Jacopo Tiraboschi: differenze tra le versioni
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| + | '''LUISA VERTOVA. ''Carlo Ceresa'', in ''I Pittori Bergamaschi dal XIII al XIX secolo''. Raccolta di studi a cura della Banca Popolare di Bergamo, Bergamo, Bolis, 1975, vol. 9, Il Seicento - Vol. II, p. 550''': | ||
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| + | '''20 - Ritratto di Jacopo Tiraboschi''' | ||
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| + | olio su tela (cm 109x91) Bergamo, Accademia Carrara (n. 14/456) | ||
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| + | Il nome e l’età di questo vecchio signore impellicciato, che impugna i braccioli della poltrona, pur tenendo l’indice destro in un libriccino, si ricavano dalla iscrizione apposta nell’angolo superiore sinistro: «JACOBUS T1RABUSCUS DE PAD. / AETAT.AN.LXXIII ». Alla magrezza del corpo, che non riempie la pelliccia, e del volto aggrottato, fa contrasto la gonfia pesantezza delle mani giallicce. Tre verruche irritano i suoi occhi scuri, arrossandoli. Ha interrotto la lettura e dischiuso le labbra, prendendo di mira il suo interlocutore; ma il suo sguardo diritto lo penetra, lo trapassa, e poi lo ignora per continuare un pensiero essenziale. | ||
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| + | Il quadro pervenne al museo nel 1804, grazie al lascito di Salvatore Orsetti, con l’attribuzione a Leandro Bassano. La datazione avanzata dal Testori (settimo decennio) e dal Valsecchi (ca. 1664) è contestata da Ugo Ruggeri che sposta il ritratto «ai primissimi anni trenta sia per la pettinatura che per il vestito». Tuttavia quel tipo di pelliccia, di colletto e di polsini, continua per decenni; e i baffoni con la barbetta a spatola si riscontrano nei ritratti del Cavaliere gerosolimitano Giovanni Paolo Pesenti datato 1650 e di Alessandro Vertova datato 1655. | ||
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| + | Va poi osservato che Jacopo Tiraboschi siede nella stessa poltrona di velluto, con borchie e piroli di ottone, nella quale hanno posato, intorno al 1645, il conte Boselli, ora a Berlino e fra il 1645 e il 1650 due anziane gentildonne in raccolte private bergamasche. E qui il pirolo della spalliera è dipinto con fluida rapidità, come il vasetto della tarda Vergine annunciata a Valleve; mentre la piumosa canizie del Tiraboschi, e il suo libro di preghiere, sono resi con la scioltezza e la delicatezza di una mano matura. Apprendiamo adesso che un serinese, Isaia Bonomi, ha rintracciato nell’archivio parrocchiale di Serina gli atti di battesimo (3 maggio 1581), di matrimonio (28 maggio 1603) e di morte (29 novembre 1659) di «Jacobus q.d. Antonij Fadini de Tirabuschis» sposato a Oliva Ceroni, registrato nel 1648 e nel 1658 come capofamiglia col figlio Giacomo e una «ancilla» o «famula». Grazie alle ricerche di I. Bonomi gli studiosi possono aggiungere un’altra data sicura alla cronologia del Ceresa: infatti se ne deduce che il settantatreenne Jacopo Tiraboschi di Serina fu effigiato nel 1654. | ||
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| + | Bibl.: [F. Baglioni-C. Lochis] 1881, p. 24 n. 128; G. Moratti ms. 1900, I, p. 272; C. Ricci 1912, p. 6, n. 14; E. Fornoni ms. s.d. (ca. 1915-20), II, p. 180; C. Ricci 1930, p. 59, n. 14; G. Testori 1953, n. 39, p. 28; F. Russoli 1967, p. 50; M. Valsecchi 1972, p. 40; G. De Logu-G. Mannelli 1976, II, p. 136; F. Rossi 1979, p. 260; U. Ruggeri 1979, pp. 25,126, fig. 20; C. Bi-zioli 19801, p. 6; L. Verteva 1983, n. 38. | ||
