Mario Lupo: differenze tra le versioni

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[[Immagine:Lupi (Antescolis) 11a Mario (Canonico) (Francesco della Madonna di Gandino).jpg|thumb|Francesco della Madonna di Gandino. Ritratto del canonico Mario Lupo]]
 
[[Immagine:Lupi (Antescolis) 11a Mario (Canonico) (Francesco della Madonna di Gandino).jpg|thumb|Francesco della Madonna di Gandino. Ritratto del canonico Mario Lupo]]
[[Immagine:Lupi Ignazio (Scena letteraria).jpg|thumb|Pietro Michieli. Ritratto di Ignazio [[Lupi]] pubblicato nella ''Scena letteraria'' di Padre Donato Calvi (1664)]]
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[[Immagine:Lupi (Antescolis) 11a Mario (Canonico) Busto (Antonio Gelpi).jpg|thumb|Antonio Gelpi. Busto del canonico Mario Lupo]]
 
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[[Immagine:Lupi (Antescolis) 11a Mario (Canonico) (Mauro Picenardi).jpg|thumb|Mauro Picenardi. Ritratto del canonico Mario Lupo]]
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[[Immagine:Lupi (Antescolis) 11a Mario (Canonico) (Pietro Gualdo).jpg|thumb|Pietro Gualdo. Ritratto del canonico Mario Lupo]]
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[[Immagine:Lupi (Antescolis) 11a Mario (Canonico) Medaglia bn.jpg|thumb|Medaglia in onore del canonico Mario Lupo]]
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[[Immagine:Lupi (Antescolis) 11a Mario (Canonico) (De Parochiis).jpg|thumb|Ritratto del canonico Mario Lupo. Incisione in antiporta del ''De Parochiis ante annum Christi millesimum'' (1788)]]
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[[Immagine:Lupi (Antescolis) 11a Mario (Canonico) busto (Galizzi).jpg|thumb|[[Nino Galizzi]] (1893-1971). Busto del canonico Mario Lupo. Zogno, villa Belotti]]
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(n. Bergamo, parrocchia di S. Salvatore, 14-3-1720 † ivi, 7-11-1789)
 
(n. Bergamo, parrocchia di S. Salvatore, 14-3-1720 † ivi, 7-11-1789)
  
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Francesco Della Madonna di Gandino (1742-1818) . Ritratto di Mario Lupi. 
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Olio su tela, ovale, cm 77x65, Bergamo, Biblioteca Civica.
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Va datato dopo il 1774 in quanto vi è riprodotta la croce canonicale concessa in quell’anno dal vescovo monsignor Molin ai Canonici. Probabilmente fu realizzato prima del 1785 in quanto il Lupi non è ritratto in abito da Cameriere d’onore di Sua Santità, onorificenza concessagli in quell’anno. Il Lupi è raffigurato con l’abito nero, collarino azzurro con bordi violacei, croce canonicale sostenuta da fascia violacea e porta un anello al mignolo della mano sinistra, con la quale tiene un cappello. Questo dipinto era comunemente ritenuto il più somigliante.  Monsignor Lupi con il suo testamento del 26 settembre 1786 lo lasciò alla Civica Biblioteca.  Stranamente sulla scheda d’inventario si dice che vi fu depositato dal Comune nel 1879.
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Figlio di CESARE FILIPPO e di Marianna (Maria) Roncalli
 
Figlio di CESARE FILIPPO e di Marianna (Maria) Roncalli
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“L’opera del lupo è di quelle poche che nel loro genere, fanno onore all’Italia.
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Sarebbe desiderabile che tutte le cattedrali avessero un canonico simile.”
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(Abate Gennari, Università di Padova, a. 1785).
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'''Bortolo Belotti, ''Storia di Bergamo e dei Bergamaschi'', Poligrafiche Bolis, Bergamo 1959, vol V, p. 52:'''
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“[...] una schiera di dotti ecclesiastici bergamaschi, che comincia, ben si può dire, coll’abate Giovanni Battista Angelini, e prosegue col Lupi, coll’Agliardi, col Mazzoleni, e cui vanno congiunti insigni studiosi laici, come, ad esempio, Ercole Mozzi e Giovan Battista Rota, conducendo anche a Bergamo quelle ricerche erudite che sono gloriosa caratteristica del secolo, e quindi rinnovando completamente metodi e forme, penetra nell’antichità e nelle storie bergamasche, attraverso una diligente e paziente disamina di vecchi documenti di archivio.”
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Vai a '''[[Gabriele Medolago. Biografia del Canonico Mario Lupo]]'''
Pietro Gualdo (1719-1785). Ritratto del canonico Mario Lupo [Lupi].  
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Vai a '''[[Daniele Rota. Mario Lupo. Il suo tempo e la Misericordia Maggiore. Contributi storici del Codex|Daniele Rota. Mario Lupo. Il suo tempo e la Misericordia Maggiore]]'''. Con manoscritto inedito e Regola Antica Bergamo, MIA, 2003, pp. 127-166
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'''Ritratti'''
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'''Francesco Della Madonna di Gandino''' (1742-1818). Ritratto di Mario Lupi.  
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Olio su tela, ovale, cm 77x65, Bergamo, Biblioteca Civica.
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Va datato dopo il 1774 in quanto vi è riprodotta la croce canonicale concessa in quell’anno dal vescovo monsignor Molin ai Canonici. Probabilmente fu realizzato prima del 1785 in quanto il Lupi non è ritratto in abito da Cameriere d’onore di Sua Santità, onorificenza concessagli in quell’anno. Il Lupi è raffigurato con l’abito nero, collarino azzurro con bordi violacei, croce canonicale sostenuta da fascia violacea e porta un anello al mignolo della mano sinistra, con la quale tiene un cappello. Questo dipinto era comunemente ritenuto il più somigliante.  Monsignor Lupi con il suo testamento del 26 settembre 1786 lo lasciò alla Civica Biblioteca.  Stranamente sulla scheda d’inventario si dice che vi fu depositato dal Comune nel 1879.
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Busto in marmo di Carrara, opera di '''Antonio Gelpi''' di Como.
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Su proposta del prevosto e dell’arcidiacono, i Canonici, nel Capitolo del 30 luglio 1784, prima che la stampa del “Codex” venisse terminata, decisero di rendergli onore facendo eseguire una statua in marmo con iscrizione.  Il 6 agosto vennero eletti deputati per l’esecuzione della decisione a spese capitolari Marco Celio Passi ed Ulisse Caleppio.  Il busto venne collocato nel primo vano delle sagrestie, con l’epigrafe:
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MARIO LVPO
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ECCLESIAE BERGOMENSIS PRIMICERIO
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ADHVC VIVENTI
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CANONICORVM COLLEGIIVM
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P. C.
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AN. CIЭ.IC.CCLXXXV.
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'''Pietro Gualdo''' (1719-1785). Ritratto del canonico Mario Lupo [Lupi].  
 
Olio su tela, cm 113 x 97, in cornice d’epoca, dorata a mecca (cm. 138 x 118). Bergamo, Ateneo di Scienze, Lettere ed Arti  
 
Olio su tela, cm 113 x 97, in cornice d’epoca, dorata a mecca (cm. 138 x 118). Bergamo, Ateneo di Scienze, Lettere ed Arti  
 
Il dipinto venne deciso dal consiglio dell’Accademia degli Eccitati di Bergamo, di cui Mario Lupo fu animatore e collaboratore di spicco, il 27 gennaio 1785 e venne commissionato al pittore Pietro Gualdo. Il ritratto doveva collocarsi fra quelli dei più insigni letterati adornanti la propria sede in Sant’Agostino.  Con lettera dello stesso giorno il segretario Maffeo Maria Rocchi comunicò la cosa all’interessato.  
 
Il dipinto venne deciso dal consiglio dell’Accademia degli Eccitati di Bergamo, di cui Mario Lupo fu animatore e collaboratore di spicco, il 27 gennaio 1785 e venne commissionato al pittore Pietro Gualdo. Il ritratto doveva collocarsi fra quelli dei più insigni letterati adornanti la propria sede in Sant’Agostino.  Con lettera dello stesso giorno il segretario Maffeo Maria Rocchi comunicò la cosa all’interessato.  
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Fu collocato il 3 luglio 1785 dal segretario nella sede dell’Accademia,  ove lo ricorda il Ronchetti.  
 
Fu collocato il 3 luglio 1785 dal segretario nella sede dell’Accademia,  ove lo ricorda il Ronchetti.  
  
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'''Mauro Picenardi''' (1735-1809). Ritratto del canonico Mario Lupo [Lupi].  
Busto in marmo di Carrara, opera di Antonio Gelpi di Como.
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Olio su tela, cm 137x100, Bergamo, Accademia Carrara.  
Su proposta del prevosto e dell’arcidiacono, i Canonici, nel Capitolo del 30 luglio 1784, prima che la stampa del “Codex” venisse terminata, decisero di rendergli onore facendo eseguire una statua in marmo con iscrizione.  Il 6 agosto vennero eletti deputati per l’esecuzione della decisione a spese capitolari Marco Celio Passi ed Ulisse Caleppio.  Il busto venne collocato nel primo vano delle sagrestie, con l’epigrafe:
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L’11 giugno 1785 il Consiglio del Comune di Bergamo decise di far realizzare a spese pubbliche da un valente pittore un ritratto del Canonico, da collocarsi nella sala del Maggior Consiglio, e di porvi sotto un’adeguata iscrizione; l’esecuzione della delibera venne affidata al conte cavalier Giovanni Battista Vertova ed a Luigi Marchesi. Il tutto venne approvato con 59 voti contro 9L’iscrizione postavi fu la seguente:
MARIO LVPO
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MARIO. LVPO
ECCLESIAE BERGOMENSIS PRIMICERIO
+
PONTIFICIS. MAX. AB HONORARIO CVBICVLO
ADHVC VIVENTI
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CANONICO. ET. PRIMICERIO
CANONICORVM COLLEGIIVM
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OB. PATRIAM HISTORIAM ILLVSTRATAM
P. C.
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CENTVMVIRI
AN. CIЭ.IC.CCLXXXV.
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MDCCLXXXV.
 
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Il Canonico porta l’abito della sua dignità, con il rocchetto, e tiene in mano il cappello. Si poggia ad un tavolo alla sua destra sul quale si trovano la ferula, un tomo, certamente il Codex, una penna e tre medaglie, fra cui quella con la sua immagine fattagli coniare dal Territorio.
'''GABRIELE MEDOLAGO, ''Il castello di Cenate Sotto e la Famiglia Lupi'', Amministrazione Comunale di Cenate Sotto, 2003, p. 227-268''':
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Il cardinal Carrara lo vide nella sala del Consiglio cittadino, l’attuale salone Furietti della Biblioteca civica, e si rallegrò di questo fatto, come ricorda il Serassi in una lettera del 5 agosto 1786Seguì i vari spostamenti del palazzo municipale: dalla sala del maggior Consiglio al palazzo di Via Tasso, a Palazzo Frizzoni ove si trovava nel 1959. Circa vent’anni fa passò di pertinenza dell’Accademia Carrara che lo depositò nel salone di rappresentanza di palazzo Lupi.
 
