Alessio Agliardi: differenze tra le versioni

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Versione delle 00:21, 27 apr 2007

(1443 - 1527)

Genealogia

Alessio Agliardi 09.jpg

Ritratto (evidentemente falso) di Alessio Agliardi Figlio di BONIFACIO (ca. 1490 – post 1458)

Detto anche Alexius Bergomensis oppure Alexium Arcensem civem Bergomatem o Alessio da Bergamo o anche Alessio il Vecchio per distinguerlo da un altro architetto Alessio il giovane, che recenti studi hanno però dimostrato inesistente (presumibilmente è da identificarsi con uno dei figli, Bonifacio o Antonio)

Sposa verso il 1465 ZACCARINA BENAGLIO (de Benaleis ), figlia di Galeazzo.

Figli: BONIFACIO ingegnere al servizio dei Marchesi di Monferrato

GINIFORTE sposa MADDALENA AGLIARDI di Francesco di Marco.

GIOVANNI sposa CATERINA DE CARRARA.

ANTONIO (da cui discende la famiglia)

ISABELLA sposa a PIETRO ROTA

LUCREZIA sposa VERTOVA, poi, vedova, è fondatrice e quindi badessa del Monastero di S. Anna in Albino(ritratta da Giovanni Battista Moroni).

PAGANINA sposa a VINCENZO BREMBILLA

CATERINA sposa ad ANTONIO TARCHIS DE MEDOLAGO

LUDOVICO? morto giovane?

