovine di questa antica chiesa nel 1880 i Francescani costruirono una cappella.
 
  Attuale Djenin, una trentina di chilometri a sud di Nazareth.
 
  Sebaste, oggi chiamata Sebastiyè, si trova a 77 km da Gerusalemme. Secondo la tradizione nella vicinanze di questo villaggio, a sud-est della collina dove sorgeva Samaria, venne sepolto San Giovanni Battista. Per custodirne il cenotafio nel IV secolo venne costruita una basilica, sostituita poi nel XII secolo, al tempo dei crociati, da una nuova chiesa. Attualmente sulle rovine di questa chiesa sorge una moschea. Secondo alcuni studiosi la sepoltura di Giovanni Battista a Sebaste è solo una leggenda senza alcun fondamento, in quanto i discepoli con tutta probabilità seppellirono Giovanni in Trasgiordania, a Macheronte, dove era stato ucciso. A Sebaste si venerano anche i sepolcri dei profeti Eliseo e Abdia. La città è anche conosciuta perché vi predicò con molto successo il diacono Filippo e fu visitata dagli Apostoli Pietro e Giovanni.
 
  Naplusa, attuale capoluogo della Samaria.
 
  Nel IV secolo fu costruita sopra il pozzo una chiesa, danneggiata poi dalle rivolte dei samaritani del 484 e del 529. La costruzione venne restaurata sotto l’imperatore Giustiniano (528-565), ma poi andò in rovina. Più tardi i Crociati vi costruirono un tempio a tre navate, che fu a sua volta distrutto verso il 1187 e restaurato solo in tempi recenti, quindi Pesenti non trovò in questo luogo che antiche rovine.
 
  Qui Bartolomeo Fontana, curatore della seconda edizione del Pellegrinaggio di Gierusalemme (1628), inserisce l’intero testo del Te Deum: Te Deum laudamus, te Dominum confitemur; Te aeternum Patrem omnis terra veneratur. Tibi omnes Angeli, tibi coeli et universale Potestates: Tibi Cherubim et Seraphim, Incessabili voce proclamant: «Sanctus, Sanctus. Sanctus, Dominus Deus Sabaoth. Pleni sunt coeli et terra maiestatis gloriae tuae». Te gloriosus Apostolorum chorus; Te Prophetarum laudabilis numerus; Te Martyrum candidatus laudat exercitus. Te per orbem terrarum sancta confitetur Ecclesia: Patrem immensae maiestatis; Venerandum tuum verum, et unicum Filium; Sanctum quoque Paraclitum Spiritum. Tu, Rex gloriae, Christe. Tu Patris sempiternus es Filius. Tu ad liberandum suscepturus hominem, non horruisti Virginis uterum. Tu devicto mortis aculeo, aperuisti credentibus regna coelorum. Tu ad dexteram Dei sedes, in gloria Patris. Judex crederis esse venturus. Te ergo quaesumus tuis famulis subveni, quos pretioso Sanguine redemisti. Aeterna fac cum Sanctis tuis, in gloria numerari. Salvum fac populum, Domine, et benedic haereditati tuae; Et rege eos, et extolle illos usque in aeternum. Per singulos dies benedicimus te; et laudamus nomen tuum in saeculum saeculi. Dignare, Domine, die isto sine peccato nos custodire. Miserere nostri Domine. Fiat misericordia tua, Domine, super nos, quemadmodum speravimus in te. In te Domine speravi; non confundar in aeternum. Segue l’HYMNUS: Urbs Ierusalem beata / Dicta pacis visio; / Quae construitur in coelis / Vivis ex lapidibus / et angelis coronata, / Ut sponsata comite. / Nova veniens e coelo / Nuptiali talamo / Preparata ut sponsata / Copuletur Domino / Plateae / et muri eius / Ex auro purissimo. / Portae nitent margaritis / Adytis patentibus: / At virtute meritorum / Illuc introducitur / Omnis qui ob Christi nomen / Hic in mundo premitur. / Tunsionibus pressurus: / Ex politi lapides / Suis coaptantur locis / Per manus artificis: / Disponuntur permansuri / Sacris aedificijs. / Gloria et homnor Deo / Usquequaque altissimo / Una Patri, Filioque, / Inclito Paraclito, / Cui laus est et potestas, / Per aeterna specula. Amen. Infine l’ORATIO: Omnipotens sempiterne Deus fac nos tibi sempre, et devotam gerere voluntatem, et maiestati tuae sìncero corde servire. Per Christum Donum nostrum. Amen. Riportiamo d’ora in poi in nota i testi delle orazioni aggiunte dal Fontana per l’edizione del 1628 del Pellegrinaggio.
 
  Veni, creator Spiritus, mentes tuorum visita, / imple superna gratia, quæ tu creasti, pectora. / Qui diceris Paraclitus, donum Dei altissimi, / fons vivus, ignis, caritas et spiritalis unctio. / Tu septiformis munere, dextræ Dei tu digitus, / tu rite promissum Patris sermone ditans guttura. / Accende lumen sensibus, infunde amorem cordibus, / infirma nostri corporis, virtute firmans perpeti. / Hostem repellas longius pacemque dones protinus; / ductore sic te prævio vitemus omne noxium. / Per te sciamus da Patrem noscamus atque Filium, / te utriusque Spiritum credamus omni tempore. / Gloria Patri Domino, / Natoque, qui a mortuis / Surrexit, ac Paraclito / in saeculorum seecula. Amen. Segue l’ANTIPHONA: Hic Spiritus Santus Discipulis aparuit, et tribuit eis crismatam dona alleluia. Hic repleti sunt omnes Spiritu sancto alleluia. Et ceperunt loqui alleluja. Infine l’ORATIO: Deus qui in loco isto gloriosissimo corda fidelium sancti Spiritus illustratione docuisti, da nobis in eodem Spiritu recta sapere, et de eius semper consolatione gaudere. Per Christum Dominum nostrum. Amen.
 
  Pange lingua gloriosi / corporis mystérium, / sanguinisque pretiosi, / quem in undi pretium, / fructus ventris generosi, / rex effundit gentium. / Nobi datus, nobis natus / ex intacta Vírgine, / et in mundo conversatus, / sparso verbi sémine, / sui moras incolatus / miro cláusit órdine. / In supremæ nocte cœnæ / récumbens cum frátribus, / observata lege plene / cibis in legálibus, / cibum turbæ duodenæ / se dat suis mánibus. / Verbum caro, panem verum / verbo carnem efficit: / fitque sanguis Christi merum; / et, si sensus déficit, / ad firmandum cor sincerum / sola fide súfficit. / Tantum ergo Sacramentum / veneremur cérnui: / et antíquum documentum / novo cedat rítui: / præstet fides supplementum / sénsuum défectui. / Genitori, Genitoque / laus et iubilátio, / salus, honor, virtus quoque / sit et benedíctio: / procedenti ab utroque / compar sit laudátio. Amen. Segue l’ANTIPHONA: O Sacrum convivium in quo Christus sumitur, recolitur memoria passionis eius meus impletur gratia, et futura gloriae, nobis pignus datur,alleluia. Panem verum de Coelo, hic prestitisti eis, alleluia. Omne delectamentum in se habentem, alleluja. Infine l’ORATIO: Deus qui in hoc sacratissimo Cenaculo nobis sub sacramento mirabili passionis tuae memoriam reliquisti, tribune quaesumus ita nos corporis,et sanguinis tui sacra mysteria venerari, et redemptionis tuae fructum in nobis iugiter sentiamus, qui vivis, et regnas in saecula saculorum. Amen.
 
  Exsultet coelum laudibus, / Resultet terra gaudiis, / Apostolorum gloriam / Sacra canunt solemnia. / Vos saecli iusti iudices, / Et vera mundi lumina: / Votis  precamur cordium, Audite preces supplicum. / Qui caelum verbo clauditis, / Serasque eius solvitis: / Nos a peccatus omnibus / Solvite iussu, quaesumus. / Quorum praecepto subditur / Salus et languor omnium / Sanate egros moribus, / Nos reddentes virtutibus. / Ut cum iudex advenerit / Christus in fine saeculi, / Nos sempiterni gaudij / Faciat esse compotes. / Deo patri sit Gloria, / Eiusque soli Filio, / cum Spirito Paraclito, / Et nunc et in perpetuum. Amen. Segue l’ANTIPHONA: Cum esset sero in die illa una Sabbatorum, et fores essent clause, ubi Discipuli erant congregati in unum, stetit Iesus in medio eorum, et dixit, Pax vobis gavisi sunt viso Domino, alleluia. Quia vidisti me Thoma credidisti,alleluia. Beati qui non viderunt, et crediderunt, alleluia. Infine l’ORATIO: Domine Iesu Christe, qui sero dici tuae Resurrectionis sacratiss. Virgini Matri tuae, Discipulisque trepidantibus mortalitate deposita gloriosus, et gaudens in hoc sacro loco apparuisti, et vt te Deum verum, et hominem à mortuis resuscitatum demonstrantes coram eis comedisti, ac eos multipliciter recreasti, dilectum Apostolum tuum Thomam post dies octo te benignum, et affabilem ostendendo, tactis sacris cicatricibus tuis fide fondasti, ac nos sua dubitatione firmasti. Concede nobis famulis tuis exemplo resurrectionem tuam credere, et venerari, et ad celestem gloriam precibus ipsius pervenire mereamur. Qui vivis, et regnas &c.
 
  Betfage, l’attuale Kafr-el-Tur, che in ebraico significa “casa dei fichi verdi”, si trova alle porte di Betania e di Gerusalemme, risalendo verso la cima dell’Oliveto, monte che fa parte di una piccola catena montuosa che circonda la città santa. Betfage è il luogo dove Gesù incontrò Marta e Maria prima della risurrezione di Lazzaro e da dove egli partì con un puledro per entrare a Gerusalemme il giorno delle palme. Qui, sulle le rovine di un’antica chiesa del IV secolo, nel 1883 venne costruito un santuario.
 
  Cumappropinquasset Iesus Hierosolymis, et venisset hic in Betphage ad montem Oliveti, tunc misit hinc duos Discipulos suos dicens eis, ite in Castellum, quot contra vos est, et statim imvenietis asinam alligatam, et pullum, cum ea solvite, et adduciate mihi. Si quis vobis. Quia his aliquit dixerit dicite Dominus opus habet. Segue l’ORATIO: Omnipotens aeterne Deus: qui Dominum nostrum Iesum Christum die azimorum, super pullum Asine hinc Hierosolymam descendere fecisti: et turbas Iudaeorum vestimenta, ac arborum ramos ante eum sternere, Osannaque decantare in laudem ipsius docuisti: fac nos quaesumus famulos tuos, et eiusdem filij tui sectari humilitatis exemplum, et illorum consequi meritum; Per eundem Christum Dominuum nostrum, &c.
 
 
  La Porta d’Oro venne costruita dai Bizantini nel VII secolo e quindi murata dai Turchi nel 1530. Già in precedenza però esisteva in questo punto una porta, perché si ritrova negli Atti con il nome di “Porta Speciosa” o “Bella”, e negli scritti di Giuseppe Flavio con il nome di “Nicanore”. Essa deve il suo nome al fatto che fosse in bronzo di Corinto; era la porta che consentiva il passaggio dall’atrio dei gentili in quello delle donne. L’edizione del 1628 inserisce qui la seguente ANTIPHONA: Rex tuus venit Hierusalem, sedens super Asinam, et pullum, filium subiugalis. Aperite mihi portam Iustitie. Resp. Et ingressus in ea confitebor Domino. Segue l’ORATIO: Clementissime Domine, Iesu Christe, qui die Palmarum fidelissima populorum in te credentium stipatus caterva per hanc Sacratissimam Portam super pullum Asine, ut nobis praeberes humilitates exemplum Hierosolymam ingredi voluisti praesta quaesumus, ut tuae nos humilitatis imitantes vestigia per illam Coelorum Ianuam, quae tu es, Hierusalem supernam ingredi mereamur. Qui vivis, et regnas in unitate &c.
 
  Si tratta presumibilmente del piccolo convento dei francescani addetti all’officiatura della basilica.
 
  Il Santo Sepolcro è il luogo più santo di Gerusalemme, quello che senza dubbio ha sempre concentrato su di sé le emozioni più segrete di ogni visitatore. All’epoca di Gesù questo luogo si trovava fuori dalle mura della città, in quanto luogo di esecuzioni capitali, e senza dubbio era molto più alto dell’attuale (dai 5 ai 10 metri), perché tutti da lontano dovevano trarre monito dalla vista dei condannati. Era chiamato Golgota dall’aramaico gulgoleth, che significa la collina del teschio, un po’ per la sua forma tondeggiante che assomigliava a quella di un cranio e un po’ per la leggenda che voleva qui la sepoltura del teschio di Adamo. Poco distante vi era il sepolcro nuovo costruito da Giuseppe d’Arimatea nel suo orto e messo a disposizione per la sepoltura di Gesù. Proprio questa collina in cui si trovava il sepolcro di Cristo sembrò adatto, nel 135 d.C., all’imperatore Adriano per costruirvi il Foro e il Campidoglio dell’Aelia Capitolina, dove si sarebbe adorata la classica triade di Giove, Giunone e Venere. Adriano voleva mortificare così le speranze ebraiche che, anche dopo la distruzione del Tempio, continuavano a venerare questi luoghi sacri. Fortunatamente, per costruire il Tempio Capitolino, Adriano non spianò le rocce in cui erano scavati i sepolcri, ma si limitò a riempire le cavità e a livellare il terreno accumulandovi sopra grosse quantità di terra da riporto. Facendo così creò, come base per il tempio, una sorta di enorme terrazza che preservò le tombe dalla distruzione. Nel 325 Elena, madre di Costantino il Grande, e il vescovo Macario, si erano convinti di avere trovato, sotto il Campidoglio, il sepolcro di Cristo. Gli scavi che l’imperatrice fece iniziare subito portarono effettivamente alla luce il sepolcro di Cristo pressoché intatto e, in un fossato, le croci di Gesù e dei due ladroni. Costantino affidò agli architetti Zenobio ed Eustazio di Costantinopoli l’incarico di dare un assetto monumentale alla tomba e fece erigere una prima chiesa, iniziata nel 326 e terminata nel 335: fece asportare tutti i blocchi di roccia lasciandone solo due, quello del Golgota dove venne issata una croce sormontata dal ciborio e quella del sepolcro di Cristo, isolato da un’enorme costruzione rotonda a cui fu dato il nome di Anàstasis, che significa Resurrezione. La basilica vera e propria sorgeva sul lato est della Rotonda, aveva cinque navate e una cripta a ricordo del ritrovamento della croce. Fu questa la basilica che distrussero i persiani di Cosroe nel 614. La ricostruzione iniziò 15 anni più tardi sotto l’abate Modesto e la chiesa rimase intatta fino a che il califfo fatimida el Hakem la rase completamente al suolo nel 1009. Quando i Crociati, il 15 luglio 1099, conquistarono la città, trovarono la chiesa così come era stata ricostruita nel 1084 dall’imperatore Costantino Monomaco: bella sì, ma non quella che loro stimavano degna per custodire il corpo del Salvatore. Si impegnarono dunque i Crociati in una enorme opera di abbellimento e di trasformazioni radicali e la nuova chiesa fu consacrata nel 1149. La facciata del complesso del Santo Sepolcro, in stile romanico, fu così realizzata intorno alla metà del XII secolo, in epoca crociata. Due ordini sovrapposti di arcate ogivali a ghiere multiple con fregi a scanalature e a foglia, e d’ispirazione classica, poggiano su fasci di colonne sormontate da capitelli di raffinata lavorazione. La basilica rimase pressoché immutata fino a quando un furioso incendio, forse doloso, nel 1808, la devastò in gran parte. In questa triste occasione, il mondo occidentale non prestò attenzione alle richieste di aiuto per la sua ricostruzione, impegnato come era sulle vicende napoleoniche che tenevano occupata l’Europa. Ne seppero approfittare i monaci greci, divisi dai latini da una lunga e insanabile rivalità, che ottennero il permesso di restaurare la chiesa, rimanendo così unici arbitri della situazione. Ma non si trattò, purtroppo, di restauro, quanto di una nuova distruzione, perché venne sistematicamente cancellato tutto quello che poteva ricordare il mondo latino. Oggi il Santo Sepolcro è dunque diverso da come lo vide Gian Paolo Pesenti ed è suddiviso fra sei comunità religiose: cattolica, greco-ortodossa, armena (queste tre hanno una zona abbastanza vasta), copta, siriana, abissina (il cui convento si trova sul tetto della chiesa). Il cortile lastricato su cui si affaccia la basilica presenta sulla destra il Convento greco di Sant’Abramo che sorge sulla parte occidentale del Foro di Aelia Capitolina, la Cappella armena di San Giovanni e quella copta di San Michele; sul lato sinistro sono visibili le absidi di tre cappelle greche: San Giacomo, San Giovanni e Santi Quaranta Martiri. Sopra quest’ultima si innesta la possente torre campanaria di epoca crociata, visibilmente tronca in quanto la parte sommitale crollò nel 1545.
 
  Non si tratta di una sacrestia, ma di una vera e propria cappella, ossia della “cappella dell’Apparizione”. L’apparizione di Gesù risorto alla Madonna non è riportata dai Vangeli, ma affermata da sempre dalla tradizione. Attualmente questa cappella è il luogo ufficiale dei cattolici latini in quanto i padri francescani vi celebrano le liturgie ordinarie e hanno qui il loro coro.
 
  La colonna della flagellazione è venerata ancora oggi dai fedeli in questo luogo. Si tratta di un tronco di colonna di porfido alta 0,75 m. Va ricordato che a Roma, nella chiesa di Santa Prassede, esiste un’altra “colonna della flagellazione”: si tratta di una bassa colonna di diaspro, non datata, che pare sia stata portata da Gerusalemme a Roma dal cardinale Colonna, che nel 1223 accompagnò la sesta crociata. Si racconta che la reliquia fosse caduta in mano dei saraceni e che il cardinale dovvette proprio ad essa la libertà e la vita. Non possiamo sapere se una di queste colonne sia effettivamente stata usata per la flagellazione di Gesù, ma è molto probabile che entrambe avessero tale orribile funzione: colonne così basse si prestavano meglio a legare le mani al condannato, lasciando il torso completamente scoperto a ricevere le sferzate.
 
  La basilica del Santo Sepolcro è molto grande e ingloba il Calvario (cfr nota 77).
 
  Eia, fratres Carissimi / Christi mortis misteria / Canamus, et vestigia / Sequamur corde flebili. / Qui poenam primi criminis / Delet vigore sanguinis / Huncad columnam acriter / Cedit Pilatus pessime. / Cur sic, o crudelissime / Flagellis eum percutis / A quo vitam acceperas / Vitam conaris rapere? / Cur tu columna solvere / Tunc noluisti Dominum, / Cum te crudeles milites / Rigassent eius sanguine. / Cur non fregisti villico / Tinc in columna impia, / Dolore Christi nimio / Flagellis tantis languidi? / Iam ornans sudit sanguinem, Qui potuti sufficere: / Nam gutta huius sanguinis / Thesaurus fuit omnium, / Nos ergo, qui diligimus / Hunc flagellatum Dominum / Rogamus, ut criminibus / Suis ignoscat meritis. / Gloria tibi Domine / Pro tanto fuso sanguine / Et alafarum copia / Vulti sacro rigida. Amen. Segue l’ANTIPHONA: Apprehendit Iesus Pilatus, et ad columnam ligatum, fortiter flagellavit. Languores nostros ipse tulit. Et dolores nostros ipse portavit. Infine l’ORATIO: Adesto nobis Coriste Salvator per tuam penalem flagellationem, et per tuum stillantem, et aspersum sanguinem pretiosum: ut omnia peccata nostra deleas: nobisque tuam gratiam tribuas; et ab omni pericolo, et adversitate protegas; et ad vitae aeterne gaudia nos perducas. Qui vivis, et regnas &c.
 
  In fondo ad una galleria lunga 24 m, formata da 7 archi, si trova ancor oggi una cappella, officiata dai greci, che si presenta come un ambiente assai ristretto, già parte degli edifici più antichi sorti sul luogo. La denominazione di “Prigione di Cristo”, entrata nell’uso comune a partire dal VII secolo, fa riferimento alla notte di detenzione di Gesù, dopo l’arresto nel Getsemani. È opinione diffusa, invece, che questo ambiente costituisca la testimonianza visibile di un antico carcere annesso al Foro dell’Aelia Capitolina.
 
  Proseguendo per la galleria che conduce alla prigione di Cristo di trovano due cappelle: quella di San Longino, che non viene citata da Pesenti, e quella della Divisione delle Vesti qui nominata. Detta cappella è di proprietà degli Armeni.
 
  HYMNUS: Canamus modo canticum / Ad Salvatoris gloriam / Dicamusque iniuriam / Quam passus est ab impijs. / A Patre qui est genitus / A quo semperque gignitur, / Sed idem in assentia / Patris atque paracliti. / Qui a xoelorum sedibus / Descendit huc obediens / In habituque hominis / Proprietate moriens / Qui Coelos implet lumine, / Ornatoque syderibus, / Et quem adorant Angeli / Vestitu privant milites. / Qui vitam dedit mortuis / Donatque sanctis gloriam / Amore motus fervido / Et charitatis opere. / Qui vinum fundit vincis / Fructusque dat arboribus, / Suis privatur tunicis / Sicque nudus relinquitur. / Qui vestis volatilia / Diversisque coloribus / Ac ornat agros roseis / Ipse privatur vestibus. / O gens iniqua pessima, / Quis te ditavit crimine / Ut fortem in has ponere / Vestes atque dividere / Hic super sacratissimas / Vestes miserunt milites, / Dantesque fortes omnibus / Ut unusquisque raperet. / Hic locus est sanctissimus / Ubi davit oraculum / Completum est in sortibus / De Christi sacris vestibus / Praecamur ergo cernui / Te creatorem speculi / Iam sic privatus vestibus Nos indec virtutibus. Amen. Segue l’ANTIPHONA: Milites postquam crucifixerunt Iesum, acceperunt vestimenta sua dantes uniquique militi partem. Diviserunt sibi vestimenta mea. Et super vestem meam miserunt sortem. Infine l’ORATIO: Benigne Iesu Christe, qui pro nostra redentione, ab indignis peccatorum manibus, non solum in cruce nudus sospendi, et mori evoluisti, sed etiam tua sacralissima vestimenta partiri, et donari permisisti, concede: ut spoliati virijs, virtutibusque, adornati, tibi Deo vivo, et vero in celesti gloria praesentari mereamur. Qui vivis, et regnas cum Deo Patri &c.
 
  Sempre all’interno della basilica del Santo Sepolcro, scendendo per una scalinata si arriva alla cappella della Santa Croce o di Sant’Elena officiata dagli Armeni. La costruzione è formata da tre piccole navate; misura 23 x 13 m e risale al secolo XI, come testimoniano alcuni elementi architettonici bizantini e crociati. L’edizione del 1628 inserisce qui le seguenti orazioni: HYMNUS: Nunc Elenae suffragia / Quaeramus primum laudibus / Ut cum beatis meritis / Asquirat nobis veniam / Divota Christi Elena / Crucem quaesivit fervida / quam reperit cum titulo / Corona, clavis, lancea. / Quam crucem ut acquireret / Tulit timorem omnibus / Sub pena mortis villico / Amore ardens Celico. / Inventa cruce Domini / Canamus illis canticum / Qui dedit talem gratiam / Donatque sursum premium. / O Elena santissima, / Quae crucem tanti gratiae / Amasti totis viribus / Mortuis iuva precibus. / Exaudi sancta Trinitas / Preces sanctorum omnium / Ut per eorum merita / Dones et nobis gloriam. Amen. ANTIPHONA: Helena Constantini Mater, Hierosolymam petijt. Ora pro nobis beata Melena. Ut digni efficiamur &c. ORATIO: Deus qui inter caetera potentine tui miracela etiam in sexu fragili virtutem recte intntionis corroboras, presta quaesumus, ut sancte Elene Regine exemplo, cuius studio desideratur a regis nostri lignum sancte Crucis de egere dignatus es ea quae Christi sunt: iugiter indagare, et te favente, consegui mereamur. Per eundem Christum Dominum nostrum &c.
 