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Monsignor Canonico dottor MARIO GIUSEPPE LUPI
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Nello stendere la sua biografia, divideremo l’esposizione in capitoletti: dopo aver dato in breve il sommario della sua vita, continueremo con le sue varie attività e le relative opere, stampate e manoscritte, dividendole in specifici capitoli, anziché in ordine cronologico.
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'''LA NASCITA E LA FAMIGLIA'''
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Nacque dal nobile Cesare Filippo Lupi, figlio di Mario Giuseppe e di Maria Franchetti, e dalla contessa Marianna o Maria, figlia del conte Francesco Roncalli e della contessa Anna Vimercati San Severino di Crema, il 14 marzo 1720 nel territorio della parrocchia di San Salvatore in Bergamo alta, nel palazzo posto di fronte al Monastero di Rosate, da un ramo della famiglia detto appunto dei Lupi di Rosate.  Venne battezzato il 16 dal parroco Don Guarino Benaglio (1718-1724), padrino fu Torquato Bacigalupi Canonico della cattedrale (-1739). Si firmò sempre Mario.
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La sua famiglia e lui stesso erano spesso a Cenate. Egli, nelle note ad un documento dell’anno 830 circa, parlando della Val Cavallina scrisse: Hæc quidem paulo fusius persecutus sum, quoniam agebatur de illustranda regione, cujus incolæ jam a nonnullis sæculis nunc usque Lupæ gentis, ex qua egomet ortum duxi, tributarii, & vectigales perpetui sunt. che in italiano suona: “Su queste cose dunque mi sono dilungato a trattare poiché si trattava di illustrare la regione, gli abitanti della quale già da alcuni secoli sino ad ora sono perpetui tributari e vettigali della Famiglia Lupa, dalla quale io stesso trassi origine.”
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'''I PRIMI STUDI A BERGAMO ED A ROMA'''
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Studiò grammatica nel Collegio mariano di Bergamo sotto la direzione di Don Francesco Bianchi, quindi retorica in Seminario con Don Carlo Chiappati. Studiò gli autori italiani e latini ed i poeti e scrisse alcuni componimenti. Al sedicesimo anno d’età, essendo avanzato nello studio del latino e dell’italiano ed avendo dimostrato insolita vivezza d’ingegno, facilità nell’apprendere e desiderio di primeggiare, nell’ottobre 1736 fu dal padre mandato a Roma. Si fermò otto giorni a Ravenna presso il teatino Don Franchetti, suo prozio, e fu ben accolto dal cardinal Legato Giulio Alberoni (1664-1752) e da monsignor Nicola Farsetti (1677-1741) arcivescovo ravennate (1727-1741).
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A Roma entrò come convittore del Collegio Cerasoli, aperto nel 1735, di cui fu alunno sino al settembre 1743.  Frequentò l’Accademia Gregoriana dei Padri Gesuiti nel Collegio romano, studiando per tre anni filosofia sotto Padre Gerolamo Pichi e teologia per altri quattro sotto Padre Carlo Nocetti, Padre Andrea Reynes e Padre Lorenzo Ricci. Il 31 agosto 1743 venne esaminato da Padre Domenico Casotti rettore del Collegio Romano e dai professori Reynes e Ricci, deputati da Padre Giuseppe Carpani, prefetto generale degli Studi. Ottenne quindi la laurea in teologia da Padre Francesco Retz, prevosto generale dei Gesuiti.  Dato che presso l’Accademia si insegnava l’aristotelismo a lui non troppo confacente si provvide di alcuni libri filosofici per conoscere altre dottrine. Studiò anche il greco per il quale mostrò sempre particolare attitudine, il francese e, su consiglio di altri, la geometria. Passato in teologia, iniziò lo studio della storia ecclesiastica, che dovette lasciare per due anni per applicarsi seriamente al Diritto canonico e civile, in particolare al primo.
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Durante gli ultimi anni della sua permanenza nel Collegio Cerasoli si distinse per due dialoghi, l’uno su Dante e la filosofia e l’altro di critica al metodo dell’insegnamento dei primi studi ai giovinetti, che gli procurarono fama e contribuirono a farlo nominare Canonico della cattedrale di Bergamo ancora giovanissimo.  cioè nel 1743, quando non era ancora stato consacrato sacerdote. Il 5 aprile, già Canonico, da Roma nominò il marchese Girolamo Terzi suo procuratore per l’accettazione del patrimonio ecclesiastico, che il 30 il padre gli costituì con una terra aratoria e moronata detta Chioso Molino nel territorio di Colognola al Piano.
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Appena uscito dal Collegio andò in villeggiatura a Tivoli ove conobbe il marchese Girolamo Teodoli da Forlì e, tornato questi a Roma in novembre, iniziò a frequentarne la casa specialmente di giovedì quando vi si ritrovavano letterati e professori e si legò con lui di grande amicizia, tanto che questi avrebbe voluto rimanesse con lui.  Qui strinse amicizia con P. M. Macchi e con Padre Giuseppe Agostino Orsi (1692-1761) O.P., che divenne poi cardinale nel 1756, e conobbe anche il conte Carlo di Firmian. Interveniva anche alle lezioni dell’erudita accademia che si radunava da monsignor Antonio Maria Erba Odescalchi (1716-1762) nella quale si parlava di storia ecclesiastica e vi recitò due dissertazioni, che ancora si conservano, nel 1744 e 1745 e due ordinarie lezioni. Frequentando il ritrovo dell’abate Asdenti ove si discuteva di storia ecclesiastica, parlò più volte e lesse due dissertazioni sui sentimenti di Aristotele sul cristianesimo. Fu fra i promotori di un’altra accademia di filosofia che si radunava in Campidoglio. Iniziò pure lo studio delle antichità aiutato dall’avvocato Cecchini, suo grande amico e poi auditore del bergamasco cardinal Giuseppe Alessandro Furietti (1684-1763).  Fu in familiarità anche con molti altri letterati e prelati.
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A Roma il 1° settembre 1743 venne ordinato subdiacono, il 21 settembre diacono,  il 4 aprile 1744, sabato santo, sacerdote.  In quello stesso anno, dopo l’uscita dal Collegio, pubblicò le sue dissertazioni cronologiche “De notis chronologicis…”.
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Nel febbraio 1745 si recò a Napoli ove rimase 15 o 16 giorni, conobbe il Canonico Mazzocchi cui presentò le sue dissertazioni ed intervenne ad alcune accademie. Tornò poi a Roma il 1° maggio e vi rimase solo il tempo per congedarsi dagli amici.  Partito per Bergamo si fermò a Firenze dove conobbe il prevosto Gori, il dottor abate Giovanni Lami, l’abate Mehus ed altri letterati. Sostò pure a Bologna e qui conobbe Gian Pietro Zanotti, Manfredi, Padre abate Giovanni Grisostomo Trombelli e Laura Bassi. A Modena si trattenne con Lodovico Antonio Muratori (1672-1750) che lo avviò alla diplomatica ed alle antichità del medio evo ed ebbe per lui parole di stima e d’incoraggiamento.  Ritornò a Bergamo prima del 19 luglio.
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'''IL RITORNO A BERGAMO E GLI STUDI DIPLOMATICI E STORICI'''
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A Bergamo conobbe l’abate Pietro Antonio Serassi (1721-1791) e venne introdotto in una compagnia che recitava componimenti poetici ed anch’egli ne lesse.
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In una lettera del 24 agosto 1745 il Muratori lo ringraziò del dono del “De notis chronologicis”, si complimentò per i suoi studi e, dopo averlo esortato a produrre ancora per onorare l’Italia, ricordò che forse a Bergamo avrebbe trovato meno libri rispetto a Roma, ma che il conte Boselli tenente generale aveva messo insieme una ragguardevole biblioteca.  Si tratta probabilmente del conte Scipione Boselli, la cui ricca biblioteca fu nel 1748 ceduta al Monastero di Santa Giustina di Padova.  Il Lupi l’8 settembre rispose dicendo che a Bergamo i buoni libri, soprattutto di materie ecclesiastiche, erano scarsi, ma che il conte Boselli ed altri cavalieri e religiosi ne avevano discretamente. All’epoca non erano state ancora fondate la Biblioteca Civica e quella Capitolare.
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Dopo la sua nomina fra i prefetti dell’Archivio capitolare, avvenuta nel 1746, il Lupi ebbe modo di conoscere il Canonico Antonio Maria Adelasio (1686-1759), primicerio della cattedrale (1734-1759) ed iniziatore del riordinamento dello stesso, del quale avrebbe poi scritto un’elegante orazione funebre  e Giuseppe Gerolamo Ercole Capitani di Mozzo, più comunemente chiamato Mozzi (1697-1777).  Entrambi contribuirono ad avviarlo a studi storici e lo indirizzarono al Codice.
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Non solo per dovere d’ufficio, ma anche per propria inclinazione, decise di ricercare e leggere tutti gli antichi documenti e di prenderne nota e trascrivere e registrare in grandi quaderni le carte più interessanti od i loro regesti. Non sapendo allora leggere i documenti, fu assistito dal Mozzi, che lo guidò nella lettura dei caratteri più difficili e poco leggibili e che egli venerò sempre come suo primo maestro. Fu anche assistito dall’Adelasio fra il 1746 ed il 1759. Oltre che alla diplomatica, decise di dedicarsi allo studio della storia ecclesiastica e civile, per illustrare le antichità del medio evo italiano ed in particolare quelle riguardanti la provincia di Bergamo, per prima cosa consultò tutti i diplomi, manoscritti, istrumenti e protocolli di notai dell’Archivio della cattedrale.  Nel seguente anno 1747 iniziò a copiare in toto od in parte gli antichi documenti, disponendoli in ordine cronologico, costituendo così, a poco a poco, il primo nucleo del futuro Codice diplomatico.  Passò poi agli altri archivi della città e del territorio: l’Archivio vescovile, quello delle monache di Santa Grata, del Monastero di Astino, dei Frati Predicatori e degli altri cenobi e xenodochi, della Misericordia Maggiore. Consultò l’Archivio dell’ex-abbazia di Vall’Alta, allora commenda, le poche carte che restavano presso i monaci di San Paolo d’Argon, quelle del Monastero di Pontida ed anche i pochi documenti civici rimasti in città e nel territorio, compresi gli statuti e gli Archivi delle vicinie cittadine.
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Nel 1748-1749 fu fra i rifondatori dell’Accademia degli Eccitati di Bergamo.
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Nel 1754 si portò a Venezia, Bologna, Firenze, Siena, Livorno, Pisa, Lucca, Genova e Torino con il suo amico marchese Antonio Terzi. Fu più volte a Padova dove conobbe vari letterati con i quali strinse amicizia. Nel 1755, 1758, 1759 e 1760 si recò per alcuni mesi a Milano, dato che si credeva vi fossero stati portati gli antichi atti del Comune di Bergamo, ma non trovò molto. Qui fu spesso ospite gradito del principe Trivulzio, consultò l’Archivio del Monastero di Sant’Ambrogio ed altri documenti gli furono trasmessi da Padre Pio d’Adda, monaco di quel cenobio e professore di diplomatica, suo amico, che gli consegnò anche note cronologiche.
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Nel 1759 divenne cantore e viceprimicerio della Cattedrale di Bergamo.
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Nel giugno 1760 fu a Cremona con Pietro dei conti di Calepio per trovare negli archivi notizie su Bergamo e sui Conti di Bergamo dai quali avevano tratto origine i Caleppio. Trovò l’Archivio capitolare in totale confusione, esaminò pergamene conservate in due casse ed in alcuni sacchi, mentre in quello civico non poté vedere quanto voleva. Rinvenne però alcuni documenti che gli servirono soprattutto nel secondo volume del codice per parlare dell’origine dei Caleppio e per tracciarne l’albero genealogico.
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Fu in contatto con molti dotti ed eruditi dell’epoca, come ad esempio l’abate Anton-Tommaso Volpi (1721-1797), che, nella prefazione alla sua opera sulle reliquie dei Santi Fermo e Rustico, edita nel 1761, afferma di aver ricevuto molte notizie dal “Canonico archivista della cattedrale Mario Lupi che nel rovistare quell’Archivio e molti altri della città” non aveva trascurato di raccogliere quanto gli era capitato sott’occhio relativo ai due santi e glielo aveva comunicato.  Il Lupi poi citò quest’opera nel Codex.  
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Nel 1761 fu eletto patrono del Consorzio della Mîa e stese un progetto di riforma delle scuole tenute da questa pia istituzione. Nel seguente 1762 fu eletto primicerio ed in quello stesso anno, dopo esser stato per molti mesi occupato per le celebrazioni del Barbarigo e dei Santi della Chiesa bergamasca, decise sul finire di settembre di portarsi a Brescia per ricopiarvi i documenti riguardanti Bergamo e tra gli altri trascrisse quelli del “Liber Potheris”, conservato nella Cancelleria di quella città. Assistette in quest’occasione alle feste solenni per la promozione del cardinal Lodovico Calini (1696-1782), già vescovo di Crema (1731-1751), allora commendatore di Santo Spirito, e poi ritornò a Bergamo con il principe Trivulzi.
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Ebbe documenti pontifici dagli archivi romani ed altri da molte città.
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Raccolse anche documenti già editi da Fra Celestino Colleoni, da Fernando Ughelli, dal Muratori nelle “Antiquitates Italiæ”  e vi aggiunse alcune note che sarebbero anch’esse poi confluite nel “Codex”.  Utilizzò anche manoscritti già citati da altri scrittori bergamaschi ed ai suoi tempi persi ed altri dispersi, alcuni dei quali aveva trovato presso l’abate Trombelli.
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Sembra abbia utilizzato i manoscritti del Mozzi, almeno nel 1755 per la vita di Detesalvo e nel 1764 per la “Genealogia Suardi”. Infatti molti atti notarili da lui citati si trovano nei manoscritti delle “Antiquitates Bergomi” sui quali il Lupi appose il nome del Mozzi. Non va dimenticato però che molti furono visti anche da lui stesso, come talvolta si trova annotato sulle imbreviature.
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Nel maggio del 1767 si recò a Venezia per godervi la fiera dell’Ascensione e lo spettacolo della Regata per la venuta del Principe di Wirtemberg. Dopo essersi trattenuto circa un mese nel ritorno si fermò parecchi giorni a Padova incontrandovi letterati, specialmente il Facciolati e l’abate Giovanni Brunacci (1711-1772) grande antiquario medioevale, che ebbero di lui un’ottima impressione.
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Ebbe come discepoli il Canonico Agliardi e Don Ronchetti, l’uno infaticabile raccoglitore di notizie bergamasche, purtroppo poco citato, benché i suoi manoscritti siano utilissimi, l’altro noto per le sue “Memorie istoriche” e per aver pubblicato il secondo tomo del “Codex”.
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L’Agliardi fu ascritto al Capitolo nel 1773 e deputato all’Archivio nel 1775, quando il Lupi era ancora in buona salute,  divenuto espertissimo in diplomatica con incredibile celerità aiutò fra l’altro il Lupi nella lettura di due antichi papiri.
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Mentre fra il 1775 ed il 1779 il Lupi lavorava al Prodromo del Codice diplomatico, avendo trovato l’Archivio segreto del Vescovado tutto rimescolato e confuso, cosa che era successa durante gli ultimi anni di monsignor Antonio Redetti (1731-1773), propose a monsignor Molin di riordinarlo, ma, essendo questi morto quasi improvvisamente il 2 marzo 1777, il lavoro non fu portato a termine.
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Il Lupi non si occupò di una storia letteraria di Bergamo, lavoro che voleva intraprendere l’amico abate Serassi, ma che poi, preso questi da altri impegni, venne iniziata da Padre Barnaba Vaerini O.P. (1743-1810)  e portata a termine in quattro tomi di cui purtroppo fu stampato solo il primo nel 1788.
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Fu in stretto rapporto con il cavalier abate Girolamo Tiraboschi (1731-1793), bibliotecario del Duca di Modena, con il quale ebbe frequente carteggio riguardante per lo più il miglioramento del Codice e che gli inviò alcuni documenti.  Fra le altre è interessante una lettera del 14 luglio 1764 con la quale il Lupi, fra l’altro, gli trasmise copia di documenti del 1464 tratti dall’Archivio della città sulla Casa del Comune degli umiliati e discorse di cronache relative a fatti bergamaschi. Diede la ricetta per ravvivare gli antichi caratteri sbiaditi: prendere cinque o sei grani di galla della migliore, romperli, metterli in una chicchera di caffè piena d’acqua comune e lasciarveli 24 ore; colare l’acqua con un panno o farla passare nella carta, poi con un panno o con la bambagia o con il dito bagnare la pergamena nel punto dello sbiadimento per due o tre volte; con questo metodo però la pergamena si annerisce e bisogna quindi stare attenti. Concluse chiedendo di interessarsi presso Sormani ed Oltrocchi, dottori dell’Ambrosiana, per avere qualche documento.  Anche in una lettera del 1° giugno 1787 sempre al Tiraboschi parlò dell’infusione di gala passata per carta sughera.
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Il Tiraboschi, nel V tomo della sua Storia letteraria, ricordò di esser stato informato dal Lupi e da Giovanni Battista Rota (1722-1786) di un’imbreviatura di Bartolomeo Osa del 1304-1325, che si conservava, come ancora oggi, nell’Archivio della cattedrale.  Menzionò il Lupi anche nelle aggiunte della sua “Storia dell’Augusta Badia di San Silvestro di Nonantola Aggiuntovi il Codice Diplomatico della medesima” edita nel 1784, che servì molto al Lupi per il secondo tomo del Codice.  In una lettera del 17 maggio 1775 il Lupi lo ringraziò per la citazione, parlò di Bartolomeo Osa, di Don Bartolomeo Pellegrini, del carme di Giacomo Tiraboschi, oltre che di libri dei quali chiese dove si potesse trovar copia, disse che il Tiraboschi aveva contribuito più d’ogni altro al suo Codice Diplomatico, fornendo documenti, discusse poi della composizione della carta con lino o bambasina in rapporto a protocolli notarili del XIII e XIV secolo, sui quali aveva consultato esperti cartai.
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Fu sempre disponibile verso chi gli chiedeva notizie storiche o genealogiche. Rivide e corresse opere e dissertazioni altrui e stese varie osservazioni su di esse, come la “Brixia sacra” del Padre Gerolamo Gradenigo, edita nel 1755, saggi sull’esistenza dei santi Fermo e Rustico (probabilmente quelli dell’abate Volpi), la “Storia della Lombardia Austriaca” del conte milanese Gabriel Verri, senatore reggente, il quale lo pregò di scrivergli diffusamente il suo parere intorno ad essa ed al quale egli fece molte annotazioni.
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Soleva dire che se aveva tratto profitto negli studi era soprattutto perché, avendo sempre avuto pochi libri, aveva dovuto chiederli agli amici o trovarli nelle biblioteche, come la ricca biblioteca dei marchesi Terzi e quelle dei Padri Cappuccini e Minori Osservanti delle quali aveva sempre potuto usufruire, e questo lo aveva costretto a trascrivere tutto ciò che riteneva potesse servirgli, facendone grossi zibaldoni, cosa che credeva necessaria, come asserito dal Padre Jean Mabillon nell’opera “De studiis monasticis”, e che perciò gli era restato meglio impresso. Quando stava bene di salute, tanto in città, quanto in campagna era solito dedicarsi agli studi per sette od otto ore, senza fatica.
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Fu in corrispondenza con numerosissimi letterati e dotti, in particolare storici e diplomatisti,  dai quali fu molto stimato. Padre M. Pietro Maria Gazzaniga O.P. (1720-1799), insigne teologo bergamasco, nelle note del V tomo della sua Teologia stampata in Bologna ne fece onorevole memoria e così il conte milanese Giorgio Giulini (1717-1780) nella quarta parte della sua opera storica su Milano.  Joseph Jérôme La Lande (1732-1807) gli inviò gentili lettere e ne fece menzione nel “Journal des Savans” 1784 numeri 35 e 41 del 1° settembre e 15 ottobre, nella sua Enciclopedia alla voce Bergamo e nella nuova edizione del suo “Voyage en Italie” 1786.
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Ebbe contatti anche con Padre Alessandro Viscardi O.F.M. Cap., che gli fece conoscere un manoscritto di Fra Celestino Colleoni,  e con la Biblioteca Ambrosiana.
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'''L’INFERMITÀ'''
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Il 17 dicembre 1764 venne preso da dolori acuti e febbre molto forte, fu creduto in pericolo di vita e gli si scoprì un “tumore nel ventre” (forse si trattava di un volvolo).  Per qualche mese fu costretto a restare in casa e non sembrava gli giovasse alcuna cura o medicina, ma alla fine il male scomparve, anche se la sua salute ne risentì a lungo. Quando si fu ripreso lo volle con sé a Milano il principe Trivulzi, che da parecchi anni godeva della sua compagnia quando passava alcuni mesi della primavera e dell’autunno a Bergamo nel casino di casa Aracieli in Sudorno, e restò parecchi giorni presso di lui, che si prodigò per procurargli piacevoli conversazioni, che lo aiutarono a rimettersi in salute, così che ritornato a Bergamo poté riprendere le sue solite occupazioni. Tornò a Milano in casa del principe anche all’inizio del 1766, dopo che nel dicembre dell’anno precedente aveva avuto febbre ed un grave raffreddore, forse perché affaticato dai suoi incarichi di primicerio. Il 29 era morto il Capitano di Bergamo Paolo Spinelli, che era stato sepolto in Duomo, per il quale aveva fatto le iscrizioni sia del funerale fatto nella cattedrale, che di quello celebrato dalla Città in Santa Maria Maggiore. Il settimo giorno dal suo arrivo a Milano ricevette la notizia della gravissima malattia del suo unico fratello Francesco e partì subito, ma non giunse in tempo perché questi morì il 26 gennaio di un male che i medici non seppero diagnosticare. Il seguente martedì 28 sua madre, contessa Marianna Roncalli Lupi, si ammalò per male di pontura, cioè di polmonite, e dopo un’affannosa agonia, dopo aver perduta la parola il sabato, spirò lunedì 3 febbraio.
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Il Lupi rimase quasi sconvolto per vari giorni. Il principe Trivulzi per distrarlo dai suoi pensieri verso la fine di aprile volle di nuovo condurlo a Milano, col pretesto delle magnifiche feste per gli sponsali ‘de futuro’ tra Maria Beatrice d’Este e l’arciduca Ferdinando ed egli vi si trattenne sino alla fine di maggio, frequentando anche il conte di Firmian plenipotenziario della Lombardia austriaca per la Regina d’Ungheria e l’arcivescovo cardinal Giuseppe Pozzobonelli.
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Nell’agosto del 1767 gli si ulcerarono dall’angolo sinistro il labbro e tutte le gengive, gli si gonfiarono la gola e la testa e gli si ricoprì tutto il corpo di pustole, a causa di una malattia per la quale sembra di poter parlare di grave stomatite aftosa complicata da laringite fibrinosa con adenopatie nucali satelliti. Due insigni chirurghi e due medici non sapevano che fare, ma, grazie alla robusta complessione ed alla diligente cura, dopo un mese e mezzo la malattia cominciò a regredire e dopo altrettanto tempo egli poté uscire di casa, anche se per i tre anni successivi, malgrado una vita scrupolosamente regolata, non poté ristabilirsi del tutto. Negli ultimi giorni di quello stesso anno provò un grande dolore per la morte del principe Trivulzi. Durante la malattia, in parte per necessità ed in parte per consiglio dei medici, dovette tralasciare i suoi studi, ma non sopportando di stare in ozio ed essendogli stato consigliato di recarsi in campagna, cominciò a restaurare la sua casa nel castello di Cenate, nella quale si trattenne gran parte della primavera e parte dell’estate per seguire i lavori e che fece decorare dai pittori Galliari. All’inizio di luglio si recò a Brescia per far visita al cardinal Calini. Tornato, lo prese un’erisipola in capo che lo tormentò per due giorni e forse per questo o per un salasso, che accettò gli fosse fatto dopo 32 anni dalla volta precedente, dice Don Ronchetti, gli si indebolì notevolmente la vista. Ristabilitosi un po’, si recò a San Pellegrino per la cura delle acque minerali, che andavano allora acquistando rinomanza. La cura ebbe successo ed egli vi tornò anche l’anno seguente, in cui ebbe tre attacchi di erispola in faccia, e ne trasse ancor maggior giovamento. Nel 1769 fu richiamato a lavorare per il Capitolo.
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Nel 1770, terminati gli affari capitolari e la biografia del conte Francesco Locatelli Lanzi (1687-1770), si recò a Milano, ove si trattenne 15 o 20 giorni, frequentando i nobili milanesi e stringendo nuove amicizie con cavalieri e letterati, con i quali si consigliò per i punti più importanti del suo Codice. Rientrato a Bergamo, tornò in campagna e nell’estate fu di nuovo a San Pellegrino. Abbandonati i rimedi ed i medici, scrive Don Ronchetti, la sua salute cominciò a ristabilirsi. Nello stesso anno ebbe di nuovo a Cenate i Galliari ed un altro pittore. In ottobre e novembre contrasse a poco a poco una notevole sordità d’ambedue gli orecchi, per la quale tentò invano rimedi. L’orecchio destro, che si era ammalato prima dell’altro, divenne quasi completamente sordo. Fu così privato del piacere di viaggiare e rinunciò alle riunioni ed alle conversazioni conducendo una vita ritirata con pochi amici. A parte la sordità, che sembra esser stata causata da aposteme ed otiti catarrali seguite da perforazione bilaterale del timpano, ricuperò però la salute. 
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All’inizio del maggio 1773 morì il vescovo monsignor Antonio Redetti ed al Lupi, in quanto primicerio, toccò tutta la cura dei funerali, dell’apparato lugubre della Chiesa, del sontuoso catafalco e la funzione riuscì ottimamente.
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Nel 1775, mentre si scavava la terra troppo alta in un’edicola sacra vicina alla chiesa plebana di Ghisalba, in un piccolo loculo costituito da tegole unite furono trovati pezzetti di ossa, che dal popolo furono credute di Sant’Amando o di un altro santo e furono rimosse e poste in una cassetta. Il vescovo monsignor Molin, informato, inviò il Lupi, riluttante, insieme con il cancelliere vescovile, per la ricognizione delle ossa e la visita del loculo. Secondo i sacri canoni, in particolare i Concili provinciali ed i precetti di San Carlo, egli raccolse documenti idonei a far fede e, visto che nulla portava a pensare che si trattasse di ossa di santi, ordinò che fossero riposte nel luogo in cui erano state trovate e coperte da terra, fu poi fatto un regolare atto e venne riferito al vescovo.
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Fu in molta familiarità con il vescovo monsignor Molin che nell’estate 1776 fu suo ospite nella villa di Cenate. Anche il successore monsignor Giampaolo Dolfin lo teneva in grande considerazione ed amava la sua compagnia e quasi ogni anno si trattenne alcuni giorni a Cenate. Quando nel 1778 monsignor Dolfin volle intraprendere la Visita Pastorale della Città e Diocesi, argomento sul quale nei primi anni di monsignor Redetti vi erano stati vari punti di contrasto con il Capitolo, alcuni dei quali non ancora interamente decisi, grazie al Lupi tutto fu sistemato, il vescovo accettò i covisitatori datigli dal Capitolo ed il Lupi come primicerio fu invitato ad assistere come il solito alle congregazioni preparatorie alla Visita.
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Il 5 aprile 1780 spirò suo padre Cesare, cosa che gli causò grandissimo cordoglio. Inoltre questi, nonostante l’età, accudiva a tutti gli affari di casa ed il Lupi, che non aveva mai voluto occuparsene e ne era quasi totalmente all’oscuro, dovette impiegare qualche mese per informarsene, sottraendolo ai suoi studi. Rimasto l’unico della sua famiglia, amò ancor più circondarsi di amici, anche in villeggiatura. Nel 1781 sistemò la sua casa in città. Ebbe però problemi di salute e fu costretto a lasciare per qualche tempo qualunque applicazione.
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'''GLI ULTIMI ANNI: IL TESTAMENTO E LA MORTE'''
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Negli anni seguenti portò a termine il primo volume del Codex, dato alle stampe nel 1784, e le Dissertazioni sulle parrocchie, pubblicate nel 1788.
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Nel 1785 il cardinal Carrara, che sin dalla più tenera età era stato legato a lui da vera amicizia e che si trovava per alcuni mesi a Bergamo, fu a casa sua a pranzo per il ferragosto, con il vescovo e con uno scelto numero di persone ed andò poi a villeggiare con lui per cinque giorni nel castello di Cenate.
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La giubilazione, ovvero il pensionamento, da Canonico, decisa il 6 settembre, gli diede maggior tempo per studiare, ma spesso si lamentava che avanzando in età diventava sempre più pigro nel comporre, forse per mancanza della vivacità e rapidità di pensieri dell’età più giovane o perché, maturando sempre più il giudizio, più difficilmente era pago delle sue riflessioni e dei suoi scritti e spesso rifaceva la stessa cosa e non sapeva mai togliere la penna dallo scritto.
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Nel 1786 fu nominato Cameriere d’onore di Sua Santità.
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Il 26 settembre, nelle sue case situate nella parrocchia di San Salvatore, dettò al notaio Pietro Antonio di Gaetano Longaretti il suo testamento nel quale si definiva, oltre che Canonico, primicerio, Cameriere d’onore di Sua Santità, ultimo superstite della sua famiglia. Fra le altre cose ordinò di essere sepolto in cattedrale, che gli esecutori testamentari chiedessero al Capitolo di porlo in un sepolcro singolo, nella cappella di San Carlo, già di iuspatronato della sua famiglia, accanto a quello di questa, coperto da una decorosa lapide marmorea con una conveniente breve iscrizione. Ordinò anche di esser funerato con 24 torce: 12 grosse ed altrettante mezzane, con l’intervento del Capitolo. Prescrisse che entro un anno fossero celebrate 400 Messe, soprattutto in Duomo, al funerale e nei giorni successivi, e che fosse ricordato dai residenti minori della cattedrale il suo anniversario. Lasciò eredi i conti Marco e Lanfranco Benaglio, figli del fu conte Giacinto, ed in caso di loro morte il conte Giacinto di Marco. Lasciò un legato ai cugini conte Francesco e Ludovico fratelli fu conte Antonio Roncalli, 12 esemplari del “Codex” e di qualsiasi altra opera già stampata o che si sarebbe stampata dopo la sua morte al cugino Abate Padre Dom Michele Francesco Benaglio O.S.B. e due quadri del Cavagna rappresentanti Rotari con la madre e Sant’Antonio all’amico Giovanni Terzi, dei quali non si ha più traccia nel catalogo recentemente redatto delle opere di Giovanni Paolo Cavagna (1556?-1627) e del figlio Francesco (1580ca-1630?).  Lasciò all’amico Canonico monsignor Giuseppe Caleppio, suo sostituto nel primicerato, la sua croce canonicale e al dottor Francesco Pagani l’orologio d’oro, un legato a Lucia Rossi di Cenate per il suo servizio ed un altro ai Canonici e sagristi. Pregò i suoi parenti di assegnare a titolo di patrimonio la cappellania di loro iuspatronato a Marco, figlio del suo cameriere Giuseppe Rossoni, qualora avesse voluto farsi chierico. Poiché tanti ragazzi vagavano per le strade tutto il giorno senza alcun impiego, “con pregiudizio spirituale e temporale loro e della pubblica economia”, lasciò un Legato di 2˙000 lire per collocarne alcuni della città e dei borghi, minori di 14 anni, presso un probo ed onorato artigiano per imparare l’arte. Affinché fossero decorosamente pubblicate le sue opere, lasciò un deposito di 5˙000 o di 10˙000 lire a seconda che fosse o no già stato stampato il secondo volume del “Codex”. Ordinò che i suoi commissari raccogliessero e conservassero diligentemente tutti i suoi manoscritti, carte, note, che potessero aver qualche relazione con i suoi studi. Avendo gran fiducia nell’amore, abilità ed assistenza di Don Locatelli Zuccala, stabilì che in caso di stampa gli fossero consegnati per ordinarli, confrontarli, far copiare quelli che da lui fossero stati giudicati degni di pubblicazione, con l’assistenza dell’Agliardi per ciò che concerneva il confronto dei manoscritti, gli venissero versati i fondi per la stampa e potesse scegliere la forma tipografica, anche se quella del “Codex” avrebbe dovuto essere simile a quella del primo volume, e che venisse retribuito. Lasciò come Legato tutti i libri della sua biblioteca tranne le sue opere stampate allo Zuccala, raccomandando di rendere quelli ricevuti in prestito. Nel caso in cui alla sua morte fosse stata già avviata qualche pubblicazione, i commissari avrebbero dovuto continuare con i fondi stabiliti. Stabilì che, nel caso in cui Don Zuccala non volesse o potesse assumere l’incarico o lo lasciasse, recuperassero i manoscritti e scegliessero qualcuno per continuare l’opera. Nel legato dei libri gli sarebbe subentrata la Biblioteca pubblica. I commissari sarebbero durati in carica due anni dopo la fine della stampa e sino a che fosse stato esaurito il lascito per il collocamento dei fanciulli. Ordinò che di ogni opera prendessero 5 esemplari ciascuno ed altrettanti lo Zuccala od il suo sostituto e 10 restassero in mano degli eredi. Se fosse stato stampato il secondo tomo del Codice 5 esemplari avrebbero dovuto essere assegnati all’Archivio della cattedrale di Bergamo e 2 copie di ogni altra opera, oltre a una copia del Codice, al Territorio. Di ogni opera una copia era destinata all’Accademia degli Eccitati ed una “politamente legata” all’Accademia di Padova, cui egli era ascritto. I commissari avrebbero potuto donarne copie a letterati suoi amici e corrispondenti ed avrebbero dovuto curare per due anni dopo la stampa la vendita delle opere e supplire ad eventuali maggiori spese di stampa. Passati i due anni, il ricavato dalla vendita avrebbe dovuto venire usato per la stampa di opere o per i fanciulli. Le copie invendute sarebbero state consegnate alla Biblioteca della Città per accrescerla a pubblico beneficio vendendoli o scambiandoli, mai però vendendoli a peso di carta. Anche delle opere già stampate in vita i commissari avrebbero dovuto curare la vendita per due anni, usare i soldi per i ragazzi e poi consegnare il rimanente dei volumi alla Biblioteca. Dice poi che le copie delle opere stampate in vita sarebbero rimaste presso i commissari, mentre il primo tomo del Codice sarebbe stato consegnato alla Biblioteca pubblica, alla quale doveva esser data subito una copia delle opere stampate postume, come pure gli esemplari invenduti dopo due anni. Alla Biblioteca lasciò pure il proprio ritratto dipinto dal pittore Madonna di Gandino, cioè quello dorato. Ordinò che, nel caso in cui entro due anni non fosse stata iniziata la stampa di nessuna opera, i suoi manoscritti fossero consegnati all’Archivio della cattedrale con la metà dei fondi depositati, pregando il Capitolo di eleggere dei deputati per far stampare le opere, l’altra metà sarebbe stata usata per i fanciulli, per i quali si sarebbe dovuto usare il tutto se il Capitolo non avesse stampato alcuna opera. Se qualche stampatore di Bergamo avesse voluto prendere in carico la stampa di alcune opere, i commissari, in accordo con Don Zuccala, avrebbero potuto fare il contratto, tenendo fede ai Legati. L’avanzo dei depositi sarebbe stato usato per i fanciulli. In segno di ossequio al vescovo Dolfin, gli donò, pregandolo di suffragare la sua anima, la medaglia fatta coniare dal Territorio ed a questo lasciò 1˙500 lire, a compenso della spesa per la stessa. Avendo obbligo di pagare alle monache di Rosate, ai Minori osservanti riformati ed ai Cappuccini alcuni Legati lasciati da Giovanni Battista Lupi con testamento del 1611, ordinò di reinvestire il capitale per far corrispondere direttamente i frutti ai suddetti istituti e di fare lo stesso per alcuni capitali di ragione della cappellania in Duomo fondata da Giovanni Battista, di iuspatronato della famiglia. Dispose che gli eredi non potessero rivendicare, sotto pena pecuniaria, i beni venduti con atto di Gaetano Longaretti al dottor Giacomo Mazzocchi in Val del Fico con carico di Messe, forse soggetti ad antico fidecommesso voluto da Oldrado Guarneri (suo antenato per linea femminile), ai quali aveva sostituito nel fedecommesso un campo detto di Bergamo sulla strada di Osio, e diede la possibilità di surrogare ad esso beni in Cenate. Dato che la sua casa di Cenate nel Castello non era suscettibile di divisione, ordinò che fosse posta in una parte sola, nel caso in cui l’erede l’avesse voluta vendere si sarebbero dovuti preferire fra gli acquirenti i conti Vittorio e Paolo Lupi od i loro discendenti. Volle che le pergamene e le carte concernenti gli onori degli antenati e della famiglia Lupi in generale fossero consegnate a Vittorio e Paolo od ai rispettivi discendenti e fossero conservate dal primogenito. Nominò commissari ed esecutori i conti Francesco e Ludovico Roncalli ed il conte Nicola Angelini, suoi cugini, liberandoli dall’obbligo di inventari, fidandosi di loro. Essi avrebbero amministrato tutta la sua eredità per un anno senza ingerenza degli eredi. In caso di morte o di mancanza di tutti i commissari gli obblighi sarebbero stati degli eredi. Se vi fossero state contestazioni i beni sarebbero passati all’Ospedale maggiore di San Marco. Il 20 settembre 1787, essendo morto il conte Francesco Roncalli, gli sostituì il nobile Giovanni Giacomo fu Giulio Terzi, suo amico. Precisò che voleva fossero dapprima stampate le sue dissertazioni sulle Parrocchie o che la loro stampa fosse portata a termine, poi il secondo tomo del Codex e successivamente tutte le altre opere. Ordinò poi che il suo ritratto in abito paonazzo fosse consegnato a Vittorio e Paolo Lupi od al primogenito della famiglia.
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Nel 1788 diede alle stampe le dissertazioni sulle parrocchie. Nell’anno 1789, sebbene fosse stato molto occupato a scrivere ai tanti che lo ringraziavano e si congratulavano per la sua ultima opera, intraprese la revisione del secondo tomo del Codice e ne fece preparare le copie per la stampa. Compose anche una breve allegazione per il vescovo sull’Abbazia di Vall’Alta, che probabilmente fu la sua ultima opera. Durante tutto l’anno fu amareggiato da brighe domestiche e soggetto ad una ostinata influenza di catarro che aveva infestato il paese, si lamentava di sentire più che mai il peso degli anni, che erano quasi 70, essendoglisi molto indebolite le gambe, anche se la testa si manteneva lucida ed egli continuava senza difficoltà ad applicarsi 7 od 8 ore al giorno.
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Alla fine di settembre, com’era sua abitudine, si recò nel suo castello di Cenate per riposarsi e riprendere forza e volle che anche Don Ronchetti fosse con lui, ma dopo pochi giorni, l’8 ottobre, alla debolezza delle gambe si aggiunsero un reuma ed una notevole mancanza di forze, oltre ad una totale inappetenza. Egli ritenne si trattasse di un aumento della debolezza di cui soffriva da quasi un anno e non si preoccupò nemmeno quando subentrò una leggera febbre. Il medico, che il Ronchetti fece segretamente avvisare, avrebbe voluto che se ne stesse a letto e prendesse qualche medicina, ma egli, per non interrompere i passatempi dell’autunno che riteneva gli giovassero molto ed anche perché aveva molta avversione verso i medicamenti, non lo fece.  Il 12, giorno in cui stava alquanto meglio, vennero a fargli visita la contessa Tomini con il marito, monsignor dottor Luigi Bossi-Visconti (1758-1835), Canonico ordinario della chiesa metropolitana di Milano, il Canonico Agliardi. La notte successiva però peggiorò di nuovo, con febbre che si mantenne anche la mattina, un dolore quasi continuo alle gambe, totale inappetenza, orine scarse e molto cariche. In una lettera al Ronchetti, che si trovava allora in città per prestare assistenza al conte Giacomo Suardo figlio del conte Zaccaria e della contessa Grandiglia dei conti di Calepio, malato gravemente, scrisse La testa sola finora resiste. Tuttavia continuava a stare in piedi, per timore di ridursi a dover restare a letto. Decise poi di tornare in città la domenica od il lunedì successivi.
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La sera del 16 poteva appena reggersi sulle gambe ed il giorno seguente, cresciuta la febbre e comparso uno sputo sanguigno, si manifestò il male di pontura, o polmonite, per cui gli furono fatte due emissioni di sangue ed applicati i vescicanti. Continuò a peggiorare sino a martedì 20. Quel giorno si confessò e comunicò ed alla sera fu preso da febbre così forte, che si temette per la sua vita. Il Ronchetti ricorda come alla notizia del pericolo di perderlo la città tutta si commosse e molti signori e soprattutto i Canonici mandavano sino alla sua villa per avere notizie. Essendo poi iniziata una copiosa crisi di sudore, crisi caratteristica della risoluzione del male al settimo giorno della malattia, il giorno seguente stette meglio e continuò a migliorare sino al 26 quando fu visitato, presente il Ronchetti, dal celebre dottor Giuseppe Pasta, che, trovatolo senza febbre, gli permise di alzarsi a prender cibo e di restare in piedi per un po’ due volte al giorno ed anche di tornare a Bergamo, come egli desiderava, il 1° od il 2 novembre. Nel frattempo ricevette molte visite dei Canonici, dei suoi parenti e di amici letterati, come i conti Giovanni Battista Bressani e Marco e Giacomo Greppi, di Giovanni Antonio Giovanelli, insigne poeta, e di Girolamo Adelasio, ed alcune lettere di congratulazione. Il 3 novembre partì e verso sera giunse alla casa in città senza aver sentito danno alcuno, accompagnato dal medico dottor Pietro Locatelli, suo grande amico, che lo aveva assistito tutto il tempo della malattia con grande attenzione e da suoi familiari diligenti e fedeli. Aveva un così buon colore, che appena si capiva che era stato ammalato, solo si lamentava di avere le gambe gonfie, cosa che si credeva “effetto della deposizion del male”. Nei successivi tre giorni stette in piedi ricevendo le congratulazioni di quanti lo visitavano e pranzando a tavola in compagnia dei suoi soliti amici e venerdì 6 il Ronchetti lo vide cibarsi normalmente, ma dopo il pranzo, essendo aumentata la gonfiezza, preso da uno svenimento, fu costretto a mettersi a letto. Il Ronchetti la sera trovò che gli erano sopravvenuti la febbre, ma molto leggera, e qualche affanno al petto, tornò verso le 5 ed egli, appena lo vide, lo pregò di restare presso di lui, poiché era in grave pericolo, l’amico replicò che non gli sembrava vi fosse di che temere e che confidava che la Divina bontà lo avrebbe conservato, ma egli rispose: la cosa va così male che io credo di dover morire. Il Ronchetti fece chiamare il dottor Pasta e lo pregò di dirgli chiaramente in che condizioni monsignor Lupi si trovasse, riferendogli quanto egli aveva detto, ma il medico, che era venuto prontamente e lo aveva visitato, rimandò il giudizio alla mattina seguente, poiché al momento non aveva elementi per formulare alcun sicuro pronostico. Il Ronchetti andò a dormire senza alcun sospetto che vi fosse pericolo. La mattina fu chiamato alle 11 e mezza, perché il male incalzava e, recatosi presso il Lupi, questi gli disse che peggiorava sempre più, senza possibilità di rimedi umani, perciò desiderava ardentemente ricevere i Sacramenti mentre era in uso perfetto di ragione ed in grado di trarne profitto. Fece la sua fervente confessione e con gran devozione e sentimento, rispondendo a tutte le orazioni, ricevette il Viatico e l’estrema Unzione, somministratigli da Don Ronchetti, su licenza di Don Antonio Ignazio Baldis, parroco di San Salvatore (1785-1806). Informò il Ronchetti di aver ottenuto dal Pontefice la grazia della Plenaria Indulgenza ‘in articulo mortis’ e soggiunse che avrebbe pregato Dio che il governo di sua Santità prosperasse a beneficio della Chiesa. Gli fu amministrata la Benedizione apostolica dal parroco Baldis.  Poi chiamò il Ronchetti più vicino a sé ed ansando gli raccomandò di dare subito avviso della sua morte al cardinal Carrara raccomandandolo ai suoi suffragi e così anche ad alcuni altri suoi amici. Il Ronchetti dice anche che, in estremo segno d’affetto nei suoi confronti, gli lasciò in eredità i suoi manoscritti e la sua biblioteca.
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Seguì un ascesso polmonare con pleurite complicante ed alle ore 13 e mezza di sabato 7 novembre 1789, nel sessantanovesimo anno di vita, in casa sua a Bergamo, nella parrocchia di San Salvatore, “fra le rime e le preghiere” dei suoi amici e familiari, chiuse il corso della sua vita mortale.
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'''I FUNERALI E LE ONORANZE POSTUME'''
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I commissari testamentari Angelini e Terzi affidarono a Don Ronchetti la cura dei suoi funerali, che furono magnifici, come richiedevano i suoi meriti. Domenica 8 dopo i vespri il corpo, coperto degli ornamenti sacerdotali e delle insegne prelatizie, venne solennemente trasferito tra una grande folla con luminarie dalla sua casa alla cattedrale, accompagnato da numerosissime confraternite, da tutto il clero cittadino e dal Capitolo. Il giorno seguente furono celebrate dal vescovo solennissime esequie con l’intervento di molti nobili e letterati, alcuni dei quali furono visti piangere. Dopo le consuete cerimonie fu sepolto ai piedi dell’altare di San Carlo, in un sepolcro proprio, a lato di quello della sua famiglia, come da suo testamento.  Purtroppo non ci è rimasta la sua epigrafe, nemmeno fra quelle del cortile dei Canonici.
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Ne scrisse un necrologio Don Maffeo Maria Rocchi (1732-1804), segretario dell’Accademia degli Eccitati,  se ne trova anche uno nel libro dei morti della cattedrale ed uno in quello di San Salvatore scritto dal parroco Don Baldis.
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Il 15 novembre 1789 l’abate Mascheroni chiese al Canonico Agliardi notizie per l’elogio da pubblicarsi nei fogli letterari dell’abate Bertola ed il Canonico il 28 gennaio 1790 rispose che l’avrebbe preparata, chiedendo però tempo, ed il 30 novembre, dopo aver superato difficoltà poste dai commissari testamentari, disse di aver già raccolto molte notizie, eccetto alcune sulla nascita ed altro, e promise di fornirgliele a Pavia.  Il 6 luglio l’abate Giovanni Luigi Magri nell’Accademia degli Eccitati recitò un suo elogio.
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Il cardinal Carrara, rispondendo da Roma il 21 novembre 1789 ad una lettera del Ronchetti che gliene comunicava la morte, ne tessé un elogio nel quale fra l’altro diceva che a nessun bergamasco più che a lui dispiaceva la sua scomparsa.
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Bergamo, antecedentemente al 1891, gli dedicò la via che porta dalla torre del Gombito al cisternone, passando dietro al duomo, già denominata via delle Beccarie.
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'''L’ASPETTO ED IL CARATTERE'''
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L’arciprete Ronchetti nella sua biografia, scritta probabilmente subito dopo la morte del Lupi, ci ha lasciato una interessante ed entusiastica descrizione del suo aspetto e del suo carattere.
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Era di buona costituzione, di statura molto alta, di buon colorito, con il capo grande, la fronte ampia e spaziosa, gli occhi celesti, grandi e rotondi, il naso grande e così la bocca con denti bianchi e forti, quasi tutti ben conservati, la voce chiara e sonora, la lingua spedita, il petto e le spalle larghi, le braccia lunghe e nervose e le mani molto grandi, il volto maestoso, abitualmente composto in aspetto grave e raccolto, che spesso però prendeva un’espressione di amorevolezza e dava squisite dimostrazioni d’affetto. Il suo aspetto si poteva fedelmente vedere nei suoi quattro ritratti, eseguiti dal Picenardi, dal Gualdo, dal Roncalli e dal Della Madonna, che aveva realizzato quello ritenuto il più somigliante.
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Era di natura aperta, sincera, amorevole e generosa e si doleva di non essere ricco perché ciò gli impediva di essere generoso come desiderava. Fu sempre un fedele e sicuro amico, non mostrò mai indifferenza per gli interessi o insensibilità per le disavventure degli amici, né mai gli sfuggì un segreto che gli fosse stato confidato. Fu di temperamento focoso, ma tollerante e pacifico e faceva prevalere lo spirito e la ragione, era sempre affabile e non troppo amante della propria opinione. Non volle mai impegnarsi in alcuna fazioni sia civile che letteraria. Dopo aver espresso il proprio giudizio, lasciava che fosse contestato senza riscaldarsi e preferì sempre che gli fosse dato torto che perdere l’amicizia. Nei travagli che talora gli si presentavano si mostrava tranquillo e cercava di dileguarli con ragionamenti fra amici. Sopportò alcune ostinate persecuzioni senza darsene gran pena e per principio non voleva giustificarsi delle cose delle quali veniva a torto accusato, lasciando che altri lo difendessero. Quando veniva offeso perdonava facilmente. Si guardò sempre dal trattare con persone di cattiva fama o di carattere contenzioso e con i seccatori. Non aveva mai potuto sopportare coloro che con sofismi e fallaci argomenti tentavano di sorprenderlo. Fuggì sempre gli adulatori e molte volte li rimproverò, sebbene fosse desideroso di gloria, di onore e di fama e non potesse sopportare l’avvilimento ed il disprezzo e, conoscendo i propri meriti, compisse qualche moderato atto di ambizione.
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Effetto della correttezza dell’animo era quella del parlare, non solo non usava parole che sapessero di dispregio o d’offesa a qualcuno, ma qualunque cosa riferisse, fosse semplicemente per raccontarla o per persuadere con essa, non la riferiva che come era, tanto che, ripetendo talora una cosa molti anni dopo averla già raccontata, usava il medesimo ordine e le stesse parole della prima volta. Prometteva solo ciò che poteva mantenere; nel discutere di fatti altrui, anche pubblici, era contenuto, nel lodare era parco.
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Era anche modesto nell’abito e, benché prelato, vestiva quasi sempre di nero e meno nobilmente di quello che sarebbe convenuto al suo grado ed alla sua condizione.
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Voleva che la tavola fosse sempre ben provvista più per gli altri che per sé, dato che gli piacque sempre avere alla sua mensa un buon numero di amici dotti e dabbene. Fu sobrio nel bere e mescolava abitualmente il vino con l’acqua, anche se amava che gli altri gustassero i suoi eccellenti vini, che, avendo egli le vigne in una delle migliori posizioni, erano potenti e generosi. Quando l’occasione lo richiedeva e soprattutto quando si trovava in amichevoli compagnie ed in allegre conversazioni, scherzava piacevolmente.
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Era così penetrato dai principi religiosi che ne parlava sovente e con tale partecipazione che non di rado nel fervore del discorso arrivava alle lacrime. Fu sempre grandissimo il suo attaccamento alla Sede Romana e condannava i libri e le massime ad essa sfavorevoli. Si accendeva contro i corruttori della morale e gli autori di libri empi, declamava contro le loro massime con grande calore e si infiammava tutto in volto. Nonostante le molte occupazioni, trovava il tempo di intervenire ogni mattina ai divini uffici in coro, dando sempre esempi di devozione e di esattezza nei sacri riti, anche dopo che nel 1785 era stato giubilato.
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Era caritatevole verso i poveri, non contento di soccorrerli con abbondanti sovvenzioni, intercedeva presso altri grandi e nobili in loro favore.
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Nelle varie vicende umane fu sempre rassegnato ai divini voleri. Già da qualche tempo vedeva la morte vicina, né mai sperò di guarire, anche se, riavutosi dalla polmonite, a chi si congratulava con lui perché aveva recuperato la salute rispondeva che i medici lo dicevano, per cui il colpo fatale fu improvviso per gli altri, non per lui.
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'''INCARICHI, ONORI ED OPERE'''
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Mario Lupi fu una figura di rilievo all’interno della società bergamasca del suo tempo. Non solo ebbe incarichi ed onori all’interno della Chiesa bergamasca, al cui decoro ed alla difesa dei diritti della quale dedicò sempre grande attenzione, ma fu molto attivo anche nella vita culturale cittadina, italiana ed internazionale.
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Fu altresì attivissimo ricercatore e scrittore e di lui ci rimangono numerose opere edite ed inedite, inoltre nell’espletare i suoi molteplici incarichi stese numerose relazioni che si conservano manoscritte.
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'''Canonico (1743-1789) e Primicerio (1762-1789) della Cattedrale di Bergamo'''
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Il 5 marzo 1743 il Capitolo della cattedrale di Bergamo, data la morte del conte Giulio Secco Suardo, canonico della classe sacerdotale e suo lontano cugino, spirato il giorno 2, e le opzioni di Martino Beltramelli, Giovanni Paolo Marenzi, Giacomo Benaglio e Francesco Cucchi coadiutore, a nome di Antonio Busca, e di Giulio Alessandri, elesse il Lupi Canonico con 24 voti favorevoli e 14 contrari, mentre l’altro proposto Antonio Alessandri ne ebbe 15 contro 23.  Avuta notizia della nomina, egli ringraziò il Capitolo.
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Il 16 da Roma, con atto autenticato dal notaio Marco Antonio Lotti, nominò suo procuratore per prendere possesso del canonicato il Canonico marchese Taddeo Rota (-1764) che il giorno 28 venne immesso nel possesso dal Canonico decano Defendente Olmo che gli impose il berretto sul capo, previo giuramento. Il Canonico conte Giacomo Rivola gli fece baciare l’altar maggiore in mezzo ed ai lati, aprire e chiudere la porta della sagrestia, suonare la campanella. Venne quindi accolto nel Capitolo e gli fu assegnato un posto nel coro. Pagò poi al Canonico Giovanni Antonio Medolago, deputato alla Fabbrica, le consuete 70 libbre.
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Tornato da Roma il Lupi il 19 luglio 1745 fece la professione di Fede e confermò il giuramento fatto dal suo procuratore ed i Canonici decisero di ammetterlo alla residenza ed a lucrare delle quotidiane distribuzioni. Lo troviamo nelle riunioni del Capitolo a partire dal 27 dello stesso mese.
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Il 18 marzo 1747, data la morte di Giacomo Alessandri, Canonico della classe sacerdotale e l’opzione di Giulio Alessandri, il Lupi optò per la prebenda di quest’ultimo.
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Come gli altri Canonici, fece una dichiarazione il 20 giugno 1749 quando venne composta una controversia fra l’arcidiacono ed il primicerio.
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Il 10 settembre 1754 dichiarò di voler optare per la prebenda del conte Canonico Giovanni Ambiveri.
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Il 14 aprile 1759 con 26 contro 12 voti venne eletto cantore, prendendo il posto del conte Canonico Giacomo Benaglio, succeduto a sua volta come primicerio all’Adelasio, morto il 9 aprile, e giurò subito, genuflesso davanti all’arcidiacono.  Secondo gli statuti capitolari il cantore aveva diritto di successione al primicerio e veniva quasi ad essere un viceprimicerio.
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Il 4 settembre 1762, alla morte del primicerio Giacomo Benaglio, spirato il 5 agosto precedente, il Lupi gli succedette e come cantore al suo posto venne eletto Giacomo Rivola.
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Il 29 aprile 1763 i Canonici si portarono nel coro ed il Lupi venne ricevuto dal deputato Rota, si inginocchiò davanti all’arcidiacono, giurò toccando i Vangeli, baciò l’altar maggiore al centro ed ai lati, chiuse ed aprì la porta della sagrestia, suonò la campanella. Gli venne quindi assegnato il nuovo posto nel coro e versò al Canonico conte Giovanni Passi deputato alla Fabbrica le consuete 70 lire.
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Il Ronchetti dice che, senza che impiegasse alcun officio o protezione, gli fu conferito anche il canonicato vacante, la cui prebenda era posta in Brembate Sopra e che egli la migliorò molto costruendovi alcune stanze dominicali e riportando i beni, che erano quasi abbandonati, a buona coltura.
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Il 2 maggio successivo venne unanimemente confermato in tutti i suoi offici e deputazioni ed ammesso alla residenza come primicerio.