Matematico di vaglia, architetto, ingegnere militare e idraulico, Alessio fu una figura rilevante dell’ambiente umanistico lombardo. Era nipote di Gasperino Barzizza (1359-1431), e cugino di Gineforte Barzizza, noti umanisti . Forse allievo di Bramante, ebbe contatti con Luca Pacioli; era inoltre maestro del noto architetto bergamasco Pietro Cleri detto Isabello, autore di diversi e importanti monumenti a Bergamo: secondo alcune recenti ricerche, alcuni di questi monumenti sarebbero da attribuire all’Isabello solo in qualità di impresario edile, mentre il progetto sarebbe in realtà opera dello stesso Alessio Agliardi. Fu amico di Bartolomeo Colleoni e da lui ebbe vari incarichi per opere idrauliche. La fiducia in lui riposta dal Colleoni è dimostrata dal fatto che questi nel testamento dispose che un seggio nell’amministrazione del Luogo Pio della Pietà, fondato dal Colleoni, venisse riservato ad Alessio Agliardi e ai suoi discendenti. Gli lasciò inoltre il governo dei castelli di Romano, Martinengo e Malpaga.ecc. Fece parte del maggior Consiglio della città tra gli anni 1477 e 1515. Fu membro dell’Amministrazione della Misericordia tra il febbraio 1472 e il marzo 1473 e fece parte della delegazione della città di Bergamo che trattò con il Colleoni quando questi aveva deciso di far erigere la propria Cappella, distruggendo la Sagrestia di S. Maria. Le trattative, pur non riuscendo a conservare la Sagrestia, ottennero almeno che questa venisse ricostruita dal Colleoni. Tra le sue opere si annoverano: la progettazione della roggia del Raso a Bergamo (1481-82), opere idrauliche nel Veneto tra il 1488 e il 1495 e lavori in San Marco. Tra le rilevanti opere idrauliche, nella sua qualità di sopraintendente del vaso del Brenta, è appunto la regolazione della foce di questo fiume; fu per questo in vivace polemica con fra’ Giocondo da Verona, insigne matematico, che criticava il suo progetto. Alessio ne fece relazione al Doge, illustrandogli le controdeduzioni, ed ebbe riconfermato l’incarico. Dell’opera di Alessio si parla in modo elogiativo in un articolo apparso sul giornale di Treviso nel 1866 ove l’episodio è citato. Nel 1490 sarebbe stato richiesto da Ludovico il Moro, Duca di Milano, al Doge Agostino Barbarigo per lavori al tiburio del Duomo di Milano (all’opera si interessano anche Leonardo, Bramante e altri importanti architetti). Il Doge non acconsentì e notizie in proposito si trovano nell’archivio di Venezia e a Milano nell’archivio del Duomo. Angelini nel Dizionario Biografico degli Italiani ritiene improbabile che abbia eseguito quel lavoro perché era già affidato all’Amadeo; mentre è anche pensabile che lo stesso Amadeo lo richiedesse dato che si conoscevano . La gelosia del doge sembra essere confermata alcuni anni dopo, quando nel 1509 Venezia per impedirgli di lavorare per altri (il Re di Francia?) lo esiliò o lo imprigionò in Dalmazia (ma su questo periodo di prigionia non abbiamo altre notizie: sembra tuttavia che nel 1510 fosse già tornato a Bergamo). Nel 1493 fu richiesto da Francesco Gonzaga Duca di Mantova. Tra il 1502 e il 1507 fu assunto stabilmente dal Magistrato delle acque di Venezia, e diresse l’esecuzione del nuovo alveo del Brenta e le arginature del Piave, con nuovi e vari contrasti con fra’ Giocondo. Per pubblico incarico fu compositore della vertenza tra Milano e Venezia per il riparto delle acque dell’Adda. Collaborò alle fortificazioni di Brescia. Tra le sue opere a Bergamo vi è la casa per i Cassotti de Mazzoleni (ora De Beni) di via Pignolo 72. Suo è il progetto della cisterna in piazza del Mercato delle Scarpe che tuttora esiste. Nel 1516 era nella Commissione comunale che rilasciò l’autorizzazione alla ricostruzione della chiesa del monastero di S. Benedetto a Bergamo ad opera di Pietro Isabello. Un suo testamento del 1521 lascia supporre che sia morto quell’anno. In una prima versione del suo testamento, redatta forse in occasione di uno dei suoi primi viaggi a Venezia (presumibilmente prima del 1495), viene citata la moglie e i figli: Bonifacio, Gineforte, Giovanni; Antonio e le figlie Lucrezia, Isabella, Paganina e Caterina ed inoltre un altro figlio Ludovico, forse morto in giovane età, che non risulta nel nostro archivio né in altri successivi documenti. Alcuni dei nomi dati ai figli: Lucrezia (come la prozia) e Gineforte (come il cugino) confermerebbero il protrarsi dei legami affettivi con la famiglia Barzizza . Anche i figli Bonifacio e Antonio, erano architetti. La famiglia di Alessio nel 1483 andò ad abitare in affitto nel palazzo dei conti Bartolomeo e Giovanni Davide Brembati, in via S. Lorenzino 13 in Città Alta. Secondo un ricerca del dr. G. M. Petrò il palazzo potrebbe esser stato progettato dallo stesso Alessio Agliardi .

Angelo Meli, Bartolomeo Colleoni nel suo Mausoleo, Bergamo, Istituto Grafico Litostampa, 1986, pp. 43-44: Alessio Agliardi di Bonifacio. Ingegnere e matematico, di cui fanno lodi gli scrittori bergamaschi, come il Calvi, il Tassi, Pasino Locatelli, Fornoni, Belotti e Mazzi. Podestà di Malpaga al tempo del Colleoni, nel testamento del Generale fu confermato a vita in tale carica e fu personalmente iscritto fra i membri «necessari» del costituendo consiglio amministrativo della Pietà con diritto di successione per i discendenti in linea maschile, alla pari con i rappresentanti delle case Colleoni e Colombi. Fu presente, con Vannotto Colombi, alla stesura del «codicillo». Al tempo dell'inchiesta, oltre ad essere, come si è dello, membro del Maggior Consiglio della città, era appunto anche tra gli amministratori della Pietà (fra i quali si nota costantemente fino al 1509, quando gli successe il figlio Giovanni), mentre nel tempo, in cui si parlava di distruggere la primitiva sagrestia di Santa Maria («tempore quo dicebatur de destruendo dictam cimerchiam») era membro, come il precedente Francesco Corbella e il seguente Guardino Colleoni, del consiglio amministrativo della Misericordia e della chiesa di Santa Maria, e come tale fu inviato a Malpaga insieme col Corbella per tentare presso il Colleoni l'ultima difesa della sagrestia di Santa Maria: un testimone, insomma, di grandissima autorità. Cfr. anche d. 43, Allegato B. Il Pagello nella sua orazione in morte del Capitano fece distinta menzione di Alessio Agliardi (presso Spino, p. 256).