  Anche la capella del ritrovamento della Croce risale al XI secolo. Qui, in un’antica cisterna romana abbandonata, all’inizio del IV secolo furono ritrovati i legni usati per la crocefissione di Gesù e dei due ladroni. Il miracolo dell’improvvisa guarigione di un morente al contatto di una delle tre croci fece capire a Sant’Elena e al vescovo di Gerusalemme Macario quale fosse quella di Gesù.
 
  HYMNUS: Ad Crucis locum pergere / Debemus, et hanc quaerere / Velut gesserunt Martires / Qua meruerunt gloriare / O crux mirando glorie, Scala, ad Coelos donans: / Per quem ascenditDominus / In ea suso sanguine. / O Crux arbor degnissima, / Quae mediante anime / Ascendunt ad celestia / Et beatorum premia. / O Crux scala excelsia / Cunctis altis arboribus / Adiva nos ab infimis / Ad Coelos usque scandere / Haec illa est altissima / Scala q. iam sanctissimus / Iacob vidit in somnio / Per quam pergebant Angeli. / O Crux sic admirabilis, / Ornata Christi sanguine / Quae cum sanctorum acmine / Nondum illustras lumine. / O Crux arbor dolcissima / Quae mortis das mysterium / Christi et nobis pretium / Conasti, atque gaudium. / O Crux ave spes unica, / Inventa hic ab Elena / Per te sic nobis gratia, / Detur, et sursum gloria. Amen. ANTIPHONA: Orabat Iudas dicens, Deus, Deus meus ostende mihi lignum sancte Crucis, cumque ascendisset de lacu, perexit ad hunc locum ubi iacebat sancta Crux. Hoc signum crucis erit in coelo. Cum Dominus ad iudicandum venerit. ORATIO: Deus qui hic, in preclara salutifere crucis invenzione, passionis tuae miracela suscitasti: concede, ut vitalis ligni pretio aeterne vitae suffragia consequamur. Qui vivis, et regnas &c.
 
  HYMNUS: Christi iam improperia, / Quae tulit et ludibria / Canamus et purpuream / Vestem, sputat et alafas, / ac flagellato corpore / Christi Iesu effunditur / Sanguis a bis crudelibus / Ave Rexque, clamantibus. / Perfundunt vultum sanguine / Ficta corona capiti / Quam ponunt illi milites / Spinarum, sed arundine / Heu, qui sempre gloriae, / Honorisque meruerat / Coronam cur sic ventibus / Circondant, et aculeis / Fundamus vultum lacrymis, / Pro pietate Domini / Vultum cuius, sic impiis / Fuderunt sputi sordibus / O tu Iesu santissime / Concede nobis pretij / Partem sacrati sanguinis / Quem tunc fudisti capitis. Amen. ANTIPHONA: Ego dedi tibi sceptrum Regale, et tu capiti meo imposuisti spineam coronam. Posuisti Domine, super caput eius. Resp. Coronam de lapide pretioso. ORATIO: Domine Iesu Coriste, qui humano generi condolens, coronam spineam in tuo sacratissimo capite suscepisti: sanguinem tuum pro salute omnium fudisti: respice ad indignias preces nostras; ut a te clementer esaudisti indulgentiam, et remissionem omnium paccatorum nobis tribuas, per tuam magnam misericordiam, et pietatem. Qui vivis, et regnas cum Deo Patre &c.
 
  Oggi la cappella degli Improperi è custodita dai greci. Vi è ancora custodito il frammento di colonna su cui, secondo la tradizione, stava seduto Gesù mentre veniva schernito e insultato.
 
  Per salire sul Calvario bisogna salire una gradinata perché si eleva di 5 m rispetto al piano della basilica. Esso misura 11,45 m per 9,25 e, come descrive Pesenti, è composto da due cappelle. L’edizione del 1628 inserisce qui le seguenti orazioni: HYMNUS: Ad Montem nunc Calvarie, / Pergamus cunctis laudibus / Ut Christus sua gratia / Agnoscat nobis omnibus / Ad Montem sanctum ibimus / Devotis totis viribus / Iesumque contemplantibus / In cruce fixum pendere. / Ad Montem hunc sanctissimum / Eamus ubi sanguinis / Christus tunc sacrificium / In cruce pendens obtulit. / Ad locum hunc pervenimus / In quo salvator seculi / Se obtulit pro omnibus / Et hic emisit spiritu.m / Ecce locus sanctissimus / Sacratus Christi sanguine / Qui hic salutem anime / Inventi crucis opere. / Confixa clavis viscera / Tendens manu vestigia / Redemptionis gratia / Offerta est hic Hostia / O sacer sanguis victima, Salutis nostrae anime / In hac fusus Calvario, / Ex Christi Iesu corpore. / Gloria tibi Domine / Pro nostro passo subleme / Infunde nobis gratiam / Quam acquisisti sanguine. ANTIPHONA: Ecce locus ubi Salvator Mundi pependit, ex latere cuius sanguis, in redemptionem et aqua ad nostrorum criminum ablutionem exivit, venite ad oremus. Adoramus te Christe, et benedicimus tibi. Qui per sanctam crucem tuam. Hic redemisti mundum. ORATIO: Deus Pater aeterne pietatis, et infinite caritatis, qui furorem ire tuae quem nos pro peccatis nostris merebamus, hoc in loco super Filium tuum unigenitum, totius umani generis redemptorem ostendisti, cum ipsum in cruce sospendi permisisti, aceto, et fele potari: clavis, et lamcea vulnerari evoluisti: concede nobis indignis servi tuae santissime Maiestatis, eiusdem filij tui doloribus compatientibus, ut fructum tante passionis, et mortis eius, in aeterne felicitatis gloria perfrui mereamur. Per eundem Christum.
 
  Ancora oggi è custodita dai latini e ricorda la crocifissione di Gesù. È stata rinnovata in tempi recenti; l’altare in bronzo argentato è invece del 1588, un dono del granduca di Toscana Ferdinando de’ Medici. L’edizione del 1628 inserisce qui le seguenti orazioni: HYMNUS: O Amor deiderij / Nostre salutis pretium / Qui pedes, manus percuti / Hic extendisti crucique / Decreti tunc chirographum / Christus estingui cupiens / Hic crucifixi manibus / Permisit atque pedibus / Nec tantis in doloribus / Oblitus erat virginia / Tensis in cruce brachiis / Ipsam reliquit virgini / Et hunc illi santissime / Matri donavit iuvenem / Quem diligebat fervide / Ex charitate nimia / O gutta Christi sanguinis / Valoris tanti pretij / Quae infiniti meriti / Fuisti nostris cordibus / Gloria tibi domine / Pro effusione sanguinis / Quem hic fudisti vulnerum / Ut nos ditares meritis. Amen. ANTIPHONA: Ego quasi Agnus inncens ductus sum ad immolandum, post quam carnem meam totam verberibus repleverant, ita ut numerare valerent omnia ossa mea, et pupugissent caput meum spinis, et vepribus, foderunt hic manus meas: et pedes meos ferreis clavis confingentes cruci: Ipse vulneratus est hic propter iniquitates nostras, Cuius livore sanati sumus. ORATIO: Domine Iesu Christe fili Dei vivi, qui hanc sacratissimum locum pro salute umani generis, pretioso sanguine tuo consecrasti; ad quem hora tertiabaiulans crucem, duci evoluisti: hac domum hora sexta cruce affixus, pro peccatoribus exorasti: Matremque dolorosam virginem virgini commendasti; concede quaesumus, ut nos et omnes qui hic tuo pretioso sanguine redempti sumus, et tuae passionis memoriam celebramus et eiusdem passionis benefitium consequi valeamus. Qui vivis et regnat &c.
 
  Questa cappella, officiata dai greci, poggia sulla roccia. Sotto l’altare vi è una lunetta che permette di vedere e toccare la roccia dove venne conficcata la croce di Gesù. Affianco è possibile vedere la fenditura che secondo la tradizione si produsse al momento della morte di Gesù.
 
  La Pietra dell’Unzione si trova oggi all’interno della Basilica del Santo Sepolcro, ed è una lunga pietra levigata in calcare rosa. Si trova sul luogo dell’antico Oratorio dell’Unzione, smantellato nel corso delle trasformazioni architettoniche dell’edificio. Secondo la tradizione, indica il luogo dove Gesù, deposto dalla croce, vene cosparso di unguenti. Per questo costituisce la XIII stazione della via crucis (Gesù deposto dalla croce). Affiancata da candelieri, è sovrastata da otto lampade.
 
  L’edizione del 1628 aggiunge qui: “& ivi si disse il seguente Hinno: HYMNUS: Ad Iesum modo ungere / Devotionis oleo / Pergamus omnes fervide / Ut nos iniungat gratia / Qui pietate nimia / Nomen effusum oleum / Habet atque dulcissimum / Cordis orgamur lacrymis. / O tu excelsa pietas / O Iesus ardens Charitas / Qui mortem morte destruis / Sic vitam donas mortuis / De cruce iam depositus / In Matris suae brachijs / Repositus ut creditur / In loco isto ungitur. / Contempla Matrem lachrymis / Plenam atque neroribus / Dolore mortis Filij / Cuius anore moritur / Sic quae Ioannes adfuit / Qui Matrem loco Filij, / Recepit virgo virginem / Pro pietate mortui / Veni Joseph santissime / Tu Nicodeme propere / Huc cum misture aloe / Ac mirrhae Iesum ungere / Nunc ergo super sydera / Preces pro nobis fondite / Ad Iesum Dei filium / Quem hic unxistis mortuum / Quem hic in munda syndone / Ligastis, et cum linteic / Tantisque aromatibus / Ipsum rogate precibus / Beata vestea bracchia / Quae meruerunt cingere / Corpus Iesu sanctissimum / Et id unguentis ungere / Gloria tibi Domine / Decus tibi perpetue / Honor tibi santissime / Pro unguentorum nomine. Amen. ANTIPHONA: Unguentum effusum nomen tuum, ideo adolescentule dilexerunt te. Dilexisti iustitiam et odisti iniquitatem. Propterea unxit te Deus, Deus tuus. ORATIO: Dulcissime Iesu Christe, qui in tuo sanctissimo corpore, quorum condescendens devotioni fidelium: ut te verum Regem, et sacerdotem ostenderes ingiungi ab eiusdem tui fidelibus evoluisti: concede, ut corda nostra unctione Spiritus sancti valeant ab omni infectione peccati continue preservari. Qui vivis et regnat &c.
 
  Scesi dal Calvario, proprio di fronte all’entrata della basilica, si trova la”Pietra dell’Unzione”, ossia una lastra di pietra rossastra lunga 2,70 m, larga 1,30 m e alta 0,30, più che il luogo, vuole ricordare il rito compiuto da Giuseppe d’Arimatea e Nicodemo.
 
  HYMNUS: Ad locum iam sanctissimum / Sepulcri Christi corporis / Eamus totis mentibus, / Quaerentes Iesum laudibus / Ad locum tam amabilem / Cunctis Christi fidelibus / Peragamus non cum iubilis / Fervore moti spiritus. / Ecce Ioseph decurio / Arimateae nomine / Qui Christi corpus unxerat / Cuius erat discipulus. / Et Nicodemus pariter / Cum sanctis quoque alijs / Tulerum huc in propio / Sepulchro pleni lachrimis. / In hoc excise lapide / In quo nunquam quis fuerat / Perunctum ponunt mortuum / Corpus Christi sanctissimum. / Tunc currunt duo pariter / Ad gloriosum tumulum / Sed praecucurrit citius / Ioannes Petro junior / Ioannes tamen ingredi / Non vult pro reverentia / Pastoris iam Ecclesiae / Intus tantum prospiciens / Tunc vidit lamina / Quibus cum aromatibus / Corpus Iesu ligaverant / Sacrarumque sudarium / Iesum tamen non viderunt / Qui tam liber a mortuis / Fuit peracto tempore / Dierum trium spatij. / Iam anima sanctissima / Ad inferos descenderat / Ut lumen daret mortuis / Ad Coelosque perduceret / Contrivit Portas eseas / Ligavitque Luciferum / In penis his perpetuis / Sua virtute propia / Sic ergo tulit animas / Atque sanctorum corpora / Quae resurgens pariter / Conduxit ad caelestia. / Unitur post haec omnia / Sacrato Christi corpori / Cum in utroque fuerit / Excelsa mens divinitas. / Resurgit tunc in gloria / Passurus nunquam amplius / Sed vita beatissima / usurus, et perpetua. – Quando vero non circundatur tribus vicibus dicantur hic. Gloria tibi Domine – Resumpsit Iesus omnia / Quae patiens ammiserat / Et sanguinem, et alia / Ad unionem corporis / Revoluit tunc ab ostio / Sepulchri huius lapidem / Ut legitur sic Angelus / Ad resurgentis gloriam / Fit terremotus maximus / Quo perterrentur milites / Ruant terrore homines / In terram velut mortui. / O Divina potentia / O summa sapientia / Qui post tormenta talia / Resurgit tanta gloria / Surgunt mane mulieres / Cum super terram tenebre / Essent adhuc, sed ansie / Cuius erant discipule. / Pergunt in prima Sabbathi / Aromatum huc copiam / Portantes, his ut ungerent / Corpus Iesu sanctissimum. / Tunc Iesum non inveniunt / Sed vident solos Angelos: / In albis hic sedentesque / Qui dicunt ipsum vivere. / Ex is ergo miraculis / Ac sanctis his prodigiis / Pergunt huc gentes omnium / Regnorum atque patrium. / Ad hunc currunt ex partibus / Mundi totius homines / Ac etiam mulieres / Omnes amore anxijs / Ex Orientis partibus / Et Aquilonis montibus / Meridie plagisque / Et ab Pccasus omnibus / Festinant parthi, Medique / Sic Elamire properant / Atque Mesopotamij / Simul et Cappadotij / Ex Pontique provincie / A Regioni Libie / A Phrigiaque populi / Omnes amore properant. / Gentes sic ex Parephilia / Et ex Aegypti partibus / Atque totius Asiae / Ad locum hunc perveniunt. / Pergunt Romani advene / Omnes fervore calidi; / Ob Christi reverentiam / Ac matris suae Virginia. / Agamus ergo gratis / Simulque cum his omnibus / Ut suam ob victoriam / Donet nobis et veniam / Gloria tibi Domine, / Pro tantis donis gratie / Quibus ditasti animas / Quae tuam colunt gloriam. Amen. ANTIPHONA: Quem totus Mundus capere nequiverat, hic uno saxo clausus fuit: atque morte iam perempta inferni clausura penetravit. Surrexit Dominus de hos sepulcro, alleluia. Qui pro nobis pependit in ligno, alleluia. ORATIO: Domine Iesu Christe, qui in hora diei vespertina de cruce depositus in brachijs dolcissime Matris tuae, ut pie creditur reclinatus fuisti; horaque ultima in hoc sacratissimo Monumento corpus tuum ex anime contulisti: et die tertia mortalitate deposita gloriosus ex inde resurrexisti, Angelos quidam eiusdem resurrectionis testes, apparire sussisti tribune quaesumus, ut nos, et omnes quos in orationem comendatossuscepimus, qui de tua passione, et morte memoriam facimus; resurrectionis tuae gloriam consequamur. Qui vivis et regnat &c.
 
  La cappella del Santo Sepolcro è di forma rettangolare; è lunga 8,30 m e larga e alta 5,90 m. Viene officiata dalle tre principali comunità religiose presenti nella basilica: latini, greci e armeni. L’edicola ha un vestibolo, qui chiamato Anticappella, di 3,40 m per 3,90 comunemente chiamato “cappella dell’Angelo” a ricordo dell’Angelo che apparve alle pie donne assiso sulla roccia ribaltata del sepolcro. Al centro della cappella si trova un piedistallo di marmo in cui è incastrato un frammento della pietra che chiudeva il sepolcro.
 
  La “porticella” è alta 1,33 m e conduce nella stanza mortuaria vera e propria.
 
  Il Santo Sepolcro misura 2,07 m per 1,93. La piccolissima camera “ad arcosolium” è l’ultima stazione della “via Dolorosa”. Sopra la tomba sono oggi appese 43 lampade d’argento: 13 appartenenti ai latini, altrettante ai greci e agli armeni, mentre i copti ne hanno solo quattro. Un’icona della Vergine nasconde una parte della primitiva tomba scavata nella viva roccia.
 
  A destra, la roccia che servì da letto funebre a Gesù, è stata ricoperta da un banco di marmo lungo 2,02 m, largo 0,93 e alto 0,66 m.
 
  L’evangelista Matteo riferisce che Gesù si recava a pregare in “un podere chiamato Getsemani” (Matteo 26,36). L’orto del Getsemani, o degli Ulivi, era un appezzamento di terreno ove era possibile la lavorazione dell’olio e si trova nella valle del torrente Cedron che separa Gerusalemme dal monte degli Ulivi.
 
  La chiesa cristiana primitiva rifiutava la violenza e condannava la guerra, non tanto per una posizione di principio, ma a motivo del fatto che l’impero romano era pagano e il cristiano, cittadino romano, chiamato alle armi non voleva prestare giuramento ad un imperatore che si riteneva dio. La conversione di Costantino nel 312 e l’imposizione del cristianesimo come religione dell’impero nel 395 implicarono un atteggiamento diverso nei confronti della vita militare: i cristiani ora si sentivano chiamati a difendere un impero che difendeva la loro fede contro il nemico comune, cioè i popoli germanici. Sant’Agostino definisce così la “guerra giusta”: “Giuste sono le guerre che vendicano le ingiustizie, quando un popolo o uno stato, al quale deve essere fatta guerra, non ha punito le iniquità dei suoi o non ha restituito quel che attraverso queste ingiustizie è stato sottratto”. Nel 1150 nel Decretum, testo base del diritto canonico, Graziano scrisse: “ Una guerra è giusta se è condotta con intenzione positiva, sotto la direzione di un’autorità legittima e con scopo difensivo o con lo scopo di recuperare un bene ingiustamente preso”.
 
Secondo san Bernardo fu proprio in epoca medievale, nelle terre d’Oriente che apparve la nuova cavalleria, in quanto nata con la finalità di liberare il Santo Sepolcro e i luoghi santi della Palestina; tuttavia l’ordine religioso-militare affonda le sue radici in Occidente. Già verso il IX secolo infatti i chierici occidentali riflettevano sul tipo di organizzazione da dare ad una società cristiana e sembrava loro opportuna una suddivisione in tre ordini o funzioni che in epoca carolingia vennero identificati in tre categorie: i monaci, i chierici e i laici. All’inizio del XI secolo Adalbéron, vescovo di Laon, specificando meglio il ruolo delle singole categorie scrive: “La casa di Dio dunque è triplice, benchè sembri unica: quaggiù alcuni pregano (orant), altri combattono (pugnant) e altri lavorano (laborant); i tre sono insieme e non si separano; così l’opera di due riposa sul compito di uno solo; ciascuno a sua volta porta a tutti sollievo”. Questo significa che lo schema delle tre funzioni esisteva da più di un secolo allorché, nel gennaio 1129, il concilio di Troyes riconobbe la legittimità dell’ordine del Tempio che riuniva in sé le prime due funzioni, cioè quella di pregare e quella di combattere. (cfr. ALAIN DEMURGER, I Cavalieri di Cristo – gli ordini religioso – militari del medioevo. XI-XVI secolo, ed. Garzanti, Milano, 2004)
 
  Secondo alcuni storici l’Ordine di Malta venne fondato nel 1099 a Gerusalemme come confraternita ospedaliera; secondo altri avrebbe un’origine ancora più remota che risalirebbe attorno alla prima metà del secolo XI, quando alcuni mercanti amalfitani ottennero dal califfo fatimide d’Egitto il permesso di fondare a Gerusalemme un ospizio e un ospedale annessi ad una chiesa dedicata a San Giovanni, per l’assistenza dei pellegrini cristiani. Per questo inizialmente l’ordine venne denominato “Ordine di San Giovanni”. La data riferita da Pesenti, anche se con una discordanza di un anno, ossia il 1121, è l’anno in cui venne creata la classe dei cavalieri e l’ordine di San Giovanni, divenne il Sovrano Militare Ordine Gerosolimitano, assumendo così la duplice funzione ospedaliera e militare. Dopo la conquista cristiana di Gerusalemme l’ordine fu posto sotto la tutela della Santa sede con il diritto di scegliersi liberamente i propri capi. Nel 1529, dopo alterne vicende, i cavalieri di quest’ordine si stabilirono a Malta. La divisa dei cavalieri di San Giovanni era composta da un mantello nero con una grande croce bianca sul petto; durante le attività belliche i cavalieri indossavano una sopravveste rossa in cui campeggiava una grande croce bianca. Previo apposita autorizzazione ai cavalieri dell’ordine di Malta era data la possibilità di dedicarsi ad attività corsare, con la condizione di riservare alle casse della Sacra religione tre quarti del bottino catturato. A questo proposito vi era una precisa normativa: per ottenere la patente di corsa il candidato doveva dimostrare di avere l’esperienza marittima necessaria a garantire un felice esito dell’impresa e di avere a sua disposizione una nave ben armata ed equipaggiata. La licenza inoltre definiva l’area geografica entro cui l’interessato poteva corseggiare. Generalmente, fino alla fine del ‘600, i corsari con base a Malta ottennevano permessi per operare nelle acque della Barberia contro le navi musulmane. (cfr. A. DEMURGER, op. cit.; M. LENCI, op. cit.).
 
  L’uso di portare la croce cucita sul petto iniziò con i partecipanti alla prima crociata (1095-99): secondo il diritto canonico e la pratica del tempo la croce indicava che il crociato era un penitente e un pellegrino al quale, in deroga rispetto ai canoni, era consentito portare le armi contro gli infedeli. I primi crociati  in particolare, si sentivano diretti al martirio e alla Gerusalemme celeste.
 
  Per ciò che concerne la collocazione cronologica della comparsa dei templari, uno scritto di Guglielmo di Tiro ci fornisce due riferimenti. Egli così scrive: “nel corso del nono anno (dall’esistenza del Tempio) e durante il concilio che fu tenuto in Francia a Troyes […] si istituì una regola per loro…”. Il prologo della regola del Tempio ne aggiunge un altro: “Con le preghiere di maestro Hugues de Payns, sotto il quale l’anzidetta cavalleria nacque per grazia dello Spirito Santo, si riunirono a Troyes (chierici) di diverse province transalpine, per la festa di monsignor sant’Ilario, nell’anno dell’Incarnazione 1128, il nono anno dall’inizio dell’anzidetta cavalleria”. Da notare che il concilio di Troyes molto probabilmente si era riunito il 13 gennaio 1129, e non 1128, perché allora nella Champagne era in uso il calendario dell’Annunciazione che prevedeva l’inizio dell’anno il giorno 25 marzo. Ne consegue che la fondazione del Tempio si deve collocare nell’anno 1120, ossia nove anni prima, per iniziativa di Hugues de Payns e un anno dopo la terribile disfatta dell’Ager sanguinis (28 giugno 1119) nel principato di Antiochia. L’iniziativa era stata incoraggiata da re Baldovino II, che in quella circostanza aveva concesso ai cavalieri (inizialmente solo nove) un alloggiamento nel suo palazzo, posto nella moschea al-Aqsa, costruita sulle fondamenta dell’antico tempio di Salomone, da cui il nuovo ordine prese il nome. L’ordine dei templari si può considerare il primo di tipo religioso-militare, infatti secondo alcuni storici in quegli anni l’ordine dell’Ospedale non si era ancora realmente militarizzato, mantenendo ancora il suo carattere prevalentemente assistenziale. Ci vollero nove anni affinchè l’Ordine del Tempio venisse riconosciuto e per ottenere l’autorizzazione ad esercitare, in quanto ordine religioso, anche una funzione guerriera. La società cavalleresca era infatti pronta a comprendere la novità, ma molti chierici erano dubbiosi o addirittura ostili e tra questi lo stesso san Bernardo. (cfr. A. DEMURGER, op. cit.)
 
