Pellegrinaggio di Gerusalemme - Parte 2: differenze tra le versioni

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Passato il Carnevale, e approsimandosi il tempo di seguitar nostro pellegrinaggio, facessimo provigione d’un Vitturino, che in quel linguaggio vien nomato Muccaro: e questi Muccari danno a vettura Muli per andar fina in Gierusalemme, & vi vengono apresso a piedi per governar i Muli, e caricar le robbe, non lasciando a Pellegrini altro fastidio, che di montar a cavallo, & perche per il camino molte volte si allogia in loco, ove non si ritrova da mangiare, ogn’uno fa la provigione, & se la porta seco; et per questo noi pigliassimmo un Mulo per mettervi le nostre robbe, & la vettovaglia, facendo accordo co’l detto Mucaro di dargli vinti Reali per Mulo, & ogni sera per il mangiar delle bestie, mezzo reale in tutto, con patto che ne conducesse in compagnia della Caravana degl’Armeni, fino in Gierusalemme, a ogni sua spesa, & cosi fecero alcuni altri Mercanti Venitiani, Francesi, & Fiamenghi , & ancora doi Reverendi Padri, che ritornavano in Gierusalemme, havendo havuto il cambio.
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Il giorno seguente passassimo a vista dell’Isole Stivali, & di la a Sapientia: quì appresso sono le Città di Modon, e Coron, ove habitano quasi sempre Corsari '''[15]''', & è uno de’ più pericolosi passi, che siano nel Mar Mediterraneo, passati per la Iddio gratia senza alcuno impedimento fussimo a vista di Capo Matapan, & seguitando il viaggio verso l’Isola di Cerigo '''[16]''', che è alla bocca dell’Arcipelago tra Candia '''[17]''', e la Morea, essendo il giorno verso la sera, dalla guardia, che era in gabbia, fussimo avisati, c’haveva scoperto una vela, che veniva dalli Gozzi Isole di Candia. Onde dubitandosi che fussero Corsari, poiche al Zante s’hebbe nuova, come pochi giorni avanti, un Berton '''[18]''' di Barbaria haveva preso una Tartana, subito si nettò la coperta, & si mandò tutto a basso dalle bocche porte, perche non si patisse impedimento.
Per me, & per il mio compagno, accordassimo un Christiano del paese, che ne servisse per servitore, & interprete; che pur vi sono molti i quali hanno tutte le lingue necessarie per il paese, & attendono a questo particolare: ritrovassimo ancora il Caravan bassi, che ogni anno va con la Caravana de detti Armeni per tenerla a regola, & trattar con li Datiari, che chiamano Cafarieri, per li cafarri, che si pagano della persona, & si accordassimo dargli doi reali per persona per i Cafarri, che si pagano d’Aleppo fina in Damasco, e più di donargli altri doi Reali per uno, per sua buona mano per il fastidio che prendeva; & cosi havendo alli cinque di Marzo 1613, presa licentia da quell’Illustrissimo Signor Console, & da tutti quelli Signori mercanti, doppò il disinare, fatte caricar le bagaglie, & montati a cavallo, accompagnati da tutti quei Signori, più di due miglia fuori della Città, & alla fine con gli ultimi abbraciamenti scomiatandoci da loro seguimmo il viaggio, & la sera arrivammo ad un loco chiamato Cantoman, ove trovassimo tutta la Caravana, che era gionta, & haveva preso tutti i luoghi. Per la frequentia delle Caravane, che passano per questi paesi, hanno fatto fare alcuni allogiamenti lontano uno dall’altro otto overo diece hore di camino, secondo che più torna a commodo, i quali sono in forma quadra, come quì s’usano i Lazaretti, & attorno vi sono loggie, & lochi più a dentro, ove stanno i Muli, & Cavalli, & nelle loggie ove il terreno è rilevato, allogiano le persone sopra’l terreno; ne in tutta Turchia si trova alloggio di altra maniera più commoda. Tutte le Caravane entrano, & albergano ove gli piace, di chi prima occupa il luogo, l’usa, & quando se ne esce pagasi un tanto per persona, ne’ luoghi piu, & ne’ luoghi meno. Il pagar nondimeno tocca solo a Christiani , di qualonque sorte eglino si siano, che i Turchi non pagano cosa alcuna.
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Questa prima sera per esser impedite le loggie, ne convenne allogiare in mezzo al Cane all’aria, & per che il tempo era ancora freddo, havessimo incommodissima quella notte.
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Due hore avanti giorno il Caravan bassi che governa la Caravana, & quando vuole che si carichi, fa gridare in mezzo al Cane da un suo, Amelum, più volte, che significa che si carichi, e che si levi, & monti a cavallo per seguitar il viaggio, fece dar co’l grido il suo segno, & per ritrovarsi tutti vestiti presto si fece a saltar in piedi, a far legar le bagaglie , & caricare: e mossesi alla partita tutta la Caravana insieme. Eravamo dieci Franchi (che cosi chiamano tutti quelli di Europa) & con l’aggiunta de’ servitori facessimo tutti una compagnia, & si tenevamo anco quanto a’luoghi sempre insieme, & havendo cavalcato circa otto hore, arrivassimo a Canfarac, picciol villagio, e alloggiassimo nel Cane, & come i primi d’arrivo pigliassimo il luogo che ne parse più commodo, & poste tutte le nostre robbe unite, appresso le nostre persone, reficiatici di quello che havevamo portato con noi, pasassimo il resto del giorno parte in qualche oratione, parte in raggionamenti.
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Riposati la notte al solito, la matina seguente, che fu alli 7 Marzo due hore avanti giorno, montati a cavallo con l’ordine solito, cavalcando circa a nove hore giungessimo a Marra, Città si, ma quasi tutta distrutta. Ivi è un bel luogo, non solo grande, ma comodo per alloggiare, e anco per comperare vino, e biscotto, & altre robbe per vittualia: quì passato il restante del giorno & la notte al solito, la mattina seguente de gl’otto Marzo montati a cavallo a buon hora, & cavalcato circa sei hore arrivassimo a Cansecon, che è un villaggio di poco conto.  
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Quì molti de’ Rever. Padri, & altri Pellegrini, & passaggieri, dubitorno assai di qualche cattivo incontro, e ne stavano con grandissima paura; altri sì de’ Padri, come de’ passaggieri, havendo fatto cuore, diedero mano all’arme, apparecchiandosi alla difesa.
  
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Il Vasello si andava approssimando, e veniva sopra vento, aumentando il sospetto che fossero Corsari; dalla nostra parte nondimeno non si scemava l’animo; poiche la nostra Nave era tutta armata, & benissimo all’ordine, con circa quaranta pezzi d’artiglieria '''[19]''', & munitione abondante, buonissimi bombardieri, e altri soldati. Sopragiunse la notte, & tutti seguitando il suo viaggio all’apparir del giorno seguente non si viddero comparir più vele.
  
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Giunti sotto vento a Candia, passati i Gozzi, il giorno seguente havessimo il vento da Sirocco assai gagliardo, che faceva molto gonfiar il Mare: & perche era vento a noi contrario, ne convenne star su le volte, & andar verso l’Egitto, & ritornar per Candia. Il vento durò cinque giornate rinforzandosi sempre più, & causò aspra fortuna, e molto poco viaggio trovassimo haver avanzato, ritrovandoci ancora a vista di Candia.
  
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Ritornò il vento per maestro, che ne rallegrò molto, & seguitando il viaggio giungessimo nel Golfo di Setelia, dove se bene quasi sempre sogliono regnar fortune grandissime, la Nave nondimeno faceva assai buon viaggio, avenne quì, che ritrovandosi il Capo de Bombardieri gravemente amalato passò all’altra vita, havendo però ricevuto dalli Rever. Padri i dovuti Sacramenti. Li marinari doppò di haverlo spogliato, & lavato, involtolo, & cucito in un pezzo di vela, & a piedi messevi due pietre assai pesanti, posto sopra una tavola fu portato ad alto. Qui messo sopra la sponda della Nave sotto vento, havendo ricevuti da’ R. Padri l’essequie, & dal nostr’huomo co’l fischio di nave tre volte la raccomandatione a tutti d’un Pater, e una Ave Maria per l’anima sua, alzata la tavola, fu sepolto nell’onde del Mare.
  
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La Nave era spinta d’assai buon vento, si che in puochi giorni ci portò a vista dell’isola di Cipro: ma ritrovandoci troppo verso mezzo giorno, ne potendo andar al porto di Limisso '''[20]''', ove la nave haveva da scaricare alcune mercantie, andassimo alle Saline, porto, nel quale quasi tutte le Navi caricano, e scaricano le mercantie di tutta l’Isola.
  
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Quivi arrivati alli vinti di Ottobrio, si fece il solito saluto con tiri di Artiglieria, & datto fondo all’ancore, mandato il batello con lo scrivano a terra per haver prattica subito ne rihavessimo la licentia; onde smontati tutti andassimo all’Arnica '''[21]''', & entratti nel Convento havessimo care accoglienze.
  