I. Alessio Agliardi podestà di Malpaga a vita. «Item prelibatus Ill. et excell. d. testator elligit et deputavit in potestatem et pro potestate terre de malpaga et eius territorij et pertinentiarum suarum discretum et prudentem virum d.um Alexium de ayardis nunc dicti loci de malpaga potestatem qui sit et esse debeat potestas dicti loci de malpaga et pertinentiarum suarum toto tempore vite sue». Cod. cit. «Testamentum" f. 7 (ediz. 1603, " Testamentum" par. 37; ediz. 1655 par. 40).

- Nel quadro (che però è postumo) figura la data 1476 - Il testamento (Rogito Lazzaroni di Osio 18/7/1495) (F/2/5O) - Codicillo di testamento a favore delle nuore 16/1/1521 - 22/1/1495 risulta Presidente della Magnifica Pietà (AG 1:10-2: 12-2:13) - 1504 acquista da Francesco Agliardi un pezzo di terra. - Nell’atto 1509 per le nozze della figlia Lucrezia in Vertova, Alessio risulterebbe morto (q.) si tratta di un evidente errore in contraddizione con i molti documenti successivi. - Atto di divisioni crediti tra i figli 16/5/1521 e divisioni di stabili 6/3/152?" (F/2/44-45). - Elogio postumo di Alessio Agliardi quale ingegnere idraulico (AA G/1/12) - Lettere di Michele Caffi per informazioni sopra il suddetto Alessio (AA G/1/13)

BIBLIOGRAFIA: MELI, Colleoni, p. 42-6, 49-53, 95, 103, 110, 215-9, 237-8, 277, 309 Storia di Milano, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana fondato da Giovanni Treccani, Roma, vol. VII, p. 674: Alessio Agliardi, richiesto a Milano (1490) dal duca Ludovico il Moro, per la costruzione del tiburio del Duomo.


CORRISPONDENZA FRA ALESSIO AGLIARDI E GUGLIELMO SUARDO (GENNAIO – DICEMBRE 1484, DA VENEZIA)


Notizie avute a voce dal dr Petrò 14-5-01 (Aggiornate con telefonata a Dr Petrò 19\1\02) (da sistemare)

Alessio frequenta a Venezia il Bramante di cui è allievo (? Controllare! Non risulta che Bramante sia stato a Venezia. Fu attivo invece a Bergamo nel 1477, dove verosimilmente incontrò Alessio. In quell’anno Alessio era sicuramente a Bergamo perché appartenente al Consiglio della città; inoltre a quella data era considerato “ingeniere ottimo”. D’altra parte il fatto che Colleoni gli avesse conferito importanti incarichi nel suo testamento [secondo lo Spino quando Colleoni morì Alessio aveva 32 anni] sta a dimostrare che si trattava di una persona dalle qualità umane e professionali degne di nota). La presenza di Alessio a Venezia è d’altra parte confermata dalle lettere a Guglielmo Suardo (1484) qui sopra riportate. Non ci è noto però quanti anni vi è rimasto o con quale frequenza vi è tornato, e nemmeno quale attività esattamente vi svolse. A Venezia risulta operoso e molto stimato negli anni ‘90-’95, introdotto forse grazie ai lavori idraulici svolti a Verona, sul Brenta e sul Piave. Secondo Petrò, a Venezia (?) Alessio frequentò il Corso di Conferenza di Pacioli, non come allievo ma come “competente uditore”. Nel 1490 fu richiesto a Venezia da Lodovico il Moro (o Gian Galeazzo Sforza?? vedi Dizionario del Ist. Enciclopedia) per dare un parere sul tiburio del Duomo, ma non se ne fece nulla (vedi più sotto, p. 8). Era stato segnalato da Bramante? o perché noto a Milano ? per avervi operato?