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In alcune minute di lettere non datate, ma probabilmente del 1773 o poco lontane, manifestò la volontà di rinunziare al primicerato, per non venir meno ai doveri del ruolo, dati i suoi troppi impegni e gli incarichi datigli dal Capitolo. Era infatti contraddittore, deputato alla Fabbrica attuale e vecchia, sindaco dell’altare, ai beni di Stezzano, all’acqua Morlana, all’affare della Redecima, all’affare dell’unione dei Benefici capitolari. In un’altra lettera lamentò che alcuni avessero quasi sdegno contro l’officio di primicerio ed affermò di non aver fatto nulla che non avesse trovato negli scritti del Reverendissimo Can.co Adelasio di gloriosa memoria o che gli fosse stato suggerito dai capitolari. In un’altra ancora espose una raccolta di documenti, quasi tutti dell’Archivio capitolare, sui diritti e le “onorevolezze”.  
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L’11 marzo 1775 vennero eletti quattro deputati per valutare con lui, cui spettavano i riti in quanto primicerio, se conveniva far cantar Messa i giorni feriali dal mansionario e da altri sacerdoti.
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Il 12 giugno 1780 venne eletto viceprimicerio il Canonico Giuseppe Caleppio. Il 20 febbraio 1781 il Lupi optò per la prebenda del Canonico Giuseppe Lochis morto il 16 e per la sua optò il conte Gerolamo Berizzi. Essendo il 22 marzo 1784 morto Giuseppe Rovetta, Canonico subdiaconale, il 26 Mario Lupi optò per la sua prebenda, l’Agliardi per quella di Giulio Brembati non sacerdotale ed Alessandro Lupi per quella dell’Agliardi.
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Il 6 settembre 1785 il Capitolo diede unanimemente il proprio assenso per la giubilazione del Lupi dopo 40 anni completi di servizio canonicale, non venendogli computati i due nei quali dopo la sua elezione si era trattenuto in Roma.  Rimase tuttavia titolare dell’onore sino alla morte.
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Il 12 novembre 1789, dopo la sua morte, optò per la sua prebenda il conte Gerolamo Berizzi ed a quella di questi l’Agliardi, mentre a quest’ultima fu eletto Giuseppe Medolago.
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'''Gli incarichi capitolari'''
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'''Archivista della Cattedrale''' (1746-1789)
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Il 4 luglio 1746 con 27 voti contro 7 il Lupi venne eletto deputato all’Archivio della cattedrale unitamente a Mario Albani che fu confermato, a Carlo Colleoni ed al Rovetta Canonico teologo.  Questa elezione segnò l’ingresso ufficiale del Lupi nell’Archivio capitolare, che era fra i maggiori di Bergamo.  Venne confermato il 5 luglio 1749 con 23-3 voti, furono poi eletti il Rovetta, il Colleoni e Taddeo Rota. Il 22 il Capitolo, su loro segnalazione, decise di fare sistemare alcuni libri consunti per vetustà con una spesa di 100 lire circa.  Il 7 luglio 1755 il Lupi venne confermato con 22 contro 2 voti, con Taddeo Rota, Giovanni Girolamo Albani ed il Rovetta,  il 14 luglio 1758 con 27 voti, insieme con Gerolamo Albani ed Antonio Passi.  Anche il 20 luglio 1761 venne unanimemente confermato e furono eletti anche Antonio Passi, Gerolamo Albani e Taddeo Rota.  Così pure il 19 luglio 1764 venne rieletto con 26 a 3 voti, con lui ci furono Francesco Bresciani, Francesco Ginammi e Francesco Cucchi.  Il 20 luglio 1767 fu nuovamente confermato con 25-3, con il Gritti Morlacchi, Alessandro Manganoni ed il Cucchi.
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Il 23 agosto 1768 gli archivisti riferirono nella riunione capitolare che era opportuno far trascrivere un antico codice manoscritto sui santi di Marco Antonio Benaglio ed altre antichità della cattedrale e di svariate chiese della città e diocesi che si trovavano nella Biblioteca dei Canonici regolari, cosa che si sarebbe potuta fare con circa 150 lire di spesa. All’unanimità il Capitolo acconsentì.  Nel Codice il Lupi ricorda un manoscritto del Benaglio fornitogli dall’abate Trombelli.
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Il 23 luglio 1770 il Lupi venne unanimemente rieletto archivista con il Gritti Morlacchi, anch’egli raccoglitore di memorie storiche, e Giovanni Antonio Colleoni, fu confermato il Cucchi.  Il 22 luglio 1773 venne confermato all’unanimità con il Gritti Morlacchi ed il Colleoni.  Il 22 luglio 1776 venne unanimemente rieletto con il Gritti Morlacchi ed il Rovetta.  Il 22 luglio 1779 fu di nuovo confermato all’unanimità, furono eletti anche il Rovetta e l’Agliardi.
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Il 2 agosto 1782 fu eletto deputato all’Archivio all’unanimità, unitamente all’Agliardi ed al conte Giuseppe Greppi. Il 29 luglio 1785 fu confermato con 29-0 e furono eletti l’Agliardi con 21-9, il Gritti Morlacchi ed il conte Greppi. Il 31 agosto 1787 venne unanimemente confermato l’Agliardi e fu rieletto il Lupi con 36-1, unitamente al Gritti Morlacchi.
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'''Deputato per la Fabbrica'''
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Il 29 dicembre 1745 venne eletto deputato alla Fabbrica nuova della Cattedrale, detta anche Fabbrica attuale, con 20 voti contro 11.
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Il 26 dicembre 1753 fu eletto deputato per la Fabbrica vecchia con 21 a 12  ed il 26 dicembre 1754 venne unanimemente confermato.
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Il 4 luglio 1755 con 18 a 9 venne eletto deputato per la casa canonicale,  il 19 luglio 1764 per il fondo dell’antica chiesa,  il 29 dicembre 1764, con 17-8 voti, per la Fabbrica nuova.
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Il 26 dicembre 1770 venne eletto con 19-7 e 23-3 deputato per la Fabbrica vecchia  ed il 26 dicembre 1771 fu confermato all’unanimità.  Venne rieletto il 26 settembre 1772 con voti 20-4  e confermato unanimemente il 26 dicembre 1773.  Fu poi nuovamente eletto l’11 dicembre 1779 con 17-8,  confermato il 26 dicembre 1780 con 17-6, rieletto il 26 dicembre 1781 con 18-3, unanimemente confermato il 26 dicembre 1782 e rieletto il 26 dicembre 1783 con 19-7, unanimemente confermato il 26 dicembre 1784.
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'''Deputato all’altare e per la realizzazione di arredi in Cattedrale'''
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Il 29 dicembre 1759 venne eletto sindaco ovverosia deputato alla cura dell’altare della Cattedrale con 23 voti a 8,  come pure il 29 dicembre 1767 con 13-9,  il 29 dicembre 1769 con 23-2,  il 5 gennaio 1773 con 11-9,  il 29 dicembre 1774 con 20-14 e 19-15,  il 30 dicembre 1776 con 14-7,  il 30 dicembre 1783 con 16-12.
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Il 26 dicembre 1757 venne eletto deputato per fare un capocielo sull’altare  ed il 24 maggio 1760 con 24-4 voti per far fare un baldacchino serico.
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Monsignor Andrea Zucchi, arciprete della cattedrale, ordinò un elegante calice d’oro ingioiellato per farne dono alla stessa, che però non fu finito. Con suo testamento dell’8 giugno 1760 lasciò sua erede la Compagnia di Gesù, ma senza nominare il calice. Morto lui il 26 settembre 1764, la successione ai Gesuiti non ebbe luogo per una sentenza della Quarantia e gli eredi pretesero anche il calice.  Il 7 settembre 1766 il Lupi venne eletto dal Capitolo con 23-8 voti deputato per portarlo a termine.  Ritornato in Patria da Venezia e Padova nel 1767 trovò un’accesa controversia intorno al calice ed il 3 luglio egli e gli altri deputati ebbero ampia facoltà per la lite con gli eredi fratelli Cedrelli.  Il 10 gennaio 1769 ebbero ulteriori facoltà.  Dopo varie trattative la causa fu affidata a due Cavalieri. Il Lupi, essendo allora deputato all’altare di Sant’Alessandro, stese una lunga allegazione comprovante una vera e reale donazione inter vivos, alla quale lavorò per due interi mesi, rintracciando gran quantità di leggi, testi d’autori e ragioni per sostenerla. Non volendo però uno degli arbitri smuoversi dal suo parere, l’affare fu accomodato con la corresponsione da parte del Capitolo della metà del valore del calice.
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'''Deputato per i beni del Capitolo'''
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Il 30 giugno 1746 venne eletto deputato per i beni di Seriate con 24 voti a 17 e per il campo di Val Sant’Alessandro e Bottanuco.  Il 3 settembre 1749 recedette da deputato a Spirano.  Il 4 luglio 1752 venne eletto deputato per Osio con 22-1.  Il 4 luglio 1755 venne eletto deputato per i beni di Seriate con 19 voti contro 8.  Il 20 luglio 1767 divenne deputato per Stezzano con voti 14-14 e poi 17-11.  Il 30 dicembre venne eletto deputato per eleggere il fattore con 14-6.  Il 23 luglio 1770 venne eletto deputato per i beni di Stezzano con 15-8  e così il 22 luglio 1773 con 19-5  quando fu unanimemente confermato per la roggia Morgola,  incarico nel quale fu confermato anche il 22 luglio 1779.
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'''Incaricato delle celebrazioni'''
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Molto impegno il Lupi profuse anche nelle celebrazioni in cattedrale. La prima occasione fu la beatificazione del cardinal Gregorio Barbarigo, vescovo di Bergamo e di Padova per la quale il Capitolo era stato il primo a fare istanza presso la santa Sede perché fosse introdotta e per la quale aveva replicato le suppliche due volte.
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Il 7 dicembre 1761 con 24 voti a 9 il Lupi venne eletto deputato dal Capitolo per trattare con il vescovo per le celebrazioni, unitamente al Canonico marchese Taddeo Rota.  Il 29 marzo 1762 essi riferirono sui contatti avuti con il vescovo ed i deputati eletti dalla città.  Anche il 14 aprile relazionarono sulla reliquia, l’effigie e le celebrazioni.
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Il Capitolo volle solennizzare con ogni pompa l’avvenimento e ricevette dal doge 2˙000 ducati per rendere più splendida la celebrazione. Decise di realizzare anche opere durature ed in meno di tre mesi, grazie anche a generose oblazioni, in gran parte dei Canonici, con l’assistenza del Lupi furono realizzati ornati con eleganti stucchi nella volta del coro e della crociera, che con altri che già vi erano dal cornicione in giù furono riccamente indorati con oro finissimo, nel grande ovale e nelle vele della cupola furono dipinti affreschi dal celebre Carlo Innocenzo Carloni, i fratelli Galliari dipinsero il grande planisfero nel luogo della gran cupola, che ne rappresentava una come quella del disegno del cavalier Carlo Fontana della fine del XVII secolo. Nella prima cappella dal lato dell’Epistola nella navata di mezzo fu costruita una buona parte dell’altare in fine marmo simile ad alabastro, dedicato al nuovo Beato. Nelle altre cappelle gli altari furono tutti terminati con pittura in prospettiva, secondo il disegno con cui si andavano man mano terminando in marmo. Fu poi gran cura eseguita tutta la paratura. Nei giorni 20-22 agosto si celebrò un solenne Triduo nella cattedrale. Il Lupi persuase le Monache di Santa Grata, ove era badessa sua zia Vittoria Lupi, a far dorare la loro Chiesa, cosa che fu fatta sotto la sua direzione.
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Ci sono rimaste registrazioni dei pagamenti da lui fatti per le opere in cattedrale.
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Il 9 giugno 1763 il Lupi venne eletto deputato per l’esposizione dei corpi di Sant’Alessandro e dei suoi compagni con 22 voti a 9.
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Dalla sua elezione a Canonico era nata in lui la devozione per i Santi Fermo, Rustico e Procolo; il 29 aprile 1765, subito dopo Pasqua, per primo propose e promosse in Capitolo la traslazione dei corpi dei tre santi, che unanimemente fu deliberata dai Canonici ed alla quale egli con altri fu deputato con 19 a 3 voti.
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Il Capitolo decise di terminare la doratura della cattedrale, tutti gli stucchi della volta e le pitture ed affidò queste opere alla cura del Lupi e del conte Canonico Francesco Bressani, i quali assiduamente se ne occuparono l’intero autunno ed il dicembre di quell’anno e nel seguente, ottenendo anche abbondanti oblazioni dei Canonici. In meno di 8 mesi vennero terminati gli stucchi in tutta la volta e della navata di mezzo, che furono indorati con finissimo oro di veneto zecchino, insieme con quelli già esistenti. Il celebre pittore milanese Federico Ferrari dipinse i grandi quadri della volta. Dopo di questo, per far preparare le tante cose che occorrevano per la funzione, il Lupi fu occupato dalla mattina di buon’ora sino a sera per tutto il mese d’agosto, sino all’8 settembre, quando terminò la funzione, durata cinque giorni, che ebbe un ottimo successo, accompagnata da apparati e da illuminazioni, così che la città con i borghi formava una scena dipinta, ornata, luminosa, con musiche, processioni e gran concorso di forestieri ed affollamento di gente.
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'''Contraddittore'''
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Dopo essere stato nel 1762 nominato primicerio venne anche scelto come contradditore, ossia difensore capitolare.  Lo troviamo in questo incarico dal 4 settembre 1772,  sino alla morte, infatti, il 29 dicembre 1789 il Canonico Agliardi con 17-8 voti fu eletto contraddittore al suo posto.
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Il 14 giugno 1775, dopo che erano state lette alcune lettere del conte monsignor Antonio Maria Ambiveri (1727-1782), vescovo di Aeropoli (1775-1782), si nominarono cinque deputati per esaminare quanto espostovi, unitamente al Lupi in quanto contraddittore ed essi il 23 riferirono.
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In questo ruolo egli usò spesso la sua conoscenza degli archivi per trovare documenti a favore delle rivendicazioni del Capitolo e del clero bergamaschi nei confronti di Venezia.
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Nel 1769, essendo già stata accordata ad alcuni Capitoli la collazione dei propri canonicati negli 8 mesi riservati, anche altri Capitoli volevano lo stesso, il Lupi, per il suo officio di contradditore, propose di ricorrere al doge, esponendo i privilegi del Capitolo. Se ne trattò in alcune riunioni capitolari, ma non si arrivò ad una decisione. Alcuni decisero di tentare un ricorso in proprio e perciò chiesero al Lupi di raccogliere dall’Archivio capitolare i documenti opportuni. Egli stese un’allegazione con annessi documenti e tenne carteggio con il Nunzio della città in Venezia, ma senza arrivare ad una decisione. Alla fine il Senato decise di sollecitare i Capitoli che non avevano fatto ricorso a produrre i loro titoli. Si trasmisero quindi a Venezia i documenti raccolti dal Lupi a nome del Capitolo e della Città e subito arrivò il rescritto concedente al Capitolo la facoltà di conferire i benefici in ogni tempo.
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Mentre si trattava questa questione ne sorse un’altra per un decreto con cui venivano sottoposti tutti i beni ecclesiastici, nessuno escluso, alle gravezze dei sudditi veneti, maggiori di quelle dei laici.
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Il 10 aprile 1769 su segnalazione del Lupi e del Canonico Francesco Cucchi si parlò di un “grave affare” che riguardava la Mensa capitolare ed entrambi vennero eletti con 21 voti a 8 per occuparsene.  Avendo il Senato veneto il 28 gennaio di quell’anno decretato il nuovo estimo, il vescovo monsignor Redetti, per cercare di evitare, per quanto possibile, l’imposta che pesava soprattutto al Capitolo, i cui beni chiamati di Mensa erano sempre stati esenti e liberi da ogni peso, e conservare in parte o in tutto l’esenzione, con decreto del 15 aprile nominò alcuni difensori del clero fra i quali il Lupi,  che il 10 maggio relazionarono al Capitolo che decise di ricorrere, vista l’esenzione concessa dal doge il 20 luglio 1480.  Il 26 con 28 voti a 12 il Lupi venne eletto per informarsi e riferire sulla questione, ma il 27 rinunziò.  Di questo però il Lupi si occupò tutto quell’anno ed il seguente. Finalmente fu presentata in collegio una supplica, che fu rimessa al Magistrato delle Decime, ed egli dovette stendere informazioni e scritture; ma l’affare rimase in sospeso per un nuovo decreto, con il quale il Senato veneto stabilì che finché non fosse stata imposta la prima Decima non sarebbero stati ammessi ricorsi.
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Un decreto veneto ordinò ai Canonici optanti le prebende di prendere di nuovo il possesso temporale e poiché, sebbene il Senato dichiarasse che la tassa doveva essere pagata solo sull’accrescimento della rendita, si continuava ad esigerla per intero, egli persuase il Capitolo a prendere posizione sulla questione, che fu a lui affidata il 29 dicembre, quando venne eletto con 23-2 voti uno dei due canonici deputati per sostenere la controversia unitamente agli altri Capitoli del dominio veneto, chiedendo l’esecuzione del decreto del Senato dell’11 marzo precedente.
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Nel 1770 egli fece in modo di coinvolgere in questo gli altri Capitoli dello stato e riuscì a condurre la cosa in modo da ottenere, almeno per la maggior parte, di pagare solamente sopra il di più. Sopravvenne poi la proibizione per tutti coloro che conferivano benefizi semplici, fra i quali vi era anche il Capitolo, di farlo sino a nuovo ordine e si temeva si volesse destinarli ad altri usi. Egli fu dapprima promotore e poi venne eletto deputato per un’azione volta ad ottenere che i benefizi di ordinaria collazione capitolare fossero uniti alle prebende più modeste. Non avendo raggiunto questo scopo, essendo sul finire dell’anno vacati due benefizi, si diede da fare per ottenere che il Capitolo li potesse conferire. La cosa fu rinviata al seguente anno 1771, quando, grazie alla sua opera, arrivò finalmente un decreto del doge grazie al quale i benefici in quel momento vacati furono liberamente conferiti dal Capitolo.
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Nel 1774 il Capitolo ebbe da Venezia alcuni riscontri, che davano speranza di ottenere l’esenzione fin allora goduta dalla Mensa capitolare dalle nuove imposte di Decime e campatico. Per questo affare il Lupi si dovette recare a Venezia dove rimase dall’inizio della Quaresima sino a Pasqua, ma poiché trovò impossibile risolvere in fretta la questione, trovò un patrocinante, che però non rientrava in Magistrato che a settembre. Il Lupi però, avendo rilevato che altri decreti simili a quello che si sperava di ottenere non erano stati eseguiti, decise di interrompere ogni azione e di risparmiare le spese.
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Il 17 agosto i deputati relazionarono sulla lite.
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Nel 1775, nonostante la sordità, dovette occuparsi di vari affari. Il più rilevante fu quello riguardante l’imposizione della Decima e campatico a tutto il Clero e Luoghi pii. Egli si diede molto da fare per far valere l’esenzione delle rendite capitolari per le quotidiane distribuzioni, ma non ebbe buon effetto. Riguardo poi alla causa dei Luoghi pii e del Clero di cui era difensore, grazie a lui si scoprirono vari indebiti aggravi sulle rendite, specialmente della foglia di gelso e sul lino e gravi errori nei conteggi. Quindi convocò più volte riunioni dei componenti del Clero e dei Presidenti dei Luoghi pii e tutti gli affidarono l’affare per il quale dovette scambiare continui carteggi con Venezia, dove giudicò bene che per tale questione venisse mandato un procuratore. Nell’anno seguente si concluse felicemente l’affare della tassazione della foglia, che era stata messa a 6 grossi il peso e fu ridotta ad 1 grosso, con per la provincia il vantaggio di 2˙000 ducati all’anno.
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Si trovano numerose lettere speditegli soprattutto da Venezia da Pietro Tasca, Giuseppe Rigamonti, dal Canonico Nicolò Bianchini, da Benedetto Apostolo, dal cugino Abate Benaglio, da Benedetto Serenelli, Antonio Zeno e da altri su questa materia degli anni 1769-1775.
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Nell’anno 1778, a seguito di un proclama approvato dal doge, la Città obbligò il Clero a pagare le gravezze civiche, che dopo l’imposizione della Decima non erano nei cinque anni precedenti state pagate, con l’aggiunta di altre, concedendo quattro mesi per il saldo. Il Lupi come difensore del Clero cominciò ad esaminare seriamente la questione, ma, non essendosi potuto riunire il Clero nei primi mesi del 1779, non si fece nulla e la Città non volle concedere tempo per far esaminare la cosa in Venezia ed ordinò l’esazione. Tuttavia, unitamente al priore dei parroci, anch’egli difensore del Clero, si diede da fare a Venezia, ma non si trovò modo da esimersi dalle nuove gravezze, nonostante l’approvazione del Senato, mentre per altre questioni e specialmente per la pena o capo soldo nella quale si diceva fossero incorsi i beni di mano morta per non aver pagato in tempo si venne grazie a lui ad una composizione vantaggiosa per il Clero. Di queste cose continuò ad occuparsi anche negli anni seguenti.
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Ci restano alcuni suoi manoscritti relativi a queste controversie:
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“Circa la Nuova Gravezza imposta al Clero intitolata Decima.” Il titolo ed il manoscritto non sono di suo pugno. MMB 520, già Lambda IV, 2 (5), f. 263-276
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Carte del Clero per Le gravezze da Pagarsi In Citta In Proposito dell’Acrescimento di lire 20000 all anno MMB 520, già Lambda IV, 2 (5), f. 277-280 ed altro 281-302
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Ci resta anche un foglio (due carte) per l’esenzione del Capitolo; contiene anche un Promemoria P il Capitolo della Cattedrale di Berg.°
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Nei suoi documenti si trovano anche copie di decreti del 1768 e di suo pugno copia del decreto del 18 settembre 1771 in Pregadi.
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Deputato per unioni di Benefici
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Il Lupi venne scelto dal Capitolo come uno dei deputati per l’unione di Benefici semplici a Benefici parrocchiali. Nella seconda metà del XVIII secolo furono infatti comunissime le unioni di questo tipo per poter permettere un migliore mantenimento dei parroci o per la costituzione di Benefici parrocchiali ove il parroco prima era mercenario.
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Data Beneficio da unire Beneficio cui unire Voti
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7 gennaio 1757 semplice di Filago parrocchiale di Filago 27-14
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1° luglio 1757 semplice di San Giorgio in Credaro parrocchiale di Villongo San Filastro 19-7
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21 agosto 1761 di San Faustino e San Giovita in Bondo di Adrara detto del Caleppio parrocchiale di Serina unanimemente
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9 luglio 1764 di San Faustino e San Giovita in Bondo di Adrara parrocchiale di Adrara San Martino unanimemente
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29 aprile 1765 semplice di Gorlago parrocchiale di Gorlago 15-6, 13-9, 16-6.
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11 maggio 1767 San Lorenzo di Calepio parrocchiale di Credaro 23-3.
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2 settembre 1767 San Martino e Santa Maria di Carvico parrocchiale di Sotto il Monte unanimemente
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30 marzo 1769 San Salvatore di Mozzo parrocchiale di Medolago 20-7.
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12 maggio 1770 alcuni Benefici semplici Capitolo unanimemente 
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7 settembre 1772 semplice di San Martino in Nembro parrocchiale di Alzano Sopra unanimemente 
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7 settembre 1772 detto Terzo di Sant’Agata di Bergamo parrocchiale di Tresolzio (Carobbio) unanimemente 
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5 agosto 1774 San Fermo in Bedesco parrocchiale di Orio 22-5
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1° aprile 1775 chiericati di San Pietro in Vincoli di Arzenate e di San Sisinio di Palazzago parrocchiale di Barzana per renderla beneficiata unanimemente
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31 luglio 1775 semplice di Santa Maria di Sombreno parrocchiale di Santa Maria di Sombreno 20-4
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31 luglio 1775 semplice di Santa Maria di Rosciate parrocchiale di Scanzo 18-6.
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7 settembre 1775 semplice di San Lorenzo in Ghisalba uno detto del Piccardo e l’altro dello Zanchi parrocchiale di Cortenuova, per divenire beneficiata. unanimemente
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L’8 gennaio 1776 semplice di Scano parrocchiale di San Cosma e San Damiano in Scano 26-9.
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9 settembre 1776 chiericato di San Giorgio in Credaro detto del Vitale parrocchiale di Credaro 28-6
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9 settembre 1776 semplice di San Lorenzo di Bergamo parrocchiale di Grassobbio 30-4
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23 dicembre 1776 di San Bartolomeo e San Michele di Borgo di Terzo parrocchiale di Borgo di Terzo unanimemente
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13 aprile 1778 semplice di San Giorgio Credaro parrocchiale di Credaro unanimemente
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13 aprile 1778 semplice di Sant’Agata in Martinengo detto del Durante alla seconda porzione di Martinengo unanimemente
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16 luglio 1778 due semplici di Terno parrocchiale di Terno unanimemente
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16 luglio 1778 semplice di Santa Maria del Capri parrocchiale di Redona unanimemente
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16 luglio 1778 San Pancrazio in Bergamo parrocchiale di Ranica unanimemente
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16 luglio 1778 San Martino in Adrara parrocchiale unanimemente
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16 luglio 1778 cappellania di San Giovanni Battista e del Beneficio semplice di Sant’Agata parrocchiale di Sant’Agata unanimità.
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11 marzo 1779 San Matteo detto del Zacco parrocchiale di San Lorenzo in Bergamo 23-5 
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11 dicembre 1779 semplici parrocchiali di Monasterolo e Vilminore unanimemente
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23 gennaio 1782 chiericato San Giorgio in Bonate Inferiore parrocchiale 20-4.
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29 marzo 1784 semplici in San Salvatore d’Almenno parrocchia di Barzana unanimemente
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5 marzo 1785 chiericato di Sant’Andrea in Sforzatica parrocchia di Sant’Andrea in Sforzatica unanimemente
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4 maggio 1785 semplice di San Marco e San Martino di Ciserano parrocchiale di Ciserano unanimemente
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4 maggio 1785 semplice di Sant’Eufemia in Rocca e di uno di San Giovanni Battista Bozzanica parrocchiale di Porta dipinta unanimemente
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21 giugno 1785 semplice di San Giorgio Dalmine parrocchiale di Alzano San Martino 22-3
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21 giugno 1785 semplice di San Gervasio e San Protasio parrocchiale di Bariano 22-3
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28 luglio 1786 semplice di San Eusebio in Romano porzione di Romano di Don Carlo Mariani unanimemente
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29 agosto 1786 semplice di San Salvatore in città detto del Soldo e di San Giovanni Battista e Pietro di Stezzano detto del Beroa parrocchiale di San Salvatore in città unanimemente
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31 agosto 1787 semplice di Predore parrocchiale di Predore unanimemente
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31 agosto 1787 semplice a Villongo San Filastro parrocchiale di Villongo San Filastro unanimemente
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20 febbraio 1789 San Biagio in Bonate Sopra parrocchiale di San Rocco in Filago 19-6
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20 febbraio 1789 semplice di San Dalmazio in Presezzo parrocchiale di Presezzo 19-6
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20 febbraio 1789 semplice di San Geminiano parrocchiale di Bonate Sopra 19-6
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30 aprile 1789 semplice di San Martino e di quello di Santa Maria in Carvico parrocchiale di Carvico unanimemente
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30 aprile 1789 tre Benefici di Santa Maria del Valle e di San Pancrazio parrocchiale di Cologno unanimemente
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Incarichi vari
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Il 10 maggio 1756 venne eletto deputato per esaminare una supplica di Don Carlo Alberto Vacis con 21 a 3.  Il 12 giugno fu eletto per scegliere il Canonico contraddittore.
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Il 27 luglio 1758 fu eletto per scegliere i difensori per una controversia con 18 voti a 7, presentò rinunzia unitamente a Giacomo Rivola il giorno 31 parlando nel Capitolo, che all’unanimità la accettò.
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Il 10 aprile 1759 venne eletto per decidere sulle disposizioni testamentarie del Canonico Gerolamo Pietrasanta con 23 voti contro 7.
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Su sua richiesta fu dispensato dalla ballottazione per l’elezione del canevario il 29 dicembre 1763  ed il 29 dicembre 1768.
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Il 1° ottobre 1764 come Canonico deputato immise nel possesso del canonicato il conte Giovanni Brembati appena eletto Canonico.
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Il 29 dicembre 1769 venne eletto con 22 voti a 2 fra i due Canonici incaricati di trovare la maniera per regolare nel debito modo la residenza nel periodo autunnale e di riferire al Capitolo.
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Il 22 luglio 1773 fu unanimemente eletto per i canoni,  il 22 luglio 1776 con 22-2 venne eletto, dopo non esser stato confermato con 19-4; il 22 luglio 1779 venne all’unanimità rieletto.
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Il 29 dicembre 1773 fu all’unanimità eletto deputato per i cappellani.  Il 29 dicembre 1775 unanimemente venne confermato.
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Il 5 marzo 1777 venne eletto con 35 voti contro 7 per provvedere alle celebrazioni ed all’orazione in morte del vescovo monsignor Molin.
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Il 5 settembre 1778 fu unanimemente eletto deputato per dividere la cappellania di San Giuliano in Cattedrale, goduta da Giovanni Crotta, di iuspatronato del Capitolo, con decorrenza dalla morte del Crotta, e ricavarne due cappellanie.
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Il 23 maggio 1782 fu eletto deputato con 20-3 voti per valutare una richiesta di Don Gherardi, prevosto di Sant’Alessandro in Colonna, ed il 2 luglio con 20-6 per esaminare i decreti dei precedenti sinodi diocesani. Il 14 aprile 1783 con 25-13 voti fu eletto per riferire sul mutamento delle ore di residenza, cosa che fece il 19 maggio. Il 30 luglio 1784 fu scelto per esaminare l’istituzione della cappellania dell’Annunziata con 23-5 voti, l’11 agosto con 20-8 voti fu eletto deputato all’esposizione del Santissimo da farsi in cattedrale con sermone, vespri ed altro. Il 20 luglio 1786 con 13-7 voti venne eletto deputato per recuperare denaro pagato dal monte della Cattedrale per Decima dei Canonici.
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Venne proposto come deputato anche per vari altri incarichi, anche se non venne poi eletto.
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Ornamenti per i Canonici
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Nel 1773, mentre il Lupi si trovava a Venezia per agire a beneficio del Capitolo, monsignor Molin fu eletto e consacrato vescovo di Bergamo. Prima che egli partisse per la sua diocesi, il Lupi pensò di ottenere da lui per i Canonici della cattedrale alcuni ornamenti che distinguessero il loro rango e cioè croce, calzette, fiocco al cappello e collarino paonazzo, come accadeva per altri Capitoli dello Stato veneto. Il vescovo fu d’accordo ed incaricò il Lupi stesso ed il suo agente di stendere la minuta del decreto, conferire con i consultori e farlo approvare dal Senato.
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Il decreto venne emanato dal palazzo episcopale di Bergamo il 23 marzo 1774 e con esso il vescovo concesse di portare, oltre alla cappa violacea ed al rocchetto, una croce ornata davanti dall’immagine di Sant’Alessandro e sul retro dal monogramma della pace, collare e calze violacei, cappello con ornamenti pure violacei. Il Senato lo approvò il 4 giugno.
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Tutta l’operazione venne condotta dal Lupi all’insaputa del Capitolo e di tutti i Canonici ed il vescovo gli diede il decreto con l’incarico di presentarlo al Capitolo,  cosa che fece l’11 giugno in una riunione capitolare. I Canonici decisero di ringraziare ufficialmente il vescovo e di porre il decreto in Archivio con i privilegi, oltre che di farlo trascrivere nei registri delle Terminazioni capitolari.
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Rifondatore dell’Accademia degli Eccitati
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Nel 1748 il Lupi contribuì alla ricostituzione dell’Accademia degli Eccitati, di cui fu anche presidente, alla quale diede impulso e lustro anche con componimenti d’occasione e dove, oltre che nelle scuole pubbliche, fu promotore degli studi patrii.
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Fu, unitamente a Giulio Benaglio dei conti di Sanguineto ed al conte Giovanni Battista Gallizioli, membro della commissione che operò per ottenere dalle autorità l’approvazione dell’Accademia. Si presentarono dal Capitano di Bergamo che accondiscese ed il 17 marzo 1749 consegnò loro la Ducale d’approvazione.
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Fu, unitamente al conte Marco Tomini Foresti (1713-1793) ed all’abate Don Angelo Mazzoleni (1719-1768), uno dei tre presidenti dell’Accademia eletti il 28 luglio dello stesso anno.  Venne rieletto dal 2 aprile 1750 al 22 aprile 1751, quando si rifecero le elezioni,  e nuovamente il 28 luglio 1754 per l’anno 1755 rimanendo in carica sino al 1757  ed il 31 luglio 1760 per l’anno 1762 sino al 1764.
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Anche nell’Accademia si fece promotore degli studi patri, come ad esempio il 13 luglio 1755 quando in una riunione esortò gli accademici allo studio delle antiche pergamene.
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Il 10 settembre 1760 propose l’aggregazione del Canonico Vincenzo Pari di Asola.
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Accademico di Padova
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I professori abati Gennari e Guerra fecero onorarie relazioni del Codex nell’Accademia delle Scienze, Lettere ed Arti di Padova. Il primo dopo aver esteso un lungo riassunto del Prodromo e fatti encomi all’autore, concluse lodando l’opera come una di quelle che fanno onore all’Italia, invitando a leggerla per rendersene conto, incoraggiando l’autore alla pubblicazione del secondo volume quanto prima ed augurandosi che gli altri Capitoli delle città italiane seguissero l’esempio, per avere una storia ecclesiastica e civile conforme al vero e degna del secolo XVIII, nel quale l’arte diplomatica un tempo sconosciuta aveva fatto grandi progressi. Il secondo fece un riassunto della seconda parte del Codice mescolandolo con erudizioni; terminò dicendo che poche Città e Chiese potevano vantarsi di essere così bene illustrate e paragonò l’opera a quella pubblicata nel 1712 da Federico Ernesto Ketner sui Diplomi d’Imperatori, Bolle dei Papi ed altri monumenti concernenti l’Abbazia imperiale e secolare di Quedelinburgo tratti dagli archivii di detta Abbazia. Anche questi auspicava che tutte le cattedrali avessero un Canonico simile.
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Il Lupi venne in seguito aggregato all’Accademia di Padova con rescritto del 27 gennaio 1785, firmato da Marco Carburi presidente, Matteo Franzoja segretario per le scienze e Melchior Cesarotti segretario per le Belle lettere ed in ringraziamento inviò per mezzo dell’Agliardi al bergamasco Don Alessandro Barca, professore di Diritto canonico in quella città e socio dell’Accademia, una copia della sua medaglia d’argento, da consegnarsi all’Accademia, accompagnata da una lettera. Don Barca la presentò subito ai soci che gradirono moltissimo il dono ed ebbe l’incarico di scrivere al Lupi ringraziandolo e congratulandosi.
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'''Patrono della Misericordia Maggiore di Bergamo'''
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Il 24 gennaio 1761 all’unanimità il Consiglio della Misericordia Maggiore di Bergamo lo elesse patrono del Consorzio dalla prima domenica di Quaresima del 1761 a quella del 1762, succedendo al conte Canonico Gerolamo Albani.  L’8 febbraio si tenne la cerimonia d’ingresso: il vecchio Consiglio fece entrare il nuovo nella sala consiliare e sedere a sinistra, venne letto il capitolo IV della regola ed il bilancio ed il ministro uscente fece una relazione. Infine il nuovo Consiglio giurò. In quell’occasione fu deputato alla chiesa, all’accademia ed ai carichi e legati.
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Il 31 luglio come deputato all’Accademia venne incaricato dalla Mîa di stendere i capitoli ritenuti opportuni per le scuole della Misericordia,  che egli preparò in quell’anno stesso. Partendo dai capitoli stesi dal Serassi nel 1747 propose una riforma che venne unanimemente approvata, dopo esser stata letta nel mese di settembre dai deputati incaricati di valutare le proposte presentate al Consorzio. Il Lupi esponeva i problemi e prospettava soluzioni. Voleva che gli alunni imparassero a leggere e scrivere correttamente e speditamente in latino ed in italiano, prima di lasciare la scuola di grammatica per quella di retorica. Evidenziava alcune mancanze dei docenti e dei dirigenti, l’utilità di insegnare l’italiano, cosa che prima non si faceva, indicandone le modalità ed ammonendo contro il pericolo di inserirvi lombardismi, latinismi e commistioni, secondo lo stile toscano. Proponeva modifiche ai capitoli del 1747 ed alle correzioni del 1759 e delineava le regole per il buon funzionamento dell’IstitutoIl piano ci è rimasto come Memorie per il regolamento delle Scuole della Misericordia conservato in Biblioteca civica MMB 520, già Lambda IV, 2 (5), f. 304-344, datato 1761.
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Il 25 gennaio 1762 il Lupi venne confermato patrono a pieni voti sino alla prima domenica di quaresima del 1763  ed il 28 febbraio fece l’ingresso.  Rimase in quell’incarico sino a domenica 20 febbraio, quando, con l’ingresso del nuovo consiglio, venne sostituito da Don Zucchi, arciprete della cattedrale.
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Per i diritti del Capitolo sui patroni dell’Ospedale e della Misericordia
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Anche se per una malattia doveva tralasciare i suoi studi, nel 1767, dato che a norma della legge veneta del 20 settembre di quell’anno per la quale venivano esclusi dall’amministrazione delle rendite, poderi ed altro dei luoghi pii gli ecclesiastici, non si volevano più accettare i Canonici deputati a Patroni dell’ospedale e della Mîa, stese un’informazione, studiata a lungo, che fu assai encomiata, ed il podestà scrisse in Senato attenendosi interamente al tenore di essa. Non si ottenne però il risultato sperato, poiché non fu fatto alcun passo in Venezia per sostenere questo diritto, mentre il Lupi avrebbe voluto che, appena nata qualche opinione contraria all’elezione nei due consigli dell’Ospedale e della Mîa dei rappresentanti dei Canonici, questi si appellassero subito alla Quarantia.
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Informazione P L’Ospitale Mag. di Berg.mo cinque carte e cinque bianche MMB 501, già Lambda III, 3, 5.
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Cameriere d’onore di Sua Santità extra urbem (1786)
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Il Lupi ebbe anche l’onore di essere nominato cameriere d’onore di Sua Santità.
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Il cardinal Carrara presentò la mattina di martedì 15 febbraio 1786 la medaglia fatta coniare dal Territorio in onore del Lupi a papa Pio VI, che mostrò molto piacere della cosa e si diffuse nelle lodi della dottrina del Lupi e del Codex. Il cardinale accennò alla possibilità di conferirgli l’onorificenza di Cameriere d’onore ed il papa, che aveva creato solo tre camerieri d’onore extra urbem, con titolo di monsignore ed abito paonazzo,  lo prese in parola e diede disposizioni al nipote, monsignor Braschi Onesti, maggiordomo dei Sacri palazzi apostolici, dicendo che il Canonico Lupi era ben degno di questo riconoscimento per la sua virtù e per il suo attaccamento alla Santa Sede. La sera stessa fu recato al cardinal Carrara il biglietto di nomina, dato dalle stanze del Vaticano e contenente espressioni molto onorifiche del Braschi nei confronti del Lupi. Il porporato la mattina successiva comunicò la cosa all’abate Serassi e gli diede il biglietto da spedire al Lupi al quale questi il 18 comunicò la nomina e consigliò di verificare che non ci fossero problemi per l’esecuzione da parte di Venezia o del Capitolo.  Il Lupi accolse la notizia con grande gioia, anche se solo dopo alcuni anni, per le ripetute istanze dei suoi amici, accondiscese ad usare il titolo e qualche volta, ma assai di rado, anche le vesti competenti al grado.  Il 18 marzo il Serassi gli spiegò come si conformava l’abito dei camerieri d’onore che portavano la sottana paonazza con fascia di fettuccia larga pure paonazza, il mantellone lungo sino a terra dello stesso colore con le aperture per le braccia, come le mantellette degli altri prelati, anche il collare e le calzette dovevano essere paonazzi. In lettere del 22 aprile e del 20 maggio il Serassi parla delle pratiche per l’approvazione da Venezia,  richiesta poi al doge il 12 agosto Natal della Lasta.
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Il 24 aprile 1787 il Capitolo gli concesse di tenere veste violacea in coro e funzioni.  Il 25 il vescovo acconsentì alla nomina e gli permise di portare l’abito del suo grado. Il decreto papale fu approvato con decreto in Pregadi 19 aprile 1788 ed il giorno 26 in Collegio fu data licenza per l’esecuzione.
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Componimenti poetici
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Don Ronchetti ricorda come ai tempi degli studi nel Collegio mariano di Bergamo il Lupi avesse scritto alcuni componimenti.
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Si conserva in Civica la fotografia di un sonetto a Lesbia Cidonia. Specola documenti 1231.
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Anche nella corrispondenza con l’amico dottor Quarenghi troviamo menzionato un epigramma encomiastico nel luglio 1790 ed un distico satirico composto quando era in Roma.
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Filosofia eTteologia
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Del Lupi ci rimangono anche manoscritti di filosofia e teologia:
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Appunti di filosofia e teologia MMB 520, già Lambda IV, 2 (6), f. 456-470
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Delle Dottrine De Filosofi Peripatetici circa li tempi di Cristo che anno raporto alla religione MMB 520, già Lambda IV, 2 (6), f. 433-447
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Prefazioni e declamazioni
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Si conservano i testi di alcune dissertazioni e prefazioni, ovverosia discorsi inaugurali, prolusioni.
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Academiæ Capitolinæ Leges MMB 520, già Lambda IV, 2 (2), f. 49-50
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Dissertazione Sopra il Suono detta Nell’Academia di Fisico Matematica che s’adunava in Campidoglio l’an. 1745 MMB 520, già Lambda IV, 2 (2), f. 51-64
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Prefazione detta in un adunanza l’An: 1746 in lode della vita rustica MMB 520, già Lambda IV, 2 (2), f. 65-66
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Prefazione Detta in un adunanza che si tenne nella sala del Pio luogo della Misericordia Presenti i Presidi di quello l’anno inanzi alla rinovazione dell’Accademia Cioè 1747 MMB 520, già Lambda IV, 2 (2), f. 91-92
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Prefazione Detta l’Agosto dell’anno 1750 MMB 520, già Lambda IV, 2 (2), f. 93-
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Cicalata detta nel Academia degl’Eccitati di Berg.mo Il Venerdì Gnocolare Ultimo del Carnovale 1752 Il Tema dell’Academia era delle Varie Pazzie degl’Uomini MMB 520, già Lambda IV, 2 (2), f. 68-74. In essa parla delle follie di alcuni filosofi.
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Prefazione 31 Agosto 1755 MMB 520, già Lambda IV, 2 (2), f. 94-95. Tratta dello studio delle antichità medioevali.
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Prefazione l’an: 1757 MMB 520, già Lambda IV, 2 (2), f. 96-97
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Sulle sillabe lunghe e brevi
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L’amico abate Don Giuseppe Rota, maestro nelle scuole della Magione, poi parroco di San Salvatore in Bergamo alta ed indi di Levate, gli presentò alcune affermazioni in materia di sillabe lunghe e brevi, chiedendogli di fare le sue controdeduzioni e, visto che esse gli sembrarono molto buone, lo pregò di metterle per iscritto, cosa che fece  con il manoscritto cui Don Femi appose il titolo “Intorno alle antiche regole delle sillabe lunghe, e brevi”, conservato in Biblioteca civica MMB 520, già Lambda IV, 2 (3), f. 98-111 ed Addenda MMB 520, già Lambda IV, 2 (3), f. 112-129.
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Il De notis chronologicis e la relativa polemica
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Sino dai primi suoi anni il Lupi si sentì portato per gli studi di cronologia e vi si applicò proficuamente.
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Nel 1742, mentre studiava a Roma la storia ecclesiastica, fu colpito dalla questione degli anni di nascita e di morte di Cristo, iniziò quindi ricerche sull’argomento e stese alcune memorie. Nel 1743, quando fu aperta nel Collegio romano la scuola di storia ecclesiastica, professore della quale fu Padre Pietro Lazzari S.J., iniziò a frequentarla, si legò d’amicizia con lui e gli comunicò le proprie osservazioni sulla questione degli anni. Padre Lazzari lodò il suo ingegno e lo consigliò di continuare. Le osservazioni crebbero ed il maestro lo invitò a sistemarle in due dissertazioni alle quali egli si dedicò quell’anno ed il seguente, dato che, non essendo più alunno del Collegio, aveva più tempo per andare nelle biblioteche e dai letterati. Quando furono finite con l’assistenza del Lazzari furono fatte leggere ad altri dotti, giudicate degne di pubblicazione e date alle stampe.
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Il volume è in 4° grande, 195x270 mm, di [4], 209 pagine, con frontespizio a due colori e vignetta al centro raffigurante lo stemma del pontefice sorretto da due angioletti. Reca il titolo: MARII LUPI | CANONICI BERGOMATIS | DE NOTIS CHRONOLOGICIS | ANNI MORTIS, ET NATIVITATIS | DOMINI NOSTRI JESU CHRISTI | DISSERTATIONES DUÆ | ROMÆ, MDCCXLIV. | TYPIS, ET SUMPTIBUS HIERONIMI MAINARDI. SUPERIORUM FACULTATE. Ebbe l’imprimatur da monsignor Ferdinando Maria Rossi (1696-1775) arcivescovo di Tarso (1739-1751) vicesegretario, fu approvato il 6 agosto 1744 da Luca Nicola Recco ed il 27 da Giovanni Francesco Baldini C.R.S. dal Collegio Clementino ed ebbe l’imprimatur di Fra Luigi Nicola Ridosi O.P., maestro del Sacro Palazzo apostolico. Reca una dedicatoria al pontefice Benedetto XIV firmata dall’autore e comprende 2 dissertazioni, divise in 10 capitoli la prima ed in 9 la seconda. L’opera ebbe l’approvazione generale ed immediato successo, tanto che il libro venne esaurito in pochi giorni, benché ne fossero state stampate molte copie.
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Quando il Lupi passò da Modena sulla via del ritorno a Bergamo ne donò copia al Muratori, che con lettera del 24 agosto 1745 lo ringraziò, dicendo di aver letto l’opera in villeggiatura, lodando come avesse trattato uno dei più scabrosi argomenti di ecclesiastica erudizione, encomiò l’opera ed il giudizio, si congratulò per i profitti fatti nella scuola di Roma e lo esortò a produrre ancora per onorare l’Italia.  
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Avendo il Giornale letterario di Firenze censurate e riprese alcune proposizioni di Don Giuseppe Rota sulle sillabe e brevi, questi rispose rintuzzandone la censura con un dotto opuscolo, nel quale nominava le persone che egli aveva consultato, fra le quali vi era anche il Lupi, che definiva noto per le sue dissertazioni cronologiche. Padre Zaccaria S.J., nel I tomo della sua “Storia letteraria d’Italia”, uscito nel 1750, relazionando sul lavoro dell’abate Rota, asserì che questi aveva sbagliato, dato che delle dissertazioni cronologiche, uscite a Roma nel 1744, come “sapeva tutta Roma”, era autore Padre Lazzari, che aveva accordato al Lupi suo alunno di stamparlo sotto il suo nome. Il Lupi, benché avesse documenti per confutare questa affermazione, si limitò a scrivere al dottor Lami di darne una solenne smentita e di coinvolgere Padre Lazzari. Il Lami con una lettera del 25 aprile 1750 da Firenze disse di aver riportato nelle sue Novelle letterarie di Firenze in parte la lettera del Lupi contro lo Zaccaria e gli chiese un’apologia formale.  Padre Zaccaria riprese varie volte la sua affermazione, ma il Lupi, benché avesse già preparato per insistenza di un amico una dotta apologia e fosse sollecitato a darla alle stampe, non permise che fosse stampata neanche sotto il nome dell’amico che la voleva pubblicare e non diede a nessuno copia dei documenti che provavano come fossero andate le cose. Molti presero le sue difese ed in molte opere che uscirono fra il 1753 ed il 1760 venne sostenuta la sua causa da autori, non solo non da lui sollecitati, ma a lui del tutto sconosciuti ed a sua insaputa. Fra queste opere vi furono il Novellista Fiorentino, il Giornale Fiorentino, il Supplemento ai tre primi tomi della Storia Letteraria in Lucca 1735, le Osservazioni di Eusebio Eraniste, cioè Padre Patuzzi, tomo I, le Lettere di Agenore a Filarco, cioè del lettore Padre Miglioli O.P. stampate in Ferrara 1759, la Notomia di tutti i Tomi d’Istoria Letteraria del 1760 e le Lettere di ragguaglio di Rambaldo Norimene. Nelle lettere di Agenore a Filarco si fece un confronto del parere di Padre Lazzari intorno all’anno della natività e della morte di Cristo con quello del Lupi e si mostrarono tra loro del tutto diversi, confrontandoli anche con alcune Tesi cronologiche intitolate: De anno Christi natali ab orbe condito exercitatio chronologica ex prolegomenis Historiæ ecelesiasticæ habenda a Patribus societatis Jesu esposte nell’agosto 1755 nel Collegio Romano, opera di Padre Lazzari, benché non firmate. Questi in persona lealmente smentì la diceria, scrivendo personalmente al Lupi il 24 marzo 1757: Ella è il vero autore delle sopraccennate dissertazioni De notis chronologicis, e queste, sopra le quali io non’ho un immaginabile diritto, sono state falsissimamente a me attribuite. La lettera ebbe l’imprimatur per essere pubblicata fuori Roma in data 26 aprile 1758. Infine lo stesso Padre Zaccaria nel tomo XI della sua opera ritrattò l’affermazione e la questione si chiuse con la fine del 1760.  Nel 1761 l’abate Volpi ricordava l’erronea attribuzione, citando la ritrattazione dello Zaccaria e la lettera del Lazzari.
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Il Lupi ebbe sempre l’attenzione per la cronologia, richiedeva note cronologiche di documenti soprattutto privati in varie città ad amici, come ad esempio al Tiraboschi ed al Mascheroni. Anche nella prefazione al Codex ricorda l’importanza della cronologia,  anzi l’attenzione cronologica percorre tutta l’opera.
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Fra i suoi manoscritti ne troviamo svariati attinenti alla cronologia, al “De notis chronologicis” ed alla polemica relativa:
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Lettera sopra l’anno del Nascimento di Cristo scritta in Roma l’an: 1742, di 16 carte, conservato presso la Biblioteca civica di Bergamo MMB 731, già Lambda IV, 1 (3).
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Dissertationis Pars Altera De Caracteristicis Anni Christi Natalitis, MMB 520 già Lambda IV, 2 (6), f. 345-365
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Prima Dissertazione Sopra li testimonij degli Enrici che anno raporto a Cristo Detto nell’Academia di Storia Ecles.ca Presso M.e Erba In Roma l’an: 1744 MMB 520 già Lambda IV, 2 (6), f. 403-416 (copiata in MMB 520 già Lambda IV, 2 (6), f. 448-455 da altra mano)
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Seconda Dissertate sopra li testimonij degli Enrici che anno raporto a Cristo An: 1745 In Roma MMB 520 già Lambda IV, 2 (6), f. 417-432
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Accurate Notizie di quanto concerne a cio, che l’autore della Storia Letteraria d’Italia a Varie riprese ha scritto contro il Sig.r Canonico Mario Lupo riguardo alle sue dissertazioni De Notis Chronologicis et Natalis DNJC Di Un Amico del Sig.r Canonico pienamente informato di questo Affare MMB 520, già Lambda IV, 2 (6), f. 366-399
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Dal Libro Intitolato Notomia di tutti i Tomi della Storia Letteraria usciti fin ora alla luce che serve di proseguimento a due Tomi di suplemento dell’Anonimo Autore in Lucca 1760 MMB 520, già Lambda IV, 2 (6), f. 1760-402
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Il De parochiis
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Mentre stava lavorando alla stesura del prodromo al Codice nel 1775-1779 il Lupi decise d’inserirvi alcune dissertazioni sopra vari punti che sembravano richiederle. Una di esse era relativa alle pievi ed alle parrocchie prima dell’anno 1000.
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Sollecitato da molti, stese una dissertazione a confutazione di un libro intitolato De’ parroci, nel quale questi venivano esaltati a danno dei Canonici, e che già era stato censurato per ordine di monsignor Redetti.
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In seguito con un’altra lunga dissertazione che gli costò lungo studio e fatica, anche perché si opponeva alla comune opinione, iniziò a dimostrare che nelle città episcopali non vi erano state parrocchie prima del 1000, eccetto la cattedrale.  Di questo lavoro di ricerca abbiamo memoria ad esempio in una lettera del 14 dicembre 1778 all’abate Tiraboschi nella quale gli chiese se nel “De Antiquitatibus Christianis” del Bingammo, si parlasse dell’origine delle parrocchie.  Consigliato anche dai suoi amici, decise però di pubblicare a parte questa dissertazione ed un’altra sulla preminenza dei Canonici, e per un certo tempo rimasero incompiute.
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Nel 1785 sospese la stesura del secondo tomo del Codex e delle Memorie perché alcuni amici lo sollecitavano a rifare le dissertazioni delle parrocchie, alle quali aveva già accennato nel primo volume del Codex, e questo gli richiese nuove ricerche ed assidua applicazione per tutto l’anno a varie riprese causa le solite occupazioni e dovendo rispondere ad una quantità di lettere su argomenti che necessitavano di ricerche approfondite.
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Ne derivò un’opera composta da tre dissertazioni latine.  In una lettera del 1° giugno 1787 al Tiraboschi scrisse di aver quasi finita la terza ed ultima di esse  e questi se ne rallegrò in una del 13 successivo.  In quest’anno terminò di correggerle ed ampliarle, grazie anche all’aiuto di un “privato amico”, persona intelligente ed affezionata della cui opinione soleva fare gran conto, e di Padre Don Alessandro Barca, suo amico.  Con codicillo al suo testamento steso il 20 settembre precisò che le dissertazioni dovevano essere stampate per prime, o la loro stampa portata a termine, e poi le altre opere.