Itinerario compiuto da Gian Paolo Pesenti da Alessandretta a Gerusalemme, via Aleppo e Damasco
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Quest’Isola e assai abondante & fertile di buon vino, e del più potente che si faccia in tutte l’Isole di Levante: il Cottone vi cresce in tanta quantità che è cosa incredibile, vi sono buonissime Carni, & in particolare Castrati di smisurata grandezza, havendo le code si larghe, & grasse che molte pesano più di diece libre l’una; vi è una tal sorte d’Augeletti, di cui pigliano gran numero, & molti ne acconciano con aceto in vasi di terra, & ne portano nelle Navi in tutte le parti di Europa. L’Isola è delle megliori che siano nel Mare Mediteraneo: e paese assai caldo, & nel tempo che era posseduta dalla Serenissima Signoria di Vinegia '''[22]''' haveva molte Citta, & Castelli, tra quali le principali erano Famagosta, & Nicosia, hora che la possede il Turco è molto distrutta.
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Riposati che fussimo doi giorni dovendosi passar il golfo del Mare, che puo essere da trecento miglia per andar al Iaffo '''[23]''' porto il più vicino al viaggio di Gierusalemme, e perciò necessitati a pigliar un’altra Nave, si trattò con un patrone d’un Caramussale '''[24]''', il quale diceva haver più volte condutta la famiglia, et Pellegrini, et mostrava molto amorevole apparenza. Fu conchiuso l’accordo da certi mercanti Venetiani, con patto che a lui si dessero cento e vinti Ducatti, & che egli conducesse tutti li Rever. Padri, & da dieci Pellegrini, & tutte le loro robbe, & gionto a detto porto ivi aspetasse quindeci giorni la famiglia vecchia, & chi voleva ritornare, & ci riconducesse in Cipro a detto Porto, e gli fu datta la meta de danari a buon conto. Il giorno seguente appressorno il Caramussale alla Nave, per caricar le robbe. Havendolo io ben riguardato, & conosciuto molto mal all’ordine di vele, di corde, & de Marinari, & avertito anco da alcuni Pellegrini che erano ivi di ritorno, come meglio sarebbe che io me ne fossi andato in Soria '''[25]''', & restar ivi quella invernata '''[26]''', & poi passar al principio di Quadrigesima con la Caravana d’Armeni e Greci per Damasco e terra Santa per ritrovarmi in Gierusalemme ne’ tempi di Passione, per veder la moltitudine delle genti, che vi concorrono, & le Cerimonie che si fanno, mi risolsi di cosi fare: onde rimesse le mie robbe nella prima Nave havendo lettere di favore & credito per quei paesi, & havendo compagnia d’alcuni mercanti, curioso anco di veder quelle parti m’accinsi a far tal viaggio, & cosi fece un altro Pellegrino Gentil’huomo Bolognese nomato il Sig. Bonifacio Neri, che s’unì meco di camerata ancora.
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Il Caramussale essendo carico, & imbarcati li Reverendi Padri con gli altri Pellegrini, il giorno seguente fece vela, & come poi mi fu riferito da detti Reverendi in Gierusalemme, patì molte fortune con pericolo grandissimo di sommergersi; perche havendo il patrone, che era Greco, mal pratico di Navigare, & anco nimico di Chatolici non si curava perdere il Caramussale, & se stesso, per affondar tanti, & si devoti Religiosi: & se non che nella compagnia v’erano alcuni Frati periti del Navigare ch’avertiti del mal governo e animo del padrone fecero forza & preso il timone di mano al patrone drizzorno il Caramusciale a buon viaggio, la cosa passava male: con tutto ciò stettero in Mare da vinti giorni, & essendogli venuta a meno la vittovaglia, gli ultimi giorni dispensavano i fragmenti del biscotto scarsamente, & se restavano pur doi giorni di più in Mare, molti sariano mancati per disaggio. Ma la bontà del sommo Creatore, il quale non ha permesso che mai alcune famiglie fin hora siano ne affondate, ne prese, quando manco vi pensavano fece ch’arrivassero in porto, e avuta prattica, smontati e scaricate le robbe, mandando subito ad avisare il P. Guardiano vecchio, hebbero di Rama da amici soccorso, & il secondo giorno si missero in camino verso Gierusalemme, tanto da tutti desiderato. Ma cosa grande avenne che non furono ancora partiti di Ramma, che hebbero nuova certa, come il Caramuffiale essendo smontati la più parte de Marinari, & havendo fatta acqua assai, si era rotto, & affondato, miracolo veramente stupendo.
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Ma ritornando al nostro viaggio, dopo che il patrone della nostra Nave hebbe scaricate alcune robbe, & messo il tutto all’ordine, & tutti imbarcati, si fece vela alli 25 Ottobrio, & navigando alla costa dell’Isola pasassimo a vista della Citta, & porto di Famagosta '''[27]''', & seguitando il viaggio lasciata l’Isola, & entrati nel golfo delle Giazze, si levò vento da Levante, che non ci lasciò andar avanti, onde stando sempre su le volte avanzassimo puoco; tuttavia nel quinto giorno fussimo a visto del Capo Ganzir, & in altri trei giorni, essendo ritornato il vento da Tramontana, nel porto di Alessandretta '''[28]''', chiamato ancora di Scalderona, sicuri & sani entrassimo, ringratiando il misericordioso Giesù Christo, che ci havesse fatta gratia d’arrivare a salvamento al desiato Porto, e salutato con alcuni tiri di Artegliaria, & con le Trombe dato segno d’allegrezza, ne fu da altri Vaselli Inglesi, et Francesi, che erano in porto, risposto in segno d’amicizia con molti tiri, risuonando tutt’il porto di trombe, & allegrezze, datto Muli fondo all’ancore, mandato il Batello in terra, si hebbe pratica, et perche era tardo, restassimo in Nave fin al giorno seguente, che fu il secondo di Novembre.
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La mattina smontati andassimo alla Casa del Viceconsole per la Serenissima Signoria di Vineggia, il quale ne fece molte accoglienze. Questo è quel porto che si dice essere stato anticamente habitato dalle donne Amazzone, & vi e ancora una Torre in mezzo a certe paludi chiamata la Torre delle Amazzone. Quì vengono portate molte robbe dalla Caramania '''[29]''', & Natolia, lochi assai vicini: vi si fa un bel mercato ad un loco chiamato il Baiasso, e vi si vende assai Cottone filato, & lane buonissime per far Matarazzi. L’aria vi è pestifera, & pochi vi stanno che non s’amalino, onde fussimo consigliati partirsi quanto prima, facessimo dunque l’istesso giorno scaricar le nostre robbe, & il Viceconsole ne fece gratia di farne ritrovar Cavalli, & Mule per andar verso Aleppo '''[30]''', & ancho ne diede doi Gianiceri per guida: s’accordassimo per li & Cavalli in otto Ducati per uno, & di più ogni sera un quarto per il mangiar de Cavalli, & di dar alli Gianizzeri '''[31]''', come è il consueto, vinti Ducati & panno per far una vesta, tra tutti, & fargli le spese.
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Hora fatta la provisione per il nostro mangiare, a mezzo il seguente giorno caricate le Mule delle nostre robbe, pigliando congedo da quelli della Nave partimmo. Eravamo dieci passagieri a Cavallo oltra li Gianizzeri, & la sera arrivassimo al Bailan, discosto dal detto Porto da quindeci miglia: ove riposati fin’a mezza notte, rimontati cavalcassimo tutto il resto della notte per monti, & strade malagevoli, & pericolose d’Arabi assasini, che molte volte assaltano & rubbano, & continuassimo fino all’hora di vespero del giorno seguente senza smontare, per passar certi cativi passi.
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Smontati alla detta hora all’aria, & ivi cibatici si fermassimo il restante del giorno, & la notte ancora dormendo al sereno sopra la nuda terra, due hore avanti giorno rimontati seguitassimo il viaggio per piani, e colli allogiando al solito, & pasassimo poco discosto alla Città di Antiochia '''[32]''', la qual soleva essere si grande, & si nominata, & era Capo di tutto questo paese; in detta Città S. Pietro fece le sue prime prediche, & ridusse quella gente alla vera fede, & molto tempo vi si è conservata la Lancia, con la quale Longino apperse il costato a Giesu Signor nostro. Hora la Citta è distrutta, le mura & Torri cadute, desolata ogn’altra sua parte, gl’habitatori pochissimi, & quella che soleva essere si grande, celebre, e famosa, e fatta miserabile oggetto di compassione.
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Il terzo giorno arrivassimo alla Citta d’Aleppo sani, & senza haver patito cattivo incontro, & per esser tardo tutti restassimo per quella sera in casa di un mercante, che era venuto con noi; il giorno seguente ogn’uno attese a suoi affari: il mio compagno & io ritrovati alcuni mercanti a quali presentai le lettere di racomandatione, gli pregai che mi facessero havere allogiamento buono, poiche eravamo disposti restar ivi tutto l’Inverno; da questi ricevute prima molte accoglienze, & proferte, fussimo posti in Casa di un Fancese, che teneva Camere locanti, dal quale sempre fossimo ben trattati, presso al quale havessimo compagnia di molti mercanti Francesi, che ivi pure allogiavano, e era la spesa di dieci cecchini per uno al mese.
 
   
 
