Mario Lupo: differenze tra le versioni

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(Abate Gennari, Università di Padova, a. 1785).
 
(Abate Gennari, Università di Padova, a. 1785).
  
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'''Bortolo Belotti, ''Storia di Bergamo e dei Bergamaschi'', Poligrafiche Bolis, Bergamo 1959, vol V, p. 52:'''
  
 
“[...] una schiera di dotti ecclesiastici bergamaschi, che comincia, ben si può dire, coll’abate Giovanni Battista Angelini, e prosegue col Lupi, coll’Agliardi, col Mazzoleni, e cui vanno congiunti insigni studiosi laici, come, ad esempio, Ercole Mozzi e Giovan Battista Rota, conducendo anche a Bergamo quelle ricerche erudite che sono gloriosa caratteristica del secolo, e quindi rinnovando completamente metodi e forme, penetra nell’antichità e nelle storie bergamasche, attraverso una diligente e paziente disamina di vecchi documenti di archivio.”
 
“[...] una schiera di dotti ecclesiastici bergamaschi, che comincia, ben si può dire, coll’abate Giovanni Battista Angelini, e prosegue col Lupi, coll’Agliardi, col Mazzoleni, e cui vanno congiunti insigni studiosi laici, come, ad esempio, Ercole Mozzi e Giovan Battista Rota, conducendo anche a Bergamo quelle ricerche erudite che sono gloriosa caratteristica del secolo, e quindi rinnovando completamente metodi e forme, penetra nell’antichità e nelle storie bergamasche, attraverso una diligente e paziente disamina di vecchi documenti di archivio.”
  
(Bortolo Belotti, ''Storia di Bergamo e dei Bergamaschi'', Poligrafiche Bolis, Bergamo 1959, vol V, p. 52).
 
  
  
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Storico (Bergamo 1720-1789). Di illustre famiglia, nacque da Cesare e da Marianna Roncalli. Cominciò gli studi nella città natìa, per poi proseguire a Roma grazie al legato Cerasoli, che decretava il mantenimento al Collegio Nazareno in Roma di quanti più studenti bergamaschi possibili. Nel 1746 tornò a Bergamo e fu nominato archivista, e nel 1762 succedette al maestro Antonio Adelasio in qualità di primicerio del capitolo della cattedrale. Il lavoro lo portò a studiare le antiche pergamene e ad interessarsi alla storia civile ed ecclesiastica della città e a comporre Codex Diplomaticus Civitatis et Ecclesiae Bergomatis (1748, edizioni Antoine), completato dal prodromo storico trattante le vicende cittadine dalla fine dell’Impero Romano all’ottavo secolo: De Rebus Bergomatium. Ebbe un grande successo presso i concittadini che lo onorarono ripetutamente dedicando al suo nome busti e medaglie e ponendo nella Sala del Consiglio Maggiore un suo ritratto. Il 27 gennaio 1785 l’Accademia degli Eccitati lo nominò insigne letterato. La morte gli impedì di terminare il secondo volume dell’opera intrapresa.
 
Storico (Bergamo 1720-1789). Di illustre famiglia, nacque da Cesare e da Marianna Roncalli. Cominciò gli studi nella città natìa, per poi proseguire a Roma grazie al legato Cerasoli, che decretava il mantenimento al Collegio Nazareno in Roma di quanti più studenti bergamaschi possibili. Nel 1746 tornò a Bergamo e fu nominato archivista, e nel 1762 succedette al maestro Antonio Adelasio in qualità di primicerio del capitolo della cattedrale. Il lavoro lo portò a studiare le antiche pergamene e ad interessarsi alla storia civile ed ecclesiastica della città e a comporre Codex Diplomaticus Civitatis et Ecclesiae Bergomatis (1748, edizioni Antoine), completato dal prodromo storico trattante le vicende cittadine dalla fine dell’Impero Romano all’ottavo secolo: De Rebus Bergomatium. Ebbe un grande successo presso i concittadini che lo onorarono ripetutamente dedicando al suo nome busti e medaglie e ponendo nella Sala del Consiglio Maggiore un suo ritratto. Il 27 gennaio 1785 l’Accademia degli Eccitati lo nominò insigne letterato. La morte gli impedì di terminare il secondo volume dell’opera intrapresa.
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Versione delle 20:35, 1 feb 2008

Francesco della Madonna di Gandino. Ritratto del canonico Mario Lupo
Antonio Gelpi. Busto del canonico Mario Lupo
Mauro Picenardi. Ritratto del canonico Mario Lupo
Pietro Gualdo. Ritratto del canonico Mario Lupo
Medaglia in onore del canonico Mario Lupo
Ritratto del canonico Mario Lupo. Incisione in antiporta del “De Parochiis ante annum Christi millesimum (1788)

[Vai a Lupi]

(n. Bergamo, parrocchia di S. Salvatore, 14-3-1720 † ivi, 7-11-1789)

Vai a [Genealogia]

Figlio di CESARE FILIPPO e di Marianna (Maria) Roncalli


“L’opera del lupo è di quelle poche che nel loro genere, fanno onore all’Italia. Sarebbe desiderabile che tutte le cattedrali avessero un canonico simile.” (Abate Gennari, Università di Padova, a. 1785).


Bortolo Belotti, Storia di Bergamo e dei Bergamaschi, Poligrafiche Bolis, Bergamo 1959, vol V, p. 52:

“[...] una schiera di dotti ecclesiastici bergamaschi, che comincia, ben si può dire, coll’abate Giovanni Battista Angelini, e prosegue col Lupi, coll’Agliardi, col Mazzoleni, e cui vanno congiunti insigni studiosi laici, come, ad esempio, Ercole Mozzi e Giovan Battista Rota, conducendo anche a Bergamo quelle ricerche erudite che sono gloriosa caratteristica del secolo, e quindi rinnovando completamente metodi e forme, penetra nell’antichità e nelle storie bergamasche, attraverso una diligente e paziente disamina di vecchi documenti di archivio.”


ALBERTO CASTOLDI, Bergamo e il suo territorio, Dizionario Enciclopedico, Bergamo, Bolis Editore, 2004, p. 499-500:

Storico (Bergamo 1720-1789). Di illustre famiglia, nacque da Cesare e da Marianna Roncalli. Cominciò gli studi nella città natìa, per poi proseguire a Roma grazie al legato Cerasoli, che decretava il mantenimento al Collegio Nazareno in Roma di quanti più studenti bergamaschi possibili. Nel 1746 tornò a Bergamo e fu nominato archivista, e nel 1762 succedette al maestro Antonio Adelasio in qualità di primicerio del capitolo della cattedrale. Il lavoro lo portò a studiare le antiche pergamene e ad interessarsi alla storia civile ed ecclesiastica della città e a comporre Codex Diplomaticus Civitatis et Ecclesiae Bergomatis (1748, edizioni Antoine), completato dal prodromo storico trattante le vicende cittadine dalla fine dell’Impero Romano all’ottavo secolo: De Rebus Bergomatium. Ebbe un grande successo presso i concittadini che lo onorarono ripetutamente dedicando al suo nome busti e medaglie e ponendo nella Sala del Consiglio Maggiore un suo ritratto. Il 27 gennaio 1785 l’Accademia degli Eccitati lo nominò insigne letterato. La morte gli impedì di terminare il secondo volume dell’opera intrapresa.


Vai a Gabriele Medolago. Biografia del Canonico Mario Lupo


Ritratti

Francesco Della Madonna di Gandino (1742-1818). Ritratto di Mario Lupi. Olio su tela, ovale, cm 77x65, Bergamo, Biblioteca Civica. Va datato dopo il 1774 in quanto vi è riprodotta la croce canonicale concessa in quell’anno dal vescovo monsignor Molin ai Canonici. Probabilmente fu realizzato prima del 1785 in quanto il Lupi non è ritratto in abito da Cameriere d’onore di Sua Santità, onorificenza concessagli in quell’anno. Il Lupi è raffigurato con l’abito nero, collarino azzurro con bordi violacei, croce canonicale sostenuta da fascia violacea e porta un anello al mignolo della mano sinistra, con la quale tiene un cappello. Questo dipinto era comunemente ritenuto il più somigliante. Monsignor Lupi con il suo testamento del 26 settembre 1786 lo lasciò alla Civica Biblioteca. Stranamente sulla scheda d’inventario si dice che vi fu depositato dal Comune nel 1879.

Busto in marmo di Carrara, opera di Antonio Gelpi di Como. Su proposta del prevosto e dell’arcidiacono, i Canonici, nel Capitolo del 30 luglio 1784, prima che la stampa del “Codex” venisse terminata, decisero di rendergli onore facendo eseguire una statua in marmo con iscrizione. Il 6 agosto vennero eletti deputati per l’esecuzione della decisione a spese capitolari Marco Celio Passi ed Ulisse Caleppio. Il busto venne collocato nel primo vano delle sagrestie, con l’epigrafe: MARIO LVPO ECCLESIAE BERGOMENSIS PRIMICERIO ADHVC VIVENTI CANONICORVM COLLEGIIVM P. C. AN. CIЭ.IC.CCLXXXV.

Pietro Gualdo (1719-1785). Ritratto del canonico Mario Lupo [Lupi]. Olio su tela, cm 113 x 97, in cornice d’epoca, dorata a mecca (cm. 138 x 118). Bergamo, Ateneo di Scienze, Lettere ed Arti Il dipinto venne deciso dal consiglio dell’Accademia degli Eccitati di Bergamo, di cui Mario Lupo fu animatore e collaboratore di spicco, il 27 gennaio 1785 e venne commissionato al pittore Pietro Gualdo. Il ritratto doveva collocarsi fra quelli dei più insigni letterati adornanti la propria sede in Sant’Agostino. Con lettera dello stesso giorno il segretario Maffeo Maria Rocchi comunicò la cosa all’interessato. L’opera è firmata da Pietro Gualdi di Nembro (1719-1785) e rappresenta il Lupi con la croce canonicale, su di uno sfondo architettonico con finestra dalla quale si vedono il ponte di Almenno e San Tomè, appoggiato ad un tavolo dal quale pende un foglio con la scritta MARIO LVPO CANONICO ET PRIMICERIO SOCIO SVO BENEMERITO ADHVC VIVENTI EXCITATORVM ACADEMIA. In una piega del foglio vi è la firma: P. Gualdo pin. Sul tavolo si trovano sei tomi: il primo dal basso porta la scritta: CODEX | DIPLOM. | T. I., il secondo CODEX | DIPLOM. | T. II., il terzo DE PAROCHIS | DISSERTAT., il quarto DE ANNIS CHRI | DISSERT. DVAS, il quinto è girato ed il sesto CODEX ANTIQ. CANONVM | ECCL. BERG. È interessante notare come a fianco di opere già pubblicate siano state rappresentate anche quelle in preparazione. Fu collocato il 3 luglio 1785 dal segretario nella sede dell’Accademia, ove lo ricorda il Ronchetti.

Mauro Picenardi (1735-1809). Ritratto del canonico Mario Lupo [Lupi]. Olio su tela, cm 137x100, Bergamo, Accademia Carrara. L’11 giugno 1785 il Consiglio del Comune di Bergamo decise di far realizzare a spese pubbliche da un valente pittore un ritratto del Canonico, da collocarsi nella sala del Maggior Consiglio, e di porvi sotto un’adeguata iscrizione; l’esecuzione della delibera venne affidata al conte cavalier Giovanni Battista Vertova ed a Luigi Marchesi. Il tutto venne approvato con 59 voti contro 9. L’iscrizione postavi fu la seguente: MARIO. LVPO PONTIFICIS. MAX. AB HONORARIO CVBICVLO CANONICO. ET. PRIMICERIO OB. PATRIAM HISTORIAM ILLVSTRATAM CENTVMVIRI MDCCLXXXV. Il Canonico porta l’abito della sua dignità, con il rocchetto, e tiene in mano il cappello. Si poggia ad un tavolo alla sua destra sul quale si trovano la ferula, un tomo, certamente il Codex, una penna e tre medaglie, fra cui quella con la sua immagine fattagli coniare dal Territorio. Il cardinal Carrara lo vide nella sala del Consiglio cittadino, l’attuale salone Furietti della Biblioteca civica, e si rallegrò di questo fatto, come ricorda il Serassi in una lettera del 5 agosto 1786. Seguì i vari spostamenti del palazzo municipale: dalla sala del maggior Consiglio al palazzo di Via Tasso, a Palazzo Frizzoni ove si trovava nel 1959. Circa vent’anni fa passò di pertinenza dell’Accademia Carrara che lo depositò nel salone di rappresentanza di palazzo Lupi.

Pietro Roncalli, Ritratto del canonico Mario Lupo [Lupi]. Olio su tela, irreperibile. Essendo un ritratto in abito paonazzo, va datato al 1785 od al 1786, infatti nel 1785 il Lupi fu nominato Cameriere d’onore di Sua Santità con titolo di monsignore ed abito paonazzo e con il suo testamento del 26 settembre 1786 ordinò che fosse consegnato a Vittorio e Paolo Lupi di Pignolo od al primogenito della famiglia.