  L’abito, ossia il mantello recante l’insegna propria dell’ordine, è un importante segno di riconoscimento e appartenenza ed è di proprietà dell’ordine. Oltre all’abito vi erano però altri segni che caratterizzavano gli appartenenti agli ordini religiosi-militari e che dovevano permettere agli appartenenti di riconoscersi. San Bernardo nella sua regola insisteva ad esempio sulla necessità di distinguersi dai “cavalieri del secolo”, che portavano lunghi capelli ricciuti e vestiti troppo larghi, chiedendo ai “nuovi cavalieri di Cristo” di portare capelli rasati a zero e la barba irsuta, ma corta. (cfr. A. DEMURGER, op. cit.)
 
  Il nome originario dell’ordine sarebbe “cavalieri di Santa Maria”, ma vennero più comunemente conosciuti come Cavalieri Teutonici perché erano in gran parte originari della Germania. Pesenti probabilmente si riferisce a Hermann von Salza, maestro carismatico dei teutonici. L’ordine dei teutonici venne fondato nel 1189-90 in Germania come confraternita ospedaliera e nel 1198 divenne Ordine Cavalleresco. Era sì ordine di Terra Santa, ma si impegnò a fondo anche nell’Europa centro-orientale nella difesa della zona di frontiera che separava il suo regno di Ungheria da quello del popolo pagano dei cumani. Nel 1226 una bolla di Federico II (bolla di Rimini) accorda infatti ai teutonici le terre da conquistare in Prussia insieme ai diritti regali propri di un principe dell’impero. Tale bolla venne considerata dai teutonici il testo fondante dello stato teutonico in quanto principato indipendente. Il 12 settembre 1230 papa Gregorio IX autorizzava i teutonici a insediarsi in Prussia con il compito di convertire gli abitanti alla fede cristiana, ma in un documento successivo lo stesso papa considerava le terre prussiane proprietà della chiesa e ne delegava l’amministrazione all’ordine teutonico, inviandovi solo un legato. (cfr. A. DEMURGER op. cit.)
 
  Inizialmente furono quindi tre gli ordini che si formarono con la finalità di portare aiuto ai pellegrini in Terra Santa e ciascuno specializzato in una propria funzione: caritatevole per gli ospedalieri, fondati nel 1113; liturgica per i canonici, fondati nel 1114 e militare per i templari, fondati nel 1120, ma riconosciuti solo nel 1129. (cfr. A. DEMURGER, op. cit.)
 
  Goffredo di Buglione, duca di Bassa Lorena, in realtà non fu mai re di Gerusalemme; egli fu il grande condottiero e capo effettivo dell’esercito crociato che nel 1099 diede il definitivo assalto a Gerusalemme riportandola sotto il dominio cristiano. Già prima della presa di Gerusalemme per necessità organizzative erano stati fondati due stati: la contea di Edessa e il principato di Antiochia. Subito dopo la conquista di Gerusalemme i capi della crociata si riunirono per eleggere come capo un uomo che incarnasse la realtà della conquista, senza tuttavia pronunciarsi sulla forma che essa avrebbe assunto. Inizialmente nessuno dei principi crociati avrebbe accettato di lasciare ad altri il primato a Gerusalemme. Si affermò che “a nessuno era lecito portare la corona d’oro là dove Cristo aveva portato la corona di spine”. Quindi, a capo del regno latino di Gerusalemme fu designato Goffredo di Buglione, il principe di minor rilievo tra i grandi, un uomo finito fisicamente, anche se solo quarantenne; questi rifiutò infatti il titolo di re, preferendo la carica di “principe della città” e “difensore del Santo Sepolcro”. L’anno successivo, ossia nel 1100, Goffredo morì lasciando come successore il fratello Baldovino, conte di Edessa, che piegò la volontà degli altri feudatari, dei cavalieri e dei prelati della nuova Chiesa di Gerusalemme, assumendo senza esitazioni il titolo di re di Gerusalemme (Baldovino I). Prima di morire Goffredo stabilì canonici nella chiesa del Sepolcro e nella Cupola della Roccia (moschea di Omar), organizzando dunque la chiesa secolare di Gerusalemme come la chiesa occidentale (cfr. PIERRE AUBÈ, Goffredo di Buglione, ed. Salerno, Roma, 1987).
 
  Il 1270 è l’anno dell’ottava e ultima crociata.
 
  Dopo l’ultima crociata la Palestina venne infatti incorporata alla Siria sotto il dominio dei Mamelucchi d’Egitto. Solo nel 1335 i cattolici di rito latino vi entreranno con i francescani, grazie all’interessamento di Roberto d’Angiò, re di Napoli, e della moglie Sancia di Maiorca. I francescani si stabilirono nel convento del Monte Sion, costruito accanto al cenacolo in Gerusalemme, come rappresentanti della Chiesa di Roma e ottennero di poter officiare nel Santo Sepolcro e avere un posto dentro la basilica insieme ad altre comunità cristiane dissidenti. L’inizio giuridico della Custodia di Terra Santa risale al 1342, quando papa Clemente VI, con le bolle Gratia agimus e Nuper carissimae, approvò e ratificò il trapasso dei diritti sui santuari di Terra Santa che i Reali di Napoli avevano effettuato a favore dei Francescani.
 
Nel 1517 inizia il dominio degli Ottomani che, salvo brevi pause, si protrarrà fino al 1917.
 
  Pesenti si riferisce alla bolla del 4 Maggio 1515, con la quale Papa Leone X conferiva al Padre Custode di Terra Santa il privilegio di investire i Cavalieri del Santo Sepolcro. Tale bolla venne confermata da Papa Clemente VII nel 1525 e da Papa Pio IV il 1 Agosto 1561. Da pochi anni i Frati abitavano nel Convento di San Salvatore, ex convento georgiano della Colonna, dopo essere stati cacciati nel 1551 dal Convento del Sion dove avevano abitato dal 1333. Di fatto, l’investitura dei Cavalieri sulla Tomba di Cristo da parte del Padre Custode di Terra Santa è attestata dal 1496 al tempo di Padre Bartolomeo di Piacenza primo Magnus Ordinis S. Sepulchri Magister. Vi sono inoltre precedenti testimonianze dei pellegrini che descrivono l’investitura a Gerusalemme, sempre nella Basilica del Santo Sepolcro. Di queste si è già detto nelle pagine introduttive. Nel 1847 Papa Pio IX con la bolla Nulla Celebrior ripristinò a Gerusalemme il Patriarcato Latino, dando al Patriarca la facoltà di investire i Cavalieri. Da allora i Padri Francescani non crearono più i Cavalieri perché il Patriarca annesse a sè questa facoltà.
 
  Ancora oggi nella sagrestia del piccolo convento dei francescani addetti ad officiare nel basilica del Santo Sepolcro, sono conservati un paio di speroni dorati e una spada attribuiti a Goffredo di Buglione.
 
  Tutti gli ordini militari comportano per i fratelli gli obblighi religiosi del monaco o del canonico regolare, anche se meno rigidi e adattati alla loro vocazione e alla loro pratica militare. La partecipazione alla messa quotidiana è obbligatoria in tutti gli ordini (cfr. A. DEMURGER, op. cit.)
 
  Il Mar Morto è chiamato in arabo Bahr Lut, ossia Mare di Lot, mentre l’antico nome è Asfaltide. È la depressione geologica più profonda della terra: si trova a circa 400m sotto il livello del mare. È lungo 80-85 km e largo al massimo 17; il perimetro misura 230 km. Il punto di massima profondità delle acque raggiunge i 400 m. Non esiste un emissario, tuttavia la forte evaporazione impedisce la crescita del livello. Le acque del Mar Morto hanno una concentrazione di sali talmente alta da non consentire alcun genere di vita (donde il nome di Mar Morto). Il mare è circondato da colossali montagne, simili a muraglie inframezzate da gole profonde ed inaccessibili. Tra queste si ricordano a Est le Montagne di Moab, di cui una delle cime più alte è il Monte Nebo (m 808), dove Mosè, dopo aver contemplato la Terra promessa, morì all’età di 120 anni.
 
  Le cinque città della Pentapoli sorgevano sull’antica piana di Siddim, una penisola che sporge a Sud-Est, dividendo questa parte del Mar Morto in due parti disuguali, di cui la minore è quasi uno stagno salato di solo 6-8 m d’acqua.
 
  Giovanni evangelista chiama il luogo della predicazione di Giovanni il Battista e del Battesimo di Gesù “Betania, al di là del Giordano” (Gv.1,28) per distinguerla dalla Betania vicino a Gerusalemme, patria di Lazzaro e delle sue sorelle. Tuttavia non si conosce con precisione la collocazione di questo villaggio; recenti scoperte archeologiche tenderebbero a identificarlo con l’attuale Ennon-Sapsafas, nei pressi del wadi Kharrar, in Transgiordania. Il punto identificato dalla tradizione e qui descritta come luogo del Battesimo di Gesù si trova a 8 km da Gerico. Qui fin dai primi tempi del cristianesimo furono commemorati anche il passaggio del Giordano da parte degli Israeliti per entrare nella Terra promessa, il passaggio di Elia e il suo rapimento in cielo su un carro di fuoco e la predicazione del Battista.
 
  Anticamente Gerico era abitata dagli Asmonei, eredi della famiglia dei Maccabei, che vi avevano costruito un palazzo fortificato. Erode il Grande (morto proprio in questa città), vi aveva fatto erigere grandiosi edifici in stile ellenistico-romano e  tra questi, il suo palazzo d’inverno. A motivo del clima mite, sembra che alcune famiglie aristocratiche di Gerusalemme avessero proprio a Gerico una residenza invernale. La città era inoltre considerata l’ultima tappa per i pellegrini che dalla Galilea si dirigevano verso Gerusalemme, evitando di attraversare la Samaria a causa dei difficili rapporti con gli abitanti di questa regione, considerati eretici. L’attuale villaggio di Gerico, un’oasi nel deserto, è sorto nel XVIII secolo sulle rovine della città bizantina e crociata. In realtà l’insediamento di età ellenistica abitato ai tempi di Erode e di Gesù non corrisponde esattamente all’attuale Gerico, ma era situato un po’ più a Sud, sotto i colli.
 
  La ricchezza di reperti archeologici presenti sul territorio e la mancanza di fonti che possano dare indicazioni al riguardo, rendono oggi l’identificazione della casa di Zaccheo alquanto improbabile.
 
  La Fontana di Eliseo (che ne risanò le acque amare) si trova a Nord, sulla collina ove sorge la Gerico Cananea, ossia la prima città che gli Israeliti guidati da Giosuè, conquistarono entrando nella Terra promessa dopo l’attraversamento del Giordano. A partire dal 1907 scavi archeologici condotti in questa zona hanno riportato alla luce resti di costruzioni appartenenti a varie epoche, alcuni dei quali addirittura risalenti a circa 8000 anni prima di Cristo, facendo perciò di Gerico la città più antica del mondo fino ad oggi conosciuta.
 
  Il Monte della Quarantena, Giabal Quruntul in arabo, si trova ad Ovest della Gerico cananea e si erge quasi a picco sul piano viene anche chiamato Monte delle Tentazioni, a ricordo del digiuno di quaranta giorni di Gesù e delle tentazioni da lui subite durante questo periodo. Sulla cima del monte sono ancora visibili i resti di un’antica cappella eretta a ricordo della terza tentazione di Gesù. È possibile che Pesenti si riferisca ai resti di questa cappella quando parla di una caverna fatta accomodare e dipingere da Sant’Elena.
 
  Pesenti sembra parlare della fortezza che il re David conquistò verso l’anno 1000 a.C. togliendola ai Gebusei, il cui antico nome cananeo era Sion. Essa si trovava sulla collina dell’Ofel, a Sud-Est dell’attuale Gerusalemme. Dopo la conquista da parte di Davide la località si chiamò città di David e il nome “Sion” passò ad indicare simbolicamente l’intera città santa e soprattutto il Moriah, ossia il luogo ove venne costruito il Santuario per la custodia dell’Arca dell’Alleanza e, successivamente, il grandioso Tempio di Salomone. Storici ed archeologi concordano nel situare la Gerusalemme primitiva sul monte Ofel, e non sul monte Sion. L’Ofel si trovava infatti in una posizione invidiabile dal punto di vista strategico: il luogo era infatti facilmente difendibile da eventuali assalti di nemici. In vista di eventuali assedi re Ezechia (716-687) vi fece costruire anche una vasca o fontana per la conservazione dell’acqua.
 
  La torre cittadella, o Palazzo di Erode, venne chiamata “Torre di Davide” a motivo del fatto che al tempo di Erode si attribuiva a Davide la fondazione della città alta. Nel 24 a.C. venne costruito il palazzo in cui Erode ricevette i Magi. Risparmiato da Tito nel 70 d.C., venne distrutto da Adriano nel 135. Di esso rimangono solo le massicce basi.
 
  Il nome “Monte Sion” venne dato dai cristiani nel IV alla collina occidentale di Gerusalemme, sulla quale si trovava la Chiesa Madre del Cenacolo in cui si venerava anche la memoria e la tomba del santo re David. Dal XVI secolo la località si trova fuori dalla cinta delle antiche mura.
 
  Nel 1335 i Francescani costruirono accanto al Cenacolo il loro primo Convento. Il superiore di detto convento sarà poi chiamato il Custode della Terra Santa e riceverà il nome, tuttora in uso (dato che attualmente il convento è tornato ai Francescani), di “Guardiano del Santo Monte di Sion”. Nel 1551 i Musulmani costrinsero i Francescani ad abbandonare il Sion, mentre il Cenacolo veniva trasformato in moschea.
 
  Già nel II e III secolo sotto il Cenacolo venne eretto un edificio absidale, diviso in due parti dedicate rispettivamente alla lavanda dei piedi e alle apparizioni di Gesù risorto.
 
  È il Cenacolo, la “sala grande e addobbata”, posta al piano superiore della casa nominata dagli evangelisti nel racconto dell’Ultima Cena del Giovedì Santo, durante la quale istituì l’Eucarestia e il Sacerdozio. In questa casa Gesù apparve agli Apostoli dopo la Resurrezione e nacque la prima chiesa cristiana il giorno della Pentecoste. Un’antica e costante tradizione la indica come casa di Marco. Già al tempo degli apostoli il luogo venne reso oggetto di culto e nel IV secolo vi fu edificata una piccola chiesa. Risparmiato dalle varie distruzioni della città, l’antica casa rimase intatta fino a metà del XVI secolo. Nel IV secolo accanto al Cenacolo venne eretta una Basilica chiamata “Santa Sion” che venne poi distrutta dai Persiani nel 614. I Crociati più tardi la ricostruirono, a tre navate, e dedicarono la navata settentrionale alla “Dormizione di Maria Santissima”.
 
  Oggi è permessa la visita e una breve sosta di preghiera.
 
  L’edizione del 1628 inserisce qui le seguenti orazioni: PSALMUS: De profundis clamavi ad te Domine: Domine exaudi vocem meam. Fiant aures tuae intendentes in vocem deprecationis meae. Si iniquitates observaveris Domine: Domine, quis sustinebit ? Quia apud propitiatio est:  et propter legem tuam sustinui te Domine. Sustinuit anima mea in verbo eius, speravit anima mea in Domino. A custodia matutina usque ad noctem, speret Israel in Domino. Quia apud Dominum misericordia: et copiosa apud eum redemptio. Et ipse redimet Israel ex omnibus iniquitatibus eius. Gloria Patri, et Filio, &c. ANTIPHONA: Si iniquitates observateris Domine, Domine quis sustinebit. Kyrie eleison, Christe eleison. Kyrie eleison. Pater noster; et ne nos inducat in tentationem. Sed libera nos a malo. Dominus vobiscum. Et cum spiritu tuo. ORATIO: Deus fidelium lumen animarum adesto supplicationibus nostris, et da omnibus fidelibus in Christo, quorum corpora in isto agro requiescant, refrigerij sedem quietis beatitudinem et luminis claritatem. Per Christum Dominum nostrum.
 
  L’edizione del 1628 inserisce qui le seguenti orazioni: ANTIPHONA: Hic est Discipulus ille quem diligebat Iesus cui in Cruce pendens nostre salutis auctor matrem suam Virginem virgini comendavit. Ait Iesus discipulo moriens: Ecce Mater tua. ORATIO: Exaudi benignissime Iesu preces nostras, et intercedente pro nobis beato Ioanne Evangelista dilecto tuo: quem dolcissime Matri tuae in hoc sanctissimo loco, sacra Missarum solemnia saepius credimus celebrare: presta propitius ut eius exemplo sacrifitium nostrum casto corpore, et immacolato corde tuae sempre maiestati valeamus offerre. Qui vivi set regnas &c.
 
  L’edizione del 1628 inserisce qui le seguenti orazioni: ANTIPHONA: Hic impetam Iudei in Domini Nostri Iesu Christi Matrem unanimiter fecerunt, eius Sanctum funus evertere conantes. Dominus adiutor noster. Et salus nostra in tempore tribulationis. ORATIO: Omnipotens sempiterne Deus, qui Coelorum regine corpus gloriosum ab inhumanissimo Iudaeorum concursu, illud impudenter subvertere nitentium in hoc potenter eripus isti loco; quaesumus nos eiusdem genitricis filij cui interventione a cunctis cogitationum malarum incursibus difende placatus. Per eundem Christum Dominum nostrum.
 
  L’edizione del 1628 inserisce qui le seguenti orazioni: ANTIPHONA: Tunc caepit detestari, et iuvare, quia non novisset hominem et continuo gallus cantavit; et recordatus est Petrus verbi Iesu, quod dixerat, prius quam gallus cantet, ter me negabis. Et egressus foras venit in hunc locum. In quo flevit amare. ORATIO: Da nobis quaesumus Domine fidei, spei, et Charitatis augmentum, ut exemplo B. Petri Apostoli, cui tantum trina de te displicuit adiuratio, amara eius hic ostendit contritio, admissa largissime flere mereamur et flendo eadem amplius non admittere. Qui vivis et regnas, &c.
 
  L’edizione del 1628 inserisce qui le seguenti orazioni: ANTIPHONA: Expuit Iesus in terram et fecit lutum ex sputo, et linivit super oculos ceci nati et dixit: Vade, et lava ad Natatorie Soloe. Abijt ergo ille. Et lavit, et vidit. ORATIO: Deus cui nihil impossibile, sed solo verbo restaures universa; qui cecho nato eius oculos tuo iussu in his Siloe natatorijs extergenti, clarum tam spiritus: quam corporis reddidisti visum concede nobis quaesumus, haec tua sancta recensentibus opera, ut oculi mentis nostrae luto delictorum infetti, aqua misericordiae tuae valeant expiari. Qui vivis et regnas, &c.
 
  Il nome di “Valle di Giosafat” venne dato alla parte settentrionale della valle del Cedron che separa il Moriah, su cui era costruito il Tempio, dal monte degli Ulivi. È un nome simbolico tratto dal profeta Gioele e signica “Dio giudica”. È possibile che questo tratto di valle venne denominato così perché qui tradizionalmente venivano seppelliti i morti in attesa della risurezione e del giudizio finale divino. La valle è infatti ricca di sepolcri.
 
  ORATIO: Respice quaesumus Domini super hanc familiam tuam pro qua Dominus noster Iesus Christus non dubitavit manibus nocentium tradi, et cunctis subire tormentum.
 
  Betania è un piccolo villaggio che sorge alle pendici orientali del Monte degli Ulivi, sulla strada di Gerico, a 3-5  km da Gerusalemme. In onore di Lazzaro nel IV secolo i cristiani ne cambiarono il nome in Lazarium e sulla sua tomba costruirono una chiesa. Una seconda chiesa venne eretta sulla casa di Lazzaro, Marta e Maria. Le due costruzioni subirono varie vicende, ma numerosi resti archeologici ne testimoniano la grandezza e la bellezza. Le rovine della chiesa costruita sulla tomba di Lazzaro (a cui si accede tuttora scendendo 24 scalini) nel XVI vennero trasformate in una moschea. L’edizione del 1628 inserisce qui le seguenti orazioni: ANTIPHONA: Intravit Iesus in hoc Castellum, et Mulier quaedam Marte nomine, accepit illum in domum suam. Marta Marta sollecita es. Et turbarsi ergo plurima. ORATIO: Dulcissime Domine Iesu Christe, qui pro tua summa pietate in hac famulae tuae Marte domo, saepius hospitari dignatus es; da quaesumus ita nos meritis ipsius ospite tuae conscientiae nostrae habitaculum sanctis tibi preparare virtutibus, ut cum estrema dies advenerit, in coelestiregni tecum peremniter hospitari mereamur . Qui vivis et regnas, &c. HYMNUS: Nardi Maria distici / Sumpsit libram mox optimi / Unxit beatus Domini / Pedes rigando laxrymis / Honor decus imperium / Sit trinitati unice / Patri nato paraclito / Per infinita specula. Amen. - Optimum partem elegit sibi Maria. Quae non auferetur ab ea in aeternum. ORATIO: Beatae Mariae Magdalenae, quaesumus Domine suffragijs adiuvemur: precibus exoratus quatriduanum fratrem Lazarum vivum, ab inferis resuscitasti . Qui vivis, &c.
 
  ANTIPHONA: Iesus ergo rursum fremens in semetipso venit adhuc Monumentum et ait tollite lapidem. Hoc cum dixisse voce ,agna clamavit: Lazare veni foras. ORATIO: Omnipotens clementissime Deus, qui mundum innumerabilibus renovas beneficijs, concede quaesumus, ut sicuti Lazarum in hoc mausoleo quatriduanum, fetidumque tecentem, ac magna mole lapidis abrutum : qui peccatorem in peccatis mortuum, tua solita pietate suscitatum esse designiat : ad hanc mortalem lucem, per unigeniti filij tui vocem, potenter redire iussisti, hic nos iubeas vitiorum omnium resuscitatos pondere, per eum sacratissime passionis mysterium ad aeternam lucem feliciter pervenire. Qui vivis et regnas, &c.
 
  L’edizione del 1628 inserisce qui le seguenti orazioni: ANTIPHONA: Cum autem esset Iesus in Betania in domo Simonis leprosi accessit ad eum mulier habens alabastri unguentum pretiosi: Et effudit super caput ipsius recumbentis. Videntes autem discipuli indignati sunt dicentes, ad quid perditio haec. Quid molesti aestis huic muliebri. Bonum enim opus operata est in me. ORATIO: Fac nos quae sumus Domine, exemplo B. Mariae Magdalenae, quam in hoc locho super caput, et pedes dolcissimi filij tui recumbentis alabastri unguenti pretiosi credimus effudisse, eiusdem Domini Nostri Iesu Christi mortalitatem posteris designantem, omnes actus nostros recte, intentionis unguento condire: ut istud venerandum recensentes spectaculum, certe redemptionis nostrae misteria, fideli mente pertractare mereamur. Per eundem, &c.
 