   
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La Citta d’Aleppo è nella Soria, posta sotto trentanove gradi, è d’aria sanissima e felice, poiché vi si ritrovano molti huomini robusti di età di cento, e più anni, & vi si dorme più di sei mesi dell’anno nelle terrazze sopra le case al discoperto: è situata sopra diverse colline in terreno sassoso, cinta di muraglie giranti circa a sette miglia senza i borghi; sorge più alteramente nel mezzo, con un bellissimo Castello, che pare posto sopra una montagna, & è terreno tutto portaticcio: il Castello nella sommittà è circondato di mura, & Torri munite d’Artegliaria, & attorno ha profonde fosse, con acqua: per entro alla Città corrono in copia grande buonissime acque, e fuori vi passa un corno del Fiume Eufrate; e piena di grandissimi trafichi; che vi concorrono Caravane d’Armenia, di Persia, d’India, di Bagadet, & Ormus, e d’altri infiniti paesi, conducendo molte migliaia di Balle di Seta, Endico, Alacche, Reubarbaro, Canelle, Tele di Cottone in quantita, Muschio, Gioie di piu sorte, & mille altre mercantie, le quali pur sono vendute, overo contracambiate con altre mercantie da Francesi, Italiani, Inglesi, & Fiamenghi, che di continuo vi negotiano: sonovi molti Giudei, che ivi hanno gran trafico, & molti di loro fanno il sensale: parlavisi in tanta diversità di linguaggi, che non credo udirsi tanti in altra città dell’universo. Il gran Turco da Constantinopoli vi manda al governo il Bassa '''[33]''', supremo grado per la militia, il Cadi per la ragione in civile, & molti altri Uffitiali, & Gianizzeri. Risiedonvi per governo de Franchi, diffesa, & mantenimento delle loro raggioni, quattro Consoli, uno per il Christianissimo Re di Francia, uno per il Re d’Inghilterra, uno per la Sereniss. Signoria di Vinegia; & uno per gli stati Olandesi, tutti i quali sono in grande riputatione, e molto honorati. Vi è una Chiesa officiata da doi Frati Zoccolanti, mandatigli dalla famiglia di Gierusalemme, ove concorrono tutti i Christiani Catholici, & vi si dice la Santa Messa, la quale si celebra anco quasi ogni giorno in casa de gl’Illustriss. Consoli di Frantia & Venetia da suoi Capellani.  
Una carovana avanza verso Levante (The New York Public Library)
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Quì pure preso il consueto riposo, il giorno seguente cavalcando per paese molto grasso, e fertile circa sette hore si trovassimo ad Aman , Citta assai grande partita in tre Città, con tre Castelli, posta sopra monticelli, sotto la quale passa il fiume detto Elleasi, sopra’l quale sono molte rote grandissime, che con ingegno portano l’acqua per condotti a tutte le contrade della Città.
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Il paese circonvicino produce assai Cottone, abonda di Lane, ha grano, ma non molto; sonovi assai buone carni, massime de Castrati di smisurata grandezza, diversi frutti, e in particolare Pistacchi in gran copia.  
Il paese è molto abondante, e fertile di tutto quello che fa bisogno al vivere, di quì si può andar in tre giornate in Tripoli Città, & porto di mare, che soleva esser scala franca in Soria, & quì apresso vedesi il Monte libano. Noi allogiassimo in un bel Cane in loco assai commodo, & vi restassimo fin alla mattina seguente.
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Montati a cavallo alli dieci di Marzo, & cavalcati per quattro hore fussimo al ponte di Rostan, il quale è sopra la fiumara, che va in Aman: quì sorge un monticello, nella cui sommità vedesi una Chiesa distrutta di S.Giorgio: e seguitando il viaggio in altre cinque hore, si ritrovassimo ad Ems , Città che mostra esser statta assai grande, e bella. Quivi è un Castello sopra un monte che deve esser fatto per fortezza inespugnabile in quel tempo. Habitano in Ems molti Christiani, che sono Greci, Maroniti, & d’altre religioni. Quì e una Chiesa grandissima, che si chiamava Santo Gio. al tempo che era in poter de Christiani, la quale è fabricata con molte belle colonne di marmo, alcune anco bellissime di porfido. In essa da un Christiano ne fu mostrato in certi luoghi sotterranei una capeletta, ove molto tempo è stata riservata la testa di S. Gio. Battista, vi è ancora un altra Chiesa officiata da Christiani, chiamata S. Mariano, di cui v’è il suo Sepolcro tutto d’un pezzo di Marmo, del quale dicono che ch’infermo di febre, o d’altro male, il visita, vi fa oratione & circonda con devotione, subito si risana. In questa Citta anco per ristoro della gente, c’haveva caminato a piedi, vi si restò di più tutto il giorno seguente.
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Nella Citta vi sono molti lochi, che si chiamano Cani '''[34]''', dove allogiano le Caravane con le sue mercantie, & sono affittati dal portinaio: le contrate dove si vendono le cose per il vitto, & altre mercantie sono coperte di legname e alcune sono fatte a volto: hanno le porte che la notte si chiudono, standovi di continuo un portinaro, chiamato il Boabò, mantenuto da mercanti di quella contrata, acio facia la guardia: vi sono belissime Moschee, & grandi, con Torri, e campanili alti, & fatti con grande architettura in forma per il più rotonda, e alla cima vi e una loggia che atorno atorno infuori si spinge, nella quale mantiensi di continuo gente, che chiamano il moro, che grida tre volte al giorno, & altre tante la notte, cioe due hore avanti il giorno, nel far del giorno, a mezzo giorno, la sera al tramontar del sole, a due hore di notte, & a mezza notte. Questi sono i loro horologgi, & di questi si servono per campane, poiché in tutta Turchia campane non vi si suonano. Hanno per usanza andar alle sue Moschee ad orare; ma prima che vi entrino si lavano le mani, la testa, & i piedi, & lasciano le scarpe fuori, entrati si voltano con la faccia verso mezzo giorno, & inchinati guardando verso il Cielo pregano il grande Iddio, per sua salute, portano, & dicono corone di cento segni, & facendogli passare ad uno per uno dicono, Stasurla, che significa, Iddio mi guardi. Alle sue donne è prohibito l’entrar nelle Moschee, & di loro sentono si bassamente, che dicono esser create solo per la generatione, & le tengono prive d’anima ragionevole. I Mori sepoliscono i morti tutti fuori della Città ne campi, & ogni venerdì vanno le donne sopra le Sepolture a piangerli: e delle donne per moglie, ne pigliano quante ne vogliono, regendosi in questo con la possibiltà di mantenerle. La miglior moneta, che più si stima, e più volentieri si piglia, sono i Reali '''[35]''' di Spagna: vi si spendono ancora molti quarti, & mezze Piastre di Francia '''[36]''', & i Taleri d’Alemagna '''[37]''', che hanno un Lione rampante da una parte, & dall’altra un’arma. Molte volte le valute calano & crescono, ma per lo più vale il Reale di Spagna decisette Saine, & le Saine cinque aspri l’una: quelli di Francia ogni quarto vale quatro Saine, quelli di Alemagna, quindeci Saine, le altre sorti di monete si vendono a peso agli Hebrei: i Cechini di peso vagliono per lo più vinticinque Saine, & gli Ongari vintiquatro, le doppie non fanno per quel paese che perdono troppo, & non si ritrova chi pur voglia cambiarle per tre taleri l’una d’Alemagna. Ogni anno fanno una quadragesima di un Mese, che dura dal farsi fino ai fornirsi della Luna, & in questo tempo non mangiano, ne bevono cosa alcuna dal levar, fino al tramontar del Sole: doppo mangiano, & bevono tutta notte, & per la Citta vi sono molti lochi ove tutti vanno a bevere cert’acqua nera caldissima, che chiamano Cave '''[38]''': vi bevono ancora il tabacco in gran quantità, & mentre in questi lochi concorrono a bere tanti, che sono alle volte più di trecento, suonano diversi stromenti da fiato, Timpani, & Crivelli, essendovi diversi giovinetti, che ballano girando attorno il loco; & altri figliuoli, che vanno per il loco a tutti portando il cave in certe scudellette, fatte di materia simile alla porcellana: vi commettono anco molte cose nefande da farsi, e da riferirsi. Nel uscire ogn’uno lascia qualche moneta al patrone, che sta alla porta & cosi fanno tutta la notte, & quest’usanza è per tutta Turchia. Finito il mese fanno per tre giorni festa, & molti se ubriacano, nel qual tempo è pericolosa cosa l’andar atorno, che potrebbesi ricever qualche offesa. Nelli Bezarri, & lochi più frequentati vi fanno le feste attacando tre corde a certi travi alti, nel fondo appendendo una tavola come un seggio rilevato da due braccia da terra, entro sedendovi una persona alla volta, la quale agitata con funi tal hora vien sospinta fin sotto il coperto, & mentre che si fa questo gioco si sonano Trombe, & Tamburri, & si grida per buona pezza: lo fanno alla fine fermare & smontato dona qualche cortesia, & subito un altro sale nel medesmo loco, l’istesso facendo che’l primo, e cosi di mano in mano, & corre tutto il populo a vedere. Queste feste, & legierezze, si chiamano, Aramadam '''[39]''', et ogni anno si tirano indietro una Luna; si che alle volte si fanno d’estate, & alle volte d’Inverno, & passati diece giorni molti si mettono all’ordine huomini, & donne d’ogni sorte per andar in pellegrinaggio alla Meccha, & é incredibile il numero della gente che vi và, altri cavalcando sopra Cameli, & altri sopra Muli, & Afini, & molti a piedi, benché il viaggio sia longo, et faticoso. Fuori della Citta è un borgo chiamato giudaica, dove stanno quasi tutti i Christiani del paese, & vi celebrano alla Caldea, & alla Armena & Greca, & vi è anco un Vescovo Maronita, che vi celebra alla Romana. In questo paese, & in tutta Turchia gli huomini vanno con la testa rasa, fuori che nel mezzo, dove lassano cressere li capelli nella longezza, che ponno venire, ma il circuito è di poco spatio, & li volgono attorno, & coprono con un piciol berettino, si lassiano cressere la barba longa per tutta la faccia, & a molti arriva fina a mezzo il petto, & tengono a grande honore l’haverla bella, folta, longa, & larga. Portano in testa sempre il turbante, fatto di tele di bombace bianchissimo, & quanto sono più di grado lo portano più grande, come il Bassà, & il Cadì, che l’hanno di tanta grandezza, che un huomo no’l può abracciare, se ben fatto di cottone, & tela si sottile che pesa pochissimo.
La mattina dell’altro, che fu alli dodeci Marzo, cavalcassimo per lochi pericolosi d’Arabi, che quasi sempre si tengono all’assedio per quelle strade, per asassinare: e passando apresso ad un Castello chiamato Semsin , seguitando il viaggio in otto hore in tutto arrivassimo ad Assie, Villaggio assai buono.
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Quì allogiassimo, e riposati nel Cane, secondo l’uso fino alla mattina seguente, che fu alli tredeci di Martio, ripigliassimo il viaggio, e cavalcassimo da sette hore intiere, sempre per terreno assai buono, lasciando per tramontana il monte Libano, cosi arrivassimo a Caroler, Città tutta distrutta, che mostra le rovine d’un Castello, già stato assai forte, e fatto con bella architettura.  
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Tutti li Maomettani lo portano bianco senza segni, & in mezzo vi sorge un berettino, per il più rosso, che prima e posto in testa: a nissuna altra natione è concesso portarlo bianco, ma deve esser vergato di giallo, argentino, rosso overo d’altro colore, fuori che di verde, poiché a nisun christiano è concesso portare nel vestimento alcuna cosa, che sia verde sotto grave pena; che di questo colore solo usano li Turbanti tutti quelli, che si chiamano parenti del suo nefando Maometto, che sono quelli che vengono generati nel viaggio suo alla Mecca, ove fanno infinite dishonesta. Tutti portano le veste longhe di panno, ò di raso foderate, secondo la possibilità, & l’inverno de bellissime pelli: per la Città non portano arme, ma alcuni usano solo gangiare, che, sono come pugnali ritorti, i paesani archi & frezze. Portano le calce tirate, & alcuni li bolzachini, & tutti le scarpe ferrate.  
Preso quì il solito riposo, la matina seguente che fu alli quatordeci, cavalcando per tre hore passassimo apresso a Nerbeche , Castello assai habitato, & seguitando per lochi sospetosi d’Arabi ladri, in altre hore otto per colli, & valli, pervenissimo a Cataife , ove allogiassimo in un belissimo Cane, di tutti gl’antecedenti il più ben fatto, e meglio compartito a tutte le commodità. Cataife, e una Villa assai grande, che si spiega in un bel piano, & fertile in ogni parte. Quivi nondimeno fu assai che dire, che per essere il patrone del Cane troppo superbo, & volendo che se gli pagasse assai più del solito di Cafarro, quì che il Caravan bassi hebbe assai contristato fu sforzato montar a cavallo con altri principali della Caravana, & andar a Damasco dal Bassà, a narrargli il successo, il quale informato del vero, spedì subito un suo Gianizero, con comandamento, che non dovesse pigliar più del solito, sotto grave pena. Ma tra l’andata el ritorno d’i quelli, a noi convenne restar ivi il giorno seguente.
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Alli sedeci marzo incaminati a buon hora doppo ‘l viaggio di nove hore giongessimo alla bella, & gran Città di Damasco  allogiata la caravana nel luogo solito molto male, noi pigliassimo a piggione certe stanze, nelle quali riponessimo le nostre robbe, & s’accomodassimo per puotere riposare, col minor disconcio possibile per dormir in terra. Damasco è Città assai grande d’aria bonissima, di circuito circa a sei miglia Italiani, compresi però i borghi; ha bellissime Moschee & Torri, & i più bei Bagni che s’habbia la Turchia, per quanto n’ho vedut’io. Campeggia in pianura, & con acquedotti dispensa acqua quasi in tutte le case, oltra le bellissime fontane, che nei Bazzarri, & luoghi publici gratiosamente vi spiccano, & oltra alcuni fiumicelli, che. la vanno per varie parti scorrendo, & intersecando, che poi uniti solevano passare da una parte apresso le mura, ma l’accrescimento fatto de’ Borghi fa parere, che tuttavia passino per entro al corpo della Città.
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Gli Arabi, che stanno nel circonvicino paese, portano vesti di lana fatte a lista di diversi colori, & vanno sopra Cavalle velocissime, & per arme usano lancie longhissime, ferrate da tutte due le parti. Le donne quando vanno per la Città portano una vesta di tela bianca, che le copre dalla testa fina a’piedi, & sopra la faccia un cendale nero. Si tratenemmo nella Citta d’Aleppo tutto l’inverno havendo sempre dolce conversatione con quei Signori mercanti, da loro ricevendo infinite cortesie, & in particolare dall’Illustrissimo Signor Gieronimo Morosini, dignissimo Console in Soria per la Sereniss, Signoria di Vinegia.
Da una parte ha le muraglie assai buone, & duplicate con molte Torri, dall’altra è circondata da un corno d’acqua. Nel mezzo della Città vi è un forte Castello, c’ha torri & muraglie belissime & con fossa atorno. Gli huomini vi sono belli, & le donne bellissime, benché queste con difficoltà si veggano, perche portano coperto il volto. Vi risiede un Bassa con suprema autorità, & comanda a grandissimo paese, & a tutti i luoghi, che sono da Ems, fin’apresso a Gazza, che è di la da Gierusalemme. Ma oltra il Bassà vi sono anco diversi altri, che hanno doppo lui gradi di comando; come il Cadi, il Sangiacco , & Aga Capitani de Gianizeri, de quali di continuo ve ne stanno più di quattro milla pagati dal Gran Signore.
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I cavalli quì vi sono di molta belezza, & bontà, & vi s’adornano con superbissimi fornimenti. Sonovi anco molti Bazarri, è quasi tutti coperti di legname con artegiani d’ogni sorte, & in particolare di drappi di seta, vi è assai abondante il vitto, & in tanta copia le salatte, & i frutti, che a pena può vedersi; & quel che rende meraviglia maggiore è, che i frutti vi durano tutto l’anno, onde tra gl’altri l’uve da questo tempo parevano all’hora spiccate dalle piante.