MEDAGLIA DI MARIO LUPI Il 17 gennaio 1785 con l’intervento di Nicolò Venier Capitano di Bergamo nella solita sala dei consigli del Territorio (cioè dell’organismo che riuniva i rappresentanti delle comunità sovracomunali del territorio bergamasco) i difensori delle Valli (Giovanni Pezzoli, Albino Marini, Giovanni Antonio Patirana, Giovanni Antonio Mazzocchi, dottor Carlo Locatelli, Francesco Colla, Carlo Sonzogni, Felice Calvi sostituto), i sindaci generali del Piano (Lodovico Brugnetti, Giovanni Antonio Gambirasio, Giacomo Comotti, Stefano Grena, Domenico Cani, Giacomo Tadini) e deputati di comunità, componenti il Consiglio generale territoriale, decisero di ringraziare il Lupi per il dono dell’ormai celebre “Codex” e di eleggere due deputati che unitamente ai difensori ed al cancelliere notaio Alessandro Bidasio ringraziassero e facessero coniare una medaglia in oro del valore intrinseco di 6 doppie in testimonio del pubblico gradimento ed un’altra d’argento da tenere in Archivio come il “Codex”. Della decisione venne rilasciata copia al Lupi. Per questo incarico fu scelto Don Giovanni Battista Locatelli Zuccala (1754-1825), che redasse anche l’iscrizione onoraria. La medaglia, avente un diametro di circa 42 mm ed uno spessore di 2.5, reca sul recto l’immagine del Lupi di profilo e le parole: MARIO LVPO PRIMICERIO BERGOMATI HISTOR • ET ANTIQVAR •, nonché la firma dell’incisore Antonio Guillemard († 1812) A • GUILLEMARD • F • e sul verso una pianura con sullo sfondo i monti e la Patria che tiene in mano spiegata la carta geografica del territorio bergamasco e sul contorno le parole: BERGOMEI ASSERTIS ANTIQVI FINIBVS AGRI ed ai piedi di un sasso la scritta DEVOTA | VENETIA | CONLOCA|VIT ed infine: CVRATORVM D • S • | MDCCLXXXV in basso. Di questa medaglia il Lupi fece coniare con lo stesso stampo diversi esemplari in oro, argento e bronzo (il Ronchetti dice parte in argento e parte in metallo), il Lupi ne regalò 64 a vari illustri letterati ed amici, molte furono donate dall’Amministrazione del Territorio e molte furono collocate in vari musei d’Italia. L’11 febbraio 1786 l’abate Serassi scrisse al Lupi dicendo di aver ricevuto questa medaglia, lodò l’iniziativa del Territorio, e disse di averne data una al cardinal Carrara ed una al cardinal Giuseppe Garampi (-1792), una di bronzo a monsignor Borgia. Il 18 febbraio scrisse che il martedì precedente il cardinal Carrara avesse mostrato la medaglia al pontefice. Sempre il Serassi in una lettera del 22 aprile 1786 parla della medaglia data al cardinal Giovanni Maria Riminaldi (-1789) che l’avrebbe posta nel museo dell’Università di Ferrara. Anche il bergamasco Antonio Alberici, grande amico del Lupi, prosegretario della Sacra Congregazione del Concilio gli scrisse, lodando la medaglia e dicendo che era stata lodata da tutti gli intenditori in Roma. Don Alessandro Barca da Padova il 22 febbraio 1786 ringraziò della medaglia per l’Accademia di quella città.

MARIO LUPI Incisione litografica, successiva al 1785, antecedente al 1788, probabilmente proprio del 1788. L’esemplare in Biblioteca civica, rifilato, misura 203x270 mm. Con la scritta: MARIUS LUPUS PII VI. PONT. MAXIMI AB HONORARIO CUBICULO ET BERGOMATIS ECCLESIÆ PRIMICER. AC CATHEDR. CANONICUS. Firmata Pietro Roncalli delin. Berg. e Becceni sculp. Brix. cioè Pietro Becceni o Beceni, di Brescia (1755-1829). Forse fu tratta dal ritratto eseguito da quel pittore. Essa venne utilizzata come antiporta in alcuni esemplari dell’opera “De Parochiis…” del Lupi nel 1788. Si trova anche in un esemplare della Vita del Lupi scritta dal Ronchetti nel 1845, ma forse vi fu applicata. Il Serassi in una lettera del 12 aprile 1788 consigliò la forma Ab Honorario Cubicolo rispetto ab Honoris Cubiculo, certamente in riferimento a questa incisione.


[p. 158] Ultimo dei discendenti di Cesare fu il Canonico monsignor Mario. Questi il 26 settembre 1786 con atto del notaio Pietro Antonio di Gaetano Longaretti fece il suo testamento con il quale lasciò eredi i conti Marco e Lanfranco Benaglio figli del fu conte Giacinto ed in caso di morte sostituì loro il conte Giacinto di Marco e nominò commissari ed esecutori i conti Francesco e Ludovico Roncalli ed il conte Nicola Angelini, suoi cugini. Il 20 settembre 1787 fece un codicillo ed, essendo morto il conte Francesco Roncalli, gli sostituì il nobile Giovanni Giacomo Terzi suo amico. Il Lupi spirò il 7 novembre 1789.


Busto di Mario Lupo in arenaria di Sarnico, collocato da Bortolo Belotti nel giardino della sua villa patrizia di Zogno .

DANIELE ROTA Mario Lupo e il suo tempo e la Misericordia Maggiore. Con manoscritto inedito e Regola Antica Bergamo, MIA, 2003, pp. 127-166

MARIO LUPO, IL MURATORI BERGAMASCO “L’opera del lupo è di quelle poche che nel loro genere, fanno onore all’Italia. sarebbe desiderabile che tutte le cattedrali avessero un canonico simile.” (Abate Gennari, Università di Padova, a. 1785).

“[...] una schiera di dotti ecclesiastici bergamaschi, che comincia, ben si può dire, coll’abate Giovanni Battista Angelini, e prosegue col Lupi, coll’Agliardi, col Mazzoleni, e cui vanno congiunti insigni studiosi laici, come, ad esempio, Ercole Mozzi e Giovan Battista Rota, conducendo anche a Bergamo quelle ricerche erudite che sono gloriosa caratteristica del secolo, e quindi rinnovando completamente metodi e forme, penetra nell’antichità e nelle storie bergamasche, attraverso una diligente e paziente disamina di vecchi documenti di archivio.” (Bortolo Belotti, Storia di Bergamo e dei Bergamaschi, Poligrafiche Bolis, Bergamo 1959, vol V, p. 52).


CONTRIBUTI STORICI DEL CODEX DI NOTEVOLE INTERESSE LOCALE E NAZIONALE

Canonico Mario Lupo Litografia da “Bergamo Illustrata”, Biblioteca Civica, faldone n. 13 È interessante e doveroso accennare, oltre a quelli già riferiti in precedenza, anche altri contributi inediti, particolarmente importanti e interessanti, che l’opera del Lupo e dei suoi continuatori ha fornito per una sempre più completa e veridica storia di Bergamo e d’Italia. A motivo di brevità, ne saranno indicati solo alcuni, tra i più significativi, a titolo esemplificativo e in ordine cronologico per facilitarne la collocazione storica.

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In questa breve elencazione relativa ai più interessanti e originali apporti storici dell’opera del Lupo, si può partire dal nome stesso della sua città: Bergamo: egli, con acute osservazioni fa la genesi della corruzione della pronuncia, e, conseguentemente dell’ortografia della discussa denominazione, annotando che nella storia di Paolo Diacono , la città si chiama Pergamum, ma in tutti gli scritti anteriori a Paolo, e nelle lapidi ed iscrizioni si ha Bergomum. Né il deterioramento deve imputarsi allo stesso Paolo, giacché in altri passi della sua storia si legge Bergomum od anche Bergamum, per la naturale predisposizione dei Germani ed antichi Franchi a mutare la lettera B in P: infatti, conchiude il Lupo, la scorretta pronuncia appare varie volte nei diplomi dei re e imperatori d’oltr’alpe (cfr. Codex, I, 10).

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Dopo il nome della città, il Lupo prende in considerazione anche il suo patrono: S. Alessandro che il B. Pinamonte, fondatore della Misericordia Maggiore, in un suo discorso chiama Hic urbis nostrae primis Antistite, gli attribuisce, quindi, dignità vescovile. Il nostro Primicerio commenta:


Medaglia d’oro (spessore mm. 40), commemorativa dell’edizione del primo volume del Codex, fatta coniare dal Territorio di Bergamo con decisione unanime del 17 gennaio 1785. Reca sul recto il profilo dell’autore, con ai bordi la dicitura “Mario Lupo Primicerio Bergomati Histor. et Antìquar.” Sul verso, uno sfondo di monti lontani con una figura eretta, che tiene spiegata con la destra, la carta topografica del territorio di Bergamo; ai bordi la dicitura: “Bergami assertis antiqui finibus agri”. Dalla parte sinistra vi corrisponde un masso di minor dimensione, con la scritta: “Devota Venetia Collocavit”. Ai piedi si legge: “ Curatorum D. S. MDCCLXXXV”.

«Io non oserei affermare che S. Alessandro fosse veramente vescovo di Bergamo perché di ciò si tace in tutti gli atti antichi e nei martirologi» (Cfr. Codex, I, 62, 63). Egli affronta preliminarmente anche la questione antica e dibattuta della chiesa cittadina di S. Vincenzo concattedrale, affrontando un contrasto secolare che, come si vedrà pure in seguito, è stato motivo di tante divisioni e contrapposizioni tra il clero diocesano e, in particolare, cittadino, personificato dai canonici delle due basiliche. Il dibattito si mostra complicato e incerto per carenza di testimonianze documentarie apodittiche. Gli storici locali unanimemente ritenevano che l’antica chiesa di S. Vincenzo fosse stata costruita dal Vescovo Adalberto nel 908, sul luogo stesso ove sorgeva anteriormente una basilica dedicata alla martire S. Agnese, caduta in rovina, ed edificata dietro insistenze del re Berengario . Il Lupo non giudica degna di considerazione questa tradizione e, riportando numerosi documenti degli anni 774, 871, 881, mostra che la chiesa di S. Vincenzo esisteva già da almeno due secoli. Nelle frequenti liti tra i canonici di S. Vincenzo e di S. Alessandro, i primi, in particolare, asserivano che la loro chiesa era la sola cattedrale e quindi Matrice di tutte le chiese della Diocesi. Il Lupo tenta di capire e poi di spiegare come questo convincimento avesse potuto farsi strada e prendere consistenza. La sua ipotesi non è suffragata da documentazione scritta, ma, in assenza appunto di ogni altra testimonianza archivistica, appare non priva di attendibilità. Così argomenta il Canonico Primicerio: i Longobardi erano ariani, anche gli ariani avevano il loro vescovo, il quale, ovviamente, teneva una chiesa e un’abitazione. Come in ogni altra città, anche a Bergamo i cattolici si stringevano attorno al loro vescovo nella basilica di S. Alessandro, la quale, essendo stata eretta sul sepolcro del Santo Martire, dovette costruirsi fuori delle mura cittadine, ove, per legge, si dovevano seppellire i cadaveri. I Longobardi, a loro volta, che si erano impossessati del territorio cittadino e l’avevano, almeno in parte, anche popolato, da dominatori, edificarono la loro chiesa nel centro della città, ponendovi a dimora e a difesa il proprio vescovo. Poi, come precedentemente s’è narrato, i Longobardi, per opera del santo vescovo Giovanni si convertirono alla fede cattolica nella quasi totalità; al vescovo ariano non rimasero che due alternative: abbracciare anch’egli la fede cattolica, o eclissarsi dalla vita religiosa della città. S’impose allora il problema di un adeguato e corretto utilizzo del tempio già degli ariani, nel cuore della città, dedicato a S. Vincenzo, rimasto vuoto. Il vescovo Giovanni procedette allora alla purificazione della cattedrale ariana per potervi celebrare i riti cattolici. Trovandosi poi essa nel maggior centro cittadino, e quindi di più facile accesso di ogni altra chiesa limitrofa, lo stesso vescovo Giovanni, conclusa la purificazione, vi accedeva spesso, con tutto il clero, soprattutto per la catechesi ai neoconvertiti dall’arianesimo, onde consolidarli nella fede cattolica. Fu così che quel tempio divenne “cattedrale”, perché effettivamente in essa il vescovo aveva posto la sua “cattedra” di maestro nella fede, e così si affiancò alla già esistente, dedicata a S. Alessandro, con pari dignità. Presso la chiesa di S. Vincenzo vi era pure il fonte battesimale, situato in una cappella congiunta alla chiesa di S. Maria Maggiore, di cui si ha memoria già nel 774, fonte che dal secolo X in poi fu l’unico per tutta la città e suburbio sino a quattro miglia di distanza e probabilmente serviva da fonte battesimale agli ariani rimasti in città. I cattolici mantennero però anche il proprio presso la basilica di S. Alessandro, il primo, il più antico, eretto, probabilmente nella piccola chiesa di S. Pietro, di antichissima memoria. Prima di questi avvenimenti, il Lupo sostiene, inoltre, che la sola cattedrale fu quella di S. Alessandro, e non soltanto fu l’unica cattedrale, ma fu anche l’unica parrocchia esistente in città e sul territorio. Per alcuni secoli, infatti, nota il nostro storico, oltre alla cattedrale, non vi erano chiese, né parroci che in alcun altro luogo amministrassero i sacramenti, le parrocchie furono lentamente costituite dopo il Mille. Tutte le celebrazioni avvenivano in cattedrale ed erano presiedute dal vescovo o dall’arciprete, ovvero, dietro autorizzazione del vescovo, dai sacerdoti che prestavano il loro servizio in cattedrale, con l’aiuto dei diaconi. Gli ecclesiastici addetti alla cattedrale che più tardi e ancora oggi si chiamano Canonici, anticamente vengono citati come Bergomensis ecclesiae presbiteri, Diaconive Ordinarii, più tardi, invece: Presbiteri, Diaconive de ordine Bergomensis ecclesiae. Dagli stessi antichi documenti il Lupo ci fa poi conoscere anche i nomi di coloro che al tempo ricoprivano i vari uffici in cattedrale, come, ad esempio, Ioannis fui Lupus archidiaconus, Abel presbiter, Benedictus primicerius, ecc.