Nel 1509 Venezia per impedirgli di lavorare per altri (il Re di Francia?) lo esiliò o lo imprigionò in Dalmazia. Su questo periodo di prigionia non abbiamo altre notizie. Sembra tuttavia che nel 1510 fosse già tornato a Bergamo.

Andrebbe inoltre approfondito il suo ruolo (come osservatore?) nelle fortificazioni di Lodi (1490 ca, su commissione di chi?) e in quelle di Crema (in quale anno?) dove operava Venturino Moroni (padre d’Antonio) commissionate da Venezia (?).

Un altro argomento da approfondire sarebbe quello relativo ai suoi lavori nel Monferrato (dove? in che anni? per quale committenza?), dove sembra che avesse anche delle proprietà e operasse con i figli Bonifacio e Gineforte.

A quanto risulta dalle ricerche del dr. Petrò, Alessio lavorò col figlio Bonifacio a Mantova e a Bergamo.

Circa la sua attività a Bergamo, andrebbe approfondito il suo ruolo come progettista per il palazzo Brembati in Città Alta, dove per anni abitò come inquilino. Sembra che sia stato anche progettista iniziale di S.to Spirito, e forse progettista della chiesa di S. Rocco in via Broseta: risulta infatti presente all’atto d’acquisto del terreno dove sarà edificata. Nel 1510 acquistò la casa in via S Orsola

L’Isabello (nato nel 1484) in un documento del 1516 lo riconosce maestro. Questo fa supporre che ci sia stata una eventuale sua partecipazione più o meno diretta anche al progetto del Monastero di S. Benedetto in via S. Alessandro (contrada di S.Chiara), costruita dall’Isabello (che era architetto e impresario). Di questo monastero Alessio nel 1516 era membro della apposita commissione Edilizia. Sembra che abbia anche redatto un progetto (non eseguito) per la chiesa di S. Grata. Operò anche per il nuovo Ospedale. (vedi più sotto, p. 9 e segg.)

GIANMARIO PETRÒ MERCANTI E NOBILI, AFFARI E ARTE, FORTUNE E DECLINO DI FAMIGLIE BERGAMASCHE NELLA STORIA DEL PALAZZO MAFFEIS DE BENI