  ANTIPHONA: Nundum venerat Iesus in hoc Castellum sed erat adhuc in loco isto, ubi occurrit ei Martha. Dixit Martha sorori sue. Resp. Magister adest, et vocat te. ORATIO: Consolator optime Iesu Christe benigne, qui ad gaudium Mariae, et Marthae sororum de interitu fratris a pena dolentium Betaniam ascendisti, et ex longo fatigatus itinere hic humiliter concedisti: patris tui gloriam: in defunti Lazari suscitatione mundo gloriosissime ostensurus: presta propitius, ita nos per amplam praesentis vitae viam fideliter incedere, ut soluti carnis ergastolo in caelestibus tabernaculis, tecum mereamur aeternaliter conquiescere. Qui vivis et regnas, &c.
 
  ANTIPHONA: Lapidaverunt hic Stephanum Iudei invocantem, et dicentem, Domine Iesu accipe spiritum meum. Et ne statuas illis hoc peccatum, quia nesciunt quid faciunt, et cum hoc dixisset obdormivit in Domino. Stephanus vidit Coelos apertos. Resp. Vidit, et introivit, beatus homo cui Coeli patebunt. ORATIO: Omnipotens sempiterne deus, qui primitias martirum in beati Levite : Stephani sanguine dedicasti tribue quaesumus, ut pro nobis intercessor existat, qui pro suis etiam persecutoribus oxoravit Dominum Iesum Christum filium tuum. Qui tecum vivit et regnat, &c.
 
  Detta anche piscina Bezetha. Il nome “probatica” significa “delle pecore” e forse vi venivano lavati gli animali destinati al sacrificio nel Tempio. Oggi se ne conservano le rovine. La piscina era circondata da quattro portici, sotto i quali venivano ricoverati i malati; un quinto portico divideva la piscina in due bacini che al tempo di Gesù avevano un’area di 120m x 60. Viene ricordata perché Gesù vi compì il miracolo della guarigione del paralitico (Giovanni 5,2 – 18).
 
  In Giovanni 5,4 si parla di “un angelo… che agitava l’acqua”, ma tutto il versetto è posto tra parentesi e manca nei manoscritti migliori e più antichi. Potrebbe essere un’aggiunta che riporta un modo popolare di esprimersi per indicare alcune virtù terapeutiche dell’acqua. Trattandosi infatti di acqua sorgiva ogni tanto poteva capitare che ribollisse e si agitasse. Il riferimento all’angelo significa che quelle virtù erano ritenute soprannaturali.
 
  L’edizione del 1628 inserisce qui le seguenti orazioni: ANTIPHONA: Erat autem quidam homo ibi triginta et otto omnes habens in infirmitate sua, hunc cum vidisset Iesus iacentem et cognovisset, quia multum tempus haberet, dixit ei, vis sanus fieri? Respondit ei languidus, Domine hominem non habeo, ut cum fuerit turbata aqua nittat me in piscinam. Dixit ei Iesus, Surge tolle grabatum tuum, et ambula. Risp. Et statim sanus cactus est homo ille, et sustulit grabatum suum, et ambulavit. ORATIO: Infirmitas nostras respice, Domine Iesu Christe, et gratiae tua pietatis, animarum sana languores, qui triginta et octo annos egrotantem virum apud hanc probaticam piscinam, aque motum expectantem respexisti, cumque tua invisibili pietate motus solo verbo curasti. Qui vivis &c.
 
  Ancora oggi la spianata del Tempio è considerata, soprattutto per ebrei e musulmani il cuore della città, individuabile facilmente anche da lontano, dalle alture circostanti, per la moschea di Omar che vi si eleva al centro, nel luogo dell’antico tempio di Salomone. La storia del Tempio di Gerusalemme ebbe inizio quando Davide riuscì ad introdursi con l’inganno in Salem, antica roccaforte cananea dei Gebusei. In seguito, nell’anno 960 a.C., sul grande piazzale, in parte artificiale, del monte Moriah, per volere di Dio Salomone, figlio di Davide costruì un ricco e grandioso tempio: l’unico tempio del popolo ebraico, centro e anima di tutta la sua storia religiosa e politica. Nel 587 a.C. la costruzione venne distrutta dai Caldei guidati da Nabucodonosor; venne poi ricostruito, più modestamente da Zorobabele nel 516 a.C. Successivamente, nel 20-19 a.C., per ingraziarsi gli Ebrei, Erode il Grande volle demolire l’antico tempio per ricostruirlo più sontuoso, di straordinaria bellezza, un vero capolavoro di ingegneria, tale da essere paragonato ai tempi alle sette meraviglie del mondo. A questo proposito Giuseppe Flavio scrisse: “il costo di quest’opera era incalcolabile e la sua magnificenza insuperabile”. Il nuovo Tempio venne dedicato, ossia consacrato, nel 18 a.C., ma per completarlo ci vollero ancora circa ottant’anni di lavori, durante i quali non venne però mai interrotto il culto. Durante la guerra di sollevazione dei Giudei contro i Romani (66-70 d.C.) il Tempio venne distrutto dai soldati romani di Tito Vespasiano: secondo Giuseppe Flavio, infatti, Tito non diede mai l’ordine di incendiare il Tempio, anzi suo desiderio era di risparmiarlo, ma l’iniziativa venne prese da un oscuro soldato. Inutili furono anche i successivi tentativi di ricostruzione, tra cui quello di Giuliano l’Apostata, nel 363, durante il quale però in realtà egli non fece altro che completare la rovina del Tempio rimuovendo le costruzioni pagane fatte costruire sopra le rovine nel 135 da Adriano. Dopo questo ultimo tentativo la spianata venne definitivamente abbandonata tanto che divenne un deposito di immondizie fino all’arrivo degli Arabi nel 637. I musulmani sopraggiunti lo ritennero un luogo sacro, poiché secondo la tradizione, dopo Abramo, Davide, Salomone ed Elia, anche Maometto avrebbe pregato sulla roccia del Moriah (cima rocciosa della collina). Fu così che nel 692 costruirono una delle più belle ed importanti moschee del mondo, ossia la Moschea di Omar, detta anche la Cupola della Roccia. Dopo la presa di Gerusalemme da parte dei Crociati, nel 1099 la moschea venne trasformata in Templum Domini e venne così officiata fino al 1187, quando, con la caduta di Gerusalemme nelle mani del Saladino, la costruzione tornò nelle mani dei musulmani e divenne nuovamente moschea. La spianata del Tempio è tuttora circondata da mura erette nel XVI secolo da Solimano il Magnifico.
 
  La chiesa di S. Anna è il monumento più caratteristico e meglio conservato dell’arte crociata. La chiesa è dedicata alla madre di Maria, Sant’Anna e la cripta si venera come luogo in cui nacque la Vergine. Sebbene non si sappia esattamente dove sia nata la Madonna, il protovangelo di Giacomo (II secolo) fa riferimento ad un sito, in Gerusalemme, vicino al Tempio e così i pellegrini cristiani fin dal V secolo, accanto alla piscina probatica, costruirono una chiesa, chiamata del “Paralitico” o di “Santa Maria dove essa è nata”, e la venerarono come luogo di nascita di Maria. Andata in rovina l’antica costruzione, venne ricostruita dai Crociati nel 1142 per ordine di Arda, moglie del sovrano di Gerusalemme, e dedicata a Sant’Anna. Già cinquant’anni più tardi fu trasformata dal Saladino in madrasah (scuola coranica). Nel 1865 il sultano turco la donò col terreno circostante al Governo francese e dal 1878 è affidata ai cattolici Padri Bianchi. Sebbene abbia subito ampi restauri, la chiesa, di severa bellezza, è un vero gioiello dell’arte crociata. Nell’interno, a tre navate, una breve scala scende nella cripta bizantina dove secondo la tradizione si trova la casa natale di Maria. A fianco della chiesa sono stati riportati alla luce i resti della piscina di  Bethesda, o Piscina Probativa.
 
  ANTIPHONA: Gloriose Virginis Mariae, et Annae ma tris eius Conceptionis, et Nativitatis Ecclesiam, devotissime visitemus, quae et genitrices dignitatem obtinuit et virginalem pudicitiam non amisit: Ver. Ora pro nobis sancta Dei genitrix. Resp. Ut digni efficiamur promissionibus Christi. ORATIO: Famulorum quorum quaesumus Domine delictis ignosce, ut qui tibi placere de actibus nostris non valemus B. Annae, et genitricis filij tui domini nostri intercessionibus salvetur. Per eundem Christum, &c.
 
  L’edizione del 1628 specifica che nella casa di Pilato “et altri luoghi dove non si può entrare, passando si dice Pater noster, et Ave Maria”.
 
  Ancora oggi viene chiamata Via Dolorosa la strada di Gerusalemme che percorse Gesù portando la croce sulle spalle, dal Pretorio di Pilato, nella torre Antonia, fino al Calvario. Lungo la Via Dolorosa attualmente vi sono nove stazioni di una Via Crucis che ricorda le tappe significative della Passione di Gesù (le ultime cinque si trovano all’interno della basilica del Santo Sepolcro), ma tali tappe sono più da considerarsi sotto il profilo devozionale, che non quello storico-archeologico.
 
  Ancora oggi è visibile il cosiddetto “Arco dell’Ecce Homo”: è un arco romano che attraversa la strada risalente al tempo di Adriano, che lo fece costruire nel 135 sul grande lastricato del Litòstroto, dove si svolse il processo di Gesù davanti a Pilato. Era in origine a tre fornici e segnava l’ingresso alla città di Aelia Capitolina, costruita dai romani sulle rovine di Gerusalemme. Oggi è visibile solo la parte centrale: una parte è scomparsa e si trovava all’interno del convento dei dervisci islamici, mentre dall’altro lato la parte finale dell’arco è inglobata nella basilica dell’“Ecce Homo”. Il nome “Arco dell’Ecce Homo” è piuttosto tardivo: risale infatti al XVI secolo ed ha due possibili origini: potrebbe collegarsi alle due pietre che vi sono incastrate e che secondo i pellegrini del tempo dovevano essere quelle su cui poggiavano i piedi di Gesù nel momento in cui Pilato lo presentava alla folla; oppure alla falsa credenza, condivisa anche da Pesenti, secondo cui Pilato presentò Gesù proprio da quell’arco. Sopra la parte che scavalca la via è oggi visibile una casa araba.
 
  La porta costituisce la quinta stazione della Via Dolorosa (Il Cireneo aiuta Gesù). Oggi conduce a una cappella francescana.
 
  Il velo di seta con cui la donna asciugò il volto di Gesù e su cui rimasero impressi i suoi tratti è conservato nella basilica di San Pietro a Roma fino dal 707. La porta che costituisce la sesta stazione della Via Dolorosa conduce oggi a una piccola chiesa armeno-ortodossa, in cui si trova la tomba della Santa.
 
  Ancora oggi tra la sesta e la settima stazione si nota un arco facente parte delle antiche mura della città al tempo di Gesù.
 
  In questo luogo, che la tradizione indicò fin da tempi remotissimi come Sepolcro della Madonna, sorse una prima chiesa nel V secolo. Questa primitiva costruzione venne distrutta nel 1010 e successivamente, nel 1130, restaurata dai Crociati che vi aggiunsero un’abbazia benedettina. I soldati di Saladino distrussero l’abbazia nel 1187, ma risparmiarono la tomba di Maria. Nel 1303 i francescani ne ottennero il possesso dal Sultano di Egitto ed essi vi si stabilirono fino al 1757, quando vennero scacciati definitivamente dai musulmani, istigati dai greci ortodossi, i quali poi subentrarono ai francescani nel possesso del luogo.
 
  La lunga scalinata fu costruita dai Crociati che vollero chiudere l’ingresso primitivo lungo il torrente Cedron in quanto causa di frequenti inondazioni.
 
  L’edizione del 1628 specifica che “qui si dice le seguenti orationi: Al Sepolcro di S. Gioachino. ANTIPHONA: Similavit te Deus Ioachim viro sapienti, qui edificavit domum suam supra petram. Ora pro nobis B. Ioachim. Ut digni efficiamur promissionibus Christi. ORATIO: Deus qui nos B. Ioachim Patris genitricis Dei commemoratione letificas, concede propitius ut eius memoria olimus etiam patrocinia sentiamur. Per Christum &c. Al Sepolcro di S. Anna. ANTIPHONA: Haec est radix, et stirps Ieffe, ex qua Virgo sumpsit esse quae divinum proferì florem et fert fructum contra mortem. Vers. Ora pro nobis B. Anna. Risp. Ut digni efficiamur promissionibus Christi. ORATIO: Deus qui B. Annam matrem tuae genitricis fieri evoluisti presta quaesumus ut apud te meritis utriusque ma tris et filie regna coelestia consequamur. Qui vivis  &c. Al Sepolcro di S. Gioseffo. ANTIPHONA: Sancte Joseph suffragia nos tueantur iugiter et ad regna coelestia nos perducant feliciter. Vers. Ora pro nobis B. Ioseph. Risp. Ut digni efficiamur promissionibus Christi. ORATIO: Da quaesumus Domine B. Iosepho sponsis genitricis Dei Mariae solemnitatibus gloriari, ut eius sempre et patro civijs sublevemur, et fidem congrua devotione sectemur. Per Christum Dominum nostrum  &c.
 
  HYMNUS: Ave maris stella, / Dei Mater alma / Atque semper virgo / Felix caeli porta / Sumens illud ave / Gabrielis ore / Funda nos in pace / Mutans Evae nomen / Solve vincla reis / Profer lumen caecis / Mala nostra pelle / Bona cuncta posce / Monstra te esse matrem / Sumat per te preces / Qui pro nobis natus / Tulit esse tuus / Virgo singularis / Inter omnes mitis / Nos culpis solutos / Mites fac et castos / Vitam praesta puram / Iter para tutum / Ut videntes Jesum / Semper collaetemur / Sit laus Deo Patri / Summo Christo decus / Spiritui sancto / Tribus honor unus.  Amen. ANTIPHONA: O Gloriosa Domina assumpta super sydera, quae nec primam similem, nec habere sequentem, sola sine exemplo placuit Virgo Christo. Vers. Esaltata est sancta Dei genitrix. Resp. Super choros Angelorum ad coelestia regna. ORATIO: Famulis tuis quaesumus Domine coelestis gratiae munus impartire, ut sicut B. V. nobis extitit salutis exordium: ita eius assumptio gloriosa aditum ad gaudium tributa Angelorum. Per Christum &c.
 
  Effettivamente si trova in questo luogo una tomba o pietra sepolcrale che, come quella di Gesù, è stata tagliata e isolata dalla roccia circostante. Si tratta di una tomba che ha tutte le caratteristiche di una tomba del I secolo d.C. e fin da allora venne venerata dai cristiani come luogo di sepoltura della Madonna. Sulla lastra del sepolcro ci sono tre grossi fori che permettono ai fedeli di toccare l’interno della tomba di Maria. Non bisogna però dimenticare che esiste un’altra tomba della Vergine, e precisamente ad Efeso in Turchia: secondo un’altra versione della tradizione, infatti, l’apostolo Giovanni portò con sé la madre di Gesù quando vi si trasferì.
 
  Pesenti si riferisce forse alla cosiddetta “grotta del Getsemani” o “degli Apostoli”: questa grotta si trova nell’Orto degli Ulivi, dove probabilmente c’era il frantoio per la lavorazione delle olive. Qui, secondo la tradizione, dopo l’Ultima Cena Gesù lasciò otto dei suoi discepoli e qui venne tradito da Giuda e catturato. La grotta è di forma irregolare, lunga circa 17 metri, larga 9 e alta 3,50. Fu venerata e trasformata in chiesa rustica fin dai primi tempi del cristianesimo, come testimoniano i resti di pavimento in mosaico.
 
  Non si capisce se Pesenti si stia riferendo alla “roccia dell’agonia”: un banco di roccia grezza che da sempre i cristiani venerano come luogo ove Gesù agonizzò e sudò sangue pregando nella sua ultima notte. In questo luogo l’imperatore Teodosio (379 – 393 d.C.) costruì una basilica che venne poi distrutta dai Persiani. Nel 1145 i crociati vi eressero una chiesa col nome di San Salvatore. Sui resti di queste antiche costruzioni nel 1920–1924 venne costruita l’attuale chiesa dell’Agonia o Basilica di tutte le Nazioni. La roccia dell’Agonia ora si trova davanti all’altare maggiore della suddetta basilica.
 
  ANTIPHONA: Dominus Iesus Christus mundi redemptor,facta cum discipulis Cena venit in hunc locum, celesti patri oraturus, et cum prolixius or affet, factus est in agonia. Vers. Factus est autem sudor eius. Resp. Tanquam guttas sanguinis decurrentis in terra. ORATIO: Domine Iesu Coriste dolcissime qui antequam patererit Hierosolymam egressus ad hunc orationis tue locum more solito perpetrasti ut te sponte passurum demonstrares, ubi factus in agonia preangustia calicis passionis tuae bibendi guttas sanguineas insudasti: tuae assumete carnis veritatem pro orando hinc tuam imploramus clementiam ut nobis spiritum in oratione corroborans agonia tuae nos sociare digneris, quo nullis tentationibus territi: cuncta adversantia te adiuvante vincamus. Qui cum Patre et Spiritu sancto &c.
 
  Attualmente i cattolici venerano il mistero dell’Assunzione della Madonna nella grotta degli Apostoli, poiché l’attigua basilica dell’Assunzione è in mano agli ortodossi.
 
  L’edizione del 1628 inserisce qui le seguenti orazioni: ANTIPHONA: Sancta Maria suburre miseris, iuva pusillanimes, refove flebiles. Ora prop populo, interveni pro clero, intercede pro devoto foemineo sexu. Sentiant omnes tuum iuvamen quicumque celebrant tuam sanctam commemorationem. Vers. Ora pro nobis sancta Dei genitrix. Resp. Ut digni efficiamur promissionibus Christi. ORATIO: Famulorum quorum quaesumus Domine delictis ignosce, ut qui tibi placere de actibus nostris genitricis filij tui Domini nostri Iesu Christi intercessione salvemur. Per eundem Christum Dominum nostrum. Amen.
 
  A destra del sagrato Basilica di tutte le nazioni si trovano i resti della chiesa crociata di San Salvatore e la massa rocciosa, detta “Rocce dei Tre Apostoli” a cui fa riferimento Pesenti. Secondo la tradizione qui Gesù lasciò Pietro, Giacomo e Giovanni e si appartò a pregare. Poco lontano si trova la “Grotta del Getsemani”.
 
  L’edizione del 1628 inserisce qui le seguenti orazioni: Vigilate et hic, orate. ANTIPHONA: Assumpto autem Iesu Petro et duobus filijs Zebedei, coepit contristari et mestus esse tunc ait illis. Tristis est anima mea usque ad mortem, sustinete hic et vigilate mecum. Vers. Et reversus ad discipulos suos ait Petro. Resp. Non potuisti una hora vigilare mecum. ORATIO: Dolcissime Domine Iesu Christe, qui quantum humanam possit fragilitas praenosceris, discipulos tuos praedilectos: quos ex nimia cordis tristizia, et urgens corporis necessitas, valium hic saporem immerserat benignissime excitasti, atque ut orazioni vocarent exortatus fuisti, omnem negligentiae nostrae, somnolentiaeque corporem a nobis procul repelle: ut salutiferum totius vitae tuae decursum vigilantis ac devotius contemplari mereamur. Qui vivis &c.
 
  L’edizione del 1628 inserisce qui le seguenti orazioni: ANTIPHONA: Dederat autem eis signum traditor dicens: Quemcumque osculatus fuero ipse est, tenete eum, et cucite caute. Vers. Dixit Iesus tradenti se. Resp. Iuda osculo filium homini tradis. ORATIO: Domine Iesu Christe umani generis benigne redemptor qui ob maximum erga nos amorem tuum a discipulo in hoc orto sancto, primum tradi, deinde ab immanissima Idaeorum manu capi, ligari atque ignominiose tamquam latro ad pontificis praesentiam plectendus perduci sustinuisti, postremo vero turpissimam crudelissimamque mortem appetire ut nos de inimicis rugientis captivitate absolvens ultro evoluisti: concede nobis quaesumus: ut cuncta huiuscemodi adversaequo atque constanti animo tolerare et tollerando pro tui nominis gloria eiusdem cum gaudere quaeamus. Qui vivis &c.
 
  L’edizione del 1628 inserisce qui le seguenti orazioni: ANTIPHONA: Cum appropinquasset Iesus Hierusalem, videns civitatem flevit super illam. Vers. Non relinquent in te lapidem super lapidem. Resp. Eo quod non noverit tempus visitationis tuae. ORATIO: Inclina Domine aurem tuam precibus suplicantium, ut qui super hanc sanctam Civitatem Iudaeorum magis infidelitatem, quam urbis ruinam, te magnae motum pietate hic flevisse credimus, ab omni nos infidelitatis vulnere liberari, lacrymarum tuarum, participes esse possimuss. Qui vivis et regnas &c.
 
  Credo in Deum Patrem omnipotentem, &c. Pesenti si riferisce probabilmente alla formulazione del Credo da parte degli Apostoli.
 
  Pater noster, qui es in Coelis, sanctificetur &c. L’orazione domenicale è il Padre Nostro. Il luogo qui descritto da Pesenti si trova vicino alla cima del Monte degli Olivi, sopra una grotta dove la tradizione colloca molti discorsi di Gesù, l’insegnamento, appunto, del Padre Nostro e la formulazione del Credo da parte degli Apostoli dopo la Pentecoste. Qui l’imperatrice Elena fece costruire nel IV secolo una basilica che chiamò “in Eleona”, cioè “nell’Oliveto”. Dopo varie distruzioni attraverso i secoli, i crociati costruirono, sulle rovine dell’Eleona, la Chiesa del Pater. Attualmente, sulle rovine della chiesa crociata, sorge un santuario ottocentesco tenuto dalle Carmelitane.
 
  Il discorso escatologico di Gesù, riguardante la distruzione del Tempio di Gerusalemme e la fine del mondo, fu fatto sul monte degli Ulivi, ma, a contrario di quanto dice Pesenti, non è possibile fissarne il punto preciso. A ricordo di questi discorsi oggi, sui resti di un’antica chiesa del VII secolo (forse la Chiesa fatta erigere da Santa Pelagia a cui fa riferimento Pesenti), sorge un santuario moderno. L’edizione del 1628 inserisce qui le seguenti orazioni: ANTIPHONA: Sedente Iesu super hunc Montem Oliveti, accesserunt ad eum Discipuli eius secreto dicentes: Domine quando haec erunt, et quod signum adventus tui et consumationis seculi. Vers. Consurget enim gens in gentem et regnum in regnum. Resp. Et erunt pestilentiae et fame set terremotus per loca. ORATIO: Presta nobis Domine Iesu Christe pater futuri seculi, ut tuis sacris actionibus eruditi, Sudicio illo tremendo: de quo Apostolis tuis hoc in loco petentibus locutus fuisti: meritis tuae passionis sanctissimae, leti interesse mereamur. Qui vivis et regnas &c.
 