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Nota è la devastazione operata a Bergamo e nel Bergamasco dagli Unni, guidati da Attila negli anni immediatamente successivi al 450; il Lupo, tuttavia, nega che la città, in tale rovina, sia stata anche incendiata. Osserva che le antiche storie e la relativa documentazione parlano di distruzione per Aquileia, Concordia, Altino e Padova; che, invece, a proposito di Vicenza, di Verona e di Bergamo, parlano solo di occupazione. Quindi egli ritiene che Bergamo sia stata occupata e spogliata dagli Unni, ma non abbattuta, né tanto meno incendiata e che i cittadini non siano stati né uccisi, né condotti in schiavitù; e che poi molti di essi si siano salvati, rifugiandosi tempestivamente nelle montagne, ridimensiona cioè notevolmente il pur doloroso e funesto episodio (cfr. Codex, I, 33). E mentre altri storici sostengono che, durante il devastante assalto alla città, sarebbe stata incendiata e rasa al suolo anche la chiesa-cattedrale di S. Alessandro perché, essendo vicinissima alle mura, serviva da ottimo punto d’appoggio per le macchine d’assalto a lanciare mezzi offensivi, il Lupo sostiene che il sacro edificio fu rovinato solo in parte. Per cui, l’antico tempio, quando fu raso al suolo dai Veneti nel 1561 per far posto alle nuove mura cittadine, dette appunto venete, mostrava ancora il suo primitivo splendore, caratterizzato da romana magnificenza; conclude con intimo rammarico: coloro che ebbero grazia di ammirarla, testimoniano che l’antica basilica di S. Alessandro era copia pressoché identica della basilica costantiniana di Roma: il grande vescovo Adalberto l’ha quindi restaurata, non costruita di nuovo. (Cfr. Codex, I, 1036-1037). Il quale antichissimo edificio sacro per il culto, il Lupo sostiene che s’iniziò a costruire poco dopo il 324, epoca del decreto di Costantino Magno per l’edificazione delle chiese, e venne terminato prima del 340. Riporta quindi quanto P. Pinemonte, fondatore della Misericordia Maggiore, asserisce nella storia di S. Grata, come cioè, questa illustre matrona, raccolse il corpo decapitato del glorioso martire Alessandro e lo seppellì in un suo podere presso le mura della città, in località Borgo Canale, concesse poi quel fondo ai cristiani per costruirvi un tempio in onore del santo martire e vi contribuì generosamente (cfr. Codex, I, 55). Il Lupo aggiunge pure l’ipotesi che il tempio sia stato portato a pieno compimento dal vescovo S. Narno , primo vescovo di Bergamo nel IV secolo, anche per assecondare i voleri dell’imperatore Costantino il quale aveva raccomandato che con sommo impegno venissero edificate chiese per i fedeli, anzi alcune colonne di marmi preziosi e rari adornanti la basilica, ritiene il Primicerio che fossero dono dello stesso imperatore (cfr. Codex, I, 56 e ss.).

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Passando poi alla determinazione e definizione del territorio bergamasco, si osserva che gli antichi confini ad occidente sono sempre stati aspramente discussi da geografi, storici e antropologi: il Lupo sembra superare definitivamente la questione mostrando che tutta la riva orientale di Lecco, compresa la Val Sassina, doveva essere ascritta al nostro territorio (cfr. Codex, I, 183).

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In argomenti ove i dati a disposizione non sono ancora del tutto certi, anche se di comune credenza, egli prudentemente, non prende posizione: tipico il caso della collocazione dell’anfiteatro romano in città: si sa di certo che anche Bergamo, divenuta città di Roma imperiale, ebbe il suo, per i tradizionali spettacoli delle corse, dei gladiatori, della caccia alle belve. Comunemente si ritiene che esso fosse collocato più o meno nel luogo in cui ora sorge il Seminario diocesano, cui ancor oggi si accede da Via Arena.. Così avevano scritto i maggiori ricercatori di storia locale, il più antico dei quali Gregorio Morelli, aveva indicato anche l’anno in cui l’anfiteatro sarebbe crollato a causa di un noto terremoto, il 30 aprile 793. Il Lupo, dopo aver asserito che il nome “Arena” negli antichi documenti serviva ad indicare un anfiteatro, non aggiunge alcuna indicazione di luogo.

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In altre realtà, pure controverse, invece, giunge a fornire dati di estrema precisione: è il caso del mitico ponte della Regina in Almenno di cui ci ha tramandato un disegno idealmente ricostruito, indicandone le dimensioni in piedi parigini e cubiti bergamaschi: sappiamo così che la sua altezza doveva essere di circa m. 23,65 e la larghezza di m. 5,91 (cfr. Codex, tra le col. 208-209). Notizie che vennero poi contestate dai successivi ricercatori del manufatto, in particolare, dall’architetto Elia Fornoni, secondo cui, non solo i dati, ma anche il disegno del ponte, conservatoci dal Lupo, conterrebbero gravi errori, come, ad esempio, quello che per sostenere le arcate esterne, il ponte avesse alle testate due mezze pile o spalle sporgenti nel fiume (cfr. Elia Fornoni, L’Antica Corte di Lemine, al ponte sul Brembo, “Atti dell’Ateneo di Scienze, Lettere ed Arti, Vili, 1884-1886).

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Ma dove il Lupo fornisce elementi di particolare interesse è la ricostruzione delle origini e dello sviluppo della Chiesa di Bergamo. A partire dal suo primo vescovo, che, come è noto, fu il martire S. Narno (secolo IV), attorno al quale, le prime notizie risalgono al frate francescano Branca da Gandino (sec. XIII), e si leggono nel suo Leggendario; il Lupo riferisce integralmente il brano della narrazione, da cui deduce che ai tempi del frate, si reputava che S. Narno fosse vissuto dopo la persecuzione di Diocleziano del 303 (era dei martiri), e che al tempo di questo santo vescovo, e con il suo aiuto, venne costruita la basilica di S. Alessandro, di cui sarebbe stata promotrice principale la stessa S. Grata che al saldato martire, patrono di Bergamo, avrebbe dato sepoltura. Dissente poi dall’opinione comune secondo cui S. Narno e i primi vescovi di Bergamo sarebbero stati sepolti nella piccola chiesa, dedicata a S. Pietro, che sorgeva presso quella basilica di S. Alessandro.

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Secondo vescovo di Bergamo, fu S. Viatore (... 343 ... 344 ...), che il Lupo identifica nel vescovo ricordato da S. Atanasio, fra quelli che approvarono i decreti del concilio di Sardica (343-344), antica città della Dacia inferiore, al quale parteciparono 170 presuli (di cui 94 cattolici e 76 ariani), presieduto da Osio, vescovo di Cordova. Vi fu confermata la fede nel Simbolo Niceno e venne proclamata l’innocenza dei vescovi esiliati per la loro fedeltà al dogma cattolico, fra cui S. Atanasio e S. Ilario. (cfr. Codex, I, 26 e ss.).

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Fra le chiese più antiche di Bergamo, è comunemente annoverata quella di S. Giulia di Bonate Sotto, che il Lupo riproduce anche nel frontespizio del suo volume e che viene fatta risalire ai tempi e forse anche all’iniziativa della regina Teodolinda (sovrana dei Longobardi, pia e benefica, che morì nel 628), anche di questo antichissimo tempio il Lupo riproduce il primitivo disegno (cfr. Codex, I, 204-205). Come già precedentemente esposto, molto documentata appare anche la ricostruzione della presenza sul territorio delle diverse confessioni religiose: il Lupo, ad esempio, crede ed espone come ai tempi del re Rotari (sovrano dei Longobardi dal 636 al 652, celebre per il codice da lui promulgato nel 643, noto quale Editto di Rotari), potessero coesistesse in Bergamo un vescovo ariano accanto al vescovo cattolico e come la cattedrale di S. Vincenzo, accanto a quella di S. Alessandro, fosse stata edificata dai Longobardi per il culto ariano e per la residenza di tale vescovo (cfr. Codex, I, 305 e 502-503).

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Tra i documenti relativi a rapporti di carattere privato del periodo longobardo, che il Lupo pubblica, vi è sicuramente il testamento di Taido del fu Teuderolfo di Bergamo, gasindo (cioè consigliere) del re il quale lascia i beni che possiede nel Bergamasco, Veronese, Pavese e altrove, a diverse chiese, oltre che al fratello: alla moglie lascia l’usufrutto di tutti i beni. I servi di casa, dopo la sua morte e quella della moglie, dovranno essere resi liberi dal vescovo. Quanto resterà non aggiudicato, sarà venduto dal vescovo: il ricavato andrà ai sacerdoti e ai poveri. Il testamento reca la data del maggio 774, è conservato in originale nella Civica Biblioteca di Bergamo, e risulta particolarmente interessante non soltanto per le disposizione che contiene, per le persone, i beni, le procedure in esso richiamate, ma soprattutto per l’animo da cui è dettato e costituisce uno spaccato sulla mentalità e sulle credenze bergamasche verso la fine del dominio longobardo. Per quanto riguarda le vicissitudini di Teodorico, re degli Ostrogoti dal 475, poi d’Italia dal 493 al 526, il Lupo ritiene che, allorquando fu chiuso da Odoacre in Pavia, Bergamo, come Milano, sia tornata sotto il dominio del re e che la battaglia all’Adda sia stata guerreggiata, almeno in parte, sul Bergamasco, per la necessità del movimento degli eserciti, che avevano come punto di riferimento, Cremona. (cfr. Codex, I, 76-77).

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Parimenti interessante anche il testamento del vescovo Garibaldo del marzo 870 contenente larga donazione di beni ad alcuni monasteri ed ospedali milanesi; donazione che ragionevolmente si può ritenere fiduciaria, trattandosi di proprietà che al vescovo erano stati venduti pochi mesi prima da certo Antelmo di Inzago (cfr. Codex, I, 839, 840, 847). Altro testamento pure importante è quello del prete Giovanni, figlio di Pietro, da Bergamo, che offre alla chiesa di S. Vincenzo i beni che egli possiede in città, nei sobborghi e altrove, in suffragio dell’anima sua e dell’arcidiacono Vulverado. L’atto, datato Bergamo, anno 1000, quarto dell’imperatore Ottone III (996-1002), è conservato nell’Archivio Capitolare di Bergamo, presso la Civica Biblioteca (cfr. Codex, II, 423 e ss.). I lasciti alle varie chiesa, ospedali, ospizi, case di salute sembra che siano andati intensificandosi sul finire del millennio, con intendimenti oltre che benefici, anche salvifici per i testatori. Tipico l’atto di Iglerio, che, appunto l’anno 1000, donando alla chiesa di Bergamo parte della basilica dei S.S. Ambrogio e Sempliciano in Zanica, scriveva che «[...] melius est enim hominem metu mortis vivere quam spe vivendi morte subitanea preveniri» (cfr. Codex, II, 429-430).

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L’attività mineraria nei nostri territori è indirettamente documentata nell’epoca franca, da un documento del notaio Rodolfo, il quale racconta che, essendo intorno all’881 governatore di Brescia il conte Suppone, e facendo egli lavorare le miniere di Val Trompia con metodi particolarmente esosi, senza affrancare gli schiavi e senza pagare alcuna mercede, i valligiani si ribellarono e uccisero suo figlio e i suoi satelliti, perciò Suppone, indignato e infuriato, penetrò nelle valli, mettendole a ferro e fuoco e rendendole deserte, (cfr. Codex, I, 693, 694).

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Accanto all’attività mineraria, molto più sviluppata, si riflette nella documentazione del Lupo, quella agricola, nelle sue diverse fasi. Le popolazioni delle campagne, attorno all’anno Mille, prendono lentamente, ma progressivamente coscienza delle proprie potenzialità lavorative e produttive, aspirano a condurre più liberamente i beni loro affidati e a godere di una parte maggiore dei raccolti (cfr. Codex, II, 647 e ss.). Incomincia così a delinearsi la contrapposizione tra la minore contro la maggiore aristocrazia feudale e contro la parte del clero solidale con essa e accompagnata da un seguito impressionante di funzionari investigatori (cfr. Codex, II, 719-720). Su tutti e su tutto vigilava il potere regio: forse mai come durante l’impero dei sovrani salici, non solo era stato esercitato il dominio su chiese e abbazie, ma, specialmente sotto Enrico III, lo stesso pontificato era stato nelle mani degli imperatori, quindi quasi un dominio tedesco (cfr. Codex, II, 789-790). Nel vario gioco degli interessi, i conflitti territoriali si traducono in alleanze, si estendono con le inimicizie e contrapposizioni tra le diverse città: così Milano entra in conflitto con Lodi, Pavia, Como, Cremona e Novara; Bergamo, con Brescia e Milano, ecc. (cfr. Codex, II, 453).

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Lo stretto dominio imperiale sembra allentarsi dopo il Mille, a partire, infatti, dal 1057 nelle intestazione degli atti ufficiali d’archivio non compare più alcun nome di re o imperatore (cfr. Codex, II, 647 e ss.).

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Emergono anche situazioni di particolare disagio, che il Lupo riferisce non senza qualche evidente imbarazzo, parlando, ad esempio di Arnolfo, arcivescovo di Milano, che fu eletto poco dopo la morte di Anselmo (dicembre 1093), narra come questi non venisse consacrato dai vescovi suffraganei, perché scomunicati dal papa come scismatici (cfr. Codex, II, 785-786). Fra questi egli pone anche il vescovo di Bergamo Adolfo. Che tale presule fosse in effetti non in piena sintonia con Roma, lo si riscontra in diverse circostanze, come in occasione della consacrazione della chiesa di Pontida, in cui il papa Urbano II, poi beatificato, quando si trovava a Piacenza per il celebre concilio in cui fu decisa la prima crociata (marzo 1095), invece di designare per quel rito nella nostra diocesi, l’ordinario locale, delegò Oddone, vescovo di Imola (cfr. Codex, II, 789-790). Non meraviglia pertanto che nel concilio di Milano del 1098, svoltosi sotto il medesimo pontefice Urbano II, in cui vennero rimossi i vescovi scismatici, che, parteggiando per l’imperatore, avevano contrastato le riforme della Chiesa, anche il vescovo di Bergamo venisse deposto (cfr. Codex, II, 809). Il discusso vescovo Arnolfo, che secondo alcuni sarebbe morto nel 1089, secondo altri sarebbe stato ancora in vita nel 1106-1107, venne da Roma sconfessato anche molti anni dopo la sua scomparsa, come si evince da una bolla di Innocenzo II (1130-1143), del 1138, in cui venivano annullate le «venditiones, donationes, etc. de bonis Bergomensis ecclesiae ab Arnulpho intruso vel eius tempore factae». I rapporti con il Pontefice torneranno ottimali pochi decenni dopo con il vescovo Guala (1168-1186), bergamasco di origine, nativo, secondo il Lupo, di Telate (cfr. Codex, II, 1246), già canonico di S. Alessandro, consacrato vescovo di Bergamo da S. Caldino, arcivescovo di Milano, nel 1168. Nell’anno successivo alla sua elezione, cioè nel 1169, in segno di benevolenza e di auspicio di grazia, il Papa Alessandro III (1159-1181), grande pontefice e illuminata guida di popoli, gli concesse la piena giurisdizione di alcune chiese poste nella diocesi di Bergamo, ma soggette alla chiesa romana, come S. Maria della Torre in Severe e S. Giuliano di Suisio (cfr. Codex, II, 1257-1258).