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Il territorio circonvicino, in somma è quasi tutto irrigato da quelle acque; che però sono infiniti li giardini bellissimi, e questi pieni di diverse piante de frutti, Limoni, Naranzi, Peri, Pomi, Armandole, Prune, Arbicocchi, & v’è in particolare il Zibebo nomatissimo per tutti que’paesi, & altre sorti de frutti, & fiori infiniti, che nel tempo del nostro arrivo fiorivano. Dalla parte verso Tramontana vi sono montagne altissime, che la difendono da quell’aria, & alla ripa di detta (che può esser lontana un milio dalla Città) vi è un belissimo borgo assai grande, & habitato, ove passano diversi canali di acqua: quasi al mezzo della montagna v’e un loco, nel quale dicono esser stati i sette dormienti tanto tempo, & hora è fatto Moschea, & vi stanno alcuni Santoni. Nella Città habitano molti Hebrei, che fanno negotij diversi, & molti Christiani ancora di diverse religioni, come Greci, che vendono buon vino, & Cossiti , & alcuni puochi Maroniti, che vivono sotto l’obedienza della Sede Apostolica, & vi hanno una picciola Chiesa con Indulgenze, ove i suoi preti cantano gli ufficij, & celebrano in lingua Caldea, vi è la casa di S. Anania, ove egli ammaestrò S. Paolo nella fede di Christo. Vi è in un Bazarro la fontana, ove lo battezzò, della quale noi in passando molte volte bevessimo. Fuori della porta di S. Giorgio, nella muraglia si vede un pertugio appresso ad una Torre, dove S. Paulo essendo in pregione fu da suoi discepoli con una fune, entro a una cesta, calato nella fossa, & se ne fuggi, & ivi apresso v’è la grotta, ove si nascose. Vi è di più una Chiesa tutta distrutta di S. Giorgio, ove è solo una picciola capelletta, nella quale molti Christiani vanno a far oratione, & dicono in quel luogo esser stato longo tempo un braccio di detto Santo. Quasi nel mezzo della città trovasi una Chiesa, già chiamata S. Zacaria, che hora è la principal Moschea, la qual era fatta con arteficio stupendo, con molte Colonne di porfido, & altre d’altra nobil pietra, è tutta molto adorna de marmori, & mostra d’esser stata più grande di S. Paolo di Roma. Ha le porte di bronzo, figurate di molte Historie del testamento vecchio, & dicono essere state le porte del tempio di Salomone, & da un Re trasportate dopo la ruina di quel tempio, in Damasco. Alli christiani è vietato l’entrarvi: ma in passando entro per le gran porte si veggono benissimo tutte le cose. Fuori della Città s’apre un bellissimo prato, quasi in forma di theatro irrigato da diversi canali d’acqua, ove si riducono a far li suoi spassi, & bagordi; & in questo tempo, che noi vi passammo, un giorno vi andò quasi tutto il popolo di Damasco con tende, & padiglioni, & molti con cavalli superbamente adorni, correndo e facendo giochi, & bagordi, e dicevano di far quelle feste, per allegrezza della ritornata Primaviera.  
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Questa Città nel tempo, che vi fioriva il negotio di Levante, & che vi era scala franca, mandandovisi i Consoli, era molto più habitata, & frequentata da molta varietà di nationi: ma per li molti torti, che facevano a mercanti con gravi danni, estorsioni, & gabelle; non puotendo più durarla, si ritirorno in Aleppo, ove il negotio sin hora va continuando.  
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Damasco è lontano dal porto di Tripoli circa a tre giornate, & vi si spendono i medesimi denari che in Aleppo; ma sono diferenti di corso, perche i cecchini vagliano da decinove, in vinti Saine, & le Saine cinque Maidini l’una: gli Ongari è Sultanini una Saina manco. Variano anco secondo lo stampo, & tutto vol esser di peso: i Talari d’Alemagna vagliono dodici Saine 1’uno, e quì non fanno differenza da reali di Spagna a talari d’Alemagna. Riposati che fussimo in questa Citta sei giornate si fece risolutione che la Caravana partisse, & seguitasse il viaggio, onde facessimo provigione di vino, informati che da quì fino a Gierusalemme non ne haveressimo trovato: si provedessimo ancora di pesce, che quì era buonissimo, di biscotto, & d’altre cose; Et perche di qua avanti sono molti Cafarri, & i Cafarieri fastidiosi, massime con i Franchi, trattassimo co’l Caravan bassi che egli pagasse tutti i cafarri per noi, fino alla porta di Gierusalemme, & che fosse obligato in arrivando noi ad Ottochiar mandare Arabi con noi, fino a Nazarette, & a pagare quelli soldati, & il Cafarro, & con non picciola dificoltà ne accordò in vintisei reali per ogni persona de Franchi, & per i servitori la mettà per essere del paese.
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Et essendo tutti all’ordine alli vintidue di Marzo, la mattina partessimo, & essendo cavalcati circa a due hore, arrivassimo al luogo ove S. Paolo chiamato dal Cielo, fu miracolosamente convertito. Quì v’era una Chiesa, ma v’è stata distrutta, insieme con le case, che vi erano appresso. Cavalcando altre otto hore, arrivassimo a Saffa , & allogiati in assai buon luogo in un Cane al solito, il giorno seguente incominciò a piovere in tanta abondanza con vento, & nebbia che il Caravan bassi, & gli altri, che governavano la Caravana, deliberorno non partirsi dubitando de pedoni, per esser la strada la peggiore che si ritrovi in tutto questo viaggio. Et cosi quì restassimo tutto il giorno. La mattina de’ vintiquattro, parendo che il tempo si accomodasse, caricate le some, & montati a cavallo, tutta la Caravana si parti; ma non fussimo lontani un’hora di camino, che incominciò a cader molta acqua, & soffiar un vento freddo, che ne portava la pioggia in volto: & essendo la strada guasta, e piena per l’antecedente pioggia de fanghi altissimi, & anco in molta parte di molti sassi, passandosi per Valli, et Colli, non vi fu quasi ne mulo da soma, ne altra cavalcatura da persona che non cadesse piu volte, & non andasse in pericolo grandissimo d’affogarsi ogn’un di noi; & sempre più crescendo il vento, & l’acqua, & la nebbia rendevaci stranamente malagevole il cavalcare. Onde se bene la giornata doveva esser breve, ne convenne star a cavallo tutto il giorno, fin alla sera, senza pur potere prender cibo alcuno. Quelli che erano meglio a cavallo arrivarono sul tardo a Covetra , luogo dove è un Cane all’alloggio assai commodo; ma perche nulla mancasse all’infelicità di quella giornata, trovassimo il Cane occupato da una Caravana grande de Camelli, & muli, che andavano a Damasco; onde a noi convenne alloggiare malamente in un Bazarro, havendo io donato un reale ad un Moro, che m’affittò per quella sera un picciol loco, ma cosi sconcio, & sproveduto, che non potessimo pur far fuoco per rassiugarsi tutti noi dieci, nondimeno rendessimo gratie a Dio che ci avesse condotti in salvo; non comparendo però per anco le nostre some, dubitavamo molto d’haverle perdute, ne trovando che comperar da cibarci, si raccomandavamo con sospiri alla Divina providentia; pure ad una hora di notte comparsero li nostri servitori con le some, se bene molto piene di fango & acqua, & scaricate nel miglior modo che si puote, noi si ristorassimo alquanto. Fu pessima la giornata per quelli della Caravana, che restorno la notte per il viaggio, che furono più della metà di lei, e se ne ritrovarono mancare più di dieci, che miseramente s’affogarono. Il Caravam bassi, & li Governatori della Caravana fecero molta diligenza, per radunare la gente dispersa; e per questo ne convenne il giorno seguente restar in detto loco di Conetra, infin tanto che vennero li restati, & s’accomodò anco il tempo, & si potessimo asciugare.
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'''NOTE'''
La mattina per tempo delli 26 si diede ordine per seguitar il viaggio, & doppo caricate le bagaglie, montati a cavallo, non fussimo lontani tre hore di camino in una valletta, che un Capo d’Arabi, con molti de suoi ne fece fermare tutti, & volse che gli fusse pagato il cafarro, facendone passare & pagare ad uno, ad uno, & se alcuno cercava sfugirla per altra parte, v’era fatta adosso una caricata di busse.
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Il paese che si passa di qua avanti è tutto habitato da Arabi, gente indomita, ladra, & pessima, la quale sapendo che in questi tempi passano le caravane, viene all’assedio dei passi, e vole i cafarri, & fanno alle volte pagar molto più del solito. Havendo tutta la caravana sodisfatto all’ingordiggia di costoro, seguitassimo il viaggio, e arrivassimo per monti, & valli al ponte di Giacob, il qual fa passo sopra il fiume Giordano, ponte fatto di pietra, con tre archi, che fu il termine della Soria, doppo’l quale imediatamente segue la terra di promissione, la Palestina, la terra Santa, & si dice che Giesù nostro Signore, mentre dimorò in questo mondo per noi in carne mortale, non passò di quà più oltre, che sin al detto ponte e fiume. Questo è certo, che passando questo fiume pare si entri in un Paradiso terrestre, facendosi notabilissima la differenza della bontà dell’aria, della bellezza del paese.
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'''[15]''' Anche Modone (l’attuale Methoni) e Corone, nel Peloponneso, erano state cedute da Venezia ai Turchi nel 1503 e per questo erano da tempo ritenute pericoloso covo di corsari. Era stata una perdita significativa, perché Modone era un’importante base militare e commerciale della Repubblica Veneta. Come avamposto fortificato era considerato uno degli “occhi della Repubblica”, che osservavano i movimenti nemici, pirati o turchi che fossero. Come stazione di transito sulla via del Levante riceveva spezie, seta grezza, tinture e cera, importate da mercantili privati; le galee dello Stato provvedevano poi al trasporto delle merci da Modone a Venezia. Si notino ancora i tempi di navigazione: 15 giorni per raggiungere l’isola da Venezia nel 1384 (diario di Frescobaldi), 16 giorni nel 1612.
Passato il ponte tutti noi dieci, smontati, e per allegrezza di esser giunti alla tanto desiata Terra Santa, prostrati in terra, e bacciatala divotamente con lagrime di tenerezza, cantassimo il Salmo, Te Deum laudamus, indi per divotione, bevuto una volta dell’acqua di detto fiume, tanto per l’universo famoso, rimontati seguitassimo il viaggio per paese, che abbonda de buonissimi pascoli, che in questo tempo apunto mostrava folte et alte l’herbe, la sera essendo in una fiorita pianura, smontati, & rinfrescati per quella notte restassimo all’aria a dormire. La mattina seguente, che fu alli vintisette, due hore avanti giorno, cavalcassimo per colline molto amene, & arrivassimo ad un loco, ove è pozzo di Giacob, & a mezza mattina arrivassimo a Minia, loco in ripa al mare di Galilea, e da quì puoco lontano era Cafarnaum.  
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Quì intorno Nostro Signore raccolse molti de suoi Apostoli, che vi erano pescatori, e sopra questo Mare molte volte caminò a piedi asciutti, e vi fece di grandissimi miracoli. Intorno al quale erano già molte Città, & infiniti Castelli , molto habitati per esser paese delitioso, e abondante.  
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'''[16]''' Attuale isola di Kythera.
Hora quella riviera è quasi al tutto dishabitata , e’l Mare (che più osto può chiamarsi lago) è fatto dal fiume Giordano, che vi entra, e n’esce, e l’acqua ha cosi poco del salso, che si può anco bere.  
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Qui ne convenne pagar un altro cafarro, & ne fecero fermare più di due hore; e havendo dal nostro servitore fra tanto fatto ricercare se vi era chi havesse pesce, essendone abondantissimo quel mare, e non ne trovando, con la promessa d’una buona mano, in puochissimo tempo vi fù, chi con una piciol rete ne prese una grandissima copia, & ci fu di gran diletto il veder si fortunata tratta; onde dato al pescator alcuni pochi danari, e per noi preso il pesce, seguitassimo la Caravana, che di già era partita, & cavalcando lungo la riva del detto Mare passassimo Magdalò , Castello già di S. Lazaro, hora al tutto distrutto; e qui apresso un’altro capo d’Arabi volse un altro cafarro, trattenendoci più d’un hora. Spediti qui la caravana andava verso Ottochiar, per riposar la sera al solito, noi per desiderio di vedere le rovine della Città Tiberiade, & i famosi bagni vicini, presi doi Arabi, & Gianizeri con noi, lasciata la caravana a rinfrescarsi nel loco, ove si dice, che Giesu N. S. fece il tanto memorando miracolo di satiar con cinque pani e pesci, tante migliaia di persone, cavalcando in riva al detto Mare, in due hore di viaggio pervenessimo alla rovinata, & quasi al tutto distrutta gran Città di Teberiade , hora de puochissimi albergo: & d’indi puoco lontano si trasferissimo a bagni, & smontati vedessimo come detta acqua sorgeva dalla terra, tutta fumante, & si calda, che non la potevano sofferir le mani.  
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'''[17]''' Creta.
Vi erano quì anticamente fabricati diversi luoghi, come sono anco più i bagni, & di vario calore, più, & meno, appropiati a diverse infermità: hora quasi il tutto è rovina.
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Mappa della Palestina, tratta dall’Atlante nautico e terrestre manoscritto, opera dell’officina del cartografo genovese Battista Agnese, attivo a Venezia nella prima metà del sec. XVI (Bergamo, Biblioteca Civica ‘Angelo Mai’, ms. MA 557, f. 18v-19r). La carta è chiaramente derivata da una tabula nova di un’edizione tolemaica del 1541
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'''[18]''' Il bertone era un grosso tre alberi da carico a vele quadre, con castelli altissimi.
Per continuar il nostro viaggio, & unirci alla Caravana, ci convenne ascendere un monte molto faticoso, che nella sommità apriva una bella pianura, benissimo coltivata: cavalcando giungessimo all’imbrunirsi del Cielo ad’Ottochiar, villaggio puoco discosto dal Monte Tabor, & allogiati nel Cane al solito, si facessimo cucinare il pesce, che ci riusci di pretioso gusto. Riposati la notte, la mattina seguente, che fu alli ventiotto, di buon hora, havendo prima detto al Caravan bassi, che ne desse la guida, & gli Arabi, che ne conducessero alla Città di Nazarette, che è lontana, & fuor di strada da quatro hore di camino, egli subito gli fece mettere all’ordine, & noi lasciando li servitori con le robbe dietro alla Caravana, montassimo a cavallo con la guida facendo il viaggio per boschi, & monti senza strada, o sentiero & in spatio di quatro hore in circa, nel calar d’un monte, havessimo sotto gl’occhi la hora quasi distrutta Città di Nazarette  al presente habitata dai peggiori huomini del Mondo, la qual e posta sopra una collina: e non fermandoci, giungessimo in una valletta piena di piante antiche d’Olive, quì uno di quelli Arabi, che ci haveva accompagnati, andò nella Città a parlar con li Governatori, acciò potessimo andar sicuramente a visitar il loco Santissimo di Nazarette . Ritornò l’Arabo con uno de prencipali, che ci negò l’andata, se non gli pagavamo il cafarro; & con tutto che gli dicessimo haver pagato al Caravam bassi (d’accordo sorsi con quell’Arabo, che ne condusse) ci sforzò, se volevamo vedere il luogo a donargli altri diece reali tra tutti.  
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A piedi dunque se n’andassimo nella Città al luogo, ove era la Chiesa, & Convento altre volte de Frati Zoccolanti, hora il tutto è rovinato, & a pena ve’n’appare forma alcuna. Arrivati ove era la Chiesa, calati con lumi da quattro scalini, entrassimo per un piciol uscio nel loco Santissimo ove era la casa, che hora si ritrova a Loreto: & si vede chiaramente il miracolo della trasportatione anco da luoghi, restati fabricati dell’istessa materia di calze, & mattoni. S. Elena madre di Costantino Imperatore, la quale fabricò, & adornò di Chiese, & Conventi molti de luoghi ove Giesù Christo Sig. nostro dimorò, patì, & fece miracoli, quì in particolare haveva fatta una bellissima Chiesa & convento, & era la Chiesa sopra il loco vacuo restato, & in memoria vi sono piantate due Colonne di marmore berettino  nel mezzo, una nel luogo, ove la Vergine Santissima si ritrovava quando fu salutata, l’altra ove fu annunciata dall’Angelo. Qui ingienochiati, facendo oratione, ringratiassimo il grande Iddio, che ci havesse concessa tanta gratia di puoter arrivar a visitar il loco, ove s’incarnò la Salute dell’Universo, & contemplando le Santissime dimore, attioni & orationi ivi fatte della Regina dei Cieli, & gli operati misteri divini, non vi fu persona di noi che potesse ritener le lagrime: o come era caro a noi il dimorar in quel luogo; ma instandoci quegli Arabi al partire, doppò la troppo breve dimora d’un quarto d’hora, bacciato, & lambito quel sacrosanto suolo, uscissimo fuori, e caminando verso la valle, ove avevamo lasciati i Muli.