Bergamo - Sede dell’Ateneo - 7 aprile 2000

in Atti dell’Ateneo di scienze, lettere ed arti di Bergamo, vol. LXIII a.a. 1999-2000 Bergamo, Edizioni dell’Ateneo, 2002, pp. 93 segg. “Vediamo col numero 74 il palazzo Maffeis, un edificio di aspetto sarei per dire monumentale, per il suo grandioso balcone con ampie finestre, contornate da elementi severi in arenaria con timpano centrale, elementi che sfuggono all’osservatore, data la limitata visuale. Ha un grande cortile, che credo di tempi più tardi dalla costruzione dell’edificio. L’arenaria è meno sfaldata; i fregi dei capitelli e delle cimase sono pressoché perfetti. Il palazzo, pur mancando di documenti probatori, viene assegnato a Pietro Isabelle detto Abano (1520) da alcuni studiosi o ad Alessio Agliardi. A me pare più tardo, quasi sarei per dire neo-classico. Non mi è dato sapere chi fossero gli antichi proprietari del palazzo. Si sa che intorno al 1800 vi abitava il conte Giovan Battista Maffeis, che nel 1833 passava a nozze con la nobile signora Agnese Caroli [...]”. Luigi Pelandi descrive poi alcuni ambienti del palazzo, tra i più significativi della città, rinnovati tra i primi anni dell’800 e la fine del secolo, concludendo: “Mi sono attardato in queste descrizioni [...] per far presente che le sale non hanno alcun richiamo all’epoca rinascimentale, mentre rispondono alla presenza di proprietari del primo Ottocento, con ciò avvalorando la presunzione che il palazzo non può essere stato edificato dall’Isabello, né tantomeno da Alessio Agliardi, ma soltanto molto più tardi” . Luigi Pelandi, con l’occhio di chi conosceva bene la città, avanzava grossi e fondati dubbi su quanto si andava scrivendo o dicendo su una delle più importanti architetture cittadine. Diciamo subito che lo stesso Pelandi in parte sbagliava proprio per quanto riguarda il cortile della casa, i cui porticati sono oggi la parte più evidente dell’edificio originario, che risaliva alla seconda metà del ‘500 e che fu ampiamente rinnovato in epoca neoclassica. “Il palazzo”(parliamo ancora del civico 74 di Pignolo) “fu costruito intorno al 1520 e il suo progetto viene attribuito ad A. Agliardi (più noto come architetto militare). Canonico nell’impianto tipologico formato da due corpi con interposto un cortile (porticato solo sui lati trasversali al lotto e con segni di rifacimento neoclassici), questo edificio è l’unico, fra quelli cinquecenteschi, a mostrare un’esplicita intenzione monumentale nella facciata sulla strada: effetto quasi completamente assegnato all’ingigantimento del tema architettonico del portale d’ingresso [...] con l’affascinante esito di proporsi come un’architettura incastrata in un’architettura”. A parte il fatto che Alessio Agliardi fu un notissimo ingegnere idraulico mentre poco sappiamo di lui come architetto militare, Walter Barbero, che per non lasciare dubbi illustra il suo testo con una fotografia “della facciata verso via Pignolo del palazzo cinquecentesco attribuito ad A. Agliardi”, pur accennando a interventi neoclassici, non ha dubbi nel datare l’edificio in questione al primo cinquecento . Due modi così distanti di vedere uno dei più importanti edifici cittadini se non altro mettono in evidenza la difficoltà di una corretta lettura di questo importante palazzo. Il nostro percorso, che cercherà di seguire le vicende della casa e delle famiglie che la abitarono nonché i principali cambiamenti che interessarono quel tratto di via, parte necessariamente dal primo cinquecento. Allora, lungo l’odierna via Pignolo, in corrispondenza dell’attuale civico 86, era appena stata ultimata la casa di città del capitano Alessandro Martinengo Colleoni, progettata e costruita da Antonio figlio di Venturino Moroni nell’anno 1500. In corrispondenza degli attuali numeri civici 70 e 72, intorno al 1515 erano state ultimate le case dei mercanti Paolo e Zovanino figli di Antonello Cassotti de Mazzoleni, iniziate anni prima dai costruttori Moroni ma ultimate poi dall’impresa di Pietro Isabello su progetto, ritengo, di Bonifacio figlio di Alessio Agliardi. Al n. 76 e su parte dell’attuale civico 80 erano state costruite le case dei mercanti Bartolomeo e Zovanino figli di Bertulino Cassetti de Mazzoleni su progetto di Pietro Isabello, già abitate nel 1514, mentre nel civico 80 alla fine dell’estate del 1520 andava ad abitare il conte e cavaliere Domenico Tasso, nella casa da lui fatta costruire quasi certamente su progetto dell’archi¬tetto Francesco di Giovanni Carrara. […]. Il 30 maggio 1511, in occasione dell’acquisto aggiuntivo di una piccola porzione di area, Zovanino Cassotti, rappresentato dal genero Antonio di Alessio Agliardi, si accordava con Marco di Antonio Negro Roncalli e stabiliva i patti per poter costruire in aderenza, patti che il Cassotti utilizzava subito e che il Roncalli, o altri per lui, avrebbero fatto valere più di sei decenni dopo.

IL TIBURIO DEL DUOMO DI MILANO (Storia di Milano, Ed. Treccani [1956], vol. VII, pp. 671-675)