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L’attività intellettuale bergamasca e, in particolare, lo sviluppo del dialetto nei secoli prima del Mille è rilevabile in diversi documenti, come quello stilato il 27 aprile 840 in cui Sigilberga, figlia di Odone, essendosi fatta monaca, donava cinque suoi poderi, tre dei quali esistenti a Floriana, Scanzo e Lariano, a Garibaldo arciprete e Lamberto, figli di Solone. Dell’atto relativo è caratteristico il fatto che rogato in Ghisalba, la quale allora era chiamata «Ecclesia Alba», con l’espressione : “Acto Glealba feliciter”, da cui si desume che il dialetto bergamasco già aveva trasformato in «glesia» il nome latino (cfr. Codex, I, 685-686).

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Anche a Bergamo, con il dominio longobardo prende, si può dire, definitiva configurazione e consistenza l’istituzione della pieve, già sorta verso il quarto secolo con il nome di “ecclesia”. Con lunga ed acuta dissertazione, il Lupo dimostra come la diocesi di Bergamo corrispondesse al suo territorio politico, come Fara d’Adda e la Ghiera d’Adda appartenessero al territorio e quindi alla diocesi di Bergamo, come pure la pieve di Pontirolo (cfr. Codex, I, 281-282). La figura e l’opera di Carlo Magno, tiene ovviamente un posto preminente, di lui il Lupo tratta a lungo e ne dà indicazioni non prive di singolare valore, come ad esempio, che egli non distrusse il regno dei Longobardi e ciò appare da taluni documenti bergamaschi, come l’atto di pagamento del 725 fatto da Arialdo a Guidobaldo per l’acquisto di una vigna, sotto le mura della città, presso la basilica di S. Andrea (cfr. Codex, I, 599-600) . Il Lupo documenta poi che Carlo Magno confermò in modo speciale alla chiesa di Bergamo la proprietà di Fara, mentre non è accertato che abbia concesso domini in valle Seriana o in Valle Brembana, come alcuni storici asseriscono, tratti in inganno, forse, da documentazioni posteriori (cfr. Codex, I, 577-579).

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Il tema delle donazioni ritorna in una carta dell’archivio della cattedrale, datata 18 luglio 816, con cui Audelinda, vedova del conte di Bergamo, il cui nome sembra essere Auteramo, cedeva ai custodi della chiesa di S. Alessandro l’intera proprietà e l’usufrutto di un immobile chiamata “curte de Pateringo”. Il documento è di particolare interesse anche perché vi è detto che la basilica di S. Alessandro era vicina alle mura della città di Bergamo, confermando, dunque, che era però all’esterno delle stesse: «prope murra civitatis Bergamo» (cfr. Codex, I, 657-658).

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Anche i successori di Carlo Magno trovano ampio spazio nella documentazione del Lupo, come, ad esempio, Carlomanno, morto nell’880, re d’Italia, figlio di Lodovico il Germanico, che transitò sul nostro territorio, come appare dal diploma spedito il 19 ottobre 877, da Cortenova, sostenuto sia dal vescovo come dal conte di Bergamo (Codex, I, 833-834); mentre del suo riconoscimento a re d’Italia da parte dei Bergamaschi, viene esibita la prova in un atto di permuta tra il vescovo Garibaldo (867-888) e il chierico Tagimpaldo (cfr. Codex, I, 892-892).

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La più grande rovina nella storia di Bergamo fu, a parere di molti, quella subita nell’894, per mano di Berengario e Arnolfo, figlio di Carlomanno, re dei Franchi orientali, che venne eletto re di Germania nell’887; nell’896, espugnata Roma, fu incoronato imperatore da papa Formoso. Bergamo era allora tenuta dal duca Ambrogio, che, parteggiando per Guido, duca di Spoleto, si dispose a difendere la città. Il modo feroce con cui il re tedesco la trattò, è la prova che i Bergamaschi, guidati da Ambrogio, pure di sangue bergamasco, con tutte le loro forze si opposero alla nuova conquista (cfr. Codex, I, 1028). Il Lupo descrive l’evento con estrema puntualità, desumendone gli sviluppi dalla documentazione agli atti. Con un poderoso esercito, Arnolfo, dalla Baviera discese verso l’Italia per la valle dell’Adige. Da Verona marciò alla volta di Brescia, vinta la quale, accompagnato da Berengario, si volse verso Bergamo. Quindi, dopo avere avuto Brescia, che gli si diede spontaneamente, e dopo di aver devastato il nostro territorio, uccidendone e imprigionandone gli abitanti, il 1 febbraio dell’894, Arnolfo era sotto le mura della città e aveva già occupato il castello di S. Vigilio, nonostante la strenua difesa del chierico Gotefrido, valoroso veronese, che fu preso, spogliato dei suoi beni e barbaramente massacrato, forse anche perché, essendo veronese, cioè di una terra in cui Berengario esercitava incontrollata la sua autorità regale, si considerava reo di gravissima ribellione. Infatti, con un decreto «Actum Bergomensi castello» lo stesso I febbraio 894 (cfr. Codex, I, 1017-1018), Arnolfo concedeva al clero della chiesa di S. Vincenzo tutti i beni di Gotefredo. Il Lupo commenta: «... cruentum utique et abominandum donum...». Evidentemente il gesto era volto a catturare la benevolenza del clero bergamasco, forse anche dietro suggerimento di amici e fautori di Berengario, indubbiamente esistenti anche nella nostra città. Nonostante l’occupazione di Arnolfo, Guido, Duca di Spoleto, ancora nell’aprile dello stesso anno, faceva donazione alla moglie Agertruda della regia corte Morula, in Borgo Palazzo (cfr. Codex, I, 1041-1042). Bergamo, invece, riconosceva re Berengario solo nell’898, come appare da atti di permuta, fatti dal vescovo Adalberto (894-929) figlio di Azzone da Carimalo, e che hanno in intestazione: «In nomine Domini, regnante dominus noster Berengarius rex hic Italia...» (cfr. Codex, I, 1077-1080).

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Quando Lamberto, figlio del già ricordato Guido, duca di Spoleto e dall’anno 892, re d’Italia e imperatore, che era stato associato all’impero dal padre nell’891, alla cui morte - 894 - si trovò come competitori appunto Arnolfo e Berengario e ebbe il sopravvento su quest’ultimo, anche Bergamo passò sotto il nuovo principe. Berengario, tuttavia, tornò tre anni dopo, assediò, prese e nuovamente saccheggiò la città. Il vescovo però, che era ancora Adalberto, coraggiosamente lo riprese non senza qualche buon effetto, tanto che alla successiva traslazione del corpo di S. Alessandro, il re fu presente in atteggiamento remissivo e, in riparazione dell’incendio della chiesa precedentemente perpetrato, concesse sempre al vescovo Adalberto la già nominata corte Morula e i proventi della fiera di S. Alessandro, come appare dall’atto di donazione, riprodotto dal Lupo, che di questi proventi lo stesso vescovo fece poi dono ai canonici della cattedrale di S. Vincenzo nel 908 (cfr. Codex, II, 61-62).

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Ancor più importante il diploma di Berengario che concede al vescovo Adalberto ed ai cittadini di Bergamo la riedificazione delle mura dopo l’incursione degli Ungari del 902 che le avevano atterrate, spianando porte e torri. Berengario ne concedeva la ricostruzione con il concorso del vescovo, dei cittadini e di coloro che si erano rifugiati in città; anzi concedeva di ricostruire torri e difesa dovunque si fosse ritenuto necessario dal vescovo e dai cittadini. Il documento è comunemente ritenuto di fondamentale importanza. Reca la data di Monza, il 26 giugno 903 ed è su pergamena di formato grande, ora conservata presso la Biblioteca Civica di Bergamo, con altre copie di epoca posteriore (cfr. Codex, II, 23 e ss.).

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I migliorati rapporti tra il dominatore e la città, si desumono anche dalla benevola concessione che lo stesso re fece al vescovo di riedificare in Pavia la casa che vi possedeva dall’epoca longobarda (cfr. Codex, II, 93-94).

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Essendo noto l’atteggiamento del conte di Bergamo Gisalberto nei confronti di Berengario, è facile supporre che venisse ben accettato anche il successivo dominio di Rodolfo II, re di Borgogna dalla morte (912) del padre, Rodolfo I, celebre, il figlio, per la sua pietà. Da lui, sempre il vescovo Adalberto, nel 923, ottenne un diploma che, confermando quello pre¬cedente di Berengario, concedeva di continuare e terminare la non ancora compiuta costruzione delle mura, delle torri e della parte alta della città (cfr. Codex, II, 125-126).

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Venuto in Italia nel 926 Ugo di Provenza, re d’Italia dal 924 al 947, Bergamo lo accolse favorevolmente e fu onorata dalla considerazione del nuovo sovrano per il vescovo Adalberto, e della elevazione che egli fece di Gisalberto, conte della città, alla dignità ben superiore di conte del sacro palazzo. Così pure Bergamo obbedì anche a Lotario, da Ugo associato nel regno ai primi di maggio del 931. Il Lupo ci da anche l’elenco delle carte d’archivio della cattedrale con i nomi di Ugo e di Lotario (cfr. Codex, II, 151-152).

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La documentazione che il Lupo puntualmente riporta serve anche a stabilire la complessa successione dei dominatori di Bergamo, così, ad esempio, un atto di vendita, fatto in Medolago nel 953, si intesta ancora con i nomi di Berengario e di Adalberto, e sempre Berengario e Adalberto sono indicati come re in carte bergamasche dal 954 al 957 (cfr. Codex, II, 223-224, 227, 228 e ss.). Tra l’aprile e il giugno del 957, Ottone ebbe nuovamente il dominio di Bergamo, il suo nome, infatti, compare in capo all’atto di acquisto di metà della torre esistente avanti la porta di Palosco, fatto da Attone, conte di Lecco (cfr. Codex, II, 239-240). Altri documenti del 962 attestano che in quell’anno Bergamo era soggetta a Ottone I imperatore e a suo figlio Ottone II re. Nello stesso anno e nel successivo, Ottone I assegnava al vescovo di Bergamo i beni già posseduti da Berengario e da sua moglie Villa, di Brembate Sotto, Caprino, Boltiere, Gorlago, Morengo e Albano (cfr. Codex, II, 273-274).

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Non è raro il caso in cui il Lupo metta in evidenza anche la dubbia attendibilità e quindi l’autenticità di documenti che presentino incongruenze o incertezze. È, ad esempio, il caso del diploma di incerta data, forse del 974, con il quale sarebbe stata concessa al vescovo di Bergamo la giurisdizione sopra Albano, Seriate e altre terre. Ne vengono rilevate tali e tante contraddizioni che la falsità dello scritto risulta evidente (cfr. Codex, II, 315 e ss.).

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Altro luogo in cui il Lupo prende apertamente posizione contro la comune credenza, dimostrandola infondata e insussistente è a proposito del titolo di cardinale che, secondo alcuni, il vescovo Adalberto (894-929), con apposito viaggio a Roma, avrebbe ottenuto, per le sue note virtù apostoliche, dal Pontefice (cfr. Codex, I, 1014).

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Vi trovano pure adeguata collocazione eventi e avvenimenti di eccezionale grandiosità, come l’accoglienza che Bergamo ha riservato ad Enrico II, il Santo, detto anche lo Zoppo, duca di Baviera, eletto re di Germania nel 1002 e coronato imperatore da papa Benedetto VIII. Gli furono riservati in città grandi onori e venne accolto dall’arcivescovo di Milano, Arnolfo II, il quale appunto qui in Bergamo gli prestò giuramento di fedeltà (cfr. Codex, II, 441). Il re, da parte sua, contraccambiò con gesti di particolare considerazione e benevolenza: si possono ricordare, in particolare, il diploma del 1013 con il quale restituiva ai canonici di S. Vincenzo alcune possessioni e le rendite di due mercati, di cui il vescovo li aveva spogliati (cfr. Codex, 455-456) e l’altro diploma dell’anno seguente 1014 con cui confermò al vescovo di Bergamo l’investitura della corte e del castello di Almenno, secondo la volontà del conte Attone di Lecco e di sua moglie Ferlinda (cfr. Codex, 469-470).

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Ad Enrico II successe Corrado II, il Salico che fu imperatore di Germania dal 1024 al 1039 e coronato re d’Italia a Milano dal grande arcivescovo Ariberto nel 1026. Il Lupo lo rivela presente in Bergamo nello stesso anno 1026 con un diploma in cui si confermano le immunità e i privilegi sul castello di Calcinate ai canonici di S. Vincenzo e in cui nell’incipit si legge: «[...] dum quodam tempore Pergameam civitatem et beati Vincenti martyris ecclesiam fiussemus ingressi...» (cfr. Codex, II, 527-528).

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Anche diverse consuetudini e prassi ricorrenti nel tempo cui afferiscono i documenti riportati, vengono opportunamente evidenziate, come nel diploma concesso al vescovo Ambrogio in Ravenna dallo stesso Corrado, in data, I maggio 1027, nel quale si confermano tutti i privilegi, i diritti e i possedimenti della Chiesa di Bergamo. Nel documento si fa, in particolare, menzione dell’esenzione dal fodro, dal mansionatico e dalla parata, che, secondo le più documentate verifiche, erano tre specie di tributi, corrispondenti ai tre ordini di cittadini: nobili, religiosi e plebei. I nobili pagavano il fodro (dal tedesco futher, che significa foraggio) e serviva per le spese sostenute dall’imperatore nei suoi viaggi in Italia. I religiosi pagavano il mansionatico per mantenere l’alloggiamento dei soldati nei presidi e per le altre Decorrenze dell’esercito. La parata, infine, era pagata dalla plebe per la manutenzione dei ponti, delle strade e dei manufatti pubblici; dal termine parata derivò, in seguito, paratici, che indica le tasse pagate nei secoli successivi dagli artigiani.