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'''[19]''' Fin dall’inizio le armi da fuoco si distinsero in armi portatili e in artiglierie. Quelle portatili erano: pistole, archibugi e moschetti; le artiglierie si distinsero in falconi, falconetti, spingarde, cannoni, colubrine, bombarde, mortai e petriere.(''cfr.'' TOMMASO ARGIOLAS, ''Armi ed eserciti del rinascimento italiano'', ed. Newton & Compton, Roma, 1991, p. 106).
Havendo inteso che nel circonvicino luogo v’era la Fontana, ove la Vergine Santissima andava a pigliar l’acqua , pregassimo un di quegl’Arabi, che la ci insegnasse: egli doppo molte negative si ridisse a farlo per un donativo di quattro altri reali, ci condusse dunque al luogo, che può esser lontano dalla Citta un quarto di miglio, ove per materia dell’oratione, divota cosa ci fu il considerar le tante volte che a quella fonte per acqua se n’era andata la madre di Dio: & havendone ancora noi devotamente bevuto, molto consolati ritornassimo al viaggio, tirando verso il Monte Tabor, & cavalcando per monticelli in tre hore di viaggio fussimo alle radici di lui.  
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Questo monte sale altissimo : è tutto posto in isola, e mirasi intorno alcuni monticelli, dietro alla costa, del quale per erto calle poggiando noi, havessimo l’intoppo d’un folto bosco, che ci tolse la comodità del cavalcare. Onde smontati lasciando alcuni alla guardia de muli s’inviassimo a piedi alla salita che ci riuscì molto difficile, tanto che prima del giunger alla sommità, ne convenne molte volte riposare. Nel resto del viaggio a piedi vi consumassimo circa due hore. Arrivati cola su stanchi, & molli di sudore, doppò alquanto di riposo, si dessimo a rimirar il sito. Nel sommo suo quel monte spiega una bellissima pianuretta di circuito circa un quarto di miglio, ove vedesi che anticamente sono stati belli edificij; di Chiese, & Monasterij . Hora vi si conservano solo in un luogo alquanto sotterra tre Capellette, ove Giesù Christo alla presenza de’ tre favoriti Apostoli suoi, Pietro, Giacomo, & Giovanni, si transfigurò  apparendovi Moisè, & Helia.  
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'''[20]''' Limassol.
Quì havendo fatta oratione, & considerato come in quel luogo apunto vi era stato il Redentor del mondo, e vi haveva mostrato in parte i raggi della sua gloria, non mancassimo di pregare humilmente gratia di poter da questo, doppò la vita presente, salir al monte del Paradiso, & ivi goder gli immensi splendori della sua Maestà.  
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Nel riconoscere quella pianuretta ritrovassimo due grandi cisterne piene d’acqua, socorso oportuno all’ardente sete, che penosamente ci affligeva: indi riguardati i paesi circonvicini, che molto da longi si scoprono per esser altissimo il monte, & dimoratici più d’un hora & rinfrescati, ritornassimo giù per li medesimi dirupi al luogo, ove ci aspettavano con li muli, & rimontati, dietro alla guida in poco tempo venessimo ad’una pianura, ove la Caravana era allogiata. Smontati, & riposati ivi restammo all’aria fin all’alba del giorno seguente, che fu alli 29. di Marzo.  
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'''[21]''' Larnaca.
All’alba dunque inviandoci, & cavalcando per pianure, & colli di molta fertilità a mezzo il camino intorno vedessimo à piedi d’un monte la Città di Nain, ove Giesù Christo Signor nostro resuscitò il figliolo della vedova; se bene non si vede Nain, ma solo le vestigia di quella Città , ch’hora poco più che le vestigia vi restano di lei: & seguitando a mezzo giorno arrivassimo a Gienin Castello , ove riposassimo in una bella pianura, apresso ad un fonte il resto del giorno. Verso la sera venne l’Emir riscotitor del Cafarro, & fece comandamento, che tutta la Caravana si riducesse ad’allogiar al solito nel Cane; s’ubedì, & quì si restò tutta la notte. La matina seguente, che fu alli trenta quando si pensavamo partirsi per tempo, l’Emir che riscoteva il Cafarro, dimandò quasi il doppio del solito, onde vi fu molto che gridare, & poco mancovi, che non si venesse alle mani col Caravam bassi, & gli altri principali della caravana; & se noi non eravamo accordati col detto Caravan bassi, eravamo costretti pagar diece cechini per testa; ma ci fu tanto che dire, & che fare, che passo mezzo giorno prima che fusse composta la cosa. Questo è il peggior luogo che si passi, & il più grosso Cafarro, che si paghi in tutto quello viaggio, essendone patrone un Arabo crudele. Nel riscotersi il danaro tocorno a molti poveri Armeni, & ad altri Christiani del paese molte indegne percosse. Quasi ad’hora di vespro si movessimo al viaggio, e cavalcando poche hore, arrivassimo in una pianura tra due monti, ove di novo fussimo incontrati da un altro Capo d’Arabi, che ne fece fermare la notte in detto luogo; & la matina seguente, che fu l’ultimo del mese ne fece pagare un altro Cafarro. Indi usciti cavalcando, vedessimo puoco giù di strada le vestigie di Sebesten , Citta, & la Chiesa di Santo Gio.Battista eretta, ove il detto Santo fu decollato; & in un prato alcune colonne in piedi, & alcune cadute, & rovinate, et pare esservi stato un bel theatro; & seguendo sin doppo il mezzo giorno arrivassimo alla Città di Napolosa , detta già, Sicar, ove riposassimo tutto il resto del giorno: è assai bella & habitata questa Città; & giace in una valetta, tra due monticelli.  
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'''[22]''' Cipro rimase sotto il dominio veneziano fino al 1571, quando venne conquistata dai turchi.
Carta della Palestina, dal Pauli, codice diplomatico del Sovrano Militare Ordine Gerosolimitano (Roma, 1594)
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La mattina seguente, che fu il primo d’Aprile doppo un longo contrasto, & disturbo per l’interesse del Cafarro, inviatisi fuori della porta circa a un miglio, alquanto giu di strada, a man manca, ne fu mostrato il luogo, ove è il pozzo; sopra’l quale assiso Nostro Signore dimandò da bere alla Samaritana, dal quale benché con fatica levati alcuni sassi dalla bocca, cavassimo acqua, & per devotione ne bevessimo. V’era quì anco per memoria del tutto, fatta una bella Chiesa, ma l’insulto del tempo, o degl’huomini l’havea distrutta . Seguitando il viaggio per una bella pianuretta, & per monticelli assai abondanti d’olive, verso sera arrivassimo a Canlate, & allogiassimo alla campagna. La mattina seguente, che fu alli doi d’Aprile, levati all’aurora, & cavalcando, a mezza mattina da un alto colle, vedessimo di lontano la desiata, bramata, sospirara Santa Città di Gierusalemme, onde subito balzati per allegrezza da Cavallo, basciata la terra con giubilo infinito, cantassimo il Te Deum laudamus.  
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'''[23]''' Giaffa.
Rimontati, senza aspettar il resto della Caravana, cavalcando di buon passo, per colli, & pianure, che tutte tempestate vedevansi d’infinite roine di Theatri, aquedotti, & Edifitij, quasi tutti spianati fin alli fondamenti, passata l’hora di mezzo giorno, arrivassimo alla Città, & ne fu detto, che andassimo alla porta chiamata, Babel Cali, che di la entraressimo.  
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Quì dismontati, mandassimo aviso al Convento, al Reverendo Padre Guardiano della nostra venuta, il quale mandò il Truciman maggiore, per la licenza del Sangiacco, & ottenutala, ne venne à ritrovar alla porta, ne fece entrare, & ne condusse al Convento, ove fussimo incontrati da molti di quei Reverendi Padri, & molto accarezzati da tutti, & in particolare da quelli, che erano venuti in nostra compagnia da Vinegia, fino in Cipro. & havendo prima buona pezza discorso delle cose a loro, & a noi avvenute per il viaggio, è doppò presa la refettione, che tra tanto altri ci haveano apprestata, passassimo il restante di quel giorno fino presso a sera, visitando divotamente la desiata Chiesa, & rimirando quel puoco commodo Convento.
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'''[24]''' Il caramussale era un bastimento a vela da carico turco, munito di un alto castello a poppa. Il termine veniva dal turco ''qarāmussāl''.
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'''[25]''' Siria.
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'''[26]''' In età moderna vi erano mesi in cui era evitata la navigazione: generalmente si navigava da aprile a settembre. In autunno e inverno si prendeva il largo solo per gravi urgenze, soprattutto se si trattava di galere e imbarcazioni simili, più vulnerabili dei velieri alle tempeste. (''cfr.'' M. LENCI, ''op. cit.'')
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'''[27]''' Famagosta è situata sulla costa orientale dell’isola di Cipro, nella baia di Famagosta. Venne fondata, col nome di Arsinoe, attorno al III sec. a. C. da Tolomeo II Filadelfo che intendeva stabilire nel Mediterraneo orientale l’egemonia egiziana. Essa venne poi distrutta nel 647 d.C. durante l’occupazione araba di Cipro, quindi, nuovamente restaurata, godette di un lungo periodo di fortuna a partire dal 1195, anno di fondazione del regno crociato dell’isola sotto la dinastia dei Lusignano. L’importanza del porto suscitò l’interesse di Genova e Venezia che vi aprirono i loro fondaci finchè nel 1489 Caterina Cornaro, vedova di Giacomo II di Lusignano, cedette l’isola alla Repubblica di Venezia, che fece di Famagosta il centro economico dei propri traffici. L’assedio della città nel 1570-71 segnò il punto culminante della guerra tra turchi e veneziani per il possesso dell’isola, che terminò con la resa del governatore veneziano Bragadin al comandante turco Mustafà Pascià che prese possesso dell’isola. La perdita di Cipro determinarono nella Repubblica di San Marco un riassestamento di ordine finanziario e costituzionale che incise notevolmente sullo sviluppo della società veneziana alla fine del ‘500.  
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Tra le numerose costruzioni del periodo veneziano ricordiamo l’imponente bastione Martinengo (1558).
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'''[28]''' Nell’attuale Turchia; fu fondata dai greco-macedoni dopo la battaglia di Isso (333 a.C.).
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'''[29]''' Attuale Iran sud-orientale.
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'''[30]''' Aleppo si trova nell’attuale Siria nord-occidentale, vicino al confine con la Turchia. È una città antichissima, già presente nel II millenio a.C. nella sfera di influenza ittita. Dopo una lunga storia in cui Aleppo conobbe periodi di diverse dominazioni (fu conquistata dai persiani, da Alessandro Magno, dai Seleucidi e dai romani) la città, a lungo contesa tra musulmani e bizantini, venne sottomessa nel 1078 ai Selgiuchidi. Nel 1189 Saladino la trasformò in centro di resistenza ai Crociati facendovi costruire un complesso architettonico tra i maggiori della Siria. Nel 1260 venne gravemente danneggiata dai Mongoli e in seguito venne sottomessa ai mamelucchi d’Egitto. Dal 1520 venne annessa all’impero ottomano. Nel periodo che seguì Aleppo mantenne la propria importanza commerciale e prosperità.
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'''[31]''' Il termine del deriva dal turco ''yeniçeri'' che significa “nuovo soldato” e collettivamente, “nuova milizia”. I giannizzeri formavano le unità di fanteria dell’esercito ottomano. I gianizzeri costituivano un’aristocrazia militare ristretta, il cui numero non superò mai poche migliaia di unità. Al vertice vi era una sorta di consiglio supremo degli ufficiali detto ''divano''. Giannizzeri erano gli alti funzionari governativi, i comandanti militari, i ministri dell’esercito e della marina, i tesorieri, gli ufficiali pagatori e gli effettivi delle guarnigioni stanziate nell’entroterra (''cfr.'' M. LENCI, ''op. cit.'')
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'''[32]''' Antiochia si trova nell’attuale Turchia. Sorge sul fiume Oronte e il suo nome attuale è Antakya.
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Nel 301 a.C. venne fondata da Seleuco I Nicatore, capostipite dei re di Siria, e intitolata al padre Antioco. (Antioco III vi fondò la terza grande biblioteca dell’antichità dopo Alessandria e Pergamo). Nel 64 a.C. divenne parte dell’impero romano come capitale della provincia di Siria, mantenendo però una certa autonomia e, grazie alla sua posizione geografica e strategica divenne un importante centro culturale, militare politico (sede del governatore romano) e commerciale, prosperando al punto da venir definita “regina d’Oriente”. Ai tempi di Erode il Grande Antiochia era ornata da splendidi edifici ed era attraversata da una strada lastricata di marmo a spese di Erode il Grande.
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In Antiochia si organizzò presto una fiorente comunità di cristiani di origine giudaica e furono proprio questi fedeli che per primi vennero chiamati “cristiani”.
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Dopo un lungo periodo di diverse dominazioni (persiana, araba bizantina e selgiuchide) nel 1098 la città divenne la capitale dell’omonimo principato crociato. Nel 1268 venne saccheggiata ed occupata dai mamelucchi; nel 1517 fu conquistata dagli ottomani.
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'''[33]''' Nell’impero ottomano il termine ''pascià'' indicava un alto titolo onorifico militare o amministrativo. Generalmente veniva posposto al nome proprio.
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'''[34]''' Il nome deriva da ''khān'', in lingua turca, è il corrispondente del termine di origine persiana ''caravanserraglio'', o “albergo per le carovane”, e di quello arabo ''funduq'', da cui deriva il termine italiano “fondaco”.
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Il caravanserraglio è un’istituzione legata alle grandi vie carovaniere e risale all’epoca preislamica, anche se fu in epoca islamica che raggiunse la sua tipologia, rimasta pressochè invariata fino a tempi recenti. Nel medioevo nelle città frequentate da mercanti occidentali vi erano caravanserragli riservati a singole “nazioni” europee (genovesi, veneziani, francesi…) che vi avevano i propri rappresentanti e speciali diritti.
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Di solito il cane era formato da una serie di locali, comprendenti anche camere per i viaggiatori, prospicenti un portico e posti attorno ad una corte quadrata. Il portale di entrata doveva essere sufficientemente grande per consentire il passaggio di un cammello a pieno carico. Spesso vi era anche un pozzo e torri angolari di difesa.
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'''[35]''' Il reale di Spagna era una moneta d’argento coniata a partire dalla metà del XIV secolo in Spagna. Per secoli costituì l’unità di valore del sistema monetario spagnolo; il suo multiplo, o pezzo da otto, nel 1600 fu la moneta più usata nelle colonie spagnole d’America.
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'''[36]''' “Piastra” era il nome genericamente dato alle grosse monete d’argento dal XVI secolo in poi. Piastra fu detta anche la moneta d’argento usata in Turchia e nei paesi dell’impero ottomano.
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'''[37]''' Il tallero, grossa moneta d’argento del peso di circa 30 gr, venne coniata nel 1484-86 dall’arciduca Sigismondo del Tirolo. Ben presto il tallero ebbe ampia diffusione in Germania, ove fu introdotto nel sistema monetario da Carlo V, e fuori dall’impero, in Olanda e Italia.
  