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L’opera venne approvata da P. F. Serafino Bonaldi, inquisitore generale del Sant’Uffizio di Bergamo, e da Andrea Querini, Zaccaria Vallareso e Francesco Pesaro, riformatori dello Studio di Padova, il 10 gennaio 1787, con la solita prescrizione della consegna di copie alle Biblioteche pubbliche di Venezia e Padova.
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Ottenuta da Venezia l’approvazione, all’inizio del 1788 se ne cominciò la stampa nella tipografia di Vincenzo Antoine.  In una lettera dell’11 febbraio al Tiraboschi il Lupi definì sciagurate le proprie dissertazioni sulle parrocchie che erano in mano dello stampatore,  ma ne ignoriamo il motivo. Il 20 il Tiraboschi si rallegrò che si stessero stampando.  Il Lupi fu a lungo impegnato nel rivedere e correggere le bozze, anche con l’assistenza del Ronchetti.  Nel frattempo, nel 1787, il conte Luigi Mozzi Canonico della cattedrale pubblicò la sua “Storia delle rivoluzioni della Chiesa d’Utrecht”, nella quale volle onorare monsignor Lupi citando, anche se poco esattamente, una delle sue dissertazioni, non ancora pubblicate. Monsignor Bossi-Visconti, scrivendo contro quest’opera del Mozzi, in una lunga lettera stampata, intitolata Lettera nona Ultrajettina, confutò le dissertazioni senza averle viste. Il Mozzi ne donò un esemplare al Lupi, che ne fu più sorpreso che dispiaciuto. Successivamente il Bossi, dopo aver letto le dissertazioni, le lodò molto con alcuni suoi amici e venuto a Bergamo volle visitare monsignor Lupi ed averlo poi per amico.
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L’opera ebbe il titolo: DE PAROCHIIS | ANTE ANNUM CHRISTI | MILLESIMUM | MARII LUPI | AB HONORARIO CUBICOLO | PII SEXTI | PONTIFICIS MAXIMI | ET BERGOMATIS ECCLESIÆ | PRIMICERII | DISSERTATIONES TRES. | BERGOMI MDCCLXXXVIII. | APUD VINCENTIUM ANTOINE | SUPERIORUM PERMISSU. Il volume in 4° grande di 203x270 mm, stampato su buona carta e con buoni caratteri, comprende [4], XIV, 424 pagine è decorato in alcuni esemplari da un’antiporta con il ritratto del Lupi disegnato da Pietro Roncalli ed inciso da Pietro Becceni. Nel frontespizio si trova una vignetta xilografica con la scritta Baptisterium Civitatis Bergomi. A pagina 424 si trova l’errata corrige. La stampa terminò nel settembre;  il 18 di quel mese il Lupi scrisse al Tiraboschi che le dissertazioni erano state composte per entrare nel primo volume del codice e perciò ne erano come un’appendice e chiedendone un giudizio ed un ragguaglio nei fogli letterari. In una lettera allo stesso del 22 dicembre lo ringraziò per quanto faceva per la vendita dell’opera e, premendogli più la celebrità che l’interesse, diede facoltà di fissare il prezzo che avesse ritenuto opportuno, lasciando al libraio il 10% secondo il consueto, e di fare regali. A Bergamo si vendeva al prezzo di 8 paoli e mezzo, propose di venderlo a 9, viste le spese di trasporto e dogana. Propose anche di inserire un estratto della sua opera nel giornale di Modena.  Il Tiraboschi in una lettera del 24 gli assicurò che lo avrebbe fatto ed il 31 gli scrisse che aveva ricevuto un’altra copia dell’opera e l’estratto, che gli era sembrato adatto ad essere pubblicato, aggiungendo qualche parola sui corepiscopi.
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Il tipografo Antoine stampò una lettera, datata 30 agosto 1788, con la quale si illustrava l’appena edito volume e se ne narrava la genesi.
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Appena terminata la stampa del volume il Lupi ne fece presentare una copia al pontefice accompagnandola con una riverente lettera, nella quale ribadiva che erano quasi un’appendice del primo tomo del codice. Il papa gradì il dono e l’opera ed il 14 gennaio 1789 ringraziò.
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Subito ne furono vendute moltissime copie e monsignor Lupi, oltre a regalarne diversi esemplari a vari Cardinali, Vescovi, Prelati e suoi amici letterati, ne mandò in dono a ciascuno dei Capitoli dello Stato veneto ed a molti altri dei più importanti d’Italia ed anzitutto al Capitolo della metropolitana di Milano. Tutti gradirono il dono ed egli ricevette moltissime lettere di ringraziamento. Ad esempio il 30 novembre 1788 i Canonici di Novara si congratularono ed egli rispose il 13 dicembre ed il 2 giugno 1789 Pietro Mazzonio segretario del primicerio e dei canonici della Collegiata di San Petronio di Bologna ringraziò per il dono trasmesso.  Ebbe ringraziamenti e congratulazioni anche dall’abate Serassi il 28 febbraio 1789  e da Paolo Maria Locatelli il 10 novembre.  L’opera fu generalmente applaudita dai dotti e lodata persino da coloro che erano “per partito tutti addetti ad esaltare i Parroci”.
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Il Tiraboschi in una lettera al Lupi del 18 febbraio 1789 disse di aver ricevuto dal Mozzi le 6 copie del volume delle Parrocchie e di averle vendute senza darle al libraio, riducendo il prezzo della percentuale del 10% dovuta a questi per renderne più agevole la vendita. Il Lupi gli rispose il 25 ringraziandolo e dicendo che se tutti avessero fatto così non ne sarebbero restate e che il prezzo fissato andava benissimo. Chiese copia del tometto nel quale sarebbe stato stampato l’articolo di recensione. In una successiva lettera dell’8 aprile il Tiraboschi comunicò che gli era stata chiesta un’altra copia e che forse gliene sarebbero state chieste altre e chiese l’invio di quattro. Il Lupi il 16 aprile ringraziò e disse di aver quel giorno inviato a Milano le copie, aggiungendo che gliene erano state chieste 10 per Lucca e la vendita andava bene, tranne che a Bergamo. Chiese l’articolo nel giornale letterario e nuovamente copia del tometto. Aggiunse di non esser molto contento di quanto pubblicato sul “foglio di Roma”. Con una lettera del 9 settembre il Tiraboschi comunicò che l’estratto dell’opera sulle parrocchie era in mano dello stampatore ed in parte già stampato, ma il giornale usciva lentamente e non sapeva quando si sarebbe stampato.
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Dell’opera si parlò nel Giornale ecclesiastico di Roma il 7 maggio 1789 numeri 34, 35 e 36; nel catalogo ragionato di libri nuovi volume X del maggio 1789, nel Giornale letterario di Pisa tomo 74, pagina 26; nel nuovo Giornale d’Italia N.° 59, nell’estratto della letteratura Europea N.° 16; nella continuazione delle Novelle letterarie di Milano, e nel Giornale di Giacomo Storti, in alcuni di Francia ed in varii altri.
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La genealogia Suardi
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La stesura di una genealogia Suardi gli fu richiesta dal conte Leonino Giuseppe Secco Suardo (1718-1776), marito di Giulia Lupi,  che era suo lontanissimo cugino, dato che Maria Secco Suardo aveva sposato nel 1665 Giovanni Battista Vimercati San Severino, da cui era nata Antonia che nel 1690 aveva sposato Francesco Roncalli, da cui era nata Marianna, madre del Lupi.
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Sulla famiglia Suardi esistevano varie opere manoscritte ed a stampa che per il periodo precedente il XIV secolo contenevano errori ed invenzioni. Solamente nel 1751 era stata realizzata una genealogia ben documentata, conservata nell’Archivio Secco Suardo.
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Essendo troppo ampio seguire tutte le diramazioni della famiglia, il Lupi si limitò ad indicare lo sviluppo dei rami principali, portando sino ai suoi giorni solo quello dei conti Secco Suardo detti Leonini.  Suddivise la genealogia in sei parti, relativa ad altrettanti fra i rami principali, e distinse in ognuna due parti: ricostruzione storica e documenti, con autentica notarile del notaio Alessandro Antonio Locatelli, che rogava spesso per il Capitolo.
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Il Ronchetti dice che quest’opera fu quasi contemporanea a quella sulla vita di Detesalvo, che è del 1755,  sappiamo però che la genealogia venne terminata nel 1764; forse il Lupi la iniziò ai tempi della biografia del suo antenato, ma la portò a termine solo parecchi anni dopo.
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In una lettera del 14 luglio 1764 ringraziò il Tiraboschi per avergli mandato notizie sui Suardi per la genealogia che finalmente aveva concluso e di cui era soddisfatto, aggiungendo che se mai si fosse stampata ne avrebbe mandato copia.  Il 25 il Tiraboschi gli inviò l’albero genealogico Suardi tratto dall’opera di Scipione Ammirato.
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L’opera fu composta in tre tomi e portò il titolo: GENEALOGIA | DELLA | NOBILE | FAMIGLIA | SUARDI | DI | BERGAMO. Venne conclusa poco prima del 27 settembre 1764 quando venne sottoscritta dal notaio Giovanni Battista fu Antonio Lozetti, oltre che dal cancelliere vescovile Giovanni Battista Recuperati. Il Lupi non vi pose il proprio nome.
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Alcuni materiali preparatori recano il titolo: Genealogia della Nobile Famiglia Suardi di Bergamo si trovano nella miscellanea MMB 520, già Lambda IV, 2 (4), f. 192-253 nella Biblioteca civica di Bergamo.
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Nell’Archivio Secco Suardo di Lurano, proveniente dall’Archivio dei Leonini Secco Suardo, si trova un fascicolo dal titolo Minute e materiali relativi alla Genealogia della famiglia Suardi: lavoro del can.° Mario Lupo riassunto in tre volumi legati in pelle AFSSL Censimento 1.1.14, contenente le note spese per la realizzazione dell’opera, compresi alcuni rimborsi per spese sostenute dal Lupi, e la minuta degli alberi , del testo e dei documenti della genealogia, oltre che appunti di lavoro, il tutto in buona parte autografo del Lupi. Vi si trova anche uno stemma a colori, utilizzato poi per disegnare quello in antiporta. IUn foglio preparatorio si trova anche in Serie I, titolo I B a segnatura IVa, N.° 41.
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Per un certo tempo si pensò che l’opera fosse perduta. Una copia in tre volumi, solitamente ritenuta l’originale, si trovava presso i nobili Marenzi,  discendenti di Giulia figlia di Leonino di Andrea di Leonino che aveva sposato Giovanni Marenzi. Nel 1882 o 1883 due grossi volumi manoscritti contenenti la “Genealogia della Illustre Famiglia Suardi” furono dai Marenzi mostrati al professor Gaetano Mantovani che li esaminò con il dottor Angelo Mazzi che capì che questo lavoro era opera del Lupi. Ai due studiosi venne poi comunicata l’esistenza di un altro esemplare della Genealogia presso i conti Suardo a Cicola, presentato poi al Mazzi dal conte Alessio (1839-1900), che era stato trascritto da circa quarant’anni, per concessione del conte Leonino Secco Suardo (1798-1878) al conte Giacomo Clemente Suardo (1799-1880), padre di Alessio, dall’originale posseduto poi dai Marenzi. I due volumi non sembravano essere autografi del Lupi.  Come ci informa una nota del Mazzi sulla copia conservata presso la Biblioteca civica l’albero grande del terzo tomo non si trovava nella copia manoscritta Marenzi.
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Questo manoscritto, unitamente al resto dell’Archivio, per un convenzione in data 30 dicembre 1887 autenticata dal notaio conte dottor Detesalvo Lupi dalla famiglia Marenzi, passò ai cugini Secco Suardo, antenati del conte Lanfranco, attuale proprietario.  L’Archivio Marenzi passò dal conte Dino Secco Suardo (1889-1978) alla Civica Biblioteca con atto pubblico di convenzione del notaio Giovanni Battista Tini il 12 maggio 1924 ed è purtroppo irreperibile. Documenti dell’Archivio dei Leonini e dei Marenzi però rimasero nell’Archivio Secco Suardo.
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Il manoscritto si conserva ancor oggi nell’Archivio Secco Suardo in Lurano, ove ancora si trova (AFSSL Censimento 1.1.22): GENEALOGIA | DELLA | NOBILE | FAMIGLIA | SUARDI | DI | BERGAMO, scritto di pugno del notaio Alessandro Antonio Locatelli e da lui sottoscritto il 27 settembre 1764 unitamente al notaio Giovanni Battista fu Antonio Lozetti, oltre che dal cancelliere vescovile Giovanni Battista Recuperati.
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È composto di tre tomi con legatura in pelle ed impressioni in oro; il tomo I con disegno dello Stemma Secco Suardo e due alberi, il tomo II con cinque alberi, il tomo III con un grande albero acquerellato.
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Un’altra copia si trova anch’essa presso l’Archivio Secco Suardo in Lurano (AFSSL Censimento 1.1.23) ed è intitolata Genealogia | della Nobile Famiglia Suardi | di Bergamo, in un unico tomo su carta bollata con disegno del già citato stemma ed un albero genealogico. Essa fu copiata dal notaio Giambattista Locatelli fu Alessandro il 18 settembre 1818 dall’originale presso la famiglia del conte cavalier Leonino Secco Suardo di Bergamo. Comprende solo la prima genealogia. All’interno si trova una lettera del Mazzi del 16 luglio 1904 con la quale rende il volume e ringrazia.
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Nello stesso Archivio vi è anche una copia integrale, non autenticata, della fine del XIX secolo dal titolo (AFSSL 1.1.24): GENEALOGIA | della Nobile Famiglia | SUARDI | DI | Bergamo, contenente sei alberi genealogici e con la copertina telata con sigillo impresso con lo stemma Secco Suardo e la scritta non molto leggibile: FRANC. SICCVS SVARDVS COM.• MVASCHE. DOMI. ET DVCCTOR SER •D• VENET.
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Ancora a Lurano è conservata una copia ottocentesca non autenticata, intitolata Genealogia | della | Nobile Famiglia | Suardi | DI | Bergamo (AFSSL Censimento 1.1.25) con un albero genealogico, comprende la prima genealogia esclusi i documenti. La copertina è ricoperta da un giornale del 1884.
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Sempre a Lurano, appeso in galleria, si trova un albero genealogico, tratto dalla genealogia realizzata dal Lupi, ma modificato con l’aggiunta del ramo dei Secco Suardo di Sant’Agata, che vengono in esso posti come ramo principale al centro del foglio e reca aggiunte successive sino alla fine del XIX secolo.
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Un’altra copia integrale, la cui conclusione è datata 12 maggio 1889, copiata da Giovanni Pellinacci da un originale esistente presso i nobili fratelli Marenzi, eredi del conte Leonino Secco Suardo fu conte Andrea si conserva in Biblioteca Civica di Bergamo già con segnatura Lambda VII, 9, ora MMB 586.
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Il Mazzi cita sempre il manoscritto Marenzi e lamenta come questa genealogia fosse purtroppo sottratta agli studiosi;  il dottor Giovanni Antonucci nel 1928 propose di pubblicarla con note ed alcune correzioni.
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Genealogie
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Oltre che dei Suardi, il Lupi si occupò di altre famiglie, anche se in modo meno sistematico.
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Nel giugno 1760 fu a Cremona con Pietro dei conti di Calepio per trovare notizie su Bergamo e sui Conti di Bergamo dai quali avevano origine i Caleppio. Nell’Archivio capitolare trovò alcuni documenti che gli servirono per parlare dell’origine dei Caleppio e per tracciarne l’albero genealogico.
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Nell’Archivio Caleppio, P 2/a nel fascicolo “Genealogia della famiglia de’ Conti di Calepio sino all’anno 1370 fatta dal S.r Conte Pietro di Calepio con un albero” si trovano un albero genealogico steso di suo pugno ai fogli 56-57 ed estratti di documenti ai fogli 1, 63-65.
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Ci rimane anche un Albero Giovanelli nella miscellanea in Biblioteca civica MMB 520 già Lambda IV, 2 (4), f. 130
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Si conservano sue note per la genealogia Mosconi, con due lettere di Stefano Alessandrini da Gandino del 1763 MMB 520, già Lambda IV, 2 (4), f. 131-140, quesiti e risposte intorno alla Famiglia Pecis con fogli di altra mano, posteriore al 1766 MMB 520, già Lambda IV, 2 (4), f. 147-161. Note su famiglie si conservano anche in MMB 520, già Lambda IV, 2 (4), f. 190-191.
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Nell’Archivio archetti, serie documenti, scatola 20, si trova il fascicolo 172 dal titolo “Genealogia dei conti di Martinengo e di Calepio”, contenente un albero genealogico e due stralci documentari non autografi del Lupi.
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Biografie ed elogi
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Il Lupi scrisse anche biografie ed elogi funebri.
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Si conserva un elogio di Don Martino Antonio Guerrini Canonico subdiaconale della cattedrale, morto il 19 febbraio 1739 dopo Messa,  conservato con il titolo “Elogio del Canonico della Cattedrale di Berg.° Si. Don Martino Antonio Guerrini” AB 388, già Lambda IV, 6, 9 scritto di suo pugno.
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Un’elegante orazione funebre da lui scritta nel 1759 per il defunto Canonico Adelasio, elogiandone i meriti,  segnalata dal Canonico Giovanni Finazzi (1802-1877) nell’Archivio episcopale,  era già irreperibile per il Mazzi.
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La sera del 22 marzo 1770 morì in Bergamo il conte Francesco Locatelli Lanzi ed il Lupi che era a lui legato da stima ed affetto avrebbe voluto scriverne la vita e ne stese alcune memorie  in un’operetta dal titolo: Memorie della Vita del Co: Francesco Locatelli ed è datata Bergmo £ 1770 MMB 520, già Lambda IV, 2 (4), f. 141-146
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La vita di Detesalvo Lupi
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Il suo lontano cugino Vittorio Lupi gli chiese di stendere alcune memorie sul loro comune antenato Detesalvo. Egli le ricavò da Ducali ed instrumenti pubblici, da memorie private di famiglia risalenti al XVI secolo e da testi editi, anche se, dato il poco tempo, le molte occupazioni e la difficoltà di reperire i documenti non furono, come egli scrisse, copiose come avrebbe voluto, nonostante la fatica profusa. Predispose anche alcune memorie sui figli e nipoti di Detesalvo Filippo, Francesco, Giovanni Antonio, Gherardo, Troilo, Giovanni Maria, Pedrino, Giovanni Maria.
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La minuta di quest’opera è conservata in Civica ed ha il titolo: Memorie Per servire alla Vita del magnifico Messer Diotisalvi de Lupi di Bergamo Generale delle Fanterie Viniziane con dedicatoria a Vittorio Lupi datata Bergamo 5 aprile 1755 (MMB 520 già Lambda IV, 2 (4), f. 162-189, tutta autografa, tranne un foglio). L’originale venne certamente inviato a Vittorio Lupi e non è reperibile.
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Il 9 febbraio 1764 tenne la solita lezione nell’Accademia degli eccitati, illustrando la vicenda di Detesalvo.
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L’opera viene dal Lupi menzionata nel “Codex”  e, benché inedita, era nota agli studiosi dell’inizio del XIX secolo,  fu pubblicata solamente nel 1865 dal Canonico Giovanni Finazzi con il titolo: MEMORIE | PER SERVIRE ALLA VITA DEL MAGNIFICO MESSER | DIOTISALVI LUPI | GENERALE DELLA FANTERIA VENEZIANA | COMPILATE DAL CAN. PRIMICER. | MARIO LUPI | E PUBBLICATE PER CURA | DEL CAN. TEOL. GIO. FINAZZI” nella “MISCELLANEA | DI | STORIA ITALIANA | EDITA PER CURA | DELLA REGIA DEPUTAZIONE | DI STORIA PATRIA | TOMO V. | TORINO | STAMPERIA REALE | MDCCCLXV.
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Necrologi dei Canonici
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Il Lupi redasse anche, desumendolo dai quaderni dei canevari, un necrologio dei Canonici della cattedrale. L’opera, autografa, reca note di mano dell’Adelasio.
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Necrologium Canonicorum Congregationis S. Vincentii, ACBg 980 nota che Desunt Quaderni Canepariorum duorum annorum 1635, 1636: e Desunt Quaderni Anni 1638 fa dal 1600-1634, 1637, 1643-1687.
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Ab Anno 1600 ad An: 1690 Necrologium Canonicorum Congregationis S. Alexandri 1600-1689. Mancano gli anni 1650, 1672, 1687.
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Necrologium Canonicorum Cathedralis Bergomi per omnimodam unionem Congregationum 1692-1777, continuato dal Canonico Vittorio Masoni con due trafiletti relativi al 1778 ed al 1797.
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Antichi calendari
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Il Lupi ebbe anche il grande merito di tramandare interessantissimi documenti, quali calendari della Chiesa di Bergamo, alcuni dei quali non posteriori al secolo XI, che poté vedere prima della manomissione e dissipazione degli Archivi monastici a seguito delle soppressioni napoleoniche, trascrivendoli fedelmente.  Pensò altresì di pubblicarli, vista la loro grande importanza,  ma non ne ebbe il tempo.
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Egli li utilizzò nel suo codice per chiarire punti di storia ecclesiastica bergamasca, come ad esempio per documentare l’antico culto dei primi vescovi Narno e Viatore e l’epoca della traslazione del corpo di Santa Grata.
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Alcuni gli furono mandati da Giovanni Grisostomo Trombella del quale ci sono lettere da Bologna degli anni 1767-1769 in queste date: 7 e 15 febbraio 1767, 28 febbraio da Milano, 20 ottobre, 5 luglio 1768, 31 gennaio 1769, 2 aprile, senza data.  Di calendari discorse anche con Rambaldo degli Azzoni Avogadro di Treviso.
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Il manoscritto delle copie fatte dal Lupi si conserva con il titolo: Calendaria & Presertim ex Monasterio S. Gratæ in “Antichi Calendari della Chiesa di Bergamo Autografo del Can. Lupo - Frammenti della Cronica di Pietro Assonica - Ed altri due della storia di Bergamo del Can. Agliardi, e del Rota Raccolti nell’Archivio Capitolare dal Canonico Teologo Gio. Finazzi 1859-1865”, riposti nell’Archivio capitolare (ora ACBg 631) dal Finazzi, come indicatogli da Don Femi con lettera 16 aprile 1855. Questi calendari furono editi dal Canonico Giovanni Finazzi ANTICHI CALENDARII | DELLA | CHIESA DI BERGAMO | EDITI | dal Can. Teol. | GIOVANNI FINAZZI, edito nella MISCELLANEA | DI | STORIA ITALIANA | EDITA PER CURA | DELLA REGIA DEPUTAZIONE | DI STORIA PATRIA | TOMO XIII. | TORINO | FRATELLI BOCCA LIBRAI DI S.M.| MDCCCLXXI.
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Sulle consuetudini ecclesiastiche
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Dopo aver ricevuto la nomina a primicerio, cominciò ad approfondire la propria conoscenza della disciplina, riti e cerimonie della Chiesa.
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Raccolse notizie sui diritti e le prerogative del ruolo, cui oltre il soprintendere all’osservanza dei riti, il regolare tutte le funzioni ecclesiastiche e le processioni, spettava anche il redigere il calendario. Stese anche alcune lunghe dissertazioni e raccolte di antichi documenti intorno alle precedenze primiceriali, che dal Capitolo furono lodate e mostrò sempre premura ed attaccamento agli interessi ed onoranze dello stesso. Compose una dissertazione il cui principale scopo era far si che fosse portato il dovuto rispetto ed ubbidienza da parte dei Canonici alle decisioni del Capitolo. Si preoccupò anche che il clero diocesano fosse istruito nell’esatta e devota officiatura.
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Ecco cosa troviamo fra i suoi manoscritti:
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De Jeunio Antiqua Ecclesiæ Disciplina MMB 520, già Lambda IV, 2 (1), f. 2-7
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Antiqua Ecclesiæ disciplina Circa Pœnitentiam MMB 520, già Lambda IV, 2 (1), f. 8-13
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Informazione, e parere sopra l’Espressione, che vedesi nelle Lettere Apostoliche di provisione del canonicato del Revd.mo Manganoni in proposito della Cappellania che otteneva di Giuspatronato del Ministro dell’Ospitale, o sia come si suppone de Jure Patronatus Laicorum non autografo MMB 520, già Lambda IV, 2 (1), f. 34-41
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Appunti in materia di iuspatronato si trovano in MMB 520, già Lambda IV, 2 (1), f. 42-44
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Allegazione sopra il Diritto, e Pratica del Capitolo di Bergamo di conoscere, definire, et ultimare le controversie spezialmente di Precedenza Vertenti tra li Capitolari dipendenti dalli suoi statuti, Costituzioni, e consuetudini Trascritto poi da altra mano, la stessa del Della precedenza, ACBg 980
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Iudicia Domini vera justificata in semetipsa Desiderabilia super aurum, et lapidem pretiosum multum, ACBg 980
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“Parere autografo di mgr primic. M. Lupo intorno li esaminatori prosinodali particolarmente regolari”, titolo apposto dall’abate Pier Antonio Uccelli, opera stesa dopo il 23 marzo 1773, ACBg 980
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Discorso Tenuto in Capitolo L’Anno 1759: 28 Ap.e Manoscritto di mano altrui, con le parole 1759: 28 Ap.e di mano del Lupi, ACBg 980
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Allegazione sopra la totale Esenzione del Primicerio della Catedrale di Berg.° da dir la Lezione in Coro, ACBg 980
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Della Precedenza del Primicerio della Chiesa di Bergamo, copioso manoscritto autografo con rifacimenti ed aggiunte, cui segue un fascicolo di Aggiunte, ACBg 980.
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Della Precedenza del Primicerio della Chiesa di Bergamo. Don Giuseppe Bonetti nel 1897 lo segnalò come del Lupi, di cui contiene alcune correzioni e note a pag. 41v, 47, 54v, ACBg 980.
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Una copia, anch’essa dal titolo Della precedenza del Primicerio della Chiesa di Bergamo, non autografa, stesa dalla stessa mano di chi scrisse parte di quella che si trova nell’Archivio capitolare, costotuita da 142 carte, più due relative al cerimoniale dell’ingresso del Vescovo, fu inizialmente fra i libri del fu Don Giuseppe Cristini cerimoniere della cattedrale, indi venne acquistata da Angelo Maria Leoni e passò poi alla Biblioteca del Clero. Una nota del Bibliotecario Don Bartolomeo Moralani ricorda come il 30 marzo 1825 venne consegnato al primicerio monsignor Giuseppe Caleppio. Porta il numero 191 ed è ora, unitamente a tutta la Biblioteca del Clero, depositata presso i Preti del Sacro Cuore.
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“Scartafaccio”, materiali preparatori per il Della Precedenza, con alcuni passi scritti da altra mano.
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Informazione Ai R.mi Sig:ri Canonici dell’Ordine diaconale della Cated: di Berg.°, ACBg 980
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“Sulla nomina dei covisitatori Studio sulla pollicitazione o promessa”, ACBg 980
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“Pro Controversiis inter Cathedrales Ecclesias Bergomi super matricitate” 1-6 copia fatta dall’Adelasio e sottoscritta dal notaio Giovanni Antonio Bassi cancelliere del Capitolo 1726, di 54 carte. MMB 522, ex Lambda IV, 4/1 (3).
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Riflessioni stanti le quali non è in niuna maniera admissibile che li M.° R.di. Parochi possano portare il Rochetto scoperto senza vi sia sovraposta la manteletta. MMB 520 già Lambda IV, 2 (1), f. 45-46, steso a seguito di una supplica dei parroci di città e di un decreto vescovile del 1786 in tal senso.
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Bozza di supplica della prima delle quattro porzioni della chiesa di Cenate San Martino, di poco successiva al 1769 MMB 520 già Lambda IV, 2 (1), f. 22-33.
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Un calendario di sua mano si trova anche in “Notizie per la formazione del Calendario del Capitolo cattedrale”, ACBg 632 in cui si trova anche un foglio di calendario degli anni 1756-1787.
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Ci resta anche un libretto autografo di [2], 22, [1] carte per 10x6.5 cm, intitolato Exercitium | Ad Recte Audeiendum Missæ Sacrificium, MMB 2, già Psi I, 25.
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Epigrafia
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Il Lupi al ritorno da Roma a Bergamo nel 1745 raccolse alcune epigrafi bergamasche. Negli stessi anni l’interesse epigrafico a Bergamo era vivo, ad esempio se ne occuparono l’abate Serassi,  l’abate Angelo Mazzoleni (1719-1768),  il conte Cavalier Francesco Brembati che le comunicava al Muratori, il conte Pietro Caleppio (1693-1762) che le trascriveva e suo figlio Galeazzo che le disegnava.
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Il Lupi l’8 settembre inviò all’abate Muratori un foglio con trascrizioni epigrafiche. In una lettera del 14 seguente questi gli scrisse a Bergamo che avrebbe gradito se gli avesse inviato le Iscrizioni della Patria da lui raccolte “in così breve tempo” perchè non è mestiere da tutti il fedelmente ricavarne copia e disse che le avrebbe usate per correggere quelle avute da altri. Il 22 dicembre scrisse di aver in quel giorno ricevuto per mezzo di Padre Benaglio le iscrizioni in questione, così ben fatte, che avrebbe dubitato un pezzo che fossero stampate.
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Oltre che di epigrafia antica, il Lupi si occupò anche di epigrafia moderna. Ad esempio nel 1764 per la morte del Capitano di Bergamo Paolo Spinelli compose le iscrizioni sia del funerale fatto nella cattedrale, che di quello celebrato dalla Città in Santa Maria Maggiore.
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Alla morte del Mozzi dettò l’epigrafe per la sua sepoltura nella chiesa di Sant’Agata, in un loculo presso la porta, ora purtroppo perduta:
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A
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GIUSEPPE ERCOLE DELLA NOB. STIRPE MOZZI
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ANTIQUARIO PRESTANTISSIMO
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CHE CON SOMMA ESATTEZZA E FATICA RACCOLTE
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INNUMERABILI AUTENTICHE PATRIE MEMORIE
+
ALLE FAMIGLIE MASSIMAMENTE APPARTENENTI
+
RICUSATA IN POVERO STATO OGNI RICOMPENSA
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NE FECE COPIA A TUTTI
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A COMUNE BENEFICIO AVENDOLE DESTINATE
+
UOMO D’ANTICA PROBITÀ E CANDORE
+
DELLA PATRIA E DE’ SUOI CITTADINI BENEMERITO
+
PASSATO A MIGLIOR VITA OTTUAGENARIO
+
ADDI XXXI DI MARZO MDCCLXXVII
+
IL CANONICO MARIO LUPO
+
PRIMICERIO DELLA CHIESA DI BERGAMO
+
DISCEPOLO SUO AMATISSIMO
+
FECE PORRE QUESTO MONUMENTO
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Ricerche su Bergamo e sulla sua storia
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Si conservano anche alcuni manoscritti con note di storia bergamasca, in alcuni casi richiestegli da altre città.
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Breve risposta ai Seguenti Quesiti del Sig:r Abb: Cesare Orlandi di Peruggia (sulla città di Bergamo, con nota Archivio Femi) MMB 520, già Lambda IV, 2 (1), f. 14-18
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Minuta di Notizie Ricercate da Milano (sull’origine della Compagnia della Dottrina cristiana di Bergamo) MMB 520 già Lambda IV, 2 (1), f. 19-21
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“Delle antichità de’ bassi secoli”, titolo di mano del Ronchetti MMB 520, già Lambda IV, 2 (2), f. 75-90
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Osservazioni sulle Notizie Storiche di Mantova del Sig.r Gio Batta Visi MMB 520, già Lambda IV, 2 (4), f. 254-259
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Osservazioni sul Primo Tomo de Scrittori di Bergmo del Pre Vaerini MMB 520, già Lambda IV, 2 (5), f. 261-262. Opera stampata a Bergamo dall’Antoine nel 1788.
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Parere su una relazione sulla Basella
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Il Lupi stese anche un parere su una relazione sul convento della Basella di Urgnano.
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Sia della relazione che del parere resta una copia fatta da Fra Alessandro Maria da Bergamo Custode vicario e bibliotecario dei Cappuccini di Bergamo che la trasse da una copia datagli dal reverendo Pietro Ghisleri di Urgnano, conservata presso l’Archivio dei Frati Predicatori della Basella, per un totale di 10 carte.
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Ai fogli 8v-10v del manoscritto in Biblioteca civica, Specola manoscritti 196, si trova il “Parere del Revedmo Sigr Can.co Mario Lupo sopra l’avantiscritta relazione”.
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Allegazione sull’Abbazia di Vall’Alta
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Nell’anno 1789 compose una breve allegazione per il vescovo, nella quale esponeva i documenti ed i diritti episcopali per il recupero di molti beni dell’Abbazia di San Benedetto di Vall’Alta, l’ultimo commendatario della quale era stato il cardinal Giovanni Cornaro, morto il 28 marzo di quell’anno,  che erano stati assegnati anticamente dai vescovi a quel monastero, riservandosene il diretto dominio.  Essa si conserva in Biblioteca civica MMB 522, già Lambda IV, 4/1 (2) con il titolo “Abbazia di Vall’Alta. Diocesi di Berg.°”, appostovi da Don Femi. È costituita da 22 carte, con un primo foglio illustrativo di mano del Canonico Finazzi e contiene trascrizioni di documenti dall’Archivio di Vall’Alta (f. 2-7), copia di un atto del 1353 fatta dal notaio Tomaso Cavazzi f. 8-11, al f. 12 un Breve di Innocenzo X del 21 giugno 1646 per dispensa di età a Don Giorgio Chencio ed a f. 13-16 documenti sull’erezione della parrocchia di Vall’Alta aggiuntivi dal Ronchetti.
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Allegazioni per l’ampliamento della diocesi
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Il Lupi ebbe sempre grande zelo per la Chiesa di Bergamo, ne promosse l’ingrandimento e ne sostenne i diritti. Spontaneamente stese due dotte e forti allegazioni per il vescovo. Con la prima, scritta nel 1786, sostenne che le parrocchie dell’archidiocesi di Milano, quando ci fosse stato il trattato tra l’imperatore Giuseppe II e la Repubblica veneta per far coincidere le Diocesi con i domini, dovevano venir aggregate alla Diocesi di Bergamo  e non assegnate a Crema, come si era tentato di fare, cosa che si ottenne. L’altra, che compose in seguito per far restituire al vescovo di Bergamo i beni di Fara Gera d’Adda, che l’imperatore gli aveva tolto, ritenendo che dovessero anch’essi non esser più di sua competenza, fu accolta ed applaudita dal Ministero di Milano, ma quando scriveva il Ronchetti la questione era ancora giacente.
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Sul Collegio Cerasoli
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Nel febbraio 1762 nacque una controversia tra la città di Bergamo ed i Guardiani della compagnia dei Bergamaschi di Roma amministratori del Collegio Cerasoli di quella città per la cattiva amministrazione dello stesso. Il Lupi venne pregato di occuparsene dai Cavalieri deputati dalla Città a seguire quest’affare, dato che ne era ben a conoscenza ed egli accettò per amor di Patria. Per questa controversia dovette stendere tre ampie allegazioni, tre lunghissime informazioni, memoriali, minute di rescritti, con un continuo carteggio tenuto con il Canonico Sardi, agente della città in Roma e la cosa lo tenne occupato per alcuni anni.
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Storia dei Santi della Chiesa di Bergamo
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Cospicui materiali per la storia dei santi della Chiesa di Bergamo da lui raccolti si trovano nel fascicolo “Sui santi di Bergamo” di 78 carte, realizzato dopo il 1749 MMB 522, già Lambda IV, 4/1 (1); il fascicolo contiene anche altri materiali, come ad esempio due obituari della cattedrale.
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Compose anche alcune opere per le già citate celebrazioni degli anni 1762 e 1766:
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Si conservano i conti delle celebrazioni nel Libro dell’Entrato, e Speso Per la Doratura ed altri Ornamenti della Cattedrale Principiati per la Fonzione della Beatificazione Del Card: Gregorio Barbarigo Fatta l’Ann 1762, E Terminati per la solenn.ma Translazione de Santi Fermo, Rustico, e Procolo celebrata l’Anno 1766. Con il Ristretto delle spese fatte per le dette Fonzione, E Descrizioni delle Medesime, ACBg 653. Vi si trovano a f. 1-2 una Descrizione, poi i conti ed ai f. 23v-24 Descrizione riguardante Gl’Ornati della Cattedrale, E compimento della Doratura della Medesma p la solenniss.ma Traslazione de Gloriosi Santi Fermo, Rustico, e Procolo Fatta l’anno 1766,
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Compose, oltre forse ad altre opere per queste celebrazioni,  anche una Nuova veramente, e più distinta Relazione Del Solennissimo Apparato, e Triduo Celebratosi Nella Cattedrale di Bergamo Per la Beatificazione del Card: Gregorio Barbarigo fù vescovo di detta Città. MMB 522 (ex Lambda IV, 4/1) interno 1 f. 73-78 edita come NUOVA VERAMENTE, | E PIU’ DISTINTA RELAZIONE | DEL SOLENNISSIMO APPARATO, E TRIDUO | CELEBRATOSI NELLA CATTEDRALE | DI BERGAMO | PER LA BEATIFICAZIONE | DEL CARDINAL | GREGORIO BARBARIGO | FU’ VESCOVO | DI DETTA CITTA’. | IN BERGAMO, Per li Fratelli Rossi Stampatori Publici. | Con Licenza de’ Superiori. di VIII pagine.
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Compendio degl’Atti de Santi Martiri Fermo, e Rustico Cittadini di Bergamo, E della Storia de Sacri loro Corpi Che riposano nella Cattedrale di detta Città f. 44-52v edita con varianti come COMPENDIO | DEGL’ATTI | DE’ SANTI MARTIRI | FERMO, E RUSTICO | CITTADINI DI BERGAMO, | E DELLA STORIA | DE’ SACRI LORO CORPI, | CHE RIPOSANO NELLA CATTEDRALE | DI DETTA CITTÀ. | IN BERGAMO. MDCCLXV. | PER FRANCESCO LOCATELLI | Con Licenza de’ Superiori. Si tratta di un libretto in 12°, di 24 pagine, A6, di 10.8x17.3 mm con antiporta figurata. L’opuscolo, benché pubblicato anonimo, viene ricordato da Giuseppe Ravelli come opera del Lupi. Venne ripubblicato dal professor Don Antonio Alessandri, civico Bibliotecario (1871-1876), in una raccolta dal titolo: I SANTI | FERMO, RUSTICO E PROCOLO | __ | COMPENDIO DEI LORO ATTI | RELAZIONE DELLE TRASLAZIONI | DEI LORO SS. CORPI | SECONDO GLI AUTOGRAFI DI M. LUPO | E | Ragguaglio dell’identità delle Reliquie dei medesimi Santi | COMPILATO | DA GIUSEPPE CELESTINO ASTORI | RISTAMPA PER CURA | DEL SAC. A. ALESSANDRI | Bibliotecario e Professore a Bergamo | BERGAMO | DALLA TIPOGRAFIA PAGNONCELLI | 1875. L’Alessandri lo confrontò con il manoscritto, seguendo quest’ultimo, rinvenuto fra gli autografi del Lupi in Civica.  Il testo si trova alle pagine 1-33, mentre le varianti fra manoscritto e stampato sono segnalate alle pagine 34-35, seguite da alcune annotazioni alle pagine 36-44. La riedizione è dedicata a Don Alessandro Carzana ed ai promotori ed oblatori della nuova parrocchiale di Presezzo, dedicata a San Fermo e San Rustico. Reca l’imprimatur del 30 aprile 1875 da parte di monsignor Speranza.
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Altri manoscritti del Lupi, in parte pubblicati già ai suoi tempi, sono:
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Eccitamento alla Pietà de’ Fedeli Bergamaschi per concorrere con abbondanti Elemosine d’ogni genere Alla Solenne Traslazione de Sacri Corpi De Santi de Sacri Corpi De Santi Fermo Rustico e Procolo MMB 522, già Lambda IV, 4/1 (1) f. f. 53-56, pubblicato dall’Alessandri nell’opera già citata come ECCITAMENTO | alla virtù de’ Fedeli Bergamaschi per concorrere con abbondanti elemosine d’ogni genere alla solenne Traslazione de’ sacri Corpi de’ Santi Fermo, Rustico e Procolo alle pagine 33-43.
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Nova, e Distinta Relazione Delle gran feste Celebratesi in Bergamo li Giorni 4: 5: 6: 7: 8 Settembre 1766 Per la Traslazione de Sacri Corpi de S.S. Fermo, Rustico, e Procolo Fattasi al Magnifico Altare a loro eretto Nella Cattedrale di detta Città Scritta per ordine e commissione de Nob: SS.ri Deputati può Tenersi di Suplemento al Raguaglio già prematuramente uscito di detta solennità MMB 522, già Lambda IV, 4/1 (1) f. f. 61-72, edita poi come RELAZIONE DISTINTA | DELLE GRAN FESTE CELEBRATESI | IN BERGAMO | Li giorni 4. 5. 6. 7. 8. di Settembre 1766. | PER LA SOLENNE TRASLAZIONE | DE’ SACRI CORPI | DE’ | SS. FERMO, RUSTICO, | E PROCULO | Fattasi al magnifico Altare in loro onore eretto | nella Cattedrale di dettà Città. a pag. 8: IN BERGAMO, MDCCLXVI. | PER LI FRATELLI ROSSI STAMPATORI PUBLICI. | Con Licenza de’ Superiori., composta da 8 pagine. Fu ripubblicata dall’Alessandri pure seguendo il manoscritto come RELAZIONE DISTINTA (1) | DELLE GRAN FESTE | CELEBRATESI IN BERGAMO | LI GIORNI 4. 5. 6. 7. 8. DI SETTEMBRE 1766 | PER LA SOLENNE TRASLAZIONE | DE’ SACRI CORPI | DE’ SS. FERMO, RUSTICO E PROCOLO | Fattasi al magnifico Altare | IN LORO ONORE ERETTO NELLA CATTEDRALE | DI DETTA CITTA’ alle pagine 1-32.
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Nei suoi manoscritti si trova anche, non di mano sua, una minuta di Aviso per la traslazione MMB 522, già Lambda IV, 4/1 (1) f. 57, pubblicata dall’Alessandri come AVVISO alle pagine 44-47.
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Epistolario
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Si conservano diversi gruppi di lettere a lui dirette o da lui inviate, che in parte sono state pubblicate:
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Ci resta il suo carteggio con il Muratori. Si conservano due lettere del Lupi (Biblioteca Estense nell’Archivio Muratoriano, filza 69, fascicolo 19) in data del 18 gennaio ed 8 settembre 1745 con l’allegato foglio di trascrizioni epigrafiche e tre del Muratori in data 24 agosto, 22 dicembre 1745 e 3 febbraio 1746 (Lodovico Antonio Muratori “Lettere autografe” Biblioteca civica di Bergamo MMB 142, già Psi III, 25).
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Ci rimane una lettera del Serassi del 18 settembre 1751 con la quale presenta ad un amico di Milano il Lupi  ed una minuta allo stesso Lupi del 27 dicembre 1754.
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Si conserva una lettera del Lupi del 13 giugno 1753 a monsignor Furietti, poi cardinale, per ringraziarlo del dono della sua opera “De musivis”, stampata a Roma dal tipografo Salvioni nel 1752.
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In una raccolta di lettere scritte da Bergamaschi all’abate Girolamo Tiraboschi dal 1764 al 1789, conservata presso la Biblioteca Estense di Modena, manoscritti XI CDE 21, se ne trovavano varie del Lupi in XI D 17. Una copia della raccolta, eseguita nel 1890, si trova nella Civica Biblioteca di Bergamo ed alcune furono pubblicate nel 1892 dal conte Carlo Lochis (1843-1899) nelle «Notizie Patrie», con note del professor Pasino Locatelli (1822-1894).
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Alcune lettere a lui dirette da Girolamo Tiraboschi dal 25 ottobre 1763 al 9 settembre 1789 furono pubblicate nel 1894 in PRIMO CENTENARIO DELLA MORTE | DELL’ABBATE | CAV. GIROLAMO TIRABOSCHI | LETTERE INEDITE | AL CAN. MARIO LUPO | BERGAMO | Stab. TIPO-LITOGRAFICO BOLIS | 1894 a cura di Giuseppe Ravelli.
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“Lettere al Capitolo” varie minute fatte da primicerio, probabilmente nel 1773 o poco lontane, ACBg 980
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Alcune sue lettere sono trascritte nella biografia stesa dal Ronchetti: quella al pontefice  ed una al Ronchetti stesso.
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Una lettera del cugino Padre Dom Benaglio a lui diretta da Venezia il 18 settembre 1779 si trova in ACBg 1040 f. 12
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Molte corrispondenze sono conservate presso la Biblioteca civica di Bergamo.
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Una lettera autografa a Giovanni Battista Rota in data 23 settembre 1775 si conserva in Specola epistolari 499.
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Ci restano anche, nell’Epistolario VI, 224 una lettera del 15 settembre 1757 a Padre Sala O.P., professore di Teologia a Torino in cui parla di Ercole Mozzi, del Beato Guala e di Astino, una pare al Tiraboschi senza data, una senza specifica di destinatario in data 7 giugno 1777, una ad un amico carissimo il 1° giugno 1785.
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Si trovano alcune lettere scambiate con il Canonico Paolo Paruta di Chiavenna, in copia fatta dal Canonico Agliardi in MMB 486, già Lambda II, 26 (23), f. 276- degli anni 1787-1788.
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In MMB 731, già Lambda IV, 1 (1), rimangono alcune minute di lettere del Lupi, una del 13 luglio 1772 ad un consigliere, nella quale parla di Don Antonio Rubbi, parroco di Sorisole, un’altra senza destinatario, una al papa del 5 gennaio 1785 per il Codex ed una del 7 febbraio 1786, lettere di Giovanni Battista Rodella di Brescia del 1782, copie dei decreti del Molin ed una lettera del 27 agosto 1784 del Lalande al Lupi.
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Numerose lettere a lui dirette si trovano nella “Raccolta di Lettere a Mario Lupi” MMB 489, già Lambda II, 58 e nella miscellanea di “Autografi di Personaggi e Scrittori illustri” MMB 530, già Lambda IV, 12.
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Sue lettere al Mascheroni si conservano in MMB 666-667, già Fi I sopra 25 22/2-3, lettere di quest’ultimo a lui in MMB 461, già Lambda I sopra 42 (4).
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Nella Collezione di autografi e notizie, faldone III (65 R 8), proveniente dalla raccolta di Giuseppe Ravelli, si trovano alcune lettere e documenti del Lupi: nell’interno 51 una lettera ad un amico datata da Cenate 21 novembre 1749, una senza data all’abate Gaetano Marini di Roma ed una risposta di questi in data 25 febbraio 1786; nell’interno 52 si trovano invece una lettera di Alessandro Alessandri da Parma del 5 febbraio 1785, copie di pugno del Ravelli delle lettere del Muratori al Lupi, brani di due lettere del Tiraboschi trascritte dal Ravelli, alcuni fogli in parte autografi ed in parte non con bibliografia ed un elenco dei libri stampati da Pietro Lancellotti e non posseduti (dal Lupi?), oltre ad una copia ed una traduzione del Breve di Pio VI del 1785, trascrizioni di un articolo del giornale letterario del 31 marzo 1786 edito dalla stamperia di Francesco Poliani e di altri fogli letterari. Vi si trova altresì un foglio per così dire pubblicitario dell’edizione del “De Parochiis…”.
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Alcune lettere si trovano anche nella miscellanea MMB 731, già Lambda IV 1: 14 del Lupi, 2 di Giovanni Battista Rodella, 3 del vescovo Molin, una copia del Lupi, una del Molin in doppia copia.
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Altre lettere ancora dell’abate Serassi del 24 maggio 1783 e dell’abate Gaetano Marini del 19 agosto 1784 relative a Bolle pontifice, si trovano in Lambda VI, 1 (3), MMB 556.
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Sette sue lettere a Don Giovanni Battista Locatelli Zuccala si conservano nel fascicolo “Zuccala”, manoscritto 240 della Biblioteca del Clero di Sant’Alessandro in Colonna. In esse parla di Giovanni Battista Rota, di Don Giuseppe Valoti e di vari argomenti fra i quali le opere del Gradenigo e la storia di Milano del Verri. In quel fascicolo si trovano anche estratti di varii Archivi di pugno dello Zuccala.
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Fu a lungo in corrispondenza anche con l’amico dottor Quarenghi.
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Il Codex Diplomaticus Civitatis et Ecclesiæ Bergomatis
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L’opera principale e più nota del Lupi è certamente il Codice diplomatico, l’idea del quale gli venne sin dai primi momenti in cui mise piede nell’Archivio capitolare e per la cui realizzazione si recò anche nelle città vicine per trovare documenti.
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L’abate Volpi nel 1761 dice che tutti desideravano e speravano di vedere presto alla luce il Codice, che certo sarebbe stato di lustro all’autore ed a Bergamo.  L’attesa per quest’opera era infatti grande ed il Lupi era da più parti sollecitato a portarla a termine ed a pubblicarla, come fece ad esempio l’abate Tiraboschi in una lettera del 16 luglio 1766.
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Il 22 aprile 1775 il Capitolo, ritenendo che l’Index diplomaticus Bergomatis Ecclesiæ, al quale il Lupi lavorava da molti anni, ma che per l’infermità e per l’età non era ancora riuscito a condurre a termine, potesse essere di grande beneficio per la cattedrale, per permettergli di condurlo a termine, oltre che per riconoscere in certo modo le sue benemerenze, decise all’unanimità che mentre era impegnato in questo lavoro, che rientrava nelle sue competenze di archivista, fosse ritenuto presente in coro anche se assente, con la possibilità di lucrare delle distribuzioni.  Ultimati alcuni affari e godendo infine di buona salute, a parte la sordità, il Lupi riprese i suoi studi per terminare l’opera. Ottenne alcuni documenti dai registri dei Pontefici romani, grazie al cugino Abate Benaglio. Quando il primo volume dell’opera si poteva dir pronto ed era già in procinto di farlo copiare per darlo finalmente alle stampe, gli venne l’idea di farlo precedere da un Prodromo storico-critico dal declino dell’Impero Romano verso l’anno 400 sino al secolo VIII in cui iniziavano i documenti bergamaschi. Questo lavoro durò quattro anni, nei quali egli compose lo squarcio di storia bergamasca, che precede il Codice, in classica forma latina, trattando della provincia veneta di cui Bergamo era parte, dei suoi confini, dell’origine della Chiesa e del nome della città, delle invasioni barbariche ed in particolar modo dei longobardi e delle loro istituzioni in rapporto a Bergamo, fino alla morte di Cuniberto. Poiché durante questo lungo lavoro gli si presentarono alcuni punti e momenti di storia bergamasca degni di particolare trattazione, li approfondì in sei dissertazioni. Mise molta cura anche nello stabilire le vere lezioni, le date e gli errori cronologici, spiegando spesso e chiarendo epoche e date che prima erano state oggetto di controversia fra gli storici..
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Solo nell’anno 1782 si mise infine a sistemare il primo tomo ed a riempire i vuoti che aveva lasciati qua e là nei commenti ai documenti.
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In alcune parti del codice vi sono elementi per la datazione della stesura delle singole parti.
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La struttura dell’opera ricorda le Antiquitates del Muratori.  Il Lupi scelse la disposizione cronologica. Nella prefazione al primo volume dice di prevedere due volumi sino al XIII secolo.  Inizia con il prodromo composto da sedici capitoli, vi sono poi sei dissertazioni e trentadue animadversioni su alcuni punti essenziali per la comprensione dell’opera. Ciascun documento è accompagnato da note che ne illustrano il significato e l’importanza e spesso cancellano favole e leggende o risolvono questioni annose e di fondamentale importanza.
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L’opera destò subito grande interesse e ad esempio il conte Giacomo Carrara scrisse alcune memorie relative ad affermazioni contestate del Lupi.
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Fu per molto tempo e per molti l’unica fonte dalla quale si potevano conoscere le antiche pergamene bergamasche, sia per la non accessibilità dell’Archivio capitolare per lungo tempo, sia perché molti non sapevano decifrare le antiche scritture ed essa le rendeva disponibili anche per chi non avesse un’adeguata preparazione paleografica. Questo indiscusso primato rimase a lungo, infatti i documenti sino all’anno 1000 vennero riediti solamente con la pubblicazione avvenuta a Torino nel 1873 del “Codex Diplomaticus Langobardiæ”, XIII della collana “Historiæ Patriæ Monumenta”, e nuovamente nel 1988, quando furono date alle stampe le carte altomedioevali bergamasche degli anni 740-1000; seguirono poi edizioni di quelle del periodo dal 1002 al 1058 nel 1995 e dal 1059 al 110 nel 2000, purtroppo però omettendo quelle bergamasche, ma non più conservate in Archivi bergamaschi. Per le pergamene successive sovente si fa ancora ricorso all’opera del Lupi ed il Codex è comunque ancora molto utilizzato per le intelligenti note ed animadversioni che vi si trovano.
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All’inizio degli anni ‘80 del XX secolo si pensò di realizzare, in occasione del secondo centenario della pubblicazione del primo volume del Codex, un indice toponomastico degli atti riportati nel Codex per integrare quanto scritto dal Mazzi nella Corografia bergomense del 1880 e per estendere il lavoro di questi all’XI ed a gran parte del XII secolo, ma a causa di inesattezze e lacune presenti nel Codex, che rimane però un’opera fondamentale, si abbandonò il progetto iniziale e si ricorse anche ad altre fonti e ad un riscontro paleografico sulle pergamene originali.
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La pubblicazione del primo volume
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Il Lupi concluse il primo volume nel 1782 e cominciò a farlo trascrivere, in gran parte aiutato in questo dagli abati Don Giuseppe Bottagisi e Don Giuseppe Valoti,  e si preoccupò molto di rivedere le copie e cambiare varie cose, mandando una parte dell’opera da rivedere anche a Venezia
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In ottobre contrattò la stampa con Vincenzo Antoine che aveva sede dal 1776 nella contrada di Prato numero 1058, l’attuale via XX settembre 50, e bottega in piazza Vecchia all’angolo con via Colleoni.  La stampa cominciò nel 1783 e proseguì nel 1784.
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L’opera ebbe l’approvazione di Fra Serafino Bonaldi, inquisitore generale di Bergamo, e di Andrea Quarini, Nicolò Barbarigo ed Alvise Contarini, riformatori dello Studio di Padova, l’11 dicembre 1782, dopo che ebbero visto l’approvazione dell’inquisitore, e ne fu prescritta la consegna alle pubbliche biblioteche di Venezia e Padova.
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Il Lupi ordinò vari disegni su rame per il frontespizio ed il principio dei libri in cui il codice era diviso ed alcune lettere iniziali che furono realizzati dal pittore Vincenzo Angelo Orelli (1751-1813) e furono mandati a Milano ad incidere su rame da Domenico Cagnoni (..1754-1797)  insieme con i disegni iconografici delle due antichissime Chiese di Santa Giulia di Bonate e di San Tomè d’Almenno, fatti dagli architetti Luca (1720ca-1791)  e Giovanni Francesco Luchini (1755-1826).  Altri disegni di testate furono realizzati da Domenico Cagnoni, Aspar, pseudonimo di Domenico Aspari  e dal milanese Gerolamo Cattaneo.
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Il Lupi fu assistito nella stampa da Don Locatelli Zuccala, allora teologo episcopale ed arciprete di Lallio (1789-1796) e poi prevosto di Sant’Alessandro in Colonna (1796-1825), e da Don Valoti e rivide egli stesso con diligenza tutti i fogli.
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Il 10 maggio 1783 il Serassi gli scrisse a proposito di documenti che gli avrebbe inviato da Roma e si rallegrò di aver saputo che era iniziata la stampa del Codex.
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Nel 1784 per accelerare la stampa fece venire da Parma (probabilmente dalla stamperia Bodoniana) spendendo 2˙000 lire alcuni bei caratteri e finalmente nell’agosto la stampa terminò.
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Nel Capitolo del 22 giugno, dopo aver letto un libello nel quale il Lupi chiedeva di poter intitolare la propria opera “Codex Diplomaticus Civitatis, & Ecclesiæ Bergomatis”, molti Canonici attestarono che si trattava di un’opera valida e frutto di gran lavoro. Il Capitolo diede il permesso e decise di nominare due deputati per ringraziarlo e vennero scelti l’arcidiacono Marco Celio Passi (-1829) ed il prevosto Ulisse Caleppio (1716-1801).