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I giacimenti minerari bergamaschi e la loro estrazione, come beni di notevole profitto, ricorrono di frequente negli atti riferiti, come nel diploma di Enrico III, il Nero, figlio e successore di Corrado II, imperatore di Germania dal 1039 al 1056, che dopo una guerra vittoriosa contro i Boemi e gli Ungheresi (1042-1043), venne in Italia e in un diploma del 1047, datato da Mantova, riconosce agli abitanti della Valle di Scalve il libero commercio del ferro che estraevano dai loro giacimenti (cfr. Codex, II, 621-622).

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La successione genealogica dei conti di Bergamo immediatamente prima e dopo il mille, è sempre stata di incerta scansione: il Lupo, entro certi limiti, ne chiarisce alcuni passaggi importanti; seguendone la traccia, si riesce a supporre che la città, dopo il conte Ambrogio, allontanato da Arnolfo, sia stata governata da quel Goffredo, duca del Friuli, che insieme a Maginfredo, si sarebbe divisa l’Alta Italia e avrebbe esteso la sua giurisdizione fino all’Adda. A lui sarebbe succeduto un Liutolfo, come si può congetturare dalle lettere “Liuto” che non senza difficoltà, si riescono a leggere su una carta corrosa del 925, relativa al conte Suppone (cfr. Codex, II, 115).

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Sempre in questo ambito si giunge a stabilire che il conte Arduino I (1019-1021), secondogenito di Gisalberto II, creato conte palatino nel 993, revocato da Ottone III, per aver favorito l’avo materno Arduino d’Ivrea, ma poi da Enrico II restituito nella dignità, il quale sposò Wilia o Giulia, figlia del conte Rodolfo, fu l’ultimo dei Gisalbertini conti di palazzo bergamaschi. A lui successe Arduino II, che nel 1026 teneva in Grumello un placito solenne per accertare la condizione giuridica di beni permutati dal vescovo di Bergamo con i canonici di S. Martino di Tours, i quali erano stati da Carlo Magno beneficiati di alcune proprietà in Valle Seriana, di Scalve e a Canonica al di qua dell’Oglio (cfr. Codex, II, 535-536).

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I Ghisalbertini, lasciata Bergamo, si ritirarono a Crema ove, unendosi a Cremona, tenevano adunanze e placiti, a riprova del radicale mutamento sopravvenuto nella giurisdizione del territorio bergamasco (cfr. Codex, II, 665-666).

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Attorno all’anno Mille, il potere dei vescovi a Bergamo andò estendendosi e consolidandosi: dal diploma di Berengario del 904, da quello di Corrado del 1027, a quello di Enrico III del 1041, risulta che aveva assunto i caratteri propri del regime feudale, dalla sua derivazione dall’imperatore, alla sua espressione in atti propri, che caratterizzano tutti i relativi documenti, riportati dal Lupo, tra i quali è di particolare importanza e significato la convenzione del 1068, con cui si regolavano i rapporti feudali tra gli abitanti di Calusco e i signori di quel castello, che probabilmente erano allora i monaci di S. Ambrogio di Milano, ai quali successero poi i canonici di S. Alessandro.

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I vari governi che si alternarono alla guida della città, vengono pure, direttamente o indirettamente indicati, togliendo al riguardo incertezze durate secoli. A titolo esemplificativo, si può ricordare che il Lupo cita anche un’operetta intitolata Breve recordationis de Ardicio de Aimonibus et de Alghisio de Gambara, in cui, sotto l’anno 1109, si narra che certo Alboino di Valcamonica, alla testa di una banda devastatrice, invase il territorio di Bergamo, e che ne fu poi scacciato da Ripaldo dei Capitani di Scalve, che era console di Bergamo; si può quindi dedurre che già nel 1109 la nostra città era retta da consoli (cfr. Codex, II, 863). Certo i consoli erano in funzione a Bergamo nel 1117, perché appunto in quell’anno essi fecero due donazioni ai monasteri della città (cfr. Codex, II, 891-892). Quanto al modo con cui i consoli venivano eletti, si può ritenere che fossero designati con le modalità in uso per l’elezione dei vescovi, la quale avveniva con la forma del doppio grado, così appare, infatti, dalle nomine dei vescovi Arnolfo, Ambrogio, Gregorio e Girardo di cui il Lupo ci conserva parzialmente gli atti (cfr. Codex, II, 701-702, 875-876, 977-978, 1067-1068). Non sempre, tuttavia, tali elezioni di vescovi e consoli avvenivano pacificamente, come, ad esempio, quando nel 1146, al vescovo Gregorio successe Gerardo, in cui le modalità seguite diedero luogo ad accese dispute (cfr. Codex, II, 1070).

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La vita religiosa di Bergamo e le relative consuetudini trovano, ovviamente, particolare attenzione e vengono, talora, descritte in ogni loro passaggio, sempre inserite nel contesto di usi e tradizioni cittadine. Un esempio è quello del vescovo Adalberto che, confermando le disposizioni dei suoi predecessori, concede le decime delle zone collinari, limitrofe alla città, da Borgo Canale a Lunguelo, da Valtesse a Sorisole e a Breno, al prevosto della chiesa di S. Alessandro, con l’onere di tenere lumi sempre accesi davanti alla confessione di S. Alessandro, che lui stesso aveva fatto erigere. Il documento è conservato nell’Archivio Capitolare di Bergamo, presso la Biblioteca Civica, in sei diverse copie. La sua autenticità non è, tuttavia, assolutamente certa: una copia del tempo di Enrico III (1039-1056) è firmata da notai che attestano d’aver sotto gli occhi il documento autentico, l’atto, però, vien fatto risalire agli anni di Ugo di Provenza e quindi sarebbe da collocarsi tra il 927 e il 929, anno di morte del vescovo (cfr. Codex, II, 171 e ss.).

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Le complesse vicissitudini di talune località bergamasche di singolare interesse storico e fondiario appaiono ricorrenti e sarebbe veramente arduo seguirne lo svolgimento in maniera continuativa, insieme ai correlati accadimenti; fra le tante, si segnalano le vicissitudini dello storico feudo di Almenno, spesso al centro di dispute e contese che diedero luogo ad una notevole produzioni di documenti ufficiali e officiosi, di singolare interesse non solo locale, distribuiti nel corso di diversi secoli.

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Anche in assenza di dati certi, per realtà ed avvenimenti di importanza storica, il Lupo avanza proposte consequenziali e logiche, tali da ben sopperire ai vuoti d’archivio. È noto, ad esempio, che manca l’atto con cui fu costituita la canonica di S. Alessandro, egli, tuttavia, mostra, con ragionevoli argomenti come non possa aver avuto origine che all’epoca del vescovo Recone, bergamasco, (938-953) e sottolinea che la prima memoria scritta di tale canonica si ha nella donazione di una masseria di Sabio ad essa fatta dal vescovo Odorico nel 954 (cfr. Codex, II, 230).

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La stessa data di morte del vescovo Ambrogio II, pure incerta e discussa, il Lupo la fissa al 20 settembre 1057, ponendola a conclusione di una vita esemplare, illustrata anche da opere di edificante erudizione, come un commento ai Salmi, che al tempo del canonico Benaglio, ancora esisteva presso i Francescani di S. Maria delle Grazie (cfr. Codex, II, 647 e ss.).

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La testimonianza del Lupo appare determinante anche in merito alla seconda visita che, in base ad una testimonianza di ser Francesco Pipino, pubblicata dal Muratori, il Barbarossa avrebbe fatta a Bergamo. Egli, non ne dubita e la colloca ai primi di maggio del 1185 (cfr. Codex, II, 1352). Gli storici a lui successivi, tra cui Bortolo Belotti, sono, invece del parere che tale secondo viaggio del Barbarossa a Bergamo sia avvenuto nel successivo 1186, e abbia avuto come scopo la riedificazione di Crema e la rassicurazione dei bergamaschi, forse scontenti e allarmati per le concessioni di molti possedi¬menti al di qua dell’Adda, fatte dall’imperatore ai milanesi.

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La forma, le dimensioni, gli annessi agli edifici, specie di quelli sacri, vengono spesso indicati con molta esattezza e ricchezza di dati, così, ad esempio, sappiamo che il vescovo Adalberto restaurò la chiesa di S. Vincenzo, danneggiata dai barbari invasori: nella narrazione, il tempio risulta, allora, di modeste proporzioni, con un portico sul fronte, e un semplice protiro, come tutte le chiese dell’epoca (cfr. Codex, II, 230).

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Più in generale, notevoli indicazioni sull’antica topografia cittadina sono, in particolare, contenute in un atto di permuta del 938 ad Adalberto, prevosto e arcidiacono dell’epoca, da parte del vescovo Recone (cfr. Codex, II, 195-196). A tal proposito è pure da richiamare il diploma in pergamena dell’anno 1041, conservato presso la Biblioteca Civica, con il quale Re Enrico III (che divenne imperatore solo nel 1046), da al vescovo di Bergamo conferma di tutti i privilegi già concessi da re e imperatori precedenti. Al vescovo sono riconosciuti i diritti sul Comitato, del quale vengono indicati gli estremi confini: Valtellina, Adda, Casalbuttano e Oglio (cfr. Codex, II, 609 e ss.).

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Le testimonianze del Codex si rivelano risolutive anche in questioni controverse da tempo, come nel caso dell’identificazione dell’autore di Pergamus, un poemetto di notevole interesse letterario, risalente al primo periodo comunale di Bergamo. La tradizione lo attribuiva a certo Muzio, segretario dell’imperatore Giustiniano. Il Muratori provò, invece, che l’autore non era un Muzio e stabilì che la composizione dell’opera era avvenuta attorno all’anno 1120; il Tiraboschi poi, ne identificò l’autore in quel Mosè bergamasco che fu interprete tra greci e latini nella conferenza tenutasi a Costantinopoli nei 1136. L’identificazione sicura dell’autore, tuttavia, si ebbe solo dalla documentazione prodotta dal Lupo, dalla quale si evince che il già indicato Mosè, scrivendo nell’anno 1130, da Costantinopoli al fratello Pietro, prevosto della cattedrale di S. Alessandro in Bergamo, narra le traversie della sua vita, manifesta il proposito di rientrare in patria per rivederlo, ma di esserne momentaneamente impedito da un incarico ricevuto dall’imperatore. Soggiunge che nel frattempo era stato colpito da due disgrazie: la morte del nipote Andrea, avvenuta in Tessalonica e un incendio che gli aveva distrutto molti testi, soprattutto in greco, raccolti con grandi sacrificio e di notevole valore (non meno di tre libre d’oro). Richiede, infine, l’aiuto di un giovane bergamasco per assolvere le molte incombenze di corte che gli sono affidate. Il Lupo avanza poi come data di composizione del discusso poemetto, l’anno 1110 circa, asserendo che l’autore, nell’esaltare l’amico Ambrogio dei Mozzi, eletto vescovo di Bergamo nel 1112, non accenna a questa sua dignità. Occorre, tuttavia, rilevare che il Lupo non identificò esattamente la famiglia di provenienza di Mosè, ritenendolo un Albani, mentre si trattava evidentemente di Mosè del Brolo (cfr. Codex, II, 949 e ss.).

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Il ricorso all’imperatore era frequente e anche per questioni, talvolta, puramente di principio, soprattutto in ambito ecclesiale: significativo a tal proposito il diploma di Lotario III (1125-1138) emesso nel dodicesimo anno del suo impero, in cui si accoglie la richiesta d’una rappresentanza dei canonici della basilica di S. Vincenzo e si conferma a quel capitolo e a quella chiesa, identificata come “matrice”, il mercato di S. Alessandro e i benefici in Calcinate, con le pertinenze e con la giurisdizione sopra questo stesso luogo e sugli abitanti di Sforzatica, aggiungendo severissimo divieto a chiunque di recar molestia a detto capitolo, ove il riflesso dell’accesa controversia in corso con l’altra basilica, quella di S. Alessandro, emerge evidente, (cfr. Codex, II, 993 e ss.). Quasi contemporaneamente, cioè nel 1130, i consoli di Milano confermavano una sentenza del vescovo di Bergamo, che riconosceva i diritti feudali dei canonici di S. Alessandro sul territorio di Calusco, specificandoli dettagliatamente (cfr. Codex, II, 945-946). Le controversie giurisdizionali fra le due cattedrali in Bergamo, ebbero, forse, il loro momento più aspro nel 1132, nel quale, a motivo della discussa precedenza fra i canonici delle due chiese, le cronache del tempo, parlano di violenti contrasti (cfr. Codex, II, 937-938, 939-940). Gli interventi pontifici intesi a placare gli animi e a stabilire giusti equilibri fra le prerogative delle due cattedrali, non si contano, tra quelli più autorevoli ed espliciti riportati dal Lupo, si possono citare: - La Bolla maggiore, redatta in scrittura beneventana e datata da Roma, in Laterano, 15 marzo 1101, con la quale Papa Pasquale II (1099-1118), scrivendo all’arciprete di S. Vincenzo di Bergamo e al capitolo intero, accetta sotto la sua protezione, possedimenti e diritti, presenti e futuri di tale chiesa (cfr. Codex, II, 829 e ss.). - La Bolla maggiore datata Roma, Laterano, I dicembre 1143, in cui Papa Celestino II (1143-1144), continuando l’opera del suo predecessore Innocenzo II (1130-1143), per comporre la controversia tra i canonici di S. Vincenzo e di S. Alessandro, si rivolge a questi ultimi e al loro prevosto Oberto, comunicando loro minuti particolari nei comportamenti ufficiali, come, ad esempio, in funzioni comuni, il prevosto di S. Alessandro avrà sempre il primo posto, le reliquie di S. Alessandro saranno portate da quattro sacerdoti, due di S. Alessandro, due di S. Vincenzo, ecc. (cfr. Codex, II, 1043 e ss.) Anche Federico Barbarossa (1121-1190), imperatore di Germania, che sempre mostrò per i bergamaschi qualche non comune benevolenza, nelle sue cinque storiche spedizioni in Italia per sottomettere i comuni lombardi, ebbe ripetutamente ad occuparsi della questione; in particolare, con un diploma emesso in Roncaglia il 23 novembre 1158, confermava i diritti dei canonici di S. Vincenzo e con un altro, emesso in Vercelli nel febbraio del successivo 1159, riconosceva quelli dei canonici di S. Alessandro (cfr. Codex, II, 1161-1162 e 1165-1166)

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Assai magnanimo appare il Barbarossa verso il vescovo di Bergamo Gerardo, il quale fu tra gli ecclesiastici che assistettero al suo matrimonio con Beatrice di Borgogna: nel diploma del 17 giugno 1156 gli confermò tutti i benefici in suo possesso, aggiungendone di nuovi (cfr. Codex, II, 1143-1144). Ciò premesso è comprensibile che nella lotta tra l’imperatore e la chie¬sa, il vescovo di Bergamo Gerardo, abbia patteggiato per l’antipapa Vittore V, e sia stato tra i pochi vescovi che lo approvarono in Pavia nel 1159. Con il vescovo, si schierò l’intera diocesi e il 29 dicembre 1160, Vittore V, come segno di riconoscenza, su istanza dell’arcidiacono Adelardo, inviava una bolla di protezione ai canonici di S. Vincenzo (cfr. Codex, II, 1179).