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'''[38]''' Si tratta evidentemente del caffè; originario dell’Etiopia (regione del Caffà), esso venne importato in Europa dagli arabi verso la fine del sec. XVI.
  
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'''[39]''' ''Ramadan'', dal nome del nono mese del calendario musulmano.

Versione attuale delle 17:15, 1 ott 2009

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Il giorno seguente passassimo a vista dell’Isole Stivali, & di la a Sapientia: quì appresso sono le Città di Modon, e Coron, ove habitano quasi sempre Corsari [15], & è uno de’ più pericolosi passi, che siano nel Mar Mediterraneo, passati per la Iddio gratia senza alcuno impedimento fussimo a vista di Capo Matapan, & seguitando il viaggio verso l’Isola di Cerigo [16], che è alla bocca dell’Arcipelago tra Candia [17], e la Morea, essendo il giorno verso la sera, dalla guardia, che era in gabbia, fussimo avisati, c’haveva scoperto una vela, che veniva dalli Gozzi Isole di Candia. Onde dubitandosi che fussero Corsari, poiche al Zante s’hebbe nuova, come pochi giorni avanti, un Berton [18] di Barbaria haveva preso una Tartana, subito si nettò la coperta, & si mandò tutto a basso dalle bocche porte, perche non si patisse impedimento.

Quì molti de’ Rever. Padri, & altri Pellegrini, & passaggieri, dubitorno assai di qualche cattivo incontro, e ne stavano con grandissima paura; altri sì de’ Padri, come de’ passaggieri, havendo fatto cuore, diedero mano all’arme, apparecchiandosi alla difesa.

Il Vasello si andava approssimando, e veniva sopra vento, aumentando il sospetto che fossero Corsari; dalla nostra parte nondimeno non si scemava l’animo; poiche la nostra Nave era tutta armata, & benissimo all’ordine, con circa quaranta pezzi d’artiglieria [19], & munitione abondante, buonissimi bombardieri, e altri soldati. Sopragiunse la notte, & tutti seguitando il suo viaggio all’apparir del giorno seguente non si viddero comparir più vele.

Giunti sotto vento a Candia, passati i Gozzi, il giorno seguente havessimo il vento da Sirocco assai gagliardo, che faceva molto gonfiar il Mare: & perche era vento a noi contrario, ne convenne star su le volte, & andar verso l’Egitto, & ritornar per Candia. Il vento durò cinque giornate rinforzandosi sempre più, & causò aspra fortuna, e molto poco viaggio trovassimo haver avanzato, ritrovandoci ancora a vista di Candia.

Ritornò il vento per maestro, che ne rallegrò molto, & seguitando il viaggio giungessimo nel Golfo di Setelia, dove se bene quasi sempre sogliono regnar fortune grandissime, la Nave nondimeno faceva assai buon viaggio, avenne quì, che ritrovandosi il Capo de Bombardieri gravemente amalato passò all’altra vita, havendo però ricevuto dalli Rever. Padri i dovuti Sacramenti. Li marinari doppò di haverlo spogliato, & lavato, involtolo, & cucito in un pezzo di vela, & a piedi messevi due pietre assai pesanti, posto sopra una tavola fu portato ad alto. Qui messo sopra la sponda della Nave sotto vento, havendo ricevuti da’ R. Padri l’essequie, & dal nostr’huomo co’l fischio di nave tre volte la raccomandatione a tutti d’un Pater, e una Ave Maria per l’anima sua, alzata la tavola, fu sepolto nell’onde del Mare.

La Nave era spinta d’assai buon vento, si che in puochi giorni ci portò a vista dell’isola di Cipro: ma ritrovandoci troppo verso mezzo giorno, ne potendo andar al porto di Limisso [20], ove la nave haveva da scaricare alcune mercantie, andassimo alle Saline, porto, nel quale quasi tutte le Navi caricano, e scaricano le mercantie di tutta l’Isola.

Quivi arrivati alli vinti di Ottobrio, si fece il solito saluto con tiri di Artiglieria, & datto fondo all’ancore, mandato il batello con lo scrivano a terra per haver prattica subito ne rihavessimo la licentia; onde smontati tutti andassimo all’Arnica [21], & entratti nel Convento havessimo care accoglienze.

Quest’Isola e assai abondante & fertile di buon vino, e del più potente che si faccia in tutte l’Isole di Levante: il Cottone vi cresce in tanta quantità che è cosa incredibile, vi sono buonissime Carni, & in particolare Castrati di smisurata grandezza, havendo le code si larghe, & grasse che molte pesano più di diece libre l’una; vi è una tal sorte d’Augeletti, di cui pigliano gran numero, & molti ne acconciano con aceto in vasi di terra, & ne portano nelle Navi in tutte le parti di Europa. L’Isola è delle megliori che siano nel Mare Mediteraneo: e paese assai caldo, & nel tempo che era posseduta dalla Serenissima Signoria di Vinegia [22] haveva molte Citta, & Castelli, tra quali le principali erano Famagosta, & Nicosia, hora che la possede il Turco è molto distrutta.

Riposati che fussimo doi giorni dovendosi passar il golfo del Mare, che puo essere da trecento miglia per andar al Iaffo [23] porto il più vicino al viaggio di Gierusalemme, e perciò necessitati a pigliar un’altra Nave, si trattò con un patrone d’un Caramussale [24], il quale diceva haver più volte condutta la famiglia, et Pellegrini, et mostrava molto amorevole apparenza. Fu conchiuso l’accordo da certi mercanti Venetiani, con patto che a lui si dessero cento e vinti Ducatti, & che egli conducesse tutti li Rever. Padri, & da dieci Pellegrini, & tutte le loro robbe, & gionto a detto porto ivi aspetasse quindeci giorni la famiglia vecchia, & chi voleva ritornare, & ci riconducesse in Cipro a detto Porto, e gli fu datta la meta de danari a buon conto. Il giorno seguente appressorno il Caramussale alla Nave, per caricar le robbe. Havendolo io ben riguardato, & conosciuto molto mal all’ordine di vele, di corde, & de Marinari, & avertito anco da alcuni Pellegrini che erano ivi di ritorno, come meglio sarebbe che io me ne fossi andato in Soria [25], & restar ivi quella invernata [26], & poi passar al principio di Quadrigesima con la Caravana d’Armeni e Greci per Damasco e terra Santa per ritrovarmi in Gierusalemme ne’ tempi di Passione, per veder la moltitudine delle genti, che vi concorrono, & le Cerimonie che si fanno, mi risolsi di cosi fare: onde rimesse le mie robbe nella prima Nave havendo lettere di favore & credito per quei paesi, & havendo compagnia d’alcuni mercanti, curioso anco di veder quelle parti m’accinsi a far tal viaggio, & cosi fece un altro Pellegrino Gentil’huomo Bolognese nomato il Sig. Bonifacio Neri, che s’unì meco di camerata ancora.