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Poco prima che l’edizione fosse terminata fu stampato un prospetto dell’opera, probabilmente quello che oggi chiameremmo uno specimen, che fu spedito in varie parti secondo di consueto. L’opera costò all’autore, oltre la fatica, la spesa di quasi 9˙000 lire, per quei tempi oltremodo rilevante, ma riuscì bella ed abbastanza corretta e riscosse la comune approvazione e, benché egli fosse di diverso parere, scrive il Ronchetti, ne furono stampate 500 copie, oltre ad alcune in carta reale.  Il 31 luglio 1784 l’abate Serassi si rallegrò fosse vicina l’uscita dell’opera, della quale aveva ricevuto il prospetto stampato e disse di averlo dato ai migliori librai ed a monsignor Borgia che l’avrebbe spedito a monsignor Garampi nunzio a Vienna e bibliomane.  Il Tiraboschi in una lettera al Lupi del 18 agosto si dice felice che questi gli avesse comunicato con lettera del 9 che si stava pubblicando il primo tomo del Codex.
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La lettera dedicatoria ai presuli e Canonici della Chiesa di Bergamo è datata 23 agosto 1784.
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Il volume si presenta in elegante formato in folio di 425x265 millimetri, con segnatura tipografica: [*]4, a-d4, A-Aaaa4 e paginazione: [4 pag.], I-XXXII pag., [2 pag.], 1-1096 col, 2 pag. con il testo su due colonne, alcune aggiunte alle colonne 1093-1096 ed un’errata corrige. Fu intitolata: CODEX | DIPLOMATICUS | CIVITATIS, ET ECCLESIÆ BERGOMATIS | A CANONICO | MARIO LUPO | EJUSDEM ECCLESIÆ PRIMICERIO | DIGESTUS NOTIS, ET ANIMADVERSIONIBUS ILLUSTRATUS; | VOLUMEN PRIMUM. | PRÆCEDIT | PRODRUMUS HISTORICO-CRITICUS | DE REBUS BERGOMATIUM | A DECLINATIONE ROMANI IMPERII | AD SÆCULUM OCTAVUM. | BERGOMI MDCCLXXXIV. | EX TYPOGRAPHIA VINCENTII ANTOINE | SUPERIORUM PERMISSU.
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L’opera è impreziosita dalle pregevoli incisioni su rame fatte realizzare appositamente dal Lupi.
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Il frontespizio è ornato da una vignetta a bulino 11.4x19.5 cm, disegnata dall’Orelli ed incisa da Domenico Cagnoni, raffigurante il Lupi in abiti da antico scrittore, con ai piedi alcune lapidi, che consegna alla Città di Bergamo (od all’Italia turrita) un fascio di pergamene e diplomi su di uno sfondo di paesaggio con sulla destra una città murata ed in altro un cartiglio con il motto tratto dalle opere di Ennio (Scipio I, 13) NAMQUE TIBI MONUMENTA MEI PEPERERE LABORES. Enius.
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Vi sono poi alcune tavole, di 435x530 mm, disegnate da Giovanni Francesco Luchini ed incise dal Cattaneo:
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Tavola I Iconographia, et rudera, que ab una parte supersunt Templi S. Iuliæ de Bonate col. 204
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Tavola II Prospectus interior ed exterior Nobilioris partis Templi S. Iuliæ col. 204
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Tavola III Prospectus Ecclesiæ S. Tomæ a Latere Septentrionali, col. 209 (Sullo stesso foglio della seguente, in alto)
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Tavola IV Diagramma partis, et ruderum, quæ extant Pontis Leminis et ejusdem Iconographia, col. 208 (Sullo stesso foglio della precedente, in basso)
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Tavola V Iconographia Templi S. Tomæ de Lemine col. 209
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Tavola VI Iconographia Templi interioris S. Tomæ col. 209
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Una tavola non numerata, con riproduzione di papiri, senza titolo, disegnatore ed incisore, col. 405
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Interessanti sono anche le iniziali figurate (dedicatoria a pag. V, prefazione pag. I, col. 1-2, 369, 633) ed in particolare le testate:
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una con Sant’Alessandro, incisa dal Cattaneo (pag. V)
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una alla prefazione pag. I con angioletti che giocano con pergamene, diplomi e sigilli disegnata ed incisa da Aspar
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col. 1-2 Prodromi, bulino 13.2x20.2 cm Incontro fra Aureolo ed il messo dell’imperatore Gallieno sull’Adda nel III secolo
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col. 369-370 Libro primo, bulino 13.1x20 Rotari Duca di Bergamo si proclama re con il consenso degli altri duchi nel 700
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col. 633-634 Libro secondo, bulino 13.2x20 le truppe di Arnolfo penetrano in Bergamo per una breccia nelle mura, nonostante la strenua difesa dei cittadini nell’894
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Le ultime tre furono disegnate dall’Orelli ed incise dal Cagnoni.
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Interessante è poi un ricco finalino da questi disegnato ed inciso (col. 631-632).
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Vi sono poi riproduzioni di caratteri, monogrammi, sigilli.
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Il Ronchetti ricorda che da alcune note di un libro di cassa risultava che il Lupi aveva regalato un buon numero di copie, cioè da 70 e più, a vari letterati ed amici e a chi lo aveva in qualche modo aiutato. Ne furono poi spedite a Roma, a Milano, a Venezia, in Francia, in Germania.
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In una lettera al Tiraboschi del 24 settembre il Lupi scrive che nel primo incontro che avrebbero avuto gli avrebbe fatto avere il primo tomo del Codice finalmente uscito, lo ringrazia per quanto ha fatto per il Codice e per aver con lettera del 18 agosto detto che l’avrebbe accreditato presso i letterati e per i saluti da parte del Canonico Mozzi che a Bologna aveva parlato con eruditi del Codice, esprime la speranza di venderne qualche esemplare colà e dice che a questo scopo ne saranno mandate 6 od 8 copie ad un libraio, dice che il prezzo del tomo sciolto era fissato a Bergamo in 33 paoli, compresa la provvisione del 10% al libraio. Lo prega di segnalare qualche “massiccio errore”, benché non abbia avuto la temerarietà di pubblicarlo senza farlo esaminare a più d’uno, pur non avendo trovato in città nessuno pienamente versato a cui affidarsi. Si compiace per l’uscita dei due tomi dell’opera del Tiraboschi sul Monastero di Nonantola dove spera di trovare cose interessanti di cronologia e diplomatica, visto che di Bergamo non si trovava nulla.
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Il Tiraboschi in una lettera al Lupi 24 novembre disse che solo il venerdì precedente sulla via di Parma aveva avuto la copia del Codice inviatagli con una lettera il 24 settembre, l’aveva subito fatta legare e, riavutala dal legatore domenica, nei giorni successivi l’aveva scorsa tutta e letta qua e la. Lodò moltissimo l’opera e si rallegra che l’Agliardi, come scritto nel Codex, si fosse applicato agli studi diplomatici sotto la guida del Lupi. Aggiunse che la carta topografica del Bergamasco promessa nel testo mancava nella copia inviatagli e chiese di inviargliela, nel caso in cui fosse stata effettivamente realizzata. Lo esortò poi nuovamente a concludere l’opera con il secondo.
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Il 6 dicembre il Lupi rispose che avrebbe voluto fargli avere il libro per i primi di ottobre per mano dell’abate Placido Soldati ed aggiunse che quando si stampavano le pagine nelle quali parlava della carta topografica sperava ancora che essa potesse essere pronta entro la conclusione della stampa, ma la difficoltà di identificare i nomi ed il fatto che il finirla non dipendeva da lui non avevano permesso fosse allegata al Codex, pensava però di inserirla nel secondo tomo.  Questa carta purtroppo non fu poi realizzata.
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Nonostante le molte critiche positive la vendita del libro andò a rilento, come appare anche da una lettera del Serassi del 19 marzo 1785.
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L’abate Giovanni Battista Schioppalalba in una lettera al Lupi scrisse che Quanto alla scarsezza dello spaccio del primo Tomo conveniva pazientare un disastro che è comune alle più insigni opere che a’ giorni nostri scrivonsi in latino, e in materie serie e gravi che non sono del gusto generale del secolo. Ma la di lei opera rendesi necessaria a tutte quante le biblioteche, e quindi conviene dar tempo, affinché rendasi nota in ogni parte del mondo.
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Il titolo
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È interessante anche l’evoluzione del titolo dell’opera.
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L’abate Volpi nel 1761 parla di Codice Diplomatico della Chiesa di Bergamo,  il 22 aprile 1775 il Capitolo lo chiama Index diplomaticus Bergomatis Ecclesiæ.
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Nell’approvazione dei riformatori dello Studio di Padova dell’11 dicembre 1782 si riporta il titolo di Codex Diplomaticus Urbis, & Ecclesiæ Bergomatis &c.  e nella prefazione il Lupi scrive Codicem Diplomaticum Urbis, & Ecclesiæ Bergomatis.  Però quando chiese l’approvazione del titolo al Capitolo, ottenuta il 22 giugno 1784, il Lupi chiese di poter intitolare la propria opera Codex Diplomaticus Civitatis, & Ecclesiæ Bergomatis.
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Sembra di vedere l’opera pensata inizialmente come raccolta delle memorie della Chiesa di Bergamo, poi allargatasi alla città ed infine alla cittadinanza. La modificazione del titolo da Urbis in Civitatis probabilmente volle significare la spettanza delle memorie non tanto alla città come insieme di edifici, quanto alla cittadinanza ed alla chiesa come comunità e non solo istituzione.
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Le critiche del Verri
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Nel marzo 1786 in un Giornale letterario di Milano stampato da Francesco Pogliani, nel cui primo tometto era stata data una relazione del Codice diplomatico, definendo valentissimo l’autore, che con la sua opera non aveva portato solo onore alla Patria, ma anche luce a tutta la storia civile ed ecclesiastica, prendendo occasione dal fatto che il Lupi aveva disapprovato un parere di un famoso scrittore milanese, fu inserito un articolo in cui si metteva in ridicolo non solo il Codex, ma tutta la diplomatica, “senza saper trovare nell’opera se non un errore di stampa, cioè citato l’anno 840 invece del 740, ed un altro supposto sulla data di incoronazione di re Astolfo”, che era invece esatta. In una lettera al Tiraboschi del 24 aprile il Lupi segnalò l’infondatezza e l’inconsistenza delle critiche e gli chiese di rispondere dal Giornale di Modena, se l’avesse ritenuto opportuno, non tanto a riguardo del Codice, quanto della diplomatica. Venne anche informato da Milano che l’articolo era opera del conte Pietro Verri, che l’anno precedente, venuto a Bergamo per la fiera, l’aveva voluto conoscere e gli aveva fatto grandissimi elogi per la sua opera.
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L’articolo fu criticato da molti letterati che lodarono il Lupi per non averlo degnato di risposta. L’abate Tiraboschi contestò le critiche del Verri già in una lettera del 3 maggio al Lupi,  al quale scrisse anche che, benché avesse avuto notizia del Giornale milanese, non si era mai curato di averlo, sia perché ne aveva già molti altri, sia perché gli autori non gli eran parsi tali da averne grande premura. Definì poi insolente e incivile critica quella rivolta alla dottissima opera del Lupi e gli confermò il poco favorevole giudizio che se ne era fatto e la decisione di non sprecar denaro a comprarlo. Consigliò di non considerare questa sciocca censura e di non onorarla troppo con il crederla degna di qualche risposta. Un altro rinomato letterato amico del Lupi gli scrisse da Padova che non si sarebbe mai aspettato una critica di questo tipo e tanto meno da un filosofo e consigliò di non rispondere, come Socrate faceva con le comiche derisioni d’Aristofane.
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Il Serassi in una lettera del 13 maggio disse di non aver saputo nulla del giornale di Milano e di volerne copia per “castigare l’autore delle villane sciocchezze”.
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In una lettera al Tiraboschi del 14 il Lupi riprese il discorso dicendo di essersi risentito della cosa, ma di aver inizialmente pensato di non farne parola. Poi, per altrui sollecitazione, gliene aveva scritto, ma conveniva con lui che non meritasse risposta ed aveva dissuaso alcuni suoi amici dal fare qualsiasi confutazione. Concluse di attendere con ansia l’uscita dell’opera su Nonantola che avrebbe confutato quanto detto della diplomatica. Con un post scriptum ringraziò per il ritratto in rame del Tiraboschi che l’abate Francesco Bonesi gli aveva portato e che aveva collocato nel proprio studiolo, accanto ad altri degli uomini più illustri della Patria per lettere.  Della questione parlò ancora in una lettera del 30 luglio con la quale trasmise copia del giornale al Tiraboschi,  che il 6 agosto gli scrisse di aver ricevuto e letto con indignazione l’articolo.
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Il 31 maggio 1787 il Lupi scrivendo al Mascheroni accennò all’articolo con il quale il Verri l’aveva “villanamente strapazzato” e disse che però poi lo aveva elogiato.
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In una lettera del 1° giugno al Tiraboschi parlò ancora delle affermazioni del Verri, contro le quali il Tiraboschi aveva parlato velatamente nella prefazione al primo tomo della storia dell’abbazia di Nonantola, aggiungendo che in un elogio dell’abate Frisi a pag. 62 del giornale milanese il Verri aveva elogiato lui ed il Codex, ma che egli non si curava né delle sue villanie né delle sue lodi.
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In una lettera dell’11 febbraio 1788 al Tiraboschi disse di aver saputo che vi era chi si accingeva a censurare la Storia di Milano del Verri, lavoro pieno zeppo non di abbagli solo, ma di massicci errori e gli chiese di informarlo appena la critica fosse comparsa dicendogli di chi fosse opera, aggiunse che aveva pensato di inserire le segnalazioni di tali errori contenuti nei frammenti istorici del secondo tomo.  In un’altra lettera del 21 aprile lo ringraziò per il consiglio datogli di non contestare la storia del Verri, al quale si era attenuto, e dissertò poi di cronologia
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Onori
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La pubblicazione del primo volume del Codex destò ammirazione ed entusiasmo fra i concittadini ed anche fra i dotti d’Europa e procurò al Lupi molti onori e riconoscimenti.
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I Canonici, nel Capitolo del 30 luglio 1784, già prima che la stampa venisse terminata, decisero di far eseguire in suo onore un simulacro marmoreo con iscrizione.  Rallegrandosene con il Lupi monsignor Giovanni Girolamo Gradenigo (1708-1786), arcivescovo di Udine (1736-1786) affermò che era giusto che egli avesse un attestato di gradimento pubblico e distinto e non potesse facilmente essere cancellato dal tempo.
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Nell’autunno il Lupi inviò in omaggio copia del primo volume del Codex a Giovan Battista Cucchi, presidente dell’Accademia degli Eccitati, per la stessa, ma questi non la poté portare che il 27 gennaio 1785. L’Accademia affidò al segretario Don Maffeo Maria Rocchi l’incarico di ringraziarlo e diede ordine che fosse fatto eseguire a qualche valente pittore un suo ritratto, da collocarsi fra quelli dei più insigni letterati che ornavano la sua sede in Sant’Agostino.
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Il 20 ottobre il Mascheroni ringraziò per il dono del Codex il Lupi, del quale elogiò l’erudizione ed il giudizio, riferendo lodi espresse anche da altri.
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Il 18 dicembre il Serassi scrisse che da due giorni era arrivata la balla di 19 copie e che avrebbe fatto legare solo quelle per il papa, al quale sarebbe stata presentata da monsignor Carrara, e per il cardinal Francesco Saverio Zelada (-1801), mentre agli altri avrebbe dato l’opera sciolta.
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Lo stesso giorno da Parigi il La Lande scrisse complimentandosi per il Codice che aveva ricevuto.
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Con deliberazione del 17 gennaio 1785 il Territorio decretò per il Lupi il premio di una medaglia espressamente coniata per lui.  Il 27 venne aggregato all’Accademia di Padova.  
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Il 23 febbraio il pontefice Pio VI gli fece scrivere congratulandosi per l’opera fattagli pervenire, unitamente ad una lettera, per mano del cardinal Carrara e dicendo che la sua opera dava lustro non solo a Bergamo, ma a tutta la storia ecclesiastica e civile dell’Italia medioevale.
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Il 26 il Serassi scrisse che nello stesso plico della sua lettera ne avrebbe trovata anche una del cardinal Carrara che, prima della sua promozione a cardinale, aveva presentato al papa la copia del Codex che egli aveva fatto legare in vitello rosso, con il taglio dorato, fregi d’oro e stemmi del papa sostituendo l’ultimo foglio mancante in quella copia in carta grande con uno di quelle in carta piccola fenestrato, e la risposta di Sua Santità, che aveva molto gradito il dono. Comunicò altresì che aveva fatto legare anche le copie per il cardinal Zelada e per l’abate Lazzari ed aggiunse che l’opera era lodevole e bellissima, ma che nonostante questo vi erano problemi nella vendita.
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Un estratto del codice fu pubblicato nel giornale di Modena ed il Tiraboschi in una lettera del 30 marzo si rallegrò che il Lupi lo avesse apprezzato .
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In lode del Lupi furono composte varie dotte poesie che vennero stampate in Bergamo, tra le quali un’elegia latina del prevosto Don Giuseppe Rota con la traduzione in versi italiani del protofisico dottor Giuseppe Pasta: AD MARIVM LVPVM BERGOMATIS ECCLESIÆ CANONICVM PRIMICERIVM OB EXIMIVM CODICEM DIPLOMATICVM HOSEPHI ROTÆ SANCTISSIMI SALVATORIS PAROCHI GRATVLATIO.
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Gli fu dedicato anche un sonetto dalla contessa Paolina Secco Suardo in Grismondi (1746-1801), in Arcadia Lesbia Cidonia, fra l’altro sua cugina di quarto grado.
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In una lettera del 9 aprile il Serassi scrisse che copie dell’opera sarebbero state date il giorno successivo al cardinale Giacinto Sigismondo Gerdil (-1802) ed all’ambasciatore Memmo ed il 21 maggio comunicò che entrambi avevano molto apprezzato l’opera. Parla di un’iscrizione che aveva mandato il cardinal Carrara e del sonetto di Lesbia Cidonia inviatogli dal Lupi, cui in cambio allegò una canzone inedita del Tasso.
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L’11 giugno il Consiglio del Comune di Bergamo lodò il lavoro e decise di accettarne in dono una copia e di farla porre nella Biblioteca pubblica. Nel registro delle delibere del Consiglio una nota del bibliotecario Don Giovanni Ceroni ne segnala l’acquisizione. Venne altresì deciso di far realizzare da un valente pittore, a spese pubbliche, un ritratto del Lupi da collocarsi nella sala del Maggior Consiglio con adeguata iscrizione e di fargli consegnare, in segno di stima, copia della delibera. Il tutto venne approvato con 59 contro 9 voti.
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In quello stesso 1785 offrì tre conviti, uno ai Canonici, al quale intervenne anche il vescovo, l’altro ai principali Signori del Consiglio della Città, il terzo ai componenti il Consiglio del Territorio, per ringraziarli degli onori ricevuti. Gli fu anche dedicata, alla presenza di gran parte dei Canonici, una pubblica conclusione di teologia nel Seminario dall’abate Don Vincenzo Bana, che vi premise una colta ed elegante lettera latina, con un breve compendio della sua vita e grandi elogi.
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Il cardinal Carrara giudicò il “Codex”, che aveva ricevuto per mano del Serassi, corredato di notizie singolari ed interessanti non solo per la storia particolare di Bergamo, ma per quella d’Italia, si rallegrò di veder Bergamo onorata da valenti uomini quali Tiraboschi, Serassi, Lupi, a cui si doveva l’aver tratto a luce tanti rari documenti medioevali lasciati sino allora sepolti. Anche i cardinali Zelada e Gerdil ebbero espressioni onorevoli e esaltarono l’opera.
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Il 24 settembre il Serassi comunicò al Lupi che la pubblicazione del Codex sarebbe stata annunciata nelle Effemeridi e nella Gazzetta ecclesiastica di Roma e l’11 febbraio 1787 scrisse che il cardinal Carrara aveva affermato che era comune opinione che dopo il Muratori nessuno avesse trattato meglio e più dottamente le antichità medioevali.
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Il 19 agosto 1787 si tenne una riunione dell’Accademia degli Eccitati nella quale, su tema dato dal vescovo, si recitarono le sue lodi con ampia partecipazione e sentito plauso. L’abate Mascheroni declamò un sonetto, il carmelitano Padre Tomaso Rivellini recitò un elogio latino, il vescovo Dolfin un sonetto, elogiandolo per aver egli tessuto la storia di Bergamo,  quasi tutti gli altri accademici poesie italiane e latine di cui gli fu poi consegnata copia.
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Ne trattarono con ammirazione gli studiosi e Bergamo e la sua Chiesa furono oggetto “di nobile invidia” per il magnifico dono fatto loro dal suo cittadino. Molti letterati d’Italia si congratularono con lui e lo lodarono. L’opera ricevette ottime recensioni in svariate effemeridi letterarie di Francia e Germania, nei diari di Parigi, Amsterdam e Lipsia, a Roma, Bologna, Vicenza ed altre città.  Nel Giornale ecclesiastico di Roma N.° 28 il 5 gennaio 1786 venne pubblicato un elogio che si concludeva con le parole: Felice ogni Città e felice ogni Chiesa, se vantasse un dotto e laborioso Canonico Lupi, che sapesse trarre dalle tenebre tanti preziosi monumenti ecclesiastici, che giacciono per anco sepolti. Ne parlarono onorificamente anche il Giornale letterario ossia Progressi dello spirito umano dei confini d’Italia 1784 N.° 53 e 41, il Giornale enciclopedico stampato in Bologna da Giuseppe Longhi 1785 numeri 7, 9, 17 e 20,  il Giornale enciclopedico di Vicenza nel novembre 1784. Il «Journal des Savants» di Parigi e quello di Buglione che diceva che il Codice, frutto di grandi ricerche e di una vasta erudizione, riportava importanti scoperte non solo sulla storia civile ed ecclesiastica di Bergamo, ma anche sulle antichità d’Italia in generale e su diversi punti di diplomatica. Fra le varie recensioni si distinse la Gazzetta generale di letteratura stampata in Lipsia numero 86-87-88 del 10-11-12 aprile 1787,  che, essendo in tedesco, fu tradotta al Lupi dal nobile studioso Girolamo Adelasio. In essa si diceva che opere simili di rado si davano alla luce e che fra gli archivisti stessi erano pochi quelli che erano dotati di così sano giudizio, di così estesa dottrina e di tanta assiduità. Da varie parti della Germania arrivarono richieste di più esemplari e parecchie lettere scritte da Lipsia e, fra le altre, una latina di Giovanni Federico Loesch, segretario del Margravio di Brandeburgo Anspach, in cui si lodava altamente il Codice, del quale veniva richiesta una copia per la biblioteca pubblica.
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Si congratulò anche l’abate Giuseppe Pavesio del Collegio di teologia e delle arti, Custode della Biblioteca della reale università di Torino. Il Tiraboschi scrisse che il Codice aveva superato le sue aspettative, dato che non credeva che il Capitolo fosse così ricco di carte anteriori all’XI secolo, tanto da superare quello di Nonantola e si complimentò per l’esattezza con la quale erano illustrati i documenti e tanti punti di storia patria ed universale, aggiungendo di credere che erano poche le opere che potevano stare a confronto del Codex.
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Nelle carte del Lupi si trovano alcune trascrizioni di sua mano di giudizi sul Codice, una quartina di Baltasar Pelandino, un componimento di Antonio Tironi, uno di Giovanni Battista Zonca dell’11 luglio 1752, uno di Antonio Rovetta, un’elegia per il codice non sottoscritta, una sua risposta ai foglii 40 4, 4, 3, 4 che sembra allo Zonca.  Il 12 febbraio 1786 da Parma Alessandro Alessandri inviò un’iscrizione in sua lode.
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Il cardinal Garampi, in una sua lettera scritta all’abate di Venezia da Vienna, dove era nunzio, espresse il suo rincrescimento perché tornando in Italia era stato costretto a tenere il cammino più breve e non aveva potuto recarsi a Bergamo a trovare il Canonico Lupi. Il porporato ricevette con grande piacere la medaglia, come scrive l’abate Serassi che gliela presentò, felice di vedere il ritratto di un letterato e, scrivendo da Montefiascone il 12 luglio 1786 al cardinale Carrara che si trovava a Bergamo, lo pregò di riverire il Lupi ed il Canonico Mozzi. Aggiunse che non aveva potuto leggere che una parte della sua opera, ma che la riservava fra le prime che voleva riprendere e concluse invitando ad incoraggiarlo a continuare l’impresa. Anche in un’altra scritta direttamente al Lupi lodò il Codex.
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La pubblicazione del secondo volume
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Il Lupi predispose anche il materiale per il secondo volume, nel quale, con lo stesso metodo, proseguendo la pubblicazione e la illustrazione di documenti della storia ecclesiastica e civile, fino verso la fine dei XII secolo, affrontava altri dibattuti problemi.
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Il Tiraboschi in una lettera al Lupi dell’8 febbraio 1786 si compiacque di vederlo avanzato nel lavoro del secondo tomo.
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In una lettera del 1° giugno 1787 al Tiraboschi il Lupi scrisse di aver ricevuto per mano di Giovanni Maironi da Ponte la Storia di Nonantola con il Codice diplomatico annesso, del quale si sarebbe giovato per il secondo tomo del proprio Codex, alla cui edizione stava per accingersi, avendo concluso le dissertazioni sulle parrocchie, e nel quale avrebbe seguito il suo esempio troncando le formule comuni dei documenti, pubblicando solo l’essenziale per gran numero degli stessi.
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Il Tiraboschi rispose il 13 esortandolo alla continuazione del Codex.
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Nel 1787 e 1788 si fece inviare da Pavia dal Mascheroni copie di documenti là conservati.
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Con un codicillo al suo testamento del 20 settembre 1787 precisò che voleva fossero dapprima stampate le sue dissertazioni delle Parrocchie o che la loro stampa fosse portata a termine, che fosse poi stampato il secondo tomo del Codex e poi tutte le altre opere.
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In una lettera al Mascheroni del 16 novembre 1787 asserì di aver cominciato a rivedere il “Codex” per stampare il secondo tomo, discorse delle sue nuove dissertazioni che vi avrebbe inserito e chiese di procurargli copia di due diplomi dell’Imperatore Ludovico III conservati a Pavia. In una del 14 dicembre gli confermò la prosecuzione dei lavori per il “Codex” ed il 4 febbraio 1788 lo ringraziò per le ricerche fatte, facendo molte osservazioni sui documenti e complimentandosi con lui per la notevole abilità diplomatica acquisita in poco tempo. Chiese poi di copiare le note cronologiche dei documenti degli archivi pavesi dal 900 sino al 1000 od almeno al 970.  Anche in una lettera dell’11 febbraio al Tiraboschi disse che da qualche mese si era messo a rivedere le note del secondo tomo per darlo alle stampe, ‘vita comite’, cioè ancora in vita, e che aveva preferito abbandonare l’idea di inserire nei frammenti istorici le segnalazioni degli errori contenuti nella storia del Verri.
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Il Serassi in una lettera del 12 aprile si rallegrò di sentire che il Lupi lavorava al secondo volume del codice e disse che sperava lo potesse finiree l’abate Rocchi in un’opera che ebbe l’imprimatur il 13 maggio scrisse che il Lupi stava preparando la pubblicazione del secondo volume del Codex.
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Ancora in una lettera al Tiraboschi del 22 dicembre il Lupi scrisse di star lavorando al codice che si stava copiando.
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Nell’anno 1789, sebbene la quantità delle lettere che dovette scrivere soprattutto ai tanti che lo ringraziavano e si congratulavano per la sua opera lo avesse tenuto molto occupato, intraprese la revisione del secondo tomo del Codice ritoccandone, anzi rifacendo quasi interamente, molte annotazioni ed osservazioni. Alla fine, dice il Ronchetti,  se ne incominciarono le copie per la stampa.  Il Tiraboschi in una lettera del 9 settembre si rallegrò con lui che si stesse per iniziare l’edizione del secondo tomo.
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Questo lavoro venne però interrotto dalla morte del Lupi, avvenuta il 7 novembre 1789.
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L’abate Rocchi nel necrologio del Lupi scrisse che quanto prima sarebbe uscito il secondo tomo e si sarebbero pubblicate altre opere e che il Lupi aveva legato all’abate Ronchetti, suo amanuense e sagrista del duomo, 10˙000 lire venete per la pubblicazione.  Monsignor Pietro Rusca di Nembro (1797-1870), arciprete della cattedrale (1841-1870), nell’elogio funebre del Ronchetti, disse che da semplice amamuense era diventato un collaboratore e che il Lupi lo aveva incaricato anche di ricerche.
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Si ha l’impressione che al Ronchetti sia stato affidato il coordinamento dell’edizione del secondo volume, avvalendosi della collaborazione dello Zuccala per l’ordinamento, il confronto e la correzione dei manoscritti e di quella dell’Agliardi per il confronto dei documenti, come il Lupi stesso scrisse nel proprio testamento. L’opera di edizione sembra quindi essere stata portata avanti a tre sotto il coordinamento del Ronchetti.
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È stato ipotizzato che il Lupi si aspettasse dal Ronchetti solamente la pubblicazione del secondo volume che era ormai quasi pronto e dall’Agliardi la continuazione del Codice diplomatico dalla fine del XII a tutto il XIV secolo.
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Il Ronchetti, nella prefazione al secondo tomo, dice che il Lupi morente, in estremo segno d’affetto, aveva lasciato in eredità a lui, unitamente alla sua biblioteca, i suoi scritti ed il rimanente di questo codice che, non ancora del tutto terminato, attendeva la stampa, per curarne l’edizione con l’assegnazione di una sufficiente somma per le spese.  Altrove dice di aver impiegato grande e lunga fatica per pubblicarlo, visto che era stato lasciato dal Lupi in gran parte imperfetto.
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Per finire il Codice l’Agliardi, che sin dall’uscita del primo volume aveva iniziato a postillarlo, stese gli “Excerpta ex Archivio cathedralis” e postillò gli appunti del Lupi rivedendo gli originali.
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Presto però si presentò il primo ostacolo alla pubblicazione del “Codex”: la causa fidecommissaria intentata da alcuni cugini del Lupi, come disse l’Agliardi scrivendo al Mascheroni l’8 marzo 1790 asserendo che il deposito affidato ai commissari per la pubblicazione delle opere era fermo per questa causa.
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Il Tiraboschi in una lettera del 19 giugno 1791 al Ronchetti, non sentendo più parlare del Codex e non volendo che restasse incompiuto, ne chiese notizie.
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Il Ronchetti in una lettera del 17 luglio 1793 al Tiraboschi disse di aver moltissimo a cuore l’opera del Lupi alla quale stava lavorando e che era incerto l’esito della causa a Venezia, ma che gli era stato da poco assicurato che il denaro lasciato per testamento sarebbe stato disponibile per la stampa e che per l’anno successivo pensava di pubblicarla.  Il 6 dicembre l’Agliardi scrisse che sperava che il Codex avrebbe visto la luce nel seguente anno.
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Nel 1794 vennero datate ed incise da Gaspare Cagnoni a Milano le testate disegnate dall’Orelli.
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La contestazione con relativa causa sull’eredità del Lupi si concluse solo all’inizio dell’anno 1795, con l’aiuto dei commissari dell’eredità Angelini e Terzi ed il lascito fu disponibile.
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Poco dopo, il 22 maggio, l’Agliardi spirò a Venezia.
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L’abate Lodovico Ricci di Chiari, che era intimo dell’Agliardi, in un sonetto in morte dello stesso, scrisse che, morto il Lupi, l’opera che lui aveva imbastito doveva venir terminata dall’Agliardi, ma che l’invidia gli aveva contrastato il lavoro, sino a che anche lui non fu colto dalla morte e conclude auspicando che anime impudenti e disoneste non potessero ornarsi con il suo lavoro e c’è chi ha visto in queste anime il Ronchetti, che avrebbe ostacolato l’Agliardi e poi fatto suo molto del lavoro di questi, senza mai citarlo.
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Nel 1795-1796 il lavoro di revisione del testo, o forse già delle bozze, era piuttosto avanzato. Su questo argomento ci resta parte della corrispondenza fra lo Zuccala ed il Ronchetti. Lo Zuccala in una lettera da Lallio 31 agosto 1795 scrisse al Ronchetti che finalmente aveva finito il primo cartolare del secondo tomo con osservazioni. Il Ronchetti in una da Bergamo del 1° settembre scrisse di averlo ricevuto, dopo che egli lo aveva esaminato e vi aveva annesso le sue osservazioni ed allegò alla lettera il secondo cartolare affinché lo Zuccala potesse leggerlo e “considerarlo”. Con successiva lettera da Nese del 12 ottobre scrisse di aver ricevuto in campagna la lettera con unito il secondo cartolario esaminato e le note e ringraziò. Aggiunse che avrebbe spedito il terzo cartolare la settimana successiva ed asserì che al primo incontro avrebbe fatto rimarcare al conte Angelini il giustissimo di Lei riflesso intorno alla stampa, quale a me pure era venuto in mente, e al Sig. Antoine comunicato. Con altra lettera da Bergamo del 5 febbraio 1796 definì carissime, giuste e sensate le annotazioni fatte al cartolario. In tutte le lettere ripete che avrebbe mostrato all’Angelini la diligenza dello Zuccala.
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Il Ronchetti portò avanti la pubblicazione del volume, rivedendo i documenti scritti dal Lupi e ed aggiungendovi commentari e documenti da amici e da lui stesso raccolti  e finalmente poté venir predisposto per la stampa, probabilmente nel 1798.
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Il titolo ricalcò quello del primo, eliminando ovviamente il riferimento al prodromo, segnalando che si trattava di opera postuma edita ed aumentata di documenti e commentari dal sacerdote Giuseppe Ronchetti e togliendo il permesso dei superiori essendo ormai avvenuta la rivoluzione: CODEX | DIPLOMATICUS | CIVITATIS, ET ECCLESIÆ BERGOMATIS | A CANONICO | MARIO LUPO | EJUSDEM ECCLESIÆ PRIMICERIO | DIGESTUS NOTIS, ET ANIMADVERSIONIBUS ILLUSTRATUS; | VOLUMEN SECUNDUM. | OPUS POSTHUMUM | EDITUM, | AC MONUMENTIS, ET COMMENTARIIS AUCTUM A PRESBITERO | JOSEPHO RONCHETTI. | BERGOMI | EX TYPOGRAPHIA VINCENTII ANTOINE | MDCCIC.
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Nel frontespizio venne ripresa la vignetta del precedente, nel testo furono inserite iniziali figurate (pag. V, col. 1, 433, 829) ed una semplice testatina a pag. V, oltre a tre disegnate dall’Orelli ed incise da Gaspare Cagnoni, datate Milano 1794.
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col. 1-2 Testata libro III, bulino 13x20.3 cm, il messo di re Berengario consegna il diploma di giurisdizione cittadina al vescovo nel 904
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col. 433-434 Testata libro IV, bulino 13x19.7 ingresso in Bergamo di re Corrado II nel 1026
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col. 829-830 Testata libro V, bulino 13.5x20.3, assedio ed incendio del castello di Trezzo contro gli imperiali da parte di Bergamaschi e Milanesi nel 1167.
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Un’unica tavola arricchisce questo tomo, di 518x392 mm, raffigurante, sulla stessa carta, il Sepolcro del Beato Alberto Fondatore del Monistero di Pontida da un lato ed il Sepolcro del Beato Alberto Fondatore del Monistero di Pontida da un altro lato, citato a colonna 791. Ricordiamo che a Pontida era stato abate Padre Dom Benaglio, cugino del Lupi. Questa tavola però non è altro che la ristampa di due distinte tavole edite nel IV volume delle Memorie del Giulini, ove in alto a destra vi era la scritta 332. p IV e probabilmente realizzate da Bianchi.
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Forse il volume fu pronto prima della seconda metà di maggio 1799. Infatti si ha una lode al Ronchetti per l’edizione del “Codex”, datata Bergamo 29 maggio 1799, dei seviri presidenti alla provincia di Bergamo, reggenti a nome dell’Imperatore d’Austria.
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Infatti al momento Bergamo era sotto la dominazione austriaca, dato che nel frattempo vi erano state le vicende della rivoluzione francese, la rivoluzione bergamasca del 1797 e la caduta della Serenissima, avvenimenti che forse contribuirono a rallentare i lavori, ma nella primavera del 1799 gli austro-russi avevano sconfitto l’esercito francese, i cosacchi erano entrati in Bergamo il 24 aprile, gli alleati avevano battuto ancora i Francesi il 28 nella battaglia di Cassano ed erano divenuti padroni della Lombardia,  sino a quando Napoleone il 14 giugno 1800 vinse la famosa battaglia di Marengo e gli Austriaci dovettero sgomberare il Piemonte, la Lombardia e la Liguria.
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Nella Biblioteca civica di Bergamo si conserva il manoscritto autografo del secondo volume: “Volumen secundum codicis diplomatici civitatis et ecclesiae bergomensis,” 320x210 mm, 583 carte. MMB 521, già Lambda IV, 3. Da carta 1 a 517 segue un ordine filato, mentre da questo punto in poi non è portato a termine, seguono dei fogli volanti con trascrizioni di documenti confluiti nel secondo volume e cioè: 518, 645, 520, 213, 523, 285, 534, 715, 536, 723, 542, 769, 544, 781, 546, 783, 549, 2359, a carte 552-583 varie di diversi archivi, senza indicazione del riferimento al Codex.
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Documenti ed annotazioni per il secondo tomo, relative a documenti degli anni 1040-1100 si trovano in un volumetto di 130 carte, dal titolo “Lupo Mario Bosso Codice diplom ms”, tutto autografo del Lupi, sempre presso la Biblioteca civica, dono del conte Paolo Vimercati Sozzi (1801-1883) nel 1868, Salone Cassapanca I, I, IV 25.
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Un raffronto filologico dei manoscritti, oltre che di tutti i materiali preparatori, con il volume stampato sarebbe senza dubbio interessante.
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La tiratura fu limitata, dato che il primo tomo non veniva certo venduto velocemente, come pare si lamentasse il Lupi stesso, cosa che non dovette incoraggiare la pubblicazione di molte copie del secondo.  Dato poi che, a quanto pare, gli eredi bruciarono molte copie di quest’ultimo  quanto tornarono in onore gli studi, come scriveva il Mazzi, il primo volume trovavasi quasi ad ogni passo, mentre riusciva assai difficile completarlo col secondo.  Oggi, essendo aumentato non solo il numero delle persone interessate alla storia, ma anche quello dei collezionisti, la situazione è ancora peggiorata, è difficile trovare il primo volume ed è quasi impossibile trovare il secondo e peggio ancora i due volumi insieme e colui al quale capita questa fortuna deve dolersi del prezzo che viene richiesto, dato che i due volumi hanno raggiunto quotazioni molto alte.
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Il progettato terzo volume
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Probabilmente all’inizio, forse già nel 1746 con i suoi primi incontri con l’Archivio capitolare, il Lupi pensava di realizzare un codice diplomatico con documenti sino al XV secolo. Con il passare del tempo però il lavoro avanzava lentamente e la salute cominciava a dar segni d’instabilità, facendogli dubitare di poter portare a compimento l’opera. Nel 1773 venne cooptato fra i canonici di Bergamo il giovane Agliardi, che nel 1775 fu nominato fra gli archivisti capitolari. Il Lupi lo istruì nella ricerca e nella diplomatica ed egli lo aiutò nella raccolta di documenti per il codex ed il Lupi vide in lui la persona adatta a continuare la sua opera. Vedendo che il lavoro per illustrare i documenti era troppo gravoso per lui, ormai invecchiato, mentre si accingeva a pubblicare il primo tomo del Codice, limitato al X secolo, decise di restringere il proprio campo d’azione per il secondo volume alla fine del XII secolo e di affidare la continuazione per i secoli XIV e XV all’Agliardi, Canonico della cattedrale, membro di una delle nobili famiglie, erudito ed esperto in diplomatica, consegnandogli i documenti da lui raccolti, sperando che li avrebbe dati alla luce corredati d’illuminanti animadversioni.
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Come scrive l’abate Rocchi, nel 1788 l’Agliardi stava preparando la continuazione del Codice diplomatico, mentre il Lupi preparava la pubblicazione del secondo volume.
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L’Agliardi però mancò prima di poter fare tutto ciò che il Lupi sperava.
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Memorie
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Sembra che il successo del primo tomo del Codice avesse indotto il Lupi a progettare e forse anche ad avviare la stesura di un compendio in italiano sino al secolo XV, per rendere accessibili le notizie anche a chi ignorasse il latino, seguendo lo stesso ordine cronologico e riportando le notizie ricavate dai documenti senza appesantire con essi la narrazione, ma riportandone solamente, quando opportuno, brani trascritti con tutta fedeltà in italiano. Il Ronchetti scrive che egli riteneva che a questo lavoro il Lupi mettesse mano dopo aver pubblicato il primo tomo del Codice, ma questi ne aveva interrotto la continuazione per compilare l’opera sulle parrocchie e dice che se avesse continuato ne sarebbe senza dubbio derivata una storia patria che sarebbe stata universalmente gradita, non essendo il Codice alla portata della maggior parte delle persone, in quanto sembra un’opera indirizzata più a chi volesse accingersi a scrivere la storia della Patria, che a chi volesse leggerla, anche perché composto in lingua latina oggimai da pochi intesa, e dalla maggior parte di questi stessi amasi meglio leggere cose italiane che latine. All’epoca le storie patrie o erano brevissimi compendi, che fornivano poche notizie, od erano meramente agiografiche, cioè vite di Santi o semplici elogi d’uomini illustri.
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L’idea venne poi ripresa dal Ronchetti, almeno dal 1799  e diede vita alle sue famose “Memorie istoriche” edite fra il 1805 ed il 1838.
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I manoscritti ed i materiali preparatori del Codex e delle Memorie
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Oltre a quelli già citati ci restano anche numerosi altri suoi manoscritti.
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Il Ronchetti, spirato il 21 febbraio 1838, lasciò al cugino Don Luigi Femi i suoi libri, scritti e carte con testamento del 14 aprile 1837. Alcuni manoscritti passarono al Finazzi ed all’Archivio capitolare. Il Femi spirò il 7 aprile 1856 e quasi tutti i document confluirono alla Civica Biblioteca, per acquisto dagli eredi, ove ora si conservano.
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Fra questi materiali vi furono anche 140 pergamene, dette Ronchetti-Femi, degli anni 923-1790. Non appartengono al fondo le 31 pergamene dette Lupo, degli anni 774-1753, che sono così chiamate semplicemente perché da lui edite.
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Numerosi documenti sono raccolti in “Documenti e vari materiali preparatori per il Codice” MMB 523, già Lambda IV, 4/2, che contiene estratti dal Mozzi, da archivi di Cremona, della Val di Scalve, dal Mazzoleni, da notai, molte di mano estranea, alcune dell’Agliardi ed una di mano del Mozzi con albero genealogico dei Fini. All’interno 34 si trova “1260. Carta degli antichi censi che si pagavano dalle Chiese della Diocesi, e da Canonici di Bergamo alla Chiesa Romana” censo del 1260, edita da Monsignor Luigi Chiodi “Chiese di Bergamo sottoposte a censo circa il 1260”, traendola dalla pergamena originale, ed un documento visconteo a favore delle elemosine alla basilica di Sant’Alessandro.
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Si conservano alcune LETTERE PONTIFICIE | RICEVUTE | DAL CAN. LUPO | PER CURA | DEL CH. TIRABOSCHI MMB 819, già Lambda I, 15.
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Nella Specola manoscritti 197, si trovano alcuni estratti e note di documenti antichi, composto da 33 carte di cui alcuni fogli sono di mano del Lupi, alcuni dell’Agliardi ed altri di altra mano. Alcuni appunti sono tratti da documenti dei fratelli conti Ludovico e Marco Suardi, altri mandati da Cremona, altri ancora dagli Archivi della Misericordia Maggiore e del Vescovado. Vi è anche un vaticinio del cistercense Fra Ermanno, monaco Lhenimense del 1300 circa.
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EXCERPTA | EX | ACTIS NOTARIORUM | BERGOMI. AB 399, già Lambda V, 8 contiene anche alcuni fascicoli di notizie tolte dagli appunti del defunto abate Mazzoleni, dagli archivi di Astino, della Mîa, del vescovado e da altri, da note dell’Agliardi e dalla cronaca di Castello Castelli.
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EXCERPTA | EX | L. A. MURATORIO. C. SIGONIO | ET | SCRIPTORIBUS RERUM | BOHEMICARUM. AB 400, già Lambda V, 9, contiene anche appunti dell’Agliardi.
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Nell’Istoria della Badia d’Astino fra le pag. 442 e 443 è incollato un foglio di pugno del Lupi.
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La “Miscellanea” AB 398, già Lambda V, 7, contiene diversi documenti, in gran parte trascrizioni, soprattutto dei secoli XV-XVIII, del Lupi e di mani varie, alcuni autografi dell’abate Mazzoleni, dell’abate Angelini e del Canonico Agliardi.
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Si conserva anche un manoscritto dal titolo: “Bibliotheca Ecclesiastica”, a quanto sembra un catalogo della sua o di qualche biblioteca, di 92 carte MMB 731, già Lambda IV N.°1 (2).
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Vi sono inoltre alcune “Memorie cavate da un MS. del Can.° Mario Lupo che le trasse da altro MS. di Casa Beretta esistente presso il Sig.r Giuseppe Mozzi”, trascrizione di un suo manoscritto relativo agli anni 1268-1567 MAB 36, già Delta II sopra 14/10.
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Il Lupi diede istruzioni relative ai suoi manoscritti nel suo testamento del 26 settembre 1786 e nel codicillo del 20 settembre 1787, di cui abbiamo parlato.
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Alcune copie di Diplomi e Bolle pontifice, in parte arrivate da Roma, in parte copiate dal Canonico Agliardi, si trovano in Lambda V, 6 (1-2) MMB 556.
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[p. 158] Ultimo dei discendenti di Cesare fu il Canonico monsignor Mario. Questi il 26 settembre 1786 con atto del notaio Pietro Antonio di Gaetano Longaretti fece il suo testamento con il quale lasciò eredi i conti Marco e Lanfranco Benaglio figli del fu conte Giacinto ed in caso di morte sostituì loro il conte Giacinto di Marco e nominò commissari ed esecutori i conti Francesco e Ludovico Roncalli ed il conte Nicola Angelini, suoi cugini. Il 20 settembre 1787 fece un codicillo ed, essendo morto il conte Francesco Roncalli, gli sostituì il nobile Giovanni Giacomo Terzi suo amico.  Il Lupi spirò il 7 novembre 1789.
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Busto di Mario Lupo in arenaria di Sarnico, collocato da Bortolo Belotti nel giardino della sua villa patrizia di Zogno .
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DANIELE ROTA
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Mario Lupo e il suo tempo e la Misericordia Maggiore.
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Con manoscritto inedito e Regola Antica
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Bergamo, MIA, 2003, pp. 127-166
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MARIO LUPO, IL MURATORI BERGAMASCO
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“L’opera del lupo è di quelle poche
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che nel loro genere, fanno onore all’Italia.
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sarebbe desiderabile che tutte le cattedrali
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avessero un canonico simile.”
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(Abate Gennari, Università di Padova, a. 1785).
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“[...] una schiera di dotti ecclesiastici bergamaschi, che comincia, ben si può dire, coll’abate Giovanni Battista Angelini, e prosegue col Lupi, coll’Agliardi, col Mazzoleni, e cui vanno congiunti insigni studiosi laici, come, ad esempio, Ercole Mozzi e Giovan Battista Rota, conducendo anche a Bergamo quelle ricerche erudite che sono gloriosa caratteristica del secolo, e quindi rinnovando completamente metodi e forme, penetra nell’antichità e nelle storie bergamasche, attraverso una diligente e paziente disamina di vecchi documenti di archivio.”
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(Bortolo Belotti, Storia di Bergamo e dei Bergamaschi, Poligrafiche Bolis, Bergamo 1959, vol V, p. 52).
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'''Pietro Roncalli''', Ritratto del canonico Mario Lupo [Lupi]. Olio su tela, irreperibile.
CONTRIBUTI STORICI DEL CODEX DI NOTEVOLE INTERESSE LOCALE E NAZIONALE
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Essendo un ritratto in abito paonazzo, va datato al 1785 od al 1786, infatti nel 1785 il Lupi fu nominato Cameriere d’onore di Sua Santità con titolo di monsignore ed abito paonazzo e con il suo testamento del 26 settembre 1786 ordinò che fosse consegnato a Vittorio e Paolo Lupi di Pignolo od al primogenito della famiglia.  
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Canonico Mario Lupo
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Litografia da “Bergamo Illustrata”, Biblioteca Civica, faldone n. 13
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È interessante e doveroso accennare, oltre a quelli già riferiti in precedenza, anche altri contributi inediti, particolarmente importanti e interessanti, che l’opera del Lupo e dei suoi continuatori ha fornito per una sempre più completa e veridica storia di Bergamo e d’Italia. A motivo di brevità, ne saranno indicati solo alcuni, tra i più significativi, a titolo esemplificativo e in ordine cronologico per facilitarne la collocazione storica.
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In questa breve elencazione relativa ai più interessanti e originali apporti storici dell’opera del Lupo, si può partire dal nome stesso della sua città: Bergamo: egli, con acute osservazioni fa la genesi della corruzione della pronuncia, e, conseguentemente dell’ortografia della discussa denominazione, annotando che nella storia di Paolo Diacono , la città si chiama Pergamum, ma in tutti gli scritti anteriori a Paolo, e nelle lapidi ed iscrizioni si ha Bergomum. Né il deterioramento deve imputarsi allo stesso Paolo, giacché in altri passi della sua storia si legge Bergomum od anche Bergamum, per la naturale predisposizione dei Germani ed antichi Franchi a mutare la lettera B in P: infatti, conchiude il Lupo, la scorretta pronuncia appare varie volte nei diplomi dei re e imperatori d’oltr’alpe (cfr. Codex, I, 10).
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Dopo il nome della città, il Lupo prende in considerazione anche il suo patrono: S. Alessandro che il B. Pinamonte, fondatore della Misericordia Maggiore, in un suo discorso chiama Hic urbis nostrae primis Antistite, gli attribuisce, quindi, dignità vescovile. Il nostro Primicerio commenta:
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'''MEDAGLIA DI MARIO LUPI''' commemorativa dell’edizione del primo volume del ''Codex''. Il 17 gennaio 1785 con l’intervento di Nicolò Venier Capitano di Bergamo nella solita sala dei consigli del Territorio (cioè dell’organismo che riuniva i rappresentanti delle comunità sovracomunali del territorio bergamasco) i difensori delle Valli (Giovanni Pezzoli, Albino Marini, Giovanni Antonio Patirana, Giovanni Antonio Mazzocchi, dottor Carlo Locatelli, Francesco Colla, Carlo Sonzogni, Felice Calvi sostituto), i sindaci generali del Piano (Lodovico Brugnetti, Giovanni Antonio Gambirasio, Giacomo Comotti, Stefano Grena, Domenico Cani, Giacomo Tadini) e deputati di comunità, componenti il Consiglio generale territoriale, decisero di ringraziare il Lupi per il dono dell’ormai celebre “Codex” e di eleggere due deputati che unitamente ai difensori ed al cancelliere notaio Alessandro Bidasio ringraziassero e facessero coniare una medaglia in oro del valore intrinseco di 6 doppie in testimonio del pubblico gradimento ed un’altra d’argento da tenere in Archivio come il “Codex”. Della decisione venne rilasciata copia al Lupi.
Medaglia d’oro (spessore mm. 40), commemorativa dell’edizione del primo volume del Codex, fatta coniare dal Territorio di Bergamo con decisione unanime del 17 gennaio 1785. Reca sul recto il profilo dell’autore, con ai bordi la dicitura “Mario Lupo Primicerio Bergomati Histor. et Antìquar.” Sul verso, uno sfondo di monti lontani con una figura eretta, che tiene spiegata con la destra, la carta topografica del territorio di Bergamo; ai bordi la dicitura: “Bergami assertis antiqui finibus agri”. Dalla parte sinistra vi corrisponde un masso di minor dimensione, con la scritta: “Devota Venetia Collocavit”. Ai piedi si legge: “ Curatorum D. S. MDCCLXXXV”.
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Per questo incarico fu scelto Don Giovanni Battista Locatelli Zuccala (1754-1825), che redasse anche l’iscrizione onoraria. La medaglia, avente un diametro di circa 42 mm ed uno spessore di 2.5, reca sul recto l’immagine del Lupi di profilo e le parole: MARIO LVPO PRIMICERIO BERGOMATI HISTOR • ET ANTIQVAR •, nonché la firma dell’incisore Antonio Guillemard († 1812) A • GUILLEMARD • F • e sul verso una pianura con sullo sfondo i monti e la Patria che tiene in mano spiegata la carta geografica del territorio bergamasco e sul contorno le parole: BERGOMEI ASSERTIS ANTIQVI FINIBVS AGRI ed ai piedi di un sasso la scritta DEVOTA | VENETIA | CONLOCA|VIT ed infine: CVRATORVM D • S • | MDCCLXXXV in basso.  
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Di questa medaglia il Lupi fece coniare con lo stesso stampo diversi esemplari in oro, argento e bronzo (il Ronchetti dice parte in argento e parte in metallo), il Lupi ne regalò 64 a vari illustri letterati ed amici, molte furono donate dall’Amministrazione del Territorio e molte furono collocate in vari musei d’Italia.
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L’11 febbraio 1786 l’abate Serassi scrisse al Lupi dicendo di aver ricevuto questa medaglia, lodò l’iniziativa del Territorio, e disse di averne data una al cardinal Carrara ed una al cardinal Giuseppe Garampi (-1792), una di bronzo a monsignor Borgia. Il 18 febbraio scrisse che il martedì precedente il cardinal Carrara avesse mostrato la medaglia al pontefice. Sempre il Serassi in una lettera del 22 aprile 1786 parla della medaglia data al cardinal Giovanni Maria Riminaldi (-1789) che l’avrebbe posta nel museo dell’Università di Ferrara. Anche il bergamasco Antonio Alberici, grande amico del Lupi, prosegretario della Sacra Congregazione del Concilio gli scrisse, lodando la medaglia e dicendo che era stata lodata da tutti gli intenditori in Roma.  
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Don Alessandro Barca da Padova il 22 febbraio 1786 ringraziò della medaglia per l’Accademia di quella città.  
  