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Ciò non impedì a Bergamo di schierarsi con decisione nella Lega Lombarda delle venti città, contro il Barbarossa. Il Pupo, anzi ritiene che Bergamo sia stata tra le prime città che, ispirandosi all’esempio delle venete, pensassero a un accordo molto esteso e afferma come certo che la nostra città, con Brescia, Cremona, aderì alla Lega veronese sul finire del 1165 o l’inizio del 1166, per quanto non risulti chiaro se le due città lombarde abbiano scacciato i rettori tedeschi, proclamandosi libere, o si siano limitate a qualche agitazione o a segrete cospirazioni (cfr. Codex, II, 1217).

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Leggendo qua e là, non è raro il caso di imbattersi in episodi curiosi di vita quotidiana. È il caso, ad esempio, della contesa nata nel 1151 fra i canonici di S. Alessandro e i loro cucinieri, la quale si concluse con una precisa convenzione scritta, in cui era previsto che i cuochi erano tenuti a prestare il loro servizio in cucina, ma non erano più obbligati a cuocere anche il pane. I canonici dovevano fare le spese per quattro persone, le quali, in tempo di quaresima, avrebbero dovuto mondare le fave. Venivano poi stabilite le qualità e le quantità spettanti ai cuochi degli agnelli, capre, maiali e vacche, che essi dovevano scorticare per la cucina; facevano eccezioni le lepri donate ai canonici, delle quali ai cucinieri non spettava che la pelle (cfr. Codex, II, 1105-1106). Altro contratto pure riguardante le vettovaglie dei canonici bergamaschi è quello concluso nel 1172 con i decani e rappresentanti del comune di Zogno in virtù del quale questi si obbligavano a dare ogni anno al sacerdote officiante nella parrocchiale di S. Lorenzo, di giurisdizione del capitolo di S. Alessandro, uno staio di frumento per ogni fuoco e un denaro di antica moneta, e i canonici, a loro volta, si obbligavano a somministrare allo stesso prete un maggio di frumento in occasione della festa patronale di S. Lorenzo e uno di panico a S. Martino, oltre la decima del loro vino di Zogno (cfr. Codex, II, pp. 1193-1194).

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Pure singolare la disputa tra gli abitanti di Almè e i canonici della cattedrale di S. Alessandro, i quali per togliere a quei fedeli il diritto di battesimo nella locale chiesa di S. Michele, avevano fatto tregua e si erano accordati con quelli di S. Vincenzo. Il caso procurò una delle tante controversie di diritto canonico di cui tracima il Codex. La causa venne discussa a Bergamo, nel brolo vescovile, alla presenza del bergamasco e saggio vescovo Guala (1168-1186). I rappresentanti di Almè sostenevano il proprio diritto di battesimo in loco sia perché tale privilegio era stato ottenuto dai conti di Almè, sia perché essi ne usufruivano ab immemorabili. I canonici, invece, negavano il diritto di battesimo alla locale chiesa di S. Michele perché non era pieve, né poteva vantare alcun altro titolo di tal genere. Il vescovo avocò a sé la causa e, in considerazione del disagio che gli abitanti di quella località periferica avrebbero dovuto affrontare per il battesimo in cattedrale, concedette all’antica chiesa di S. Michele in Almè di battezzare, catechizzare, esorcizzare, con tutte quelle cerimonie e riti che spettavano all’amministrazione del battesimo, con il solo limite che tale privilegio fosse riservato ai soli abitanti del luogo. Né volle, tuttavia, scontentare i canonici e quindi stabilì che la chiesa di S. Michele in Almè fosse soggetta alla cattedrale di Bergamo e come segno di tale sudditanza, la obbligò a dare ogni anno, in perpetuo, dodici libre di cera, delle quali, otto dovevano spettare alla cattedrale di S. Vincenzo e quattro a S. Alessandro. I canonici, a loro volta, s’impegnavano a dare una qualche remunerazione ai due uomini che avrebbero portato la cera (cfr. Codex, II, 1281).

PROPOSTE DI INTEGRAZIONI ED AGGIUNTE AL CODEX DIPLOMATICUS Si deve alla preparazione, alla solerzia, alla sensibilità e allo spiccato senso critico e diplomatico del dotto canonico Giovanni Finazzi da Bottanuco, di poco posteriore al Lupo, una delle prime e più attente riletture e rifiniture del Codex. Le sue considerazioni, proposte e conclusioni sono esposte in volume di non molte pagine, ma di notevole interesse: Del / Codice Diplomatico Bergomense / Pubblicato in due volumi / Dal C. M. Lupo e dall’Ar. Ronchetti / e dei / Materiali che si avrebbero a compirlo / con un terzo volume / Memoria del Can. Giovanni Finazzi (Milano, presso la Società per la Pubblicazione degli Annali Universali delle Scienze e dell’Industria, nella Galleria De-Cristoforis, 1857) . Non risulta che finora sia stata scritto commento più approfondito alla maggiore opera del Lupo, della quale ne è, nell’insieme, il completamento, con l’auspicio ripetutamente espresso, di una doverosa prosecuzione nella pubblicazione dei documenti in esame, per ogni più utile conoscenza della realtà storica di Bergamo. Già in apertura di testo è possibile comprendere il tenore dell’opera: «Quando nel 1841, in una Memoria, che noi leggemmo nel patrio Ateneo, e che più tardi fu pubblicata per le stampe, Intorno agli antichi Scrittori delle cose di Bergamo, accennando alla pubblicazione del Codice Diplomatico, ideata ed eseguita con tanto applauso dal nostro celebre canonico Mario Lupo, non senza fondamento di buoni ragioni ci venne detto, come a noi pure alcuna cosa si richiedesse, di custodire cioè gelosamente, e di riparare, come meglio sappiamo, da ogni pericolo di rovina quanto ancora resta de’ genuini autografi di codesti diplomi ed istromenti. Perocché, o sieno essi per la stampa già fatti di pubblica ragione, giova pur sempre conservare gli autografi, non fosse altro per soddisfare alla erudita curiosità de’posteri, che ne fossero studiosi. Che se ancora, qual che ne sia il motivo, non furono pubblicati, è manifesta con quanta maggiore sollecitudine si debban guardare, perché al tutto non perdansene la memoria, e venga anzi tempo, se tanto giova sperare, che altri si accinga a porli pur finalmente nella pubblica luce. Imperocché, come è noto, il canonico Lupo non poté pubblicare che il primo volume del suo Codice, nel quale non sono scritture che passino oltre il secolo nono. Ne avea ben egli già in pronto per le stampe un altro volume, che sulla fine della sua vita affidò al suo valente discepolo il Ronchetti, perché lo pubblicasse, come fece poco appresso con ogni lodevole accuratezza. Ma anche questo secondo volume non arriva che verso la fine del dodicesimo secolo; mentre sappiamo pure di certo dalle parole del medesimo Lupo che egli avea allestito documenti anche pei secoli decimoterzo e decimoquarto, coi quali compiesi ad un dipresso l’opera del medio evo. [...]. E che veramente il giovane canonico Conte Camillo Agliardi si ponesse con lena a giovare ed a compiere i sudati lavori del Lupo, lo abbiamo anche da altro luogo, ove il leale maestro tributa al prediletto discepolo chiarissima lode: eruditissimo et carissimo sodali meo […].

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Postosi l’Agliardi con lena al lavoro, venne meno all’impresa, e i suoi manoscritti, dopo diverse vicissitudini, passarono sostanzialmente completi alla civica Biblioteca, ove si trova abbondante documentazione, che si riconosce parte di sua scrittura e parte dello stesso Lupo, dalla qual trasse il Ronchetti il materiale per sue pubblicazioni. Per cui prosegue il Finazzi:

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«Che se al bravo Agliardi mancò più presto, che non si avesse a temere, la lena di poter compiere tutto, che di lui si prometteva il Lupo, tantoché anche il secondo volume dello stesso Codice venne, come si è detto, raccomandato al Ronchetti; non è però a credere che molti brani degli incominciati lavori non rimanessero fra le sue carte. Certo che fra i manoscritti esistenti nella pubblica Biblioteca, ove passarono i libri del canonico Agliardi, trovansi parecchie scritture che si riconoscono parte di suo carattere e parte di quello del medesimo Lupo; le quali sicuramente dovettero appartenere ai sopradetti studi, e all’indicato compimento del sullodato Codice. Tali tra gli altri parrebbero da doversi tenere alcuni scartafacci e pieghi [...] Dai quali estratti il Ronchetti tolse in gran parte, come è facile rilevare dai confronti, i documenti per continuare le sue memorie storielle, dopo gli anni, in cui finisce il Codice Diplomatico. Oltre ai quali documenti però egli stesso il paziente Istoriografo poté trovarne alcuni altri, che, come ingenuamente dichiara nella Prefazione al secondo volume di esso Codice da lui dato alla luce, teneva in serbo per farli a tempo di comune diritto, compendiandoli se non altro nelle suddette sue Memorie storiche. [...] E forse (soggiungevamo nella sopradetta Memoria) chi cercasse fra le carte dello stesso Ronchetti con amorosa cura conservate dall’erede dei suoi libri, il sacerdote Luigi Fermi, si troveranno alcuni di questi documenti, che, aggiunti a quelli già raccolti dal Lupo e dall’Agliardi, potrebbero porgere a qualche valente amatore delle patrie cose conveniente materia, da poter porre quando che sia l’ultima mano all’opera poco men che perfetta del nostro Codice Diplomatico. Or, ciò che quindici anni fa credevamo di poter arrischiare per semplici congetture, possiamo ora formalmente asserire, che il colto e giudizioso erede delle carte, che furono del Lupo e del Ronchetti, ne seppe tenere quel conto che si meritavano, e a chi ebbe vaghezza di conoscerne il tenore non si rifiutò, gentile com’era, di venirle mostrando. E, se a noi pure per somma cortesia non tenne nulla nascosto di quel prezioso archivio, abbiamo potuto conoscere, che, oltre alle pergamene originali e copie autografe del Lupo e dell’Agliardi delle carte e diplomi, che hanno servito alla pubblicazione del primo e secondo volume del Codice Diplomatico, eranvi altre non poche originali pergamene o copie dello stesso Lupo o del Ronchetti o del Fermi medesimo, che amoroso di questi studi avea pur egli non volgare perizia di leggere così fatte scritture. Le quali ultime carte, tutte affatto inedite, cominciano appunto dove termina il secondo volume di esso Codice, e si riferiscono al secoli XIII, XIV e XV, a cui, giusta la mente dello stesso Lupo, avrebbe potuto estendersi un terzo volume, che venisse a compiere l’opera del nostro Codice Diplomatico. E poiché per il desiderio di pur conoscere quella preziosa suppellettile, di cui volentieri ci saremmo anche valuti, se o soli o con altri più valenti di noi avessimo come che sia potuto dar mano all’importante lavoro, prima che il Fermi ci mancasse, ci siamo messi più d’una volta a ripassar quelle carte, e ci venne fatto di poter raccogliere il contenuto delle principali: noi non credemmo di defraudarne i nostri concittadini, perché gli amatori di così fatti studi e delle patrie tradizioni facciano quanto è da loro, che non si lasci per avventura sperdere e dissipare questa dovizia di documenti per la nostra Storia, frutto di tanti onorati sudori, e la cui perdita sarebbe quasi irreparabile. Non è piccola infatti la raccolta di queste carte, come apparirà dall’elenco dei sommarii di esse che ne recheremo, se nove ne abbiamo riunite del decimoterzo secolo, ventiquattro del decimoquarto, trentasei del decimoquinto. La più parte delle quali sono affatto inedite o tutto al più citate in qualche piccolo frammento dal Ronchetti, quando gli occorse valersene, come egli stesso qui sopra accenna, nella compilazione delle sue Memorie storiche, secondoché verremo annotando con alcune postille che porremo a pie pagina delle singole carte che si riferiranno. Che se a queste carte e ad altre per avventura che tuttavia si potessero rinvenire nello stesso Archivio che fu del Fermi, si aggiungessero altre non poche, che, o in originale o copiate dal Lupo o dall’Agliardi, trovansi nell’Archivio capitolare o nella civica Biblioteca; se vi si potessero aggiungere delle altre, che dagli archivi dei nostri monasteri furono nei trambusti della rivoluzione francese accumulati nel comune Archivio detto di S. Fedele in Milano, ora specialmente che si provvede con alacrità e intelligenza a darvi quell’ordine che ne renda possibili le ricerche; se con più accurate indagini si facesse di aggiungervi ciò, che a questi anni si è potuto trovare negli Archivi di altre città nostre affini, che lo stesso Lupo non aveva ben potuto frugare, e che ora si sa contenere non poche di queste nostre carte, come per modo d’esempio non ha guari ci venia fatto credere dal chiarissimo Odorici e dal reverendissimo monsignor Dragoni dell’Archivio capitolare di Cremona; se per ultimo a tutte queste carte, di bolle, diplomi, istromenti, contratti, secondo la mente dello stesso Lupo, si aggiungessero altri più lunghi documenti, o civili come di Istrumenti di pace e vecchi Statuti, o ecclesiastici come di Calendarii e di Sinodi, che pur si appartengono a questi secoli, e che o in originale o in copie ed estratti preparati dallo stesso Lupo e dall’Agliardi potrebbero i più diligenti studiosi di queste Memorie rinvenire o nel civico Archivio o nel capitolare o nella pubblica Biblioteca: si avrebbe facilmente riunita una sì ricca e svariate suppellettile; da fornire più che abbastante materia per un terzo volume, che verrebbe lodevolmente a compiere l’opera del nostro Codice Diplomatico. E nella ferma fiducia che alcuni dei nostri si accingano di proposito alla bella impresa, secondo le nostre deboli forze abbiamo già tolto a darne qualche piccolo saggio, pubblicando non ha guari un nostro antico Sinodo tratto da un Codice Pergamene di Bartolomeo Ossa; come intenderemmo di pur pubblicare alcuni antichi Calendarii, de’ quali il Fermi appunto ci regalava copia autografa dello stesso Lupo, a questo oggetto da lui preparata perché gli servisse a tempo per la continuazione di esso Codice Diplomatico. E, poiché anche questo scritto non sia del tutto vuoto di qualche utile pubblicazioncella, ci piace cogliere l’occasione di qui produrre un brandello di un nostro antichissimo Statuto, che per caso ci venne a mano rovistando in un falcone di carte esistente nella pubblica Biblioteca, intitolato Notariorum excerpta, fatto appunto dal Lupo e dall’Agliardi per servire alla completa compilazione del Codice Diplomatico. Il brandello è di mano del canonico Agliardi, e precede i fogli, che hanno per titolo Memorie ed estratti dello Statuto vecchio; ed è uno strumento copiato non so da quale dei nostri antichi Notai, in cui viene prodotto un capitolo dello Stato vecchio della città di Bergamo, anteriore alle antiche Collezioni esistenti nella cancelleria della nostra città [...]”. Nell’ampia e articolata Postilla posta in calce all’elencazione dei documenti da lui riportati in numero di 56, alla successiva pagina 23 del suo commento al Codice, il Finazzi continua la sua interessante esposizione e disamina, asserendo: “[...] E primieramente abbiamo detto, che, chi volesse dar mano alla continuazione e compimento del nostro Codice Diplomatico, gli converrebbe innanzi tutto di frugare e conoscere l’Archivio capitolare. Né questo vogliamo intendersi per una semplice formalità, quasi che in detto Archivio non fosse più che a racimolare qualche nuovo documento sfuggito per avventura alle ricerche del nostro Archeologo, che ne trasse la massima parte dei materiali del primo e secondo volume del già pubblicato nostro Codice. Chi sa quanta ricchezza di documenti solesse adunarsi negli Archivi dei Capitoli cattedrali, a cui, secondo le norme dei canoni del pubblico diritto del medioevo, facea capo tanta parte del governo ecclesiastico e civile, comprenderà facilmente che così fatti depositi, ove non sieno stati spogliati o manomessi, devono naturalmente fornire doviziose miniere di sempre nuove materie e investigazioni. Il nostro poi, che fu dei più antichi, dei più numerosi, dei più ricchi e più privilegiati Capitoli: che fino all’epoca di Bonifacio VIII ebbe l’esclusivo diritto di nominare il Vescovo dio¬cesano, che fino agli ultimi rivolgimenti politici del prossimo passato secolo si mantenne nel pieno ed assoluto diritto di nominare e di investire i suoi membri, Dignitari, Canonici e cappellani; a cui i parroci non meno che i sacerdoti di tutte le chiese urbane giuravano come al Vescovo fedeltà e obbedienza; che di proprio diritto conferiva assai benefizi con alcune parrocchie della Diocesi; che aveva due Cattedrali fornite l’una e l’altra di Dignità e di buon numero di Canonici, che, riuniti poi nell’unica Cattedrale di S. Alessandro, presentavano l’imponente collegiata di 44 canonici; che avea per conseguenza possessi estesissimi e diritti di decime e di livelli per tutta la provincia, ed esenzioni e privilegi amplissimi di Papi e di Imperatori e per sé e per tutte le proprie cattedrali; senza il cui consenso ed intervento non poteva il Vescovo fare lunghe investiture, né alienare, né permutar benefìzi, né disporre dei beni di alcun luogo pio, né fare visita pastorale alla Diocesi, né adunare e tenere Sinodi diocesani: un tal Capitolo, ripetiamo, non poteva non fornire grande e diversa materia per un Archivio, che nelle sue carte e pergamene potesse stare a solenne documento di tutti questi diritti e privilegi. Solo avrebbe potuto sperdersi per non curanza; ma questo pure non doveva avvenire pel Capitolo della chiesa di Bergamo; poiché, costando esso, come sai è detto, delle due cattedrali di S. Vincenzo e di S. Alessandro, dovevano naturalmente i due Capitoli essere gelosissimi di conservare i documenti dei rispettivi diritti; e, anche dopo avvenuta l’unione nell’unico Capitolo di S. Alessandro, le stesse condizioni di reciproca riverenza e riguardo, con cui furon dettati i punti d’unione, dovevano contribuire al conservamento dei reciprochi documenti, perché all’una cattedrale non venisse mai fatto di sopraffar l’altra, ma l’una coll’altra affratellata si abbracciasse nella rispettosa concordia dei proprii particolari diritti e privilegi. Piuttosto era da temere che l’antico e ricco Archivio delle riunite cattedrali del Capitolo di Bergamo fosse messo a soqquadro e spogliato per sempre de’ suoi più rari e solenni documenti diplomatici, quando nei trambusti dei già accennati rivolgimenti, che finirono a sopprimere e spogliare d’ogni suo bene lo stesso Capitolo, uomini poco amici di vecchie ed ecclesiastiche tradizioni furono licenziati di porre liberamente le mani in quei depositi, che la religione degli avi guardava con occhio di venerazione. Ma tale infortunio non ebbe ad accadere, quale almeno si poteva presumere, al nostro Archivio capitolare. Perché, o fosse riverenza a quelle vecchie carte, che la prevalente autorità dell’insigne paleografo, che ci fu Ercole Mozzi, non che del dotto Primicerio canonico Antonio Adelasio, e del più illustre suo successore canonico Mario Lupo, aveva imparato a rispettare se non ad apprezzare; o fosse anche (che questo pure si può presumere) non curanza e quasi disprezzo, che gli uomini amanti di novità avessero di quel vecchiume di carte e di diplomi: il fatto si fu che le pergamene, che si custodivano nei bassi cancelli del vecchio Archivio, meno poche eccezioni di confusione o di disperdimento, si rimasero pressoché negli stessi rotoli, in cui le avvolgevano, come ci è dato di poter raccogliere, classificandole e annotandole, prima il già lodato Adelasio e appresso più accuratamente lo stesso Lupo; e coperte dalla loro polvere se ne passarono pressoché incolumi fino ai nostri tempi, nei quali, per la mutata condizione delle cose, e per la nuova direzione che presero gli studi di patria antichità, è sperabile che possano essere avute nella conveniente considerazione e gelosamente conservate, se non fosse anche dottamente illustrate e pubblicate. Ne duole di non poter qui dare l’elenco almeno delle più importanti di queste carte; ma oltreché il limite che ci siamo prescritti in questa scrittura non lo consentirebbe, ci sarebbe anche per ora di non lieve difficoltà il doverci porre a ripassare tutte codeste carte per poterne offrire comecché sia i sommi capi di ciò ch’esse recano di patrii documenti. Poiché, come abbiamo trovate ben custodite e conservate le stesse pergamene, non ci fu dato insino ad ora di trovar qualche elenco o descrizione delle medesime, che certo, come s’è accennato, ne dee aver fatto il Primicerio Adelasio, e più ancora il Lupo, quando, dietro l’esempio dell’Adelasio e colla direzione del Mozzi, frugò una ad una tutte queste carte, leggendole per intero, onde averne non solo gli argomenti ma ogni notizia ecclesiastica o civile, che allo scopo dell’ideato Codice potesse servire; dicendoci egli apertamente nella Prefazione ad esso Codice: Ut id praestare aliquando possem, eruditorum virorum, qui haec studia excoluerunt, exemplo permotus, antiquas chartas excribere et in meas inferre schedas decrevi, ut quodcumque opus esset, earum exempla in promtu haberem. E difatti da un foglietto volante, che noi trovavamo tra le carte riposte nel cassetto N, scritto come pare di mano del canonico Adelasio, si ha, che in questo stesso cancello si conservano tre libri contenenti l’Indice ossia Catalogo di tutte le carte esistenti nei fasci dei cancelli del primo piano a terra dell’Archivio medesimo, ove appunto eran riposte e si trovano pur ora tutte le pergamene. Ma di quest’Indice o Catalogo non ci fu fatto di averne traccia, massime perché il cancello N, dove è indicato che si conservasse, è uno dei pochi cancelli, che furono, per non so quali accidenti, più confusi e manomessi. Un compendio forse di quest’indice, o almeno un ristretto fatto al proprio uso, delle principali pergamene dell’Archivio capitolare aveva anche il Ronchetti, che, passato al Fermi, sappiamo tuttavia esistere fra le carte, che di lui ci sono rimaste, e che, venendo a mano di chi avesse agio di valersene per l’ispezione ed esame che volesse fare delle stesse pergamene, potrebbe porgere qualche ajuto, non fosse altro, per discernere fra i molti di minor rilievo i più importanti documenti del medesimo Archivio. Come di non leggiero ajuto a questo scopo di raccogliere le più importanti carte, che debbon fornire materia alla continuazione del Codice diplomatico, tornerà l’attenta considerazione delle Memorie istoriche della città e chiesa di Bergamo raccolte dallo stesso Ronchetti; dove a margine si trovano continuamente citati i documenti, colla indicazione dei luoghi ove si conservano, per chi gli volesse riscontrare. E sul conto dei documenti avuti dall’Archivio capitolare, che sono come è da credere, senza confronto i più numerosi, il Ronchetti, come il Lupo avea fatto nel primo volume del Codice, ed egli stesso coi materiali forniti dal Lupo avea continuato a fare nel secondo volume, pur seguita collo stesso tenore anche nelle sovralodate sue Memorie, citando i documenti secondo che erano nell’Archivio stesso distribuiti, e come anche al presente si possono, siccome è detto, vedere colla medesima segnatura di rotoli e cancelli. E, perché almeno in grosso si abbia il numero delle antiche carte e diplomi, che formano l’attuale ricchezza dell’Archivio capitolare, e da cui, come si è tratta la principale materia del primo e del secondo volume del nostro Codice, così s’avrebbe a trarre la massima parte del materiale di un terzo volume che lo compisse, accenneremo che tutto il vecchio Archivio, per ciò che riguarda diplomi e pergamene, risulta dei cancelli inferiori del primo e secondo piano, dalla lettera A fino alla lettera M. [...] da cui si potrebbero scegliere i documenti per la completa compilazione del desiderato volume. Ricca e forse insospettata suppellettile di documenti, che ben mostra come non sia sperabile di poter venire all’atto di compiere il Codice diplomatico della nostra Chiesa, senza rifarci ai fonti, da cui fu tratta la principale materia per incominciarlo. E sarebbe glorioso per l’attuale Capitolo, se, come fu primo a porsi all’opera, così potesse farsi innanzi a darvi l’ultima mano. Ma ad ogni modo avrà merito e diritto alla pubblica estimazione, se, come ha fatto finora, serberà geloso questa dovizia di patrii documenti, per affidarli a tempo a chi avrà data prova di sapersene degnamente valere all’uopo di compiere il desiderato volume del nostro Codice diplomatico. Né vuolsi dimenticare l’Archivio episcopale, che, come fornì al Lupo preziose carte per compilare il Codice dei primi secoli, può fornirne di egualmente preziose per continuarlo nei secoli susseguenti. Non bisogna però aspettarsi che l’Archivio episcopale presenti quella ricchezza di pergamene, di cui abbiam veduto fornito l’Archivio capitolare; poiché le cose riguardanti il possesso e l’amministrazione dei benefìzi o d’altri beni di chiesa o luoghi pii, non potendo il Vescovo, secondo il diritto canonico a quei tempi in pieno vigore, far nulla senza il Capitolo, anche gli atti doveasi mettere nell’Archivio capitolare; e così delle cose concernenti l’andamento e la disciplina dell’intera Diocesi, doveasi, secondo il decreto di Alessandro III, passato nel corpo del diritto canonico, farsi sempre e in tutto col consiglio e spesso anche col consenso del Capitolo, seguitava che tutti anche gli altri atti relativi dovessero pure riporsi nell’Archivio capitolare, che potea dirsi per questo lato ed era quasi comune ai Canonici, che erano membri di esso Capitolo ed al Vescovo, che ne era il capo. Però alcune carte poteano essere peculiarissime e di esclusiva importanza del Vescovo, come quelle riguardanti i suoi proprii privilegi, i suoi feudi, i suoi diritti di livelli, di decime, di miniere, nel che il Vescovo di Bergamo avea diritti e privilegi singolarissimi. Di che si vede che le carte di questo Archivio, comecché più scarse, non doveano essere di minor rilievo; e se vuolsi giudicare da quelle già pubblicate, ce ne doveano essere d’importantissime. E comunque sappiamo che il Lupo ne avea trascritto alcune delle principali anche dei secoli XIII e XVI, come abbiam potuto rilevare dagli autografi di esso Lupo, già notati fra le carte che il Ronchetti legava al Fermi; pure sarebbe stato un gran donno anche se ne fossero dissipati gli originali [...] Fra i quali diversi documenti sarebbe di speciale importanza il continuare la serie già incominciata dal Lupo di tutti gli atti di investiture, di compre, di vendite, di permute fatte dai Vescovi di Bergamo degli speciali diritti di miniere d’argento, che avevano in vari luoghi della provincia e massime nei monti di Ardesio e di Gromo. [...] La serie dei quali documenti, che, cominciata dall’XI, si continua per tutto il XIV e XV secolo, indica come, massime nel XII e XIII secolo, queste vene di argento fossero nelle nostre valli di ragguardevole considerazione; come già notava il Lupo, pubblicando le prime carte, che accennano a questi feudali diritti del Vescovo di Bergamo sullo scavo e lavoriero di queste preziose vene [...]. Ma, oltre alla non comune ricchezza di antiche pergamene, si può trovare nell’Archivio medesimo del Capitolo un’altra messe di antiche carte, che alla continuazione del Codice Diplomatico, massime per ciò che spetta i secoli XIII e XIV, posson moltissimo contribuire, che sono gli Atti e Imbreviature, come le dicono, de’ pubblici Notai [...]. Fra le carte, che dovrebbero necessariamente aver luogo nella continuazione del Codice Diplomatico, sono i Brevi e le Bolle, che per questi secoli molti Pontefici mandarono alla nostra Chiesa. Né al Lupo era sfuggito il pensiero di procurarsi copia di questi importantissimi documenti; ma, come avea avuti quelli che gli servissero pel primo e secondo volume, avea provveduto di averne anche per il terzo dei volumi, che verrebbe e compiere lo stesso Codice Diplomatico. E, come abbiamo da due lettere autografe, una del nostro abate Pier Antonio Serassi, l’altra del celebre monsignor Gaetano Marini avea fatto cercare, che cosa si potesse estrarre dagli Archivi segreti del Vaticano riferibile alla Chiesa di Bergamo, onde arricchirne le pagine del ben augurato suo Codice [...]. E colla lettera mandava al Lupo copia autentica delle infrascritte Bolle Pontificie, che si conservano fra gli scartafacci dello stesso Lupo, ora esistenti nella Civica Biblioteca [...]. Quanto alla messe, che si potrebbe cogliere negli Archivii dei nostri Monasteri, non avremo che a seguirne le tracce, che ci ha segnato il canonico Lupo, che, con molte carte e diplomi cavate dagli Archivii del Monastero di Astino, dell’Abbazia di Vall’Alta, e de’ Padri Predicatori, arricchì notevolmente il primo e secondo volume del Codice già pubblicato, accennando così qual corredo di utili documenti si potrebbe avere in questi stessi Archivii per la sua continuazione e compimento [...]. Né possiam qui dispensarci dall’accennare più avanti con qualche particolarità, come si trovino documenti importantissimi pel nostro Codice Diplomatico, e che si posson rinvenire negli Archivi Bresciani, per la più parte affatto inediti per non dir sconosciuti allo stesso solertissimo indagatore delle nostre cose il Canonico Mario Lupo. Poiché, come espressamente ci venia indicato dal chiarissimo Odorici con sue lettere del 18 e 22 settembre dello scorso anno, questi tra gli altri vi sono, che non saranno trovati di leggera importanza. [...]. Ma ci sarebbe sembrato di lasciare incompleta l’indicazione dei materiali, che si potrebbero riunire per la continuazione del nostro Codice Diplomatico, ove non avessimo fatto di rintracciare qualche notizia anche dagli Archivi di Venezia, che tenne sì lunga e sì parziale signoria di Bergamo. E per procurarcele pessimamente curate, ne scrivevamo al quel chiarissimo raccoglitore ed illustratore di antiche memorie il Cav. Emanuele Cicogna; il quale, non senza averne prima interpellato anche il chiar. Cav. Mulinelli e Prof. Foncard, ce ne riscriveva, col 10 del passato maggio, la dotta e gentile lettera, che qui pubblichiamo [...]. ATTESTAZIONI DI STIMA Il plauso che l’opera del Lupo ebbe, fu straordinario in qualità e quantità: gli pervennero innumerevoli messaggi di congratulazione e di ammirazione, i quali vanno ben oltre i comuni convenevoli di cortesia e di amicizia che abitualmente ricorrono in simili circostanze. Anche a questo proposito ci si limita alla citazione di alcuni più significativi esempi. a) In versi Ecco l’Eliso: qui di Lauro ornati Degli Orobj scrittor spirano i voti Nell’alma luce delle muse avvolti, Ombre illustri di saggi, ombre di vati. Ecco le dotte Albani, e le Brembati; Questi i Bernardi son facondi e colti: Veggo i Zanchi e i Fontana insieme accolti, Veggo i Maffei, veggo i divin Torquati. Ma questa ombra non è: Mario tu vivi. Qual Sibilla, qual Dio sull’onda avara Seco ti trasse oltre li stigi rivi? Que’ prischi genii t’impetrar tal gloria, Ch’eran bramosi di lor Patria cara Da un vivo udir la più remota storia. Lorenzo Mascheroni Il sonetto venne letto nell’Accademia degli Eccitati, che aveva sede presso il convento dei padri agostiniani e della quale lo stesso Lupo era stato uno degli animatori più attivi, in occasione della collocazione in sede di un suo ritratto, commissionato appositamente con delibera del 17gennaio 1785.