  L’edizione del 1628 inserisce qui le seguenti orazioni: ANTIPHONA: Pelagia meretrix, quidam nocte poenitentia ducta, de domo suae effugiens in montem Oliveti se contulit, ubi habitum heremitae accipiens in hac parva Cellula se inclusit, et Deo in multa abstinentia deservivit. Vers. Ora pro nobis. Resp. Ut digni efficiamur &c. ORATIO: Exaudi nos Deus salutaris noster, ut sicut de beata Pelagia conversione gaudeamus, ita eius admirabilis poenitentiae animemur exemplo. Per Dominum nostrum &c.
 
  L’Ascensione al cielo di Gesù viene descritta dall’evangelista Luca sia nel Vangelo che negli Atti degli Apostoli, senza però dare indicazioni precise sul luogo dove avvenne. Tuttavia, fin dai primi tempi del cristianesimo, il fatto miracoloso venne collocato e ricordato sulla cima del Monte degli Ulivi. Si sa che al tempo di San Gerolamo (347–420 ca) vi era un tempio a forma rotonda, a cielo aperto, detto Imbomon, ossia “posto sulla cima”. La costruzione aveva un diametro di circa 32 m e al centro si trovava la “roccia sacra” sulla quale, secondo la tradizione, posava i piedi Gesù quando si elevò verso il cielo. Successivamente i crociati vi costruirono una cappella, che nel 1187 venne modificata dai musulmani che ne fecero una moschea murandone le arcate e aggiungendovi una cupola ottagonale di 6,60 m di diametro.
 
  HYMNUS: Iesu nostra redemptio / Amor et desiderium / Deus creator omnium / Homo in fine temporum / Quae te vicit clementia / Ut ferres nostra crimina / Crudelem mortem patiens / Ut nos a morte tolleres / Inferni clausura penetrans / Tuos captivos redimens / Victor triumpho nobili / Ad dextram patris residens. / Ipsa te cogat pietas / Ut mala nostra superes / Parcendo et voti compotes / Nos tuo vultu facies / Tu esto nostrum gaudium / Qui es futurus praemium / Sit nostra in te gloria / Per cuncta sempre specula.  Amen. ANTIPHONA: O Rex gloriae Domine virtutum, qui triumphator hic super omnes Coelos ascendisti, ne derelinquas nos orfanos, sed mitte promissum patris in nos spiritum veritatis allaluia. Vers. Ascendit Deus in iubilatione alleluia. Resp. Et Dominus. ORATIO: Concede quaesumus omnipotens Deus: ut qui de hoc loco unigenitum tuum redemptorem nostrum ad Coelos ascendesse credimus ipsi quoque mente in caelestibus habitemus. Per eundem Christum &c.
 
  Il Monte degli Ulivi effettivamente è uno dei luoghi più suggestivi di Gerusalemme. Esso è formato da tre alture: quella Nord (810 m), chiamta dai cristiani “Viri Galilaei”; quella centrale (808 m), dove viene collocato il luogo tradizionale dell’Ascensione; quella Sud (734 m) detta Monte dello scandalo.
 
  Le attuali mura di Gerusalemme vennero innalzate nel 1542 durante il regno di Solimano il Magnifico. Hanno un perimetro di circa 3 km e sono alte 13 m., sono munite di 34 piccole torri e hanno 8 porte.
 
  Probabilmente si riferisce alla Cittadella. Pesenti non cita il caratteristico minareto perché fu costruito solo nel 1635.
 
  Credo si tratti della “Porta di Erode”.
 
  Detta anche “Porta di Hebron”. Presso la porta di Giaffa si trova la Cittadella,un insieme di costruzioni irregolari e dirute fiancheggiate da torri; tra queste quella Nord-Est è detta “torre di David”.
 
  Detta anche “Porta di Sion”, si trova a Sud.
 
  Oggi è chiamata “Porta del Letame” o “Porta dei Mograbini” (Marocchini).
 
  La porta d’Oro di cui si è già detto.
 
  Ai tempi di Gesù la spianata del Moriah, ingrandita verso Nord, era circondata da portici superbi, ad eccezione dell’angolo Nord-Ovest, in cui sorgeva la fortezza Antonia. Il portico orientale conservava il nome di “Portico di Salomone”; il portico meridionale era chiamato “Regio” ed era il più bello con quattro file di colonne di 8 m coronate da capitelli corinzi. A Sud-Est si elevava a picco sulla valle del Cedron a un’altezza di 180 m ed è quindi possibile identificarlo con il “pinnacolo del Tempio” di cui parla l’evangelista Matteo (Mt 4,5-6).
 
L’accesso alla zona all’interno dei portici era permesso solo agli ebrei ed era ben definita da una balaustrata che girava intorno all’edificio centrale. L’accesso nella parte proibita da parte di un incirconciso comportava la pena di morte. Oltrepassati i portici si accedeva al cortile dei Gentili, dove potevano accedere anche gli stranieri.
 
  Il “Portico di Salomone” era il portico orientale del Tempio.
 
  La porta di S. Stefano si trova a Est, e venne così denominata dai cristiani perché secondo la tradizione qui sarebbe stato lapidato il santo. Si chiama anche “porta dei Leoni” per i rilievi di due coppie di leoni affrontati che fiancheggiano l’ogiva, o “porta delle pecore” o, ancora, dagli arabi, “Bâb Sittia Maryam”, cioè “Porta della Vergine Maria” perché si credeva che in questo luogo fosse nata e perché conduceva alla tomba della Madonna nella valle del Cedron.
 
  Oggi è anche detta “Porta della Colonna” ed è la più alta e la più frequentata.
 
  L’edizione del 1628 inserisce qui le seguenti orazioni: ANTIPHONA: Tunc relicto Iesu omnes Discipuli fugierunt. Vers. Jacobus venit ad hunc locum. Resp. Non se comesturum voverat nisi prius videret Christum resuscitatum. ORATIO: Domine Iesu Christe consolator omnium et redemptor qui B. Apostolo tuo Iacobo Idaeorum metu in hoc latibulo tempore tuae passionis secretissime latitanti, tua resuscitatus potentia, eumque com’edere benigne suffisti esto nobis precibus ipsius Apostoli propitius et presta ut inter has barbaras nationes omesso omnis pusillanimitatis timore, fidem tuam constanter confiteri et predicare valeamus. Qui vivis &c.
 
  Ancora oggi i luoghi vengono indicati come tombe di Assalonne, San Giacomo (anche se per quanto riguarda San Giacomo Pesenti non parla di tomba, ma di nascondiglio) e Zaccaria, ma i monumenti sono soltanto commemorativie risalgono all’epoca ellenistica: nessuno di essi accolse le ceneri del defunto di cui porta il nome. Assalonne era figlio di re David e “mentre era ancora in vita si era fatto erigere questo monumento poiché diceva: «Non avendo figli, questo sarà il ricordo del mio nome» e chiamò il monumento con il nome suo , cosicché ancor oggi è chiamato la Mano di Assalonne” (2° Re, 18, 18); detto anche “tiara dei faraoni” per la forma conica della parte superiore, il pilastro di Assalonneè databile all’epoca del Secondo Tempio. San Giacomo molto probabilmente è l’apostolo Giacomo “il Minore”, cioè il figlio di Alfeo e di Maria, parente della Madonna. Egli fu il primo vescovo di Gerusalemme e morì martire, gettato dagli Ebrei dal pinnacolo del Tempio nella valle del Cedron; Zaccaria potrebbe essere il profeta di cui si parla nel secondo libro delle Cronache (24,20-22), la cui uccisione nel santuario del Tempio è ricordata da Gesù insieme a quella di Abele (Mt 23,35)
 
  Questa fonte, detta anche fonte Ghihon, viene infatti ancora oggi chiamata dai cristiani Fontana della Vergine, ma questa denominazione pare piuttosto dovuta al fatto che secondo la tradizione qui Isaia profetizzò ad Acaz: “Ecco la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emanuele” (Isaia 7,14). La stessa fonte è chiamata invece dagli arabi madre degli scalini a causa dei 32 scalini che bisogna scendere per attingervi l’acqua. L’edizione del 1628 inserisce qui le seguenti orazioni: ANTIPHONA: Ave Regina Coelorum, Ave Domina Angelorum, Salve radix sancta, Ex qua mundo lux est orta, Gaude gloriosa Super omnes speciosa, Vale valde decora Et pro nobis Christum sempre exora. Vers. Ora pro nobis sancta Dei genitrix. Resp. Ut digni efficiamur promissionibus Christi. ORATIO: Deus qui virginalem aulam B. Mariae Virginia in qua abitare eligere dignatus es, da quaesumus, ut sua nos defensione munitos iucundos facies suae interesse commemorationi. Qui vivis et regnas &c.
 
  Detta anche Piscina di Siloe, era la fontana principale dell’antica Gerusalemme; è lunga 16 m e larga 4,25. si trova ai piedi dello sperone meridionale della collina dell’Ofel, nella parte più bassa di Gerusalemme. Fu costruita da re Ezechia (716-687 a.C.) all’interno delle mura per rifornire di acqua la città in caso di assedio. La piscina era collegata attraverso un canale lungo 550 m alla fonte Ghihon, unica sorgente d’acqua presente in città.
 
Nel V secolo venne costruita una chiesa, poi trasformata in moschea, a ricordo del miracolo qui compiuto da Gesù con la guarigione del cieco nato.
 
  L’edizione del 1628 inserisce qui le seguenti orazioni: ANTIPHONA: Isaias in Hierusalem nobili genere natus, sub Manasse rege sectum in duas partes occubuit. Vers. Ora pro nobis B. Isaia. Resp. Ut digni efficiamur &c. ORATIO: Deus qui Beatum Isaiam profetici spiritus sublimasti, gratia mediumque pro zelo Iustitia sectum: hic inclito martirio laureasti: presta propitius, ut qui eius admiramur constantiam, sentiamus auxilium, Per Christum Do. Amen.
 
  L’edizione del 1628 inserisce qui le seguenti orazioni: HYMNUS: Tristes erant Apostoli / de nece sui Domini, / quem morte crudelissima / servi damnarant impii. / Sermone blando Angelus / prædixit mulieribus: / «In Galilæa Dominus / videndus est quantocius» / Illæ dum pergunt concitæ / Apostolis hoc dicere, / videntes eum vivere, / Christi tenent vestigia. / Quo agnito, Discipuli / in Galilæam propere / pergunt videre facies / desideratam Domini. / Quaesumus auctor omnium / In hoc Paschali gaudio / Ab omni mortis impetu / Tuum difende populum / Gloria tibi Domine / Qui surrexisti a mortuis / Cum Patre et sancto Spiritu / in sempiterna secula. Amen. ANTIPHONA: Omnes vos scandalum patiemini in me in nocye ista, quia scriptum est, percutiam Pastorem, et dispergentur oves greges. Vers. Omnes amici mei derelinquerunt me. Resp. Dominus autem assumpsit me. ORATIO: Benigne ac sempre dolcissime Iesu Christe delinquentium spes, atque refugium, qui Apostolos tuos nimio Iudaeorum terrore perterritos, in diversis locis in tue passionis agone latitante, post resurrectionem tuam in uno congregatos gloriosa tui optataque praesentia consolari sepius evoluisti: sic nos facies tua maxima pietate, et eorum precibus in omni tribulationis eventu solidatos esse, ut te in nobis resurgente nulla nos adversitate a te umquam separari contingat. Qui vivis, et regnas &c.
 
  Il Campo Santo citato si trova oltre la valle dell’Hinnom o Geenna; viene solitamente chiamato l’Haceldama, “campo di sangue”. Si presume essere il “campo del vasaio” citato da Matteo (Mt 27, 7-8). Secondo l’evangelista il terreno fu acquistato dai sommi sacerdoti per la sepoltura dei forestieri con le 30 monete d’argento restituite da Giuda dopo il tradimento. Oggi ai margini di questo campo sorge un monastero ortodosso.
 
  L’edizione del 1628 inserisce qui le seguenti orazioni: ANTIPHONA: Princeps sacerdotum acceptis argenteis dixerunt, non licet mittere eos in corbonam, quia pretium sanguinis est. Vers. Concilio autem inita, emerunt ex illis hunc agrum. Resp. In sepultura pellegrinorum. ORATIO: Omnipotens clementissime Deus, qui ut mundum primorum parentum lapsu perditum redimere filium tuum unigenitum, ad nos profugos non crucifigendum tantum demisisti: verum etiam, ut largior quoquenostra esset redemptio, et scriptura de eo loquentes finem habere, vilissimo pretio impretiabilem vendi sustinuisti, quorum aequidem denariorum numero, hunc agrumemptum fuisse credimus nobis propterea presta redemptis, ut dignos poenitentiae fructus colligentes, eiusdem filij tui passionis meritum consequamur. Qui tecum vivit, et regnat &c.
 
  L’edizione del 1628 inserisce qui le seguenti orazioni: ANTIPHONA: Et ecce Stella quam viderant Magi in Oriente antecedebat eos: usque dum veniens staret supra, ubi puer erat. Vers. Videntes autem Stellam Magi Re gavisi sunt gaudio magno valde. ORATIO: Deus, qui unigenitum tuum gentibus Stella duce revelasti, concede propitius ut qui iam te ex fide cognovimus usque ad contemplandam spetiem tuae celsitudinis perducamur. Per eundem Dominum &c.
 
  Venendo da Gerusalemme, circa 1 km prima di Betlemme, sulla destra si nota un piccolo edificio con cupola: secondo la tradizione questo è il luogo ove Giacobbe eresse una stele sulla tomba della moglie Rachele, morta a Rama dando alla luce Beniamino.
 
  Betlemme si trova sulla via di Hebron, a circa 9 km a Sud di Gerusalemme, a 777 m s.l.m., sulle colline del sistema montuoso della Giudea. Altro nome della cittadina è Efrata, che significa “la fruttifera”.
 
  In quanto vi nacque e venne consacrato re dal profeta Samuele.
 
  Nel 135 l’imperatore Adriano fece piantare sopra la grotta un boschetto consacrato al dio Adone per cercare di contrastare il culto cristiano. Nel 326 S. Elena rimosse il bosco e il terrapieno su cui si trovava e sulla grotta fece erigere una delle sue più belle basiliche, di cui si possono ammirare ancora oggi stupendi tratti di pavimento in mosaico. La costruzione venne rovinata durante la rivolta dei Samaritani, nel 529; qualche anno più tardi, nel 540, l’imperatore Giustiniano la restaurò, trasformando alquanto la sua pianta originale. La nuova basilica si salvò dalla distruzione persiana del 614, grazie al fatto che sul prospetto del Tempio erano raffigurati i Magi nel costume nazionale persiano. Nel 1101 vi fu consacrato Baldovino I e vent’anni più tardi Baldovino II con la moglie. Poi subì un lungo declino, fino a quando nel 1646 i Turchi fusero il piombo del tetto per farne palle da cannone.
 
  Effettivamente, in epoca non ben definita, davanti alla facciata vennero costruiti massicci contrafforti a difesa di eventuali assalti. Delle tre porte della facciata, due vennero murate e una venne ridotta a stretto e basso passaggio, proprio, come dice Pesenti, per evitare che i non cristiani vi entrassero con asini e cavalli. La piccolissima porta, alta appena m 1,20, è detta “porta dell’umiltà”.
 
  La basilica misura 53,90 m di lunghezza, 26,20 di larghezza nella navata; nel transetto la larghezza è di 35,82 m.
 
  Anche oggi si accede alla Grotta della Natività attraverso due scale che fiancheggiano l’abside centrale della basilica.
 
  Ancora oggi i padri francescani hanno la proprietà esclusiva della parte della grotta detta della “mangiatoia”, o del “presepio”, mentre alcuni piccoli diritti (la stella con scritta latina e quattro lampade) e tutta la basilica sovrastante, eccetto un angolo riservato agli Armeni, sono di esclusiva proprietà dei greci ortodossi. I diritti dei cattolici vennero qui difesi strenuamente dai francescani, anche a costo di martirio e di sangue.
 
  Ai tempi di Pesenti la chiesa di Santa Caterina era una piccola cappella medievale; l’attuale chiesa, parrocchia dei cattolici di Betlemme, venne costruita dai francescani nel 1882. Nei dintorni si notano resti di costruzioni del IV e V secolo e del tempo dei crociati.
 
  Vers. Te ergo quaesumus famulis tuis subveni. Resp. Quos pretio sanguine redemisti. HYMNUS: Christe, redemptor omnium, / conserva tuos famulos, / beatae semper Virginis / placatus sanctis precibus. / Beata quoque agmina / caelestium spirituum, / praeterita, praesentia, / futura mala pellite. / Vates aeterni iudicis / apostolique Domini, / suppliciter exposcimus / salvari vestris precibus. / Martyres Dei incliti / confessoresque lucidi, / vestris orationibus / nos ferte in caelestibus.  / Chori sanctarum virginum / monachorumque omnium, / simul cum sanctis omnibus / consortes Christi facite. / Gentem auferte perfidam / credentium de finibus, / ut Christo laudes debitas / Persolvamus alacriter. / Gloria Patri ingenito / Eiusque Unigenito / Una cum sancto Spiritu / In sempiterna secula. Amen. ANTIPHONA: Hic de Virgine Maria Christus natus est, hic salvator aperuit hic caecinerunt Angeli laetati sunt Arcangeli hic exultant iusti dicentes Gloria in excelsis Deo, alleluia. Vers. Verbum caro factum est, Alleluia. Resp. Et habitavit in nobis alleluia. ORATIO: Concede quaesumus omnipotens Deus ut nos unigeniti tui nova per carnem nativitas liberet, quo sub peccati iugo vetustas servitus tenet. Per eundem Christum &c.
 
  L’edizione del 1628 inserisce qui le seguenti orazioni: HYMNUS: Quando venit ergo. Sacri plenitudo temporis. Missus est ab arce Patris, Hic natus orbis conditor Atque centre virginali caro factus prodijt. Vagit infans inter acta conditus, Praesepio membra pannis involuta, Virgo mater alligat, et manus pedesque crura stricta cingit fascia. ANTIPHONA: Pastores venerunt ad Presepe festinanter et invenerunt Mariam et Ioseph et infantem positum in Praesepio alleluia. Vers. Notum hic fecit Dominus, alleluia. Resp. Salutare suum alleluia. ORATIO: Domine Iesu Christe, qui humiliter in diversorio isto nasci, ac in Presepio inter Asinum et Bovem collocari a Maria Virgine et Ioseph primitus adorari evoluisti, da nobis quaesumus in diversorio poenitentiae rinasci, ac in Presepio passionis tuae inter divinitatem et humanitatem tuam continuo collocari et a Maria Virgine et Ioseph sancto discere te solum et verum Deum sempre venerari. Qui vivis &c.
 
  La grotta ha forma rettangolare; è lunga 12,30 m e larga 3,5. È divisa in due zone: da un lato vi è il luogo ove si commemora la nascita di Gesù, segnato con una stella d’argento, e di fronte il luogo della mangiatoia. Qui per tradizione si commemora anche la visita dei Magi, sebbene l’evangelista Matteo parli di una “casa”, il che farebbe pensare che, dopo la nascita e la visita dei pastori, la Sacra Famiglia si sia trasferita, come sarebbe ovvio, in una casa, forse di parenti o amici, in Betlemme. L’edizione del 1628 inserisce qui le seguenti orazioni: HYMNUS: Ibant Magi quam viderant Stellam sequentes praeviam lumen requirunt lumine Deum fatentur munere. ANTIPHONA: Apertis hic thesaurus suis obtulerunt Magi Domino aurum, thus, et mirrham, alleluia. Vers. Omnes de Sabba venient, alleluia. Resp. Aurum et thus deferentes alleluia. ORATIO: Deus qui in hoc sacratissimo loco unigenitum tuum Stella duce rivelasti: concede propitius ut qui iam te ex fide cognovimus, usque ad contemplandam spem tuae celsitudinis perducamur. Per eundem &c.
 
  Converrà qui citare un passo tratto dal Viaggio di Lionardo di Niccolò Frescobaldi Fiorentino in Egitto e in Terra Santa, del quale si è detto nell’introduzione a questo scritto: quando nell’agosto 1384 Leonardo Frescobaldi si recò a Venezia per salpare verso l’Egitto, si soffermò  visitare le più importanti chiese della città e degli immediati dintorni. Tra queste, “nella Chiesa di S. Donato a Murano fuori di Vinegia, vedemo in una grande arca di pietra cento novantotto corpi di fanciulli piccoli interi; i quali dicono che furono del numero degli innocenti, che Erode fece uccidere, a’ quali si vede i colpi e le ferite chiaramente a ogni membro naturale. Dicono che solevano essere dugento, ma quando i Veneziani feciono la pace col Re d’Ungheria, per patto n’ebbe due (GUGLIELMO MANZI, Viaggio di Lionardo di Niccolò Frescobaldi Fiorentino in Egitto e in Terra Santa con un Discorso dell’Editore sopra il Commercio degl’Italiani nel secolo XIV, Roma, Carlo Mordacchini 1818, p. 66). L’edizione del 1628 del Pesenti inserisce qui le seguenti orazioni: HYMNUS: Sanctorum meritis incluta gaudia. / nam gliscit animus promere cantibus / victorum genus optimum. / Hi sunt quos retinens mundus inhorruit. / ipsum nam sterilis lore per aridam. / sprevere penitus teque secuti sunt. / Rex Christe bone caelitus. / Hi pro te furias atque ferocia. / calcarunt hominum saevaque verbera. / cessit his lacerans fortiter ungula / nec carpsit penetralia. / Ceduntur gladiis more bidentium / nec murmur resonat nec querimonia / sed corde tacito mens bene conscia. / conservat patientiam. / Quae vox quae poterit lingua retexere. / quae tu martyribus munera praeparas / rubri nam fluido sanguine laureis / ditantur bene fulgidis. / Te summa deitas unaque poscimus / ut culpas abluas noxia subtrahas. / des pacem famulis nos quoque gloriam / per cuncta tibi saecula. Amen. ANTIPHONA: Innocentes pro Christo infants hic occisi sunt, ab iniquo Rege lactentes interfecti sunt, ipsum sequuntur agnum sine macula et dicunt simper Gloria tibi Domine. Vers. Sub throno Dei omnes sancti clamant. Resp. Vindica sanguinem nostrum Deus noster. ORATIO: Deus cuius odierna die praeconium innocentes mrtyres non loquendo, sed moriendo confessi sunt, omnia in nobis vitiorum mala mortifica, et fidem tuam, quam lingua nostra loquitur, etiam moribus vita fatetur. Per Christum Dominum nostrum. Amen.
 
  Sul proseguimento della grotta della Natività e nelle adiacenze vennero costruite delle cappelle sotterranee. Le prime due sono dedicate a San Giuseppe e ai Santi Innocenti, i bambini uccisi da Erode; delle altre una è dedicata a S. Girolamo, un’altra a Sant’Eusebio di Cremona e alle due Sante matrone romane Paola e la figlia Eustochio, le quali, indirizzate da San Gerolamo all’ideale ascetico, vissero per molti anni accanto al luogo della Natività, qui morirono e furono sepolte.
 
  San Gerolamo (Stridore, Dalmazia, 347 ca – Betlemme, 420 ca) nel 382 si era trasferito da Costantinopoli a Roma, dove era divenuto segretario del papa Damaso; ma a causa di invidie e gelosie da parte del clero romano, abbandonò la città ritirandosi a Betlemme, dove fondò un monastero. Qui, come ci dice Pesenti, visse molti anni (dal 385 al 420) dedicandosi ad un’intensa attività di studio, scrittura e direzione spirituale di tipo ascetico.
 