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LUISA VERTOVA. Carlo Ceresa, in I Pittori Bergamaschi dal XIII al XIX secolo. Raccolta di studi a cura della Banca Popolare di Bergamo, Bergamo, Bolis, 1975, vol. 9, Il Seicento - Vol. II, p. 550:
20 - Ritratto di Jacopo Tiraboschi
olio su tela (cm 109x91) Bergamo, Accademia Carrara (n. 14/456)
Il nome e l’età di questo vecchio signore impellicciato, che impugna i braccioli della poltrona, pur tenendo l’indice destro in un libriccino, si ricavano dalla iscrizione apposta nell’angolo superiore sinistro: «JACOBUS T1RABUSCUS DE PAD. / AETAT.AN.LXXIII ». Alla magrezza del corpo, che non riempie la pelliccia, e del volto aggrottato, fa contrasto la gonfia pesantezza delle mani giallicce. Tre verruche irritano i suoi occhi scuri, arrossandoli. Ha interrotto la lettura e dischiuso le labbra, prendendo di mira il suo interlocutore; ma il suo sguardo diritto lo penetra, lo trapassa, e poi lo ignora per continuare un pensiero essenziale.
Il quadro pervenne al museo nel 1804, grazie al lascito di Salvatore Orsetti, con l’attribuzione a Leandro Bassano. La datazione avanzata dal Testori (settimo decennio) e dal Valsecchi (ca. 1664) è contestata da Ugo Ruggeri che sposta il ritratto «ai primissimi anni trenta sia per la pettinatura che per il vestito». Tuttavia quel tipo di pelliccia, di colletto e di polsini, continua per decenni; e i baffoni con la barbetta a spatola si riscontrano nei ritratti del Cavaliere gerosolimitano Giovanni Paolo Pesenti datato 1650 e di Alessandro Vertova datato 1655.
Va poi osservato che Jacopo Tiraboschi siede nella stessa poltrona di velluto, con borchie e piroli di ottone, nella quale hanno posato, intorno al 1645, il conte Boselli, ora a Berlino e fra il 1645 e il 1650 due anziane gentildonne in raccolte private bergamasche. E qui il pirolo della spalliera è dipinto con fluida rapidità, come il vasetto della tarda Vergine annunciata a Valleve; mentre la piumosa canizie del Tiraboschi, e il suo libro di preghiere, sono resi con la scioltezza e la delicatezza di una mano matura. Apprendiamo adesso che un serinese, Isaia Bonomi, ha rintracciato nell’archivio parrocchiale di Serina gli atti di battesimo (3 maggio 1581), di matrimonio (28 maggio 1603) e di morte (29 novembre 1659) di «Jacobus q.d. Antonij Fadini de Tirabuschis» sposato a Oliva Ceroni, registrato nel 1648 e nel 1658 come capofamiglia col figlio Giacomo e una «ancilla» o «famula». Grazie alle ricerche di I. Bonomi gli studiosi possono aggiungere un’altra data sicura alla cronologia del Ceresa: infatti se ne deduce che il settantatreenne Jacopo Tiraboschi di Serina fu effigiato nel 1654.
Bibl.: [F. Baglioni-C. Lochis] 1881, p. 24 n. 128; G. Moratti ms. 1900, I, p. 272; C. Ricci 1912, p. 6, n. 14; E. Fornoni ms. s.d. (ca. 1915-20), II, p. 180; C. Ricci 1930, p. 59, n. 14; G. Testori 1953, n. 39, p. 28; F. Russoli 1967, p. 50; M. Valsecchi 1972, p. 40; G. De Logu-G. Mannelli 1976, II, p. 136; F. Rossi 1979, p. 260; U. Ruggeri 1979, pp. 25,126, fig. 20; C. Bi-zioli 19801, p. 6; L. Verteva 1983, n. 38.