«Io non oserei affermare che S. Alessandro fosse veramente vescovo di Bergamo perché di ciò si tace in tutti gli atti antichi e nei martirologi» (Cfr. Codex, I, 62, 63).
 
Egli affronta preliminarmente anche la questione antica e dibattuta della chiesa cittadina di S. Vincenzo concattedrale, affrontando un contrasto secolare che, come si vedrà pure in seguito, è stato motivo di tante divisioni e contrapposizioni tra il clero diocesano e, in particolare, cittadino, personificato dai canonici delle due basiliche. Il dibattito si mostra complicato e incerto per carenza di testimonianze documentarie apodittiche.
 
Gli storici locali unanimemente ritenevano che l’antica chiesa di S. Vincenzo fosse stata costruita dal Vescovo Adalberto  nel 908, sul luogo stesso ove sorgeva anteriormente una basilica dedicata alla martire S. Agnese, caduta in rovina, ed edificata dietro insistenze del re Berengario .
 
Il Lupo non giudica degna di considerazione questa tradizione e, riportando numerosi documenti degli anni 774, 871, 881, mostra che la chiesa di S. Vincenzo esisteva già da almeno due secoli.
 
Nelle frequenti liti tra i canonici di S. Vincenzo e di S. Alessandro, i primi, in particolare, asserivano che la loro chiesa era la sola cattedrale e quindi Matrice di tutte le chiese della Diocesi. Il Lupo tenta di capire e poi di spiegare come questo convincimento avesse potuto farsi strada e prendere consistenza. La sua ipotesi non è suffragata da documentazione scritta, ma, in assenza appunto di ogni altra testimonianza archivistica, appare non priva di attendibilità. Così argomenta il Canonico Primicerio: i Longobardi erano ariani, anche gli ariani avevano il loro vescovo, il quale, ovviamente, teneva una chiesa e un’abitazione. Come in ogni altra città, anche a Bergamo i cattolici si stringevano attorno al loro vescovo nella basilica di S. Alessandro, la quale, essendo stata eretta sul sepolcro del Santo Martire, dovette costruirsi fuori delle mura cittadine, ove, per legge, si dovevano seppellire i cadaveri.
 
I Longobardi, a loro volta, che si erano impossessati del territorio cittadino e l’avevano, almeno in parte, anche popolato, da dominatori, edificarono la loro chiesa nel centro della città, ponendovi a dimora e a difesa il proprio vescovo. Poi, come precedentemente s’è narrato, i Longobardi, per opera del santo vescovo Giovanni si convertirono alla fede cattolica nella quasi totalità; al vescovo ariano non rimasero che due alternative: abbracciare anch’egli la fede cattolica, o eclissarsi dalla vita religiosa della città. S’impose allora il problema di un adeguato e corretto utilizzo del tempio già degli ariani, nel cuore della città, dedicato a S. Vincenzo, rimasto vuoto. Il vescovo Giovanni procedette allora alla purificazione della cattedrale ariana per potervi celebrare i riti cattolici. Trovandosi poi essa nel maggior centro cittadino, e quindi di più facile accesso di ogni altra chiesa limitrofa, lo stesso vescovo Giovanni, conclusa la purificazione, vi accedeva spesso, con tutto il clero, soprattutto per la catechesi ai neoconvertiti dall’arianesimo, onde consolidarli nella fede cattolica. Fu così che quel tempio divenne “cattedrale”, perché effettivamente in essa il vescovo aveva posto la sua “cattedra” di maestro nella fede, e così si affiancò alla già esistente, dedicata a S. Alessandro, con pari dignità. Presso la chiesa di S. Vincenzo vi era pure il fonte battesimale, situato in una cappella congiunta alla chiesa di S. Maria Maggiore, di cui si ha memoria già nel 774, fonte che dal secolo X in poi fu l’unico per tutta la città e suburbio sino a quattro miglia di distanza e probabilmente serviva da fonte battesimale agli ariani rimasti in città. I cattolici mantennero però anche il proprio presso la basilica di S. Alessandro, il primo, il più antico, eretto, probabilmente nella piccola chiesa di S. Pietro, di antichissima memoria.
 
Prima di questi avvenimenti, il Lupo sostiene, inoltre, che la sola cattedrale fu quella di S. Alessandro, e non soltanto fu l’unica cattedrale, ma fu anche l’unica parrocchia esistente in città e sul territorio.
 
Per alcuni secoli, infatti, nota il nostro storico, oltre alla cattedrale, non vi erano chiese, né parroci che in alcun altro luogo amministrassero i sacramenti, le parrocchie furono lentamente costituite dopo il Mille. Tutte le celebrazioni avvenivano in cattedrale ed erano presiedute dal vescovo o dall’arciprete, ovvero, dietro autorizzazione del vescovo, dai sacerdoti che prestavano il loro servizio in cattedrale, con l’aiuto dei diaconi. Gli ecclesiastici addetti alla cattedrale che più tardi e ancora oggi si chiamano Canonici, anticamente vengono citati come Bergomensis ecclesiae presbiteri, Diaconive Ordinarii, più tardi, invece: Presbiteri, Diaconive de ordine Bergomensis ecclesiae.
 
Dagli stessi antichi documenti il Lupo ci fa poi conoscere anche i nomi di coloro che al tempo ricoprivano i vari uffici in cattedrale, come, ad esempio, Ioannis fui Lupus archidiaconus, Abel presbiter, Benedictus primicerius, ecc.
 
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Nota è la devastazione operata a Bergamo e nel Bergamasco dagli Unni, guidati da Attila negli anni immediatamente successivi al 450; il Lupo, tuttavia, nega che la città, in tale rovina, sia stata anche incendiata. Osserva che le antiche storie e la relativa documentazione parlano di distruzione per Aquileia, Concordia, Altino e Padova; che, invece, a proposito di Vicenza, di Verona e di Bergamo, parlano solo di occupazione. Quindi egli ritiene che Bergamo sia stata occupata e spogliata dagli Unni, ma non abbattuta, né tanto meno incendiata e che i cittadini non siano stati né uccisi, né condotti in schiavitù; e che poi molti di essi si siano salvati, rifugiandosi tempestivamente nelle montagne, ridimensiona cioè notevolmente il pur doloroso e funesto episodio (cfr. Codex, I, 33).
 
E mentre altri storici sostengono che, durante il devastante assalto alla città, sarebbe stata incendiata e rasa al suolo anche la chiesa-cattedrale di S. Alessandro perché, essendo vicinissima alle mura, serviva da ottimo punto d’appoggio per le macchine d’assalto a lanciare mezzi offensivi, il Lupo sostiene che il sacro edificio fu rovinato solo in parte. Per cui, l’antico tempio, quando fu raso al suolo dai Veneti nel 1561 per far posto alle nuove mura cittadine, dette appunto venete, mostrava ancora il suo primitivo splendore, caratterizzato da romana magnificenza; conclude con intimo rammarico: coloro che ebbero grazia di ammirarla, testimoniano che l’antica basilica di S. Alessandro era copia pressoché identica della basilica costantiniana di Roma: il grande vescovo Adalberto l’ha quindi restaurata, non costruita di nuovo. (Cfr. Codex, I, 1036-1037).
 
Il quale antichissimo edificio sacro per il culto, il Lupo sostiene che s’iniziò a costruire poco dopo il 324, epoca del decreto di Costantino Magno per l’edificazione delle chiese, e venne terminato prima del 340. Riporta quindi quanto P. Pinemonte, fondatore della Misericordia Maggiore, asserisce nella storia di S. Grata, come cioè, questa illustre matrona, raccolse il corpo decapitato del glorioso martire Alessandro e lo seppellì in un suo podere presso le mura della città, in località Borgo Canale, concesse poi quel fondo ai cristiani per costruirvi un tempio in onore del santo martire e vi contribuì generosamente (cfr. Codex, I, 55).
 
Il Lupo aggiunge pure l’ipotesi che il tempio sia stato portato a pieno compimento dal vescovo S. Narno , primo vescovo di Bergamo nel IV secolo, anche per assecondare i voleri dell’imperatore Costantino il quale aveva raccomandato che con sommo impegno venissero edificate chiese per i fedeli, anzi alcune colonne di marmi preziosi e rari adornanti la basilica, ritiene il Primicerio che fossero dono dello stesso imperatore (cfr. Codex, I, 56 e ss.).
 
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Passando poi alla determinazione e definizione del territorio bergamasco, si osserva che gli antichi confini ad occidente sono sempre stati aspramente discussi da geografi, storici e antropologi: il Lupo sembra superare definitivamente la questione mostrando che tutta la riva orientale di Lecco, compresa la Val Sassina, doveva essere ascritta al nostro territorio (cfr. Codex, I, 183).
 
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In argomenti ove i dati a disposizione non sono ancora del tutto certi, anche se di comune credenza, egli prudentemente, non prende posizione: tipico il caso della collocazione dell’anfiteatro romano in città: si sa di certo che anche Bergamo, divenuta città di Roma imperiale, ebbe il suo, per i tradizionali spettacoli delle corse, dei gladiatori, della caccia alle belve. Comunemente si ritiene che esso fosse collocato più o meno nel luogo in cui ora sorge il Seminario diocesano, cui ancor oggi si accede da Via Arena.. Così avevano scritto i maggiori ricercatori di storia locale, il più antico dei quali Gregorio Morelli, aveva indicato anche l’anno in cui l’anfiteatro sarebbe crollato a causa di un noto terremoto, il 30 aprile 793. Il Lupo, dopo aver asserito che il nome “Arena” negli antichi documenti serviva ad indicare un anfiteatro, non aggiunge alcuna indicazione di luogo.
 
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In altre realtà, pure controverse, invece, giunge a fornire dati di estrema precisione: è il caso del mitico ponte della Regina in Almenno di cui ci ha tramandato un disegno idealmente ricostruito, indicandone le dimensioni in piedi parigini e cubiti bergamaschi: sappiamo così che la sua altezza doveva essere di circa m. 23,65 e la larghezza di m. 5,91 (cfr. Codex, tra le col. 208-209). Notizie che vennero poi contestate dai successivi ricercatori del manufatto, in particolare, dall’architetto Elia Fornoni, secondo cui, non solo i dati, ma anche il disegno del ponte, conservatoci dal Lupo, conterrebbero gravi errori, come, ad esempio, quello che per sostenere le arcate esterne, il ponte avesse alle testate due mezze pile o spalle sporgenti nel fiume (cfr. Elia Fornoni, L’Antica Corte di Lemine, al ponte sul Brembo, “Atti dell’Ateneo di Scienze, Lettere ed Arti, Vili, 1884-1886).
 
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Ma dove il Lupo fornisce elementi di particolare interesse è la ricostruzione delle origini e dello sviluppo della Chiesa di Bergamo. A partire dal suo primo vescovo, che, come è noto, fu il martire S. Narno (secolo IV), attorno al quale, le prime notizie risalgono al frate francescano Branca da Gandino (sec. XIII), e si leggono nel suo Leggendario; il Lupo riferisce integralmente il brano della narrazione, da cui deduce che ai tempi del frate, si reputava che S. Narno fosse vissuto dopo la persecuzione di Diocleziano del 303 (era dei martiri), e che al tempo di questo santo vescovo, e con il suo aiuto, venne costruita la basilica di S. Alessandro, di cui sarebbe stata promotrice principale la stessa S. Grata che al saldato martire, patrono di Bergamo, avrebbe dato sepoltura. Dissente poi dall’opinione comune secondo cui S. Narno e i primi vescovi di Bergamo sarebbero stati sepolti nella piccola chiesa, dedicata a S. Pietro, che sorgeva presso quella basilica di S. Alessandro.
 
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Secondo vescovo di Bergamo, fu S. Viatore (... 343 ... 344 ...), che il Lupo identifica nel vescovo ricordato da S. Atanasio, fra quelli che approvarono i decreti del concilio di Sardica (343-344), antica città della Dacia inferiore, al quale parteciparono 170 presuli (di cui 94 cattolici e 76 ariani), presieduto da Osio, vescovo di Cordova. Vi fu confermata la fede nel Simbolo Niceno e venne proclamata l’innocenza dei vescovi esiliati per la loro fedeltà al dogma cattolico, fra cui S. Atanasio e S. Ilario. (cfr. Codex, I, 26 e ss.).
 
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Fra le chiese più antiche di Bergamo, è comunemente annoverata quella di S. Giulia di Bonate Sotto, che il Lupo riproduce anche nel frontespizio del suo volume e che viene fatta risalire ai tempi e forse anche all’iniziativa della regina Teodolinda (sovrana dei Longobardi, pia e benefica, che morì nel 628), anche di questo antichissimo tempio il Lupo riproduce il primitivo disegno (cfr. Codex, I, 204-205).
 
Come già precedentemente esposto, molto documentata appare anche la ricostruzione della presenza sul territorio delle diverse confessioni religiose: il Lupo, ad esempio, crede ed espone come ai tempi del re Rotari (sovrano dei Longobardi dal 636 al 652, celebre per il codice da lui promulgato nel 643, noto quale Editto di Rotari), potessero coesistesse in Bergamo un vescovo ariano accanto al vescovo cattolico e come la cattedrale di S. Vincenzo, accanto a quella di S. Alessandro, fosse stata edificata dai Longobardi per il culto ariano e per la residenza di tale vescovo (cfr. Codex, I, 305 e 502-503).
 
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Tra i documenti relativi a rapporti di carattere privato del periodo longobardo, che il Lupo pubblica, vi è sicuramente il testamento di Taido del fu Teuderolfo di Bergamo, gasindo (cioè consigliere) del re il quale lascia i beni che possiede nel Bergamasco, Veronese, Pavese e altrove, a diverse chiese, oltre che al fratello: alla moglie lascia l’usufrutto di tutti i beni. I servi di casa, dopo la sua morte e quella della moglie, dovranno essere resi liberi dal vescovo. Quanto resterà non aggiudicato, sarà venduto dal vescovo: il ricavato andrà ai sacerdoti e ai poveri. Il testamento reca la data del maggio 774, è conservato in originale nella Civica Biblioteca di Bergamo, e risulta particolarmente interessante non soltanto per le disposizione che contiene, per le persone, i beni, le procedure in esso richiamate, ma soprattutto per l’animo da cui è dettato e costituisce uno spaccato sulla mentalità e sulle credenze bergamasche verso la fine del dominio longobardo.
 
Per quanto riguarda le vicissitudini di Teodorico, re degli Ostrogoti dal 475, poi d’Italia dal 493 al 526, il Lupo ritiene che, allorquando fu chiuso da Odoacre in Pavia, Bergamo, come Milano, sia tornata sotto il dominio del re e che la battaglia all’Adda sia stata guerreggiata, almeno in parte, sul Bergamasco, per la necessità del movimento degli eserciti, che avevano come punto di riferimento, Cremona. (cfr. Codex, I, 76-77).
 
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Parimenti interessante anche il testamento del vescovo Garibaldo del marzo 870 contenente larga donazione di beni ad alcuni monasteri ed ospedali milanesi; donazione che ragionevolmente si può ritenere fiduciaria, trattandosi di proprietà che al vescovo erano stati venduti pochi mesi prima da certo Antelmo di Inzago (cfr. Codex, I, 839, 840, 847).
 
Altro testamento pure importante è quello del prete Giovanni, figlio di Pietro, da Bergamo, che offre alla chiesa di S. Vincenzo i beni che egli possiede in città, nei sobborghi e altrove, in suffragio dell’anima sua e dell’arcidiacono Vulverado. L’atto, datato Bergamo, anno 1000, quarto dell’imperatore Ottone III (996-1002), è conservato nell’Archivio Capitolare di Bergamo, presso la Civica Biblioteca (cfr. Codex, II, 423 e ss.).
 
I lasciti alle varie chiesa, ospedali, ospizi, case di salute sembra che siano andati intensificandosi sul finire del millennio, con intendimenti oltre che benefici, anche salvifici per i testatori. Tipico l’atto di Iglerio, che, appunto l’anno 1000, donando alla chiesa di Bergamo parte della basilica dei S.S. Ambrogio e Sempliciano in Zanica, scriveva che «[...] melius est enim hominem metu mortis vivere quam spe vivendi morte subitanea preveniri» (cfr. Codex, II, 429-430).
 
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L’attività mineraria nei nostri territori è indirettamente documentata nell’epoca franca, da un documento del notaio Rodolfo, il quale racconta che, essendo intorno all’881 governatore di Brescia il conte Suppone, e facendo egli lavorare le miniere di Val Trompia con metodi particolarmente esosi, senza affrancare gli schiavi e senza pagare alcuna mercede, i valligiani si ribellarono e uccisero suo figlio e i suoi satelliti, perciò Suppone, indignato e infuriato, penetrò nelle valli, mettendole a ferro e fuoco e rendendole deserte, (cfr. Codex, I, 693, 694).
 
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Accanto all’attività mineraria, molto più sviluppata, si riflette nella documentazione del Lupo, quella agricola, nelle sue diverse fasi. Le popolazioni delle campagne, attorno all’anno Mille, prendono lentamente, ma progressivamente coscienza delle proprie potenzialità lavorative e produttive, aspirano a condurre più liberamente i beni loro affidati e a godere di una parte maggiore dei raccolti (cfr. Codex, II, 647 e ss.).
 
Incomincia così a delinearsi la contrapposizione tra la minore contro la maggiore aristocrazia feudale e contro la parte del clero solidale con essa e accompagnata da un seguito impressionante di funzionari investigatori (cfr. Codex, II, 719-720).
 
Su tutti e su tutto vigilava il potere regio: forse mai come durante l’impero dei sovrani salici, non solo era stato esercitato il dominio su chiese e abbazie, ma, specialmente sotto Enrico III, lo stesso pontificato era stato nelle mani degli imperatori, quindi quasi un dominio tedesco (cfr. Codex, II, 789-790).
 
Nel vario gioco degli interessi, i conflitti territoriali si traducono in alleanze, si estendono con le inimicizie e contrapposizioni tra le diverse città: così Milano entra in conflitto con Lodi, Pavia, Como, Cremona e Novara; Bergamo, con Brescia e Milano, ecc. (cfr. Codex, II, 453).
 
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Lo stretto dominio imperiale sembra allentarsi dopo il Mille, a partire, infatti, dal 1057 nelle intestazione degli atti ufficiali d’archivio non compare più alcun nome di re o imperatore (cfr. Codex, II, 647 e ss.).
 
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Emergono anche situazioni di particolare disagio, che il Lupo riferisce non senza qualche evidente imbarazzo, parlando, ad esempio di Arnolfo, arcivescovo di Milano, che fu eletto poco dopo la morte di Anselmo (dicembre 1093), narra come questi non venisse consacrato dai vescovi suffraganei, perché scomunicati dal papa come scismatici (cfr. Codex, II, 785-786). Fra questi egli pone anche il vescovo di Bergamo Adolfo.
 
Che tale presule fosse in effetti non in piena sintonia con Roma, lo si riscontra in diverse circostanze, come in occasione della consacrazione della chiesa di Pontida, in cui il papa Urbano II, poi beatificato, quando si trovava a Piacenza per il celebre concilio in cui fu decisa la prima crociata (marzo 1095), invece di designare per quel rito nella nostra diocesi, l’ordinario locale, delegò Oddone, vescovo di Imola (cfr. Codex, II, 789-790).
 
Non meraviglia pertanto che nel concilio di Milano del 1098, svoltosi sotto il medesimo pontefice Urbano II, in cui vennero rimossi i vescovi scismatici, che, parteggiando per l’imperatore, avevano contrastato le riforme della Chiesa, anche il vescovo di Bergamo venisse deposto (cfr. Codex, II, 809).
 
Il discusso vescovo Arnolfo, che secondo alcuni sarebbe morto nel 1089, secondo altri sarebbe stato ancora in vita nel 1106-1107, venne da Roma sconfessato anche molti anni dopo la sua scomparsa, come si evince da una bolla di Innocenzo II (1130-1143), del 1138, in cui venivano annullate le «venditiones, donationes, etc. de bonis Bergomensis ecclesiae ab Arnulpho intruso vel eius tempore factae».
 
I rapporti con il Pontefice torneranno ottimali pochi decenni dopo con il vescovo Guala (1168-1186), bergamasco di origine, nativo, secondo il Lupo, di Telate (cfr. Codex, II, 1246), già canonico di S. Alessandro, consacrato vescovo di Bergamo da S. Caldino, arcivescovo di Milano, nel 1168. Nell’anno successivo alla sua elezione, cioè nel 1169, in segno di benevolenza e di auspicio di grazia, il Papa Alessandro III (1159-1181), grande pontefice e illuminata guida di popoli, gli concesse la piena giurisdizione di alcune chiese poste nella diocesi di Bergamo, ma soggette alla chiesa romana, come S. Maria della Torre in Severe e S. Giuliano di Suisio (cfr. Codex, II, 1257-1258).
 
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L’attività intellettuale bergamasca e, in particolare, lo sviluppo del dialetto nei secoli prima del Mille è rilevabile in diversi documenti, come quello stilato il 27 aprile 840 in cui Sigilberga, figlia di Odone, essendosi fatta monaca, donava cinque suoi poderi, tre dei quali esistenti a Floriana, Scanzo e Lariano, a Garibaldo arciprete e Lamberto, figli di Solone. Dell’atto relativo è caratteristico il fatto che rogato in Ghisalba, la quale allora era chiamata «Ecclesia Alba», con l’espressione : “Acto Glealba feliciter”, da cui si desume che il dialetto bergamasco già aveva trasformato in «glesia» il nome latino  (cfr. Codex, I, 685-686).
 
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Anche a Bergamo, con il dominio longobardo prende, si può dire, definitiva configurazione e consistenza l’istituzione della pieve, già sorta verso il quarto secolo con il nome di “ecclesia”. Con lunga ed acuta dissertazione, il Lupo dimostra come la diocesi di Bergamo corrispondesse al suo territorio politico, come Fara d’Adda e la Ghiera d’Adda appartenessero al territorio e quindi alla diocesi di Bergamo, come pure la pieve di Pontirolo (cfr. Codex, I, 281-282).
 
La figura e l’opera di Carlo Magno, tiene ovviamente un posto preminente, di lui il Lupo tratta a lungo e ne dà indicazioni non prive di singolare valore, come ad esempio, che egli non distrusse il regno dei Longobardi e ciò appare da taluni documenti bergamaschi, come l’atto di pagamento del 725 fatto da Arialdo a Guidobaldo per l’acquisto di una vigna, sotto le mura della città, presso la basilica di S. Andrea (cfr. Codex, I, 599-600) . Il Lupo documenta poi che Carlo Magno confermò in modo speciale alla chiesa di Bergamo la proprietà di Fara, mentre non è accertato che abbia concesso domini in valle Seriana o in Valle Brembana, come alcuni storici asseriscono, tratti in inganno, forse, da documentazioni posteriori (cfr. Codex, I, 577-579).
 
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Il tema delle donazioni ritorna in una carta dell’archivio della cattedrale, datata 18 luglio 816, con cui Audelinda, vedova del conte di Bergamo, il cui nome sembra essere Auteramo, cedeva ai custodi della chiesa di S. Alessandro l’intera proprietà e l’usufrutto di un immobile chiamata “curte de Pateringo”. Il documento è di particolare interesse anche perché vi è detto che la basilica di S. Alessandro era vicina alle mura della città di Bergamo, confermando, dunque, che era però all’esterno delle stesse: «prope murra civitatis Bergamo» (cfr. Codex, I, 657-658).
 
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Anche i successori di Carlo Magno trovano ampio spazio nella documentazione del Lupo, come, ad esempio, Carlomanno, morto nell’880, re d’Italia, figlio di Lodovico il Germanico, che transitò sul nostro territorio, come appare dal diploma spedito il 19 ottobre 877, da Cortenova, sostenuto sia dal vescovo come dal conte di Bergamo (Codex, I, 833-834); mentre del suo riconoscimento a re d’Italia da parte dei Bergamaschi, viene esibita la prova in un atto di permuta tra il vescovo Garibaldo (867-888) e il chierico Tagimpaldo (cfr. Codex, I, 892-892).
 
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La più grande rovina nella storia di Bergamo fu, a parere di molti, quella subita nell’894, per mano di Berengario e Arnolfo, figlio di Carlomanno, re dei Franchi orientali, che venne eletto re di Germania nell’887; nell’896, espugnata Roma, fu incoronato imperatore da papa Formoso. Bergamo era allora tenuta dal duca Ambrogio, che, parteggiando per Guido, duca di Spoleto, si dispose a difendere la città. Il modo feroce con cui il re tedesco la trattò, è la prova che i Bergamaschi, guidati da Ambrogio, pure di sangue bergamasco, con tutte le loro forze si opposero alla nuova conquista (cfr. Codex, I, 1028).
 