  HYMNUS: Iste confessor domini sacratus. / festa plebs cuius celebrat per orbem / hoc die laetus meruit secreta / scandere caeli. / Qui pius prudens humilis pudicus / sobrius castus fuit et quietus. / vita dum praesens vegetavit eius. / corporis artus. / Ad sacrum cuius tumulum frequenter. / membra languentum modo sanitati. / quolibet morbo fuerint gravata. / restituuntur. / Unde nunc noster chorus in honore. / ipsius hymnum canit hunc libenter. / ut piis eius meritis iuvemur. / omne per aevum. / Sit salus illi decus atque virtus. / qui supra caeli residens cacumen. / totius mundi machinam gubernat. / trinus et unus. Amen. ANTIPHONA: O Doctor optime Ecclesiae sanctae lumen B. Hieronyme divinae legis amator, deprecare pro nobis filium Dei. Vers. Ora pro nobis B. Hieronyme. Resp. Ut digni efficiamur promissionibus Christi. ORATIO: Omnipotens sempiterne Deus qui per B. Hieronymi doctrinam et merita Ecclesiam tuam multipliciter illustrasti tribune nobis quaesumus ut qui commemorationem eius devota mente persolvimus, eius meriti set precibus ad gaudia aeterna pervenire feliciter mereamur. Per Christum Dominum nostrum. Amen.
 
  L’edizione del 1628 inserisce qui le seguenti orazioni: HYMNUS: Te Deum laudamus; & arrivati al Choro si fa la Commemoratione di S. Catherina. ANTIPHONA: Veni sponsa Christi, accipe coronam, quam tibi Dominus praeparavit in aeternum. Vers. Ora pro nobis B. Catherina. Resp. Ut digni efficiamur promissionibus Christi. ORATIO: Deus qui dedisti legem Moysi in summitate Montis Synai et in eodem loco corpus B. Catherinae per sanctos Angelos tuos mirabiliter collocasti, tribune quaesumus, ut ad Montem, qui Christus est, pervenire valeamus. Per Christum Dominum nostrum.
 
  Potrebbe forse trattarsi di un’antichissima grotta che si trova nei pressi della basilica dela Natività, ove oggi sorge un santuario che ricorda l’annuncio ai pastori e il canto degli Angeli alla nascita di Gesù.
 
  L’edizione del 1628 inserisce qui le seguenti orazioni (si noti il Gloria tropato): PSALMUS: Gloria in excelsis Deo Et in terra pax hominibus bonae voluntatis. Laudamus Te, benedicimus Te, adoramus Te, glorificamus Te, Gratias agimus tibi propter magnam gloriam tuam, Domine Rex coelestis, Deus Pater omnipotens. Domine Fili Unigenite, Jesu Christe, Spiritus et alme orphanorum paraclete Domine Deus, Agnus Dei, Filius Patris: Primogenitus Mariae Virginia Ma tris. Qui tollis peccata mundi miserere nobis; Qui tollis peccata mundi suscipe deprecationem nostram, Ad Mariae gloriam. Qui sedes ad dexteram Patris miserere nobis. Quoniam Tu solus Sanctus, Mariam sanctificas Tu solus Dominus, Mariam gubernans, Tu solus Altissimus, Mariam coronans Jesu Christe, Cum Sancto Spiritu in gloria Dei Patris. Amen. Vers. Evangelizo vobis gaudium magnum, quod erit omni populo. Resp. Quia natus est vobis hodie salvator qui est Christus Dominus. ORATIO: Deus qui miro ordine Angelorum misteria hominumque dispensas, concede propitius ut quibus tibi ministrantibus in Caelo sempre assistitur ab iis in terra vita nostra muniatur. Per Christum Dominum nostrum. Amen.
 
  Il campo dei pastori si trova al confine con il deserto di Giuda, a circa 3 km a Sud-Est di Betlemme, in una zona fertile. In questo luogo, durante degli scavi, vennero rinvenuti resti di un monastero bizantino del IV –VI secolo.
 
  Ancora oggi il monte di fronte a Gerusalemme è detto “Monte dello Scandalo”, in memoria dei luoghi di culto fatti erigere da Salomone alle divinità pagane in onore delle sue mogli (oltre mille), contro il comando di Dio.
 
  Si trova a circa 30 km da Betlemme, in una conca circondata da verdi colline, a 927 m s.l.m. Hebron è una delle città più antiche del mondo.
 
  Tutta la zona circostante è ricca di memorie bibliche: proprio ad Hebron infatti Abramo acquistò la duplice grotta di Macpela per seppellirvi la moglie Sara e questa fu la prima vera proprietà di Abramo, inizio della realizzazione del dono della Terra Promessa. Sempre nella grotta di Macpela furono sepolti anche lo stesso Abramo, il figlio Isacco con la moglie Rebecca e Giacobbe con la moglie Lia.
 
  Il fatto è riportato in Atti 8,2 – 39. L’edizione del 1628 inserisce qui le seguenti orazioni: ANTIPHONA: Aperiens autem Philippus os suum evangelizavit illi Iesum et dum irent per viam venerunt ad hanc aquam, et ait  Eunuchus, ecce aqua, quis prohibet me baptizari?. Resp. Dixit autem Philippus Resp. Si creais toto corde licet. ORATIO: Deus qui diversitatem gentium in confessione tui nominis adunasti, quisque virum Eunuchum per manus servi tui Philippi in hoc carissimo fonte baptizare feristi, da ut venatis aqua baptismatis una sit fides mentium, et pietas actionum. Per Christum Dominum nostrum. Amen.
 
  HYMNUS: Antra deserti teneris sub annis civium turmas fugiens, petisti, ne levi saltem maculare vitam famine posses. Praebuit hirtum tegimen Camellus, artubus sacris strofium bidentis, cui latex haustum, sociata pastum mella locustis. Caeteri tantum cecinere vatum corde praesago iubar adfuturum; tu quidem mundi scelus auferentem indice prodis. Non fuit vasti spatium per orbis sanctior quisquam genitus Iohanne, qui nefas saecli meruit lavantem tingere limphis. Gloria Patri genitaeque proli et tibi compar utriusque semper spiritus alme Deus unus omni tempore secli. Amen. ANTIPHONA: Puer autem crescebat et confortabitur spiritu, et erat in desertis locis usque in diem ostensionis suae ad Israel. Vers. Inter natos mulierum non surrexit maior. Resp. Ioanne Baptista. ORATIO: Concede nobis quaesumus Domine Iesu Christe ut qui arduam praecursoris sui poenitentiam veneramus eius etiam virtutes spretis mundanis affectibus imitemur. Per Christum Dominum nostrum. Amen.
 
  Si trattò di un viaggio di 130-150 km circa.
 
  Sulla collina dinanzi al villaggio, dove forse Zaccaria possedeva una casetta di campagna, la tradizione vuole che si sia ritirata Elisabetta dopo l’annunzio dell’arcangelo Gabriele fino alla nascita di Giovanni. In questo luogo sorge il santuario della Visitazione ricostruito recentemente, nel 1939, ma in base al piano antico: già in precedenza infatti vi sorgeva una costruzione formata da due chiese sovrastanti. Ancora oggi si notano resti bizantini e crociati.
 
All’interno di detto santuario si trova una cripta che ricorda l’abitazione interna di Zaccaria ed Elisabetta: vi è una cisterna casalinga e una scaletta che portava al piano superiore della casa. In una nicchia della parete è conservato un antico macigno che, secondo la tradizione, avrebbe nascosto il piccolo Giovanni durante la strage degli Innocenti.
 
  Qui Pesenti si riferisce alla chiesa di S. Giovanni Battista che nel XII secolo i crociati costruirono, come una fortezza al centro di Ain Karem, sulle rovine di precedenti chiese. In questa chiesa, a sinistra dell’altare maggiore, si trova una scalinata che conduce ad una grotta in cui, secondo la tradizione, sarebbe nato il Battista. Pesenti ne trova solo le rovine, perché venne ricostruita in stile spagnolo qualche anno più tardi, nel 1674.
 
  L’edizione del 1628 inserisce qui le seguenti orazioni: HYMNUS: Ut queant laxis resonare fibris mira gestorum famuli tuorum, solve polluti labii reatum, sancte Iohannes! Nuntius celso veniens Olympo te patri magnum fore nasciturum, nomen et vitae seriem gerendae ordine promit. Ille promissi dubius superni perdidit promptae modulos loquelae; sed reformasti genitus peremptae organa vocis. Ventris abstruso positus cubili senseras regem thalamo manentem, hinc parens nati meritis uterque abdita pandit. Gloria Patri genitaeque proli et tibi compar utriusque semper Spiritus alme Deus unus omni Tempore saecli. Amen. ANTIPHONA: Ex utero vetulae et sterilis hic natus est Ioannes praecursor Domini. Vers. Fuit homo missus a Deo. Resp. Cui nomen erat Ioannes. ORATIO: Deus qui populum tuum in Nativitate Beati Ioanni Baptista laetificare feristi, da nobis famulis tuis spiritualium gratiam gaudiorum et omnium fidelium mentis dirige in viam salutis aeternae. Per Christum Dominum. Amen. – Nella Capella che è al lato destro dell’Altare: Benedictus Dominus Deus Israel, quia visitavit, et fecit redemptionem plebis suae:  Et erexit cornu salutis nobis in domo David pueri sui. Sicut locutus est per os sanctorum, qui a saeculo sunt, prophetarum eius: Salutem ex inimicis nostris, et de manu omnium qui oderunt nos: Ad faciendam misericordiam cum patribus nostris: et memorari testamenti sui sancti: Iusiurandum, quod iuravit ad Abraham patrem nostrum, daturum se nobis; Ut sine timore, de manu inimicorum nostrorum liberati, serviamus illi. In sanctitate et iustitia coram ipso, omnibus diebus nostris. Et tu puer, propheta Altissimi vocaberis: praeibis enim ante faciem Domini parare vias eius: Ad dandam scientiam salutis plebi eius: in remissionem peccatorum eorum: Per viscera misericordiae Dei nostri: in quibus visitabit nos, oriens ex alto: Illuminare his qui in tenebris et in umbra mortis sedent: ad dirigendos pedes nostros in viam pacis. Gloria Patri et Filio et Spiriti sancto, sicut erat in principio et nunc et sempre et in specula saeculorum. Amen. ORATIO: Deus qui beatum Zachariam de sancte prolis Promissione dubgitantem mutum feristi, cui postmodum credenti  os Spiritu sancto plenum in tuas laudes mirabiliter reserastis concede ut eius ac filij gloriosis precibus demeritis linguis nostris incredulitatis vinculo resolutis, ea quae tuae palamita sunt volutati corde credentes animose confiteamur et ore. Per Christum Dominum nostrum. Amen.
 
  Esiste ancora oggi una scalinata che risale ai tempi dell’occupazione romana che porta a un luogo detto “palazzo di Caifa”, dove vi è la Chiesa del Gallicanto, o “canto del gallo”, che ricorda il rinnegamento di Pietro. È possibile che la chiesa sia stata costruita sulle rovine dell’antica casa del sommo sacerdote Caifa, tuttavia studi recenti suggeriscono che la casa di Caifa in realtà fosse un po’ più in là, nel quartiere aristocratico della città.
 
  Un braccio corrispondeva a sei piedi, circa 1,85 m. Quindici braccia corrispondevano a poco meno di 28 m.
 
  Quasi 15 metri.
 
  18,5 m.
 
  Nonostante il nome, non hanno niente a che vedere con i re di Israele che, secondo la Bibbia, sono sepolti nella Città di David, quindi sull’Ofel. Questo vasto complesso di tombe, oggi di proprietà dello stato francese, per le sue caratteristiche risale, secondo gli archeologi, al periodo del Primo Tempio. Da una scalinata si accede a un cortile scavato nella roccia dove due canaletti laterali convogliavano le acque piovane in due cisterne sotterranee; il cortile aveva un portico con due colonne e presentava decorazioni di cui sono ancora visibile alcune tracce. La tomba consta di un vasto ambiente da cui si accede alle cinque camere sepolcrali: queste presentano sui tre lati le banchine per i defunti, dotate di poggiacapo; nella camera più interna, preceduta da alcuni gradini, vi è anche un sarcofago tagliato nella roccia.
 
  Si tratta della località di Latrun che si trova a metà strada, sulla sinistra tra Lidda e Gerusalemme. Qui, alla fine del XII secolo, i templari costruirono un castello che veniva chiamato “toron des chevaliers” o “Turo militum”, ossia “cordone dei cavalieri o dei soldati”. Da questa denominazione gli arabi trassero il nome di “al – Latrun” o “Latun”, un nome che nel XV secolo fece nascere la leggenda secondo cui questa era la patria del buon ladrone, San Disma e da allora venne anche chiamato “Castello del buon ladrone”. Oggi, costruito sulle rovine del castello, sorge un grande monastero, con annessa una colonia agricola, tenuto dai padri trappisti francesi.
 
  Si tratta presumibilmente del pozzo di Giacobbe, presso Balata, l’antica Sichem (forse la Sicar nominata nel Vangelo), dove attualmente un monastero greco conserva nella cripta della chiesa quello che la tradizione definisce il “pozzo di Giacobbe”. Sichem era un’antica città cananea all’imboccatura della valle formata dai monti Ebal e Garizim. Secondo la tradizione giudaica, duemila anni prima di Cristo Abramo, proveniente da Ur dei Caldei, giunse in questa località e vi innalzò un primo altare a Jahvè (Genesi 12,6-7). Più tardi a Sichem si fermò anche Giacobbe, di ritorno dalla Mesopotamia e nelle vicinanze acquistò il campo sul quale aveva eretto le sue tende e vi scavò un pozzo profondo circa 32 m (Genesi 24,32), alimentato da una sorgente sotterranea tuttora attiva. Sempre a Sichem ebbe luogo anche la grande assemblea di tutte le tribù di Israele voluta da Giosuè per il rinnovo dell’alleanza di fedeltà a Dio (Giosuè 24,1-28). Il pozzo di Giacobbe è reso particolarmente famoso per l’incontro di Gesù con la Samaritana. A memoria di questo fatto fin dal IV sopra il pozzo venne costruita una chiesa, danneggiata nel 484 e nel 529, durante le rivolte dei Samaritani. La costruzione venne poi restaurata sotto l’imperatore Giustiniano (528-565) e poi andò completamente in rovina. Più tardi i Crociati vi costruirono un tempio a tre navate, ma anche questo fu distrutto verso il 1187. L’attuale chiesa, di rito greco-ortodosso, venne costruita solo nel 1860 e quindi si capisce come Pesenti abbia trovato solo antiche rovine.
 
  Giaffa si trova poco a Sud dell’attuale Tel-Aviv, e oggi ne è parte integrante. Anticamente era il porto della Giudea, anche se ai tempi di Erode aveva un po’ perso la sua importanza per la concorrenza di Cesarea. Distrutta da Napoleone nel 1799, fu ricostruita all’inizio dell’Ottocento, ed è oggi città dall’aspetto moderno.
 
  Gaza si trova sulla costa sud-orientale del mar Mediterraneo. Nell’antichità era il centro principale della confederazione filistea. Sul suo territorio si svolsero le leggendarie imprese di Sansone. A causa della sua posizione strategica e della sua floridezza economica, soprattutto in quanto emporio commerciale tessile, Gaza era un possedimento ambito dai conquistatori che miravano a dominare in Palestina: se ne contesero il dominio gli egizi, gli assiri, i caldei, i persiani, i greci di Alessandro Magno (che la occupò nel 332 a.C.) e i romani. Con i romani Gaza divenne uno dei mercati di schiavi più importanti di tutto l’impero. Con l’avvento del cristianesimo fu sede di una delle prime comunità cristiane, finché venne occupata dagli arabi nel 643 e dai templari nel 1152. Proprio la città di Gaza fu uno dei capisaldi intorno ai quali si svolsero le più sanguinose battaglie delle crociate (1239–44) e, qualche secolo più tardi, nel 1516, della conquista ottomana dell’Egitto.
 
  Sembrerebbe trattarsi del villaggio di Khan Yunis, la cui pronuncia venne forse mal interpretata dal Pesenti. Essendo distante circa 25 km da Gaza, sembra però troppo vicino a quest’ultima, anche in considerazione della successiva tappa.
 
  Si tratta probabilmente dell’attuale El-’Arish. Dista circa 90 km da Gaza.
 
  Forse l’attuale Mazar, una quarantina di km a ovest di El-’Arish.
 
  Identificabile con l’attuale Bir el-’Abd. Dista circa 75 km da El-’Arish, e considerate le complessive 28 ore di marcia, dichiarate dallo stesso Pesenti, si deduce una velocità media, di circa 2,7 km/h.
 
  È l’oasi di Bir Qatia, circa 60 km a Nord-est di Ismailia
 
  L’attuale Dumyat (Damietta), sul delta del Nilo.
 
  Presumibilmente l’attuale Es-Salihiya. In linea d’aria dista da Bir Qatia circa 75 km. Oggi tale percorso è attraversato esattamente a metà strada dal canale di Suez.
 
  L’attuale Ikvad el-Ghatawra, una dozzina di km a sud-ovest di Es-Salihiya.
 
  Non meglio identificabile.
 
  Gli ambasciatori veneziani negoziavano trattati e badavano a proteggere gli interessi commerciali della Repubblica, non solo nei modi convenzionali, ma anche con reti spionistiche, pagando ricche tangenti e a volte commissionando perfino sabotaggi e assassinii.
 
  A proposito dell’igiene dei pellegrini scrive R. Oursel riferendosi ai pellegrini nel Medioevo: “Il pellegrino medievale comunque non ha niente del devoto lacrimoso e pedante. È un gagliardo, che non frena le sonore imprecazioni né i crassi scherzi, o che si immerge negli stagni o nei ruscelli, in bagni che non sono solo gesti rituali (…) La leggenda troppo volentieri ha celato questi aspetti di colore agreste e folcloristico. Solo chi è a contatto continuo con i campi o è consueto ai lunghi giri, può realmente concepire il peso e il disgusto di una sporcizia unta che impiastriccia le mani e resiste come una ganga ad ogni pulizia, del sudore che appiccica i vestiti alla pelle, come all’odore fetido e acre che emana dalle povere vesti logore, sozze e lerce dal lungo uso. Il pellegrino, nell’abito di sacco sbiadito, disgustoso, giorno dopo giorno si sente sempre più fuori da questo mondo in cui deve calarsi…” (RAYMOND OURSEL, Pellegrini del medioevo – gli uomini, le strade, i santuari, ed. Jaca Book, Milano, 1978, p. 58). All’inizio del ‘600 i pellegrini non viaggiavano più unicamente a piedi (o, in alcuni casi particolari, cavalcando muli o cavalli), con il bordone in mano, vestiti con abito di sacco, tuttavia, come leggiamo nelle pagine di questo memoriale, spesso anche Pesenti riferisce di situazioni di forte disagio dovuto a lunghi giorni vissuti al caldo, senz’acqua, nell’impossibilità di lavarsi e cambiarsi di abito.
 
  La città del Cairo venne fondata come accampamento militare nel 641 per opera di un generale del califfo Omar, ma il primitivo nucleo (Fustāt) fu profondamente trasformato dall’emiro Ahmad ibn Tūlūn che, conquistata l’indipendenza dagli Abbasidi nell’870, cercò di rendere la città una vera capitale.
 
  Nel periodo di dominazione dei mamelucchi (una milizia formata originariamente da schiavi circassi, slavi, curdi e turchi che fungevano da guardia del corpo del sovrano), subentrati nel 1250 al regime militare degli Ayyubidi, il Cairo godeva di una propria indipendenza e divenne il più importante centro commerciale del Vicino Oriente. I mamelucchi erano in quegli anni i dominatori delle coste siro-libanesi e del mar Rosso e sotto il loro dominio la città raggiunse la sua maggiore estensione comprendendo tre agglomerati: la cittadella, al-Qāhira e Fustāt. Il centro dell’amministrazione e la sede del governo era la cittadella, che divenne un intricato e multiforme organismo che del suo aspetto originario manteneva ormai solo le mura di cinta. Sempre nel periodo della dominazione mamelucca il Cairo si arricchì di moschee, scuole coraniche, ospedali, caravanserragli, bagni pubblici, palazzi e innumerevoli edifici a varia destinazione che sorsero disordinatamente, senza un piano di sviluppo urbano. A quegli anni risale inoltre l’ingrandimento della necropoli, concepita come vera e propria città funeraria con abitazioni, mercati e giardini, e l’installazione delle prime fontane pubbliche. Il declino commerciale della città iniziò verso la fine del XV secolo, ossia in corrispondenza ai sostanziali mutamenti delle rotte commerciali dovuti alla scoperta della rotta del capo di Buona Speranza; si accentuò con l’annientamento della flotta mamelucca ad opera dei portoghesi, nel 1508, a Diu e la conseguente bancarotta finanziaria dell’Egitto, nonché con la definitiva esclusione dei mamelucchi dai traffici con l’oriente. Tale declino divenne poi definitivo dopo il 1517, allorché i turchi, approfittando del momento di crisi in cui si trovavano i mamelucchi, conquistarono l’Egitto. I traffici commerciali vennero ulteriormente deviati, questa volta verso Costantinopoli: inglobata nell’impero ottomano, la città perse la propria indipendenza e venne posta sotto la giurisdizione di un pascià, interessato di fatto solo alla riscossione dei tributi. Ne seguì un periodo di tremendo declino: sconvolta da razzie e da rivolte popolari, la città subì un impoverimento totale e perse circa due terzi della popolazione. Del periodo ottomano restano ancora oggi alcune moschee e belle abitazione private.
 
  Pesenti non pare particolarmente colpito dalla numerosa presenza di schiavi, infatti in quegli anni anche in Europa la schiavitù era ancora molto diffusa, anche se già le leggi medievali sia della Spagna che del Portogallo sanzionavano il possesso di schiavi e in nessuna parte d’Italia la schiavitù era formalmente accettata come pubblica istituzione, tanto che a uno schiavo fuggitivo, a maggior ragione se battezzato, veniva riconosciuto diritto assoluto alla libertà. In Europa la schiavitù veniva considerata una condizione legata alla fortuna avversa di essere stati catturati da pirati o in guerra, non quindi a uno stato di natura. I continui conflitti tra cristiani e musulmani, insieme agli atti di pirateria, consentirono così il perpetuarsi dell’istituzione della schiavitù anche nel periodo precedente all’epoca coloniale (cfr. M. LENCI, op. cit.). Nel Cinquecento i corsari musulmani furono attivi in tutto il Mediterraneo e catturarono schiavi cristiani provenienti anche da paesi lontani, come l’Inghilterra o la Russia. Allo stesso modo le potenze cristiane non esitarono a schiavizzare tutti i mori che riuscirono a catturare. Nel secolo successivo la schiavitù nel Mediterraneo continuò a perpetuarsi quasi esclusivamente grazie alla pirateria, a parte in Spagna dove la schiavitù, prima legata alla cacciata dei mori, divenne poi un aspetto fondamentale del sistema coloniale. Oltre alla schiavitù domestica, tra i clienti più assidui del mercato degli schiavi vi erano i capitani delle galee: le marine da guerra degli Stati italiani e spagnoli dipendevano infatti ancora molto dagli schiavi al remo (cfr. M. LENCI, op. cit.).
 
  L’Egitto, come provincia dell’impero ottomano, godeva di uno statuto speciale: i mamelucchi furono infatti mantenuti al potere, in instabile equilibrio, come intermediari dell’amministrazione ottomana, facente capo a un pascià, raddoppiando in pratica le esazioni soprattutto a carico dei contadini.
 
  Ricordiamo che il governo dei mamelucchi costituiva una gerarchia di tipo militare.
 