Il Caramussale essendo carico, & imbarcati li Reverendi Padri con gli altri Pellegrini, il giorno seguente fece vela, & come poi mi fu riferito da detti Reverendi in Gierusalemme, patì molte fortune con pericolo grandissimo di sommergersi; perche havendo il patrone, che era Greco, mal pratico di Navigare, & anco nimico di Chatolici non si curava perdere il Caramussale, & se stesso, per affondar tanti, & si devoti Religiosi: & se non che nella compagnia v’erano alcuni Frati periti del Navigare ch’avertiti del mal governo e animo del padrone fecero forza & preso il timone di mano al patrone drizzorno il Caramusciale a buon viaggio, la cosa passava male: con tutto ciò stettero in Mare da vinti giorni, & essendogli venuta a meno la vittovaglia, gli ultimi giorni dispensavano i fragmenti del biscotto scarsamente, & se restavano pur doi giorni di più in Mare, molti sariano mancati per disaggio. Ma la bontà del sommo Creatore, il quale non ha permesso che mai alcune famiglie fin hora siano ne affondate, ne prese, quando manco vi pensavano fece ch’arrivassero in porto, e avuta prattica, smontati e scaricate le robbe, mandando subito ad avisare il P. Guardiano vecchio, hebbero di Rama da amici soccorso, & il secondo giorno si missero in camino verso Gierusalemme, tanto da tutti desiderato. Ma cosa grande avenne che non furono ancora partiti di Ramma, che hebbero nuova certa, come il Caramuffiale essendo smontati la più parte de Marinari, & havendo fatta acqua assai, si era rotto, & affondato, miracolo veramente stupendo.

Ma ritornando al nostro viaggio, dopo che il patrone della nostra Nave hebbe scaricate alcune robbe, & messo il tutto all’ordine, & tutti imbarcati, si fece vela alli 25 Ottobrio, & navigando alla costa dell’Isola pasassimo a vista della Citta, & porto di Famagosta [27], & seguitando il viaggio lasciata l’Isola, & entrati nel golfo delle Giazze, si levò vento da Levante, che non ci lasciò andar avanti, onde stando sempre su le volte avanzassimo puoco; tuttavia nel quinto giorno fussimo a visto del Capo Ganzir, & in altri trei giorni, essendo ritornato il vento da Tramontana, nel porto di Alessandretta [28], chiamato ancora di Scalderona, sicuri & sani entrassimo, ringratiando il misericordioso Giesù Christo, che ci havesse fatta gratia d’arrivare a salvamento al desiato Porto, e salutato con alcuni tiri di Artegliaria, & con le Trombe dato segno d’allegrezza, ne fu da altri Vaselli Inglesi, et Francesi, che erano in porto, risposto in segno d’amicizia con molti tiri, risuonando tutt’il porto di trombe, & allegrezze, datto Muli fondo all’ancore, mandato il Batello in terra, si hebbe pratica, et perche era tardo, restassimo in Nave fin al giorno seguente, che fu il secondo di Novembre.

La mattina smontati andassimo alla Casa del Viceconsole per la Serenissima Signoria di Vineggia, il quale ne fece molte accoglienze. Questo è quel porto che si dice essere stato anticamente habitato dalle donne Amazzone, & vi e ancora una Torre in mezzo a certe paludi chiamata la Torre delle Amazzone. Quì vengono portate molte robbe dalla Caramania [29], & Natolia, lochi assai vicini: vi si fa un bel mercato ad un loco chiamato il Baiasso, e vi si vende assai Cottone filato, & lane buonissime per far Matarazzi. L’aria vi è pestifera, & pochi vi stanno che non s’amalino, onde fussimo consigliati partirsi quanto prima, facessimo dunque l’istesso giorno scaricar le nostre robbe, & il Viceconsole ne fece gratia di farne ritrovar Cavalli, & Mule per andar verso Aleppo [30], & ancho ne diede doi Gianiceri per guida: s’accordassimo per li & Cavalli in otto Ducati per uno, & di più ogni sera un quarto per il mangiar de Cavalli, & di dar alli Gianizzeri [31], come è il consueto, vinti Ducati & panno per far una vesta, tra tutti, & fargli le spese.

Hora fatta la provisione per il nostro mangiare, a mezzo il seguente giorno caricate le Mule delle nostre robbe, pigliando congedo da quelli della Nave partimmo. Eravamo dieci passagieri a Cavallo oltra li Gianizzeri, & la sera arrivassimo al Bailan, discosto dal detto Porto da quindeci miglia: ove riposati fin’a mezza notte, rimontati cavalcassimo tutto il resto della notte per monti, & strade malagevoli, & pericolose d’Arabi assasini, che molte volte assaltano & rubbano, & continuassimo fino all’hora di vespero del giorno seguente senza smontare, per passar certi cativi passi.

Smontati alla detta hora all’aria, & ivi cibatici si fermassimo il restante del giorno, & la notte ancora dormendo al sereno sopra la nuda terra, due hore avanti giorno rimontati seguitassimo il viaggio per piani, e colli allogiando al solito, & pasassimo poco discosto alla Città di Antiochia [32], la qual soleva essere si grande, & si nominata, & era Capo di tutto questo paese; in detta Città S. Pietro fece le sue prime prediche, & ridusse quella gente alla vera fede, & molto tempo vi si è conservata la Lancia, con la quale Longino apperse il costato a Giesu Signor nostro. Hora la Citta è distrutta, le mura & Torri cadute, desolata ogn’altra sua parte, gl’habitatori pochissimi, & quella che soleva essere si grande, celebre, e famosa, e fatta miserabile oggetto di compassione. Il terzo giorno arrivassimo alla Citta d’Aleppo sani, & senza haver patito cattivo incontro, & per esser tardo tutti restassimo per quella sera in casa di un mercante, che era venuto con noi; il giorno seguente ogn’uno attese a suoi affari: il mio compagno & io ritrovati alcuni mercanti a quali presentai le lettere di racomandatione, gli pregai che mi facessero havere allogiamento buono, poiche eravamo disposti restar ivi tutto l’Inverno; da questi ricevute prima molte accoglienze, & proferte, fussimo posti in Casa di un Fancese, che teneva Camere locanti, dal quale sempre fossimo ben trattati, presso al quale havessimo compagnia di molti mercanti Francesi, che ivi pure allogiavano, e era la spesa di dieci cecchini per uno al mese.

La Citta d’Aleppo è nella Soria, posta sotto trentanove gradi, è d’aria sanissima e felice, poiché vi si ritrovano molti huomini robusti di età di cento, e più anni, & vi si dorme più di sei mesi dell’anno nelle terrazze sopra le case al discoperto: è situata sopra diverse colline in terreno sassoso, cinta di muraglie giranti circa a sette miglia senza i borghi; sorge più alteramente nel mezzo, con un bellissimo Castello, che pare posto sopra una montagna, & è terreno tutto portaticcio: il Castello nella sommittà è circondato di mura, & Torri munite d’Artegliaria, & attorno ha profonde fosse, con acqua: per entro alla Città corrono in copia grande buonissime acque, e fuori vi passa un corno del Fiume Eufrate; e piena di grandissimi trafichi; che vi concorrono Caravane d’Armenia, di Persia, d’India, di Bagadet, & Ormus, e d’altri infiniti paesi, conducendo molte migliaia di Balle di Seta, Endico, Alacche, Reubarbaro, Canelle, Tele di Cottone in quantita, Muschio, Gioie di piu sorte, & mille altre mercantie, le quali pur sono vendute, overo contracambiate con altre mercantie da Francesi, Italiani, Inglesi, & Fiamenghi, che di continuo vi negotiano: sonovi molti Giudei, che ivi hanno gran trafico, & molti di loro fanno il sensale: parlavisi in tanta diversità di linguaggi, che non credo udirsi tanti in altra città dell’universo. Il gran Turco da Constantinopoli vi manda al governo il Bassa [33], supremo grado per la militia, il Cadi per la ragione in civile, & molti altri Uffitiali, & Gianizzeri. Risiedonvi per governo de Franchi, diffesa, & mantenimento delle loro raggioni, quattro Consoli, uno per il Christianissimo Re di Francia, uno per il Re d’Inghilterra, uno per la Sereniss. Signoria di Vinegia; & uno per gli stati Olandesi, tutti i quali sono in grande riputatione, e molto honorati. Vi è una Chiesa officiata da doi Frati Zoccolanti, mandatigli dalla famiglia di Gierusalemme, ove concorrono tutti i Christiani Catholici, & vi si dice la Santa Messa, la quale si celebra anco quasi ogni giorno in casa de gl’Illustriss. Consoli di Frantia & Venetia da suoi Capellani.

Il paese circonvicino produce assai Cottone, abonda di Lane, ha grano, ma non molto; sonovi assai buone carni, massime de Castrati di smisurata grandezza, diversi frutti, e in particolare Pistacchi in gran copia.

Nella Citta vi sono molti lochi, che si chiamano Cani [34], dove allogiano le Caravane con le sue mercantie, & sono affittati dal portinaio: le contrate dove si vendono le cose per il vitto, & altre mercantie sono coperte di legname e alcune sono fatte a volto: hanno le porte che la notte si chiudono, standovi di continuo un portinaro, chiamato il Boabò, mantenuto da mercanti di quella contrata, acio facia la guardia: vi sono belissime Moschee, & grandi, con Torri, e campanili alti, & fatti con grande architettura in forma per il più rotonda, e alla cima vi e una loggia che atorno atorno infuori si spinge, nella quale mantiensi di continuo gente, che chiamano il moro, che grida tre volte al giorno, & altre tante la notte, cioe due hore avanti il giorno, nel far del giorno, a mezzo giorno, la sera al tramontar del sole, a due hore di notte, & a mezza notte. Questi sono i loro horologgi, & di questi si servono per campane, poiché in tutta Turchia campane non vi si suonano. Hanno per usanza andar alle sue Moschee ad orare; ma prima che vi entrino si lavano le mani, la testa, & i piedi, & lasciano le scarpe fuori, entrati si voltano con la faccia verso mezzo giorno, & inchinati guardando verso il Cielo pregano il grande Iddio, per sua salute, portano, & dicono corone di cento segni, & facendogli passare ad uno per uno dicono, Stasurla, che significa, Iddio mi guardi. Alle sue donne è prohibito l’entrar nelle Moschee, & di loro sentono si bassamente, che dicono esser create solo per la generatione, & le tengono prive d’anima ragionevole. I Mori sepoliscono i morti tutti fuori della Città ne campi, & ogni venerdì vanno le donne sopra le Sepolture a piangerli: e delle donne per moglie, ne pigliano quante ne vogliono, regendosi in questo con la possibiltà di mantenerle. La miglior moneta, che più si stima, e più volentieri si piglia, sono i Reali [35] di Spagna: vi si spendono ancora molti quarti, & mezze Piastre di Francia [36], & i Taleri d’Alemagna [37], che hanno un Lione rampante da una parte, & dall’altra un’arma. Molte volte le valute calano & crescono, ma per lo più vale il Reale di Spagna decisette Saine, & le Saine cinque aspri l’una: quelli di Francia ogni quarto vale quatro Saine, quelli di Alemagna, quindeci Saine, le altre sorti di monete si vendono a peso agli Hebrei: i Cechini di peso vagliono per lo più vinticinque Saine, & gli Ongari vintiquatro, le doppie non fanno per quel paese che perdono troppo, & non si ritrova chi pur voglia cambiarle per tre taleri l’una d’Alemagna. Ogni anno fanno una quadragesima di un Mese, che dura dal farsi fino ai fornirsi della Luna, & in questo tempo non mangiano, ne bevono cosa alcuna dal levar, fino al tramontar del Sole: doppo mangiano, & bevono tutta notte, & per la Citta vi sono molti lochi ove tutti vanno a bevere cert’acqua nera caldissima, che chiamano Cave [38]: vi bevono ancora il tabacco in gran quantità, & mentre in questi lochi concorrono a bere tanti, che sono alle volte più di trecento, suonano diversi stromenti da fiato, Timpani, & Crivelli, essendovi diversi giovinetti, che ballano girando attorno il loco; & altri figliuoli, che vanno per il loco a tutti portando il cave in certe scudellette, fatte di materia simile alla porcellana: vi commettono anco molte cose nefande da farsi, e da riferirsi. Nel uscire ogn’uno lascia qualche moneta al patrone, che sta alla porta & cosi fanno tutta la notte, & quest’usanza è per tutta Turchia. Finito il mese fanno per tre giorni festa, & molti se ubriacano, nel qual tempo è pericolosa cosa l’andar atorno, che potrebbesi ricever qualche offesa. Nelli Bezarri, & lochi più frequentati vi fanno le feste attacando tre corde a certi travi alti, nel fondo appendendo una tavola come un seggio rilevato da due braccia da terra, entro sedendovi una persona alla volta, la quale agitata con funi tal hora vien sospinta fin sotto il coperto, & mentre che si fa questo gioco si sonano Trombe, & Tamburri, & si grida per buona pezza: lo fanno alla fine fermare & smontato dona qualche cortesia, & subito un altro sale nel medesmo loco, l’istesso facendo che’l primo, e cosi di mano in mano, & corre tutto il populo a vedere. Queste feste, & legierezze, si chiamano, Aramadam [39], et ogni anno si tirano indietro una Luna; si che alle volte si fanno d’estate, & alle volte d’Inverno, & passati diece giorni molti si mettono all’ordine huomini, & donne d’ogni sorte per andar in pellegrinaggio alla Meccha, & é incredibile il numero della gente che vi và, altri cavalcando sopra Cameli, & altri sopra Muli, & Afini, & molti a piedi, benché il viaggio sia longo, et faticoso. Fuori della Citta è un borgo chiamato giudaica, dove stanno quasi tutti i Christiani del paese, & vi celebrano alla Caldea, & alla Armena & Greca, & vi è anco un Vescovo Maronita, che vi celebra alla Romana. In questo paese, & in tutta Turchia gli huomini vanno con la testa rasa, fuori che nel mezzo, dove lassano cressere li capelli nella longezza, che ponno venire, ma il circuito è di poco spatio, & li volgono attorno, & coprono con un piciol berettino, si lassiano cressere la barba longa per tutta la faccia, & a molti arriva fina a mezzo il petto, & tengono a grande honore l’haverla bella, folta, longa, & larga. Portano in testa sempre il turbante, fatto di tele di bombace bianchissimo, & quanto sono più di grado lo portano più grande, come il Bassà, & il Cadì, che l’hanno di tanta grandezza, che un huomo no’l può abracciare, se ben fatto di cottone, & tela si sottile che pesa pochissimo.