Il Lupo descrive l’evento con estrema puntualità, desumendone gli sviluppi dalla documentazione agli atti. Con un poderoso esercito, Arnolfo, dalla Baviera discese verso l’Italia per la valle dell’Adige. Da Verona marciò alla volta di Brescia, vinta la quale, accompagnato da Berengario, si volse verso Bergamo.
 
Quindi, dopo avere avuto Brescia, che gli si diede spontaneamente, e dopo di aver devastato il nostro territorio, uccidendone e imprigionandone gli abitanti, il 1 febbraio dell’894, Arnolfo era sotto le mura della città e aveva già occupato il castello di S. Vigilio, nonostante la strenua difesa del chierico Gotefrido, valoroso veronese, che fu preso, spogliato dei suoi beni e barbaramente massacrato, forse anche perché, essendo veronese, cioè di una terra in cui Berengario esercitava incontrollata la sua autorità regale, si considerava reo di gravissima ribellione. Infatti, con un decreto «Actum Bergomensi castello» lo stesso I febbraio 894 (cfr. Codex, I, 1017-1018), Arnolfo concedeva al clero della chiesa di S. Vincenzo tutti i beni di Gotefredo. Il Lupo commenta: «... cruentum utique et abominandum donum...». Evidentemente il gesto era volto a catturare la benevolenza del clero bergamasco, forse anche dietro suggerimento di amici e fautori di Berengario, indubbiamente esistenti anche nella nostra città.
 
Nonostante l’occupazione di Arnolfo, Guido, Duca di Spoleto, ancora nell’aprile dello stesso anno, faceva donazione alla moglie Agertruda della regia corte Morula, in Borgo Palazzo (cfr. Codex, I, 1041-1042). Bergamo, invece, riconosceva re Berengario solo nell’898, come appare da atti di permuta, fatti dal vescovo Adalberto (894-929) figlio di Azzone da Carimalo, e che hanno in intestazione: «In nomine Domini, regnante dominus noster Berengarius rex hic Italia...» (cfr. Codex, I, 1077-1080).
 
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Quando Lamberto, figlio del già ricordato Guido, duca di Spoleto e dall’anno 892, re d’Italia e imperatore, che era stato associato all’impero dal padre nell’891, alla cui morte - 894 - si trovò come competitori appunto Arnolfo e Berengario e ebbe il sopravvento su quest’ultimo, anche Bergamo passò sotto il nuovo principe. Berengario, tuttavia, tornò tre anni dopo, assediò, prese e nuovamente saccheggiò la città. Il vescovo però, che era ancora Adalberto, coraggiosamente lo riprese non senza qualche buon effetto, tanto che alla successiva traslazione del corpo di S. Alessandro, il re fu presente in atteggiamento remissivo e, in riparazione dell’incendio della chiesa precedentemente perpetrato, concesse sempre al vescovo Adalberto la già nominata corte Morula e i proventi della fiera di S. Alessandro, come appare dall’atto di donazione, riprodotto dal Lupo, che di questi proventi lo stesso vescovo fece poi dono ai canonici della cattedrale di S. Vincenzo nel 908 (cfr. Codex, II, 61-62).
 
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Ancor più importante il diploma di Berengario che concede al vescovo Adalberto ed ai cittadini di Bergamo la riedificazione delle mura dopo l’incursione degli Ungari del 902 che le avevano atterrate, spianando porte e torri. Berengario ne concedeva la ricostruzione con il concorso del vescovo, dei cittadini e di coloro che si erano rifugiati in città; anzi concedeva di ricostruire torri e difesa dovunque si fosse ritenuto necessario dal vescovo e dai cittadini. Il documento è comunemente ritenuto di fondamentale importanza. Reca la data di Monza, il 26 giugno 903 ed è su pergamena di formato grande, ora conservata presso la Biblioteca Civica di Bergamo, con altre copie di epoca posteriore (cfr. Codex, II, 23 e ss.).
 
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I migliorati rapporti tra il dominatore e la città, si desumono anche dalla benevola concessione che lo stesso re fece al vescovo di riedificare in Pavia la casa che vi possedeva dall’epoca longobarda (cfr. Codex, II, 93-94).
 
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Essendo noto l’atteggiamento del conte di Bergamo Gisalberto nei confronti di Berengario, è facile supporre che venisse ben accettato anche il successivo dominio di Rodolfo II, re di Borgogna dalla morte (912) del padre, Rodolfo I, celebre, il figlio, per la sua pietà. Da lui, sempre il vescovo Adalberto, nel 923, ottenne un diploma che, confermando quello pre¬cedente di Berengario, concedeva di continuare e terminare la non ancora compiuta costruzione delle mura, delle torri e della parte alta della città (cfr. Codex, II, 125-126).
 
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Venuto in Italia nel 926 Ugo di Provenza, re d’Italia dal 924 al 947, Bergamo lo accolse favorevolmente e fu onorata dalla considerazione del nuovo sovrano per il vescovo Adalberto, e della elevazione che egli fece di Gisalberto, conte della città, alla dignità ben superiore di conte del sacro palazzo. Così pure Bergamo obbedì anche a Lotario, da Ugo associato nel regno ai primi di maggio del 931. Il Lupo ci da anche l’elenco delle carte d’archivio della cattedrale con i nomi di Ugo e di Lotario (cfr. Codex, II, 151-152).
 
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La documentazione che il Lupo puntualmente riporta serve anche a stabilire la complessa successione dei dominatori di Bergamo, così, ad esempio, un atto di vendita, fatto in Medolago nel 953, si intesta ancora con i nomi di Berengario e di Adalberto, e sempre Berengario e Adalberto sono indicati come re in carte bergamasche dal 954 al 957 (cfr. Codex, II, 223-224, 227, 228 e ss.).
 
Tra l’aprile e il giugno del 957, Ottone ebbe nuovamente il dominio di Bergamo, il suo nome, infatti, compare in capo all’atto di acquisto di metà della torre esistente avanti la porta di Palosco, fatto da Attone, conte di Lecco (cfr. Codex, II, 239-240).
 
Altri documenti del 962 attestano che in quell’anno Bergamo era soggetta a Ottone I imperatore e a suo figlio Ottone II re. Nello stesso anno e nel successivo, Ottone I assegnava al vescovo di Bergamo i beni già posseduti da Berengario e da sua moglie Villa, di Brembate Sotto, Caprino, Boltiere, Gorlago, Morengo e Albano (cfr. Codex, II, 273-274).
 
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Non è raro il caso in cui il Lupo metta in evidenza anche la dubbia attendibilità e quindi l’autenticità di documenti che presentino incongruenze o incertezze. È, ad esempio, il caso del diploma di incerta data, forse del 974, con il quale sarebbe stata concessa al vescovo di Bergamo la giurisdizione sopra Albano, Seriate e altre terre. Ne vengono rilevate tali e tante contraddizioni che la falsità dello scritto risulta evidente (cfr. Codex, II, 315 e ss.).
 
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Altro luogo in cui il Lupo prende apertamente posizione contro la comune credenza, dimostrandola infondata e insussistente è a proposito del titolo di cardinale che, secondo alcuni, il vescovo Adalberto (894-929), con apposito viaggio a Roma, avrebbe ottenuto, per le sue note virtù apostoliche, dal Pontefice (cfr. Codex, I, 1014).
 
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Vi trovano pure adeguata collocazione eventi e avvenimenti di eccezionale grandiosità, come l’accoglienza che Bergamo ha riservato ad Enrico II, il Santo, detto anche lo Zoppo, duca di Baviera, eletto re di Germania nel 1002 e coronato imperatore da papa Benedetto VIII. Gli furono riservati in città grandi onori e venne accolto dall’arcivescovo di Milano, Arnolfo II, il quale appunto qui in Bergamo gli prestò giuramento di fedeltà (cfr. Codex, II, 441).
 
Il re, da parte sua, contraccambiò con gesti di particolare considerazione e benevolenza: si possono ricordare, in particolare, il diploma del 1013 con il quale restituiva ai canonici di S. Vincenzo alcune possessioni e le rendite di due mercati, di cui il vescovo li aveva spogliati (cfr. Codex, 455-456) e l’altro diploma dell’anno seguente 1014 con cui confermò al vescovo di Bergamo l’investitura della corte e del castello di Almenno, secondo la volontà del conte Attone di Lecco e di sua moglie Ferlinda (cfr. Codex, 469-470).
 
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Ad Enrico II successe Corrado II, il Salico che fu imperatore di Germania dal 1024 al 1039 e coronato re d’Italia a Milano dal grande arcivescovo Ariberto nel 1026. Il Lupo lo rivela presente in Bergamo nello stesso anno 1026 con un diploma in cui si confermano le immunità e i privilegi sul castello di Calcinate ai canonici di S. Vincenzo e in cui nell’incipit si legge: «[...] dum quodam tempore Pergameam civitatem et beati Vincenti martyris ecclesiam fiussemus ingressi...» (cfr. Codex, II, 527-528).
 
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Anche diverse consuetudini e prassi ricorrenti nel tempo cui afferiscono i documenti riportati, vengono opportunamente evidenziate, come nel diploma concesso al vescovo Ambrogio in Ravenna dallo stesso Corrado, in data, I maggio 1027, nel quale si confermano tutti i privilegi, i diritti e i possedimenti della Chiesa di Bergamo. Nel documento si fa, in particolare, menzione dell’esenzione dal fodro, dal mansionatico e dalla parata, che, secondo le più documentate verifiche, erano tre specie di tributi, corrispondenti ai tre ordini di cittadini: nobili, religiosi e plebei. I nobili pagavano il fodro (dal tedesco futher, che significa foraggio) e serviva per le spese sostenute dall’imperatore nei suoi viaggi in Italia. I religiosi pagavano il mansionatico per mantenere l’alloggiamento dei soldati nei presidi e per le altre Decorrenze dell’esercito. La parata, infine, era pagata dalla plebe per la manutenzione dei ponti, delle strade e dei manufatti pubblici; dal termine parata derivò, in seguito, paratici, che indica le tasse pagate nei secoli successivi dagli artigiani.
 
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I giacimenti minerari bergamaschi e la loro estrazione, come beni di notevole profitto, ricorrono di frequente negli atti riferiti, come nel diploma di Enrico III, il Nero, figlio e successore di Corrado II, imperatore di Germania dal 1039 al 1056, che dopo una guerra vittoriosa contro i Boemi e gli Ungheresi (1042-1043), venne in Italia e in un diploma del 1047, datato da Mantova, riconosce agli abitanti della Valle di Scalve il libero commercio del ferro che estraevano dai loro giacimenti (cfr. Codex, II, 621-622).
 
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La successione genealogica dei conti di Bergamo immediatamente prima e dopo il mille, è sempre stata di incerta scansione: il Lupo, entro certi limiti, ne chiarisce alcuni passaggi importanti; seguendone la traccia, si riesce a supporre che la città, dopo il conte Ambrogio, allontanato da Arnolfo, sia stata governata da quel Goffredo, duca del Friuli, che insieme a Maginfredo, si sarebbe divisa l’Alta Italia e avrebbe esteso la sua giurisdizione fino all’Adda. A lui sarebbe succeduto un Liutolfo, come si può congetturare dalle lettere “Liuto” che non senza difficoltà, si riescono a leggere su una carta corrosa del 925, relativa al conte Suppone (cfr. Codex, II, 115).
 
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Sempre in questo ambito si giunge a stabilire che il conte Arduino I (1019-1021), secondogenito di Gisalberto II, creato conte palatino nel 993, revocato da Ottone III, per aver favorito l’avo materno Arduino d’Ivrea, ma poi da Enrico II restituito nella dignità, il quale sposò Wilia o Giulia, figlia del conte Rodolfo, fu l’ultimo dei Gisalbertini conti di palazzo bergamaschi. A lui successe Arduino II, che nel 1026 teneva in Grumello un placito solenne per accertare la condizione giuridica di beni permutati dal vescovo di Bergamo con i canonici di S. Martino di Tours, i quali erano stati da Carlo Magno beneficiati di alcune proprietà in Valle Seriana, di Scalve e a Canonica al di qua dell’Oglio (cfr. Codex, II, 535-536).
 
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I Ghisalbertini, lasciata Bergamo, si ritirarono a Crema ove, unendosi a Cremona, tenevano adunanze e placiti, a riprova del radicale mutamento sopravvenuto nella giurisdizione del territorio bergamasco (cfr. Codex, II, 665-666).
 
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Attorno all’anno Mille, il potere dei vescovi a Bergamo andò estendendosi e consolidandosi: dal diploma di Berengario del 904, da quello di Corrado del 1027, a quello di Enrico III del 1041, risulta che aveva assunto i caratteri propri del regime feudale, dalla sua derivazione dall’imperatore, alla sua espressione in atti propri, che caratterizzano tutti i relativi documenti, riportati dal Lupo, tra i quali è di particolare importanza e significato la convenzione del 1068, con cui si regolavano i rapporti feudali tra gli abitanti di Calusco e i signori di quel castello, che probabilmente erano allora i monaci di S. Ambrogio di Milano, ai quali successero poi i canonici di S. Alessandro.
 
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I vari governi che si alternarono alla guida della città, vengono pure, direttamente o indirettamente indicati, togliendo al riguardo incertezze durate secoli. A titolo esemplificativo, si può ricordare che il Lupo cita anche un’operetta intitolata Breve recordationis de Ardicio de Aimonibus et de Alghisio de Gambara, in cui, sotto l’anno 1109, si narra che certo Alboino di Valcamonica, alla testa di una banda devastatrice, invase il territorio di Bergamo, e che ne fu poi scacciato da Ripaldo dei Capitani di Scalve, che era console di Bergamo; si può quindi dedurre che già nel 1109 la nostra città era retta da consoli (cfr. Codex, II, 863).
 
Certo i consoli erano in funzione a Bergamo nel 1117, perché appunto in quell’anno essi fecero due donazioni ai monasteri della città (cfr. Codex, II, 891-892).
 
Quanto al modo con cui i consoli venivano eletti, si può ritenere che fossero designati con le modalità in uso per l’elezione dei vescovi, la quale avveniva con la forma del doppio grado, così appare, infatti, dalle nomine dei vescovi Arnolfo, Ambrogio, Gregorio e Girardo di cui il Lupo ci conserva parzialmente gli atti (cfr. Codex, II, 701-702, 875-876, 977-978, 1067-1068).
 
Non sempre, tuttavia, tali elezioni di vescovi e consoli avvenivano pacificamente, come, ad esempio, quando nel 1146, al vescovo Gregorio successe Gerardo, in cui le modalità seguite diedero luogo ad accese dispute (cfr. Codex, II, 1070).
 
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La vita religiosa di Bergamo e le relative consuetudini trovano, ovviamente, particolare attenzione e vengono, talora, descritte in ogni loro passaggio, sempre inserite nel contesto di usi e tradizioni cittadine. Un esempio è quello del vescovo Adalberto che, confermando le disposizioni dei suoi predecessori, concede le decime delle zone collinari, limitrofe alla città, da Borgo Canale a Lunguelo, da Valtesse a Sorisole e a Breno, al prevosto della chiesa di S. Alessandro, con l’onere di tenere lumi sempre accesi davanti alla confessione di S. Alessandro, che lui stesso aveva fatto erigere. Il documento è conservato nell’Archivio Capitolare di Bergamo, presso la Biblioteca Civica, in sei diverse copie. La sua autenticità non è, tuttavia, assolutamente certa: una copia del tempo di Enrico III (1039-1056) è firmata da notai che attestano d’aver sotto gli occhi il documento autentico, l’atto, però, vien fatto risalire agli anni di Ugo di Provenza e quindi sarebbe da collocarsi tra il 927 e il 929, anno di morte del vescovo (cfr. Codex, II, 171 e ss.).
 
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Le complesse vicissitudini di talune località bergamasche di singolare interesse storico e fondiario appaiono ricorrenti e sarebbe veramente arduo seguirne lo svolgimento in maniera continuativa, insieme ai correlati accadimenti; fra le tante, si segnalano le vicissitudini dello storico feudo di Almenno, spesso al centro di dispute e contese che diedero luogo ad una notevole produzioni di documenti ufficiali e officiosi, di singolare interesse non solo locale, distribuiti nel corso di diversi secoli.
 
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Anche in assenza di dati certi, per realtà ed avvenimenti di importanza storica, il Lupo avanza proposte consequenziali e logiche, tali da ben sopperire ai vuoti d’archivio. È noto, ad esempio, che manca l’atto con cui fu costituita la canonica di S. Alessandro, egli, tuttavia, mostra, con ragionevoli argomenti come non possa aver avuto origine che all’epoca del vescovo Recone, bergamasco, (938-953) e sottolinea che la prima memoria scritta di tale canonica si ha nella donazione di una masseria di Sabio ad essa fatta dal vescovo Odorico nel 954 (cfr. Codex, II, 230).
 
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La stessa data di morte del vescovo Ambrogio II, pure incerta e discussa, il Lupo la fissa al 20 settembre 1057, ponendola a conclusione di una vita esemplare, illustrata anche da opere di edificante erudizione, come un commento ai Salmi, che al tempo del canonico Benaglio, ancora esisteva presso i Francescani di S. Maria delle Grazie (cfr. Codex, II, 647 e ss.).
 
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La testimonianza del Lupo appare determinante anche in merito alla seconda visita che, in base ad una testimonianza di ser Francesco Pipino, pubblicata dal Muratori, il Barbarossa avrebbe fatta a Bergamo. Egli, non ne dubita e la colloca ai primi di maggio del 1185 (cfr. Codex, II, 1352). Gli storici a lui successivi, tra cui Bortolo Belotti, sono, invece del parere che tale secondo viaggio del Barbarossa a Bergamo sia avvenuto nel successivo 1186, e abbia avuto come scopo la riedificazione di Crema e la rassicurazione dei bergamaschi, forse scontenti e allarmati per le concessioni di molti possedi¬menti al di qua dell’Adda, fatte dall’imperatore ai milanesi.
 
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La forma, le dimensioni, gli annessi agli edifici, specie di quelli sacri, vengono spesso indicati con molta esattezza e ricchezza di dati, così, ad esempio, sappiamo che il vescovo Adalberto restaurò la chiesa di S. Vincenzo, danneggiata dai barbari invasori: nella narrazione, il tempio risulta, allora, di modeste proporzioni, con un portico sul fronte, e un semplice protiro, come tutte le chiese dell’epoca (cfr. Codex, II, 230).
 
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Più in generale, notevoli indicazioni sull’antica topografia cittadina sono, in particolare, contenute in un atto di permuta del 938 ad Adalberto, prevosto e arcidiacono dell’epoca, da parte del vescovo Recone (cfr. Codex, II, 195-196).
 
A tal proposito è pure da richiamare il diploma in pergamena dell’anno 1041, conservato presso la Biblioteca Civica, con il quale Re Enrico III (che divenne imperatore solo nel 1046), da al vescovo di Bergamo conferma di tutti i privilegi già concessi da re e imperatori precedenti. Al vescovo sono riconosciuti i diritti sul Comitato, del quale vengono indicati gli estremi confini: Valtellina, Adda, Casalbuttano e Oglio (cfr. Codex, II, 609 e ss.).
 
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Le testimonianze del Codex si rivelano risolutive anche in questioni controverse da tempo, come nel caso dell’identificazione dell’autore di Pergamus, un poemetto di notevole interesse letterario, risalente al primo periodo comunale di Bergamo. La tradizione lo attribuiva a certo Muzio, segretario dell’imperatore Giustiniano. Il Muratori provò, invece, che l’autore non era un Muzio e stabilì che la composizione dell’opera era avvenuta attorno all’anno 1120; il Tiraboschi poi, ne identificò l’autore in quel Mosè bergamasco che fu interprete tra greci e latini nella conferenza tenutasi a Costantinopoli nei 1136. L’identificazione sicura dell’autore, tuttavia, si ebbe solo dalla documentazione prodotta dal Lupo, dalla quale si evince che il già indicato Mosè, scrivendo nell’anno 1130, da Costantinopoli al fratello Pietro, prevosto della cattedrale di S. Alessandro in Bergamo, narra le traversie della sua vita, manifesta il proposito di rientrare in patria per rivederlo, ma di esserne momentaneamente impedito da un incarico ricevuto dall’imperatore. Soggiunge che nel frattempo era stato colpito da due disgrazie: la morte del nipote Andrea, avvenuta in Tessalonica e un incendio che gli aveva distrutto molti testi, soprattutto in greco, raccolti con grandi sacrificio e di notevole valore (non meno di tre libre d’oro). Richiede, infine, l’aiuto di un giovane bergamasco per assolvere le molte incombenze di corte che gli sono affidate.
 
Il Lupo avanza poi come data di composizione del discusso poemetto, l’anno 1110 circa, asserendo che l’autore, nell’esaltare l’amico Ambrogio dei Mozzi, eletto vescovo di Bergamo nel 1112, non accenna a questa sua dignità.
 
Occorre, tuttavia, rilevare che il Lupo non identificò esattamente la famiglia di provenienza di Mosè, ritenendolo un Albani, mentre si trattava evidentemente di Mosè del Brolo (cfr. Codex, II, 949 e ss.).
 
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Il ricorso all’imperatore era frequente e anche per questioni, talvolta, puramente di principio, soprattutto in ambito ecclesiale: significativo a tal proposito il diploma di Lotario III (1125-1138) emesso nel dodicesimo anno del suo impero, in cui si accoglie la richiesta d’una rappresentanza dei canonici della basilica di S. Vincenzo e si conferma a quel capitolo e a quella chiesa, identificata come “matrice”, il mercato di S. Alessandro e i benefici in Calcinate, con le pertinenze e con la giurisdizione sopra questo stesso luogo e sugli abitanti di Sforzatica, aggiungendo severissimo divieto a chiunque di recar molestia a detto capitolo, ove il riflesso dell’accesa controversia in corso con l’altra basilica, quella di S. Alessandro, emerge evidente, (cfr. Codex, II, 993 e ss.).
 
Quasi contemporaneamente, cioè nel 1130, i consoli di Milano confermavano una sentenza del vescovo di Bergamo, che riconosceva i diritti feudali dei canonici di S. Alessandro sul territorio di Calusco, specificandoli dettagliatamente (cfr. Codex, II, 945-946).
 
Le controversie giurisdizionali fra le due cattedrali in Bergamo, ebbero, forse, il loro momento più aspro nel 1132, nel quale, a motivo della discussa precedenza fra i canonici delle due chiese, le cronache del tempo, parlano di violenti contrasti (cfr. Codex, II, 937-938, 939-940).
 
Gli interventi pontifici intesi a placare gli animi e a stabilire giusti equilibri fra le prerogative delle due cattedrali, non si contano, tra quelli più autorevoli ed espliciti riportati dal Lupo, si possono citare:
 
- La Bolla maggiore, redatta in scrittura beneventana e datata da Roma, in Laterano, 15 marzo 1101, con la quale Papa Pasquale II (1099-1118), scrivendo all’arciprete di S. Vincenzo di Bergamo e al capitolo intero, accetta sotto la sua protezione, possedimenti e diritti, presenti e futuri di tale chiesa (cfr. Codex, II, 829 e ss.).
 
- La Bolla maggiore datata Roma, Laterano, I dicembre 1143, in cui Papa Celestino II (1143-1144), continuando l’opera del suo predecessore Innocenzo II (1130-1143), per comporre la controversia tra i canonici di S. Vincenzo e di S. Alessandro, si rivolge a questi ultimi e al loro prevosto Oberto, comunicando loro minuti particolari nei comportamenti ufficiali, come, ad esempio, in funzioni comuni, il prevosto di S. Alessandro avrà sempre il primo posto, le reliquie di S. Alessandro saranno portate da quattro sacerdoti, due di S. Alessandro, due di S. Vincenzo, ecc. (cfr. Codex, II, 1043 e ss.)
 
Anche Federico Barbarossa (1121-1190), imperatore di Germania, che sempre mostrò per i bergamaschi qualche non comune benevolenza, nelle sue cinque storiche spedizioni in Italia per sottomettere i comuni lombardi, ebbe ripetutamente ad occuparsi della questione; in particolare, con un diploma emesso in Roncaglia il 23 novembre 1158, confermava i diritti dei canonici di S. Vincenzo e con un altro, emesso in Vercelli nel febbraio del successivo 1159, riconosceva quelli dei canonici di S. Alessandro (cfr. Codex, II, 1161-1162 e 1165-1166)
 
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Assai magnanimo appare il Barbarossa verso il vescovo di Bergamo Gerardo, il quale fu tra gli ecclesiastici che assistettero al suo matrimonio con Beatrice di Borgogna: nel diploma del 17 giugno 1156 gli confermò tutti i benefici in suo possesso, aggiungendone di nuovi (cfr. Codex, II, 1143-1144).
 
Ciò premesso è comprensibile che nella lotta tra l’imperatore e la chie¬sa, il vescovo di Bergamo Gerardo, abbia patteggiato per l’antipapa Vittore V, e sia stato tra i pochi vescovi che lo approvarono in Pavia nel 1159. Con il vescovo, si schierò l’intera diocesi e il 29 dicembre 1160, Vittore V, come segno di riconoscenza, su istanza dell’arcidiacono Adelardo, inviava una bolla di protezione ai canonici di S. Vincenzo (cfr. Codex, II, 1179).
 
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Ciò non impedì a Bergamo di schierarsi con decisione nella Lega Lombarda delle venti città, contro il Barbarossa. Il Pupo, anzi ritiene che Bergamo sia stata tra le prime città che, ispirandosi all’esempio delle venete, pensassero a un accordo molto esteso e afferma come certo che la nostra città, con Brescia, Cremona, aderì alla Lega veronese sul finire del 1165 o l’inizio del 1166, per quanto non risulti chiaro se le due città lombarde abbiano scacciato i rettori tedeschi, proclamandosi libere, o si siano limitate a qualche agitazione o a segrete cospirazioni (cfr. Codex, II, 1217).
 
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Leggendo qua e là, non è raro il caso di imbattersi in episodi curiosi di vita quotidiana. È il caso, ad esempio, della contesa nata nel 1151 fra i canonici di S. Alessandro e i loro cucinieri, la quale si concluse con una precisa convenzione scritta, in cui era previsto che i cuochi erano tenuti a prestare il loro servizio in cucina, ma non erano più obbligati a cuocere anche il pane. I canonici dovevano fare le spese per quattro persone, le quali, in tempo di quaresima, avrebbero dovuto mondare le fave. Venivano poi stabilite le qualità e le quantità spettanti ai cuochi degli agnelli, capre, maiali e vacche, che essi dovevano scorticare per la cucina; facevano eccezioni le lepri donate ai canonici, delle quali ai cucinieri non spettava che la pelle (cfr. Codex, II, 1105-1106).
 
Altro contratto pure riguardante le vettovaglie dei canonici bergamaschi è quello concluso nel 1172 con i decani e rappresentanti del comune di Zogno in virtù del quale questi si obbligavano a dare ogni anno al sacerdote officiante nella parrocchiale di S. Lorenzo, di giurisdizione del capitolo di S. Alessandro, uno staio di frumento per ogni fuoco e un denaro di antica moneta, e i canonici, a loro volta, si obbligavano a somministrare allo stesso prete un maggio di frumento in occasione della festa patronale di S. Lorenzo e uno di panico a S. Martino, oltre la decima del loro vino di Zogno (cfr. Codex, II, pp. 1193-1194).
 
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Pure singolare la disputa tra gli abitanti di Almè e i canonici della cattedrale di S. Alessandro, i quali per togliere a quei fedeli il diritto di battesimo nella locale chiesa di S. Michele, avevano fatto tregua e si erano accordati con quelli di S. Vincenzo. Il caso procurò una delle tante controversie di diritto canonico di cui tracima il Codex. La causa venne discussa a Bergamo, nel brolo vescovile, alla presenza del bergamasco e saggio vescovo Guala (1168-1186). I rappresentanti di Almè sostenevano il proprio diritto di battesimo in loco sia perché tale privilegio era stato ottenuto dai conti di Almè, sia perché essi ne usufruivano ab immemorabili.
 
I canonici, invece, negavano il diritto di battesimo alla locale chiesa di S. Michele perché non era pieve, né poteva vantare alcun altro titolo di tal genere. Il vescovo avocò a sé la causa e, in considerazione del disagio che gli abitanti di quella località periferica avrebbero dovuto affrontare per il battesimo in cattedrale, concedette all’antica chiesa di S. Michele in Almè di battezzare, catechizzare, esorcizzare, con tutte quelle cerimonie e riti che spettavano all’amministrazione del battesimo, con il solo limite che tale privilegio fosse riservato ai soli abitanti del luogo. Né volle, tuttavia, scontentare i canonici e quindi stabilì che la chiesa di S. Michele in Almè fosse soggetta alla cattedrale di Bergamo e come segno di tale sudditanza, la obbligò a dare ogni anno, in perpetuo, dodici libre di cera, delle quali, otto dovevano spettare alla cattedrale di S. Vincenzo e quattro a S. Alessandro. I canonici, a loro volta, s’impegnavano a dare una qualche remunerazione ai due uomini che avrebbero portato la cera (cfr. Codex, II, 1281).
 