  La parte più antica, e più abitata, della città si trova sulla sponda destra del Nilo, nella parte sudorientale ai piedi della cittadella. L’impianto urbanistico della città vecchia è ancora oggi quello tipico di un centro abitato medievale, con un caotico addensamento di costruzioni tra vie strette e tortuose, circa 300 moschee e un migliaio di minareti.
 
  Il Nilo è effettivamente il fiume più lungo del mondo (6671 km) se si considera come ramo sorgifero il Kagera, ossia il principale immissario del lago Vittoria. Il Kagera nasce poco a est del lago Kivu e raccoglie acque dai rilievi del Burundi, Ruanda e Tanzania settentrionale. All’epoca di Pesenti effettivamente la conoscenza delle sorgenti e dei diversi rami del Nilo non era ancora completa. Fin da epoche remote il Nilo fu oggetto di studi e ricerche: il primo tentativo di localizzarne i rami sorgiferi venne effettuato da due centurioni romani inviati da Nerone. Essi risalirono il fiume fino alle paludi del Bahr el-Ghazal e tornarono riferendo che il fiume sgorgava da due alte montagne (probabilmente le ultime gole del Bahr el Jebel). Nel II secolo d.C. il geografo Marino di Tiro, sulla base di notizie raccolte da mercanti greci, si spinse nell’interno raggiungendo i laghi e i “monti della luna”, nella convinzione di aver scoperto in essi le sorgenti fluviali. Tale ipotesi fu poi accolta anche dagli arabi e fu ritenuta valida per tutto il medievo. Proprio nel 1613, lo stesso anno in cui Pesenti si trovava al Cairo, il missionario gesuita padre X.P. Pàez esplorò e identificò il Nilo Azzurro, considerato fino ad allora come il ramo principale del Nilo. Le esplorazioni si susseguirono negli anni a seguire, finchè l’esplorazione fu completata nel 1864 dall’inglese S.W. Baker che percorse il tratto tra Khartum e il lago Alberto e dal tedesco O. Baumann, che nel 1892 risalì il Kagera, individuando in esso la vera sorgente del Nilo.
 
Gli Europei ignorarono a lungo la storia africana tanto che si diffuse l’idea di una terra di pure barbarie. Unica eccezione a questa ignoranza erano le voci da sempre diffuse in Europa sull’esistenza di un paese cristiano situato oltre i paesi arabi, nelle regioni del Mar Rosso. Ad Aksum, in Etiopia, nel primo millenio a.C. era sorto un regno i cui sovrani sostenevano di essere i successori di re Salomone. Nel 330, anno della fondazione di Costantinopoli, Costantino inviò una lettera al suo “potentissimo fratello Ezanà, re di Aksum” per comunicargli la notizia della fondazione della nuova capitale. Tre anni dopo Ezanà si convertì al cristianesimo. La fama di un regno cristiano situato oltre il Nilo si mantenne durante tutto il medioevo. “Prete Gianni” era il titolo che competeva al re-sacerdote d’Etiopia e frequentemente il suo regno veniva indicato sulle mappe con il nome di “Regno di Prete Gianni”. Secondo una tradizione centenaria, si trattava di un paese cristiano ricco e potente. L’alleanza con tale monarca avrebbe ampliato i mercati e allo stesso tempo stretto in una ferrea morsa cristiana gli odiati musulmani; così almeno pensavano gli europei del Medioevo. La leggenda di Prete Gianni ha origini oscure, ma ebbe grande impulso nel 1165 quando l’imperatore bizantino Manuele Comneno ricevette una misteriosa lettera nella quale il presunto regnante gli prometteva che avrebbe liberato l’Europa dai musulmani che la minacciavano da ogni parte. “Io, Prete Gianni, che regno come suprema autorità”, vi era scritto, “supero per ricchezza, virtù e potere ogni creatura vivente sotto il cielo. Settantadue re mi sono tributari. Sono devoto cristiano e proteggo i cristiani del nostro impero.” La lettera così continuava: “Nel nostro paese il miele scorre a fiumi e il latte è ovunque abbondante”. Secondo la lettera, vi scorreva perfino un fiume ricco di “smeraldi, zaffiri, carbonchi, topazi, crisoliti, onici, berilli, sardoniche e molte altre gemme”. Manuele Comneno non diede alcun seguito alla missiva, ma le copie che ne circolarono per il mondo cristiano infiammarono i cuori, talché il regno di Prete Gianni divenne oggetto di una grande e perenne fascinazione, ma l’idea della sua ubicazione fu anche molto confusa. All’inizio si pensò che quel regno potesse trovarsi in India, poi nell’Asia centrale, ma i viaggi di Marco Polo e di altri all’inizio del Trecento smentirono siffatte ipotesi. Quando poi il missionario Giordano di Severac tornò dall’Oriente con la notizia che il regno di Prete Gianni era in Etiopia, l’attenzione prontamente si volse verso l’Africa. Nel 1493 un agente portoghese di nome Pero da Covimi si spinse fino alla corte del re d’Etiopia, ma poi fu costretto a rimanervi e non si sa se mandò in patria un resoconto delle proprie scoperte. Nel 1527 un altro portoghese, Francisco Alvares, tornato in Portogallo da un viaggio in Etiopia, dichiarò che il re era cristiano e piuttosto ricco: “Porta sul capo un’alta corona d’oro e d’argento”. Ma si trattava di un giovane di 23 anni il cui nome era Lebna Dengel, e non Prete Gianni, e regnava su un popolo nomade e primitivo in una terra inospitale in cui non abbondavano di certo né il latte né il miele, come invece si raccontava. L’Europa non ne fu molto delusa: Colombo aveva da poco scoperto un nuovo mondo, da Gama aveva raggiunto l’India e Magellano aveva circumnavigato un globo che conteneva meraviglie di gran lunga superiori a quelle narrate dalla leggenda del misterioso Prete Gianni.
 
  Il Nilometro dell’isola di Roda è uno dei più importanti monumenti dell’Egitto abbàside. Progettato nell’861dal celebre matematico al-Farghani (da noi conosciuto nel medioevo come Alfraganus), è interamente in pietra e conserva una delle più antiche ed eleganti iscrizioni monumentali arabe in caratteri cufici.
 
  Oggi la festa per la prima inondazione è quasi del tutto scomparsa; un tempo veniva ufficialmente festeggiata il 17 giugno, data che coincideva con l’inizio dell’anno copto, anche se in realtà la prima inondazione avviene alla fine di agosto.
 
  Ancora oggi esistono questi antichi sistemi di sollevamento dell’acqua per mezzo di un congegno a ruota azionato da buoi.
 
  Si tratta presumibilmente dei chamsin, o “venti orientali”: sono i venti di scirocco, caldi, secchi forti e turbolenti. Provenienti da sud e sud-est provocano effetti negativi sulle persone, sugli animali e sulla vegetazione, che può andare completamente distrutta se il vento dura troppo a lungo. Possono provocare anche violente tempeste di sabbia che possono persistere per qualche giorno. Soprattutto nel periodo da febbraio a maggio le tempeste (che possono sollevare la sabbia fino a 2000 m di quota) avanzano dal deserto libico, investendo il Cairo e la zona del delta.
 
  Gattomammone, o gatto mammone, è il nome antico dato ad una specie di scimmia non identificata. Il nome è composto dalla parola “gatto” e da quella araba “maimūn” che significa “scimmia” e sta quindi ad indicare una “scimmia dalle movenze di gatto”.
 
  Non si capisce bene cosa Pesenti intenda dire: pare alquanto improbabile che faccia confusione tra la città di Menfi, Babilonia e il Cairo; forse vuole semplicemente riferire che in passato veniva paragonata a Menfi e Babilonia.
 
  Le profezie di Giuseppe riguardanti gli anni di abbondanza e carestia in Egitto sono narrate nella Genesi, cap. 41; tuttavia non vi sono indicazioni che autorizzino a identificare i granai visti da Pesenti al Cairo con i granai fatti costruire da Giuseppe in un’epoca che potrebbe aggirarsi attorno al IV – III sec. a.C. o anche prima.
 
  La descrizione dell’autore indica chiaramente il complesso delle piramidi di Giza, le quali però sono tre, Cheope, Chefren e Micerino, e non cinque, come sostiene Pesenti. Probabilmente l’autore si riferisce alle piccole piramidi delle principesse di sangue reale che sorgono accanto alla piramide di Micerino.
 
  Si tratta della piramide di Cheope, la più grande e più antica del complesso di Giza.
 
  San Macario, detto l’Egiziano, (300 ca – 390 ca) era un cammelliere che a 30 anni si ritirò a vita eremitica nel deserto di Scete, nel Basso Egitto, dove lo seguirono molti discepoli. Macario ebbe contatti con altri famosi rappresentanti del monachesimo antico. Di lui sono stati tramandati vari aneddoti e detti e gli sono stati attribuiti numerose lettere, omelie, preghiere e trattati, ma probabilmente si tratta, almeno in parte, di falsi.
 
  Chiaro riferimento alla sfinge di Giza.
 
  La piramide di Cheope era alta in origine 146 m e misura 230 m di base.
 
  La causa delle deturpamento del volto della sfinge è da attribuirsi ai Mameluchi che la usavano come bersaglio mentre si allenavano al tiro.
 
  Il Cairo è in verità a 30° di latitudine.
 
  Rosetta, Rashid in arabo, si trova sulla riva destra del braccio occidentale del Nilo, a una decina di chilometri dalla foce, e a circa 180 km in linea d’aria dal Cairo. La città sorse nel sec. IX, probabilmente sulle rovine di un antico centro. Nel ‘600 e ‘700 era il principale porto egiziano, ma in seguito perse importanza e decadde a causa delll’espansione del porto di Alessandria.
 
  Si riferisce al piccolo braccio di mare che collega la baia di Idku con il famoso golfo di Abu Qir, tra Rosetta e Alessandria.
 
  È curioso che Pesenti, molto probabilmente informato dalla gente del posto, creda che i camaleonti vivano d’aria; questi animali infatti si cibano di insetti che catturano con la lingua vischiosa che viene estroflessa con movimento rapidissimo. Questa peculiare modalità di cibarsi può forse aver originato la credenza che il camaleonte viva d’aria.
 
  Attualmente è il principale porto egiziano sul Mediterraneo; si trova all’estremità occidentale del delta del Nilo su una stretta lingua di terra compresa tra il Mediterraneo e una laguna (lago Maryù). La distanza da Rosetta ad Alessandria è di una sessantina di km.
 
  Alessandria venne fondata da Alessandro Magno nel 332-331 a.C. a ovest del delta del Nilo e fu la capitale dell’Egitto ellenistico; punto di incontro più importante per gli scambi culturali e commerciali tra oriente e occidente e quindi con una grandissima tradizione culturale. Dopo secoli ricchi di storia in cui la città occupò una posizione di spicco da un punto di vista sia economico che culturale, nel 642 Alessandria venne occupata dagli arabi e, con la fondazione del Cairo come capitale (sec. X), iniziò il suo declino politico e culturale. Dal 1517 venne a far parte dell’impero ottomano fino all’occupazione napoleonica, vivendo un lungo periodo di abbandono, tant’è che pochi e scarsamente significativi sono i resti del periodo islamico: il forte di Qā’it Bey, costruito sul luogo dell’antico faro, e alcune moschee ottomane del ‘600, che probabilmente Pesenti non vide. Anche i reperti archeologici degli antichi splendori ellenistici sono poveri e dispersi, costituiti essenzialmente da mura, colonne, fondazioni, elementi architettonici e numerose sculture, perché oltre al famoso incendio del 48 a.C. che distrusse la prima biblioteca del mondo antico, la biblioteca del Serapeo, ricca di 700.000 volumi, la città conobbe nei secoli varie devastazioni, le ultime delle quali apportate dalla dominazione araba. La ripresa di Alessandria dovrà attendere fino all’inizio dell’’800 e si consoliderà con il taglio dell’istmo di Suez (1869) e l’occupazione inglese (1882).
 
  Il forte di Qā’it Bey (v. nota precedente).
 
  La polacca era un veliero da trasporto con due o tre alberi e il bompresso, in uso nel Mediterraneo.
 
  Bottarga, ossia uova di muggine presate e seccate sotto sale.
 
  In un veliero con o tre o più alberi il trinchetto è il primo albero dal lato di prora. Lo stesso nome viene dato al pennone più basso dell’albero di trinchetto e alla vela inferiore e più ampia inferita a tale pennone.
 
  Nei velieri a vele quadre la gabbia è la seconda vela dell’albero di maestra, a partire dal basso.
 
  Vento di libeccio; termine che deriva dall’arabo “garbī”, ossia “occidentale”.
 
  Per orza si intende il lato dell’imbarcazione verso il quale soffia il vento, cioè il lato sopravvento. Orza è anche il cavo che serve a tesare la vela dal lato di sopravvento. “Navigare di orza”, o orzare, significa quindi navigare con la prora orientata verso la direzione da cui spira il vento.
 
  La bolina (meno frequentemente chiamata anche borina, bulina o burina) è il cavo applicato all’orlo di una vela quadra per tesarla e farle così prendere quanto più vento possibile. La navigazione di bolina è la rotta di una nave a vela che stringa al massimo il vento, quasi risalendo contro di esso.
 
  Per la precisione il mozzo era un giovane di età inferiore ai diciott’anni, che non avesse ancora compiuto i 24 mesi di navigazione, imbarcato su una nave mercantile per apprendere il mestiere di marinaio e addetto a i servizi secondari di bordo.
 
  La peota era una barca veneziana di media grandezza, a più remi o a vela. “Peota” è quindi anche la denominazione veneziana di “pilota”, che un tempo era colui che guidava la nave lungo la rotta stabilita.
 
  La botte era un’antica unità di misura di stazza, equivalente ad una tonnellata.
 
  Barberia, attuale Maghreb.
 
  Corrispondeva al punto più settentrionale della Cirenaica (oggi in Libia).
 
  La fusta era una nave strutturalmente analoga alla galea, ma più piccola e quindi più agile e veloce, con 18 o 22 remi per lato e una vela latina, cioè triangolare. Era usata per lo più dai pirati del Mediterraneo tra il XIV e il XVII secolo. “Per potenziare al massimo le capacità di manovra, i barbareschi tesero costantemente a rendere più leggere le loro galere riducendo al minimo indispensabile l’artiglieria di bordo, le munizioni e le scorte idriche e alimentari.” (cfr. M. LENCI, op. cit).
 
  La guardia della diana sulle navi era il turno di guardia dalle quattro alle otto del mattino.
 
  Per brigantino si intende un veliero con due alberi a vele quadre e bompresso; talora ha una randa alla vela maestra.
 
  Questi erano gli inconvenienti delle imbarcarcazioni non dotate di remi e vogatori, senza altro mezzo propulsivo che non fosse il sistema velico.
 
  Etna.
 
  Il Capo Spartivento si trova all’estremità sud-orientale della Calabria.
 
  Le petriere erano armi da fuoco, una sorta di bombardelle che lanciavano in un sol colpo una ventina di palle di pietra di un chilo di peso ognuna (V. T. Argiolas, op. cit).
 
  La tartana è una grossa barca da carico e da pesca con un albero a vela latina e uno o più fiocchi.
 
  Considerata la situazione di isolamento dei 25 giorni di navigazione, viene risparmiato alla ciurma l’obbligo della quarantena, secondo cui tutti i membri dell’equipaggio provenienti da località sospette avrebbero dovuto sostare lontano dai porti per un periodo determinato di giorni, generalmente 40, per verificare che non fossero portatori di malattie contagiose. Tale provvedimento era stato istituito in seguito alla tremenda epidemia di peste diffusasi in Europa nel 1347 proprio a causa di dodici galere genovesi provenienti da Caffa, colonia genovese sul mar Nero, che portavano inconsapevolmente a bordo i topi portatori del terribile bacillo.
 
  La feluca era una nave piccola e lunga, stretta e leggera, con due alberi a vele latine e otto o dodici remi che permettevano all’imbarcazione di viaggiare anche in condizioni di vento sfavorevoli.
 
  Tropea.
 
  Amantea.
 
  Palinuro.
 
  Acciaroli, attualmente in Campania.
 
  Capri.
 
  Banditore, araldo.
 

Versione attuale delle 17:15, 1 ott 2009

Torna a Pellegrinaggio di Gerusalemme - Parte 1

Il giorno seguente passassimo a vista dell’Isole Stivali, & di la a Sapientia: quì appresso sono le Città di Modon, e Coron, ove habitano quasi sempre Corsari [15], & è uno de’ più pericolosi passi, che siano nel Mar Mediterraneo, passati per la Iddio gratia senza alcuno impedimento fussimo a vista di Capo Matapan, & seguitando il viaggio verso l’Isola di Cerigo [16], che è alla bocca dell’Arcipelago tra Candia [17], e la Morea, essendo il giorno verso la sera, dalla guardia, che era in gabbia, fussimo avisati, c’haveva scoperto una vela, che veniva dalli Gozzi Isole di Candia. Onde dubitandosi che fussero Corsari, poiche al Zante s’hebbe nuova, come pochi giorni avanti, un Berton [18] di Barbaria haveva preso una Tartana, subito si nettò la coperta, & si mandò tutto a basso dalle bocche porte, perche non si patisse impedimento.

Quì molti de’ Rever. Padri, & altri Pellegrini, & passaggieri, dubitorno assai di qualche cattivo incontro, e ne stavano con grandissima paura; altri sì de’ Padri, come de’ passaggieri, havendo fatto cuore, diedero mano all’arme, apparecchiandosi alla difesa.

Il Vasello si andava approssimando, e veniva sopra vento, aumentando il sospetto che fossero Corsari; dalla nostra parte nondimeno non si scemava l’animo; poiche la nostra Nave era tutta armata, & benissimo all’ordine, con circa quaranta pezzi d’artiglieria [19], & munitione abondante, buonissimi bombardieri, e altri soldati. Sopragiunse la notte, & tutti seguitando il suo viaggio all’apparir del giorno seguente non si viddero comparir più vele.

Giunti sotto vento a Candia, passati i Gozzi, il giorno seguente havessimo il vento da Sirocco assai gagliardo, che faceva molto gonfiar il Mare: & perche era vento a noi contrario, ne convenne star su le volte, & andar verso l’Egitto, & ritornar per Candia. Il vento durò cinque giornate rinforzandosi sempre più, & causò aspra fortuna, e molto poco viaggio trovassimo haver avanzato, ritrovandoci ancora a vista di Candia.

Ritornò il vento per maestro, che ne rallegrò molto, & seguitando il viaggio giungessimo nel Golfo di Setelia, dove se bene quasi sempre sogliono regnar fortune grandissime, la Nave nondimeno faceva assai buon viaggio, avenne quì, che ritrovandosi il Capo de Bombardieri gravemente amalato passò all’altra vita, havendo però ricevuto dalli Rever. Padri i dovuti Sacramenti. Li marinari doppò di haverlo spogliato, & lavato, involtolo, & cucito in un pezzo di vela, & a piedi messevi due pietre assai pesanti, posto sopra una tavola fu portato ad alto. Qui messo sopra la sponda della Nave sotto vento, havendo ricevuti da’ R. Padri l’essequie, & dal nostr’huomo co’l fischio di nave tre volte la raccomandatione a tutti d’un Pater, e una Ave Maria per l’anima sua, alzata la tavola, fu sepolto nell’onde del Mare.

La Nave era spinta d’assai buon vento, si che in puochi giorni ci portò a vista dell’isola di Cipro: ma ritrovandoci troppo verso mezzo giorno, ne potendo andar al porto di Limisso [20], ove la nave haveva da scaricare alcune mercantie, andassimo alle Saline, porto, nel quale quasi tutte le Navi caricano, e scaricano le mercantie di tutta l’Isola.

Quivi arrivati alli vinti di Ottobrio, si fece il solito saluto con tiri di Artiglieria, & datto fondo all’ancore, mandato il batello con lo scrivano a terra per haver prattica subito ne rihavessimo la licentia; onde smontati tutti andassimo all’Arnica [21], & entratti nel Convento havessimo care accoglienze.

Quest’Isola e assai abondante & fertile di buon vino, e del più potente che si faccia in tutte l’Isole di Levante: il Cottone vi cresce in tanta quantità che è cosa incredibile, vi sono buonissime Carni, & in particolare Castrati di smisurata grandezza, havendo le code si larghe, & grasse che molte pesano più di diece libre l’una; vi è una tal sorte d’Augeletti, di cui pigliano gran numero, & molti ne acconciano con aceto in vasi di terra, & ne portano nelle Navi in tutte le parti di Europa. L’Isola è delle megliori che siano nel Mare Mediteraneo: e paese assai caldo, & nel tempo che era posseduta dalla Serenissima Signoria di Vinegia [22] haveva molte Citta, & Castelli, tra quali le principali erano Famagosta, & Nicosia, hora che la possede il Turco è molto distrutta.

Riposati che fussimo doi giorni dovendosi passar il golfo del Mare, che puo essere da trecento miglia per andar al Iaffo [23] porto il più vicino al viaggio di Gierusalemme, e perciò necessitati a pigliar un’altra Nave, si trattò con un patrone d’un Caramussale [24], il quale diceva haver più volte condutta la famiglia, et Pellegrini, et mostrava molto amorevole apparenza. Fu conchiuso l’accordo da certi mercanti Venetiani, con patto che a lui si dessero cento e vinti Ducatti, & che egli conducesse tutti li Rever. Padri, & da dieci Pellegrini, & tutte le loro robbe, & gionto a detto porto ivi aspetasse quindeci giorni la famiglia vecchia, & chi voleva ritornare, & ci riconducesse in Cipro a detto Porto, e gli fu datta la meta de danari a buon conto. Il giorno seguente appressorno il Caramussale alla Nave, per caricar le robbe. Havendolo io ben riguardato, & conosciuto molto mal all’ordine di vele, di corde, & de Marinari, & avertito anco da alcuni Pellegrini che erano ivi di ritorno, come meglio sarebbe che io me ne fossi andato in Soria [25], & restar ivi quella invernata [26], & poi passar al principio di Quadrigesima con la Caravana d’Armeni e Greci per Damasco e terra Santa per ritrovarmi in Gierusalemme ne’ tempi di Passione, per veder la moltitudine delle genti, che vi concorrono, & le Cerimonie che si fanno, mi risolsi di cosi fare: onde rimesse le mie robbe nella prima Nave havendo lettere di favore & credito per quei paesi, & havendo compagnia d’alcuni mercanti, curioso anco di veder quelle parti m’accinsi a far tal viaggio, & cosi fece un altro Pellegrino Gentil’huomo Bolognese nomato il Sig. Bonifacio Neri, che s’unì meco di camerata ancora.

Il Caramussale essendo carico, & imbarcati li Reverendi Padri con gli altri Pellegrini, il giorno seguente fece vela, & come poi mi fu riferito da detti Reverendi in Gierusalemme, patì molte fortune con pericolo grandissimo di sommergersi; perche havendo il patrone, che era Greco, mal pratico di Navigare, & anco nimico di Chatolici non si curava perdere il Caramussale, & se stesso, per affondar tanti, & si devoti Religiosi: & se non che nella compagnia v’erano alcuni Frati periti del Navigare ch’avertiti del mal governo e animo del padrone fecero forza & preso il timone di mano al patrone drizzorno il Caramusciale a buon viaggio, la cosa passava male: con tutto ciò stettero in Mare da vinti giorni, & essendogli venuta a meno la vittovaglia, gli ultimi giorni dispensavano i fragmenti del biscotto scarsamente, & se restavano pur doi giorni di più in Mare, molti sariano mancati per disaggio. Ma la bontà del sommo Creatore, il quale non ha permesso che mai alcune famiglie fin hora siano ne affondate, ne prese, quando manco vi pensavano fece ch’arrivassero in porto, e avuta prattica, smontati e scaricate le robbe, mandando subito ad avisare il P. Guardiano vecchio, hebbero di Rama da amici soccorso, & il secondo giorno si missero in camino verso Gierusalemme, tanto da tutti desiderato. Ma cosa grande avenne che non furono ancora partiti di Ramma, che hebbero nuova certa, come il Caramuffiale essendo smontati la più parte de Marinari, & havendo fatta acqua assai, si era rotto, & affondato, miracolo veramente stupendo.