Tutti li Maomettani lo portano bianco senza segni, & in mezzo vi sorge un berettino, per il più rosso, che prima e posto in testa: a nissuna altra natione è concesso portarlo bianco, ma deve esser vergato di giallo, argentino, rosso overo d’altro colore, fuori che di verde, poiché a nisun christiano è concesso portare nel vestimento alcuna cosa, che sia verde sotto grave pena; che di questo colore solo usano li Turbanti tutti quelli, che si chiamano parenti del suo nefando Maometto, che sono quelli che vengono generati nel viaggio suo alla Mecca, ove fanno infinite dishonesta. Tutti portano le veste longhe di panno, ò di raso foderate, secondo la possibilità, & l’inverno de bellissime pelli: per la Città non portano arme, ma alcuni usano solo gangiare, che, sono come pugnali ritorti, i paesani archi & frezze. Portano le calce tirate, & alcuni li bolzachini, & tutti le scarpe ferrate.

Gli Arabi, che stanno nel circonvicino paese, portano vesti di lana fatte a lista di diversi colori, & vanno sopra Cavalle velocissime, & per arme usano lancie longhissime, ferrate da tutte due le parti. Le donne quando vanno per la Città portano una vesta di tela bianca, che le copre dalla testa fina a’piedi, & sopra la faccia un cendale nero. Si tratenemmo nella Citta d’Aleppo tutto l’inverno havendo sempre dolce conversatione con quei Signori mercanti, da loro ricevendo infinite cortesie, & in particolare dall’Illustrissimo Signor Gieronimo Morosini, dignissimo Console in Soria per la Sereniss, Signoria di Vinegia.


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NOTE

[15] Anche Modone (l’attuale Methoni) e Corone, nel Peloponneso, erano state cedute da Venezia ai Turchi nel 1503 e per questo erano da tempo ritenute pericoloso covo di corsari. Era stata una perdita significativa, perché Modone era un’importante base militare e commerciale della Repubblica Veneta. Come avamposto fortificato era considerato uno degli “occhi della Repubblica”, che osservavano i movimenti nemici, pirati o turchi che fossero. Come stazione di transito sulla via del Levante riceveva spezie, seta grezza, tinture e cera, importate da mercantili privati; le galee dello Stato provvedevano poi al trasporto delle merci da Modone a Venezia. Si notino ancora i tempi di navigazione: 15 giorni per raggiungere l’isola da Venezia nel 1384 (diario di Frescobaldi), 16 giorni nel 1612.

[16] Attuale isola di Kythera.

[17] Creta.

[18] Il bertone era un grosso tre alberi da carico a vele quadre, con castelli altissimi.

[19] Fin dall’inizio le armi da fuoco si distinsero in armi portatili e in artiglierie. Quelle portatili erano: pistole, archibugi e moschetti; le artiglierie si distinsero in falconi, falconetti, spingarde, cannoni, colubrine, bombarde, mortai e petriere.(cfr. TOMMASO ARGIOLAS, Armi ed eserciti del rinascimento italiano, ed. Newton & Compton, Roma, 1991, p. 106).

[20] Limassol.

[21] Larnaca.

[22] Cipro rimase sotto il dominio veneziano fino al 1571, quando venne conquistata dai turchi.

[23] Giaffa.

[24] Il caramussale era un bastimento a vela da carico turco, munito di un alto castello a poppa. Il termine veniva dal turco qarāmussāl.

[25] Siria.

[26] In età moderna vi erano mesi in cui era evitata la navigazione: generalmente si navigava da aprile a settembre. In autunno e inverno si prendeva il largo solo per gravi urgenze, soprattutto se si trattava di galere e imbarcazioni simili, più vulnerabili dei velieri alle tempeste. (cfr. M. LENCI, op. cit.)

[27] Famagosta è situata sulla costa orientale dell’isola di Cipro, nella baia di Famagosta. Venne fondata, col nome di Arsinoe, attorno al III sec. a. C. da Tolomeo II Filadelfo che intendeva stabilire nel Mediterraneo orientale l’egemonia egiziana. Essa venne poi distrutta nel 647 d.C. durante l’occupazione araba di Cipro, quindi, nuovamente restaurata, godette di un lungo periodo di fortuna a partire dal 1195, anno di fondazione del regno crociato dell’isola sotto la dinastia dei Lusignano. L’importanza del porto suscitò l’interesse di Genova e Venezia che vi aprirono i loro fondaci finchè nel 1489 Caterina Cornaro, vedova di Giacomo II di Lusignano, cedette l’isola alla Repubblica di Venezia, che fece di Famagosta il centro economico dei propri traffici. L’assedio della città nel 1570-71 segnò il punto culminante della guerra tra turchi e veneziani per il possesso dell’isola, che terminò con la resa del governatore veneziano Bragadin al comandante turco Mustafà Pascià che prese possesso dell’isola. La perdita di Cipro determinarono nella Repubblica di San Marco un riassestamento di ordine finanziario e costituzionale che incise notevolmente sullo sviluppo della società veneziana alla fine del ‘500.

Tra le numerose costruzioni del periodo veneziano ricordiamo l’imponente bastione Martinengo (1558).

[28] Nell’attuale Turchia; fu fondata dai greco-macedoni dopo la battaglia di Isso (333 a.C.).

[29] Attuale Iran sud-orientale.

[30] Aleppo si trova nell’attuale Siria nord-occidentale, vicino al confine con la Turchia. È una città antichissima, già presente nel II millenio a.C. nella sfera di influenza ittita. Dopo una lunga storia in cui Aleppo conobbe periodi di diverse dominazioni (fu conquistata dai persiani, da Alessandro Magno, dai Seleucidi e dai romani) la città, a lungo contesa tra musulmani e bizantini, venne sottomessa nel 1078 ai Selgiuchidi. Nel 1189 Saladino la trasformò in centro di resistenza ai Crociati facendovi costruire un complesso architettonico tra i maggiori della Siria. Nel 1260 venne gravemente danneggiata dai Mongoli e in seguito venne sottomessa ai mamelucchi d’Egitto. Dal 1520 venne annessa all’impero ottomano. Nel periodo che seguì Aleppo mantenne la propria importanza commerciale e prosperità.

[31] Il termine del deriva dal turco yeniçeri che significa “nuovo soldato” e collettivamente, “nuova milizia”. I giannizzeri formavano le unità di fanteria dell’esercito ottomano. I gianizzeri costituivano un’aristocrazia militare ristretta, il cui numero non superò mai poche migliaia di unità. Al vertice vi era una sorta di consiglio supremo degli ufficiali detto divano. Giannizzeri erano gli alti funzionari governativi, i comandanti militari, i ministri dell’esercito e della marina, i tesorieri, gli ufficiali pagatori e gli effettivi delle guarnigioni stanziate nell’entroterra (cfr. M. LENCI, op. cit.)

[32] Antiochia si trova nell’attuale Turchia. Sorge sul fiume Oronte e il suo nome attuale è Antakya.

Nel 301 a.C. venne fondata da Seleuco I Nicatore, capostipite dei re di Siria, e intitolata al padre Antioco. (Antioco III vi fondò la terza grande biblioteca dell’antichità dopo Alessandria e Pergamo). Nel 64 a.C. divenne parte dell’impero romano come capitale della provincia di Siria, mantenendo però una certa autonomia e, grazie alla sua posizione geografica e strategica divenne un importante centro culturale, militare politico (sede del governatore romano) e commerciale, prosperando al punto da venir definita “regina d’Oriente”. Ai tempi di Erode il Grande Antiochia era ornata da splendidi edifici ed era attraversata da una strada lastricata di marmo a spese di Erode il Grande.

In Antiochia si organizzò presto una fiorente comunità di cristiani di origine giudaica e furono proprio questi fedeli che per primi vennero chiamati “cristiani”.

Dopo un lungo periodo di diverse dominazioni (persiana, araba bizantina e selgiuchide) nel 1098 la città divenne la capitale dell’omonimo principato crociato. Nel 1268 venne saccheggiata ed occupata dai mamelucchi; nel 1517 fu conquistata dagli ottomani.

[33] Nell’impero ottomano il termine pascià indicava un alto titolo onorifico militare o amministrativo. Generalmente veniva posposto al nome proprio.

[34] Il nome deriva da khān, in lingua turca, è il corrispondente del termine di origine persiana caravanserraglio, o “albergo per le carovane”, e di quello arabo funduq, da cui deriva il termine italiano “fondaco”.

Il caravanserraglio è un’istituzione legata alle grandi vie carovaniere e risale all’epoca preislamica, anche se fu in epoca islamica che raggiunse la sua tipologia, rimasta pressochè invariata fino a tempi recenti. Nel medioevo nelle città frequentate da mercanti occidentali vi erano caravanserragli riservati a singole “nazioni” europee (genovesi, veneziani, francesi…) che vi avevano i propri rappresentanti e speciali diritti.

Di solito il cane era formato da una serie di locali, comprendenti anche camere per i viaggiatori, prospicenti un portico e posti attorno ad una corte quadrata. Il portale di entrata doveva essere sufficientemente grande per consentire il passaggio di un cammello a pieno carico. Spesso vi era anche un pozzo e torri angolari di difesa.

[35] Il reale di Spagna era una moneta d’argento coniata a partire dalla metà del XIV secolo in Spagna. Per secoli costituì l’unità di valore del sistema monetario spagnolo; il suo multiplo, o pezzo da otto, nel 1600 fu la moneta più usata nelle colonie spagnole d’America.

[36] “Piastra” era il nome genericamente dato alle grosse monete d’argento dal XVI secolo in poi. Piastra fu detta anche la moneta d’argento usata in Turchia e nei paesi dell’impero ottomano.

[37] Il tallero, grossa moneta d’argento del peso di circa 30 gr, venne coniata nel 1484-86 dall’arciduca Sigismondo del Tirolo. Ben presto il tallero ebbe ampia diffusione in Germania, ove fu introdotto nel sistema monetario da Carlo V, e fuori dall’impero, in Olanda e Italia.

[38] Si tratta evidentemente del caffè; originario dell’Etiopia (regione del Caffà), esso venne importato in Europa dagli arabi verso la fine del sec. XVI.

[39] Ramadan, dal nome del nono mese del calendario musulmano.