  
PROPOSTE DI INTEGRAZIONI ED AGGIUNTE AL CODEX DIPLOMATICUS
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'''MARIO LUPI'''. Incisione litografica, successiva al 1785, antecedente al 1788, probabilmente proprio del 1788. L’esemplare in Biblioteca civica, rifilato, misura 203x270 mm.
Si deve alla preparazione, alla solerzia, alla sensibilità e allo spiccato senso critico e diplomatico del dotto canonico Giovanni Finazzi  da Bottanuco, di poco posteriore al Lupo, una delle prime e più attente riletture e rifiniture del Codex. Le sue considerazioni, proposte e conclusioni sono esposte in volume di non molte pagine, ma di notevole interesse: Del / Codice Diplomatico Bergomense / Pubblicato in due volumi / Dal C. M. Lupo e dall’Ar. Ronchetti / e dei / Materiali che si avrebbero a compirlo / con un terzo volume / Memoria del Can. Giovanni Finazzi (Milano, presso la Società per la Pubblicazione degli Annali Universali delle Scienze e dell’Industria, nella Galleria De-Cristoforis, 1857) .
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Con la scritta:
Non risulta che finora sia stata scritto commento più approfondito alla maggiore opera del Lupo, della quale ne è, nell’insieme, il completamento, con l’auspicio ripetutamente espresso, di una doverosa prosecuzione nella pubblicazione dei documenti in esame, per ogni più utile conoscenza della realtà storica di Bergamo.
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MARIUS LUPUS
Già in apertura di testo è possibile comprendere il tenore dell’opera: «Quando nel 1841, in una Memoria, che noi leggemmo nel patrio Ateneo, e che più tardi fu pubblicata per le stampe, Intorno agli antichi Scrittori delle cose di Bergamo, accennando alla pubblicazione del Codice Diplomatico, ideata ed eseguita con tanto applauso dal nostro celebre canonico Mario Lupo, non senza fondamento di buoni ragioni ci venne detto, come a noi pure alcuna cosa si richiedesse, di custodire cioè gelosamente, e di riparare, come meglio sappiamo, da ogni pericolo di rovina quanto ancora resta de’ genuini autografi di codesti diplomi ed istromenti. Perocché, o sieno essi per la stampa già fatti di pubblica ragione, giova pur sempre conservare gli autografi, non fosse altro per soddisfare alla erudita curiosità de’posteri, che ne fossero studiosi. Che se ancora, qual che ne sia il motivo, non furono pubblicati, è manifesta con quanta maggiore sollecitudine si debban guardare, perché al tutto non perdansene la memoria, e venga anzi tempo, se tanto giova sperare, che altri si accinga a porli pur finalmente nella pubblica luce. Imperocché, come è noto, il canonico Lupo non poté pubblicare che il primo volume del suo Codice, nel quale non sono scritture che passino oltre il secolo nono. Ne avea ben egli già in pronto per le stampe un altro volume, che sulla fine della sua vita affidò al suo valente discepolo il Ronchetti, perché lo pubblicasse, come fece poco appresso con ogni lodevole accuratezza. Ma anche questo secondo volume non arriva che verso la fine del dodicesimo secolo; mentre sappiamo pure di certo dalle parole del medesimo Lupo che egli avea allestito documenti anche pei secoli decimoterzo e decimoquarto, coi quali compiesi ad un dipresso l’opera del medio evo. [...]. E che veramente il giovane canonico Conte Camillo Agliardi si ponesse con lena a giovare ed a compiere i sudati lavori del Lupo, lo abbiamo anche da altro luogo, ove il leale maestro tributa al prediletto discepolo chiarissima lode: eruditissimo et carissimo sodali meo […].
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PII VI. PONT. MAXIMI
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AB HONORARIO CUBICULO
Postosi l’Agliardi con lena al lavoro, venne meno all’impresa, e i suoi manoscritti, dopo diverse vicissitudini, passarono sostanzialmente completi alla civica Biblioteca, ove si trova abbondante documentazione, che si riconosce parte di sua scrittura e parte dello stesso Lupo, dalla qual trasse il Ronchetti il materiale per sue pubblicazioni. Per cui prosegue il Finazzi:
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ET BERGOMATIS ECCLESIÆ
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PRIMICER.
«Che se al bravo Agliardi mancò più presto, che non si avesse a temere, la lena di poter compiere tutto, che di lui si prometteva il Lupo, tantoché anche il secondo volume dello stesso Codice venne, come si è detto, raccomandato al Ronchetti; non è però a credere che molti brani degli incominciati lavori non rimanessero fra le sue carte. Certo che fra i manoscritti esistenti nella pubblica Biblioteca, ove passarono i libri del canonico Agliardi, trovansi parecchie scritture che si riconoscono parte di suo carattere e parte di quello del medesimo Lupo; le quali sicuramente dovettero appartenere ai sopradetti studi, e all’indicato compimento del sullodato Codice. Tali tra gli altri parrebbero da doversi tenere alcuni scartafacci e pieghi [...] Dai quali estratti il Ronchetti tolse in gran parte, come è facile rilevare dai confronti, i documenti per continuare le sue memorie storielle, dopo gli anni, in cui finisce il Codice Diplomatico. Oltre ai quali documenti però egli stesso il paziente Istoriografo poté trovarne alcuni altri, che, come ingenuamente dichiara nella Prefazione al secondo volume di esso Codice da lui dato alla luce, teneva in serbo per farli a tempo di comune diritto, compendiandoli se non altro nelle suddette sue Memorie storiche. [...]
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AC CATHEDR. CANONICUS.
E forse (soggiungevamo nella sopradetta Memoria) chi cercasse fra le carte dello stesso Ronchetti con amorosa cura conservate dall’erede dei suoi libri, il sacerdote Luigi Fermi, si troveranno alcuni di questi documenti, che, aggiunti a quelli già raccolti dal Lupo e dall’Agliardi, potrebbero porgere a qualche valente amatore delle patrie cose conveniente materia, da poter porre quando che sia l’ultima mano all’opera poco men che perfetta del nostro Codice Diplomatico.
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Firmata Pietro Roncalli delin. Berg. e Becceni sculp. Brix. cioè Pietro Becceni o Beceni, di Brescia (1755-1829). Forse fu tratta dal ritratto eseguito da quel pittore.
Or, ciò che quindici anni fa credevamo di poter arrischiare per semplici congetture, possiamo ora formalmente asserire, che il colto e giudizioso erede delle carte, che furono del Lupo e del Ronchetti, ne seppe tenere quel conto che si meritavano, e a chi ebbe vaghezza di conoscerne il tenore non si rifiutò, gentile com’era, di venirle mostrando. E, se a noi pure per somma cortesia non tenne nulla nascosto di quel prezioso archivio, abbiamo potuto conoscere, che, oltre alle pergamene originali e copie autografe del Lupo e dell’Agliardi delle carte e diplomi, che hanno servito alla pubblicazione del primo e secondo volume del Codice Diplomatico, eranvi altre non poche originali pergamene o copie dello stesso Lupo o del Ronchetti o del Fermi medesimo, che amoroso di questi studi avea pur egli non volgare perizia di leggere così fatte scritture. Le quali ultime carte, tutte affatto inedite, cominciano appunto dove termina il secondo volume di esso Codice, e si riferiscono al secoli XIII, XIV e XV, a cui, giusta la mente dello stesso Lupo, avrebbe potuto estendersi un terzo volume, che venisse a compiere l’opera del nostro Codice Diplomatico. E poiché per il desiderio di pur conoscere quella preziosa suppellettile, di cui volentieri ci saremmo anche valuti, se o soli o con altri più valenti di noi avessimo come che sia potuto dar mano all’importante lavoro, prima che il Fermi ci mancasse, ci siamo messi più d’una volta a ripassar quelle carte, e ci venne fatto di poter raccogliere il contenuto delle principali: noi non credemmo di defraudarne i nostri concittadini, perché gli amatori di così fatti studi e delle patrie tradizioni facciano quanto è da loro, che non si lasci per avventura sperdere e dissipare questa dovizia di documenti per la nostra Storia, frutto di tanti onorati sudori, e la cui perdita sarebbe quasi irreparabile. Non è piccola infatti la raccolta di queste carte, come apparirà dall’elenco dei sommarii di esse che ne recheremo, se nove ne abbiamo riunite del decimoterzo secolo, ventiquattro del decimoquarto, trentasei del decimoquinto. La più parte delle quali sono affatto inedite o tutto al più citate in qualche piccolo frammento dal Ronchetti, quando gli occorse valersene, come egli stesso qui sopra accenna, nella compilazione delle sue Memorie storiche, secondoché verremo annotando con alcune postille che porremo a pie pagina delle singole carte che si riferiranno. Che se a queste carte e ad altre per avventura che tuttavia si potessero rinvenire nello stesso Archivio che fu del Fermi, si aggiungessero altre non poche, che, o in originale o copiate dal Lupo o dall’Agliardi, trovansi nell’Archivio capitolare o nella civica Biblioteca; se vi si potessero aggiungere delle altre, che dagli archivi dei nostri monasteri furono nei trambusti della rivoluzione francese accumulati nel comune Archivio detto di S. Fedele in Milano, ora specialmente che si provvede con alacrità e intelligenza a darvi quell’ordine che ne renda possibili le ricerche; se con più accurate indagini si facesse di aggiungervi ciò, che a questi anni si è potuto trovare negli Archivi di altre città nostre affini, che lo stesso Lupo non aveva ben potuto frugare, e che ora si sa contenere non poche di queste nostre carte, come per modo d’esempio non ha guari ci venia fatto credere dal chiarissimo Odorici e dal reverendissimo monsignor Dragoni dell’Archivio capitolare di Cremona; se per ultimo a tutte queste carte, di bolle, diplomi, istromenti, contratti, secondo la mente dello stesso Lupo, si aggiungessero altri più lunghi documenti, o civili come di Istrumenti di pace e vecchi Statuti, o ecclesiastici come di Calendarii e di Sinodi, che pur si appartengono a questi secoli, e che o in originale o in copie ed estratti preparati dallo stesso Lupo e dall’Agliardi potrebbero i più diligenti studiosi di queste Memorie rinvenire o nel civico Archivio o nel capitolare o nella pubblica Biblioteca: si avrebbe facilmente riunita una sì ricca e svariate suppellettile; da fornire più che abbastante materia per un terzo volume, che verrebbe lodevolmente a compiere l’opera del nostro Codice Diplomatico.
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Essa venne utilizzata come antiporta in alcuni esemplari dell’opera “De Parochiis…” del Lupi nel 1788. Si trova anche in un esemplare della Vita del Lupi scritta dal Ronchetti nel 1845, ma forse vi fu applicata.
E nella ferma fiducia che alcuni dei nostri si accingano di proposito alla bella impresa, secondo le nostre deboli forze abbiamo già tolto a darne qualche piccolo saggio, pubblicando non ha guari un nostro antico Sinodo tratto da un Codice Pergamene di Bartolomeo Ossa; come intenderemmo di pur pubblicare alcuni antichi Calendarii, de’ quali il Fermi appunto ci regalava copia autografa dello stesso Lupo, a questo oggetto da lui preparata perché gli servisse a tempo per la continuazione di esso Codice Diplomatico.
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Il Serassi in una lettera del 12 aprile 1788 consigliò la forma Ab Honorario Cubicolo rispetto ab Honoris Cubiculo, certamente in riferimento a questa incisione.
E, poiché anche questo scritto non sia del tutto vuoto di qualche utile pubblicazioncella, ci piace cogliere l’occasione di qui produrre un brandello di un nostro antichissimo Statuto, che per caso ci venne a mano rovistando in un falcone di carte esistente nella pubblica Biblioteca, intitolato Notariorum excerpta, fatto appunto dal Lupo e dall’Agliardi per servire alla completa compilazione del Codice Diplomatico. Il brandello è di mano del canonico Agliardi, e precede i fogli, che hanno per titolo Memorie ed estratti dello Statuto vecchio; ed è uno strumento copiato non so da quale dei nostri antichi Notai, in cui viene prodotto un capitolo dello Stato vecchio della città di Bergamo, anteriore alle antiche Collezioni esistenti nella cancelleria della nostra città [...]”.
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Nell’ampia e articolata Postilla posta in calce all’elencazione dei documenti da lui riportati in numero di 56, alla successiva pagina 23 del suo commento al Codice, il Finazzi continua la sua interessante esposizione e disamina, asserendo:
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“[...] E primieramente abbiamo detto, che, chi volesse dar mano alla continuazione e compimento del nostro Codice Diplomatico, gli converrebbe innanzi tutto di frugare e conoscere l’Archivio capitolare. Né questo vogliamo intendersi per una semplice formalità, quasi che in detto Archivio non fosse più che a racimolare qualche nuovo documento sfuggito per avventura alle ricerche del nostro Archeologo, che ne trasse la massima parte dei materiali del primo e secondo volume del già pubblicato nostro Codice. Chi sa quanta ricchezza di documenti solesse adunarsi negli Archivi dei Capitoli cattedrali, a cui, secondo le norme dei canoni del pubblico diritto del medioevo, facea capo tanta parte del governo ecclesiastico e civile, comprenderà facilmente che così fatti depositi, ove non sieno stati spogliati o manomessi, devono naturalmente fornire doviziose miniere di sempre nuove materie e investigazioni. Il nostro poi, che fu dei più antichi, dei più numerosi, dei più ricchi e più privilegiati Capitoli: che fino all’epoca di Bonifacio VIII ebbe l’esclusivo diritto di nominare il Vescovo dio¬cesano, che fino agli ultimi rivolgimenti politici del prossimo passato secolo si mantenne nel pieno ed assoluto diritto di nominare e di investire i suoi membri, Dignitari, Canonici e cappellani; a cui i parroci non meno che i sacerdoti di tutte le chiese urbane giuravano come al Vescovo fedeltà e obbedienza; che di proprio diritto conferiva assai benefizi con alcune parrocchie della Diocesi; che aveva due Cattedrali fornite l’una e l’altra di Dignità e di buon numero di Canonici, che, riuniti poi nell’unica Cattedrale di S. Alessandro, presentavano l’imponente collegiata di 44 canonici; che avea per conseguenza possessi estesissimi e diritti di decime e di livelli per tutta la provincia, ed esenzioni e privilegi amplissimi di Papi e di Imperatori e per sé e per tutte le proprie cattedrali; senza il cui consenso ed intervento non poteva il Vescovo fare lunghe investiture, né alienare, né permutar benefìzi, né disporre dei beni di alcun luogo pio, né fare visita pastorale alla Diocesi, né adunare e tenere Sinodi diocesani: un tal Capitolo, ripetiamo, non poteva non fornire grande e diversa materia per un Archivio, che nelle sue carte e pergamene potesse stare a solenne documento di tutti questi diritti e privilegi. Solo avrebbe potuto sperdersi per non curanza; ma questo pure non doveva avvenire pel Capitolo della chiesa di Bergamo; poiché, costando esso, come sai è detto, delle due cattedrali di S. Vincenzo e di S. Alessandro, dovevano naturalmente i due Capitoli essere gelosissimi di conservare i documenti dei rispettivi diritti; e, anche dopo avvenuta l’unione nell’unico Capitolo di S. Alessandro, le stesse condizioni di reciproca riverenza e riguardo, con cui furon dettati i punti d’unione, dovevano contribuire al conservamento dei reciprochi documenti, perché all’una cattedrale non venisse mai fatto di sopraffar l’altra, ma l’una coll’altra affratellata si abbracciasse nella rispettosa concordia dei proprii particolari diritti e privilegi. Piuttosto era da temere che l’antico e ricco Archivio delle riunite cattedrali del Capitolo di Bergamo fosse messo a soqquadro e spogliato per sempre de’ suoi più rari e solenni documenti diplomatici, quando nei trambusti dei già accennati rivolgimenti, che finirono a sopprimere e spogliare d’ogni suo bene lo stesso Capitolo, uomini poco amici di vecchie ed ecclesiastiche tradizioni furono licenziati di porre liberamente le mani in quei depositi, che la religione degli avi guardava con occhio di venerazione. Ma tale infortunio non ebbe ad accadere, quale almeno si poteva presumere, al nostro Archivio capitolare. Perché, o fosse riverenza a quelle vecchie carte, che la prevalente autorità dell’insigne paleografo, che ci fu Ercole Mozzi, non che del dotto Primicerio canonico Antonio Adelasio, e del più illustre suo successore canonico Mario Lupo, aveva imparato a rispettare se non ad apprezzare; o fosse anche (che questo pure si può presumere) non curanza e quasi disprezzo, che gli uomini amanti di novità avessero di quel vecchiume di carte e di diplomi: il fatto si fu che le pergamene, che si custodivano nei bassi cancelli del vecchio Archivio, meno poche eccezioni di confusione o di disperdimento, si rimasero pressoché negli stessi rotoli, in cui le avvolgevano, come ci è dato di poter raccogliere, classificandole e annotandole, prima il già lodato Adelasio e appresso più accuratamente lo stesso Lupo; e coperte dalla loro polvere se ne passarono pressoché incolumi fino ai nostri tempi, nei quali, per la mutata condizione delle cose, e per la nuova direzione che presero gli studi di patria antichità, è sperabile che possano essere avute nella conveniente considerazione e gelosamente conservate, se non fosse anche dottamente illustrate e pubblicate.
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Ne duole di non poter qui dare l’elenco almeno delle più importanti di queste carte; ma oltreché il limite che ci siamo prescritti in questa scrittura non lo consentirebbe, ci sarebbe anche per ora di non lieve difficoltà il doverci porre a ripassare tutte codeste carte per poterne offrire comecché sia i sommi capi di ciò ch’esse recano di patrii documenti. Poiché, come abbiamo trovate ben custodite e conservate le stesse pergamene, non ci fu dato insino ad ora di trovar qualche elenco o descrizione delle medesime, che certo, come s’è accennato, ne dee aver fatto il Primicerio Adelasio, e più ancora il Lupo, quando, dietro l’esempio dell’Adelasio e colla direzione del Mozzi, frugò una ad una tutte queste carte, leggendole per intero, onde averne non solo gli argomenti ma ogni notizia ecclesiastica o civile, che allo scopo dell’ideato Codice potesse servire; dicendoci egli apertamente nella Prefazione ad esso Codice: Ut id praestare aliquando possem, eruditorum virorum, qui haec studia excoluerunt, exemplo permotus, antiquas chartas excribere et in meas inferre schedas decrevi, ut quodcumque opus esset, earum exempla in promtu haberem. E difatti da un foglietto volante, che noi trovavamo tra le carte riposte nel cassetto N, scritto come pare di mano del canonico Adelasio, si ha, che in questo stesso cancello si conservano tre libri contenenti l’Indice ossia Catalogo di tutte le carte esistenti nei fasci dei cancelli del primo piano a terra dell’Archivio medesimo, ove appunto eran riposte e si trovano pur ora tutte le pergamene. Ma di quest’Indice o Catalogo non ci fu fatto di averne traccia, massime perché il cancello N, dove è indicato che si conservasse, è uno dei pochi cancelli, che furono, per non so quali accidenti, più confusi e manomessi. Un compendio forse di quest’indice, o almeno un ristretto fatto al proprio uso, delle principali pergamene dell’Archivio capitolare aveva anche il Ronchetti, che, passato al Fermi, sappiamo tuttavia esistere fra le carte, che di lui ci sono rimaste, e che, venendo a mano di chi avesse agio di valersene per l’ispezione ed esame che volesse fare delle stesse pergamene, potrebbe porgere qualche ajuto, non fosse altro, per discernere fra i molti di minor rilievo i più importanti documenti del medesimo Archivio. Come di non leggiero ajuto a questo scopo di raccogliere le più importanti carte, che debbon fornire materia alla continuazione del Codice diplomatico, tornerà l’attenta considerazione delle Memorie istoriche della città e chiesa di Bergamo raccolte dallo stesso Ronchetti; dove a margine si trovano continuamente citati i documenti, colla indicazione dei luoghi ove si conservano, per chi gli volesse riscontrare. E sul conto dei documenti avuti dall’Archivio capitolare, che sono come è da credere, senza confronto i più numerosi, il Ronchetti, come il Lupo avea fatto nel primo volume del Codice, ed egli stesso coi materiali forniti dal Lupo avea continuato a fare nel secondo volume, pur seguita collo stesso tenore anche nelle sovralodate sue Memorie, citando i documenti secondo che erano nell’Archivio stesso distribuiti, e come anche al presente si possono, siccome è detto, vedere colla medesima segnatura di rotoli e cancelli.
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E, perché almeno in grosso si abbia il numero delle antiche carte e diplomi, che formano l’attuale ricchezza dell’Archivio capitolare, e da cui, come si è tratta la principale materia del primo e del secondo volume del nostro Codice, così s’avrebbe a trarre la massima parte del materiale di un terzo volume che lo compisse, accenneremo che tutto il vecchio Archivio, per ciò che riguarda diplomi e pergamene, risulta dei cancelli inferiori del primo e secondo piano, dalla lettera A fino alla lettera M. [...] da cui si potrebbero scegliere i documenti per la completa compilazione del desiderato volume. Ricca e forse insospettata suppellettile di documenti, che ben mostra come non sia sperabile di poter venire all’atto di compiere il Codice diplomatico della nostra Chiesa, senza rifarci ai fonti, da cui fu tratta la principale materia per incominciarlo. E sarebbe glorioso per l’attuale Capitolo, se, come fu primo a porsi all’opera, così potesse farsi innanzi a darvi l’ultima mano. Ma ad ogni modo avrà merito e diritto alla pubblica estimazione, se, come ha fatto finora, serberà geloso questa dovizia di patrii documenti, per affidarli a tempo a chi avrà data prova di sapersene degnamente valere all’uopo di compiere il desiderato volume del nostro Codice diplomatico.
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Né vuolsi dimenticare l’Archivio episcopale, che, come fornì al Lupo preziose carte per compilare il Codice dei primi secoli, può fornirne di egualmente preziose per continuarlo nei secoli susseguenti.
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Non bisogna però aspettarsi che l’Archivio episcopale presenti quella ricchezza di pergamene, di cui abbiam veduto fornito l’Archivio capitolare; poiché le cose riguardanti il possesso e l’amministrazione dei benefìzi o d’altri beni di chiesa o luoghi pii, non potendo il Vescovo, secondo il diritto canonico a quei tempi in pieno vigore, far nulla senza il Capitolo, anche gli atti doveasi mettere nell’Archivio capitolare; e così delle cose concernenti l’andamento e la disciplina dell’intera Diocesi, doveasi, secondo il decreto di Alessandro III, passato nel corpo del diritto canonico, farsi sempre e in tutto col consiglio e spesso anche col consenso del Capitolo, seguitava che tutti anche gli altri atti relativi dovessero pure riporsi nell’Archivio capitolare, che potea dirsi per questo lato ed era quasi comune ai Canonici, che erano membri di esso Capitolo ed al Vescovo, che ne era il capo. Però alcune carte poteano essere peculiarissime e di esclusiva importanza del Vescovo, come quelle riguardanti i suoi proprii privilegi, i suoi feudi, i suoi diritti di livelli, di decime, di miniere, nel che il Vescovo di Bergamo avea diritti e privilegi singolarissimi. Di che si vede che le carte di questo Archivio, comecché più scarse, non doveano essere di minor rilievo; e se vuolsi giudicare da quelle già pubblicate, ce ne doveano essere d’importantissime. E comunque sappiamo che il Lupo ne avea trascritto alcune delle principali anche dei secoli XIII e XVI, come abbiam potuto rilevare dagli autografi di esso Lupo, già notati fra le carte che il Ronchetti legava al Fermi; pure sarebbe stato un gran donno anche se ne fossero dissipati gli originali [...]
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Fra i quali diversi documenti sarebbe di speciale importanza il continuare la serie già incominciata dal Lupo di tutti gli atti di investiture, di compre, di vendite, di permute fatte dai Vescovi di Bergamo degli speciali diritti di miniere d’argento, che avevano in vari luoghi della provincia e massime nei monti di Ardesio e di Gromo. [...]
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La serie dei quali documenti, che, cominciata dall’XI, si continua per tutto il XIV e XV secolo, indica come, massime nel XII e XIII secolo, queste vene di argento fossero nelle nostre valli di ragguardevole considerazione; come già notava il Lupo, pubblicando le prime carte, che accennano a questi feudali diritti del Vescovo di Bergamo sullo scavo e lavoriero di queste preziose vene [...].
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Ma, oltre alla non comune ricchezza di antiche pergamene, si può trovare nell’Archivio medesimo del Capitolo un’altra messe di antiche carte, che alla continuazione del Codice Diplomatico, massime per ciò che spetta i secoli XIII e XIV, posson moltissimo contribuire, che sono gli Atti e Imbreviature, come le dicono, de’ pubblici Notai [...].
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Fra le carte, che dovrebbero necessariamente aver luogo nella continuazione del Codice Diplomatico, sono i Brevi e le Bolle, che per questi secoli molti Pontefici mandarono alla nostra Chiesa. Né al Lupo era sfuggito il pensiero di procurarsi copia di questi importantissimi documenti; ma, come avea avuti quelli che gli servissero pel primo e secondo volume, avea provveduto di averne anche per il terzo dei volumi, che verrebbe e compiere lo stesso Codice Diplomatico. E, come abbiamo da due lettere autografe, una del nostro abate Pier Antonio Serassi, l’altra del celebre monsignor Gaetano Marini avea fatto cercare, che cosa si potesse estrarre dagli Archivi segreti del Vaticano riferibile alla Chiesa di Bergamo, onde arricchirne le pagine del ben augurato suo Codice [...]. E colla lettera mandava al Lupo copia autentica delle infrascritte Bolle Pontificie, che si conservano fra gli scartafacci dello stesso Lupo, ora esistenti nella Civica Biblioteca [...].
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Quanto alla messe, che si potrebbe cogliere negli Archivii dei nostri Monasteri, non avremo che a seguirne le tracce, che ci ha segnato il canonico Lupo, che, con molte carte e diplomi cavate dagli Archivii del Monastero di Astino, dell’Abbazia di Vall’Alta, e de’ Padri Predicatori, arricchì notevolmente il primo e secondo volume del Codice già pubblicato, accennando così qual corredo di utili documenti si potrebbe avere in questi stessi Archivii per la sua continuazione e compimento [...].
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Né possiam qui dispensarci dall’accennare più avanti con qualche particolarità, come si trovino documenti importantissimi pel nostro Codice Diplomatico, e che si posson rinvenire negli Archivi Bresciani, per la più parte affatto inediti per non dir sconosciuti allo stesso solertissimo indagatore delle nostre cose il Canonico Mario Lupo. Poiché, come espressamente ci venia indicato dal chiarissimo Odorici con sue lettere del 18 e 22 settembre dello scorso anno, questi tra gli altri vi sono, che non saranno trovati di leggera importanza. [...].
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Ma ci sarebbe sembrato di lasciare incompleta l’indicazione dei materiali, che si potrebbero riunire per la continuazione del nostro Codice Diplomatico, ove non avessimo fatto di rintracciare qualche notizia anche dagli Archivi di Venezia, che tenne sì lunga e sì parziale signoria di Bergamo. E per procurarcele pessimamente curate, ne scrivevamo al quel chiarissimo raccoglitore ed illustratore di antiche memorie il Cav. Emanuele Cicogna; il quale, non senza averne prima interpellato anche il chiar. Cav. Mulinelli e Prof. Foncard, ce ne riscriveva, col 10 del passato maggio, la dotta e gentile lettera, che qui pubblichiamo [...].
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ATTESTAZIONI DI STIMA
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Il plauso che l’opera del Lupo ebbe, fu straordinario in qualità e quantità: gli pervennero innumerevoli messaggi di congratulazione e di ammirazione, i quali vanno ben oltre i comuni convenevoli di cortesia e di amicizia che abitualmente ricorrono in simili circostanze. Anche a questo proposito ci si limita alla citazione di alcuni più significativi esempi.
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a) In versi
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Ecco l’Eliso: qui di Lauro ornati
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Degli Orobj scrittor spirano i voti
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Nell’alma luce delle muse avvolti,
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Ombre illustri di saggi, ombre di vati.
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Ecco le dotte Albani, e le Brembati;
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Questi i Bernardi son facondi e colti:
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Veggo i Zanchi e i Fontana insieme accolti,
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Veggo i Maffei, veggo i divin Torquati.
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Ma questa ombra non è: Mario tu vivi.
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Qual Sibilla, qual Dio sull’onda avara
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Seco ti trasse oltre li stigi rivi?
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Que’ prischi genii t’impetrar tal gloria,
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Ch’eran bramosi di lor Patria cara
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Da un vivo udir la più remota storia.
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Lorenzo Mascheroni
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Il sonetto venne letto nell’Accademia degli Eccitati, che aveva sede presso il convento dei padri agostiniani e della quale lo stesso Lupo era stato uno degli animatori più attivi, in occasione della collocazione in sede di un suo ritratto, commissionato appositamente con delibera del 17gennaio 1785.
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*  *  *
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Signor, che di tua Patria il grido estolli
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Con sì degne del cedro elette carte,
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E dell’atre tenèbre ond’eran sparte
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Le vetuste sue glorie, il vel ne tolli;
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Godi pur nel veder spiranti e molli
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Bronzi e marmi a tua lode; e plauso forte
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D’Europa tutta ogni più colta parte,
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Non che questi a te grati orobici colli.
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Non isdegnar però tra gli onor tuoi,
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Se di mia man sulla vicina sponda
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Volli un tenero allor sacrarti anch’io.
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Segnato ei del tuo Nome i rami suoi
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Metterà altero, il bacierà seconda
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L’aura a’ miei voti, e nudrirallo il rio.
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Paolina Suardo Grismondi - Lesbia Cidonia
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Sonetto composto a seguito della pubblicazione del Codex, in occasione della presentazione in Bergamo del primo volume.
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b) In prosa
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'''[[Nino Galizzi]]''' (1893-1971) Busto di Mario Lupo in arenaria di Sarnico, collocato da Bortolo Belotti nel giardino della sua villa patrizia di Zogno, a comporre con altri dieci illustri personaggi suoi convalligini, il noto ''Cenacolo dei grandi Brembani''. L'insieme delle sculture che compongono l'''amoenus locus'' sono dell'artista bergamasco [[Nino Galizzi]], scultore affermato, amico del committente, noto e apprezzato in ambito nazionale.
Illustrissimo Sig. Sig. e Padron Colendissimo
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Non ho voluto portare a V. S. Illustrissima i miei più devoti ringraziamenti, che ora sen vengo pel dono del suo libro, senza averlo prima letto; né ho potuto leggerlo, se non dappoiché mi son portato alla villeggiatura. Vengo ora a lei, e dico aver ella preso a trattare uno dei più scabrosi argomenti che s’abbia l’ecclesiastica erudizione, e intorno al quale tanti han già faticato, ma con restar tutti in fine nelle tenebre. Ho osservato aver ella messo in chiaro tutti i suoi gruppi, e tutti i mezzi adoperati fin qui per iscioglierli, contenendosi poi, con molta modestia, e riducendo lo scioglimento a quel che può sembrare il men lontano dal vero, ossia il più verisimile. Ingegnosa m’è sembrata la proposta differenza delle ferie, che pare non improbabile per la diversità dei passi. Ma sopra tutto, quel che ho ammirato in lei si è la giudiziosa sua critica in tanti e tanti luoghi adoperata, e col dovuto rispetto nell’esame di varie sentenze di molti autori anche dei più accreditati. Questa è la pietra del paragone degl’ ingegni sodi. E per cui specialmente mi rallegro con lei. E pur questo è poco, perché quel che più è a stimare, consiste nell’essere ella giunta in età sì giovane a formare un’opera, che uno dei più veterani nel mestiere si potrebbe gloriare d’aver composta colla giunta di un purgato stile, e coll’aver consultato chiunque mai ha trattato di tali materie, e con altre lodevoli scappate fuori dall’argomento stesso. La conclusione dunque si è, che io sommamente mi congratulo con lei per l’insigne profitto da lei fatto nella scuola di Roma, e passo a dire, che ella renderà gran conto a Dio e al Pubblico, se non continuerà ad esercitare il felice suo talento, e a produrre altri frutti per onor suo, e dell’Italia . Potrebbe esser che Bergamo non somministrasse a lei quella gran copia di libri, de’ quali cotanto abbonda la gran città di Roma. Tuttavia sapendo io fin dove sia arrivato il bel genio del tenente generale signor conte Borselli, con aver egli a quest’ora messa insieme una ragguardevol Biblioteca, non veggo che a lei possano mancare gli ajuti necessarii per seguitare il viaggio nel paese della letteratura. Resta ora, che avendo V. S. Illustrissima per somma sua gentilezza dato a conoscere a me la riverita sua persona, e il suo ingegno, mi conservi anche in avvenire quel benigno amore, di cui mi ha fatto degno, assicurandola, che finché avrò vita, non verrà meno in me la vera stima che ho concepito di lei, e il singolare ossequio, con cui passo a protestarmi. Di V. S. Illustrissima - Devotissimo ed obbligatissimo servitore
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Lodovico Antonio Muratori
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Il Lupo aveva conosciuto personalmente il Muratori allorché, lasciata Roma, nel viaggio di ritorno a Bergamo, volle appositamente fermarsi a Modena per incontrarlo: nacque tra i due una immediata stima e amicizia, destinata a durare nel tempo, che trova riscontro nella abbondante corrispondenza intercorsa poi, lungo gli anni, fra i due abati. Rientrato a Bergamo il giovane studioso, in segno di devozione e gratitudine, immediatamente inviò al Muratori i suoi primi studi romani sull’anno di nascita e di morte di Cristo e ne ricevette la lettera sopra riportata. L’incontro suscitò nel Lupo un singolare fervore per quell’arte diplomatica e per le antichità del Medioevo, che diverranno poi la sua grande passione di ricercatore e di erudito. Particolare interesse, ad esempio, nel Muratori suscitò la copia delle iscrizioni di Bergamo, antiche e recenti, che il Lupo gli fece pervenire: in data 22 dicembre 1745, gli rispose, infatti:
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“Oggi per cura del gentilissimo P. Benaglio ho ricevuto copia delle iscrizioni Bergomati così leggiadramente fatta, che ho dubitato un pezzo se siano stampate [ ...] Io mi protesto infinitamente tenuto alla bontà di V. S. Illustrissima per questo a me carissimo dono, e desidero l’occasione di farne merito a lei presso il pubblico. Ho intanto ravvisato anche in questo il di lei bel genio: laonde sempre più spero, che ella, ritornato al riposo della Patria, non lascerà in riposo l’ingegno suo, cercando qualche nuovo argomento, che accresca l’onore del nome suo.”
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[...] Per mezzo del signor abbate Serassi d’ordine di V.S. Illustrissima ho ricevuto il Codice Diplomatico della Città e della Chiesa della nostra Patria raccolto e corredato di notizie singolari ed interessanti non solo la storia particolare della medesima, ma quella d’Italia, lo che gli accresce pregio e merito. Mi rallegro seco e godo vedendo onorata la comune detta nostra Patria in questa età da parecchi valenti uomini quali sono Tiraboschi, Serassi, V.S. Illustrissima, a cui si deve l’obbligazione d’aver tratti a luce tanti rari monumenti di tempi medii lasciati sepolti fino a questo giorno, i quali sarebbero rimasti più lungamente negletti ed avrebbero forse sofferto danno dai tempi futuri, se non gli avesse posti in salvo l’adiutrice e dotta sua mano. Mi congratulo con il reverendissimo Capitolo perché si conosceranno i meriti, i pregi e le prerogative di cui fanno testimonianza i documenti in detto codice raccolti. La supplico di rassegnare il mio ossequio al medesimo, e compir con esso in nome mio un dovere di stima verso questo illustre corpo [...]
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Card. Francesco Carrara
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In occasione della morte del canonico Primicerio, lo stesso cardinale, in data 21 novembre 1789, scrive al Ronchetti, che gli aveva trasmesso la luttuosa notizia:
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“A niuno de’ nostri concittadini può dispiacere più che a me la morte del fu monsignor Mario Lupo Primicerio della Cattedrale, perché niuno può aver avuta più stima del suo merito, della sua dottrina, e dell’ottimo ed affettuoso suo cuore. Della sua scienza nelle materie ecclesiastiche, oltre quanto congetturo ch’abbia lasciato inedito, preparato per la stampa, saranno sempre presso la posterità due gloriosi monumenti la dissertazione de Anno natali et emortuali Christi, pubblicata nella sua età giovanile, ed il cronico della Chiesa e Diocesi nostra, in cui concorrono del pari, e la diligenza, giudizio critico, ed instancabile industria nel disseppellire documenti antichi ignoti, e nel discifrare le forme de’ caratteri senza la consumata perizia inestricabili, ed inintelligibili. Del suo cuore poi nato fatto per diffondere in altri gli affetti, quanti l’hanno conosciuto e trattato, ne devono esser testimoni, ed io lo devo esser, perché lontano e vicino l’ho provato affettuoso e benefico. La sua saviezza, e i suoi sentimenti corrispondenti al carattere e dignità ecclesiastica corrispondevano alla sua condizione, e mirabilmente questa a quelli dava risalto. Se a Dio è piaciuto di richiamarlo a sé e toglierlo a noi, dobbiamo venerare gli adorabili suoi giudizii, e consolarci per la giusta fiducia, che sia passato a godere il frutto dell’ecclesiastiche e benemerite sue fatiche, delle quali resterà indelebile la memoria. Io vivamente penetrato della premura da lui avuta negli ultimi periodi, quasi codicillo della tenera nostra amicizia, mai non mi dimenticherò all’altare di lui, e non cesserò infin che viva di umilmente supplicare il Signore che si degni di riceverlo nell’eterna Beatitudine, sicuro che là giunto non mancherà d’intercedermi la grazia di raggiungerlo, e seco eternamente convivere felice in Dio. Quest’è quella consolazione, che può sola temperare l’amarezza della perdita che giornalmente dobbiamo andar tollerando per la condizione umana de’ nostri amici. Io poi rendo grazie sincere [...] ”.
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Note da completare
 
  
p. 29 la MIA e nota 1- p. 31 Angelo Giuseppe Roncalli; p. 34n Lupo nel 1761 fu “patrone” della MIA
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'''GABRIELE MEDOLAGO, ''Il castello di Cenate Sotto e la Famiglia Lupi'', Amministrazione Comunale di Cenate Sotto, 2003, p. 158''':
p. 35-36 nota 3 Mons. Giuseppe Locatelli autore, tra l’altro, di “L’istruzione a Bergamo e la MIA”.
+
p. 37 nota 13 Donato Calvi
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p. 42 Cappella Colleoni 44 attività della MIA 45 la Cappella musicale 1483-84 e F Gaffurio bergamasco anche se nato a Lodi, ma da padre bergamasco militare nativo di Almenno
+
p. 51 Bg medievale (vedi Matricola Femminile pp. 52,53 vedi anche a pag 32) nel 1277 battaglia di Desio i Visconti sconfissero i Della Torre p. 51 Istituzioni benefiche (vedi Bartolomeo Peregrino in “Vinea”) Consorzio dei Carcerati;- Ospedale della Maddalena; - Misericordia di Monte San Vigilio; - Monte dell’Abbondanza
+
pp. 54-55 Mons. Giuseppe Locatelli pp. 56-57 vedi immagini 58 nota introduttive su M. Lupo e sua descrizione da Ab.te Ronchetti 65 B. Belotti 66 il Lupo in internet p 68 Can. Giovanni Finazzi autore di un terzo volume con materiali che si avrebbero a compierlo
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68 i suoi maestri Giuseppe Ercole Mozzi (1697+1777)
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pp. 71-95 dati cronobiografici (nota 132 pag 89 gen 1785 il Lupo aggregato alla celebre accademia di Padova manda ivi, tramite Mons Agliardi, la sua medaglia ricordo al concittadino Prof. Alessndro Barca
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p. 90 1786 fa pervenire al Papa Pio IV tramite il concittadino Cardinale Francesco Carrara e anche interessamento dell’abate Pier Antonio Serassi, copia delle sue pubblicazioni e della medaglia commemorativa. Il Papa lo nomina cameriere d’onore extra urbem e del titolo di monsignore e abito paonazzo)
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p. 93 1789 riprende il lavoro al secondo volume del Codex e per il Vescovo una ricerca storica giuridica sul monastero della Vall’Alta. In settembre va a Cenate a riposarsi me la salute peggiora .. il ottt la sua salute peggiora, ne dà notizia al Ronchetti dicendogli di aver ricevuto varie visite un giorno che fortunatamente stava meglio e tra i visitatori il Canonico Agliardi
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97 il casato 98 genealogia
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Ultimo dei discendenti di Cesare fu il Canonico monsignor Mario. Questi il 26 settembre 1786 con atto del notaio Pietro Antonio di Gaetano Longaretti fece il suo testamento con il quale lasciò eredi i conti Marco e Lanfranco Benaglio figli del fu conte Giacinto ed in caso di morte sostituì loro il conte Giacinto di Marco e nominò commissari ed esecutori i conti Francesco e Ludovico Roncalli ed il conte Nicola Angelini, suoi cugini. Il 20 settembre 1787 fece un codicillo ed, essendo morto il conte Francesco Roncalli, gli sostituì il nobile Giovanni Giacomo Terzi suo amico. Il Lupi spirò il 7 novembre 1789.
105 Principali opere
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142 giacimenti minerari 143 i Ghisalbertini lasciata Bergamo…..intorno all’anno mille il potere dei Vescovi 146 Pergamonus e Mosè del Brolo
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151 Proposte di integrazioni del Codex 153,154. 155 il canonico Agliardi …….161
+
162 attestazioni di stima a M Lupo
+
172 Opere minori 182 Detesalvo Lupi  
+
185 sulla fam Suardi (considerazioni sulle origini è curioso e divertente che quando nel 1975 scrissi sulle nostre origini e sulla moda secentesca di tra ai romani non sapevo quanto qui si dice ne pensasse Mario Lupo)
+
Pag 193 VEDI Manoscritto inedito sulla MIA
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Versione attuale delle 20:54, 4 feb 2008

Francesco della Madonna di Gandino. Ritratto del canonico Mario Lupo
Antonio Gelpi. Busto del canonico Mario Lupo
Mauro Picenardi. Ritratto del canonico Mario Lupo
Pietro Gualdo. Ritratto del canonico Mario Lupo
Medaglia in onore del canonico Mario Lupo
Ritratto del canonico Mario Lupo. Incisione in antiporta del De Parochiis ante annum Christi millesimum (1788)
Nino Galizzi (1893-1971). Busto del canonico Mario Lupo. Zogno, villa Belotti

[Vai a Lupi]

(n. Bergamo, parrocchia di S. Salvatore, 14-3-1720 † ivi, 7-11-1789)

Vai a [Genealogia]

Figlio di CESARE FILIPPO e di Marianna (Maria) Roncalli


“L’opera del lupo è di quelle poche che nel loro genere, fanno onore all’Italia. Sarebbe desiderabile che tutte le cattedrali avessero un canonico simile.” (Abate Gennari, Università di Padova, a. 1785).


Bortolo Belotti, Storia di Bergamo e dei Bergamaschi, Poligrafiche Bolis, Bergamo 1959, vol V, p. 52:

“[...] una schiera di dotti ecclesiastici bergamaschi, che comincia, ben si può dire, coll’abate Giovanni Battista Angelini, e prosegue col Lupi, coll’Agliardi, col Mazzoleni, e cui vanno congiunti insigni studiosi laici, come, ad esempio, Ercole Mozzi e Giovan Battista Rota, conducendo anche a Bergamo quelle ricerche erudite che sono gloriosa caratteristica del secolo, e quindi rinnovando completamente metodi e forme, penetra nell’antichità e nelle storie bergamasche, attraverso una diligente e paziente disamina di vecchi documenti di archivio.”


ALBERTO CASTOLDI, Bergamo e il suo territorio, Dizionario Enciclopedico, Bergamo, Bolis Editore, 2004, p. 499-500:

Storico (Bergamo 1720-1789). Di illustre famiglia, nacque da Cesare e da Marianna Roncalli. Cominciò gli studi nella città natìa, per poi proseguire a Roma grazie al legato Cerasoli, che decretava il mantenimento al Collegio Nazareno in Roma di quanti più studenti bergamaschi possibili. Nel 1746 tornò a Bergamo e fu nominato archivista, e nel 1762 succedette al maestro Antonio Adelasio in qualità di primicerio del capitolo della cattedrale. Il lavoro lo portò a studiare le antiche pergamene e ad interessarsi alla storia civile ed ecclesiastica della città e a comporre Codex Diplomaticus Civitatis et Ecclesiae Bergomatis (1748, edizioni Antoine), completato dal prodromo storico trattante le vicende cittadine dalla fine dell’Impero Romano all’ottavo secolo: De Rebus Bergomatium. Ebbe un grande successo presso i concittadini che lo onorarono ripetutamente dedicando al suo nome busti e medaglie e ponendo nella Sala del Consiglio Maggiore un suo ritratto. Il 27 gennaio 1785 l’Accademia degli Eccitati lo nominò insigne letterato. La morte gli impedì di terminare il secondo volume dell’opera intrapresa.


Vai a Gabriele Medolago. Biografia del Canonico Mario Lupo

Vai a Daniele Rota. Mario Lupo. Il suo tempo e la Misericordia Maggiore. Con manoscritto inedito e Regola Antica Bergamo, MIA, 2003, pp. 127-166


Ritratti

Francesco Della Madonna di Gandino (1742-1818). Ritratto di Mario Lupi. Olio su tela, ovale, cm 77x65, Bergamo, Biblioteca Civica. Va datato dopo il 1774 in quanto vi è riprodotta la croce canonicale concessa in quell’anno dal vescovo monsignor Molin ai Canonici. Probabilmente fu realizzato prima del 1785 in quanto il Lupi non è ritratto in abito da Cameriere d’onore di Sua Santità, onorificenza concessagli in quell’anno. Il Lupi è raffigurato con l’abito nero, collarino azzurro con bordi violacei, croce canonicale sostenuta da fascia violacea e porta un anello al mignolo della mano sinistra, con la quale tiene un cappello. Questo dipinto era comunemente ritenuto il più somigliante. Monsignor Lupi con il suo testamento del 26 settembre 1786 lo lasciò alla Civica Biblioteca. Stranamente sulla scheda d’inventario si dice che vi fu depositato dal Comune nel 1879.

Busto in marmo di Carrara, opera di Antonio Gelpi di Como. Su proposta del prevosto e dell’arcidiacono, i Canonici, nel Capitolo del 30 luglio 1784, prima che la stampa del “Codex” venisse terminata, decisero di rendergli onore facendo eseguire una statua in marmo con iscrizione. Il 6 agosto vennero eletti deputati per l’esecuzione della decisione a spese capitolari Marco Celio Passi ed Ulisse Caleppio. Il busto venne collocato nel primo vano delle sagrestie, con l’epigrafe: MARIO LVPO ECCLESIAE BERGOMENSIS PRIMICERIO ADHVC VIVENTI CANONICORVM COLLEGIIVM P. C. AN. CIЭ.IC.CCLXXXV.

Pietro Gualdo (1719-1785). Ritratto del canonico Mario Lupo [Lupi]. Olio su tela, cm 113 x 97, in cornice d’epoca, dorata a mecca (cm. 138 x 118). Bergamo, Ateneo di Scienze, Lettere ed Arti Il dipinto venne deciso dal consiglio dell’Accademia degli Eccitati di Bergamo, di cui Mario Lupo fu animatore e collaboratore di spicco, il 27 gennaio 1785 e venne commissionato al pittore Pietro Gualdo. Il ritratto doveva collocarsi fra quelli dei più insigni letterati adornanti la propria sede in Sant’Agostino. Con lettera dello stesso giorno il segretario Maffeo Maria Rocchi comunicò la cosa all’interessato. L’opera è firmata da Pietro Gualdi di Nembro (1719-1785) e rappresenta il Lupi con la croce canonicale, su di uno sfondo architettonico con finestra dalla quale si vedono il ponte di Almenno e San Tomè, appoggiato ad un tavolo dal quale pende un foglio con la scritta MARIO LVPO CANONICO ET PRIMICERIO SOCIO SVO BENEMERITO ADHVC VIVENTI EXCITATORVM ACADEMIA. In una piega del foglio vi è la firma: P. Gualdo pin. Sul tavolo si trovano sei tomi: il primo dal basso porta la scritta: CODEX | DIPLOM. | T. I., il secondo CODEX | DIPLOM. | T. II., il terzo DE PAROCHIS | DISSERTAT., il quarto DE ANNIS CHRI | DISSERT. DVAS, il quinto è girato ed il sesto CODEX ANTIQ. CANONVM | ECCL. BERG. È interessante notare come a fianco di opere già pubblicate siano state rappresentate anche quelle in preparazione. Fu collocato il 3 luglio 1785 dal segretario nella sede dell’Accademia, ove lo ricorda il Ronchetti.

Mauro Picenardi (1735-1809). Ritratto del canonico Mario Lupo [Lupi]. Olio su tela, cm 137x100, Bergamo, Accademia Carrara. L’11 giugno 1785 il Consiglio del Comune di Bergamo decise di far realizzare a spese pubbliche da un valente pittore un ritratto del Canonico, da collocarsi nella sala del Maggior Consiglio, e di porvi sotto un’adeguata iscrizione; l’esecuzione della delibera venne affidata al conte cavalier Giovanni Battista Vertova ed a Luigi Marchesi. Il tutto venne approvato con 59 voti contro 9. L’iscrizione postavi fu la seguente: MARIO. LVPO PONTIFICIS. MAX. AB HONORARIO CVBICVLO CANONICO. ET. PRIMICERIO OB. PATRIAM HISTORIAM ILLVSTRATAM CENTVMVIRI MDCCLXXXV. Il Canonico porta l’abito della sua dignità, con il rocchetto, e tiene in mano il cappello. Si poggia ad un tavolo alla sua destra sul quale si trovano la ferula, un tomo, certamente il Codex, una penna e tre medaglie, fra cui quella con la sua immagine fattagli coniare dal Territorio. Il cardinal Carrara lo vide nella sala del Consiglio cittadino, l’attuale salone Furietti della Biblioteca civica, e si rallegrò di questo fatto, come ricorda il Serassi in una lettera del 5 agosto 1786. Seguì i vari spostamenti del palazzo municipale: dalla sala del maggior Consiglio al palazzo di Via Tasso, a Palazzo Frizzoni ove si trovava nel 1959. Circa vent’anni fa passò di pertinenza dell’Accademia Carrara che lo depositò nel salone di rappresentanza di palazzo Lupi.

Pietro Roncalli, Ritratto del canonico Mario Lupo [Lupi]. Olio su tela, irreperibile. Essendo un ritratto in abito paonazzo, va datato al 1785 od al 1786, infatti nel 1785 il Lupi fu nominato Cameriere d’onore di Sua Santità con titolo di monsignore ed abito paonazzo e con il suo testamento del 26 settembre 1786 ordinò che fosse consegnato a Vittorio e Paolo Lupi di Pignolo od al primogenito della famiglia.

MEDAGLIA DI MARIO LUPI commemorativa dell’edizione del primo volume del Codex. Il 17 gennaio 1785 con l’intervento di Nicolò Venier Capitano di Bergamo nella solita sala dei consigli del Territorio (cioè dell’organismo che riuniva i rappresentanti delle comunità sovracomunali del territorio bergamasco) i difensori delle Valli (Giovanni Pezzoli, Albino Marini, Giovanni Antonio Patirana, Giovanni Antonio Mazzocchi, dottor Carlo Locatelli, Francesco Colla, Carlo Sonzogni, Felice Calvi sostituto), i sindaci generali del Piano (Lodovico Brugnetti, Giovanni Antonio Gambirasio, Giacomo Comotti, Stefano Grena, Domenico Cani, Giacomo Tadini) e deputati di comunità, componenti il Consiglio generale territoriale, decisero di ringraziare il Lupi per il dono dell’ormai celebre “Codex” e di eleggere due deputati che unitamente ai difensori ed al cancelliere notaio Alessandro Bidasio ringraziassero e facessero coniare una medaglia in oro del valore intrinseco di 6 doppie in testimonio del pubblico gradimento ed un’altra d’argento da tenere in Archivio come il “Codex”. Della decisione venne rilasciata copia al Lupi. Per questo incarico fu scelto Don Giovanni Battista Locatelli Zuccala (1754-1825), che redasse anche l’iscrizione onoraria. La medaglia, avente un diametro di circa 42 mm ed uno spessore di 2.5, reca sul recto l’immagine del Lupi di profilo e le parole: MARIO LVPO PRIMICERIO BERGOMATI HISTOR • ET ANTIQVAR •, nonché la firma dell’incisore Antonio Guillemard († 1812) A • GUILLEMARD • F • e sul verso una pianura con sullo sfondo i monti e la Patria che tiene in mano spiegata la carta geografica del territorio bergamasco e sul contorno le parole: BERGOMEI ASSERTIS ANTIQVI FINIBVS AGRI ed ai piedi di un sasso la scritta DEVOTA | VENETIA | CONLOCA|VIT ed infine: CVRATORVM D • S • | MDCCLXXXV in basso. Di questa medaglia il Lupi fece coniare con lo stesso stampo diversi esemplari in oro, argento e bronzo (il Ronchetti dice parte in argento e parte in metallo), il Lupi ne regalò 64 a vari illustri letterati ed amici, molte furono donate dall’Amministrazione del Territorio e molte furono collocate in vari musei d’Italia. L’11 febbraio 1786 l’abate Serassi scrisse al Lupi dicendo di aver ricevuto questa medaglia, lodò l’iniziativa del Territorio, e disse di averne data una al cardinal Carrara ed una al cardinal Giuseppe Garampi (-1792), una di bronzo a monsignor Borgia. Il 18 febbraio scrisse che il martedì precedente il cardinal Carrara avesse mostrato la medaglia al pontefice. Sempre il Serassi in una lettera del 22 aprile 1786 parla della medaglia data al cardinal Giovanni Maria Riminaldi (-1789) che l’avrebbe posta nel museo dell’Università di Ferrara. Anche il bergamasco Antonio Alberici, grande amico del Lupi, prosegretario della Sacra Congregazione del Concilio gli scrisse, lodando la medaglia e dicendo che era stata lodata da tutti gli intenditori in Roma. Don Alessandro Barca da Padova il 22 febbraio 1786 ringraziò della medaglia per l’Accademia di quella città.


MARIO LUPI. Incisione litografica, successiva al 1785, antecedente al 1788, probabilmente proprio del 1788. L’esemplare in Biblioteca civica, rifilato, misura 203x270 mm. Con la scritta: MARIUS LUPUS PII VI. PONT. MAXIMI AB HONORARIO CUBICULO ET BERGOMATIS ECCLESIÆ PRIMICER. AC CATHEDR. CANONICUS. Firmata Pietro Roncalli delin. Berg. e Becceni sculp. Brix. cioè Pietro Becceni o Beceni, di Brescia (1755-1829). Forse fu tratta dal ritratto eseguito da quel pittore. Essa venne utilizzata come antiporta in alcuni esemplari dell’opera “De Parochiis…” del Lupi nel 1788. Si trova anche in un esemplare della Vita del Lupi scritta dal Ronchetti nel 1845, ma forse vi fu applicata. Il Serassi in una lettera del 12 aprile 1788 consigliò la forma Ab Honorario Cubicolo rispetto ab Honoris Cubiculo, certamente in riferimento a questa incisione.

Nino Galizzi (1893-1971) Busto di Mario Lupo in arenaria di Sarnico, collocato da Bortolo Belotti nel giardino della sua villa patrizia di Zogno, a comporre con altri dieci illustri personaggi suoi convalligini, il noto Cenacolo dei grandi Brembani. L'insieme delle sculture che compongono l'amoenus locus sono dell'artista bergamasco Nino Galizzi, scultore affermato, amico del committente, noto e apprezzato in ambito nazionale.


GABRIELE MEDOLAGO, Il castello di Cenate Sotto e la Famiglia Lupi, Amministrazione Comunale di Cenate Sotto, 2003, p. 158:

Ultimo dei discendenti di Cesare fu il Canonico monsignor Mario. Questi il 26 settembre 1786 con atto del notaio Pietro Antonio di Gaetano Longaretti fece il suo testamento con il quale lasciò eredi i conti Marco e Lanfranco Benaglio figli del fu conte Giacinto ed in caso di morte sostituì loro il conte Giacinto di Marco e nominò commissari ed esecutori i conti Francesco e Ludovico Roncalli ed il conte Nicola Angelini, suoi cugini. Il 20 settembre 1787 fece un codicillo ed, essendo morto il conte Francesco Roncalli, gli sostituì il nobile Giovanni Giacomo Terzi suo amico. Il Lupi spirò il 7 novembre 1789.