Ma ritornando al nostro viaggio, dopo che il patrone della nostra Nave hebbe scaricate alcune robbe, & messo il tutto all’ordine, & tutti imbarcati, si fece vela alli 25 Ottobrio, & navigando alla costa dell’Isola pasassimo a vista della Citta, & porto di Famagosta [27], & seguitando il viaggio lasciata l’Isola, & entrati nel golfo delle Giazze, si levò vento da Levante, che non ci lasciò andar avanti, onde stando sempre su le volte avanzassimo puoco; tuttavia nel quinto giorno fussimo a visto del Capo Ganzir, & in altri trei giorni, essendo ritornato il vento da Tramontana, nel porto di Alessandretta [28], chiamato ancora di Scalderona, sicuri & sani entrassimo, ringratiando il misericordioso Giesù Christo, che ci havesse fatta gratia d’arrivare a salvamento al desiato Porto, e salutato con alcuni tiri di Artegliaria, & con le Trombe dato segno d’allegrezza, ne fu da altri Vaselli Inglesi, et Francesi, che erano in porto, risposto in segno d’amicizia con molti tiri, risuonando tutt’il porto di trombe, & allegrezze, datto Muli fondo all’ancore, mandato il Batello in terra, si hebbe pratica, et perche era tardo, restassimo in Nave fin al giorno seguente, che fu il secondo di Novembre.

La mattina smontati andassimo alla Casa del Viceconsole per la Serenissima Signoria di Vineggia, il quale ne fece molte accoglienze. Questo è quel porto che si dice essere stato anticamente habitato dalle donne Amazzone, & vi e ancora una Torre in mezzo a certe paludi chiamata la Torre delle Amazzone. Quì vengono portate molte robbe dalla Caramania [29], & Natolia, lochi assai vicini: vi si fa un bel mercato ad un loco chiamato il Baiasso, e vi si vende assai Cottone filato, & lane buonissime per far Matarazzi. L’aria vi è pestifera, & pochi vi stanno che non s’amalino, onde fussimo consigliati partirsi quanto prima, facessimo dunque l’istesso giorno scaricar le nostre robbe, & il Viceconsole ne fece gratia di farne ritrovar Cavalli, & Mule per andar verso Aleppo [30], & ancho ne diede doi Gianiceri per guida: s’accordassimo per li & Cavalli in otto Ducati per uno, & di più ogni sera un quarto per il mangiar de Cavalli, & di dar alli Gianizzeri [31], come è il consueto, vinti Ducati & panno per far una vesta, tra tutti, & fargli le spese.

Hora fatta la provisione per il nostro mangiare, a mezzo il seguente giorno caricate le Mule delle nostre robbe, pigliando congedo da quelli della Nave partimmo. Eravamo dieci passagieri a Cavallo oltra li Gianizzeri, & la sera arrivassimo al Bailan, discosto dal detto Porto da quindeci miglia: ove riposati fin’a mezza notte, rimontati cavalcassimo tutto il resto della notte per monti, & strade malagevoli, & pericolose d’Arabi assasini, che molte volte assaltano & rubbano, & continuassimo fino all’hora di vespero del giorno seguente senza smontare, per passar certi cativi passi.

Smontati alla detta hora all’aria, & ivi cibatici si fermassimo il restante del giorno, & la notte ancora dormendo al sereno sopra la nuda terra, due hore avanti giorno rimontati seguitassimo il viaggio per piani, e colli allogiando al solito, & pasassimo poco discosto alla Città di Antiochia [32], la qual soleva essere si grande, & si nominata, & era Capo di tutto questo paese; in detta Città S. Pietro fece le sue prime prediche, & ridusse quella gente alla vera fede, & molto tempo vi si è conservata la Lancia, con la quale Longino apperse il costato a Giesu Signor nostro. Hora la Citta è distrutta, le mura & Torri cadute, desolata ogn’altra sua parte, gl’habitatori pochissimi, & quella che soleva essere si grande, celebre, e famosa, e fatta miserabile oggetto di compassione. Il terzo giorno arrivassimo alla Citta d’Aleppo sani, & senza haver patito cattivo incontro, & per esser tardo tutti restassimo per quella sera in casa di un mercante, che era venuto con noi; il giorno seguente ogn’uno attese a suoi affari: il mio compagno & io ritrovati alcuni mercanti a quali presentai le lettere di racomandatione, gli pregai che mi facessero havere allogiamento buono, poiche eravamo disposti restar ivi tutto l’Inverno; da questi ricevute prima molte accoglienze, & proferte, fussimo posti in Casa di un Fancese, che teneva Camere locanti, dal quale sempre fossimo ben trattati, presso al quale havessimo compagnia di molti mercanti Francesi, che ivi pure allogiavano, e era la spesa di dieci cecchini per uno al mese.

La Citta d’Aleppo è nella Soria, posta sotto trentanove gradi, è d’aria sanissima e felice, poiché vi si ritrovano molti huomini robusti di età di cento, e più anni, & vi si dorme più di sei mesi dell’anno nelle terrazze sopra le case al discoperto: è situata sopra diverse colline in terreno sassoso, cinta di muraglie giranti circa a sette miglia senza i borghi; sorge più alteramente nel mezzo, con un bellissimo Castello, che pare posto sopra una montagna, & è terreno tutto portaticcio: il Castello nella sommittà è circondato di mura, & Torri munite d’Artegliaria, & attorno ha profonde fosse, con acqua: per entro alla Città corrono in copia grande buonissime acque, e fuori vi passa un corno del Fiume Eufrate; e piena di grandissimi trafichi; che vi concorrono Caravane d’Armenia, di Persia, d’India, di Bagadet, & Ormus, e d’altri infiniti paesi, conducendo molte migliaia di Balle di Seta, Endico, Alacche, Reubarbaro, Canelle, Tele di Cottone in quantita, Muschio, Gioie di piu sorte, & mille altre mercantie, le quali pur sono vendute, overo contracambiate con altre mercantie da Francesi, Italiani, Inglesi, & Fiamenghi, che di continuo vi negotiano: sonovi molti Giudei, che ivi hanno gran trafico, & molti di loro fanno il sensale: parlavisi in tanta diversità di linguaggi, che non credo udirsi tanti in altra città dell’universo. Il gran Turco da Constantinopoli vi manda al governo il Bassa [33], supremo grado per la militia, il Cadi per la ragione in civile, & molti altri Uffitiali, & Gianizzeri. Risiedonvi per governo de Franchi, diffesa, & mantenimento delle loro raggioni, quattro Consoli, uno per il Christianissimo Re di Francia, uno per il Re d’Inghilterra, uno per la Sereniss. Signoria di Vinegia; & uno per gli stati Olandesi, tutti i quali sono in grande riputatione, e molto honorati. Vi è una Chiesa officiata da doi Frati Zoccolanti, mandatigli dalla famiglia di Gierusalemme, ove concorrono tutti i Christiani Catholici, & vi si dice la Santa Messa, la quale si celebra anco quasi ogni giorno in casa de gl’Illustriss. Consoli di Frantia & Venetia da suoi Capellani.

Il paese circonvicino produce assai Cottone, abonda di Lane, ha grano, ma non molto; sonovi assai buone carni, massime de Castrati di smisurata grandezza, diversi frutti, e in particolare Pistacchi in gran copia.

Nella Citta vi sono molti lochi, che si chiamano Cani [34], dove allogiano le Caravane con le sue mercantie, & sono affittati dal portinaio: le contrate dove si vendono le cose per il vitto, & altre mercantie sono coperte di legname e alcune sono fatte a volto: hanno le porte che la notte si chiudono, standovi di continuo un portinaro, chiamato il Boabò, mantenuto da mercanti di quella contrata, acio facia la guardia: vi sono belissime Moschee, & grandi, con Torri, e campanili alti, & fatti con grande architettura in forma per il più rotonda, e alla cima vi e una loggia che atorno atorno infuori si spinge, nella quale mantiensi di continuo gente, che chiamano il moro, che grida tre volte al giorno, & altre tante la notte, cioe due hore avanti il giorno, nel far del giorno, a mezzo giorno, la sera al tramontar del sole, a due hore di notte, & a mezza notte. Questi sono i loro horologgi, & di questi si servono per campane, poiché in tutta Turchia campane non vi si suonano. Hanno per usanza andar alle sue Moschee ad orare; ma prima che vi entrino si lavano le mani, la testa, & i piedi, & lasciano le scarpe fuori, entrati si voltano con la faccia verso mezzo giorno, & inchinati guardando verso il Cielo pregano il grande Iddio, per sua salute, portano, & dicono corone di cento segni, & facendogli passare ad uno per uno dicono, Stasurla, che significa, Iddio mi guardi. Alle sue donne è prohibito l’entrar nelle Moschee, & di loro sentono si bassamente, che dicono esser create solo per la generatione, & le tengono prive d’anima ragionevole. I Mori sepoliscono i morti tutti fuori della Città ne campi, & ogni venerdì vanno le donne sopra le Sepolture a piangerli: e delle donne per moglie, ne pigliano quante ne vogliono, regendosi in questo con la possibiltà di mantenerle. La miglior moneta, che più si stima, e più volentieri si piglia, sono i Reali [35] di Spagna: vi si spendono ancora molti quarti, & mezze Piastre di Francia [36], & i Taleri d’Alemagna [37], che hanno un Lione rampante da una parte, & dall’altra un’arma. Molte volte le valute calano & crescono, ma per lo più vale il Reale di Spagna decisette Saine, & le Saine cinque aspri l’una: quelli di Francia ogni quarto vale quatro Saine, quelli di Alemagna, quindeci Saine, le altre sorti di monete si vendono a peso agli Hebrei: i Cechini di peso vagliono per lo più vinticinque Saine, & gli Ongari vintiquatro, le doppie non fanno per quel paese che perdono troppo, & non si ritrova chi pur voglia cambiarle per tre taleri l’una d’Alemagna. Ogni anno fanno una quadragesima di un Mese, che dura dal farsi fino ai fornirsi della Luna, & in questo tempo non mangiano, ne bevono cosa alcuna dal levar, fino al tramontar del Sole: doppo mangiano, & bevono tutta notte, & per la Citta vi sono molti lochi ove tutti vanno a bevere cert’acqua nera caldissima, che chiamano Cave [38]: vi bevono ancora il tabacco in gran quantità, & mentre in questi lochi concorrono a bere tanti, che sono alle volte più di trecento, suonano diversi stromenti da fiato, Timpani, & Crivelli, essendovi diversi giovinetti, che ballano girando attorno il loco; & altri figliuoli, che vanno per il loco a tutti portando il cave in certe scudellette, fatte di materia simile alla porcellana: vi commettono anco molte cose nefande da farsi, e da riferirsi. Nel uscire ogn’uno lascia qualche moneta al patrone, che sta alla porta & cosi fanno tutta la notte, & quest’usanza è per tutta Turchia. Finito il mese fanno per tre giorni festa, & molti se ubriacano, nel qual tempo è pericolosa cosa l’andar atorno, che potrebbesi ricever qualche offesa. Nelli Bezarri, & lochi più frequentati vi fanno le feste attacando tre corde a certi travi alti, nel fondo appendendo una tavola come un seggio rilevato da due braccia da terra, entro sedendovi una persona alla volta, la quale agitata con funi tal hora vien sospinta fin sotto il coperto, & mentre che si fa questo gioco si sonano Trombe, & Tamburri, & si grida per buona pezza: lo fanno alla fine fermare & smontato dona qualche cortesia, & subito un altro sale nel medesmo loco, l’istesso facendo che’l primo, e cosi di mano in mano, & corre tutto il populo a vedere. Queste feste, & legierezze, si chiamano, Aramadam [39], et ogni anno si tirano indietro una Luna; si che alle volte si fanno d’estate, & alle volte d’Inverno, & passati diece giorni molti si mettono all’ordine huomini, & donne d’ogni sorte per andar in pellegrinaggio alla Meccha, & é incredibile il numero della gente che vi và, altri cavalcando sopra Cameli, & altri sopra Muli, & Afini, & molti a piedi, benché il viaggio sia longo, et faticoso. Fuori della Citta è un borgo chiamato giudaica, dove stanno quasi tutti i Christiani del paese, & vi celebrano alla Caldea, & alla Armena & Greca, & vi è anco un Vescovo Maronita, che vi celebra alla Romana. In questo paese, & in tutta Turchia gli huomini vanno con la testa rasa, fuori che nel mezzo, dove lassano cressere li capelli nella longezza, che ponno venire, ma il circuito è di poco spatio, & li volgono attorno, & coprono con un piciol berettino, si lassiano cressere la barba longa per tutta la faccia, & a molti arriva fina a mezzo il petto, & tengono a grande honore l’haverla bella, folta, longa, & larga. Portano in testa sempre il turbante, fatto di tele di bombace bianchissimo, & quanto sono più di grado lo portano più grande, come il Bassà, & il Cadì, che l’hanno di tanta grandezza, che un huomo no’l può abracciare, se ben fatto di cottone, & tela si sottile che pesa pochissimo.

Tutti li Maomettani lo portano bianco senza segni, & in mezzo vi sorge un berettino, per il più rosso, che prima e posto in testa: a nissuna altra natione è concesso portarlo bianco, ma deve esser vergato di giallo, argentino, rosso overo d’altro colore, fuori che di verde, poiché a nisun christiano è concesso portare nel vestimento alcuna cosa, che sia verde sotto grave pena; che di questo colore solo usano li Turbanti tutti quelli, che si chiamano parenti del suo nefando Maometto, che sono quelli che vengono generati nel viaggio suo alla Mecca, ove fanno infinite dishonesta. Tutti portano le veste longhe di panno, ò di raso foderate, secondo la possibilità, & l’inverno de bellissime pelli: per la Città non portano arme, ma alcuni usano solo gangiare, che, sono come pugnali ritorti, i paesani archi & frezze. Portano le calce tirate, & alcuni li bolzachini, & tutti le scarpe ferrate.

Gli Arabi, che stanno nel circonvicino paese, portano vesti di lana fatte a lista di diversi colori, & vanno sopra Cavalle velocissime, & per arme usano lancie longhissime, ferrate da tutte due le parti. Le donne quando vanno per la Città portano una vesta di tela bianca, che le copre dalla testa fina a’piedi, & sopra la faccia un cendale nero. Si tratenemmo nella Citta d’Aleppo tutto l’inverno havendo sempre dolce conversatione con quei Signori mercanti, da loro ricevendo infinite cortesie, & in particolare dall’Illustrissimo Signor Gieronimo Morosini, dignissimo Console in Soria per la Sereniss, Signoria di Vinegia.


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NOTE

[15] Anche Modone (l’attuale Methoni) e Corone, nel Peloponneso, erano state cedute da Venezia ai Turchi nel 1503 e per questo erano da tempo ritenute pericoloso covo di corsari. Era stata una perdita significativa, perché Modone era un’importante base militare e commerciale della Repubblica Veneta. Come avamposto fortificato era considerato uno degli “occhi della Repubblica”, che osservavano i movimenti nemici, pirati o turchi che fossero. Come stazione di transito sulla via del Levante riceveva spezie, seta grezza, tinture e cera, importate da mercantili privati; le galee dello Stato provvedevano poi al trasporto delle merci da Modone a Venezia. Si notino ancora i tempi di navigazione: 15 giorni per raggiungere l’isola da Venezia nel 1384 (diario di Frescobaldi), 16 giorni nel 1612.

[16] Attuale isola di Kythera.

[17] Creta.

[18] Il bertone era un grosso tre alberi da carico a vele quadre, con castelli altissimi.

[19] Fin dall’inizio le armi da fuoco si distinsero in armi portatili e in artiglierie. Quelle portatili erano: pistole, archibugi e moschetti; le artiglierie si distinsero in falconi, falconetti, spingarde, cannoni, colubrine, bombarde, mortai e petriere.(cfr. TOMMASO ARGIOLAS, Armi ed eserciti del rinascimento italiano, ed. Newton & Compton, Roma, 1991, p. 106).

[20] Limassol.

[21] Larnaca.

[22] Cipro rimase sotto il dominio veneziano fino al 1571, quando venne conquistata dai turchi.

[23] Giaffa.

[24] Il caramussale era un bastimento a vela da carico turco, munito di un alto castello a poppa. Il termine veniva dal turco qarāmussāl.

[25] Siria.

[26] In età moderna vi erano mesi in cui era evitata la navigazione: generalmente si navigava da aprile a settembre. In autunno e inverno si prendeva il largo solo per gravi urgenze, soprattutto se si trattava di galere e imbarcazioni simili, più vulnerabili dei velieri alle tempeste. (cfr. M. LENCI, op. cit.)

[27] Famagosta è situata sulla costa orientale dell’isola di Cipro, nella baia di Famagosta. Venne fondata, col nome di Arsinoe, attorno al III sec. a. C. da Tolomeo II Filadelfo che intendeva stabilire nel Mediterraneo orientale l’egemonia egiziana. Essa venne poi distrutta nel 647 d.C. durante l’occupazione araba di Cipro, quindi, nuovamente restaurata, godette di un lungo periodo di fortuna a partire dal 1195, anno di fondazione del regno crociato dell’isola sotto la dinastia dei Lusignano. L’importanza del porto suscitò l’interesse di Genova e Venezia che vi aprirono i loro fondaci finchè nel 1489 Caterina Cornaro, vedova di Giacomo II di Lusignano, cedette l’isola alla Repubblica di Venezia, che fece di Famagosta il centro economico dei propri traffici. L’assedio della città nel 1570-71 segnò il punto culminante della guerra tra turchi e veneziani per il possesso dell’isola, che terminò con la resa del governatore veneziano Bragadin al comandante turco Mustafà Pascià che prese possesso dell’isola. La perdita di Cipro determinarono nella Repubblica di San Marco un riassestamento di ordine finanziario e costituzionale che incise notevolmente sullo sviluppo della società veneziana alla fine del ‘500.

Tra le numerose costruzioni del periodo veneziano ricordiamo l’imponente bastione Martinengo (1558).

[28] Nell’attuale Turchia; fu fondata dai greco-macedoni dopo la battaglia di Isso (333 a.C.).

[29] Attuale Iran sud-orientale.

[30] Aleppo si trova nell’attuale Siria nord-occidentale, vicino al confine con la Turchia. È una città antichissima, già presente nel II millenio a.C. nella sfera di influenza ittita. Dopo una lunga storia in cui Aleppo conobbe periodi di diverse dominazioni (fu conquistata dai persiani, da Alessandro Magno, dai Seleucidi e dai romani) la città, a lungo contesa tra musulmani e bizantini, venne sottomessa nel 1078 ai Selgiuchidi. Nel 1189 Saladino la trasformò in centro di resistenza ai Crociati facendovi costruire un complesso architettonico tra i maggiori della Siria. Nel 1260 venne gravemente danneggiata dai Mongoli e in seguito venne sottomessa ai mamelucchi d’Egitto. Dal 1520 venne annessa all’impero ottomano. Nel periodo che seguì Aleppo mantenne la propria importanza commerciale e prosperità.

[31] Il termine del deriva dal turco yeniçeri che significa “nuovo soldato” e collettivamente, “nuova milizia”. I giannizzeri formavano le unità di fanteria dell’esercito ottomano. I gianizzeri costituivano un’aristocrazia militare ristretta, il cui numero non superò mai poche migliaia di unità. Al vertice vi era una sorta di consiglio supremo degli ufficiali detto divano. Giannizzeri erano gli alti funzionari governativi, i comandanti militari, i ministri dell’esercito e della marina, i tesorieri, gli ufficiali pagatori e gli effettivi delle guarnigioni stanziate nell’entroterra (cfr. M. LENCI, op. cit.)

[32] Antiochia si trova nell’attuale Turchia. Sorge sul fiume Oronte e il suo nome attuale è Antakya.

Nel 301 a.C. venne fondata da Seleuco I Nicatore, capostipite dei re di Siria, e intitolata al padre Antioco. (Antioco III vi fondò la terza grande biblioteca dell’antichità dopo Alessandria e Pergamo). Nel 64 a.C. divenne parte dell’impero romano come capitale della provincia di Siria, mantenendo però una certa autonomia e, grazie alla sua posizione geografica e strategica divenne un importante centro culturale, militare politico (sede del governatore romano) e commerciale, prosperando al punto da venir definita “regina d’Oriente”. Ai tempi di Erode il Grande Antiochia era ornata da splendidi edifici ed era attraversata da una strada lastricata di marmo a spese di Erode il Grande.

In Antiochia si organizzò presto una fiorente comunità di cristiani di origine giudaica e furono proprio questi fedeli che per primi vennero chiamati “cristiani”.

Dopo un lungo periodo di diverse dominazioni (persiana, araba bizantina e selgiuchide) nel 1098 la città divenne la capitale dell’omonimo principato crociato. Nel 1268 venne saccheggiata ed occupata dai mamelucchi; nel 1517 fu conquistata dagli ottomani.

[33] Nell’impero ottomano il termine pascià indicava un alto titolo onorifico militare o amministrativo. Generalmente veniva posposto al nome proprio.

[34] Il nome deriva da khān, in lingua turca, è il corrispondente del termine di origine persiana caravanserraglio, o “albergo per le carovane”, e di quello arabo funduq, da cui deriva il termine italiano “fondaco”.

Il caravanserraglio è un’istituzione legata alle grandi vie carovaniere e risale all’epoca preislamica, anche se fu in epoca islamica che raggiunse la sua tipologia, rimasta pressochè invariata fino a tempi recenti. Nel medioevo nelle città frequentate da mercanti occidentali vi erano caravanserragli riservati a singole “nazioni” europee (genovesi, veneziani, francesi…) che vi avevano i propri rappresentanti e speciali diritti.

Di solito il cane era formato da una serie di locali, comprendenti anche camere per i viaggiatori, prospicenti un portico e posti attorno ad una corte quadrata. Il portale di entrata doveva essere sufficientemente grande per consentire il passaggio di un cammello a pieno carico. Spesso vi era anche un pozzo e torri angolari di difesa.

[35] Il reale di Spagna era una moneta d’argento coniata a partire dalla metà del XIV secolo in Spagna. Per secoli costituì l’unità di valore del sistema monetario spagnolo; il suo multiplo, o pezzo da otto, nel 1600 fu la moneta più usata nelle colonie spagnole d’America.

[36] “Piastra” era il nome genericamente dato alle grosse monete d’argento dal XVI secolo in poi. Piastra fu detta anche la moneta d’argento usata in Turchia e nei paesi dell’impero ottomano.

[37] Il tallero, grossa moneta d’argento del peso di circa 30 gr, venne coniata nel 1484-86 dall’arciduca Sigismondo del Tirolo. Ben presto il tallero ebbe ampia diffusione in Germania, ove fu introdotto nel sistema monetario da Carlo V, e fuori dall’impero, in Olanda e Italia.

[38] Si tratta evidentemente del caffè; originario dell’Etiopia (regione del Caffà), esso venne importato in Europa dagli arabi verso la fine del sec. XVI.

[39] Ramadan, dal nome del nono mese del calendario musulmano.