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Signor, che di tua Patria il grido estolli Con sì degne del cedro elette carte, E dell’atre tenèbre ond’eran sparte Le vetuste sue glorie, il vel ne tolli; Godi pur nel veder spiranti e molli Bronzi e marmi a tua lode; e plauso forte D’Europa tutta ogni più colta parte, Non che questi a te grati orobici colli. Non isdegnar però tra gli onor tuoi, Se di mia man sulla vicina sponda Volli un tenero allor sacrarti anch’io. Segnato ei del tuo Nome i rami suoi Metterà altero, il bacierà seconda L’aura a’ miei voti, e nudrirallo il rio. Paolina Suardo Grismondi - Lesbia Cidonia Sonetto composto a seguito della pubblicazione del Codex, in occasione della presentazione in Bergamo del primo volume.

b) In prosa Illustrissimo Sig. Sig. e Padron Colendissimo Non ho voluto portare a V. S. Illustrissima i miei più devoti ringraziamenti, che ora sen vengo pel dono del suo libro, senza averlo prima letto; né ho potuto leggerlo, se non dappoiché mi son portato alla villeggiatura. Vengo ora a lei, e dico aver ella preso a trattare uno dei più scabrosi argomenti che s’abbia l’ecclesiastica erudizione, e intorno al quale tanti han già faticato, ma con restar tutti in fine nelle tenebre. Ho osservato aver ella messo in chiaro tutti i suoi gruppi, e tutti i mezzi adoperati fin qui per iscioglierli, contenendosi poi, con molta modestia, e riducendo lo scioglimento a quel che può sembrare il men lontano dal vero, ossia il più verisimile. Ingegnosa m’è sembrata la proposta differenza delle ferie, che pare non improbabile per la diversità dei passi. Ma sopra tutto, quel che ho ammirato in lei si è la giudiziosa sua critica in tanti e tanti luoghi adoperata, e col dovuto rispetto nell’esame di varie sentenze di molti autori anche dei più accreditati. Questa è la pietra del paragone degl’ ingegni sodi. E per cui specialmente mi rallegro con lei. E pur questo è poco, perché quel che più è a stimare, consiste nell’essere ella giunta in età sì giovane a formare un’opera, che uno dei più veterani nel mestiere si potrebbe gloriare d’aver composta colla giunta di un purgato stile, e coll’aver consultato chiunque mai ha trattato di tali materie, e con altre lodevoli scappate fuori dall’argomento stesso. La conclusione dunque si è, che io sommamente mi congratulo con lei per l’insigne profitto da lei fatto nella scuola di Roma, e passo a dire, che ella renderà gran conto a Dio e al Pubblico, se non continuerà ad esercitare il felice suo talento, e a produrre altri frutti per onor suo, e dell’Italia . Potrebbe esser che Bergamo non somministrasse a lei quella gran copia di libri, de’ quali cotanto abbonda la gran città di Roma. Tuttavia sapendo io fin dove sia arrivato il bel genio del tenente generale signor conte Borselli, con aver egli a quest’ora messa insieme una ragguardevol Biblioteca, non veggo che a lei possano mancare gli ajuti necessarii per seguitare il viaggio nel paese della letteratura. Resta ora, che avendo V. S. Illustrissima per somma sua gentilezza dato a conoscere a me la riverita sua persona, e il suo ingegno, mi conservi anche in avvenire quel benigno amore, di cui mi ha fatto degno, assicurandola, che finché avrò vita, non verrà meno in me la vera stima che ho concepito di lei, e il singolare ossequio, con cui passo a protestarmi. Di V. S. Illustrissima - Devotissimo ed obbligatissimo servitore Lodovico Antonio Muratori Il Lupo aveva conosciuto personalmente il Muratori allorché, lasciata Roma, nel viaggio di ritorno a Bergamo, volle appositamente fermarsi a Modena per incontrarlo: nacque tra i due una immediata stima e amicizia, destinata a durare nel tempo, che trova riscontro nella abbondante corrispondenza intercorsa poi, lungo gli anni, fra i due abati. Rientrato a Bergamo il giovane studioso, in segno di devozione e gratitudine, immediatamente inviò al Muratori i suoi primi studi romani sull’anno di nascita e di morte di Cristo e ne ricevette la lettera sopra riportata. L’incontro suscitò nel Lupo un singolare fervore per quell’arte diplomatica e per le antichità del Medioevo, che diverranno poi la sua grande passione di ricercatore e di erudito. Particolare interesse, ad esempio, nel Muratori suscitò la copia delle iscrizioni di Bergamo, antiche e recenti, che il Lupo gli fece pervenire: in data 22 dicembre 1745, gli rispose, infatti: “Oggi per cura del gentilissimo P. Benaglio ho ricevuto copia delle iscrizioni Bergomati così leggiadramente fatta, che ho dubitato un pezzo se siano stampate [ ...] Io mi protesto infinitamente tenuto alla bontà di V. S. Illustrissima per questo a me carissimo dono, e desidero l’occasione di farne merito a lei presso il pubblico. Ho intanto ravvisato anche in questo il di lei bel genio: laonde sempre più spero, che ella, ritornato al riposo della Patria, non lascerà in riposo l’ingegno suo, cercando qualche nuovo argomento, che accresca l’onore del nome suo.” “ [...] Per mezzo del signor abbate Serassi d’ordine di V.S. Illustrissima ho ricevuto il Codice Diplomatico della Città e della Chiesa della nostra Patria raccolto e corredato di notizie singolari ed interessanti non solo la storia particolare della medesima, ma quella d’Italia, lo che gli accresce pregio e merito. Mi rallegro seco e godo vedendo onorata la comune detta nostra Patria in questa età da parecchi valenti uomini quali sono Tiraboschi, Serassi, V.S. Illustrissima, a cui si deve l’obbligazione d’aver tratti a luce tanti rari monumenti di tempi medii lasciati sepolti fino a questo giorno, i quali sarebbero rimasti più lungamente negletti ed avrebbero forse sofferto danno dai tempi futuri, se non gli avesse posti in salvo l’adiutrice e dotta sua mano. Mi congratulo con il reverendissimo Capitolo perché si conosceranno i meriti, i pregi e le prerogative di cui fanno testimonianza i documenti in detto codice raccolti. La supplico di rassegnare il mio ossequio al medesimo, e compir con esso in nome mio un dovere di stima verso questo illustre corpo [...] Card. Francesco Carrara In occasione della morte del canonico Primicerio, lo stesso cardinale, in data 21 novembre 1789, scrive al Ronchetti, che gli aveva trasmesso la luttuosa notizia: “A niuno de’ nostri concittadini può dispiacere più che a me la morte del fu monsignor Mario Lupo Primicerio della Cattedrale, perché niuno può aver avuta più stima del suo merito, della sua dottrina, e dell’ottimo ed affettuoso suo cuore. Della sua scienza nelle materie ecclesiastiche, oltre quanto congetturo ch’abbia lasciato inedito, preparato per la stampa, saranno sempre presso la posterità due gloriosi monumenti la dissertazione de Anno natali et emortuali Christi, pubblicata nella sua età giovanile, ed il cronico della Chiesa e Diocesi nostra, in cui concorrono del pari, e la diligenza, giudizio critico, ed instancabile industria nel disseppellire documenti antichi ignoti, e nel discifrare le forme de’ caratteri senza la consumata perizia inestricabili, ed inintelligibili. Del suo cuore poi nato fatto per diffondere in altri gli affetti, quanti l’hanno conosciuto e trattato, ne devono esser testimoni, ed io lo devo esser, perché lontano e vicino l’ho provato affettuoso e benefico. La sua saviezza, e i suoi sentimenti corrispondenti al carattere e dignità ecclesiastica corrispondevano alla sua condizione, e mirabilmente questa a quelli dava risalto. Se a Dio è piaciuto di richiamarlo a sé e toglierlo a noi, dobbiamo venerare gli adorabili suoi giudizii, e consolarci per la giusta fiducia, che sia passato a godere il frutto dell’ecclesiastiche e benemerite sue fatiche, delle quali resterà indelebile la memoria. Io vivamente penetrato della premura da lui avuta negli ultimi periodi, quasi codicillo della tenera nostra amicizia, mai non mi dimenticherò all’altare di lui, e non cesserò infin che viva di umilmente supplicare il Signore che si degni di riceverlo nell’eterna Beatitudine, sicuro che là giunto non mancherà d’intercedermi la grazia di raggiungerlo, e seco eternamente convivere felice in Dio. Quest’è quella consolazione, che può sola temperare l’amarezza della perdita che giornalmente dobbiamo andar tollerando per la condizione umana de’ nostri amici. Io poi rendo grazie sincere [...] ”.